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lunedì 30 gennaio 2017

Mahmud Darwish


Per comprendere meglio Il giocatore d’azzardo (Mesogea, 2015, trad. it. di Ramona Ciucani), poesie postume di Mahmud Darwish (1942-2008), conviene tener conto della radice politica della sua ispirazione originaria, condensata nella famosissima Carta d’identità, vero manifesto identitario del popolo arabo. La lucida introduzione di Elisabetta Bartuli a Una trilogia palestinese (Feltrinelli, 2014) ci illumina in tal senso, riconoscendo alla poesia di Darwish tre tempi: il primo (1964-1973), corrisponde alla “fase rivoluzionaria e patriottica”, che ha fatto di Darwish il poeta palestinese più amato; il secondo atto coincide con la fine egli anni Ottanta, dove epica e lirica, tradizione e innovazione si giocano nel medesimo spazio testuale; l’ultima fase è pervasa dalla metafisica e dall’interrogazione dell’uomo, inteso, per dirla con Ungaretti, quale “docile fibra dell’universo”.

In questo terzo e definitivo periodo, si inscrivono i sei poemetti che compongono Il giocatore d’azzardo, segnati, specie i due più lunghi, da una frammentarietà non occasionale, ma fondata, mi sembra, nell’aver tolto la temporalità dal racconto, dalla messa in sospensione della Storia quale ordine diacronico e ideologicamente fondato dei fatti. Ne consegue il germogliare degli eventi, il loro succedersi atemporale, tenuto insieme dall’idea che sia il caso a guidare ogni cosa, non solamente le vicende umane, ma anche “fattezze, caratteri / e malattie”. Non quindi la responsabilità o l’impegno quali determinazioni causali di un essere senziente ci distinguono dalla natura, bensì la consapevolezza di stare in balia di un tempo-reticolo nel quale ci incanaliamo casualmente, senza averne cognizione preliminare.

Una prospettiva, questa, molto simile a quella di Wislawa Szymborska (cfr. “Ogni caso”, in Vista con granello di sabbia), anche lei figlia di una forte appartenenza nazionale e ideologica (il comunismo stalinista), dal cui vincolo culturale si staccò, appunto, concependo un universo privo di senso e governato dall’assoluta casualità. Mentre tuttavia la poesia dell’autrice polacca, come scrive Pietro Marchesani nella postfazione al Granello, “non dà risposte, perché ogni domanda può solo generare altre domande” spesso di carattere ironico, Darwish tenta la via della comunicazione sapienziale e della narrazione allegorica, partendo, come ci dice nel primo poemetto, “Qui, ora, qui e ora”, dall’evidenza storico-ontologica che “viviamo / ai margini dell’eternità”, abitando le “macerie”. L’invito che egli fa, non più solamente al popolo palestinese, ma all’umanità tutta, è di evitare risposte stereotipate, che vedano per esempio nell’intifada l’unica soluzione all’ingiustizia, per avvicinare invece lo stesso problema da un livello superiore di consapevolezza, ossia partendo dalla condizione ontologica dell’uomo, dalla sua marginalità esistenziale, dalla sua contingenza infondata. Viene in mente la Szymborska, ma anche si sente una vicinanza con Edmond Jabès, ebreo egiziano, che sempre lottò contro la territorializzazione israeliana, riconoscendola radicalmente contraddittoria con la cultura ebraica, che è nomadica, scritta sulla sabbia, in un viaggio che chiede ospitalità in una terra dove Narciso oscuri lo specchio. Darwish segue la stessa traiettoria, negando all’autoreferenzialità di Narciso, al disconoscimento dell’altro, la via della pace. Ce lo dice sia nel primo e sia nel poemetto che dà il titolo al libro: “Se avesse potuto vedere qualcun altro, oltre sé / si sarebbe innamorato della ragazza che lo fissava / […] / se fosse stato un po’ più intelligente / avrebbe frantumato quello specchio / e visto quanti sono gli altri”.

Il tema dell’altro è decisivo ne Il giocatore d’azzardo e piace sapere questa convergenza con un filosofo ebreo, pur tenendo conto che la cultura araba possiede già questa nozione. Penso al Sufismo e, fra i contemporanei, penso ad ‘Ali Ahmad Sa‘id Isbir, conosciuto in Europa col nome di Adonis, quando scrive, in Sul dialogo culturale euro-islamico: “L’io esiste solo attraverso l’altro. L’altro, nella costruzione dell’essere, non è soltanto un elemento per il dialogo e l’interazione, ma è un elemento costitutivo. Attraverso l’altro, l’io viaggia verso se stesso”.

Lo stesso Occidente nel Novecento ha elaborato una precisa riflessione sull’alterità, basti pensare al decostruzionismo di Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Michel Foucault e Jean-Luc Nancy,  all’ermeneutica di Paul Ricoeur e all’ontologia etica di Emmanuel Lévinas. Tutti autori che, con Darwish e Jabes, hanno riconosciuto nella scrittura la loro patria: “Persino nel vento – si legge ne Il giocatore d’azzardo – sono tutt’uno / con alfabeto”. Una patria che fa dell’instabilità identitaria, del confine quale soglia del contatto, la sua ragion d’essere, l’unico qui e ora – storico, non astratto – capace di tenere passato e futuro in una scommessa di sopravvivenza.
Benvenuti quindi a questi sei poemetti i quali, come ci ricorda Ramona Ciucani in postfazione, rappresentano la parte iniziale della  raccolta Non voglio che questa poesia finisca, di cui ci auguriamo presto la traduzione integrale.


Stefano Guglielmin, in "Semicerchio" 1/2016





mercoledì 16 aprile 2014

Ramona Ciucani traduce e commenta Mahmud Darwish



Omaggio a Mahmud Darwish



Il 13 marzo scorso dodici città in tutta Italia hanno omaggiato l’icona della poesia contemporanea palestinese, Mahmud Darwish, nel giorno del suo compleanno.
La proposta, lanciata dall’Associazione Arabismo di Roma e raccolta da molti, aveva lo scopo di sottolineare una grave mancanza editoriale: le sue traduzioni italiane sono ormai fuori commercio.
Venezia era tra le città che hanno partecipato all’iniziativa e ha offerto un reading poetico memorabile grazie alla partecipazione degli studenti del Master MIM (Master di Mediazione Inter Mediterranea) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e alla collaborazione della Biblioteca Querini Stampalia. Mettere in sinergia due diverse istituzioni, l’università e la Biblioteca Querini, ci è sembrato un modo positivo per raggiungere più direttamente la cittadinanza e far sì che la poesia dell’autore circolasse in uno spazio culturale allargato e di tutti.
Nella splendida cornice della rassegna queriniana in omaggio a Mario Stefani, otto studenti si sono alternati sul palco e hanno letto i testi di Darwish in otto lingue: arabo, ebraico, persiano, turco, inglese, francese, spagnolo e italiano. Altri loro colleghi hanno allestito un video per presentare l’autore, una bibliografia ragionata multilingue messa a disposizione degli intervenuti e una scenografia con immagini e traduzioni italiane delle poesie. È stato un grande lavoro di concerto, non sempre facile, che ha raggiunto gli obiettivi prefissati: coinvolgere e incuriosire non solo il pubblico ma anche gli studenti. Abbiamo tutti imparato com’è possibile fare mediazione culturale attraverso la letteratura e la poesia.
Da coordinatrice veneziana, ho partecipato all’allestimento del reading in ogni sua parte (costruzione del percorso poetico, selezione dei testi, cura delle traduzioni italiane, lettura di un inedito, introduzione al recital, organizzazione tecnica). La cosa di cui sono stata più orgogliosa è stato l’entusiasmo e la soddisfazione degli studenti alla fine dell’evento.
Mi auguro che, in Italia, come è stato fatto in Spagna, Francia, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, si torni presto a tradurre la poesia di Darwish, dando ai lettori l’opportunità di conoscerlo e gustarlo in italiano e all’autore la voce poetica che merita nel nostro panorama editoriale.
Per condividere con voi parte di questa festa di parole ed emozioni, Stefano Guglielmin ha accettato di ospitare alcune mie traduzioni inedite e parte dell’introduzione poetica letta durante il reading del 13 marzo. A lui e al suo instancabile lavoro di passeur, il mio sincero grazie.

*** 

Il criterio che ci è sembrato più efficace a restituire una breve panoramica della produzione poetica di Mahmud Darwish è stato quello cronologico, poiché ci permette di spaziare nell’immaginario retorico del poeta dai poemi giovanili della resistenza a quelli d’amore, dai testi intimi e autobiografici della maturità alle riflessioni faccia a faccia con la morte. Grazie a questo criterio, si è venuta delineando una geografia poetica che corrisponde alle fasi che scandiscono il percorso umano ed estetico dell’autore, spesso intenzionalmente in contrasto e rottura l’una con l’altra. Sicuramente non potremo qui approfondire l’evoluzione stilistica e retorica dell’intera sua opera poetica, che diviene sempre più complessa nello stretto legame tra poesia e pensiero, tra parola e ritmo. Cercheremo solo di farvela intuire. Darwish ha attraversato più di cinquant’anni di storia del Medio Oriente e li ha interpretati e condensati nella sua poesia (dalla Questione Palestinese, alla guerra civile libanese, dalle vicende dell’OLP, agli accordi di Oslo e al dopo Oslo). Ha però deciso di rifugiarsi nella sua lingua, la lingua araba, per non restare ingabbiato nell’etichetta di “poeta palestinese”, e ha eletto la poesia a sua patria. È l’universalità che ci piace e vogliamo sottolineare stasera. Le sue poesie hanno parlato tutte le lingue del mondo e continuano a parlare alle nuove generazioni di poeti e lettori, non solo arabi. Con la sua opera, Darwish ha aperto un orizzonte poetico nuovo, trasformando la sua poesia da affermazione di identità in eterna presenza nelle parole. Come ha detto Yasir Suleiman (Cambridge University) “where politics fails, literature succeds”. […]
La raccolta del 1995, Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (trad. di L. Ladikoff, S. Marco dei Giustiniani, 2001), segna un punto di svolta nello stile dell’autore: da qui inizia l’identificazione totale con la lingua e la poesia araba (“Io sono la mia lingua” dice Darwish in un’intervista), che si caricano dei riferimenti intertestuali e delle allusioni alla tradizione araba classica, ai mistici persiani, alla mitologia del Medio Oriente oltre che a quella greca. Forse, il poeta greco Yiannis Ritsos nel definire l’amico palestinese un poeta “lirico-epico”, si riferiva a questa fase, in quanto il nostro autore fonde l’epica classica con il lirismo della poesia moderna, e addirittura si definisce un “poeta Troiano”, ossia un poeta che racconta la sconfitta, gli sconfitti/il suo popolo, in contrapposizione a chi da millenni ha raccontato i vincitori, ma che attraverso la poesia della perdita trova la via per trascendere la sconfitta. […]
A conclusione di questo viaggio sonoro, ci sarà un estratto da “Il giocatore d’azzardo” (Lā‘ib al-nard) dalla raccolta Lā ’urīdu li-haḏihi al-qaṣīda an tantahī (Non voglio che questa poesia finisca), poesia postuma pubblicata nel 2009. Una summa biografica che potremmo definire una “poetografia”, per riprendere una definizione del poeta iracheno Sinan Antoon, ossia una biografia in forma di poesia. L’ho tradotta per questa occasione e la ascolterete in anteprima nazionale, visto che è ancora inedita. La metafora che veicola ossia che la vita è un gioco d’azzardo, ci pare una degna conclusione di questo percorso nelle parole e nella vita di Darwish, e rappresenta l’abolizione della differenza tra poesia e vita raggiunta dall’autore.





Carta d’identità
Haifa, 1964
tit. orig. Biṭāqat huwīya
                                                                                                                                      dalla raccolta Awrāq al-zaytūn (Foglie d’ulivo)

Scrivi!
Sono arabo
carta d’identità numero cinquantamila
ho otto figli
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti fa rabbia?

Scrivi!
Sono arabo
lavoro con i miei compagni di miseria
in una cava
ho otto figli,
per loro, dalla pietra
cavo pane
abiti e quaderni.
Non vengo a mendicare alla tua porta
e non mi abbasso
davanti alla soglia di casa tua.
Ti fa rabbia?

Scrivi!
Sono arabo
sono un nome senza titoli
sono paziente in un paese
pervaso da fremiti di rabbia
le mie radici
sono ben salde da prima che nascesse il tempo
da prima che avessero inizio i secoli
da prima del cipresso e degli ulivi
da prima che germogliasse l’erba.
Mio padre è della famiglia dell’aratro
non discende da signori,
mio nonno era un contadino
senza stirpe né lignaggio!
Mi ha insegnato l’arroganza del sole
prima di insegnarmi a leggere libri.
La mia casa è un capanno
di legni e canne.
Soddisfatto della mia posizione?
Ho un nome senza titoli!

Scrivi!
Sono arabo
capelli:     neri
occhi:       marroni
segni distintivi:
una kefiya in testa
e il palmo rugoso come pietra
che raschia quel che tocca.
Indirizzo: 
un lontano villaggio dimenticato,
dalle strade senza nome
in cui tutti gli uomini lavorano nei campi o alla cava.
Ti fa rabbia?

Scrivi!
Sono arabo
defraudato delle vigne dei miei avi
e della terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
A noi e a tutti i nostri posteri
non hai lasciato
che queste pietre.
Le prenderà forse il vostro governo, come dicono?

Dunque,
scrivi
in testa alla prima pagina:
non odio la gente
e non aggredisco nessuno
però, se avessi fame,
mangerei la carne del mio usurpatore.
Attento, sta attento
alla mia fame
e alla mia rabbia!




Vengo da laggiù

Parigi, 1986

tit. orig. Anā min hunāk
dalla raccolta Ward aqall (Meno rose)


Vengo da laggiù. E ho dei ricordi. Sono nato come nascono tutti. Ho una madre.
E una casa con molte finestre. Ho fratelli, amici e una prigione con una gelida feritoia.
Ho un'onda ghermita dai gabbiani. Ho una vista tutta per me. Ho un prato smisurato.
Ho una luna ai confini delle parole, semi per gli uccelli e un ulivo immortale.
Sono passato sulla terra prima che le spade passassero su di un corpo e lo rendessero pasto.
Vengo da laggiù. Rendo il cielo a sua madre quando è lui a piangerla,
e piango affinché una nuvola di ritorno mi riconosca.
Ho imparato tutte le parole degne del tribunale del sangue per poter infrangere la regola.
Ho imparato tutte le parole, poi le ho smontate per ricomporne una sola:
Patria.



Il giocatore d’azzardo
tit. orig. Lā‘ib al-nard
dalla raccolta Lā ’urīdu li-haḏihi al-qaṣīda an tantahī
(Non voglio che questa poesia finisca, 2009)


Chi sono io per dirvi
quel che vi dico?
[…]

Io sono un giocatore d’azzardo,
a volte vinco, a volte perdo,
sono come voi
o poco meno.
Sono nato di fianco al pozzo
e a tre alberi solitari come monache,
sono nato senza fanfare né levatrice.
Mi hanno dato questo nome per caso,
ho fatto parte di una famiglia
per caso,
ereditandone fattezze, caratteri
e malattie
[…]

Non è affatto dipeso da me quel che ero,
è stato un caso che fossi
maschio
[…]

Non è dipesa da me la mia vita
[…]

Avrei potuto non essere rondine
se il vento l’avesse voluto,
e il vento è la fortuna del viaggiatore.
Sono andato a nord, ho percorso il mondo da est a ovest,
quanto al sud, era lontano e riottoso,
perché il sud è il mio paese.
Così sono diventato una metafora di rondini per librarmi sopra i miei resti,
in primavera e in autunno,
ho battezzato le mie piume nelle nuvole del lago
e ho prolungato il mio saluto
sul Nazzareno che ha vinto la morte
poiché, in Lui, c’è il soffio di Dio
e Dio è la fortuna dei profeti.

Per mia fortuna sono il vicino della divinità,
per mia sfortuna è la croce
la scala eterna verso il nostro futuro.

Chi sono io per dirvi
quel che vi dico?
Chi sono io?

L’ispirazione, fortuna dei solitari,
avrebbe potuto non allearsi con me.
Il poema è un lancio di dadi
su uno scampolo di tenebra,
luccica a tratti
e le parole cadono
come piume sulla sabbia.

Non dipende da me il poema
se non quando ubbidisco al suo ritmo […]

Non dipende da me il poema se non
quando l’ispirazione s’interrompe
e l’ispirazione è la fortuna del talento che si mette all’opera. […]

Così nascono le parole. Alleno il cuore
all’amore affinché contenga le rose e le spine.
Mistiche, le mie parole. Carnali, le mie voglie.
Non sarei quel che sono ora
se quei due – l’io e l’io femminile -
 non si fossero incontrati.
O amore, cosa sei? Quanti tu sei
e non sei?  [...]
Tu sei la fortuna degli infelici.

Per mia sfortuna sono scampato più volte
alla morte con l’amore
e, per mia fortuna, continuo a essere fragile
per farne ancora esperienza.
[…]



Solo il giorno dopo, ho scoperto che mentre noi onoravamo Mahmud Darwish, in Arabia Saudita – alla Fiera del libro di Riyad – le sue opere venivano censurate con l’accusa di blasfemia.
Nella convinzione che la vera poesia sia un patrimonio universale che va celebrato e non censurato, riporto qui una delle poesie incriminate:





Dio mio perché mi hai abbandonata?


tit. orig. Ilahī limāḏā taḫallayta ‘annī ?
dalla raccolta Ward aqall (Meno rose, 1986)


Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonata? Perché hai sposato Maria?
Perché hai promesso la mia unica vigna ai soldati, perché? Io sono la vedova.
Sono figlia di questo silenzio, sono figlia del tuo verbo trascurato.
Perché mi hai abbandonata, Dio mio? Perché hai sposato Maria, Dio mio?
Come parola sei disceso in me, e hai tratto due popoli da una spiga.
Mi hai sposato a un’idea e io ti ho ubbidito. Ho ubbidito ciecamente alla tua previdente saggezza.
Mi hai ripudiato? O sei venuto a guarire un altro, il mio nemico, dalla ghigliottina?
Una come me ha il diritto di chiedere Dio in sposo? O di domandargli:
Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonata?
Perché mi hai sposato, Dio mio? Perché hai sposato Maria?



Mahmud Darwish (1942 – 2008)
Unanimemente considerato tra i più grandi poeti contemporanei.
Tra le sue raccolte di poesia pubblicate in italiano si ricordano: Come fiori di mandorlo, o più lontano (trad. di C. Haidar, Epoché, 2010); Il letto della straniera (trad. di C. Haidar, Epoché, 2009); Murale (trad. di F. al-Delmi, Epoché, 2005); Perche hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (trad. di L. Ladikoff Guasto, San Marco dei Giustiniani, 2001); Meno rose (trad. di G. Scarcia e F. Rambaldi, Cafoscarina, 1997). Interessante la raccolta di interviste Oltre l’ultimo cielo: la Palestina come metafora (trad. di G. Amaducci, E. Bartuli, M. Nadotti; Epoché, 2007).
Tre sue opere in prosa a sfondo autobiografico (Diario d’ordinaria tristezza, 1973, Memoria per l’oblio, 1987 e In presenza d’assenza, 2006), saranno pubblicate a breve nella collana Comete di Feltrinelli a cura di E. Bartuli con trad. di R. Ciucani.



Ramona Ciucani

Lavora come traduttrice letteraria dall’arabo. Tra le sue traduzioni poetiche: “Il viatico dell’esule” [cinque poesie di S. Antoon] in ITALIAN POETRY REVIEW, VII, 2012, (SEF), pp. 197-211; alcune poesie di ‘Ali Ja‘far ‘Allaq e Sinan Antoon pubblicate nel blog poetico Blanc de ta nuque. Ha tradotto i romanzi: Rapsodia irachena di S. Antoon (Feltrinelli, 2010), Dunyazad di M. Telmissany (Ev Editrice, 2010) e Il gioco dell'oblio di M. Barrada (Mesogea, 2009).