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giovedì 25 maggio 2023

Guglielmin, Un regno di ciechi senza doni (Marco Saya Edizioni)


 Quarta ci copertina:

In questo libro ci sono quattro fili che si intrecciano: la trama dell’Amleto shakespeariano, il fare teatro nei suoi elementi fisici e simbolici, il metapoetico, la mia autobiografia. Al centro dell’intreccio c’è la Storia, con le sue ossessioni: il potere, l’identità, la famiglia, il libero arbitrio, la figura femminile.

 

Un grande vuoto pervade l’insieme, quello prodotto dalla modernità centripeta, che la scrittura colma soltanto in parte attraverso una regia che monta i frammenti e decide a quale voce dare o non dare la parola. Un’operazione che non cerca la meraviglia o il gesto di rottura con il canone: ogni testo porta invece con sé l’esperienza tragica del vivere. La mia poesia onesta si dà così, talvolta anche usando leve stilisticamente sperimentali, sia per centrare meglio l’oggetto del discorso e sia per una vocazione al dialogo postmoderno – di matrice filosofica – con la tradizione, che da sempre accompagna la mia scrittura.


Qui alcune poesie, ma il vero senso dell'opera si dipana seguendo passo passo lo svolgersi del dramma, scrittura di secondo grado non soltanto della vicenda amletica, ma della vita stessa degli uomini e delle arti rappresentative.

lunedì 1 maggio 2023

Armando Bertollo (ne scrive Sergio Zanone)


 Caro Armando

 

Leggendo Volumi immaginari (Anterem 2023) parmi sentire il profumo del fieno, del timo, del ciclamino e della menta selvatica. Il libro sembra sorgere in una notte disperatamente chiara, tra il flebile chiarore dei raggi lunari che filtrano attraverso i rami e le foglie dei faggi e dei noccioli, nella tiepida solitudine di piccole ore estive in una notte  di mezza estate. Notte di San Lorenzo? Occhi infinitamente desideranti si protendono nell'oscurità verso il vuoto del cielo, mentre le misteriose forze che abitano il sottobosco  generano ombre, fantasmagorie, sogni e visioni … generano, propria-mente,  il terrore della perdita, il dissolvimento  della  propria mente. Il testo è  una selva  ove lo sguardo  consuma, letteralmente,  il cuore e le ore , delizia (Aulo Gellio: Noctes atticae) e condanna. (Polziano: Sylva in scabiem) Immagini insonni e fuggitive  come  formiche, grilli, lucciole, farfalle notturne, pipistrelli, lucertole … le parole (i segni- parola) lasciano la presa (del significato), abbandonano le spoglie come  gusci vuoti ...  trasmutano, si sciolgono  in frammenti ricombinanti,  si rivestono  della novità  in un utopico e leggiadro Teatrino della scrittura. Tuttavia, volgendosi reciprocamente e donando la propria morte (Derrida),  creano  volumi, generano  spazi,  formano  ponti  (e non solo nella medesima pagina). Un reticolato di relazioni in filigrana si estende fra le pagine del libro abbracciando  una vita intera: una summa, in-somma: Zizek, Klee, Nono, Duchamp ... Ecco,  nell'incontro con gli altri, con l'Altro,  le parole rasentano la Fede – la toccano senza trattenerla (Noli me tangere: vicino al Credere) nell'esperienza trascendente e segreta  della trasfigurazione  (l' incontro con il divino)  per poi lasciarsi  andare  nuovamente libere  alla deriva. Il vassoio di cristallo  è l'immagine di un tabernacolo : Maria (Vas spirituale / Vas honorabile /  Vas insigne devotionis: dalle Litanie della Beata Vergine) offre il corpo di  suo figlio, Gesù  ( il Cristo)   alla clemenza ( clementine) del Padre mitigandone l'ira,  per  la salvezza del mondo (L'affondo del calabroneTra-gico        tallone    d'ira):    si gioca forse  impunemente con il fuoco, con le parole , con l'essenza delle cose? E non è forse anche  il ciclamino un “piccolo utero”? L'interpretazone del testo verbovisivo  oscilla  tra   una  pluralità  di livelli, di piani, di volumi immaginari, appunto, che si compenetrano a vicenda: la natura morta, letteralmente, (Still life: il vassoio di frutta  con  il libro sopra la tavola)  si trasforma  in atto di fede (la  genesi del Mondo, la caduta,  la sua redenzione attraverso  la genesi della Parola: Eva … del frutto il profumo, Maria , il Verbo suo figlio  –  Gesù è  in croce, il   cuore  dimora  vicino al Credere , le braccia sono distese verso il  mondo,  i piedi sono sovrapposti, in-somma). Sono  tra di loro incommensurabili il linguaggio della Fede e quello della Natura? Oppure la Natura stessa, come dice S.Giovanni della Croce nel Cantico spirituale, funge da mediatrice narrando la Gloria di Dio al mondo e parlando di noi a Dio: un abisso grida all'abisso al fragore delle tue cascate? Il brulicare della vita - l'Adamo -  un impasto di piccoli caratteri mobili-  nobili? O forse anche meno nobili, non importa: il testo si confronta con l'antica scuola della retorica (Aristotele, Frontone, Cicerone, Quintiliano) e della magia . Sinestesie. Qualcosa ac-cade, precipita dall'alto, ti colpisce alla testa come una tegola, o come lo schiaffo del maestro Zen: è il Koan del risveglio, l'onda sonora del volo del calabrone  che affonda nello stagno – l'haiku della rana –  re nudo:  l'innocente  semplicità della vita che si sacrifica  (l'Imperatore della   favola di Andersen “I vestiti nuovi dell'Imperatore” , viene  invece deriso  per la sua vanità quando si mostra al popolo). La caduta rompe la regola, esce dal recinto dell'orto-dossia, modifica la grammatica e la sintassi in un gioco (di squadra, di riga, di compasso)

 

                                                               eminentemente serio,

                                                               tremendamente reale,

 

 

soprattutto quando la parola (segno-parola)  si isola e ti inchioda nella solitudine del deserto bianco.

 

Ecco, questi sono solamente alcuni esempi di lettura del tuo libro; il lettore troverà da solo la via del Tao  seguendo il filo della propria immaginazione, poiché il risveglio  è, come la morte, un evento  unico e singolare, oscillante tra il sapore ed il significato della parola:

 

Il sapore della parola

Il significato della parola

palato

pa(r)lato

te-gola

re-gola

desiderio

volontà

orto-

dossia

 

  Z.S. 22/04/2023

giovedì 26 gennaio 2023

William Stabile su Maria Pina Ciancio

 


Le pagine del libricino "Tre fili d’attesa" di Maria Pina Ciancio, condensano le riflessioni maturate in anni di osservazione lenta, attenta a costruire un percorso intimo e personale, volutamente decantato nel tempo dalla poetessa.

Tutto è fermo, freddo, come di pietra, e non c’è nulla da vendere, nulla da comprare, non ci sono traffici né merci… Solo tre fili d’attesa (a bona sciorta/ nu’ lavoro ca cunta/ u capattiempo che vene sempre chiù luntano) e “dopo la guerra dell’inverno (…) anelli di fumo irregolare” e scorci di paese e personaggi reali - amati profondamente nell’animo - e intorno la dura terra lucana dove ha valore essere più che avere.

Spiccano tra i muri sbrecciati di paese, le tante immagini dei vecchi dalla schiena stanca appoggiata al muro delle case, le ringhiere scorticate, i gerani smarriti al grande cielo e i cani a tre zampe o impazziti-quasi animali mitici, e gli attori paesani un po' strambi, come zio Pietro (con il legno del bastone sotto il mento) che per strapparla allo scherno pittò “la casa di rosso, di lato, di sopra, di sotto” e che si fanno amare per la loro diversità, innata semplicità e riottosità al giudizio comune.

'Attesa' sembra essere la parola chiave del libro, cardine intorno al quale ruota la vita del paese lucano, terra ancora primitiva, ferma a riti arcaici, che si forgia nel dipanarsi delle storie minime e tragiche della sua gente. L’attesa sembra essere ora l’unico atto rivoluzionario nel mondo frenetico di oggi. Dove appunto l’attesa, e la riflessione che richiede lo scorrere lento del tempo, sono bandite.

Con l’attesa anche il silenzio è elemento presente nel libro. L’assenza di rumore ("non fanno rumore i paesi d’inverno") nei lunghi ovattati inverni lucani viene rotta solo dai "rutti" delle feste comandate. Forse a ricordarci la presenza insignificante, rozza e primitiva dell’essere furente che è l’uomo nella Natura.

Ma anche qui, in questo embrione materno che è il villaggio dove si cerca rifugio e conforto, “ci sono notti difficili da dormire…” come per tutti gli uomini sulla terra, come anche per gli animali. Anche qui in questo luogo irreale che conserva un senso arcadico della vita, l’uomo è in bilico e la speranza si aggrappa al fato: “a la bona sciorta” e cede alle pressioni familiari, sociali: perché “nu’ lavoro che cunta” è importante. Mi sembra che ci sia il sapore di un sottile senso di colpa in questo verso, forse irrisolto, che viene da secoli di arretratezza e da una non soddisfatta volontà di riscatto della gente del Sud. Chi decise che per contare bisognava emigrare?

La nostra si fa testimone silenziosa dei contrasti inconciliabili tra generazioni troppo diverse che non si incontrano più e epoche oramai distanti trovano voce nel verso: “padre e figlio si incontrano a cena/ intorno al tavolino/uno mastica lento, l’altro va di fretta/ per non inciampare in quel tempo dilatato/ e fermo degli occhi di sua padre…”

Ma l’ispirazione parte tutta dal camminare per dare origine alla parola poetica e intuire la realtà. La Ciancio sa bene che “Talvolta basta uscire per strada/ per riannodare gli orli/ sfilacciati di un pensiero”. Camminare, un atto anche questo oggi sovversivo, è raccontare sé stessi agli altri. E la nostra, con i suoi versi e le sue foto (che andrebbero valorizzate!) sembra conoscere molto bene il segreto del camminare, scrivere e fotografare. E magari leggere, per ispirarsi, Pavese, primo paesologo italiano (ancor prima di Franco Arminio). Uno del Nord.

E allora Tre Fili d’attesa è un libriccino dalle leggere pennellate di versi da tempo attesi, ispirati e dedicati dalla Ciancio alla sua regione, la Lucania, terra appenninica ma anche mediterranea calata tra duri calanchi e costa greca. Una regione dell’anima fatta di paesi che esistono e re-sistono, fuori dalle rotte turistiche… fuori dalle dinamiche della globalizzazione. La Lucania che compone questa nostra Italia antica e variegata e che custodisce ancora, come un’isola, inconsapevolmente, i tasselli del DNA nostro e l’animo della poetessa stessa.

A corredo dell’opera, una stampa dell’artista Stefania Lubatti, ricorda un muro sbrecciato di San Severino Lucano, a voler muovere in noi irrisolte risonanze d’infanzia.

                                                                                                     William Stabile

Maria Pina Ciancio, Tre fili d’attesa, con una stampa di Stefania Lubatti, prefazione di Anna Maria Curci, postfazione di Abele Longo, LucaniArt 2022

 

 

*

 

Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno

le guance rosse e gli occhi aperti al cielo

oltraggiati dalla pioggia

schermaglie di bambini

senza un grido

Ho un cielo d’inverno da inseguire

risvegli e riverberi di resine

memorie di partenze e di ritorni

benigne solitudini


Sulla via che ci incontra

il vento sale e a te mi riconduce

 

 

*

           Talvolta basta uscire per strada

           per riannodare gli orli

          sfilacciati di un pensiero

 

 

 

Dopo la guerra dell’inverno

c’è chi parte e c’è chi resta

(…)

Gennaro e Vincenzino

sillabano il tempo

in anelli di fumo irregolare

e aspettano i ritorni

tra la ringhiera scorticata

e i gerani smarriti al grande cielo

 

*

 

C’è un tempo irreale qui

che comincia con la neve

e finisce a quaremma

con la strada che si asciuga

e i cani impazziti che rincorrono

il pallone di Antonella

 

*

 

Abbiamo tre fili d’attesa

annodati al calendario del camino

: a bona sciorta

nu’ lavoro ca cunta

u capattiempo ca vene sempre chiù luntano

 

*

 

Siamo nidi sfilacciati

 

Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno

le guance rosse e gli occhi aperti al cielo

oltraggiati dalla pioggia

schermaglie di bambini

senza un grido

Ho un cielo d’inverno da inseguire

risvegli e riverberi di resine

memorie di partenze e di ritorni

benigne solitudini


Sulla via che ci incontra

il vento sale e a te mi riconduce

 


Maria Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965. Trascorre la sua infanzia tra la Svizzera e il Sud dell’Italia e da qualche anno vive nella zona dei Castelli Romani.
Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici.
Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo 
Il gatto e la falena (Premio Parola di Donna, 2003), La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre (Edizioni L’Arca Felice, 2014), Tre fili d’attesa (Associazione Culturale LucaniArt 2022).
Nel 2012 ha curato il volume antologico 
Scrittori & Scritture – Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani.
Suoi scritti e interventi critici sono ospitati in cataloghi, antologie e riviste di settore. Recentemente è stata inserita nelle collettive: 
Orchestra (a cura di Guido Oldani) LietoColle 2010; Il rumore delle parole – 28 poeti del Sud (a cura di Giorgio Linguaglossa), Edizioni EdiLet 2015, Sud – Viaggio nella poesia delle donne (a cura di Bonifacio Vincenzi) Edizioni Macabor 2017.
Con il libro “Storie Minime e una poesia per Rocco Scotellaro” nel 2015 ha vinto la X Edizione del Premio Letterario “Gaetano Cingari”; nel 2014 il Premio Internazionale della Migrazione – Attraverso L’Italia  e il  Premio Letterario Città di Cerchiara – Perla dello Jonio (con un testo tratto dalla raccolta); nel 2009 il Premio “Tremestieri Etneo” (Targa Antonio Corsaro).
Ha fatto parte di diverse giurie letterarie, è presente in numerosi cataloghi e riviste di settore.
È presidente dell’Associazione Culturale LucaniArt e su internet cura lo spazio web 
lucaniart.wordpress.com

lunedì 23 gennaio 2023

Bertollo su Silvia Dolci

 


Paola Silvia Dolci

DINOSAURI PSICOPOMPI

Anterem Edizioni - Cierre Grafica 2022

 

Recensione di Armando Bertollo

 

DINOSAURI PSICOPOMPI di Paola Silvia Dolci, è pubblicato da Anterem Edizioni - Cierre Grafica, nella collana Nuova Limina, inaugurata nel 2021. Flavio Ermini, fondatore e direttore fino al numero conclusivo della rivista dalla quale le Edizioni prendono il nome, ha più volte ricordato nei suoi interventi, come la parola latina ’anterem’, composta da ‘ante’, che significa ‘prima’, e ‘rem’, che significa ‘cosa’, indichi la manifestazione inaugurale del pensiero e il suo manifestarsi in forma di linguaggio poetico. Pertanto la poesia, secondo Flavio Ermini, è pensiero nascente: un’origine che si rinnova ad ogni sua manifestazione senza fissarsi in una forma definita e, men che mai, definitiva. D’altro canto, gli studiosi più attenti del linguaggio poetico e artistico si sono sempre ben guardati dalla tentazione di offrire definizioni della poesia e delle arti con formule rigide, vincolanti ed esclusive. Nonostante questo, però capita che per motivi non sempre esplicitamente dichiarati, connessi alle logiche economiche del mercato, gli editori più importanti, in grado di dare una certa visibilità ad un libro, già da decenni, abbiano affidato la cura delle residue collane di poesia, a direttori editoriali che assicurino loro una selezione di scritture nelle quali l’aspetto comunicativo, la lettura agevole, la comprensibilità, siano prevalenti; pertanto il ‘canone’ dell’attuale poesia maggiormente ‘visibile’ al pubblico in genere, -non specialistico per intenderci-, tende ad escludere le ricerche linguistiche più ardite e innovative. L’attuale canone ’mainstream’ così sembra aver rimosso una parte importante della lezione del ‘900, in particolare quella che aveva riconosciuto nell’inconscio una fonte primaria di forme significanti inesauribile, per stabilizzarsi su livelli espressivi più semplici, di ‘comfort zone’, -si potrebbe dire-, evitando al lettore, magari occasionale, l’immersione ‘senza riparo’ in un’esperienza estetico-linguistica aperta, esplorativo-conoscitiva, all’inizio più sensitiva che razionale, che richiede maggiore preparazione, curiosità, flessibilità, e certamente anche tempo e attenzione in più, nonché un certo disinibito spirito di avventura. Quanto lontane dallo spirito dei grandi editori risuonano oggi le parole di Italo Calvino: “La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove.”

Il lettore che prende contatto con la poesia attraverso le pochissime collane delle major librarie, non potrà pertanto che formarsi un’idea parziale, per quanto gratificante, della ricerca poetica contemporanea. Per compensare questa limitazione, imprescindibile è la presenza sotto traccia di decine di piccole case editrici che perseguono con caparbietà la missione di far uscire dal cono d’ombra, per quanto possibile, almeno parte di quella variegata ricerca poetica che ribolle esclusa al di là dei confini della poesia promossa dai maggiori editori.

 

Tra questi coraggiosi piccoli editori si annovera anche Anterem. Le scelte editoriali della collana Nuova Limina, delle quali lo stesso scrivente ha potuto beneficiare, vengono selezionate dalla giuria del Premio Lorenzo Montano alla quale, visionate le credenziali dei componenti, non può essere messa in discussione la preparazione e la competenza, con il vantaggio di questi ultimi, rispetto ai curatori delle collane degli editori più blasonati, di non dover render conto di alcun aspetto economico sotteso in prospettiva, ma esclusivamente al loro gusto, alla loro coscienza critica, alla loro onestà intellettuale.

Come premesso, le Edizioni Anterem si muovono in un terreno linguistico e di pensiero nascente, che non preclude chances ad alcuna direzione di ricerca e forma poetica.

Ecco allora il sorprendente libro di Paola Silvia Dolci, DINOSAURI PSICOPOMPI che si presenta con un titolo geniale e felicemente ironico. Ironia sottile, che carsicamente poi attraversa la sequenza di testi brevi del libro, scritti in prevalenza in una prosa poetica con evidenti tratti ‘onirico-gotici’. Per inciso, a chi scrive, per via del suo essere cinefilo, certe situazioni hanno fatto ricordare il cinema di Tim Burton, di Stanley Kubrick, di Quentin Tarantino e la letteratura favolistica nera messa in scena anche dal cinema di Matteo Garrone. Eccone una che sembra uscita direttamente dall’ Overlook Hotel: “ per tutta la notte / la palla ha rimbalzato nel corridoio, / non c’era nessuno a lanciarla, / mi svegliavo per il terrore, / e quando mi riaddormentavo tornava “ (pag 32)

 

In DINOSAURI PSICOPOMPI, ci sono delle tavole verbo-visuali che presentano un testo verbale calligrafico come ‘pelle’ calligrammatica, che circoscrive e completa dei disegni di forme scheletriche di dinosauri. Come tutti sanno i Dinosauri sono creature mostruose estinte, ricreate attraverso il ritrovamento dei loro scheletri, che nella rappresentazione contemporanea, sono per lo più oggetto, a parte dell’attenzione professionale dei paleontologi, soprattutto delle fantasie ludiche infantili, naturalmente attratte dal brivido del mostruoso, quando il mostruoso è però una figura, o un oggetto, gestibile e manipolabile a piacimento. Portare il dinosauro in un libro poetico, non può non voler dire caricare anche di gioco e di ironia la scrittura, che nell’originalità di DINOSAURI PSICOPOMPI, viene, si potrebbe dire, azzardando un neologismo, letteralmente ’callisdrammatizzata’.

L’ironia, insegna la psicologia freudiana, è una delle forme pragmatiche della comunicazione linguistica che permettono di alleggerire l’ingombro del ‘dramma’; può far esprimere verità imbarazzanti o affermazioni socialmente scomode, camuffandole sotto mentite spoglie:

Sala operatoria: “A voi che mi avvicinate e un giorno mi capirete, dico che se dovessi morire prematuramente, molto perdereste”,  scriveva Klee. (Pag. 38)

 

Soffermandoci ancora sul titolo, osserviamo per un attimo la seconda parola, la qualità dei dinosauri, il loro essere PSICOPOMPI. Gli Psicopompi, ricordo, sono figure mitologiche o religiose (sciamani) che svolgono il simpatico compitino di traghettare le anime dal mondo dei vivi e quello dei morti. Psicopompo è Ermes, il dio alato greco, è Osiride per gli antichi egiziani, è Odino nella mitologia nordica, è Caronte nella Divina Commedia dantesca. Ora la creatività di Paola Silvia Dolci è riuscita a donarci questo inaudito connubio, particolarmente riuscito, che fa sì che la nominazione del titolo, giustifichi quasi di per sé la stessa presenza della ‘cosa’ libro.

 

La lettura di DINOSAURI PSICOPOMPI ci rivela che la scrittura di Paola Silvia Dolci si sviluppa in testi brevi, che occupano le pagine come bagliori linguistici fuori schema,  visioni e incubi paradossali: Quando cala il buio, / i fantasmi del mare si addensano, / si avvicinano, si nutrono sia della notte, / sia dell’acqua. / Quando spunta il sole, i fantasmi / corrono ancora sul filo dell’acqua. (Pag. 11)  Oppure incisi, caratterizzati da compresenze, con-fusioni, sostituzioni, citazioni camuffate, o dichiarate in modo errato, o volutamente non dichiarate se non in nota, come per esempio nel testo a pagina 20 che si chiude con alcuni versi di Vita Sackville-West virgolettati: (…) Questo corpo è un animale / che mi sento gettato addosso. // “Così ho riunito tutti i cani che potevo / perché venissero nel letto con me; / e i topi hanno mangiato le colombe / durante la notte.”

Non c’è un ordine e neppure una trama. Il flebile legame che tiene insieme questi testi laconici, astratti, minerali, inglobati in tanti piccoli corpi, o forse meglio, in tante piccole cisti linguistiche, che il sottile condimento ironico opportunamente sotteso dall’autrice, rende tuttavia benigne, è proprio l’esperienza esistenziale: “Io vi dichiaro guerra / superpotenze nucleari e insetti / evacuanti […] / vi concedo tre giorni / di tempo per riflettere. / Questo è l’ultimatum. Dopo, / ordino il fuoco.” E. Isgrò. (Pag. 23)

 

Queste emergenze linguistiche arrivano sulla superficie della realtà cosciente da territori della psiche profondi che potrebbero segnalare presenze rimosse (più o meno) ingombranti. Sono questi i frammenti di un discorso oramai perduto, sommerso nel proliferare di generazioni e de-generazioni, che i “Dinosauri Psicopompi” stanno traghettando da questo mondo verso un altro mondo? Oppure i testi sono, come appaiono nelle figure, una parte anatomica del dinosauro stesso, la sua pelle, la sua superficie, il suo involucro, pertanto il testo è quello strato di ‘significante’ che delimita, o  forse meglio, contiene, come un sepolcro, lo scheletro di un significato scomparso vissuto in un lontano Giurassico? Oppure ciò che ne rimane nell’Antropocene? O forse, più semplicemente, esplicitando meglio dal concetto iniziale di questo capoverso finale, i DINOSAURI PSICOPOMPI sono i luoghi dell’immaginario dove l’autrice ha voluto affidare per sempre i suoi incubi? Chissà… Le questioni evocate rimangono in sospeso e ogni lettore, secondo la sua esperienza, può scegliere le sue priorità interpretative.

 

Schio, gennaio 2023