martedì 27 febbraio 2007

Il frutto che domina

Ho conosciuto Antonio Facchin alla fine degli anni novanta, a casa sua, una casa colonica nella campagna maserina, con pavoni e oche, dove invitava gli amici a leggere poesia o a chiacchierare di libri e di cibo. Ricordo anche una bella festa con gli Hare Krishna. Antonio Facchin è editore, e lo è stato negli anni ottanta, pubblicando per esempio Preparativi per la villeggiatura di Remo Pagnanelli e dirigendo "L'ozio letterario".
Scrive Geno Pampaloni, nella prefazione de Il frutto che domina (Amadeus 1986):
"Non per caso il primo verso di questa raccolta («dolci colli maserìni») e l'ultimo («di consumarsi - dolcemente») sono sotto il segno della dolcezza. Tutto il libro, notevole libro, che si segnala come un radunamento poetico autentico, tanto più intenso quanto più discreto, si pone sotto il segno della dolcezza. Ma la «dolcezza» di Facchin non si nega all'onesto coraggio dell'oltranza, al brivido degli assoluti. C'è in lui una vera crepuscolarità assunta come un giuramento di vita («con questo ricordo, oramai, si può anche morire»); e c'è, insieme, l'esperienza contemporanea dell'analogia come strumento della conoscenza poetica della vita («il sole è l'opera metafisica-dell'aria»...). Nel suo tono dimesso, quasi al limite del silenzio, sussurrato in solitudine, questa poesia suggerisce baluginamenti metafisici («anima riflessa sulla propria distanza»), accomuna («il vegetato rigore della mente») a una estenuata dedizione alla vita, «sostanza che non sosta». Mi permetto di chiedere agli amici un po' di attenzione per questa poesia che, nei suoi limiti, tocca l'essenziale. Cos'è infatti la poesia, oggi, se non «un esempio di verità che tende a un'incognita»?"


*

Il mio soffitto è il cielo in estate,
quando il luogo si fonde con l'ocra
delle pesche, con il blu intenso degli
ulivi sotto la tempesta.



Piccola resistente parabola

Mi chiamo parola. Piccola resistente parabola
della terra e del sole.
Numero e silenzio, luogo e candore.
Filosofia del corpo, della gola e dell'udito.
Anima riflessa sulla propria distanza.



*

Il senso di questa musica è altrove.
Filo non nato. Cerchio che
si limita a sviluppare il senso,
l'autocontrollo delle cose, delle misure.



*

Era l'ansia del pane,
il fuoco che mi premeva la gola.
Mi accingevo al frutto come un prete,
come si tocca un'ostrica mantenendola
sul palmo della mano.



*

Ti prego di levarmi la vita da quest'altra vita
che ti porgo.
Devi distruggermi anche il respiro dalla sua
inconfondibile radice.
Poi tienimi e scavami l'udito, come fa la natura
con le sue bestie!


*

Il sogno più vivo,
le mani che operano il
senso del risvolto, della
tumefazione.
Ma torneremo dunque
a bagnarci la gola,
a disseppellire il tragico
senso delle fine.

domenica 25 febbraio 2007

Gabriella Musetti


Ho conosciuto Gabriella qualche anno fa, a Firenze. Pubblico, con amicizia, una parte della lettera che le scrissi a proposito di Mie care (Campanotto 2002) e che non divenne mai recensione.


"... In questi giorni, ho letto il tuo libro. Mi sembra un lavoro che nasce dall’incontro del dolore con la solitudine, ma che riesce a stemprare l’orrore edificando una sorta di Spoon River o, ancora meglio, un erbario di nomi femminili e di esperienze declinate nella canzonetta, già cara a quel grande triestino che fu Saba. Il libro, più che rimarcare una differenza di genere, secondo il modello indicato da Luce Irigaray nell'Etica della differenza sessuale, propone una sorellanza nata dall’amicizia, da quel legame, dunque, su cui si fonda l’intero sapere occidentale (pensiamo all’etimologia di filo-sofia). A questa, si sovrappone l’amore filiare, vissuto dal versante materno nella prima parte, quasi che le donne citate fossero in qualche modo figlie, frutto del tuo amore per la vita, mentre in Agritudine, torni devotamente figlia, che tuttavia si prende cura della madre e, dunque, ne assume il ruolo. Mie care, insomma è un canto della madre, anche in senso arcaico: come di colei che genera e riprende, che è matrice e grembo, centro che sostiene chi la abita in pace."

*


Risento la tua voce
caparbia Lina
donna di rinunce eppur feroce.
Lenisce le ferite
leccandosi pian piano
come una felina


*

Voglio essere aspra
spaccata dalla lontananza
radice di fiore secco o sterpo
o ramo contorto

né il sangue
sgorgherà dalle fessure
né un grido scioglierà gli antichi lacci


Diagnosi

Se dorme l'anima o almeno la parola
e dentro gli occhi una luce - dice - vuota
e sono automatici - ripete - i movimenti
ma quale senso arreca un'esperienza
e chi sostiene i brandelli di una vita?

la sicurezza o forse la dottrina
risuona certa nei detti del cerusico

l'acume, poi, si limita a seguire
a balzi e strappi come nei mortali



Apologia della carne grande


Non possiedo un corpo maestoso
- dirompente sotto le vesti -
un corpo che brama
(vivere) solo allo sguardo:
carnefice scontroso di un'anima irrequieta


a me hanno assegnato
una piccola carne
biancastra
a contenere
l'anima mia inquieta


*

II poeta è un fingitore o un grande artiere?
vive d'immagini o specula sé stesso?
.................................................
io, per me, rintraccio una chimera
la poesia, ancora, è soglia vera



Genovese, vive da anni a Trieste. Si occupa di scrittura per la scuola e di scrittura delle donne. A Trieste organizza ogni anno "Residenze Estive - Incontri internazionali di poesiae scrittura". Dirige la collana poetica “Sillabario in versi” dell’editore Il Ramo d’Oro e coordina la redazione della rivista "Almanacco del Ramo d’Oro". Ha pubblicato le raccolte poetiche E poi, sono una donna (L’Autore Libri Editore, Firenze 1992), Divergenze (En Plein Officina, Milano 2002), Mie care(Campanotto, Udine 2002) e Obliquo resta il tempo (LietoColle, Como 2005).

venerdì 23 febbraio 2007

poesia visiva


(E. Miccini)
Segnalo la nuova rubrica di Tellusfolio dal titolo poesia visiva


Scrive Claudio Di Scalzo: "L’intento antologico di questa sezione sarà rivolto ai protagonisti della corrente, ma anche agli sviluppi che ha avuto in autori più giovani complici i diversi eventi della tecnica e l’evoluzione del gusto estetico. Unirà poi le riflessioni teoriche di chi fin dall’inizio ha seguito l’evolversi di questa avanguardia come Gio Ferri, e pubblicherà le dichiarazioni di poetica degli autori, che hanno scritto sulla propria opera essendo essa fortemente intellettuale e politica, e i nuovi contributi critici. Darà spazio a chi ha fatto mostre per una vita e a chi ha operato da solitario e in silenzio magari dando alla poesia visiva il carattere di Diario o di nota a margine di un’opera di scrittura in versi o in prosa, solleciterà comunicazioni di musei ed esposizioni in corso e da progettare, aprirà presto una finestra nel giornale per una mostra perenne come sta facendo per la fotografia, terrà contatti con gli editori e le gallerie interessate a pubblicazioni su carta come la Morgana Edizioni di Firenze che edita cataloghi sui Libri d’artista e la Galleria Peccolo di Livorno che da sempre presenta artisti legati alla Scrittura visuale e al Lettrismo francese."

giovedì 22 febbraio 2007

Uovo Cosmico e Eros


Nella mitologia orfica, l'uovo cosmico rinvia all'unità originaria, a quell'indistinto dal quale prende l'avvio ogni forma visibile e invisibile dell'universo. Ma il mito è più antico, risalendo alla prima metà del II millennio A.C., quando si sviluppò in Mesopotamia. Esso è uno dei grandi miti anche della poesia contemporanea, che si rigenera attraverso il desiderio di dare alla luce la parola fondante, originaria, appunto, la parola-matrice che figlia le singolarità mondane.

Riporto un frammento tratto dagli Uccelli di Aristofane, dove tutto questo è mirabilmente raccontato:

“In principio vi era il Caos e la Notte e il nero Erebo e l'ampio Tartaro, e non vi era la Terra né l'Aere né l'Oceano; negli infiniti recessi di Erebo, generò per primo la Notte dalle nere ali un uovo senza seme, dal quale, con volgere delle stagioni, germogliò Eros desiderato splendente nella schiena per le ali dorate, simili a vortici tempestosi”
Platone, nel Simposio, ci racconta che Eros è nato da Poros e Penia, dalla mancanza e dall'ingegno... Ma è bello poterlo immaginare così splendente e tondo, mentre germoglia come una parola che salva!
(scultura: Gianpietro Carlesso, Pro-memoria, 2003)

mercoledì 21 febbraio 2007

Antonio, Antonia


La prefazione di Antonio Banfi al saggio postumo di Antonia Pozzi su Flaubert. La formazione letteraria (Garzanti 1940), inizia con un ricordo tenero della poetessa:


"La sera innanzi al suo ultimo giorno la vidi ad un concerto del Quartetto. In un gruppo di giovani intorno a me sorrideva dagli occhi limpidi, tremanti, chiari, come le sue speranze e i suoi sogni; ma il viso era pallido ancora dell'ansia della musica. Le chiesi del suo Flaubert, scherzando, che era un po' il mio figlioccio e, dopo averlo tenuto a battesimo, non ne sapevo più nulla. «Ci vorrà tempo ancora, mi disse: molto è da rifare, e mi sto rifacendo anch'io»".


E poi riprende un passo di Antonia che ne mette in risalto la passione per la poesia:


«Perché — ella scriveva in quegli anni — non per astratto ragio­namento, ma per un'esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un'adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo alla poesia. Perché la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte».

lunedì 19 febbraio 2007

La ragazza Carla

Questo poemetto di Elio Pagliarani edito nel 1960 è uno di quelli che più ha influenzato la poesia italiana del secondo novecento e che continua a farlo. Il motivo potrebbe essere questo: non perde il contatto tragico con l'esistenza (pur attenuandolo in direzione neorealistica) e lascia la possibilità di usare differenti registri linguistici senza per questo cadere nel più sfacciato neoavanguardismo (cosa che pare altamente offensiva ai giorni nostri).
Qui posto l'I.1, il II.1 e il II.2


I.1
Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c'è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

..............Chi c'è nato vicino a questi posti
..............non gli passa neppure per la mente
..............come è utile averci un'abitudine
.......................Le abitudini si fanno con la pelle
.......................così tutti ce l'hanno se hanno pelle
Ma c'è il momento che l'abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
.............................................o fa contatto
...........................................................o prende la tangente
allora la burrasca
................................periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
............................Solo pudore non è che la fa andare
............................fuggitiva nei boschi di cemento
............................o il contagio spinoso della mano.


II.1

Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all'ombra del Duomo
................Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
................sia svelta, sorrida e impari le lingue
................le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
................capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED
................qui tutto il mondo...
.......................................................è certo che sarà orgogliosa.
Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente - amore al lavoro è amore all'ambiente - così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
............................adesso che lavori ne hai diritto
...........................................................................molto di più.
S'è lavata nel bagno e poi nel letto
s'è accarezzata tutta quella sera.
.....Non le mancava niente, c'era tutta
.....come la sera prima - pure con le mani e la bocca
.....si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
....di piangere di compatirsi
..........................................ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Tira il collo all'indietro ed ecco tutto.


2
All'ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d'angolo
fra l'infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d'ottone come quella
TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY
le nove di mattina al 3 febbraio.
............La civiltà si è trasferita al nord
............come è nata nel sud, per via del clima,
............quante energie distilla alla mattina
............il tempo di febbraio, qui in città?
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
...........Sono momenti belli: c'è silenzio
...........e il ritmo d'un polmone, se guardi dai cristalli
...........quella gente che marcia al suo lavoro
...........diritta interessata necessaria
...........che ha tanto fiato caldo nella bocca
...........quando dice buongiorno
.........................................................è questa che decide
e son dei loro
...............................non c'è altro da dire.

...........E questo cielo contemporaneo
...........in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
...........questo cielo colore di lamiera
.............................sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
.............................sopra tutti i tranvieri ai capolinea
...........non prolunga all'infinito
...........i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
...........coperti di lamiera?
...........È nostro questo cielo d'acciaio che non finge
...........Eden e non concede smarrimenti,
...........è nostro ed è morale il cielo
...........che non promette scampo dalla terra,
...........proprio perché sulla terra non c'è
...........scampo da noi nella vita.

sabato 17 febbraio 2007

Roberto Carifi


Il risvolto di copertina di Amore d'autunno (Guanda 1998), scritto da Giuseppe Conte, parla di Carifi come di un poeta "abitato dall'addio", che ha scritto un libro "pieno di una straziante dolcezza autunnale, percorso da vene di abbandono, di fine, di dolore". Tutto vero. Tutto reale.

*

Esatta è la parola
che viene a noi dal bene,
che afferra come la mano del destino
e piega le ginocchia
e l'uno all'altra ci abbandona.
Se resta un'ombra, amore,
non sarà l'ombra del peccato
ma quella che protegge dalla luce estrema,
che custodisce lo sguardo di chi ama.
A volte il tuo viso muta,
un fragile tremore bacia le tue labbra:
soltanto il bene si mostra così,
nella minuscola piega della pelle,
nel battito sottile dello sguardo.
Il male non ha rossori,
nulla lo lascia impallidire
e si nasconde.


*

Se potessi cantare il tuo nome sarebbe
un'erba cresciuta in pieno inverno,
un tiepido scirocco scioglierebbe il gelo.
Se potessi parlare come quel passerotto
che si posa, muto, sul mio terrazzo!
Ma oggi perfino la pioggia è una lingua straniera
e dovrò mendicare un sorriso.


*

Eppure, amore, corri come un bambino
e lasci il tuo sorriso nell'azzurro,
corre nel filo la tua voce
e accarezza gli angeli malati,
i libri dove imparavo
la cenere del tempo.
Lontano alberi sottili, un'ombra scheletrita
che aprile dona a questo sguardo
di povera anima caduta
tra soffitte di bambole e trenini.
Dentro mi resta un soldatino,
un ussaro di stagno
che mi addormenta sul cuscino.


*

Sapresti inginocchiarti davanti alla rovina,
provare pietà per l'ombra delle cose,
amare un poeta abitato dall'addio?
Ameresti il gelo che ricuce
alle stanze vuote dell'infanzia,
a un cuore di bambola che piange
tra la paura e il sogno?


*

Sono poeta, vedi, sollevo in aria il mio berretto,
dentro c'è un cuore che saluta,
un lampo che tramonta presto,
mentre ti sfioro penso
che l'autunno è un'anima dolente
e mi allontano verso quell'invisibile che amo
e che mi bagna il petto,
e mi allontano e penso che ti farei felice
se non avessi un angelo che mi cammina accanto.

venerdì 16 febbraio 2007

Ultime sul Dal Molin



Il generale J.L.James, comandante delle forze USA in Europa, nel marzo 2005 ha spiegato al Senato americano che la 173° brigata aerotrasportata sarà ampliata in "Brigate Combat Teame" cioè in un'unità di intervento rapido con la potenza di fuoco di una divisione. Quella che Vicenza si candida ad ospitare sarà dunque la più potente unità da combattimento schierata al di fuori dei confini statunitensi, pronta ad intervenire velocemente in qualsiasi teatro di guerra e sottoposta alle competenze dirette del Pentagono. Come riporta "L'Espresso" del 22/09/06, essa sarà "rafforzata come organico (è previsto l'arrivo [a Vicenza] di altri 1.800 militari)" ed avrà le seguenti "dotazioni: 55 tank M1 Abrams, 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep humvee con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence con ogni diavoleria elettronica, due batterie di artiglieria con obici semoventi i micidiali lanciarazzi multipli a lungo raggio Mrls".


Non dimentichiamo che attualmente a Vicenza è già presente una caserma americana - la Ederle - ed altre installazioni minori. La caserma Ederle, situata nella zona est della città, ospita circa 2.500 soldati, il comando Setaf e tutte le strutture necessarie alla formazio­ne e all'addestramento dei militari. Vi è, inoltre, un'area commerciale e diversi hangar con funzio­ne di deposito.
Altri siti sono il Villaggio - dove alloggiano le fami­glie dei militari, alcuni depositi nella zona indu­striale di Marola e il sito Pluto presso Longare (a 5 km dalla città). Quest'ultimo rappresenta da sempre un interroga­tivo per i vicentini: composto da una serie di gallerie e bunker sotto i Colli Berici, nessuno ha mai saputo con certezza che tipo di materiale vi sia stoccato (negli anni ottanta si parlava di missili a testata nucleare). Pluto è stato apparentemente abbandonato per alcuni anni, ma sembra che negli ultimi tempi siano iniziati nuovi lavori per l'espansione e il raf­forzamento della struttura.



Tappe principali del NO al Dal Molin

2003-2006 TRATTATIVE SEGRETE
II Sindaco Huellweck e l'allora Presidente del Consiglio Berlusconi trattano segretamente con gli americani la cessione dell'Aeroporto Dal Molin e danno una disponibilità informale per la militarizzazione della città (la svendono ad 1/4 del suo valore commerciale).


25 maggio '06: CROLLA IL MURO DEL SILENZIO
Vicenza scopre il progetto segreto. L'Assessore Cicero, accompagnato dai militari, presenta la nuova base militare al Consiglio Comunale. Due giorni prima il sindaco aveva negato l'esistenza della questione.

3 luglio 06: NASCE IL DISSENSO
Prima manifestazione No al Dal Molin


5 luglio '06: PRESIDIO AL DAL MOLIN
Circa 500 persone presidiano per alcune ore l'ingresso dell'Aeroporto

23 luglio '06: DAL MOLIN IN PARLAMENTO
Una delegazione di vicentini va a Roma per sottoporre la questione ai Parlamentari. Seguono alcune interrogazione e Prodi si impegna a riconsiderare la disponibilità accordata agli Usa dal precendente Governo


9 agosto '06: FIACCOLATA


12 settembre '06 BLOCCATA LA FIERA


19 settembre '06: NASCE L'ASSEMBLEA PERMANENTE


23 settembre '06 SCUOLE IN PIAZZA
3.000 studenti sfilano in corteo

21 ottobre '06: BLIZ AL DAL MOLIN
Un centinaio di persone invadono pacificamente l'Aeroporto dove viene tenuta una conferenza stampa


26 ottobre '06: PENTOLE SOTTO IL MUNICIPIO
II Consiglio Comunale discute - e approva - il progetto, in piazza migliaia di persone manifestano con pentole, tamburi, fischietti e ogni altro oggetto rumoroso. Sette ore di baccano accompagnano la svendita della città dal parte del Comune

24 novembre '06: PARISI ASCOLTA VIGENZA
Dopo aver annunciato di voler portare la protesta sotto le finestre del Ministero della Difesa, una delegazione dell'Assemblea Permanente viene ricevuta da Parisi


2 dicembre '06: MANIFESTAZIONE NAZIONALE
30 mila persone sfilano in corteo dalla Ederle al Dal Molin

16 gennaio '07: GIORNATA DELLA VERGOGNA
Romano Prodi annuncia dalla Romania che "il Governo non si oppone al progetto". Migliaia di persone manifestano e occupano per due ore la stazione. Nasce il Presidio permanente


17 febbraio '07...


mercoledì 14 febbraio 2007

saggezza e fragilità



Alcuni spunti di rflessione tratti da una lettera aperta a Michelangelo Antonioni ( in R. Barthes, Sul cinema, il Melangolo 1994).


L'artista sa che il senso di una cosa non è la sua verità [...] Non tutti gli artisti, tuttavia, hanno questa saggezza: alcuni ipostatizzano il senso. Tale operazione terroristica generalmente si chiama realismo. Così, quando dichiari (in un'intervista con Godard): "Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici", tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film [...] una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. È proprio in questo che tu assolvi il compito dell'artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante".


...


l'artista "fa parte di un mondo che cambia, ma anche lui cambia; è banale, ma per l'artista è vertiginoso; poiché non sa mai se l'opera che propone è prodotta dal cambiamento del mondo o dal cam­biamento della propria soggettività. [...]
La fragilità qui è quella di un dubbio esistenziale che afferra l'artista a mano a mano che avanza nel suo cammino e nella sua opera; è un dubbio difficile, anche doloroso, perché l'artista non sa mai se ciò che vuole dire è una testimonianza veritiera sul mondo così com'è cambiato, oppure il semplice riflesso egoistico della pro­pria nostalgia o del proprio desiderio: viaggiatore einsteinia­no, non sa mai se è il treno che si muove o lo spazio-tempo, se è testimone o uomo di desiderio".

martedì 13 febbraio 2007

Patrizia Cavalli

Quattro poesie di Patrizia Cavalli. Le prime due tratte da Le mie poesie non cambieranno il mondo, la terza da Cielo, l'ultima da L'io singolare proprio mio (ora in Poesie 1974-1992, Einaudi).
Le parole signorine, le stanze indomabili, l'io carnale, gli oggetti che rimangono estranei al destino degli esseri viventi, Roma degli affetti e minacciosa, l'amore come impossibilità comunicativa: sono questi alcuni temi della sua poesia. Poi c'è il canto, aderente alla sordina del quotidiano e che talvolta diventa guizzo, invettiva, una "lingua piatta e bassa" come recita un verso di Pigre divinità e pigra sorte (Einaudi), il suo ultimo libro.


*

E chi potrà più dire
che non ho coraggio, che non vado
fra gli altri e che non mi appassiono?
Ho fatto una fila di quasi
mezz'ora oggi alla posta;
ho percorso tutta la fila passetto
per passetto, ho annusato
gli odori atroci di maschi
di vecchi e anche di donne, ho sentito
mani toccarmi il culo spingermi
il fianco. Ho riconosciuto
la nausea e l'ho lasciata là
dov'era, il mio corpo
si è riempito di sudore, ho sfiorato
una polmonite. Non d'amor di me
si tratta, ma orrore degli altri
dove io mi riconosco.



*

Non ho seme da spargere per il mondo
non posso inondare i pisciatoi né
i materassi. Il mio avaro seme di donna
è troppo poco per offendere. Cosa posso
lasciare nelle strade nelle case
nei ventri infecondati? Le parole
quelle moltissime
ma già non mi assomigliano più
hanno dimenticato la furia
e la maledizione, sono diventate signorine
un po' malfamate forse
ma sempre signorine.


*

Ah sì, per tua disgrazia,
invece di partire
sono rimasta a letto.

Io sola padrona della casa
ho chiuso la porta
ho tirato le tende.
E fuori i quattro canarini
ingabbiati sembravano quattro foreste
e le quattromila voci dei risvegli
confuse dal ritorno della luce.
Ma al di là della porta
nei corridoi bui, nelle stanze
quasi vuote che catturano
i suoni più lontani
i passi miserabili di languidi ritorni
a casa, si accendevano nascite
e pericoli, si consumavano
morti losche e indifferenti.

E cosa credi che io non t'abbia visto
morire dietro un angolo
con il bicchiere che ti cadeva dalle mani
il collo rosso e gonfio
vergognandoti un poco
per essere stata sorpresa
ancora una volta
dopo tanto tempo
nella stessa posizione nella stessa condizione
pallida tremante piena di scuse?

Ma se poi penso veramente alla tua morte
in quale letto d'ospedale o casa o albergo,
in quale strada, magari in aria
o in una galleria; ai tuoi occhi che cedono
sotto l'invasione, all'estrema terribile bugia
con la quale vorrai respingere l'attacco
o l'infiltrazione, al tuo sangue pulsare indeciso
e forsennato nell'ultima immensa visione
di un insetto di passaggio, di una piega di lenzuolo,
di un sasso o di una ruota
che ti sopravviveranno,
allora come faccio a lasciarti andar via?



*

Ah smetti sedia di esser cosi sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono, Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch'io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

domenica 11 febbraio 2007

venerdì 9 febbraio 2007

Recensione di Alborghetti


Ricordandovi l'appuntamento del 15 febbraio

all'auditorium San Carlo (Corso Matteotti 14) di Milano, ore 18,00

dove parleremo della poesia di Fabiano Alborghetti e della mia

assieme a Gabriela Fantato e ad Adam Vaccaro

vi invito a leggere la recensione che Fabiano ha scritto a

La distanza immedicata

gentilmente ospitata da Fabrizio Centofanti ne La Poesia e lo Spirito

giovedì 8 febbraio 2007

Poesia / Poesie


Giunta al sesto ciclo di incontri, la rassegna Poesia / Poesie di Schio è riuscita ormai a consolidare uno spazio prezioso — unico nella realtà vicentina — interamente dedicato all’ascolto della e alla riflessione sulla poesia. Resta centrale l’intento di creare opportunità di scambio intenso tra autori e lettori — uniti da una comune passione per la pratica poetica — cercando, nel contempo, di ampliare e diversificare le nostre proposte. Se l’anno scorso il ciclo si era aperto con una serata dedicata alla poesia in musica, per concludersi con un inedito reading al Teatro Civico, quest’anno la serata iniziale vedrà la proiezione di un video riassuntivo dell’esperienza dell’anno precedente. Inoltre, una tavola rotonda sul concetto di oralità in poesia e, nella stessa giornata, un’originale performance nelle cantine di Palazzo Fogazzaro, saranno le proposte che andranno ad arricchire il nuovo calendario di incontri e, così speriamo, anche a stimolare ulteriormente l’interesse di un pubblico sempre più numeroso e attento.

A cura di:
Giovanni Borriero, Roberto
Cogo, Stefano Guglielmin,
Andrea Ponso, Enio Sartori




Sabato 10 febbraio
Video-apertura di Armando Bertollo
Palazzo Fogazzaro, Ore 18.00
pres. Stefano Guglielmin

*
Sabato 17 febbraio
Maurizio Cucchi
Palazzo Fogazzaro, Ore 18.00
pres. Andrea Ponso

*
Sabato 03 marzo
Poesia & Oralità , con Ida Travi,
Sandro Montalto e Christian Sinicco
Palazzo Fogazzaro, ore 18.00
pres. Andrea Ponso e Roberto Cogo

Performance , con M. Danieli e C.
Sinicco
; Baby gelido (strumenti)
Cantine Palazzo Fogazzaro, ore 21.00

*
Sabato 24 marzo
Luciano Cecchinel
Palazzo Fogazzaro, Ore 18.00
pres. Giovanni Borriero

*
Sabato 14 aprile
Tiziano Broggiato
Palazzo Fogazzaro, ore 18.00
pres. Roberto Cogo

*
Sabato 28 aprile
Franca Grisoni
Palazzo Fogazzaro, ore 18.00
Pres. Enio Sartori

ospiti di POESIA / POESIE


Giacomo Bergamini, Fernando Bandini, Luciano Caniato, Roberto Cogo, Alessandra Conte, Pino Costalunga, Tiberio Crivellaro, Stefano Dal Bianco, Milo De Angelis, Gabriela Fantato, Paola Febbraro, Umberto Fiori, Giovanna Frene, Stefano Guglielmin, Jolanda Insana, Paolo Lanaro, Loredana Magazzeni, Lorenzo Mantia, Giuliano Mesa, Monica Pavani, Camillo Pennati, Poemus, Andrea Ponso, Loretto Rafanelli, Maurizia Rossella, Sergio Rotino, Cesare Ruffato, Paolo Ruffilli, Enio Sartori, Massimo Scrignoli, Roberto Silvestri, Ida Travi, Giovanni Turra, Cesare Viviani, Lello Voce

martedì 6 febbraio 2007

Anna Maria Farabbi



Con la poesia di Anna Maria Farabbi ogni cosa è figlia di "falda acquifera", anche la sorgente che muove alla parola e della quale Anna Maria diventa levatrice. Con lei incontriamo maternità e paganesimo, canto che viene dalla terra, come in Ida Travi, ma con maggiore intenzione di genere, là dove il matriarcato è tutto da rifondare e, appunto per ciò, necessario. Un matriarcato del corpo femminile e dell'immaginazione, che pesca nella viandanza, nell'attraversamento, per approdare "nella pancia della concimaia / madre".




Ho trovato la matria........la falda acquifera
l’odore nuovo.....il suono respirando....zitta
la magnifica bestia nella mollica.

Le ho porto corona e regno:
il mio nome e la mia poesia
senza ululato senza melodia......via
faccia e canto:

offro al pane
la soletudine della mia nudità regale.

Oltre le polveri gli acari del vecchio abbecedario
dentro cui il peccato e lo scandalo
il senso di colpa e la vergogna: qui ora:
il viaggio è altro. Oltre

La bacio
mentre sento il divenire della mia sua saliva
e i semi
di lingua in lingua.


[da La magnifica bestia, prossima pubblicazione in Travenbook]



***


epitaffio


anna maria farabbi
piccolissima
dorme.

La casa è grande.
Le acque le terre i fuochi e le arie.
L’amore. Il meridiano che anche nel sonno
mi percorre.


[da La magnifica bestia]



Sorellanza: paesaggio orale


Adesso fai una cosa, sei stanca.
Scendi la testa.
Facciamo terra qui, ora.

Ascolta la mia mano mentre ti cammina.....il cuore
preme scioglie i nodi
della tua friabile vecchissima spina

dorsale. Ascolta

questo nostro ritornare lentamente sale acqua farina
attraversando ad occhi aperti la propria madre
nome e cognome
fino alla bocca sdentata
l’allegria la piccola felicità
della nonna grassa e scalza.


[da Per voce ombelicale, inedita]


***

ma io sono nata sola
dentro il sangue della sua pancia
nel cordone di una conoscenza arcaica che espone il suo punto
di concentrazione
in un semplicissimo ombelico...miniatura del labirinto.

ma io sono morta sola
spesa sul campo. da portare intera a spalla
nella pancia della concimaia
madre. Così da creare il fare

altri figli/e sì


[da Per voce ombelicale, inedita]




Sono nata a Perugia il 22.7.1959. Sono stata redattrice della rivista letteraria "Lo spartivento" di Bologna, ormai chiusa. Ho collaborato per traduzioni recensioni interviste a scrittrici e scrittori e per lavori di critica letteraria a vari giornali e riviste, tra cui ""Legendaria", e per la rivista bilingue africana "Sister Namibia", come corrispondente italiana. Ho pubblicato opere saggistiche sulla rivista letteraria "Il rosso e il nero". Miei racconti e poesie sono apparsi su varie pubblicazioni, tra cui "Poesia", "Atelier", "La Clessidra", "Il vascello di carta", "Versodove", "Poetrywave", "Yale italian poetry", "Pagine", "Famiglia Cristiana", "Letture"… Sto attualmente collaborando con la Fondazione Bianciardi – Il Gabellino – per un lavoro di interviste ad esponenti autorevoli internazionali (storici, poeti, filosofi, traduttori…).


Per poesia:
Fioritura notturna del tuorlo, Tracce,1996
Il Segno della Femmina, Lietocolle, 2000 con cd
Adlujè, Rovigo, Il ponte del sale, 2003
Kite, portfolio di 9 opere grafiche di Stefano Bicini su mie poesie, Studio Calcografico Urbino,2005
Segni, con opere grafiche di Stefano Bicini, Pescara, Studio Calcografico Urbino, 2007
La magnifica bestia, Travenbook, 2007

Per prosa:
Nudità della solitudine regale, Zane Editrice, 2000
La tela di Penelope, Lietocolle, 2003

Per saggistica con traduzioni:
Le alfabetiche cromie di Kate Chopin, Lietocolle, 2003 (monografia su Kate Chopin)
Un paio di calze di seta, Sellerio, 2004 (raccolta di racconti di Kate Chopin)
Il lussuoso arazzo di Madame d’Aulnoy, Travenbook, 2007

Monografia sull’ opera:
Francesco Roat, L’ape di luglio che scotta, anna maria farabbi poeta, Lietocolle, 2005

domenica 4 febbraio 2007

Marco Furia. Inedito



Questa poesia sgrappola a valanga una sequela di unità paradossalmente vere, ingabbiate nel sistema poesia come per caso, voci ossimoriche, frasi d’ordinaria maestà scivolate nell’endecasillabo a comporre il ritratto di una monna Lisa pennellata da un Arcimboldi, una Lisa vitale come uno scarto di binario, come una crepa artica.


Profonde rughe minime

Profonde rughe minime, sorriso
enigmatico, inquieto, giammai pigra
sollecita fiacchezza, trattenuta
quale infecondo impeto parola
iconico languore, forse pago
insoddisfatto assillo scrupoloso
manchevole frasario, non ostile
né benevola, incolume, sincera
impulsiva coerenza (di fiducia
sempre incerta fermezza: peso greve
sostenibile carico), felice
di distacco tormento, castigato
impudico rimando ad appagare
desiderio inespresso ancòra teso
violata prostrazione, ad altro gioco
consolatorio volta, non più tregua
raggiunto approdo, nobile, se appena
perpetuo attimo effimera, confusa
ordinata memoria, falsa effigie
non contraffatta, utile in esame
velleità negligente, dubbio, errore
perplesso assioma assiduo, sobria voce
esistere dinamico caduco
compreso segno, tratto, cenno incline
diversa, sì spontanea, zitta vita.

venerdì 2 febbraio 2007

Ervin Hatibi


Comincia con questo post l'incontro con la poesia albanese, curato da Anila Resuli. Sarà un appuntamento mensile, che ci permetterà di conoscere meglio una realtà linguistica e culturale di confine. Buona lettura e un grazie sincero ad Anila, giovane poetessa e traduttrice.






La poesia di Ervin Hatibi si presenta da una parte come un canto contro le rivolte, la degenerazione del popolo in una guerra civile, contro l’orrore di tale guerra e la sua sofferenza; dall’altra è un ricordo, un insieme di emozioni, asciutte e vere in ogni loro parte, dove le distanze si allungano e le attese sono infinite. Non vi è spazio per stare fermi nella sua poesia: è tutto un continuo di immagini spesso dilanianti; il poeta stesso, che si sente oppresso dal mondo, dai confini di esso e nella memoria, tenta di rovesciare questa sofferenza e staccarsene. Ma nella sua poesia non vi sono vie di fuga: il terrore sgola fino alla fine e il desiderio di evadere, di staccarsi da tale condizione rimane. Il poeta è sempre lo stesso, senza vie di fuga: “rimango un nudo povero, svestito, e il fuoco non può scaldarmi”. Il confine sembra essere l’amore, gli occhi dell’amata “dentro giardini senza il confine dei tuoi occhi” ma anche lei fugge, abbandona. Vi è un legame forte poesia-poeta: il poeta appartiene alla sua poesia come la poesia al poeta. La poesia diventa quindi un modo per raccontarsi, chiamarsi all’interno del mondo che tanto soffre e rende sofferenti.



Notti di febbraio

Spari
la notte si buca e sgocciola
la città si riempie di acqua scura;
spari, spari
cade il sonno sopra le madri
scorre tra le vie del latte del seno
il valium
la paura cittadina, una messa in pianto sotto le banche di legno;
spari, spari
improntano tra le palpebre le scarpe grevi
con i piedi piccoli dei soldati all’interno.


Avvicinati

Voglio dimenticare oggi le parole,
lascia che parlino da soli gli sguardi,
lascia che parli la mano che trema,
qui sulla la mia chitarra.

Perché quando diviene buio cade la notte
una luce s'accende dentro di me
la gente spegne i volti
null'altro sento tranne te.

Tra le settimane fluisce la tristezza
ho ripreso di nuovo a fumare
non sei diversa dalle altre
solo io sono cambiato.

Tiro la tua immagine
e solo nel sonno
siamo insieme, ma all'alba
rimango solo.

Ti guardo distintamente quando sei lontana,
avvicinati che io ti ami:
e se questo è un gioco
non amo giocare.

Qualcosa di buono l'ho saputo:
le ragazze muoiono come i fiori;
un petalo che mi ha portato l'autunno
e sopra i miei capelli arriva a sedersi.

Ti guardo distintamente quando sei lontana...



La poesia della perdita

Tu mai non capisci cosa perdi;
giochi come un gatto sullo spazio
più verde dei tuoi occhi
e io offeso, umiliato
ti seguo dietro la mia ombra.
E' tardi, quanto tardi dal distacco
io sopra l'uva rompo rami;
come un idiota soffio alla cenere.
Accenditi fuoco
e getta lì fiori, fazzoletti, versi
gli stracci e tutto quello che ho
e rimango un nudo povero, svestito
e il fuoco non può scaldarmi.
Tu mai non capisci cosa perdi;
giochi come una foglia dentro giardini
senza il confine dei tuoi occhi
ma io voglio amarti
ad ogni costo.



Ervin Hatibi è considerato tra i migliori i poeti contemporanei albanesi del postcomunismo. Nato a Tirana nel 1974, studiò francese all’Università delle Lingue Straniere a Tirana. Pubblicò la sua prima raccolta durante la dittatura comunista, ma fu solo dopo che divenne più popolare soprattutto tra gli studenti universitari. Tra le sue raccolte edite vi sono Përditë shoh qiellin (Guardo il cielo ogni giorno), Tirana 1989; Poezi (Poesie), Tirana 1995; Pasqyra e lëndës (Lo specchio della materia), Tirana 2004; e tra i saggi più noti Republick of Albania Tirana 2005. Egli è anche un pittore e i suoi lavori sono esibiti sia in Albania che all’estero. Ismail Kadare, poeta e scrittore albanese nominato al Nobel, lo definisce come il futuro della poesia moderna albanese.

giovedì 1 febbraio 2007

Inedito


Dandovi appuntamento a domani, all'Hotel La Rocca, di Bazzano (BO), alle ore 21,00 dove Alessandro Ansuini presenterà La distanza immedicata, vi invito intanto a leggere il mio inedito appena pubblicato su Poesia da fare.