mercoledì 2 ottobre 2019

Henry Ariemma



E' di recente uscito, per Transeuropa, Un gallone di kerosene, di Henry Ariemma, nato a Los Angeles nel 1971 e residente a Roma. Per Ladolfi editore pubblicato le raccolte di poesie Aruspice nelle viscere (2016) e Arimane (2017).



Scrive Plinio Perilli nella postfazione:

Conosco Henry Ariemma già da diversi anni, e lo apprezzo per una sua indubbia, macerata e pulsante originalità, che lo ha portato – da poeta (nato a Los Angeles ma ormai in toto residente e radicato a Roma, italiano di lessico e di raziocinio), classe 1971, l'anno, si badi bene sia di Satura, frutto senile di Montale, che di Invettive e licenze, l'esordio lirico di Dario Bellezza – a poetare "del vivere cuore che batte", ma insieme a interrogarsi sul Bene e il Male, le ansie dell'esistere, il credo d'ogni fede, dolcezze o brutture del nostro pianeta azzurro... Insomma gli equivoci, i dissidi, o viceversa le oasi, le concrete speranze del nostro stesso Futuro; non più idealistico, evocato, ma realmente gestibile, avverabile...

   E sono passi nel recinto
   quelli che più contano insieme,
   unico sguardo tra blocchi
   a parete grigia incollata malta casuale,
   gettata, mai levigata al pavimento
   di uno spazio dove contano profondità
   e parole, anzi silenzi e gesti

Quasi il concetto, elaborato e cadenzato in poesia, d'uno sviluppo sostenibile, così caro alle logiche e alle strategie insieme dell'economia e dell'industria... Ma attenzione, non inseguendo artefatte o ripensate comete sociologiche (l'idea magari, colorita e aggiornata, d'una "società liquida" che veda e provveda – dogma elaborato da Bauman), ma tuffato impavido in un agone dialettico e soprattutto etico tra il Bene e il Male d'ogni destino, d'ogni progetto, d'ogni giornata... Niente di nuovo sotto il sole, se perfino Leopardi non faceva che interrogarsi al proposito, rispondendo(ci) con la consueta, elegante virulenza del suo libero, pessimistico pensiero: "A veder se sia più il bene o il male nell'universo, guardi ciascuno la propria vita"...
   Stilisticamente – e vale per tutta o quasi la sua produzione – Henry Ariemma parte da un incipit brevilineo, da un periodare eminentemente lirico, in prosodia melodiosa d'accenti dinamici e d'intonazione... per poi sempre più allargarsi, allungarsi, volutamente irretirsi, quasi impantanarsi in una prosa  lirica (potremmo dire in una caustica sequela di polimetri, utili, anzi indispensabili per il suo discettare all'unisono poesia e pensiero, filosofemi e gemme o gangli sintattici, cioè a dire travagli confessati, enigmi adottati, utopie adempiute, accarezzate, come un fioretto da eterno cresimando, un fervoroso e liturgico (ma più che laico, s'intende!) atto di dolore:
  
Mi chiedevi di questa pesca, lo strascicare di chiodi e chiavi
a pezzi di ferraglie, del bottino lasciato ai sogni di mezz'ora
ogni giorno tra libri e finestre aperte a vedere fuori senza le case
viste lunghe le aperture di libertà come uno spreco solitario...
Noi amici, attirando al cemento la bibbia e l'uccello di una gabbia aperta.

Per una generazione come la sua, fin troppo spesso risucchiata da epigonismi di
maniera (l'orfismo facile, peggio: uno sperimentalismo recitato asettico, anaffettivo; poi la retorica dell'impegno come categoria sia dell'Avere che dell'Essere – per riprendere la felice cabala di Erich Fromm), è già un bel risultato d'indipendenza, e in fondo anche di perfetto Libero Arbitrio, quanto all'aggirarsi e al resistere, o se possibile anche prosperare, nel felice habitat, consesso, più che recinto, della Poesia...

Ha infatti già un suo percorso, Ariemma una piccola e balda seri di libri, segnalazioni in concorsi onesti e da giurie patentate (quella ad es. del Premio Anterem). Noi stessi gli recensimmo volentieri altri testi, altri viaggi espressivi; ad esempio su "Gradiva", nel 2013, il volumetto Temenos, apprezzandone già allora lo stile "integro e insieme mobilissimo."

... Ma il linguaggio ci chiama e allora ci ricordiamo che Témenos (la cui radice verbale è in témno, da cui il lat. "templum") significa terreno sacro, sacro recinto, santuario... Ecco, per squisito paradosso, il senso che Henry attribuisce al linguaggio, forse alla stessa poesia, per il suo eterno, antibabelico dono oracolare...

Un gallone di Kerosene – questo titolo adesso sì amerikano, perfino nell'unità di misura del "gallone" che sono all'incirca quattro litri – merita tutti gli elogi precedenti e forse questa volta segnala, rappresenta, addirittura una marcia in più. Per felicità inventiva, vigore visionario, multiespressività d'uno scibile che si prova, i problemi, ad annetterseli tutti, ed affrontarli poi tutti, con estro e con pazienza...
   
Una vita in salita, riconosciuta ai pregiudizi,
viltà del dare terrore per il gusto di farlo
e non ci sono montessori né isole felici
perché sono isole per qualcuno, lager per altri...

Ci piace, lo ripetiamo, il piglio, l'energia di Henry – suoi da sempre – sia nel dissidio, certo che sì, nella protesta (come si diceva una volta), che ora nell'adesione, nell'operoso instancabile struggimento della vita d'ogni giorno:

Padri senza pietà, alla persa vita,
al dare ragione a chi infligge: siano medici o dentisti,
maestri o vicini, familiari e sconosciuti
ad aspettare un proprio turno sulle poltrone rigide

Una libertà non è mai mancata – questo è vero – se si chiede alla propria poesia di raccontarla, potenziarla, circoscriverla... Ma che sforzo cocciuto, quale esimia possanza!

... E se non si esce più perché inadeguati al mondo,
senza vestiti con maschere più ridicole delle maschere fatte in proprio per risparmiare?

Qui non ci sono più maschere, ideologiche, comportamentali, meno che mai stilistiche... Torna semmai il suo breve/lungo percorso per liberarsi non dal Male cantilenato e temuto dal "Padre Nostro", ma pensato e ponzato dalle cronache usuali, anche ardite, dell'intelletto e dal polemos dell'inconscio... Ricordiamo bene un impavido passaggio dal suo libro precedente, Arimane (2017):
   "Il male libera. / Fa capire ogni bene / e vede prossima gratitudine / alle domande insignificanti / dell'andare oltre: / respinge alte le onde / sulle stesse orme. // Il tacere frutta / solo bacche amare / lavorate per dolci inganni."...  

Un ansioso ma attrezzato e già allenato illuminismo, quello di Ariemma, che Giulio Greco aveva ben esemplificato: "... non si inoltra in un cammino filologico o storico che riguarda lo zoroastrismo, ma si pone di fronte al perpetuo interrogativo che da millenni dilania l'umanità: Si Deus, unde malum?"...

Ora il cerchio si chiude, e l'autore di Temenos, o anche Tuba mirum, insomma il reoconfesso Aruspice nelle viscere (2016), dismette ogni esitazione, cancella ogni dubbio. Oh, la poesia non è più solo il sapere,il continuare a dirsi, o solfeggiare, aulici e affranti, Spesso il male di vivere ho incontrato... ma molto più vivere, e non solo sopravvivere, a questa continua perdita di serenità. Il linguaggio ce lo fa scrivere, la mente capire, il cuore accettare... Ma ora ci vuole più fede, una fede salda, non recitata né blandamente acquisita.
  
Come parola che parla
scarna la vita stessa
avvolta ironia e bellezza:
Ti chiedo il dare
e fare per fare e dare, basta.

E dobbiamo poi tornare ad essere, ma per davvero, amici degli altri e di noi stessi, della nostra anima, quasi pacificata, e dell'Altro da Sé...

Tutto il libro è un inno, affranto infranto e ricomposto, all'amicizia che possiamo essere, incontrare, frequentare vivere nutrire ricambiare...

Domato inferno sopra le linee, /dolci colline schiarite orizzonti... Che bello quando i versi dipingono, accompagnano contorni d'immagine, luce e colori di nuova significanza... Questo è già approdo di poesia – orizzonte redento proprio come lo redime un quadro, lo salva e affranca un artista...
Il che – ha ragione Henry – è già il viatico (e il messaggio) per ogni "cenno stoico possibile".

Poesia di un nuovo, giovane stoico – questa di Ariemma: perché no? Prima c'è il sentimento, poi il sentire... Lo diceva già Max Jacob, grande poeta e nobile, concreto esempio d'impegno ed eticità: "Nella sintassi si rivela l'individuo", scriveva. "La parola è molto, tuttavia è la frase che porta l'emozione". E ancor più il verso, i versi. Questi di Henry Ariemma:

"E la tua parola migliore? / questo silenzio dosato esempio, / occhio al lungo guardare"...
                                                                    
  
da Henry Arienna, Un gallone di kerosene, Transeuropa, 2019, euro 15,00


Erano lunghe figure i tuoi disegni,
occhi ubriachi felici al sorriso
aperto un mondo,
linee decise per motore
al solo cuore, sguardo per carpire
fermezze in mani arcobaleno...
E i vestiti sono state le mie favole,
creta a stringere città per parole nuove,
indovinelli al navigare
pesce in carta di scatola blu
brillando polveri, oro ovunque
sulla pelle nella fronte e palpebre: luce
di questi sogni incollati ai tuoi,
due monete fissate insieme nel gioco per sempre.


---

Un gallone di kerosene
mi hai chiesto di comprare
-tanto non ci sai arrivare...
E spiegavi la strada
e ripetevi nuovamente
la parola appresa
per considerarti...
Non è stata quell’odissea arrivarci,
a dire il vero sono stati da bambino,
occhi a colpo sicuro:
c’era il vecchio con cappello
e camicia come dicevi...
Aveva la barba incolta e voce
fumata tra i barili ossidati...
Alle sue parole vedeva le mani
col vuoto e prendeva un imbuto,
il barattolo a fil di ferro e travasava
piano a poca schiuma con l’odore acre
dappertutto tra il rumore sordo di lamiere...
Nel cartello c’era scritto, sbavato:
tre litri mille lire e allora poco più per quattro.
Ti ho voluto sorprendere facendo di corsa
a sentirmi dire: "già qui!”... 
e hai sentenziato vedendo il pieno: "la prossima volta
con te risparmio le parole visto che sei uno che capisce,
finalmente...


---

Per amico, sei fratello a vederti…
Sorriso e gesto senza parole:
e non ci sono incontri
né momenti al sentire
di quest'anima appartenere...
Sei amico con l'andatura
sicura dei gesti posati
al mondo che gira e non sente,
domato inferno sopra le linee,
dolci colline schiarite orizzonti...
E la tua parola migliore?
questo silenzio dosato esempio,
occhio al lungo guardare
cenno stoico possibile,
in nuce del fare.


---

L’inizio è di terra
ora spazio non lastricato
nelle linee, quadrato
rimasto foglie e radici
come pelle ai vestiti
del vivere cuore che batte
più di amore, amicizia.
E sono passi nel recinto
quelli che più contano insieme,
unico sguardo tra blocchi
a parete grigia incollata malta casuale,
gettata, mai levigata al pavimento
di uno spazio dove contano profondità
e parole, anzi silenzi e gesti
come ai nove anni legando una calamita:
filo lungo al camminare sotto i rami e scavare
foglie pestate dai tanti aprendole acqua passata:
rotte sfumato marrone al cielo argenteo
di monete e tappi in ruggine, calcinacci comuni
adottati figli del cammino...
Mi chiedevi di questa pesca, lo strascicare chiodi e chiavi
a pezzi di ferraglie, del bottino lasciato ai sogni di mezz’ora
ogni giorno tra libri e finestre aperte a vedere fuori senza le case
 viste lunghe alle aperture di libertà come uno spreco solitario…
Noi amici, attirando al cemento la bibbia e l’uccello di una gabbia aperta.



---

Quando ti fai la coda
cammini distratta al mondo...
Sei bellezza statuaria
agli sguardi che non vedi
e senti sul mento alzato...
Il rombo di braccia al collo
scopre i seni...
Per vederti vista con le mie foto,
mantide in luce rosa a pranzare
divorato cuore, saziata vanità,
e allontanato amore.


---

Non avere nulla, è meglio di vivere?
Abituati a non avere niente
perpetrando non vivere,
non amore, mancato possesso
senza ragionare fede allo scopo
ultimo che premi questo dover rinascere
nuova pagina consapevole a quella scritta,
sovrascritta specchio in ombra, spento sole?
È chiamare vetri i cristalli brillanti
perché persi inestimabili?                                                                             


martedì 24 settembre 2019

Gianfranco Vacca



La sua poesia denota una buona consapevolezza ritmica e una buona gestione del periodo. Le tracce elegiache indicano la sacralità che attribuita al verso e la fiducia che esso possa in qualche modo salvare dall’orrore del mondo. Molto poesia contemporanea ha un disincanto maggiore rispetto a questa, sublime, possibilità, ma non è detto che essa abbia ragione.

Gianfranco Vacca, Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (Puntoeacapo, 2019)

I Fratelli Karamazov

Apparso alle stampe
nel Duemila o Tremila
prima o dopo Cristo
è oggi il capolavoro.
Fratello, mio amante
vieni da me
come sia possibile che il mondo viva
e la bellezza, la sua anima
cosa sia l’anima
se tu le muti in diamante
l’ordine mistico dei cieli
cosa a lei resta di noi
se le porti in mano l’innocenza
fino al gelo delle Siberie
come un pazzo tra visioni di fuoco
passando di ghiaccio in ghiaccio
tra i pericoli dell’immortalità
l’anima, alta
per tutte le volte
per ogni volta che abbiamo amato.
Ed è lei tutto quanto siamo
gli uccelli – le grida
(gioia lontana)
è lei ognuno di noi
“È chi non ha fratello
casa destino
è tutto ciò che attende e te e me
che siamo suo fratello
casa destino”
e se non le siamo questo
volto al volto come gemelli
sguardi, lo sguardo
che vede se stesso perduto
– oramai,
se non le siamo questo
un filo, appena l’altra metà del cielo
per diventarle respiro,
noi non siamo niente.


Capri

venerdì 13 settembre 2019

Il "Piccolo Museo della Poesia" di Piacenza cerca casa



Mi scrive la poeta Carla Mussi, già ospite di Blanc:

«Caro Stefano,
vorrei segnalarti una iniziativa che mi sta molto a cuore. Sono stata più volte ospite del Piccolo museo della poesia di Piacenza, e ho avuto modo di apprezzare il grande amore per la poesia che vi abita. Ho potuto tenere fra le mani la prima edizione di Ossi di seppia, documenti autografi di Ungaretti, molti numeri di riviste storiche, testi introvabili, e ho anche donato qualche vecchio libro e qualche preziosa rivista.
Il piccolo museo non ha più fondi, anche se ultimamente si sono aperte alcune possibilità».

Leggo dal sito del museo: «Il Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure è stato istituito a Piacenza dall’associazione culturale con lo stesso nome. I membri fondatori dell’associazione hanno tenacemente perseguito il loro sogno di vedere la creazione del primo museo Poesia in Europa. Per quanto riguarda la natura specifica della collezione, il museo si concentra principalmente sulla poesia italiana del Novecento (ma ci sono anche splendide incursioni nella poesia di varie epoche, da Dante a Leopardi, da Goethe a Baudelaire, fino alla poesia contemporanea), con i libri, le antologie, le riviste letterarie (alcuni testi sono molto rari); senza dimenticare le lettere, dischi, dipinti e sculture che conferiscono a questo luogo un’ambientazione unica».


Scrive il quotidiano piacentino “Libertà” il 5 agosto 2019:
«Il “regalo” è infiocchettato e pronto per essere consegnato. Destinatario: qualsiasi città sensibile ai versi di Montale, alle liriche di Ungaretti e a tutto l’inchiostro versato nei secoli di poesia. In questo pacco speciale c’è il “Piccolo museo della Poesia – Incolmabili Fenditure” di Piacenza, che il proprietario Massimo Silvotti ha deciso di “donare a qualunque realtà istituzionale garantisca una sede in comodato d’uso gratuito e un budget annuale di almeno 20mila euro per l’organizzazione di iniziative culturali e per l’ampliamento della collezione”.

Forme di sostegno che in questi anni, stando alle parole del fondatore, il Comune di Piacenza non sarebbe stato in grado di assicurare, tanto da condurre alla scelta di provare a cedere il “Piccolo museo della Poesia” a un ente pubblico su scala nazionale interessato a “un’eccellenza unica nel panorama mondiale”. Più che un omaggio spensierato, quindi, il gesto di Silvotti pare una misura emergenziale per salvare questa realtà: “Piacenza, ovviamente, avrebbe un diritto di prelazione. Ad ogni modo, ho già disdetto il contratto d’affitto negli attuali locali di via Pace. Dal 31 dicembre, il “Piccolo museo della Poesia” non avrà più una sede».
Se qualcuno ha delle proposte, contatti il Centro.




domenica 8 settembre 2019

Bertolini, Nava, Sulle punte



È uscito sulle punte, poesie di Maddalena Bertolini, acquerelli di Silvia Nava. Riporto la mia introduzione.


la sacralità della montagna-labirinto

Nella montagna-labirinto di Maddalena Bertolini, c’è sempre un versante sconosciuto in agguato, che pur bisogna sperimentare, mettendosi in gioco senza fingimenti, tenendo strette paura ed esperienza; è esattamente lì, ci dice, che l’autentico di ciascuno si manifesta, spogliandolo delle apparenze, riconducendolo alla sua natura mortale.

La montagna-labirinto è metamorfica come la neve, che trattiene e mescola il principio e la fine, il maschile e il femminile, l’intimità più profonda e l’estranea lontananza che ha per sorella la morte. Nella montagna innevata, infatti, vita e morte si scambiano i doni e sono entrambe necessarie. Ce lo dicono anche le trincee, quelle tracce-cicatrici che il viandante bertoliniano riconosce nella loro irriducibilità e, una volta superate, se le porta dentro nel cammino, a segnare di rosso il bianco della neve.

Nel labirinto, spazio e tempo si condensano nell’istante: nelle poesie sull’ascesa alpinistica, la finitezza dell’aderenza alla parete e l’infinità dell’abisso sottostante sono la perfetta allegoria della vita, che tiene l’alto e il basso, il bene e il male sulla punta delle dita, in un corpo a corpo che dà piacere. La montagna bertoliniana infatti è anche l’amante, che la vede viaggiatrice minuscola sul corpo della gigantessa, Natura leopardiana che combatte e ama, di stagione in stagione e sempre più profondamente, fino all’incontro mistico con essa, al pasto sacrificale (“guardavo le bestie al pascolo / mangiavano di me, io crescevo”), in una ciclicità che è acquorea e geologica, come il fondo dagli oceani diventati picchi nevosi nel corpo mistico della Madre-Matrigna, che ad ogni primavera rinasce.
Bertolini in effetti è una sciamana, che parla con gli animali e i sassi, e conosce il segreto della sorgente; ma ci traduce per lampi minimi quel suo dialogo profondo, lo custodisce nel silenzio delle crepe, che sono anche nelle strutture del verso, in quegli scarti improvvisi che la frase intraprende per portarci altrove, per distrarci da quell’intimo colloquio, che non tollera la chiacchiera o estranei non altrettanto disposti alla meditazione.

La montagna-labirinto è, infine, l’indomabile, l’alterità animale che obbliga, per sopravvivere in sua compagnia, a decodificarne i segni, sapendo che nessuno di essi potrà contenerla, rinchiuderla in gabbia; così come indomabile è il senso della poesia lirica quando questa attinge dai recessi di un corpo in contatto con la lingua della carne. In questa festa dei sensi in balia del desiderio, il sacro di nuovo si muove, convocando gioia e martirio, libertà e gesto osceno della crocifissione. Tutto questo Maddalena lo sa e ce lo dice con grazia, per non spaventarci troppo, per accompagnarci sul bordo del precipizio, là dove la luce che salva ci attende.


Da Maddalena Bertolini Silvia Nava, sulle punte, Publistampa edizioni, Pergine Valsugana, 2019


Per quanto mi riguarda
cammino sulle punte
di tutte le montagne

pianto i denti tatuati dei ramponi 
le intenzioni appese ai fianchi
come esche vive a fare
uscire bestie dalle creste

l’occasione della vita in quel
leone - sbrana ogni domanda
brama la sua preda                                                           
e ritorno intera.                                                                  


467




Come guarda la luce i profili
la montagna che può tenere un uomo
o i bordi di una bestia
perché le linee hanno tracce comuni alla stessa
mano apparteniamo.
Carne e pietra, bosco o pelle, terra
o sale - la differenza solo materiale

il prima o dopo dei tuoi occhi, la luce
che ne risale.


402




la Nord

Tu sopra e io aerea
nella coda di una cometa
legata e pulviscolare. Non devo cadere.
Mi battezza il ghiaccio della piccozza
batti due volte i ramponi
per scalinarmi in questi anni di
matrimonio quanto ho voluto
ribellarmi. Guardami adesso
ancora nell’onore di salire
di starti dietro. Da solo 
potresti morire, ti servo.


367




Le montagne sono piene di costole
hanno schiene glabre e vertebre
sorgenti da offrire ai piedi
ai ramponi ai chiodi alle corde
non chiedono uomini ma ne ricevono e
non ascoltano. Le montagne non crescono
non battono cuori rocciosi sono presenti
nei nostri sentimenti sono belle
quando ci accorgiamo di vederle.

366

Die Berge sind voll Rippen   
haben nackte Rücken und spitze
Wirbel für die Füße
die Steigeisen die Nägel die Seile
sie verlangen nicht nach Menschen aber bekommen sie und
hören nicht zu. Die Berge wachsen nicht
schlagen keine felsige Herzen sie befinden sich
in unseren Sinnen sie sind schön
sobald wir sie zu sehen beginnen.




Un’alba di lana ha preso le montagne
soffoca gli uomini infilati alla vetta

se andassero incontro a una donna
così armati  - ramponi e piccozze
e legati  - in vita l’uno all’altro
da un appuntamento

arrivano dove più su non si può andare
lassù non c’è più niente - ogni cima sola
è vuota e luminosa - allora
dimmi che sali per scendere.

297




a casa

Ritorno a casa nei vestiti

mi tolgo il mare dalla fronte
rimetto le nuvole negli occhi

il vento nei cavi auricolari
e i laghi sulla piana dei polmoni

infilo le valli nelle maniche
sulle punte le dita del Brenta

tutte le cime avvolte come lane
marroni e pesanti di boschi

per ultime tiro fuori dal cassetto
le calze bianche e celesti della neve

le srotolo in un brivido di freddo.


437

Nach Hause

Ich kehre in meine Kleider zurück nach Hause

ich wische mir das Meer von der Stirn
setze die Wolken wieder in die Augen

den Wind in die Ohren
und die Seen auf die Ebene der Lungen

ich stecke die Täler in die Ärmel
die Finger auf die Spitzen des Brenta

alle Gipfel eingehüllt wie braune
und von Wäldern satte Wolle

zuletzt ziehe ich aus der Schublade
die weißen und himmelblauen Strümpfe des Schnees heraus

ich entrolle sie im Schüttelfrost.




Dolce alba sguscia le montagne
le paure di nevi e mari sciolti

luce lenta bianchissime
ossa di roccia

scivola lo sguardo del sole - riprendimi
sull’orlo dell’ombra

hai fatto l’istante
perché mi raggiunga.


454




Le bianche croste costole del mare

non possono i cuori stare fuori
esposti alle intemperanze ai lampi

battono contro piedi stanchi lottano
sotto il sentiero esultano

quando uno di noi - lo trova.


1.




Ciampedie

Adopero queste cime e volentieri
me ne nutro: atterro sui Campi di Dio
affronto il loro abbraccio di cetacei
mammiferi di pietra che filtrano
il plancton della luce

gigantesche branchie grigie rendono
il mare tollerabile - abitabile
fortezza - la dolcezza immobile
del loro movimento: restano in piedi
venendomi incontro.


403