giovedì 26 gennaio 2023

William Stabile su Maria Pina Ciancio

 


Le pagine del libricino "Tre fili d’attesa" di Maria Pina Ciancio, condensano le riflessioni maturate in anni di osservazione lenta, attenta a costruire un percorso intimo e personale, volutamente decantato nel tempo dalla poetessa.

Tutto è fermo, freddo, come di pietra, e non c’è nulla da vendere, nulla da comprare, non ci sono traffici né merci… Solo tre fili d’attesa (a bona sciorta/ nu’ lavoro ca cunta/ u capattiempo che vene sempre chiù luntano) e “dopo la guerra dell’inverno (…) anelli di fumo irregolare” e scorci di paese e personaggi reali - amati profondamente nell’animo - e intorno la dura terra lucana dove ha valore essere più che avere.

Spiccano tra i muri sbrecciati di paese, le tante immagini dei vecchi dalla schiena stanca appoggiata al muro delle case, le ringhiere scorticate, i gerani smarriti al grande cielo e i cani a tre zampe o impazziti-quasi animali mitici, e gli attori paesani un po' strambi, come zio Pietro (con il legno del bastone sotto il mento) che per strapparla allo scherno pittò “la casa di rosso, di lato, di sopra, di sotto” e che si fanno amare per la loro diversità, innata semplicità e riottosità al giudizio comune.

'Attesa' sembra essere la parola chiave del libro, cardine intorno al quale ruota la vita del paese lucano, terra ancora primitiva, ferma a riti arcaici, che si forgia nel dipanarsi delle storie minime e tragiche della sua gente. L’attesa sembra essere ora l’unico atto rivoluzionario nel mondo frenetico di oggi. Dove appunto l’attesa, e la riflessione che richiede lo scorrere lento del tempo, sono bandite.

Con l’attesa anche il silenzio è elemento presente nel libro. L’assenza di rumore ("non fanno rumore i paesi d’inverno") nei lunghi ovattati inverni lucani viene rotta solo dai "rutti" delle feste comandate. Forse a ricordarci la presenza insignificante, rozza e primitiva dell’essere furente che è l’uomo nella Natura.

Ma anche qui, in questo embrione materno che è il villaggio dove si cerca rifugio e conforto, “ci sono notti difficili da dormire…” come per tutti gli uomini sulla terra, come anche per gli animali. Anche qui in questo luogo irreale che conserva un senso arcadico della vita, l’uomo è in bilico e la speranza si aggrappa al fato: “a la bona sciorta” e cede alle pressioni familiari, sociali: perché “nu’ lavoro che cunta” è importante. Mi sembra che ci sia il sapore di un sottile senso di colpa in questo verso, forse irrisolto, che viene da secoli di arretratezza e da una non soddisfatta volontà di riscatto della gente del Sud. Chi decise che per contare bisognava emigrare?

La nostra si fa testimone silenziosa dei contrasti inconciliabili tra generazioni troppo diverse che non si incontrano più e epoche oramai distanti trovano voce nel verso: “padre e figlio si incontrano a cena/ intorno al tavolino/uno mastica lento, l’altro va di fretta/ per non inciampare in quel tempo dilatato/ e fermo degli occhi di sua padre…”

Ma l’ispirazione parte tutta dal camminare per dare origine alla parola poetica e intuire la realtà. La Ciancio sa bene che “Talvolta basta uscire per strada/ per riannodare gli orli/ sfilacciati di un pensiero”. Camminare, un atto anche questo oggi sovversivo, è raccontare sé stessi agli altri. E la nostra, con i suoi versi e le sue foto (che andrebbero valorizzate!) sembra conoscere molto bene il segreto del camminare, scrivere e fotografare. E magari leggere, per ispirarsi, Pavese, primo paesologo italiano (ancor prima di Franco Arminio). Uno del Nord.

E allora Tre Fili d’attesa è un libriccino dalle leggere pennellate di versi da tempo attesi, ispirati e dedicati dalla Ciancio alla sua regione, la Lucania, terra appenninica ma anche mediterranea calata tra duri calanchi e costa greca. Una regione dell’anima fatta di paesi che esistono e re-sistono, fuori dalle rotte turistiche… fuori dalle dinamiche della globalizzazione. La Lucania che compone questa nostra Italia antica e variegata e che custodisce ancora, come un’isola, inconsapevolmente, i tasselli del DNA nostro e l’animo della poetessa stessa.

A corredo dell’opera, una stampa dell’artista Stefania Lubatti, ricorda un muro sbrecciato di San Severino Lucano, a voler muovere in noi irrisolte risonanze d’infanzia.

                                                                                                     William Stabile

Maria Pina Ciancio, Tre fili d’attesa, con una stampa di Stefania Lubatti, prefazione di Anna Maria Curci, postfazione di Abele Longo, LucaniArt 2022

 

 

*

 

Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno

le guance rosse e gli occhi aperti al cielo

oltraggiati dalla pioggia

schermaglie di bambini

senza un grido

Ho un cielo d’inverno da inseguire

risvegli e riverberi di resine

memorie di partenze e di ritorni

benigne solitudini


Sulla via che ci incontra

il vento sale e a te mi riconduce

 

 

*

           Talvolta basta uscire per strada

           per riannodare gli orli

          sfilacciati di un pensiero

 

 

 

Dopo la guerra dell’inverno

c’è chi parte e c’è chi resta

(…)

Gennaro e Vincenzino

sillabano il tempo

in anelli di fumo irregolare

e aspettano i ritorni

tra la ringhiera scorticata

e i gerani smarriti al grande cielo

 

*

 

C’è un tempo irreale qui

che comincia con la neve

e finisce a quaremma

con la strada che si asciuga

e i cani impazziti che rincorrono

il pallone di Antonella

 

*

 

Abbiamo tre fili d’attesa

annodati al calendario del camino

: a bona sciorta

nu’ lavoro ca cunta

u capattiempo ca vene sempre chiù luntano

 

*

 

Siamo nidi sfilacciati

 

Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno

le guance rosse e gli occhi aperti al cielo

oltraggiati dalla pioggia

schermaglie di bambini

senza un grido

Ho un cielo d’inverno da inseguire

risvegli e riverberi di resine

memorie di partenze e di ritorni

benigne solitudini


Sulla via che ci incontra

il vento sale e a te mi riconduce

 


Maria Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965. Trascorre la sua infanzia tra la Svizzera e il Sud dell’Italia e da qualche anno vive nella zona dei Castelli Romani.
Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici.
Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo 
Il gatto e la falena (Premio Parola di Donna, 2003), La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre (Edizioni L’Arca Felice, 2014), Tre fili d’attesa (Associazione Culturale LucaniArt 2022).
Nel 2012 ha curato il volume antologico 
Scrittori & Scritture – Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani.
Suoi scritti e interventi critici sono ospitati in cataloghi, antologie e riviste di settore. Recentemente è stata inserita nelle collettive: 
Orchestra (a cura di Guido Oldani) LietoColle 2010; Il rumore delle parole – 28 poeti del Sud (a cura di Giorgio Linguaglossa), Edizioni EdiLet 2015, Sud – Viaggio nella poesia delle donne (a cura di Bonifacio Vincenzi) Edizioni Macabor 2017.
Con il libro “Storie Minime e una poesia per Rocco Scotellaro” nel 2015 ha vinto la X Edizione del Premio Letterario “Gaetano Cingari”; nel 2014 il Premio Internazionale della Migrazione – Attraverso L’Italia  e il  Premio Letterario Città di Cerchiara – Perla dello Jonio (con un testo tratto dalla raccolta); nel 2009 il Premio “Tremestieri Etneo” (Targa Antonio Corsaro).
Ha fatto parte di diverse giurie letterarie, è presente in numerosi cataloghi e riviste di settore.
È presidente dell’Associazione Culturale LucaniArt e su internet cura lo spazio web 
lucaniart.wordpress.com

lunedì 23 gennaio 2023

Bertollo su Silvia Dolci

 


Paola Silvia Dolci

DINOSAURI PSICOPOMPI

Anterem Edizioni - Cierre Grafica 2022

 

Recensione di Armando Bertollo

 

DINOSAURI PSICOPOMPI di Paola Silvia Dolci, è pubblicato da Anterem Edizioni - Cierre Grafica, nella collana Nuova Limina, inaugurata nel 2021. Flavio Ermini, fondatore e direttore fino al numero conclusivo della rivista dalla quale le Edizioni prendono il nome, ha più volte ricordato nei suoi interventi, come la parola latina ’anterem’, composta da ‘ante’, che significa ‘prima’, e ‘rem’, che significa ‘cosa’, indichi la manifestazione inaugurale del pensiero e il suo manifestarsi in forma di linguaggio poetico. Pertanto la poesia, secondo Flavio Ermini, è pensiero nascente: un’origine che si rinnova ad ogni sua manifestazione senza fissarsi in una forma definita e, men che mai, definitiva. D’altro canto, gli studiosi più attenti del linguaggio poetico e artistico si sono sempre ben guardati dalla tentazione di offrire definizioni della poesia e delle arti con formule rigide, vincolanti ed esclusive. Nonostante questo, però capita che per motivi non sempre esplicitamente dichiarati, connessi alle logiche economiche del mercato, gli editori più importanti, in grado di dare una certa visibilità ad un libro, già da decenni, abbiano affidato la cura delle residue collane di poesia, a direttori editoriali che assicurino loro una selezione di scritture nelle quali l’aspetto comunicativo, la lettura agevole, la comprensibilità, siano prevalenti; pertanto il ‘canone’ dell’attuale poesia maggiormente ‘visibile’ al pubblico in genere, -non specialistico per intenderci-, tende ad escludere le ricerche linguistiche più ardite e innovative. L’attuale canone ’mainstream’ così sembra aver rimosso una parte importante della lezione del ‘900, in particolare quella che aveva riconosciuto nell’inconscio una fonte primaria di forme significanti inesauribile, per stabilizzarsi su livelli espressivi più semplici, di ‘comfort zone’, -si potrebbe dire-, evitando al lettore, magari occasionale, l’immersione ‘senza riparo’ in un’esperienza estetico-linguistica aperta, esplorativo-conoscitiva, all’inizio più sensitiva che razionale, che richiede maggiore preparazione, curiosità, flessibilità, e certamente anche tempo e attenzione in più, nonché un certo disinibito spirito di avventura. Quanto lontane dallo spirito dei grandi editori risuonano oggi le parole di Italo Calvino: “La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove.”

Il lettore che prende contatto con la poesia attraverso le pochissime collane delle major librarie, non potrà pertanto che formarsi un’idea parziale, per quanto gratificante, della ricerca poetica contemporanea. Per compensare questa limitazione, imprescindibile è la presenza sotto traccia di decine di piccole case editrici che perseguono con caparbietà la missione di far uscire dal cono d’ombra, per quanto possibile, almeno parte di quella variegata ricerca poetica che ribolle esclusa al di là dei confini della poesia promossa dai maggiori editori.

 

Tra questi coraggiosi piccoli editori si annovera anche Anterem. Le scelte editoriali della collana Nuova Limina, delle quali lo stesso scrivente ha potuto beneficiare, vengono selezionate dalla giuria del Premio Lorenzo Montano alla quale, visionate le credenziali dei componenti, non può essere messa in discussione la preparazione e la competenza, con il vantaggio di questi ultimi, rispetto ai curatori delle collane degli editori più blasonati, di non dover render conto di alcun aspetto economico sotteso in prospettiva, ma esclusivamente al loro gusto, alla loro coscienza critica, alla loro onestà intellettuale.

Come premesso, le Edizioni Anterem si muovono in un terreno linguistico e di pensiero nascente, che non preclude chances ad alcuna direzione di ricerca e forma poetica.

Ecco allora il sorprendente libro di Paola Silvia Dolci, DINOSAURI PSICOPOMPI che si presenta con un titolo geniale e felicemente ironico. Ironia sottile, che carsicamente poi attraversa la sequenza di testi brevi del libro, scritti in prevalenza in una prosa poetica con evidenti tratti ‘onirico-gotici’. Per inciso, a chi scrive, per via del suo essere cinefilo, certe situazioni hanno fatto ricordare il cinema di Tim Burton, di Stanley Kubrick, di Quentin Tarantino e la letteratura favolistica nera messa in scena anche dal cinema di Matteo Garrone. Eccone una che sembra uscita direttamente dall’ Overlook Hotel: “ per tutta la notte / la palla ha rimbalzato nel corridoio, / non c’era nessuno a lanciarla, / mi svegliavo per il terrore, / e quando mi riaddormentavo tornava “ (pag 32)

 

In DINOSAURI PSICOPOMPI, ci sono delle tavole verbo-visuali che presentano un testo verbale calligrafico come ‘pelle’ calligrammatica, che circoscrive e completa dei disegni di forme scheletriche di dinosauri. Come tutti sanno i Dinosauri sono creature mostruose estinte, ricreate attraverso il ritrovamento dei loro scheletri, che nella rappresentazione contemporanea, sono per lo più oggetto, a parte dell’attenzione professionale dei paleontologi, soprattutto delle fantasie ludiche infantili, naturalmente attratte dal brivido del mostruoso, quando il mostruoso è però una figura, o un oggetto, gestibile e manipolabile a piacimento. Portare il dinosauro in un libro poetico, non può non voler dire caricare anche di gioco e di ironia la scrittura, che nell’originalità di DINOSAURI PSICOPOMPI, viene, si potrebbe dire, azzardando un neologismo, letteralmente ’callisdrammatizzata’.

L’ironia, insegna la psicologia freudiana, è una delle forme pragmatiche della comunicazione linguistica che permettono di alleggerire l’ingombro del ‘dramma’; può far esprimere verità imbarazzanti o affermazioni socialmente scomode, camuffandole sotto mentite spoglie:

Sala operatoria: “A voi che mi avvicinate e un giorno mi capirete, dico che se dovessi morire prematuramente, molto perdereste”,  scriveva Klee. (Pag. 38)

 

Soffermandoci ancora sul titolo, osserviamo per un attimo la seconda parola, la qualità dei dinosauri, il loro essere PSICOPOMPI. Gli Psicopompi, ricordo, sono figure mitologiche o religiose (sciamani) che svolgono il simpatico compitino di traghettare le anime dal mondo dei vivi e quello dei morti. Psicopompo è Ermes, il dio alato greco, è Osiride per gli antichi egiziani, è Odino nella mitologia nordica, è Caronte nella Divina Commedia dantesca. Ora la creatività di Paola Silvia Dolci è riuscita a donarci questo inaudito connubio, particolarmente riuscito, che fa sì che la nominazione del titolo, giustifichi quasi di per sé la stessa presenza della ‘cosa’ libro.

 

La lettura di DINOSAURI PSICOPOMPI ci rivela che la scrittura di Paola Silvia Dolci si sviluppa in testi brevi, che occupano le pagine come bagliori linguistici fuori schema,  visioni e incubi paradossali: Quando cala il buio, / i fantasmi del mare si addensano, / si avvicinano, si nutrono sia della notte, / sia dell’acqua. / Quando spunta il sole, i fantasmi / corrono ancora sul filo dell’acqua. (Pag. 11)  Oppure incisi, caratterizzati da compresenze, con-fusioni, sostituzioni, citazioni camuffate, o dichiarate in modo errato, o volutamente non dichiarate se non in nota, come per esempio nel testo a pagina 20 che si chiude con alcuni versi di Vita Sackville-West virgolettati: (…) Questo corpo è un animale / che mi sento gettato addosso. // “Così ho riunito tutti i cani che potevo / perché venissero nel letto con me; / e i topi hanno mangiato le colombe / durante la notte.”

Non c’è un ordine e neppure una trama. Il flebile legame che tiene insieme questi testi laconici, astratti, minerali, inglobati in tanti piccoli corpi, o forse meglio, in tante piccole cisti linguistiche, che il sottile condimento ironico opportunamente sotteso dall’autrice, rende tuttavia benigne, è proprio l’esperienza esistenziale: “Io vi dichiaro guerra / superpotenze nucleari e insetti / evacuanti […] / vi concedo tre giorni / di tempo per riflettere. / Questo è l’ultimatum. Dopo, / ordino il fuoco.” E. Isgrò. (Pag. 23)

 

Queste emergenze linguistiche arrivano sulla superficie della realtà cosciente da territori della psiche profondi che potrebbero segnalare presenze rimosse (più o meno) ingombranti. Sono questi i frammenti di un discorso oramai perduto, sommerso nel proliferare di generazioni e de-generazioni, che i “Dinosauri Psicopompi” stanno traghettando da questo mondo verso un altro mondo? Oppure i testi sono, come appaiono nelle figure, una parte anatomica del dinosauro stesso, la sua pelle, la sua superficie, il suo involucro, pertanto il testo è quello strato di ‘significante’ che delimita, o  forse meglio, contiene, come un sepolcro, lo scheletro di un significato scomparso vissuto in un lontano Giurassico? Oppure ciò che ne rimane nell’Antropocene? O forse, più semplicemente, esplicitando meglio dal concetto iniziale di questo capoverso finale, i DINOSAURI PSICOPOMPI sono i luoghi dell’immaginario dove l’autrice ha voluto affidare per sempre i suoi incubi? Chissà… Le questioni evocate rimangono in sospeso e ogni lettore, secondo la sua esperienza, può scegliere le sue priorità interpretative.

 

Schio, gennaio 2023                        

mercoledì 25 maggio 2022

Allì Caracciolo su Ranieri Teti

Ranieri Teti, La vita impressa, Book Editore, 2022, euro 14,00

IMPRIMERE 

La vita impressa. La parola impressa. Altro titolo. Similare. Dove vita è parola parola è identità di vita. E di scrittura.

Talora la scrittura compie l’ellissi del verbo reggente quasi a impegno di rigore etico: tacere l’azione, che determina la rete dei nessi logici, ne annulla il perimetro della circostanza, ne fa un’assenza allusiva e onnivora, una dichiarata omissione della presenza, che in tal modo, al contrario, diviene dominante, muta e infinita. E richiede di essere individuata. Che le sia riconosciuto il suo Nome profondo.

È la potenza linguistica del silenzio.

(Né la si può archiviare con la facile etichetta di ‘verbo sottinteso’).

Ne attestano le relazioni molteplici e labirintiche attivate da preposizioni camaleontiche e sublimi, abili a trasferire il senso dai con e da ai di e a e in, dai per e tra ai su. Insidiose preposizioni la cui grammatica sfuma ambigua in congiunzioni o avverbi senza mentre dovequando. Tutte, che si connettono tra loro e non a un verbo espresso, in un senso corposo e sfuggente, allusivo e potentemente invadente, che impone l’obbligo dello scavo alla ricerca del fondamento sintattico o comunque di qualcosa che sveli il segreto di una connessione tanto potente e tanto celata. Una archeologia paradossale e ineludibile, che dalle tracce visibili e ravvisabili recuperi la storia e il senso di quelle stesse.

Se vero è che centro pulsante della sintassi è il verbo da cui si instaura ogni nesso logico del discorso, qui l’assenza di verbo nella molteplicità dei connettivi testuali di varia valenza grammaticale, determina una sintassi criptica, che governa sotterranea ogni moto della superficie, ogni ramificazione della parola verso la connessione geometrica dei sensi, la sua -negata- aspirazione alla rappresentazione sistematica, al racconto.

E che, invece, richiede alla lettura l’aspra virtù dell’attenzione, l’impegno, la fatica dell’emersione, il tacito dovere del riscontro, il rigore di rintracciare l’identità “impressa”, di farla emergere senza la -elusa dalla scrittura- depauperazione di descriverla, col descriverla annullarla.

Un accesso negato all’abbandono, alle fluide occorrenze dell’avvalorato, per una scrittura che deve cercare, e trova, la forza poetica nella forza della tacenza.

Illuminante, allora, la cognizione che l’assenza di verbo principale non eclissa l’azione fondamentale. La scoperta folgorante è che l’azione esiste. In altra forma di dichiarazione, in altra inusitata modalità. Essa è il filo di ferro -sotteso- del reticolo di nessi e determina tutte le possibili flessioni del verbo non dichiarate ma riscontrabili dai legami istituiti da preposizioni congiunzioni avverbi locuzioni, i conseguenti intrecci di sensi, l’esatto labirinto della possente sintassi. La Storia Emersa.

Una sintassi “impressa”. Nel profondo.


Sogni

 

dove abbiano origine, se da un nostro accanto, da un’ora che inclina il capo, da un fronte reclinato in resa, dal ritmo degli inseguitori, da una cava e i suoi recessi, da un’istantanea controluce e quel profilo scuro, nell’improvviso del momento, nell’urna tra ruggine e tramonto, dall’epidermide tra le fibre di una corda, dall’ultima orma di un salto dimenticato a mezz’aria, dall’insegna di un secolo, da un nubifragio visto dall’oblò, da un calco di canto o da un’impronta di voce, dal vapore millesimato in stille, da uno scartamento aumentato, da strade prese d’assalto, dal sonoro di macchine calcate al massimo, dagli appunti per un distacco, da un sommario depredato, dagli assoli di orchestrali nel corale, da un lento dell’aria, da un acuto dell’imo, da un racconto dall’interno del buio, con l’anfratto farsi nel suo scuro, a frasi e crittografie del sentire, scorrendo veloce con la piena degli invasi fin dove l’acqua non è più fiume, con la pietra dentro la sua venatura, la forma di una trasparenza, la rifrazione di uno scavo, notturno d’insonnia e vocativo, tra la creazione di un senso e la sua rimozione, così tutto vedendo lo smarrimento, se questo tempo intorno, tra finzione e refurtiva, è l’inciso sul retro di un foglio, è quello che resta



 

Ranieri Teti è nato a Merano nel 1958.

Ha pubblicato le raccolte poetiche:

La dimensione del freddo, prefazione di Alberto Cappi, Verona 1987;

Figurazione d'erranza, prefazione di Ida Travi, Verona 1993;

Il senso scritto, prefazione di Tiziano Salari, Verona 2001; 

Controcanto (dalla città infondata), immagini di Pino Pinelli, nel volume collettivo Pura eco di niente, prefazione di Massimo Donà, Morterone 2008;

Entrata nel nero, nota di Chiara De Luca, Bologna 2011. https://www.anteremedizioni.it/ranieri_teti_entrata_nel_nero

 

E' compreso nelle antologie:

Istmi. Tracce di vita letteraria, a cura di Eugenio De Signoribus, Urbania, Biblioteca Comunale di Urbania, 1996;

Ante Rem. Scritture di fine novecento, a cura di Flavio Ermini, con premessa di Maria Corti, Verona 1998;

Akusma. Forme della poesia contemporanea, a cura di Giuliano Mesa, Fossombrone 2000;

Verso l'inizio. Percorsi della ricerca poetica oltre il novecento, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, con premessa di Edoardo Sanguineti, Verona 2000.

 

Ha collaborato, con testi poetici, alla realizzazione di libri d'arte prodotti per pittori e scultori.

Un suo radiodramma, "Ombre sotterranee", è stato oggetto di tesi di laurea presso il Conservatorio di Trento e Riva del Garda. 

Ha partecipato a vari festival, letture e incontri di poesia.

Si sono occupati dei suoi testi, tra gli altri, Davide Argnani, Mario Artioli, Alessandro Assiri, Vitaniello Bonito, Enzo Campi, Laura Cantelmo, Andrea Cortellessa, Ninnj Di Stefano Busà, Massimo Donà, Flavio Ermini, Federico Federici, Gio Ferri, Giovanna Frene, Mario Fresa, Marco Furia, Gabriele Gabbia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Francesco Marotta, Giuliano Mesa, Sandro Montalto, Romano Morelli, Umberto Petrin, Rosa Pierno, Roberto Rossi Precerutti, Enea Roversi, Jolanda Serra, Domenico Settevendemie, Antonio Spagnuolo, Adriano Spatola, Adam Vaccaro, Carlos Vitale.

Ha collaborato a riviste italiane e straniere, cartacee e on-line: "Osiris", "Schema", "La Corte di Mantova", "La mosca di Milano", "Pagine", "L'Ulisse", "Milanocosa", "Versante ripido", "Utsanga", "Formafluens", "Il Segnale", "La foce e la sorgente", oltre ai blog "Nazione indiana", "Via delle belle donne", "Blanc de ta nuque", "La dimora del tempo sospeso", "Poesia 2.0".

Suoi testi poetici sono stati tradotti in russo, spagnolo e inglese. Alcune sue poesie figurano nei volumi collettivi degli atti di convegni e festival.  

Fa parte della redazione della rivista 'Anterem' dal 1985. Per conto di Anterem Edizioni cura la collana "La ricerca letteraria".

Cofondatore e coordinatore del Premio Lorenzo Montano, ne promuove il periodico on-line 'Carte nel Vento' e la pagina facebook.

Vive a Verona.

giovedì 31 marzo 2022

Dispositivi, recensione

 



Una bella recensione di Silvia Comoglio su TELLUS folio 

a

S. Guglielmin, Dispositivi, Marco Saya Edizioni, 2022 

giovedì 3 marzo 2022

Stefano Guglielmin, Dispositivi (Marco Saya Edizioni, Milano 2022)

 


Stefano Guglielmin, Dispostivi, Marco Saya Edizioni, Milano 2022, euro 10,00

 

 

Quarta di copertina:

 

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza. Il poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere. Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

 

 

 

Terapia

 

 

Si porta fuori un peso, con la parola,

ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,

una salita temporale (e un temporale,

anche, da smaltire), che ci mette infine

il corpo quieto, nel suo porto, e la mente

pure. Per essere più precisi, è la psiche

a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido

pensiero. Lo so

 

Spaccare il capello è una metafora pedante,

denota che ancora il peso non ha trovato

la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro

(anch’essa parola malata, introflessa).

Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta

l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia

terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

 

 

 

Caterpillar

 

 

L’ermo colle, dice, sarà spianato

dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce

l’orizzonte con la biro e prevede,

per noi, un controllato naufragio.

 

Da ogni lato, tecnici piantano chiodi

e un pugno di tracce da seguire:

il futuro cresce sugli assi cartesiani

su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

 

 

 

giovedì 20 gennaio 2022

Bando del Premio di poesia e prosa LORENZO MONTANO XXXVI edizione

 

ANTEREM

RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA

ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE SENZA FINI DI LUCRO

 

  

 

Premio di poesia e prosa

Lorenzo Montano

 

t r e n t a s e i e s i m a   e d i z i o n e

 

Il Premio è dedicato a Lorenzo Montano

(Verona 1895 – Glion-sur-Montreux 1958), poeta, narratore, critico;

tra i fondatori di una delle più importanti riviste

del primo Novecento, “La Ronda”

 

 

Il Premio è articolato in quattro sezioni: 

Raccolta inedita

Opera edita

Una poesia inedita

Prosa inedita

 

 

Presidente onorario

Flavio Ermini

  

Giuria del Premio 

Giorgio Bonacini, Laura Caccia, Mara Cini, Silvia Comoglio,

Stefano Guglielmin, Maria Grazia Insinga, Ranieri Teti

 

PREMIO «RACCOLTA INEDITA»

 

È la sezione storica del “Montano”, quella su cui si è fondato nel 1986.

Al Premio si concorre con una raccolta inedita di poesie, non inferiore a 20 e non superiore a 50 pagine di testo, considerando che il formato del volume sarà 21x15.

L’opera vincitrice sarà pubblicata da Anterem Edizioni, nella collana “La ricerca letteraria”.

La raccolta sarà introdotta da una riflessione critica. Potrà contenere immagini in bianco e nero.

Il volume verrà presentato nel sito di “Anterem” e nelle correlate pagine social; sarà inviato a quotidiani, riviste, critici, storici della letteratura e siti Web. All’autore saranno destinate 10 copie.

Le raccolte menzionate, segnalate, finaliste e quella vincitrice saranno designate dalla Giuria del Premio. Altre raccolte inedite, tra le finaliste, saranno considerate per la pubblicazione nella collana “Nuova Limina” di Anterem Edizioni, come avviene già dal 2020.

 


PREMIO «OPERA EDITA»

 

Inaugurato nel 1996, si rivolge al panorama editoriale contemporaneo.

Al Premio si concorre con un volume di scritture poetiche pubblicato dopo il 1° gennaio 2019.

Al vincitore sarà attribuito un premio in denaro.

I libri menzionati, segnalati, finalisti e quello vincitore saranno designati dalla Giuria del Premio.

 

 

PREMIO «UNA POESIA INEDITA»

 

Dal 2000 condivide illuminazioni, momenti unici.

Al Premio si concorre inviando una poesia inedita, non superiore a 50 versi, che costituisca per l’autore un momento privilegiato della sua ricerca poetica: un testo che proprio nell’unicità trovi la sua ragione.

Al vincitore sarà attribuito un premio in denaro.

Le poesie menzionate, segnalate, finaliste e quella vincitrice saranno designate dalla Giuria del Premio, coadiuvata da una Giuria critica composta dai finalisti di questa sezione e da tutti i vincitori al precedente “Montano”.

 

 

PREMIO «PROSA INEDITA»

 

Presente dal 2010, versatile e aperto a varie forme, comprese interazioni tra lineare e visivo.

Al Premio si concorre inviando un’opera breve e inedita in prosa, unica o costituita da una serie di parti autonome (considerando prose poetiche, narrazioni, atti teatrali, radiodrammi, testi in ricerca, anche di una libera interazione fra diverse forme espressive riproducibili su carta in bianco e nero).

Caratteristica di questo premio, nell’ambito della scrittura creativa, è una grande libertà stilistica. L’opera potrà essere compresa tra 14000 battute (7 cartelle) e 30000 battute (15 cartelle, inclusive di eventuali immagini).  

La prosa vincitrice sarà pubblicata nella nuova collana, “Piccola Biblioteca Anterem”, delle omonime edizioni.

Le opere menzionate, segnalate, finaliste e la vincitrice saranno designate dalla Giuria del Premio.

 

 

PER LE SEZIONI INEDITE

 

Vengono considerate come inedite poesie e prose pubblicate in rete (siti, blog, social, pagine personali) o in luoghi senza codice a barre. Per la sezione “Raccolta inedita”, singoli testi ivi compresi possono essere stati pubblicati in antologie, riviste o in rete.

 

 

PER TUTTE LE SEZIONI

 

I vincitori degli anni precedenti possono concorrere liberamente, ma non nella sezione in cui sono stati premiati, fatta eccezione per “Raccolta inedita” e “Prosa inedita” (vedi subito sotto).

Per le opere scritte in altra lingua, anche in dialetto, è necessaria la traduzione in italiano.

 

 

PER GLI EX VINCITORI DELLA SEZIONE “RACCOLTA INEDITA”

E PER GLI AUTORI PUBBLICATI IN “NUOVA LIMINA”

 

Dal momento che le pubblicazioni nella collana “Nuova Limina” sono strettamente destinate ad alcuni finalisti del Premio per “Raccolta inedita”, al fine di non precludere la possibilità di accedervi ai precedenti vincitori di questa sezione (già editati in un’altra collana), questi autori possono ancora partecipare esclusivamente per la valutazione dell’opera a scopo editoriale.

Viceversa, autori finalisti in precedenti edizioni e successivamente pubblicati in “Nuova Limina”, possono liberamente concorrere poiché, in caso di vittoria, l’opera sarebbe edita in un’altra collana, “La ricerca letteraria”, destinata in modo specifico alle raccolte inedite vincitrici.

 

 

PER GLI EX VINCITORI DELLA SEZIONE “PROSA INEDITA”

 

Con riferimento alla nuova collana “Piccola Biblioteca Anterem” dedicata alla prosa, al fine di non impedirne la possibilità di accesso ai precedenti vincitori, questi autori possono ancora partecipare alla stessa sezione unicamente per la valutazione dell’opera a scopo editoriale.

 

 

CERIMONIE, PREMIAZIONI, “CARTE NEL VENTO”

 

I poeti segnalati, finalisti e vincitori saranno invitati a leggere i propri testi nel corso del Forum Anterem 2023, manifestazione che coinvolgerà critici letterari e filosofi, musicisti, esponenti di case editrici, di riviste specializzate (cartacee o in rete) e di siti web.

 

Per ognuno di questi autori i giurati del premio scriveranno una riflessione critica, che sarà letta nel corso dello stesso Forum e successivamente pubblicata sul periodico on-line “Carte nel vento”. Con la nota saranno presentati il testo integrale per poesia inedita, brani scelti per opera edita, raccolta inedita, prosa inedita.

Inoltre, ciascuno di questi autori sarà invitato a produrre una audio-videolettura da inserire, oltre che in “Carte nel vento”, nel canale Youtube del Premio.  

Prodotto da Anterem Edizioni, il periodico trova spazio nel sito www.anteremedizioni.it

 

Agli autori che saranno ritenuti meritevoli di menzione d’onore, la Giuria del Premio darà evidenza sul sito di “Anterem” con la pubblicazione di un loro testo all’interno della sezione “Antologia poetica – Autori del Montano”.

Tutte le opere pervenute al Premio saranno catalogate e conservate, insieme ai manoscritti e ai volumi dei poeti contemporanei più significativi, presso il Centro di Documentazione sulla Poesia Contemporanea “Lorenzo Montano” della Biblioteca Civica di Verona, a disposizione degli studiosi e degli appassionati di poesia. Tale Istituto è stato fondato nel 1991 e raccoglie collezioni e lasciti di alcuni tra i più importanti autori del Novecento e conta più di ventimila opere, edite e inedite.  

 

Il compositore Francesco Bellomi, docente del Conservatorio di Bolzano, dedicherà un brano musicale a ciascuna delle opere vincitrici e ad alcune premiate con “Segnalazione speciale”.

Le musiche verranno eseguite durante la cerimonia di premiazione e inserite nel canale Vimeo del compositore, “vexation1960”, oltre che nel sito di “Anterem” e nel canale Youtube del Premio.

 

 

Modalità di partecipazione

 

L’invio dei materiali, per tutte le sezioni, va effettuato via e-mail entro il 30 aprile 2022 a entrambi i seguenti indirizzi di posta elettronica:

premio.montano@anteremedizioni.it

giuriamontano@gmail.com

 

Tutte le opere inedite vanno spedite con documento salvato in Word o in RTF o in PDF; quelle edite in PDF.

Su documento a parte va inserita la nota biobibliografica del poeta con indirizzo, recapito e-mail e telefonico.

 

Ai fini della conservazione presso la Biblioteca Civica di Verona, le opere possono inoltre essere mandate in cartaceo alla sede del Premio, in via Sansovino 10 - 37138 Verona, Italia.

 

Per partecipare al Premio è necessario contribuire all’attività dell’Associazione senza fini di lucro e per la promozione sociale “Anterem” con un versamento di Euro 34,00.

Il contributo dà diritto a partecipare a tutte le sezioni del Premio.

 

La rimessa potrà avvenire

• con bonifico bancario, intestato all’Associazione Anterem, al nuovo numero di conto

codice IBAN: IT49 V 05034 11750 000000006607 – codex BIC per l’estero: BAPPIT21001

• sul c.c. postale 10583375 intestato all’Associazione Anterem, via Sansovino 10, 37138 Verona

 

Prova dell’avvenuto versamento andrà allegata ai testi inviati, cui seguirà conferma.

 

Per l’invio delle opere disposto dagli editori, s’intende che l’autore sia a conoscenza della partecipazione.

 

L’esito del concorso sarà reso noto sul sito del Premio: www.anteremedizioni.it

Verrà inoltre pubblicizzato in rete, sui canali social e mediante comunicati stampa.

 

 

Segreteria del Premio: via Sansovino, 10 – 37138 Verona

tel. 335 1855073 / 045 567991 – e-mail: premio.montano@anteremedizioni.it

pagine facebook, instragram: Anterem Edizioni, Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano  

canale youtube: Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano