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venerdì 19 ottobre 2018

Lina Salvi su Alfredo Panetta



Alfredo Panetta  Thra Spirali e Sònnura (Tra Rovi e Sogni), puntoacapo Editrice, Pasturana,  2018

Ho pensato spesso, leggendo questo libro, di trovarmi su un percorso accidentato, colmo di trappole e insidie; tra rovi spinosi, acuminati, come sembra suggerire il titolo e agognati sogni. Dapprima la trappola, il sanguinamento, lo scacco, la sequenza più ovvia, severa, a tratti annunciata, per questo forse meno temibile, o forse, più salvifica. Difatti l’autore ci conduce in una sequenza di avvenimenti che tracimano sulla pagina come la più ovvia delle realtà. Si parla qui di elementi rurali, contadini, coltelli, accette; potremo dire quasi arcaici, poiché le poesie traggono linfa da circostanze attinenti la terra di Calabria, in particolare della zona di Locri, ma riconducibili a qualsiasi altra atmosfera abbacinata di acqua e fango. Si parla di   fiumare, dove il terriccio, lo stesso scorrere dell’acqua è spesso ostacolato dal terreno fangoso, insidioso per chiunque osi affrontarle. Qui la mano umana si svela non distruttiva, devastatrice, ma attenta a preservare il corso delle cose. Chi per governarle, dovrà necessariamente assecondare la natura, andarle incontro, in un gesto di sicuro soccorso, in una sorta di simbiosi naturale, a tratti in una lotta.
Molte figure e personaggi emergono dal libro come emblemi di una storia, di vite fiere della loro sorti e del destino che sembra accadere di lì a poco intorno.


CATA, AERI E OJI   

Stacìa ssettata pè nteri jornati
nnanzi o’ focularu, si scialava
u guarda a ligna chi si cunzuma
thrappa thrappa ‘nta ll’arria.

Cocciulijava ‘u rosariu c’a fedi
ngenua d’i figghjioli, menthri
‘u fumu nci sciucava i palpebri.
E se trasìa inta ncocchjiunu
scifulava l’occhji nta ll’ìsthracu
tenendu arrè, pe’ picca, ‘u rispiru.

Nuju ‘i chiju chi succedia
nto mundu potia smoviri ‘i sò gesti
l’usanzi nci davanu na forza
chi tenia inta na pricisa lentezza.

Cu ll’anni l’asma nci accurcià
l’ossa, e ‘a so facci diventà ‘a carta
‘i na generazzioni minata, ma’ vinciuta.

Na sira a vitti appojata sup’a spallera
du letthu, fissava ‘i singazzi ‘i nu vacanti
chi tandi n mi toccava minimamenti.

Oji è ccà, nta sti palori Catarina
cchjiù viva ca mà, ‘a sò guc
duna mangiari a’ mè, sempi cchjiù
ngolfata nto fracassu d‘i claccson.

A cu mporta se fudi mè nanna
o se mbeci na fimmana a modu sò
du temphu abbasata?

Caterina ieri e oggi
Stava seduta per intere giornate/ davanti al focolare, guardava/ la legna consumarsi lentamente nell’aria.// Sgranava il rosario con la fede/ ingenua dei bambini, mentre/ il fumo le asciugava le palpebre. Se entrava qualcuno/ lasciava scivolare lo sguardo sul pavimento/ trattenendo per poco il respiro./ Nulla di quello che accadeva/ nel mondo poteva turbare i suoi gesti/ le abitudini le davano una forza/ che concentrava in una essenziale lentezza.// Con gli anni l’asma le accorciò/ le ossa e il suo viso divenne la mappa/ d’una generazione battuta, mai vinta.// Una sera la vidi appoggiata alla spalliera/ del letto, fissava le crepe d’un vuoto/ che allora non poteva lambirmi.// Oggi è qui, in questi versi Caterina/ più viva che mai, la sua voce/ nutre la mia, sempre più ingolfata/ nel frastuono dei clacson./ Cosa importa se è stata mia nonna/ o invece una donna a suo modo/ baciata dal tempo?

Se la vita è ricordarsi della fiumara, come intitola Manuel Cohen, nell’introduzione del libro, il mondo è rappresentato come un coacervo di asprezze e durezze, di ferinità primordiali dove coesistono realismo e surrealismo, dove l’agognato sogno,   annunciato, sembra avere l’odore del bucato o sublimarsi in un incontro inaspettato. Non importa se vale per quel momento o se la vita condurrà altrove. Ciò che conta è essere lì, saper guardare anche i poveri al di là del Torbido con la loro cruciale dignità.

DIGNITA’

“La Calabria sta perdendo la ricchezza della sua povertà” (G. Berto)

Jivu ‘i l’atthra sponda du Trubbulu
a cogghjiri agulivi. Jà m’agustai
na murra ‘i povari chi si stuja
‘u culu cu frundi d’abbruvera.

Povaru ènnu chiji, mi dissi unu d’iji
cu si spara pugnetti c’a sidura ‘i sò pà
e dassa mpurriri  sònnura
e gudeja nta potiha du zziu Mi.

Po’ nci vitti mentiri i mani nta fissa
d’a fimmana cchjiù beja, tirà fora
nu panaru chjinu ‘i giarasa, favi, poseja
fica calijati, cujuri ‘i pani e vinu ‘i Cirò.

Se cerchi ‘ a sthrata p,a casa
mi dissi, ndà u sa ca nuju ò mundu
teni ‘a vista longa com’un pòvaru
chi stringi nt’è pugna ‘a sò dignità.

 Dignità
Sono andato sull’altro versante/ del Torbido, a raccogliere olive./ Lì ho visto un branco di poveri/ pulirsi il culo/ con foglie di brughiera.// Poveri sono quelli, mi disse/ uno di loro, che si masturbano/ col sudore dei padri/ e lasciano marcire i sogni/ e le budella nell’osteria di zio Mi.// Poi gli vidi mettere le mani nella vagina/ della femmina più bella, estrasse/ una cesta piena di ciliegie, fave, piselli/ fichi secchi, ruote di pane e vino di Cirò.// Se cerchi la strada del ritorno/ mi disse, sappi che nessuno al mondo/ ha la vista più acuta di un povero/  che stringe nei pugni la sua dignità.

I ricordi intrecciati alla memoria tra realtà e presente, si stagliano anche lungo le arterie di città o le tangenziali, dove sembrerebbe quasi impossibile accoccolarsi all’ombra di un faggio e ascoltare il cinguettio di un cardellino che pure si scontra con le sconcezze della vita.  Si resta avvinti dalla morte di una quercia: (La quercia spezzata), dove persino i ragazzi, di solito intenti in altre scaramucce, assistono alla fine, del tutto o del niente, dove un tempo c’era un nido per giocatori di carte.

A CERZA RUPPUTA

Abbastà menz’ura, Cristu!
‘N corpu siccu e nu schjiantu
a sbigghjiari menzu pajisi.

Ndi vitti e sentì, nta dducent’anni
e passa. Malipalori e jestimi,
stringiuti ‘i manu, figghjioli
chi currinu e criscinu….I carti
i briscula nta ll’umbri fìciaru folì. 

Mo’ è jà, curcata nnanzi a nnu
cretini chi spettamu cusapichi.
Ija non di voli sapiri u s’a coja
e mancu è giustu, propia mo’
chi ncigna a hjiuriri ‘a primavera.

Mastro Ntoni, ‘a serra nte vrazza
‘a guci severa ma arrahata
pe’ faghuri, cotrari, ndi dici
votativi ‘i n’authra vanda
non nc’esti nenti ‘i guardari ccà.
Propia nenti ‘i vidiri.

La quercia spezzata

È bastata mezz’ora, Cristo!/ Un colpo secco e uno schianto/ a svegliare mezzo paese.// Ne aveva viste e sentite, in duecent’anni/ e passa. Parolacce e bestemmie, strette di mano/ bambini correre e crescere… Le carte/ da briscola sotto la sua ombra/ ci avevano fatto il nido.// Adesso è lì, sdraiata sul prato/ e noi davanti come cretini/ aspettando chissà che cosa./ Lei non ne vuole sapere di andarsene/ e non è giusto, proprio/ adesso che sboccia la primavera.// Mastro Ntoni, la sega in braccio/ la voce severa ma roca/ per favore, ragazzi, ci dice/  giratevi da un’altra parte/ non c’è niente da guardare qui./ Proprio niente da guardare.


Di un sapiente impatto, a mio avviso, le figure materne e femminili, madri coraggiose, donne fiere nella loro sudditanza al mondo, ma statutarie, simbolo ed emblema, oserei dire, maestre di una dignità più universale, dove chi sembra soccombere, alla fine insegna.
Lina Salvi

Alfredo Panetta è nato nel 1962 a Locri (R.C.). Nel 1981 si trasferisce a Milano dove tuttora vive e lavora nel settore infissi in alluminio. Scrive nella lingua madre, il dialetto calabrese del basso ionico reggino. Suoi testi sono apparsi su varie riviste tra le quali Nuovi Argomenti, Tratti, Il Segnale, Capoverso, La Mosca di Milano, Gradiva. Vincitore del premio Montale Europa per inediti nel 2004, con il suo primo libro, Petri ‘i limiti (Pietre di confine, Moretti& Vitali, 2005) si è aggiudicato i premi Albino Pierro, Lanciano-Mario Sansone e  Rhegium Julii. Nel 2011 è uscita la sua seconda raccolta Na folia nt’è falacchi (Un nido nel fango, Edizioni CFR) vincitrice del premio Pascoli. E’ del 2015 la raccolta Diricati chi si movinu (Radici Mobili, Ed. La Vita Felice). Nel 2018 pubblica il suo ultimo lavoro, Thra sipali e sònnura (Tra rovi e sogni, Ed. Punto e a capo). Tra i concorsi vinti con poesie singole o con sillogi: i premi Lago Gerundo, Noventa-Pascutto, Guido Gozzano. È membro di giuria dei premi letterari “Città di Galbiate” (LC) e “Daniela Cairoli” (CO).  In una scuola primaria di Lecco coordina un laboratorio di composizione poetica.



martedì 25 marzo 2014

Loredana Semantica su Giuseppe Samperi







Visto i testi in dialetto siciliano, area catanese, ho pensato di chiedere un commento a una poetessa siciliana, Loredana Semantica, che ringrazio pubblicamente per la cortesia.

Ogni scrittore compie, scrivendo, un’operazione con la quale consegna al verbo il proprio corpo, lo traduce in segno, storia che racconta; il poeta compie analoga operazione, ma scava più in dentro, più indietro in una ricognizione lenta e implacabile che attinge ai vasi della memoria. Una specie di fame. Come un cane al bisogno riporta alla luce l’osso in precedenza sepolto scavando nella terra, allo stesso modo il poeta cerca il suo osso-mondo e riemerge dalla ricerca portando di traverso nella bocca il suo frammento d’umanità. Per questo ciò che riporta odora di profondità.
Tutto questo emerge nella consegna poetica di Samperi  che accosta maggiormente alla terra il suo dire scegliendo per  “Sarmenti scattiati”, l’opera con cui esordisce sulla scena poetica, il dialetto della sua terra; una lingua, quella siciliana, di parole forti e chiuse senza speranza nelle vocali finali, suoni che riecheggiano l’anima del popolo che le ha “macerate” in bocca, gente di poche e pesanti parole, gravide di tutta la forza d’una terra isolana spaccata dal sole.
Emerge nei testi di Samperi quel “legame viscerale tra autore e opere… il proprio dell’autore nonostante l’autore” (S. Guglielmin) che dice di un’età pregressa felicemente agreste tra le viti e i suoi frutti, i sarmenti e il vino, nei campi arati di fresco, dominati dall’Etna sempre dritta di fronte al pagliaio tra fumi e “nivi” (neve), ma il vulcano non ha più quegli occhi ch’erano specchio del ricordo fantasmatico, del suo innesto che è nella terra e nella memoria.
Samperi s’interroga  sul senso dell’esistenza, ne denuncia la caducità intrisa di sofferenza, espressa in modo più consapevole e dolente in “Aria sbindata” ma presente nondimeno, sebbene più sommessamente, anche in  “Sarmenti scattiati”, dove tuttavia si avverte, a tratti,un’esitazione o più esattamente una forzatura , possibile segno di pudore o di una materia ancora bisognevole nei suoi contorni, più che nel nucleo, di scomposizione ulteriore e macerazione prima di essere humus maturo fecondo di precise parole.
Samperi sceglie per le sue raccolte titoli semanticamente e foneticamente deliziosi che però non anticipano nulla della poetica di abbandono e malinconia che pervade i testi, dicendo così bene in poesia la finitezza, la consapevolezza dell’inafferrabile, quello squarcio che è la separazione ineluttabile, l’attraversamento senza rimedio di ogni essere, la lontananza che ci rende al tempo stesso: orfani, esiliati, inconsolabili, bisognosi della parola balsamo che ricucia gli strappi e riaccosti i lembi di ferite inferte e converta in pacificazione il dramma del vivere e morire.



da Sarmenti Scattiati  (Catania, 1999)
*

PIJERI SENZA SANTI

’U parrinu spinneva paroli:
“morti di murtali
morti d’apparenza …”

Avissi saputu
avissi caputu
’mmerni d’acquazzuni
e çiauru di jelu
a Mannirianchi,
’u to’ paradisu di virdura
ccu zzappuni sutta ’a
                                       rracina.

Avissi saputu vinnigna
nni sittembri di spiranza
e rannuliati a siti
                                       di sciroccu …

e non sapeva, non puteva sapiri
suspiri d’arbuli ccipputi
nnô focu scappatu,
’i to’ prijeri senza santi
a sarmenti occhialuti
di putari,
a celu siccagnu di misi
prima di tribbiari …

e spinneva paroli.

Avissi saputu i to’ occhi
rridulini a frauli rrussigni
                                        ô mircatu
                                        dâ frutta …

avissi statu mutu,
avissi datu silenziu a Cristu:
vuci â puisia
di paroli affruntulini.


PREGHIERE SENZA SANTI – Il parroco spendeva parole:/ “morte di mortali/ morte d’apparenza …”// Avesse saputo/ avesse capito/ inverni d’acquazzoni/ e odore di gelo/ a Mandre Bianche,/ il tuo paradiso di verdura/ con la zappa sotto/ l’uva.// Avesse saputo vendemmia/ in settembre di speranza/ e grandinate a sete/ di scirocco …// e non sapeva, non poteva sapere/ sospiri d’alberi dai grossi ceppi/ nel fuoco scappato,/ le tue preghiere senza santi/ a sarmenti occhiuti/ da potare,/ a cielo inaridito di mesi/ prima di trebbiare …// e spendeva parole.// Avesse saputo i tuoi occhi/ ridenti a fragole rosseggianti/ al mercato/ della frutta …// sarebbe stato zitto,/ avrebbe dato silenzio a Cristo:/ voce alla poesia/ di parole vergognose.


*
Sarmenti
vurrucati ’nfunnu
– comu ddisi pasciuti
e finuliddi –
vagnati e ccu picca occhi di fora
sutta un celu tradimintusu …
“Cuppunili bboni”,
e curreviti d’anni di fantasia.
Divintaru vigna pampinusa
rracina e mustu e vinu
e ppoi lignami di furnu.

Spuntunu ancora bbarbatelli
ogn’annu, ammenzu ô frummentu.


Sarmenti/ interrati a fondo/ – come arbusti ben nutriti/ e sottili –/ bagnati e con pochi occhi di fuori/ sotto un cielo incerto/ “Coprili bene!”,/ e correvi d’anni con la fantasia./ Sono diventati vigna frondosa/ uva e mosto e vino/ e poi legname da forno.// Spuntano ancora barbatelle/ ogni anno, in mezzo al frumento.




*
Divintasti Parola:
ppi ogni zzuccu ’na puisia,
ppi ogni pàmpina
un cocciu di rracina
di mimoria,
ppi ogni sarmentu
un scattiolu ’i fantasia.

Sei diventato Parola/ per ogni ceppo una poesia,/ per ogni pàmpino/ un acino d’uva/ di memoria,/ per ogni sarmento/ uno scoppio di fantasia.


*
Su non c’è cchiù vigna
è pirchì ’a to’
cchiù rranni puisia
non appi bisognu fogghi
di scrittura.

Se non c’è più vigna/ è perché la tua/ più grande poesia/ non ha avuto bisogno fogli/ di scrittura.




*
Ccu mustu e vinu di mimoria
e non di scurdanza
m’aju assittari
nnô sfumazziari dô jornu.
’Na preula c’è sempri
– macari nnê pirreri –
ppi nuatri siciliani!

Con mosto e vino di memoria/ e non di dimenticanza/ dovrò sedermi/ nello sfumare del giorno./ Un pergolato c’è sempre/ – anche nelle cave di pietra –/ per noialtri siciliani!


*
Supra ’n munzeddu
di petri assulicchiati,
sarmenti ’nfracituti.
Ni pigghiai ’n pezzu
ca non tuccasti tu
– o forsi sì, ma
stavòta sugnu orbu
di rriliqui –
ca non putasti …
È ’n sacunnu di vita
ppi sciancati rriordi
d’ummira fina.

Sopra un mucchio/ di sassi assolati,/ sarmenti infraciditi./ Ne ho preso un pezzo/ che non hai toccato tu/ – o forse sì, ma/ stavolta sono orbo/ di reliquie –/ che non potasti …/ È un secondo di vita/ per sciancati ricordi/ d’ombra fine.


*
L’Etna china di nivi
fumu lentu di conca,
l’Etna ’n facci ô puzzu
ritta a ’stu pagghiaru,
non havi cchiù i to’ occhi.

C’è quarchi sarmentu
’nvaniddatu nnê surca
di ’sta terra lavurata?

L’Etna piena di neve/ fumo lento di braciere,/ l’Etna dirimpetto al pozzo/ in direzione di questo pagliaio,/ non ha più i tuoi occhi.// C’è qualche sarmento/ avvallato nei solchi/ di questa terra arata?


Da Aria sbintata (Catania, 2002)


*
Vuci nnâ sulitutini
– sunata ’i ciauli
palluni unchiatu di ciaramedda –
non mâ pigghi l’anima,
rresti a filu d’aria.

’A nostra ’a stissa
pantasciata,
i stissi canali scummigghiati
ca mpicciriddisciun’u celu.

Cuddì, mentri tu parri
m’antuppu aricchi
e gnuttucu paroli
comu lameri
tagghienti.

Voce  nella solitudine/ – sonata (canto) di cornacchie/ pallone gonfiato di cornamusa –/ non mi prendi l’anima,/ resti a filo d’aria.// Il nostro è uguale/ affanno,/ le stesse tegole scoperchiate/ che rimpiccioliscono il cielo.// Così, mentre tu parli/ mi tappo le orecchie/ e ripiego parole/ come lamiere/ taglienti.



*
Su dicu ca sugnu scuntentu
nuddu mi cridi
– e forsi mancu jù –
nuddu mi ddumanna
cchi cci aju di vinniri
ca curru e sugnu fermu,
ca cercu e mi sdirrubbu
un pezzu di rraggiuni …

Vuautri, criditimi,
ca sugnu munzignaru
e nanfarusu,
ca sugnu pedi-cioci
e vinnu ’n prescia
lettu scunsulatu
e paroli-chiummu
ô straventu
nnê sipali.


Se dico che sono scontento / nessuno mi crede / – e forse neppure io – / nessuno mi domanda / cosa abbia da vendere / ché corro e sono fermo, / ché cerco ed inciampo / uno straccio di ragione… // Voi altri, credetemi, / ché sono bugiardo / e “parlo col naso”(pieno di me stesso), / ché sono “piedi mollicci” (instabili) / e vendo in fretta / letto sconsolato / e parole-piombo / allo stravento / nelle sipale.



*
Vita e paroli
si strinciunu
comu l’aria cchê purmuna:

N’autra sira a stissa
comu chista
e moru!

Nn’aju a rrispirari
c’u sapi quantu
silenziu di canigghia …

Quantu voti quantu
aju a surcari
munzignarii di vitru?


Vita e parole / si stringono / come l’aria con i polmoni:// Un’altra sera uguale a questa /e muoio! // Ne debbo respirare / chissà quanto / silenzio di crusca … // Quante volte quante / dovrò solcare / menzogne di vetro?



 


Giuseppe Samperi è nato a Catania, vive a Castel di Iudica. Ha esordito nel 1999 con una plaquette di versi in dialetto, Sarmenti Scattiati (Catania, Prova d’Autore), opera vincitrice dei Premi “Città di Marineo”,“ Erice Anteka”,“Ignazio Buttitta”. Nel 2002 pubblica la silloge dialettale Aria sbintata (in Chiana e Biveri, ibidem, premio “Angelo Musco”, Milo). Del 2003 è una raccolta di prose, aforismi, versi, dal titolo Alice dell’Amore (ibidem). Del 2011 è la silloge Il miliardesimo maratoneta (Edizioni del Calatino).
In ultimo ha pubblicato gli ebook Genesi e temi di un romanzo “familiare”:‘ La casa in collina di Cesare Pavese’ e la raccolta di racconti e prose La bottega del non fare & altri racconti (ibidem).