Ho conosciuto Antonio Facchin alla fine degli anni novanta, a casa sua, una casa colonica nella campagna maserina, con pavoni e oche, dove invitava gli amici a leggere poesia o a chiacchierare di libri e di cibo. Ricordo anche una bella festa con gli Hare Krishna. Antonio Facchin è editore, e lo è stato negli anni ottanta, pubblicando per esempio Preparativi per la villeggiatura di Remo Pagnanelli e dirigendo "L'ozio letterario".
Scrive Geno Pampaloni, nella prefazione de Il frutto che domina (Amadeus 1986):
"Non per caso il primo verso di questa raccolta («dolci colli maserìni») e l'ultimo («di consumarsi - dolcemente») sono sotto il segno della dolcezza. Tutto il libro, notevole libro, che si segnala come un radunamento poetico autentico, tanto più intenso quanto più discreto, si pone sotto il segno della dolcezza. Ma la «dolcezza» di Facchin non si nega all'onesto coraggio dell'oltranza, al brivido degli assoluti. C'è in lui una vera crepuscolarità assunta come un giuramento di vita («con questo ricordo, oramai, si può anche morire»); e c'è, insieme, l'esperienza contemporanea dell'analogia come strumento della conoscenza poetica della vita («il sole è l'opera metafisica-dell'aria»...). Nel suo tono dimesso, quasi al limite del silenzio, sussurrato in solitudine, questa poesia suggerisce baluginamenti metafisici («anima riflessa sulla propria distanza»), accomuna («il vegetato rigore della mente») a una estenuata dedizione alla vita, «sostanza che non sosta». Mi permetto di chiedere agli amici un po' di attenzione per questa poesia che, nei suoi limiti, tocca l'essenziale. Cos'è infatti la poesia, oggi, se non «un esempio di verità che tende a un'incognita»?"
"Non per caso il primo verso di questa raccolta («dolci colli maserìni») e l'ultimo («di consumarsi - dolcemente») sono sotto il segno della dolcezza. Tutto il libro, notevole libro, che si segnala come un radunamento poetico autentico, tanto più intenso quanto più discreto, si pone sotto il segno della dolcezza. Ma la «dolcezza» di Facchin non si nega all'onesto coraggio dell'oltranza, al brivido degli assoluti. C'è in lui una vera crepuscolarità assunta come un giuramento di vita («con questo ricordo, oramai, si può anche morire»); e c'è, insieme, l'esperienza contemporanea dell'analogia come strumento della conoscenza poetica della vita («il sole è l'opera metafisica-dell'aria»...). Nel suo tono dimesso, quasi al limite del silenzio, sussurrato in solitudine, questa poesia suggerisce baluginamenti metafisici («anima riflessa sulla propria distanza»), accomuna («il vegetato rigore della mente») a una estenuata dedizione alla vita, «sostanza che non sosta». Mi permetto di chiedere agli amici un po' di attenzione per questa poesia che, nei suoi limiti, tocca l'essenziale. Cos'è infatti la poesia, oggi, se non «un esempio di verità che tende a un'incognita»?"
*
Il mio soffitto è il cielo in estate,
quando il luogo si fonde con l'ocra
delle pesche, con il blu intenso degli
ulivi sotto la tempesta.
Piccola resistente parabola
Mi chiamo parola. Piccola resistente parabola
della terra e del sole.
Numero e silenzio, luogo e candore.
Filosofia del corpo, della gola e dell'udito.
Anima riflessa sulla propria distanza.
*
Il senso di questa musica è altrove.
Filo non nato. Cerchio che
si limita a sviluppare il senso,
l'autocontrollo delle cose, delle misure.
*
Era l'ansia del pane,
il fuoco che mi premeva la gola.
Mi accingevo al frutto come un prete,
come si tocca un'ostrica mantenendola
sul palmo della mano.
*
Ti prego di levarmi la vita da quest'altra vita
che ti porgo.
Devi distruggermi anche il respiro dalla sua
inconfondibile radice.
Poi tienimi e scavami l'udito, come fa la natura
con le sue bestie!
*
Il sogno più vivo,
le mani che operano il
senso del risvolto, della
tumefazione.
Ma torneremo dunque
a bagnarci la gola,
a disseppellire il tragico
senso delle fine.












