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domenica 9 marzo 2014

L’arte, l’artista e l’archetipo del doppio






In questi giorni sulla mia pagina facebook, succursale di Blanc, si è discusso del rapporto fra l’opera d’arte e l’integrità morale di chi la produce. In occidente, si è soliti perdonare l’eventuale discrepanza: Caravaggio assassino, Picasso misogino, innumerevoli poeti e musicisti alcolisti e/o pederasti, che dipingono, scrivono, compongono – e siamo tutti d’accordo – opere memorabili. Verso i pensatori mostriamo meno tolleranza: la scelta nazionalsocialista di Martin Heidegger, per quanto brevissima, ancora influisce sul giudizio della sua opera. Pirandello divenne fascista dopo il delitto Matteotti, ma a nessuno viene in mente di sminuire la portata culturale del suo Teatro; così per Ungaretti, che, per l’edizione del 1923 de Il porto sepolto, chiese e ottenne la prefazione di Mussolini. “Signore del rinascimento” lo chiamò. Di fatto, la luce e il realismo di Caravaggio o la modernità di Rimbaud segnano momenti decisivi nella storia delle loro discipline, al di là della temperanza autoriale. Anche i Beatles non erano stinchi di santi, e così l’evasore e chavista Diego Armando Maradona, che, con i suoi guizzi geniali, ci ha detto che il pallone può essere usato come un pennello o la tastiera di una chitarra. L’artista e l’uomo, insomma, non combaciano; piuttosto interagiscono, probabile incarnazione dell’archetipo del doppio: chi sarebbe mr. Hyde senza il dr. Jekyll? E Baudelaire senza la sua immersione maledetta nel labirinto parigino, fra puttane e liquori?
Quando la politica comincia a fondere i due piani, l’estetico e quello morale, succedono guai; i totalitarismi inventano roghi inaccettabili: quello cattolico medioevale, quello talebano… E non dimentichiamo le dittature del novecento, tutte impegnate a bruciare l’arte degenerata, per una moralizzazione del popolo. Moralizzazione, infatti, non è etica: la prima è un atto verticale, del potere, che piega i costumi individuali e li subordina a se stesso; la seconda è un sistema orizzontale, che  risponde alla comunità di appartenenza. Ogni polis greca, per esempio, ha la propria etica. I buoni cittadini ateniesi sono cattivi cittadini spartani. Nel moderno, le comunità si moltiplicano, appartengono a insiemi e sottoinsiemi più o meno comunicanti. Di conseguenza anche le etiche si moltiplicano e configgono; l’archetipo del doppio, nella modernità, sembra tuttavia essere apprezzato o tollerato da differenti insiemi; tutti a sostenere l’autonomia dell’arte dalla condotta dell’artista o, meglio, l’inevitabilità di una vita corrotta per la riuscita dell’opera. Ma corrotta in che senso? Anzitutto dalla pienezza sociale, perché avvertita come finta pienezza. E dal benessere, perché non coincidente con la felicità. In questo senso, salviamo l’artista perché la sua vita infelice, corrotta da droghe e violenza (data e ricevuta), la leggiamo come risposta della vittima o del ribelle: due modelli del romanticismo, che ancora oggi funzionano perché creazioni dell’individualismo borghese. Passa appunto in secondo piano il fatto che entrambi i lottatori – lo Stato ipocrita e l’artista anticonformista – siano il prodotto del medesimo paradigma: la supremazia dell’uno sul molteplice, dell’identità sulla differenza. Così Caravaggio è un ribelle, prima che un assassino; e Picasso una miniera di idee prima che un maschilista violento. Due individualità straordinarie, il cui mr. Hyde si è mangiato il buon padre di famiglia Jekyll, sputando il corpo dell’opera, al quale noi riconosciamo forza estetica e gnoseologica, ma non forza morale, che appartiene alla legge; dunque al potere (che, se subìto, è cattivo per definizione). Tanto più oggi, che disconosciamo legittimità al contratto sociale, e diamo credito all’arte in quanto luogo della libertà, stato di natura in cui il più forte (che noi identifichiamo con il più bravo) lascia segni più duraturi. L’artista fa appunto questo: incide lo spazio per vincere il tempo, indifferente al bene e al male proprio perché, in natura, la morale non esiste. E l’etica che inevitabilmente s’innervata nell’opera trova adesione da parte della comunità di appartenenza (ossia nel gruppo artistico-letterario di riferimento). Che se coincide con la classe dominante, trasforma il bello in esemplare, in modello pedagogico. Da un paio di secoli, tuttavia, la storia politica, sociale e economica procede in un binario parallelo rispetto alla storia della cultura, edificando civiltà imbrigliate nella legge, estranee o sospettose verso le civiltà del bello. Siamo di fronte, ancora, all’archetipo del doppio, che a sua volta, a ben guardare, fa divergere ciascun nucleo di senso, ciascuna questione, tanto da dover pensare che ogni azione umana (teoretica, pratica e poietica) sia essenzialmente divaricata, vada “sempre in due sensi contemporaneamente” come direbbe Deleuze, così perdendo quell’uno, di matrice platonico-cristiana, che ci obbliga a decidere definitivamente la verità su qualcosa. Per esempio sul rapporto tra arte e artista. Non c’è insomma ragione definitiva che risolva il dubbio su come stiano veramente le cose; è il dubbio stesso, piuttosto, a porre la domanda e a moltiplicarla in ciascun artista e in ciascuna opera; così come è il dubbio, gemellare per natura, che, decidendo, sopprime temporaneamente l’altra sua metà. La quale tuttavia ricresce nella risposta successiva, riproducendosi indefinitivamente. Prendere la parola è appunto questo esercizio spericolato di moltiplicazione del senso, che tiene in circolo tutti i termini del discorso, tutte le biforcazioni praticabili,  così consentendo la pratica della democrazia, che non si fonda sulla decisione definitiva, sulla soluzione della domanda, bensì sulla relatività di ogni cesura, di ciascun punto di vista, sulla consapevolezza che il senso assoluto è l’atto del tiranno ed è ontologicamente falso, eticamente ingiusto, umanamente impraticabile.

martedì 11 febbraio 2014

Sulla volgarità italiana






Che la volgarità sia di casa, in Italia, non ci sono dubbi: trombe di falloppio che siedono in Parlamento grazie, si dice, agli insegnamenti di Boccadirosa, uomini colpevoli d’essere nani, leggi-porcellum, vaffaday a raffica dei nazi-grillini, invasioni di campo dei deputati agli scranni del governo, pene di morte distribuite a iosa nei bar e nei convivi domestici, goliardie televisive. I beneducati si scandalizzano, i maleducati dileggiano questo perbenismo passatista, i disorientati si fanno un’opinione, sperando di entrare presto in campo e menare il nemico di santa ragione.
Per trovare il bandolo della matassa, farei un passo indietro, sino al momento in cui la volgarità era il termine di disprezzo dell’aristocrazia dell’ancien regime verso chi stava fuori dal recinto del potere. Volgare era il popolino che grufolava nella sua puzzolente manovalanza, ignorante e invidioso. Da un lato, c’era la paideia, il Cortegiano di Baldassar Castiglione il Galateo; dall’altra, la natura animale degli esseri umani prima del bagno nel fiume grazia, nel fiume levità.
Volgare, in questa prospettiva, è chi vive nel fango perché non ha ricevuto la benedizione della corte, e quindi si muove e parla con grossolanità, senza la leggerezza propria a chi conosce le buone maniere. “Andar giù pesante” si dice infatti di chi è spudorato: senza pudore, ossia volgare, come lo erano i diseducati al mestiere della politica nell’Italia dell’aristocrazia al potere.
Per un bel pezzo, la borghesia ha cercato nella classe antagonista il modello culturale, imitandola; poi nell’Ottocento, con il romanzo e il teatro realisti, la politica liberale, il romanticismo patriottico, la Bella Epoque ha costruito un sistema di valori autonomo, si è data una cultura: denaro, lavoro, dovere, famiglia, religione, ma anche moda e divertimento. Giovanni Berchet dice con chiarezza chi sta fuori dal gioco: i “parigini”, troppo raffinati per sporcarsi le mani con i sentimenti e gli “ottentoti”, troppo simili alle bestie per cogliere la bellezza in tante virtù. Rimane il “popolo” che “attiene attitudine alle emozioni” e che farà la storia d’Italia, emarginando, più che i salotti blasonati, i popolani, il quarto stato, chi insomma, troppo simile agli ottentotti, non aveva sufficienti requisiti di levità per accedere al bottino. Il Risorgimento l’hanno infatti realizzato, in comunella, l’aristocrazia e la borghesia del nord con i latifondisti del sud, aiutati dalla mafia siciliana, senza la quale Garibaldi e, più tardi, gli anglo-americani, non sarebbero sbarcati senza danno nell’isola.
In quel frangente, la volgarità possedeva ancora un significato sociologico, essendo pratica dei contadini e degli operai e di chiunque altro il quale, non avendo avuto accesso all’istruzione e, soprattutto, mancando di capitali, era escluso dal voto. Ma attenzione: il suffragio universale maschile promosso da Giovanni Giolitti nel 1912, non ha aperto la Camera (il Senato era di nomina regia e vitalizia) alla volgarità, nella misura in cui l’eletto ottentotto adeguava la propria radice diseducata alle buone pratiche parlamentari bene incarnate dai vecchi deputati ottocenteschi. Per imitazione, insomma, si toglieva gli scarponi e si soffiava il naso con il fazzoletto bianco. Nondimeno, dal suo maestro imparava la corruzione e il populismo dei primi partiti di massa.
Una svolta, per rompere l’argine che separa la selva volgare e impolitica dalla civis che-sa-come-ci-si-comporta, la diede il partito fascista, quello del “chissenefrega”, che lanciò il cross ai celoduristi padani, tracciando una parabola in cui, da allora, la palla volgarità sconquassa l’Italia, fuori e dentro le istituzioni, sdoganando i muscoli, sino ad allora prerogativa dell’esercito e dello sport, e la parola plebea, finalmente un vanto per il suo tubero verace. Un virus, questo, ancora poco evidente nella Prima Repubblica pre-sesantottina, governata dai figli della buona borghesia istruita, appassionata di Verdi e di Bassani o della campagna del sud, ancora legata ai fasti borbonici.
Nondimeno, con la retorica del fascismo e l’iniziativa popolar-resistenziale alla fondazione della Prima Repubblica, cultura dominante lo siamo diventati tutti, chi da dentro il Palazzo e chi da fuori, con l’inevitabile travaso del letame colorito e concreto, della parola-cosa, nel giardino retorico e vagamente parvenu del re. Che piano piano si è adeguato ai nuovi parametri, dando ragione allo spirito dei tempi in nome della convenienza elettorale e di prebende qui e là distribuite.
Dalla Seconda Repubblica, l’onnipervasività del costume della borghesia italiana, che ha le sue armi nella furbizia di Chichibio, nel pregiudizio sessista, nel disprezzo verso la parola, in nome dei fatti che parlano da soli, è diventata dominante. Ed ha avuto la forza del Lete dantesco, facendo dimenticare la differenza fra etica laica e diritto del più forte, tra riconoscimento delle differenze e volgarità dell’io monolite e intransigente. Oramai soltanto piccole enclave, alcune delle quali tristemente nostalgiche, avvertono lo scarto fra virtù di cittadinanza e arte predatoria, e denunciano la barbarie di chi non le sa più distinguere. Il risultato è lampante: per la maggior parte degli italiani, al pari degli uomini dello Stato, ciò che conta è il potere tout court, il controllo sui beni e sulle persone. L’obiettivo di chi non ha potere è scalzare chi lo detiene, e chi lo detiene rivaluta Machiavelli, che insegna loro come non perderlo. A rimetterci sono sempre gli stessi: le donne, i bambini e gli animali. Sotto questo profilo, non esiste nemmeno più la volgarità, in quanto essa è il costume dell’intero, non più della una parte esclusa dal gioco, come nell’età premoderna. La volgarità è l’etos ordinario degli italiani, elettori figliati dal populismo, distratti padri di famiglia, turisti alpitour, lettori globalizzati, emancipati rispetto alla sessualità e alla tecnologia, ma ignoranti nelle scienze umanistiche: in una parola, degli italiani conformisti, come ci raccontò Giorgio Gaber alla vigilia della Terza Repubblica del quaquaraquà.


mercoledì 29 gennaio 2014

Ma quanti poeti "due palle" ci sono in Italia?










Ogni tanto, un Anonimo Saputello Qualsiasi lascia dei messaggi in Blanc che io di solito cancello. Ieri tuttavia ne ha lasciati ben sedici, tutti giudizi molto competenti sulla poesia che pubblico. Sarà un autore che ho cestinato? Sarà un incompreso del quale non ho inteso la grandezza? Sarà un burlone per natura e un rancoroso per condizione? Sarà giovane e di belle speranze? Avrà le emorroidi?
Cerco di alleviargliele pubblicando i suoi commenti e chiedo scusa agli autori coinvolti, ma ci tengo che sappiano quanto la loro poesia produca dei danni reali. Quando si dice che la poesia non serve a niente…

ASQ docet:

▪ Se questo ha vinto il viareggio io vinco il nobel (su Gian Mario Villalta)

▪ la metrica ondeggia (su Maria Marchesi) 

▪ che due palle... (su G. Bonacini)  

▪ chi dice che la poesia di oggi debba essere così come la vuole Lei? se così fosse, sarebbe una ben grama stagione... (su Stefano Dal Bianco)

▪ puerile, a dir poco (su Danni Antonello) 

▪ doppiamente noiose, queste ''cose'' (su Roberto Cogo) 

▪ poesia noiosa, semplice accavallamento, ammassamento (su Marta Rodini)  

▪ striminzita, come poetica, debole, effemminata (su Laura Accerboni)

▪ de angelis campa del suo nome (su Milo De Angelis)

▪ probabile che sia così, gugl. dai testi che pubblicate, dagli autori che scegliete, sembra che peschiate sempre dalla stessa chiavica. cricca (su Milo De Angelis)

▪ altri testi inutili (su Giusi Montali)

▪ noiosissimo (su Gianluca D’Andrea)

▪ un bel nulla, ghirigori di parole che non approdano da nessuna parte (su Gabriele Gabbia) 

▪ prosa noiosa e niente altro. siete proprio ciechi e sordi, in questo blog: la vera poesia non sapete nemmeno cos'è (su Jacopo Galimberti)

▪ che due palle...a leggere 'ste robe è come pestarsi i coglioni con un martello da fabbro sopra un incudine (su Giulio Stocchi)

▪ allora chissà chi erano gli altri finalisti...degli orango tango? (su Bernardo Pacini)

sabato 25 gennaio 2014

Maurizio Mattiuzza, un poeta dai "versi mollicci"?


Maurizio Mattiuzza                                                            Giacomo Vit

Il post che segue nasce da un commento postato recentemente da Giacomo Vit il quale, a proposito della poesia di Maurizio Mattiuzza postata su Blanc il 22 settembre 2011, scrive: “Sono poesie deboli, sia in italiano che in friulano. Ma dico, avete letto Giacomini, Bartolini e Morandini? Ma di cosa stiamo parlando? Sono esangui, versi mollicci che non reggono a confronto con i nomi sopracitati. Manca una tensione, manca la metabolizzazione di quei padri, mai studiati. Una scorciatoia che porta a niente. Mi dispiace, e non è l'unico caso in Friuli”.


Ecco la replica di Mattiuzza:

“Contravvenendo ad una mia piccola regola, che normalmente mi fa astenere dal commentare opinioni riguardanti il mio lavoro, raccolgo, anche per la grande stima che gli porto, l’invito di Stefano Guglielmin ad entrare direttamente nella discussione. Sì Stefano, è vero: sono diatribe che riguardano soprattutto i poeti friulani e portano quindi con sé il rischio d’un certo provincialismo. Dato che però per me il Friuli e la poesia sono due cose serie quanto basta a meritar di meglio, proverò a sconfinare. Rispondere a opinioni con altre opinioni, magari anche riferendosi a citazioni d’altri, m’annoiava già all’Università, figurarsi ora, ma una premessa ci tengo a farla. I maestri, alla scuola della vita, chi è adulto se li sceglie da solo. A Giacomo Vit, che qui usa termini clinici quali “metabolizzare” però mi corre l’obbligo di precisare che, tra quelli da lui citati e che io a dir suo avrei “letto male” o addirittura non letto, ve n’è almeno uno che oltre a farmi l’onore d’una prefazione e di diverse recensioni mi ha donato qualcosa di incommensurabilmente più grande. La sua stima e il suo affetto, la sua amicizia. Il piacere d’essere stato al suo fianco in tante serate pubbliche e la bellezza di tante riflessioni tra noi, anche oltre la poesia. Non permetto quindi, per amore di verità, a Giacomo Vit o a chicchessia d’intaccare con opinioni vaghe un pezzo della storia della mia vita e soprattutto di altri che mi furono maestri e amici. Detto questo il contenuto della mia biblioteca lo decido io, con buona pace di Vit. Così come scelgo di leggere, accanto ad Amedeo Giacomini, Izet Sarailiċ e Claudio Lolli, oppure che ne so, Dino Campana Federico Tavan e Gregory Corso. Cercare di andare avanti lungo una strada significa inevitabilmente anche allontanarsi, l’han fatto tutti, meno quelli che hanno trasformato l’arte e la cultura in una specie di “tappo reazionario”. La diatriba è vecchia come il mondo e m’appassiona poco, soprattutto quando ha i toni minimi e rancorosi di una specie di “mondo regionale”. La poesia, per sua fortuna, sa essere anche altro che antologie e medagliette votive; a me piacciono i poeti che lo sanno. E tra questi ci sono maestri veri. Detto questo a Giacomo Vit devo comunque anche un ringraziamento sincero. Con le sue opinioni, opinabili come quelle di tutti, m’ha fatto un regalo che inseguivo da tempo: quello d’esser riuscito col mio lavoro, per una buona volta, ad accendere una dicotomia, a dar fuoco alle polveri d’una piccola polemica. Uno status che ad un sincero ammiratore della radicalità artistica come me dona per un attimo l’ebbrezza di un minuscolo Cabaret Voltaire. Sarei bugiardo a non confessare che la cosa mi soddisfa e un po’ pure mi diverte”.