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mercoledì 24 maggio 2017

Le due poesie presentate a Bologna in Lettere

Le due poesie presentate a Bologna in Lettere. La prima versione, che qui è da ritenersi definitiva, la trovate in Le volpi gridano in giardino. Ringrazio Enzo Campi per l'ospitalità.

                     

                      Voglio dire


Batto il tempo con i chiodi e cerco rime
sopraffine come nice / camice, ano / gozzano
per fare festa freudiana e ancora godere
della parola fantola, per quanto crudele
forse, e malata. E poi, sia detto con chiarezza
rompe di più Caparezza, l'effervescenza
della sua catena non interrotta di motti, o l'odore
lungo del pastore, lurido d'erbe e d'animali
che la poesia civile, oggi, di più il camallo
stramazzato che la politica, spesso, io comunque
adesso, muovo da porta nuziale, attraverso il canto
cauto, lo sformo, seguo, della teoria dei giochi
il suo programma solidale, anche se poesia
tende a / stampa per / niente, a volte, come del resto
il tentacolo senza spettatore, il naufragio
di cui siamo spettri, fragili plettri.  


E dunque mi chiedo: meglio D'Elia, il poeta
che chiama padre Pasolini, o Lina, la bianca pollastra
di Saba, regina serena tra le braccia di Dio?
Ed è più degno il legno o l'amianto, il corpo teso
del discobolo o quello che muove all'obolo
il marmo o il karma, o la Marna, invece, che è roccia
sedimentaria e la prima forma di trincea precaria
dove ricevere la qualità dei tempi e far poesia
come ripete, in Laborintus, il caro estinto
alla vigilia della rivoluzione (linguistica, almeno
e meno fascista dunque) quando al cottolengo
si votava, e senza vergogna, pare. D'altro canto
nemmeno il comunismo s'ha da fare, in quel frangente
ma da dire, appunto o, meglio, in contrappunto
s'ha da smontare.


Però, davvero, ancora mi domando
se questo paravento abbia un senso, se questa messa
in pena valga la cera e quanto o invece
buchi meglio lo scherno l'impiego crudo del vero
con corpi monchi e scalpi o la ferocia
che fa da linfa alle feste del potere
dalle undicimila verghe alle centoventi
di Salò, baionette antiborghesi, vero, anche se poi
tutto rapprende in solida bolla e lancio editoriale.


Eppure la borghesia, forse, per quanto
piccola, e il proletariato e l'ospite indesiderato
sono comode figure, semplificazioni che sporcano
di meno. Ideologie, appunto, tare. O almeno, così pare
se questo il mondo teme e non invece
come credo, la bestia oscena, il maschio
disumano lanciato contro la femmina
motrice, chimera che spaùra perché più dell'uomo penetra
più di lui domina la scena. Forse di questo stiamo parlando
anche quando cantiamo l'amore o la vittoria al palio
quando chiediamo se val bene questo
quello o l'erba in mezzo, come a beato confine
poetando.


Come vedi mi cito, mi chioso
con tutto il corpo che posso, scopro la voce, le voci
che come a Giovanna mi sparlano dentro, per liberare
la faglia, così che spiffero e buio e quanto rimane da dire
come da botte larga escano fuori o da bottega
ch'è un fare felice, se campana, per esempio, nasce
da terra ed ingegno, come in un film di Tarkosvkij
o da una poesia di suo padre, dove "l’erba come un flauto
- d'improvviso - cominciava a suonare".


Io credo, davvero, che di traverso
si metta comunque l'uomo, non il verso
e che quanto piace al mondo sia greve, unto
come l'amaro Belice e la calce viva sui corpi
a Dachau. E credo, anche, alla complicazione
radicale, che non è un partito
ma un'idea, un segno d'affetto verso il vero
e, il mio, un omaggio a Sanguineti.
Complicazione, dico, non sabotaggio, ronda
o l'invasione del Sudeti, bensì il volo
suadente di Palomar dentro l'onda o il radente
suo scrutare l'infinito, l’ascolto dell'amore tuo
nervoso e di chi ancora respira laggiù, lumino
zoppo dei morti, cuore remoto.



Incanto



compro corpo smontabile per serate
a villa certosa. e termometro vaginale
pininfarina. cerco macchina per lavanda
gastrica, massima riservatezza.

regalo la primavera araba o permuto
con risorgimento italiano. compro regolo
ostetrico per gravidanza democratica.
parto domani: affittasi libertà vigilata.

Vendo foto di marilyn per atti impuri. regalo
se serve, vento e vasellina. compro la vita agra
senza ricetta o scambio con donna letale.
insegno a scendere le scale tenendomi al laccio.

smonto teoremi e piccole chiese. sbanco terra
promessa. cerco garanzie sulla morte di Dio.
offro collezione in plastica di falle e reliquie
praticamente eterne.

cerco tempo che non aspetti. e spazio nei cuori.
cerco a come amore, b come seconda chance.
offro correzione onanista a maternità sgradita.
presto le dita a personalità monca.

compro fumo afgano con rudere. no corpi
carbonizzati né madri o piccoli bastardi. vendo
gagliardetto fascista e ritratto del presidente.
missile intelligente cerca mina brillante.

seleziono razze. no negri o gialli. no ebrei.
seziono gemelli e profili ariani. cerco pelle
da conciare per magnifico gilè. e denti per
bottoni. elimino gratis vicini di casa.

offresi compagnia casta a signora perversa.
regalo topolino bianco sodomita, vera occasione.
cedo parete nord per carezze artiche.
cerco lingua ruvida che solluccheri. no yeti.

scrivo poesie e porcate. regalo balbettio
d'amore a legionario di bergerac. insegno carattere
orale, anale e cuneiforme. uomo pigro offresi
per pausa pranzo.

scambio glicemia con colesterolo. presto
referenze all'uomo invisibile. pratico inseminazione
padana. mezzano disposto ad ingoiare veleno,
vende storia commovente.

baratto collera di amleto con collirio. e ghetto
con gatto, gitto con altro verbo arcaico.
compro sentenza d'assoluzione o scambio
con la fine di questo incanto. cedo la parola.




Stefano Guglielmin






mercoledì 6 novembre 2013

La poesia come mandala (seconda parte)





                                                           foto di Annelisa Addolorato

Dodici giorni di poesia in India (seconda parte)

di Annelisa Addolorato




Ora inizia la seconda tappa del viaggio: da Nagpur voliamo a Mumbai, e da lì direttamente a Delhi, dove ci fermeremo due giorni. Delhi la vedo sostanzialmente dall’automobile, scrutando fuori e scattando foto alacremente, per non perdermi un solo secondo di quel che c’è fuori dal finestrino,
A Delhi rincontriamo il poeta e cantore di lingua Kannada Shiva P, specialista in mistica bakti, sufi, orientale è cattedratico e attualmente direttore del Centro Tagore a Berlino.
Alla Sahitya Akademi, ci attendono come ospiti del Literary Forum, per un nostro reading (io leggerò in italiano) e una sessione di dibattito sulla poesia, i simboli e la traduzione. Shivaprakash mi fa il grande onore di leggere la traduzione inglese delle mie poesie, mentre io leggo in italiano.
In questa occasione rivedo la prolifica e pluripremiata scrittrice in lingua Odisha Mona Lisa Jena, che oltre ad avere al suo attivo una ampia serie di volumi di prosa e poesia pubblicati, sta attualmente anche realizzando un importante lavoro di valorizzazione della lingua e della cultura Odisha. Segnalo a questo proposito l’antologia di racconti, di vari autori, in lingua Odisha da lei curata e tradotta in inglese sotto il titolo Dasuram’s Script - New Writing form Odisha (HarperCollins, New Delhi 2013), e che, tra l’altro, restituisce al lettore non indiano un prezioso spaccato della vita locale di oggi.
Il giorno seguente, mi si presenta la opportunità di andare ad Agra e visitare il Taj Mahal, insieme a una delegazione di scrittori e intellettuali croati, che sono in India per uno scambio culturale e per partecipare ad alcuni festival di cinema. Il Taj Mahal, situato ad Agra, nell'India settentrionale, è un mausoleo fatto costruire nel 1632 dall'imperatore moghul Shah Jahan in memoria della moglie preferita Arjumand Banu Begum. È una delle sette meraviglie del mondo. Sperimentiamo anche la foratura di una gomma, poco dopo la partenza da Delhi, nella quasi deserta e nuovissima autostrada dotata di pannellini fotovoltaici: questa sosta imprevista ci permette di fermarci un poco al sole, e anche di essere soccorsi da persone molto cordiali.

Il giorno seguente alla visita al Taj si lascia Delhi e si torna quindi a Mumbai, per l’ultima tappa del viaggio. Qui, pur rimanendo in città, con mio iniziale stupore, cambieremo alloggio dopo due giorni, visitando prima la zona di Colaba, a sud, e poi quella di Juhu. Attraversando il variopinto traffico di Mumbai capisco come mai è stato meglio spostarsi: si tratta di una unica città, ma in effetti è così vasta.

A Mumbai partecipiamo al primo Festival internazionale di poesia organizzato dalla casa editrice Poetrywala, che da dieci anni pubblica testi di poeti indiani e non indiani con grande accuratezza e amorevolezza: a dirigere la casa editrice c’è una coppia d’eccezione, una vera e propria coppia poetica, cioè il poeta e Heimant Divate con la moglie Smruti, che hanno anche ideato e coordinato insieme il festival, anche con il supporto degli entusiasti e giovanissimi figli.
Il festival si svolge nel College di Architettura, nella zona di Colaba, zona sud di Mumbai, e viene inaugurato da una breve commemorazione che si svolge davanti alla casa che fu la residenza indiana dello scrittore Kipling, e che ora è all’interno dei giardini del College.
Qui rincontriamo alcuni poeti che erano con noi al Festival Kritya, e ne conosciamo altri. Ci sono poeti musicisti, come Anand Thakore (che si accoglierà anche a casa sua, per ‘festeggiare il compleanno’ della casa editrice Poetrywala), e poeti drammaturghi, come Vivek Tandon. La giornata è suddivisa in quattro diverse sessioni di readings collettivi, e un discussion panel nel pomeriggio. I poeti, indiani e non indiani, che partecipano al Festival sono: Adil Jussawala, Gieve Patel, Manya Joshi, Madhi, Sarabjeet Garcha, Liam O Muirthile, Varjesh Solanki, Sandesh Dhage, Salil Wagh, Sanjeev Khandekar, Tsippy Byron, Manoj Pathak, R. Raj Rao, Bodhisattva, Prabodh Parikh, Marc Granier, Prakash Holkar, Mustansir Dalvi, Dinkar Manwar, Mangesh Kale, Prabha Ganorkar, Murli, K. Ramesh, Gabriel Rosenstock, Abhay Sardesai, Sanjeev Khandekar, Mitra Parekh, Sachin Ketkar, Hemant Divate (editore e poeta in lingua maharati e inglese, appunto), Zingonia Zingone, Jane Bhandari, Vasant Dahake, Manohar Shetty, Ranjit Hoskote.

Partecipo a una delle due sessioni di reading pomeridiane. Dopo il reading partecipo come al discussion panel su come riportare la poesia al centro del panorama culturale internazionale. Fermo restando che si tratta di un tema che necessiterebbe dell’intera comunità poetica mondiale, per essere anche solo minimante sfiorato, diciamo che raccolgo la sfida, nel mio piccolo, cercando di non perdermi d’animo. Ho preparato sul mio iPad l’intervento e delle note con un breve intervento sulla situazione italiana, e su quel che più conosco. E ho quindi modo di parlare di quello in cui credo e anche che vedo: cioè che la poesia e il linguaggio poetico in realtà sono proprio il genere e il linguaggio del presente, anzi del futuro! Il linguaggio poetico è incisivo, sintetico, condensando sullo spazio della pagina - reale o virtuale, multidimensionale che sia - la sintesi dell’analisi della realtà. È anche un modo di essere, un modo di vita, condiviso da persone di tutte le età, nazionalità, a diversi livelli di scolarità, e si ‘manifesta’ in modalità molto eterogenee: dai reading ‘classici’, alle pubblicazioni cartacee e on-line, alla scrittura collettiva, ai collettivi e gruppi di poeti, agli slammers e alle ‘crew’ che spesso dalla spoken word sfiorano convicono con la parola cantata, alle ‘palestre poetiche’ (mi riferisco per esempio alla attuale modalità del realismo terminale suggerito da Guido Oldani... Insomma, sia guardano alla situazione nel mio paese, sia conoscendo e viaggiando nel mondo poetico indiano e di altri paesi, non mi sentirei proprio di dire che la poesia langue o sta languendo: tutt’altro! Menziono anche altri fenomeni, avvenimenti che in Italia stanno nascendo attualment, e vengono a ‘smuovere’ ulteriormente le acque della poesia. Tra gli altri, la nascente federazione italiana del PoetrySlam, all’interno e per la quale ho attualmente il piacere di collaborare e lavorare. Il Poetry Slam è una ‘disciplina’ poetico-artistica nata negli anni ottanta negli Stati Uniti, e arrivata solo molto più tardi in Italia. È caratterizzata dall’elemento performativo della poesia, esaltando la ‘spoken word’. È anche e soprattutto, tra l’altro, e per questo mi sta appassionando e mi ha avvicinata a sé velocemente, una forma di poesia-gioco collettiva, molto aggregante socialmente. Un’altra caratteristica molto positiva che ha è che riscopre entrambi i lati che rischiano di essere più facilmente, almeno nell’ ‘Occidente’ attuale, omessi o dimenticati: cioè la nascita della poesia come nodo tra voce, canto e parola (parola parlata, ma anche cantata! E questa è una caratteristica della poesia ancora molto attuale molto viva e palese nella poesia inidiana, orientale, araba) e anche il carattere politico, di piazza, nel senso di collettivo, della poesia.

La poesia è nata, sia che la si consideri nata storicamente (cioè con una data di nascita cronologicamente reperibile), o che la si consideri da un punto di vista mitico/mitologico, ma comunque è sempre stata comunicazione, scambio, atto comunicativo condiviso, certo mai lontano da un elemento estetico (legato ai sensi, e quindi non rinchiudibile solamente tra pagine o angoli nascosti, bui!). Ma penso, e dirò anche in questo contesto, di più: credo che al giorno d’oggi la poesia sia un grande, forte e anche flessibile e delicato strumento atto ad aiutare l’evoluzione umana, sia da un punto di vista interiore che ‘pratico’. Permette alle persone di comunicare in un modo migliore e più completo e complesso, rispondendo adeguatamente alla reale natura umana, e arrivando a toccare le parti più sensibili dell’essere. Proprio per queste ragioni ritengo che sia il linguaggio del futuro. La poesia è mediazione condivisa, perpetuo, perenne dialogo: contemporaneamente un dialogo interno e pubblico, che permette, facilita la comune finalità sociale della convivenza, e della convivenza pacifica. 



La poesia è anche l’arte del ricordo… nel video intitolato “Khonsay: una poesia in molte lingue” è possibile identificare il poeta come la persona della società, nella società, e anche la rete dei poeti nelle diverse società, nell’umana tribù (come, tra gli altri, avrebbe detto il poeta-mistico spagnolo, della Generazione degli anni ’50, Valente), come ‘coloro che ricordano’, che hanno memoria della nostra umanità e della nostra storia, ma anche coloro che ‘l’hanno a cuore’. Per questo identificherei oggi il poeta con la rete delle persone che formano parte della società, della tribù allargata, in ogni città, nazione, continente: una rete globale, tutt’altro che spersonalizzata o spersonalizzante, ma anzi consapevole all’ennesima potenza della propria ricchezza culturale e quindi cultuale: del culto dell’umano, e della evoluzione condivisa, dunque, e in armonia tra ricordo, storia e innovazione, evoluzione.  La poesia è e sempre presuppone un incontro culturale e linguistico, persino tra le persone dello stesso paese (si pensi ai dialetti, anche solo in Italia, senza arrivare alla situazione macroscopica indiana di cui abbiamo accennato anteriormente).

Ma la poesia è anche meditazione condivisa: la materia che si incontra e si fonde con l’immateriale. È la sensibilità che incontra le capacità comunicative. Meditando su questo, è trascorso un altro frammento temporale del viaggio, che sta per finire.
Da Colaba, zona sud di Mumbai, accanto al mare, si parte per una gita domenicale tipicamente indiana, e affrontando anche una lunghissima coda, al porto, anch’essa tipicamente indiana, e dove cerco di mimetizzarmi tra le donne indiane, usando anche io il mio piccolo ombrello per ripararmi dal sole, invece che dalla pioggia.
Arriva una bimba e mi stampa sul dorso della mano una bella goccia decorata, tra l’latro identica all’anello che porto proprio su quella mano, con uno stampo di legno intinto nell’henné. Dietro di lei arriva un’altra bimba e senza lasciarmi scelta mi annoda al polso dello stesso braccio un braccialetto di filo in cui sono infilati bellissimi gelsomini freschi: direi che sono pronta per il pellegrinaggio all’isola. Si parte in barca per una visita all'isola di Elephanta, chiamata Elephanta Caves, per le sue grotte sacre, indù e buddiste.
Sono grotte intagliate nella roccia, e la maggior parte ospita statue giganti di varie divinità indù. Ci sono anche grotte di culto buddista. Anche qui vige la convivenza interculturale e interreligiosa, come in tutta l'India che ho conosciuto io. Le grotte si raggiungono dopo molte e altissime rampe di scale di pietra, che ci portano a vedere dall’alto l’isola, dopo aver attraversato un coloratissimo e accogliente bazar e una zona intermedia, più verde e tranquilla.
Arriviamo alle grotte: intere famiglie indiane trascorrono la giornata qui, sotto gli alberi ci sono famiglie che chiacchierano o riposano, bimbi che giocano, altri gruppi impegnati in un pic-nic.
In tutta l’isola ci sono scimmiette, che saltano, camminano, o ci guardano dagli alberi.
Davanti alla grotta più lontana dal porto c’è un grande albero che ospita una grandissima quantità di scimmie: quando si mettono a ‘parlare’ tutte insieme, fanno persino un po’ paura. Con la mia visita a quest’ultima grotta, con in fondo un altare ricoperto di gelsomini bianchi, ha termine questo viaggio.

Il multilinguismo e multiculturalismo indiano ha in sé e apporta una ricchezza culturale immensa a chi visita l’India, a chi la abita e a chi ha avuto, come me, la fortuna di poter iniziare a conoscerla.
Come un mandala, la poesia è un mezzo di condivisione, una rappresentazione esatta della complessità del mondo, con tutte le diverse culture, lingue, religioni: i diversi colori dei simili ma tutti diversi granelli di sabbia che ne fanno parte. La poesia come mezzo di mediazione linguistica e culturale, come ponte che unisce e che conserva o porta la pace, permettendo a tutti quelli che ne accettano sfide, norme, regole - proprio come se la convivenza umana e culturale fosse un gioco condiviso - sia di esprimersi che di conoscere far conoscere e riconoscersi nella propria identità culturale, linguistica.
Sentire leggere, parlare e cantare tutti questi poeti in lingue diverse, vivere insieme e aiutarsi reciprocamente a capirsi, è un segnale forte, che mi fa sentire forte e rinnovato il pacifico messaggio di Gandhi sulla possibilità di un mondo in cui si possa convivere in pace, affondando, tutti insieme, le nostre radici sia nella nostra terra, sia in un cielo condiviso: facendo prosperare entrambe con l’aiuto e la comprensione di tutti.
La poesia è un mandala.

Qui  la prima parte.

sabato 2 novembre 2013

Annelisa Addolorato: La poesia come mandala



Dodici giorni di poesia in India (prima parte)

In aereo accanto a me è seduto un ragazzo indiano abbastanza in carne, che indossa placidamente una maglietta con sopra il Che Guevara. Dopo qualche silenziosa ora di volo da Instambul verso Mumbai, durante il sontuoso pasto servito dalle hostess della Turkish Airlines, ci auguriamo reciprocamente buon appetito e verso la fine del volo ci rivolgiamo addirittura la parola.
Poco prima che l’aereo atterri parliamo brevemente, e da questa conversazione last-minute scopro qualcosa di molto interessante: il mio viaggio letterario in India inizia sotto il benevolo sguardo di Ganesha, la più importante divinità del pantheon indù, la prima ad essere nominata nelle preghiere dei devoti: sono i giorni della sua festa! Figlio di Shiva, Ganesha è una divinità che ha ereditato dal padre il dono della danza cosmica. È il dio-elefante, dal corpo umano e dalla testa di elefante. Dopo le cerimonie, le processioni della sua festa, le statue che lo ritraggono vengono immerse in un fiume, o in mare, in un lago, o nelle vasche dei templi. È spesso identificato con l’‘om’, mantra della meditazione e si ritiene che l’ispirarsi a lui, aspirando alla sua saggezza, porti a un più naturale e spontaneo allontanamento dal peso dell’ego, considerato (anche nel buddismo, oltre che nell’induismo), un fardello, la peggior zavorra di cui gli esseri senzienti si devono liberare per poter vivere un’esistenza felice e coerente con la propria essenza, con i propri simili, gli altri esseri senzienti e anche con i naturali principi del cosmo. Il mio compagno di volo, che vive in Africa per lavoro, sta tornando in India proprio per la Ganesha Caturti, una delle festività indù più importanti dell’India, e sicuramente la più partecipata nello stato del Maharastra, dove ci stiamo dirigendo. Con sentita emozione e sincero orgoglio, mi dice di far parte di una nutritissima congregazione di giovani della sua città, che trascorreranno le giornate conclusive della festa suonando e cantando per le strade, in onore di Ganesha. Lui torna a casa per questa festa, e per cantare e suonare insieme agli altri nella sua città. Vengo anche invitata a questa festa, ma il mio tragitto è già stabilito da tempo, e non lo posso proprio modificare. Comunque lo ringrazio, accetto e accolgo volentieri, se non altro idealmente, questo invito e il mio viaggio si rivelerà davvero all’insegna di Ganesha, della sua saggia e benevola spensieratezza, della sua capacità nel rimuovere gli ostacoli dal cammino. È infatti per eccellenza la divinità induista ‘abrecaminos’, per dirlo in spagnolo e tradurne il ruolo in una tradizione religiosa caraibica sincretica (quella de los ‘santeros’), agli antipodi dall’India. Devo ammettere che ho una certa familiarità e sicuramente molta simpatia per questa divinità, come per gli elefanti, giganti, saggi animali pacifici e vegetariani. Durante questo viaggio indiano, durante il cammino, incontrerò anche innumerevoli immagini e rappresentazioni - che ho cercato di documentare con moltissimi scatti fotografici - di elefanti (gli animali) e di Ganesha (la divinità).

La prima tappa di questo viaggio di metà settembre 2013 mi porta diritta all’ottava edizione del Kritya International Poetry Festival: il primo Festival annuale di poesia in India, e come spesso ci ha ricordato il poeta e diplomatico indiano Abhay K. Kumar (attualmente di stanza in Nepal, a Kathmandu), anche il più grande dell’Asia meridionale.

Si può seguire ripercorrere idealmente il mio tour poetico indiano di dodici giorni (viaggio incluso), realizzato nel settembre 2013, guardando una mappa dell’India:
prima cercate Mumbai, nello stato del Maharastra, poi lì vicino vedrete Nagpur, la ‘città dei serpenti’, situata esattamente al centro dell'India. Qui - due anni fa, nel maggio del 2012 - mi ero sentita come se fossi una ignara eppure precisissima freccia scoccata per trascorrere i miei primi quattro giorni (poetici!) in India, in un viaggio tanto rapido quanto intenso, in occasione della mia partecipazione alla sesta edizione del Festival Kritya. Questa invece è la prima tappa del viaggio di quest’anno: Wardha. Anche qui ci sono molti serpenti.

Questa volta, a differenza del mio primo solitario viaggio poetico in India, ho condiviso tutto l’itinerario, geografico e letterario con la generosa e vitalissima scrittrice italo-costarricense Zingonia Zingone, poetessa e romanziera che scrive in spagnolo e vive a Roma. È una scrittrice prolifica, con libri pubblicati e tradotti in vari paesi del mondo: qui in India presenta proprio in questa occasione il suo libro Acrobat of the Oblivion, tradotto dalla casa editrice di Mumbai Poetrywala.
Insieme ci siamo avventurate in questo tour indiano, come una tanto minuscola come indipendente delegazione della poesia femminile proveniente dall’Italia. Entrambe - e io per la prima volta - abbiamo anche contribuito all’organizzazione del Festival di quest’anno, avendo l’onore di formare parte integrante del suo International Organizing Committee.

Dal piccolo aeroporto di Nagpur, in una macchina piena di poeti, ci spostiamo verso Wardha. In macchina conosciamo il poeta, cantante, pittore, profondo conoscitore della cultura indiana e studioso di sanscrito e hindi Mathura (M. Lattik, autore, tra gli altri, del libro Sõstrahelmed – Currant Beads), proveniente dall’Estonia; il prolifico scrittore e poeta greco Anastassiss, e il poeta indiano, con il quale avrei poi avuto il piacere di condividere la sessione di reading durante l’ultimo giorno del festival, insieme ad altri  poeti di lingua hindi, e al celebre poeta palestinese Marwan Makhoul.
Arriviamo all'imbrunire al campus della Mahatma Gandhi International University: ora cercate in Googlemaps la località di Wardha. Proprio nei pressi dell’Università che ci ha ospitati, si trova l’ashram dove Gandhi ha vissuto per dodici anni, nell’epoca conclusiva della sua vita. A Wardha si respira la placida e convinta, sorridente e inflessibile sobrietà del Mahatma/Grande anima-Gandhi. Qui per esempio i letti sono dotati di un solo lenzuolo, che copre il materasso (molto duro e confortevole). Un aspetto che personalmente trovo molto civile e mi piace molto è che qui, ma scopro che è una norma governativa, l’alcol non è (viene definita ‘dry zone’) considerato tra i beni di prima necessità, e dunque non è incluso nei pasti, né offerto agli ospiti. Gli ospiti che lo desiderano, lo devono sempre e comunque considerare come un ‘plus’, un bene di lusso a cui - di solito - provvedere privatamente se lo desiderano. Si pensi che il consumo di alcol non è previsto né nella religione buddista, né induista, né musulmana.
Degno di nota anche il dettaglio del nome delle vie del campus, tutte dedicate a poeti indiani.
Il Festival Internazionale di poesia Kritya, diretto da Rati Saxena, poetessa, scrittrice, traduttrice, cattedratica, allieva dello studioso e poeta indiano Ayyappa Paniker, sta per cominciare: quest’anno si celebra la sua ottava edizione itinerante. Una delle peculiarità più accattivanti del festival, che lo rendono unico nel suo genere, e ne rendono ancora più encomiabile la complessa realizzazione, è il fatto che ogni anno, come dall’idea originaria del progetto, si svolge in una zona e città diversa della vastissima India.

Durante la prima serata si apre formalmente il Festival, e i poeti che, come noi, sono già arrivati, vengono accolti dal Rati Saxena dallo staff e dalle autorità universitarie. La mattina dopo il nostro arrivo inizia il Festival: prima dell’inizio delle sessioni dei reading del giorno, l’inaugurazione del festival avviene anche con un rituale e con la musica: ogni poeta apporta la fiammella della poesia: insieme ne accendiamo il fuoco (sacro).

Nel cortile, intanto, alcune studentesse danno vita ad un coloratissimo mandala, anche questo realizzato in occasione della inaugurazione del festival. Come la poesia, un mandala è una rappresentazione condivisa dell’universo, fatta di granelli colorati, che si combinano dando vita a forme geometriche perfette, uniche e anche nuove.

A introdurre la prima mattinata di Kritya, oltre a Rati Saxena, che dirige il Festival, interviene anche il comitato scientifico: Vibhuti Narain Rai e Rakesh Mishra, docente presso il Dipartimento di Non-violenza e Studi sulla Pace della Mahatma Gandhi International University; il Professor A. Arvindakshan, della Mahatma Gandhi Antarrashtriya Hindi Vishwavidyalaya (Wardha).

E così inizia il festival. Ognuna delle tre giornate del Festival include quattro sessioni di readings, in cui poeti indiani e poeti che provengono da altri luoghi del mondo si incontrano e si succedono sul palco, con letture multilingue intervallate da intermezzi musicali o presentazioni di alcuni eventi, riviste, volumi che spesso sanciscono la collaborazione di poeti di diverse culture, sia indiane sia planetarie.

Tutti i poeti leggono le proprie poesie nella propria lingua materna, o almeno in una di esse - dobbiamo pensare alla grande ricchezza linguistica, ecumenica e multiculturale dell’India, con numerosissime lingue, oltre alla lingua nazionale, l’hindi. Durante il Festival Kritya ascoltiamo una decina di diverse lingue indiane: dall’hindi (con poeti di diverse generazioni: Rituraj, Vinod Kumar Sukla, l’acuto e senza tempo Naresh Saxena, Chandrakant Deotale, Dinesh Kumar Shukla, Basant Tripathi, Harpreet Kauur, la stessa Rati Saxena, Pawan Karan, Divik Ramesh, con le sue liriche levigate e dai contorni nitidi, e il giovane poeta, pittore e cantora Amit Kalla, anche lui parte integrante da anni dello staff di Kritya) al kannada, con, oltre alla poetessa di Bangalore Mamta Sagar, anche un esponente di spicco della poesia indiana quale il poeta cantore Hulkuntemath Shivamurthy Sastri Shivaprakash, specialista e studioso di mistica – soprattutto del movimento indiano shivaita dei bhakti, ora Direttore del Centro Tagore di Berlino, e già professore di estetica e Preside di Facoltà presso la prestigiosa School of Arts and Aesthetics della Jawahrlai Nehru University di Nuova Delhi: un vero e proprio mistico d’oggi, devoto alla poesia; dal punjabi (Surjit Patar, e il giovane poeta e cantore Ekam Manuke) al marathi (Prasenjit Gaikwad), dal bengalese (Udaya Narayana Singh, che scrive anche in lingua maithili, Subodh Sarkar) all’odisha (con la poetessa e traduttrice Pravasini Mahakud); dal gujarati (Sitanshu Yashaschandra) al malayalam (con K. Satchidanandan.

Ci sono anche tre poeti indiani di lingua inglese di tre diverse generazioni: K. Satchidanadan, Sudeep Sen (poeta di spicco della sua generazione, riconosciuto a livello internazionale, e - tra gli altri - autore del libro d’artista intitolato Ladakh),  recentemente insignito dal governo indiano tra gli intellettuali e artisti che più valore culturale stanno apportando al proprio paese e Abhay Kumar, giovane diplomatico ora di stanza a Katmandhu, anche molto interessato al tema della pacifica convivenza interculturale e impegnato nella stessa direzione.

Tra i poeti internazionali anche la intensa poetessa estone Triin Soomeset, di rara profondità e insieme rarefazione, i poeti e traduttori turchi Müesser Yeniay (esponente della nuova generazione di poetesse turche) e Metin Cengiz, i poeti finlandesi Helena Sinervo e il giovanissimo e già più che celebre Niillas Holmberg (cantante, musicista e performer sami), la acuta e poetessa e video poeta norvegese Odveig Klyve, i poeti cileni Sergio Reñasco e Sergio Badilla Castillo, e i tre poeti irlandesi Liam Ó Muirthile, Gabriel Rosenstock (specialista in haikus e molto attivo nella diffusione e preservazione della poesia in gaelico) e Marc Granier.

Sotto un immenso tappeto di stelle, da Wardha partiamo all’alba, in un’altra macchina piena di poeti, insieme alla poetessa bilingue francese e occitana Aurelia Lassaque e alla poetessa kannada Mamta Sagar, di Bangalore. 
                                                       foto di Annelisa Addolorato