giovedì 31 marzo 2011

Pierluigi Cappello


Per gli uomini di confine, lo spazio dell'infanzia (il paese, più spesso la contrada), è una soglia temporale che tiene abitudini e volti, odori e usi perduti per sempre, che la poesia riporta alla luce sempre nella direzione della cultura altra, dove la tradizione del microcosmo (che è sia gesto sia lingua in disuso) veste le sembianze del tempo mitico, quando dolore e gioia dialogavano con il sacro. Così capita anche in Mandate a dire all'imperatore (Crocetti 2010, Premio Viareggio) di Pierluigi Cappello, ma declinandosi in modo originale. Se spesso, infatti, origine e memoria stanno insieme, diventando nostalgia o bucolica consolazione, in Cappello "scrivere e dimenticare" sono coessenziali, tanto che la prima, solo in grazia dell'aver-dimenticato, riesce a tenere "un mondo intero sul palmo" per poi soffiarci sopra, con tragica consapevolezza. La memoria vorrebbe prigioniero il tempo, lo tiene in ostaggio. E così fa essa del poeta, quando questi la aduna per trovare ristoro. Appoggiare il mondo sul palmo, invece, significa ricordare con lucidità, senza nostalgia o compassione ("perché non ho nessuna pietà di voi / perché ho soltanto i miei occhi nei vostri"), per lasciarlo essere così com'è, e, prima di "soffiare", guardarlo in tutta la sua essenziale precarietà, per imparare.
Quanto insegna Chiusaforte, il suo paese natale, erto in una stretta valle ai confini tra Italia, Austria e Slovenia, non rappresenta infatti il valore salvifico dell'origine, bensì la caducità stessa delle cose, l'evidenza che "ogni forma diventa una forma di tristezza / il tuo lungo ingresso alla cenere". Non soltanto il moderno, dunque, ha seccato "i pozzi", ma l'avvio stesso è attraversato dal seme della morte, come lo stesso Sereni ammette, nell'Intervista a un suicida (il cui ultimo verso – "nulla nessuno in nessun luogo mai" – fa da epigrafe alla poesia incipitaria e omonima di Mandate a dire all'imperatore), quando scrive: l'anima "non è / che una fitta di rimorso".

Come la filosofia, secondo il Montaigne dei Saggi, insegna a morire, lo stesso fa l'osservazione di Chiusafonte, concrezione del tempo sopravvissuta – parzialmente (vedi L'autostrada, che "ha tagliato la pancia alla valle / e la gola di chi è rimasto") – alla civilizzazione, piena di "parole povere", dove ogni essere ha un nome teneramente mortale, come il formicaio di Aci Trezza in Verga, o Malo di Meneghello, Casarsa di Pasolini e, appunto, Chiusaforte, in cui cantare e resistere corrispondono all'agire sacrificale dei sopravvissuti, compiuto per garantire il succedersi delle nuove generazioni, le quali, proprio per questo operare doloroso, agli anziani credono: "Nô o cjantin parceche o tignin dûr / il nostri murî al è pal nassi dai fis" (Noi cantiamo perché teniamo duro / il nostro morire è per il nascere dei figli). Non conosco nessun altra regione come il Friuli Venezia Giulia in cui il dialogo fra generazioni sia così intenso, così radicato; fa forse eccezione Trieste, città mercantile e marinara, in cui l'origine austrougarica si mescola con l'ebraismo, e la cultura slava con la tradizione alta italiana, città dunque moderna sin dapprincipio, sia pur con le resistenze di una realtà di frontiera.

Friuli significa tuttavia anche terremoto e ricostruzione. Ricostruzione dopo lo sradicamento. Ecco allora Campo Ceclis, a sud di Chiusaforte, sua appendice artificiale, villaggio prefabbricato dove Cappello rifonda l'infanzia, in ore di libertà e gioco collettivo intanto che la comunità adulta riparte. Due origini, dunque, seguite dal tragico incidente, che lo renderà disabile negli arti inferiori, ma sopraffino nel far tesoro di questo nuovo avvio, il terzo, capace di rifondare sia le "pietre sparse e tegole rotte" della civiltà moderna, tramite la pienezza dell'agire ordinario (usare il dentifricio, mescolare lo zucchero, ritagliare figure, ma anche mettere "il portafoglio nero / nella tasca di dietro" o impugnare "la motosega", tutte azioni luminose come "piccoli pesci che baciano l'aria"), e sia l'esperienza in poesia, aspra e tenera nel contempo, come il paesaggio carsico, lacerato dalle guerre e, per questo, straordinariamente umano. Poesia e paesaggio che trovano il loro emblema nella figura paterna, figura salvifica questa sì, alla quale il figlio si identifica, cogliendola nel suo fare amoroso, materno direi: "E qui mentre [...] / [...] / il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato / mio padre torna per sempre nella sua tela cerata verde / bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere / come fosse eternamente schiuso / [...] / io sono lo stare di quell'uomo bagnato dalla pioggia" (Ombre).




Mandate a dire all'imperatore


.........nulla nessuno in nessun luogo mai
.........................Vittorio Sereni



Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti apena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.



Ombre


Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l'est, le pietre rotte dall'inverno
l'ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l'Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un'eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l'aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l'inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un'Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell'uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall'ombra
si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l'ombra dall'ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l'altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all'alto, seguendo una salita.




Una rosa


Che cos'è quella rosa sul tavolo
ferma nella sua freschezza come un lago alpino
alta nel suo silenzio più del fragore
dei quotidiani affastellati lì accanto
più del disordine dei notiziari,
la concitazione delle chiavi di casa.
Che cos'è questa parola verdeggiante d'amore
se non il suolo dove lasciarsi cadere
la penombra di un bosco da attraversare
e la mano che si apre e prende la mia
e mi conduce a me.



Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell'ora indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero di matita
da me a te né dopo né dove, amore, nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l'albero è capovolto, la radice è nell’aria.



Poiein


Tu sei di qui, di questo mondo
l'ombra delle tue dita si stampa
sul candido del foglio, la punta della penna;
stai dentro le parole, stai ogni giorno dentro le parole
nella forma delle cose mentre le si osserva
e ogni forma diventa una forma di tristezza
il tuo lungo ingresso alla cenere.

Rimetta a noi i nostri cieli la parola aggiustata,
un segnale nutrito dal lampo nel poco di nessun conto
nel conto dei giorni vissuti senza cura
e abbracci, ma senza abbagliare,
ogni minuto preso dal vento
e il presente di queste mani
come se fosse eterno.


Pierluigi Cappello è nato a Gemona del Friuli nel 1967, ma è originario di Chiusaforte dove ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Con altri poeti della sua regione ha fondato e diretto per qualche tempo "La barca di Babele", una collana di poesia che in pochi anni ha accolto e diffuso testi inediti di autori significativi di area veneta, triestina e friulana. Ha raccolto gran parte dei suoi versi in Assetto di volo, edito da Crocetti, Milano 2006. Nel 2008 ha pubblicato Il dio del mare (Lineadaria, Biella), un volume che riunisce alcuni suoi saggi e interventi. Attualmente vive a Tricesimo (Udine), dove è impegnato in un'intensa attività artistica e di divulgazione della poesia contemporanea nelle scuole e all'Università.

12 commenti:

  1. redmaltese31/3/11 19:17

    Fantastico!
    grazie Gugl.
    red

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  2. Un libro splendido, che unisce memoria, il presente con i suoi momenti trattenuti e uno sguardo a volte tenero sul futuro (ma “senza nappe né nastri”, come scrive l'autore in Lettera per una nascita). Tutto è tenuto insieme, è “il mondo intero sul palmo”, da lasciar andare, infine. Fortunatamente per noi rimangono le parole sulla carta.
    Grazie Stefano, un caro saluto.

    Stefania C.

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  3. Un libro davvero splendido e un poeta a cui in molti vogliamo bene. Grazie Stefano. nadia agustoni

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  4. Essendo quasi suo coetaneo, e di un paese molto vicino a Chiusaforte (e a Gemona) mi pare di avvertire con forza particolare certe atmosfere e certi significati, che sembrano apportarmi una sorta di dolce dolore.
    Ne approfitto per lasciare un segno su questo blog, che apprezzo moltissimo e seguo in silenzio. Ciao

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  5. carissimi, ho mandato una mail a Cappello per informarlo che ho scritto questa recensione. Spero che si faccia vivo.

    Intanto vi ringrazio tutti!

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  6. Una poesia, quella di Pierluigi Cappello, che sa toccare estremi come la tenerezza e una sorta di malinconia, facendoli incontrare in un ascolto che li muove all'unisono, conducendo a una consapevolezza che riconduce alla terra, al suo essere grido e bellezza.

    Molto bella anche la tua presentazione, stefano.

    ciao!
    iole toini

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  7. Che Cappello sia un grandissimo autore, e lo sia sempre stato, non ci sono dubbi. Gli ultimi lavori sono quelli in cui secondo me raggiunge le vette più alte, anche perchè sembra essersi liberato di una attenzione alla costruzione rigida del verso che a volte sembrava frenarlo. Adesso non più.

    Francesco

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  8. è un grande autore che comincia ora ad a essere nominato anche dalla critica che conta. però non ha un carattere facile, visto che non ha risposto a nessuna delle mail che gli ho mandato.

    ciao a Iole e Francesco (T?)

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  9. Sì, T.
    Caro Stefano, per quanto ne so Pierluigi segue molto molto poco le mail e internet, ed ha avuto recentemente (come purtroppo gli è già capitato in passato) dei problemi di salute. Le sue condizioni sono particolari, come ben sai, e dunque ci vuole un po' più di comprensione per questi aspetti.

    Francesco proprio T.

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  10. Pierluigi tocca, con le sue mani,
    il dentro suo, e nostro, è come se ad un certo punto nel leggerlo ci si potesse sentire uniti, fusi,come si potesse avere una sola schiena.
    Credo riesca a risvegliare il Friuli
    che c'è in ognuno di noi, la nostra Chiusaforte, che ci attende dopo aver soffiato sul palmo.
    vincenzo celli

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  11. un pasolini dell'era postmederna

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