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venerdì 5 giugno 2015

Avanti popolo

Va bene mettersi in regola con la LEGGE
ma non dimentichiamo che Blanc 
è un blog di POESIA!!!

martedì 3 gennaio 2012

Poesia visiva, collezione Bentivoglio


Difficile trovare una collezione così ricca come quella donata da Mirella Bentivoglio al MART di Rovereto. Unica, invece, la scelta di collezionare solo poetesse verbo-visive e visuali, nonché operanti nella poesia concreta, nel libro d'artista e in tutte quelle forme uniche della comunicazione artistica contemporanea, che il mercato ha sempre tenuto fuori fuoco. 300 artiste che danno una visione del mondo dialogante con l'immaginario femminile (molti i lavori con al centro la tessitura, il cerchio, la curva, simboli talvolta usati esplicitamente in tono antimaschilista), e con la società dei consumi, com'è consueto nella poesia verbovisiva a partire dagli anni Sessanta.

La mostra resterà aperta sino al 22 gennaio.
qui il link informativo.

venerdì 9 settembre 2011

Pavullo, l'arte dell'altovicentino (e dintorni)



Al Palazzo ducale di Pavullo, sugli appennini emiliani, si chiude domenica 11 settembre 
Il segno e il paesaggio, la mostra curata da Paolo Donini e Armando Bertollo
dove hanno esposto

Lorenzo Barani Renata Berti Armando Bertollo Roberto Cogo

Giuliano Dal Molin Flavio Ermini Michele Ferri Giorgio Fiorenzato

Stefano Guglielmin Giampaolo Lucato Nanni Menetti Antonio Noia

Ida Travi Angelo Urbani Sergio Zanone

Per la giornata di chisura, alle 18,00, è previsto l'incontro con i vicentini
Enio Sartori e Patrizia Laquidara che propongono la riflessione-spettacolo
LA VOCE DEL DESIDERIO
sul progetto discografico IL CANTO DELL’ANGUANA (Slang Music)


Vi informo che in occasione del finissage
per tutta la giornata verrà proiettato nel Palazzo Ducale
il video realizzato dal poeta e video-poeta Stefano Massari
Si tratta di un filmato di 40 minuti con musiche originali ed effetti visivi
che non solo documentano integralmente le mostre
Il segno e il paesaggio e Les Arbres (altra mostra, sul tema della natura, presente nel Palazzo)

ma interpretano con efficacia sorprendente le opere e gli allestimenti
realizzando una vera e propria Opera Visiva.

Siete tutti invitati!

giovedì 13 maggio 2010

La poesia verbo-visuale di Armando Bertollo



Capita di rado che un poeta abbia, per testimoni, tre critici del calibro di Giorgio Bonacini, Flavio Ermini e Gio Ferri, che vengono apposta per parlare del tuo libro, com'è accaduto un mese fa al Museo Casabianca di Malo. E poco conta il fatto che, ad editarlo, sia Via Herákleia, la collana diretta di Ermini e Ida Travi: Il teatrino della scrittura. Attraverso i sintomi (Cierre Grafica, 2009) di Armando Bertollo merita davvero attenzione, a partire dalla poetica che lo informa. Il libro mette infatti l'accento sull'impossibile esaustività della presenza, sul suo essere segno visibile a partire da uno sfondo, invisibile, ma già tutto dispiegato in superficie. Differentemente dalla lunga tradizione simbolista, nella quale il segno rinvia ad un profondo inconoscibile e pulsante, nucleo avvicinabile solo per via analogica, Bertollo traccia la fisionomia della presenza che si dà a conoscere attraverso i sintomi della visibilità e dell'apparente invisibilità, del tratto lineare e della sua interruzione, in una sequenzialità imparentata con gli esagrammi taoisti. La pausa del tratto, infatti, è essa stessa significante, in una partitura non soltanto ritmica, bensì disvelante la verità quale concretezza del vivente nel suo darsi e nel suo sottrarsi. Leggere-guardare le poesie di Bertollo, anche quelle del suo primo libro, Ribeltà (Cierre Grafica, 2004), significa ripensare la storia della verità, così come si è data in occidente, a partire dalla superficie e dal movimento che le linee suggeriscono ad un occhio allenato. Come scrive l'autore, infatti, la capacità di lettura richiede educazione, e dunque assunzione di responsabilità nei confronti del mondo, sistema di segni reciprocamente in tensione, in sofferenza. I sintomi di questa malattia che si chiama impossibilità di ricomposizione del centro, vengono giocati da Bertollo nel "teatrino della scrittura" (il diminutivo la dice lunga sull'importanza dell'ironia nella poetica bertolliana) ed offerti al lettore affinché egli intraprenda, in proprio, la via della conoscenza di sé, perdendosi in un labirinto preliminare, ogni volta differente. Ciascun testo, infatti, lascia al lettore la libertà del cominciamento, anche se l'autore suggerisce di andare da nord a sud, come in una mappa scrittoria tradizionale, mentre l'est e l'ovest vengono raggiunti seguendo vezzi inconsci non precostituiti. A dare la direzione, labile, è il segno geometrico; a fornire il senso, precario, è invece la parola, il verso linguisticamente disseminato sulla pagina. A complicare il ritmo, sono poi le pagine, in sequenza bianca e nera della prima sezione; nel bianco spicca la poesia, nel nero rilucono asserzioni d'un rigore sopraffine, come questa: " Ciò che definiamo poesia e arte, non sono che forme della nostalgia dell'inizio determinate da un'ebbrezza energetica tradotta in segno-pensiero: aspetti temporali e spaziali di superficie sospesi sul Nulla". La seconda sezione, al nero sopravviene il grigio, sul lato destra sta volta. Segue infine un'«operetta verbo-visuale», dialogo giocoso sospeso sul vuoto e raccolta camminando. Il teatrino della scrittura è dunque un lavoro assai originale, sul quale mi permetto soltanto questa nota critica: l'organizzazione del macrotesto non consente, a mio avviso, lo scorporo della parte iconica da quella linguistica, come invece usa fare Bertollo quando legge – per via ordinaria – le sue opere in pubblico. Meglio semmai sarebbe tradurre i tratti visivi in suoni (timbri, ritmi, armonie differenti a seconda del segno), in un esercizio di traduzione da gestire in sala di registrazione. Ne uscirebbe un parto gemellare d'ulteriore approfondimento per la ricerca in corso.




Qui alcune  poesie tratte da Ribeltà



Qui alcune poesie tratte dal Teatrino della scrittura




Armando Bertollo è nato a Thiene (VI) nel 1965. Diplomato al Liceo Scientifico "Nicolo' Tron" di Schio dove ha studiato Letteratura Italiana con il Prof. Mariano Nardello . Diplomato all'ISEF di Padova con una tesi cinematografica sperimentale ("Vivettorialetennis") , relatori Renata Berti e Giampietro Galana. Esplora le 'forme del linguaggio' , con particolare attenzione alle loro relazioni , ibridazioni , interferenze . Finalista nel 2008 al Premio di Poesia " Lorenzo Montano" (Sezione Raccolta Inedita). Ha pubblicato "Ribeltà/Esperienza del Linguaggio "(Cierre Grafica , 2004 )a cura di Flavio Ermini e con postfazione di Gio' Ferri. Collabora con il Museo Casabianca di Malo (VI) e con l´Istituto Culturale per i rapporti con l´ estero della regione Alta Austria. Ha partecipato al Consiglio di Redazione della Collana " Opera Prima" delle Edizioni Cierre Grafica. Con Sergio Zanone è fondatore e curatore di  Apuntozeta. Sue opere sono raccolte al Museo Casabianca, al Bosco dei Poeti, nelle Antologie della Biennale Anterem Poesia 2006, 2007, 2008 e in Collezioni Private .Dal 1996 vive a Schio (VI) dove svolge l´attività di insegnante.

martedì 15 maggio 2007

Mirella Bentivoglio











Di questa autrice romana, nata nel 1922, Alfio Petrini scrive «Tra le opere che hanno maggiormente caratterizzato il lavoro della Bentivoglio segnalo la serie - di variegata potenza espressività - incentrata su due lettere dell'alfabeto: la O e la E. La O come lettera dell'alternativa. Come segno del tutto vuoto/tutto pieno, della regressione e della potenzialità. Come uovo archetipico, al quale hanno fatto riferimento, prima di lei, grandi artisti come Beato Angelico e Piero della Francesca. L'uovo come "mio segno costante -- dice l'autrice - emblema della vita, simbolo cosmico della perpetuità e dell'origine". L'uovo come simbolo e come oggetto del quotidiano. Come emblema filosofico e come commestibile che porta con sé il profumo delle faccende domestiche. Come significato alto e basso allo stesso tempo, inscindibili. L'uovo è una sorta di linea d'ombra. E' una soglia. Da una parte ci pone al riparo dagli "eccessi di anima" (Barilli), e dall'altra ci protegge dagli eccessi di materialismo dilagante. [...] Se la lettera O esprime un'alternativa, la E significa congiunzione, giuntura, legame, raccordo, movimento, combinazione che mette insieme cielo e terra. Ma è anche segno di contrasto, contrario, opposizione, diversità, congiunzione irrisolta, accoppiamento fallito, e quindi errore, stasi, appiattimento, naufragio dell'esperienza. [...] L'artista torna ai primordi e si fa chimico più che alchimista. Combina, duplica, trasforma e restituisce "alla verbalità l'antica forza propulsiva dell'ideogramma", restando ben salda sul crinale che mette insieme dato cognitivo e dato sensibile. Da questo punto di vista le lettere O ed E sono i segni di un procedimento che porta con sé la metafora della creazione artistica. Se la O riconduce ad unità di stile e di poetica valori opposti e contrari, la E ne salvaguarda la irriducibilità, rendendoli palpitanti come scintille di luce nel buio».

Interessante la dichiarazione di poetica della Bentivoglio (1985): «Uso la parola come immagine dal 1966. E mai più di una parola per volta. Ma oggi uso quasi esclusivamente la pietra. Sono considerata, erroneamente, uno scul­tore, sia pure atipico; in realtà il mio lavoro si svolge, oggi come ieri, in un ambito totalmente «poetico»: tra linguaggio e immagine, tra linguaggio e materia, tra lin­guaggio e oggetto, tra linguaggio e ambiente. Ho dilatato l'uso della parola all'uso del simbolo: scelgo simboli universali, prelinguistici; matrici dei significanti, o, me­glio ancora, matrici dei significati plurimi, dei significati aperti. Non scolpisco, non uso la materia prima; la scelgo, e trovo la forma in ciò che già esiste. Uso così la materia seconda, come ha sempre fatto il poeta (anche la paro­la è materia seconda, materia già formata). Salto il primo stadio, che lascio all'indu­stria, o all'artigiano, l'antico depositario dell'esperienza materica; connoto la forma e la materia prescelte con segni-interventi, o con assemblaggi. Del corredo linguistico a cui attingevo nel passato mi è rimasta solo qualche for­ma: la forma del libro (sempre in pietra, e ormai privo di parole, ma ogni volta di­versamente, intensamente semantizzato) e la forma di alcune lettere alfabetiche: la H, la O, la C, la E. Usandole spezzandole, riunificandole, mi scontro con archetipi: la mia H (segno muto, di separazione, di alienazione che gradualmente si trasforma in E (segno e forma di «congiunzione», di rapporto) dà luogo a una sequenza che è una dichiarazione di poetica e, se letta verticalmente, è una frase composta di ideo­grammi cinesi. Che significa, all'incirca: distruggere per costruire. E dunque, la stessa cosa. Lo stesso ambito di significati, raggiunti attraverso forme insieme alfabetiche e prealfabetiche, capaci di congiungere tempi e spazi immensamente lontani».




Rinvio anche la lettura del suo decalogo su Tellusfolio

venerdì 23 febbraio 2007

poesia visiva


(E. Miccini)
Segnalo la nuova rubrica di Tellusfolio dal titolo poesia visiva


Scrive Claudio Di Scalzo: "L’intento antologico di questa sezione sarà rivolto ai protagonisti della corrente, ma anche agli sviluppi che ha avuto in autori più giovani complici i diversi eventi della tecnica e l’evoluzione del gusto estetico. Unirà poi le riflessioni teoriche di chi fin dall’inizio ha seguito l’evolversi di questa avanguardia come Gio Ferri, e pubblicherà le dichiarazioni di poetica degli autori, che hanno scritto sulla propria opera essendo essa fortemente intellettuale e politica, e i nuovi contributi critici. Darà spazio a chi ha fatto mostre per una vita e a chi ha operato da solitario e in silenzio magari dando alla poesia visiva il carattere di Diario o di nota a margine di un’opera di scrittura in versi o in prosa, solleciterà comunicazioni di musei ed esposizioni in corso e da progettare, aprirà presto una finestra nel giornale per una mostra perenne come sta facendo per la fotografia, terrà contatti con gli editori e le gallerie interessate a pubblicazioni su carta come la Morgana Edizioni di Firenze che edita cataloghi sui Libri d’artista e la Galleria Peccolo di Livorno che da sempre presenta artisti legati alla Scrittura visuale e al Lettrismo francese."

mercoledì 31 gennaio 2007

Gastone Monari


Pur che tutti ridano uscì per le edizioni Feltrinelli nel 1973. Scriveva Aldo Tagliaferri nella prefazione:

"L'esistenza (come concretezza e complessità irriducibili cui la letteratura può solo asintotticamente approssimarsi) e la rivoluzione marxista (come unica autentica ragion d'essere per l'arte) costituiscono per la nuovissima poesia italiana due riferimenti necessari, esterni e, tuttavia, costitutivi. Da questa reale contraddizione ci sembra discendere l'opportunità di proporre una presentazione critica di un poeta come Monari con almeno qualche significativo cenno agli obbligatori rinvii: il tragico individuale, e la sua collocazione nella prospettiva politico-culturale. [...]
Gastone Monari si è ucciso a 27 anni, nel 1969. Attento lettore di alcuni dei poeti novissimi (in particolare di Nanni Balestrini, del quale si può in parte considerare un discepolo), ammiratore di alcuni musicisti contemporanei (Cage, Chiari, Bortolotto, Donatoni) e compositore musicale egli stesso, ha respirato a fondo l'atmosfera dell'estrema avanguardia, con tutte le sue contraddizioni e lacerazioni.
Non sembra tuttavia che il suo suicidio possa essere interpretato a partire dalla pur drammatica problematica di arte e rivoluzione. Il segreto di quell'estrema scelta giace senza dubbio infondo a quell'analisi psicoanalitica che aveva intrapresa per chiarificare e arricchire la sua personalità. Non è ovviamente questa la sede opportuna per avanzare una interpretazione clinicamente attendibile. Tuttavia riteniamo che qualche elemento di essa, che ci appare più evidente, possa utilizzarsi per la comprensione di certe ricorrenze sintagmatiche presenti nelle composizioni che stiamo presentando, le uniche che egli abbia lasciato con autorizzazione alla pubblicazione, insieme a pochi altri scritti e a alcune lettere.
Il morboso attaccamento alla madre (due anni dopo la morte della quale egli si uccise) risaliva in Monari a una vera e propria identificazione con la figura di lei; e a questa identificazione è fin troppo facile addebitare quell'omosessualità che fu per lui origine di angoscia. Di questa identificazione, e del presagio di suicidio, sono reperibili nelle sue lettere diverse testimonianze. Poco prima della morte della madre egli scriveva: "Perché se non ci sarà più mia madre, quale sono ora certo non ci sarò più anch'io." E, poco dopo: "Questa morte, questa morte mi è preziosa, l'ho interiorizzata." [...]
La raccolta, che si articola in 11 parti, per lo più segue rigorosamente un metodo combinatorio abbastanza vario e complesso, che certamente trae lo spunto da Come si agisce di Balestrini. Molte invenzioni grafiche e combinatorie sono tuttavia nuove e inedite, e altre si rifanno alle più lontane lezioni di Apollinaire, o del Surrealismo. Il metodo è abbastanza noto. Si tratta di partire da uno o più contesti più o meno referenziali, propri o altrui (la loro scelta costituendo un residuo di intervento soggettivo dell'autore), di frantumarli in sintagmi o serie di brevi gruppi di parole, e di costruire poi con questi frammenti o del tutto casualmente (con ricorso al cervello elettronico, per esempio, come nella poesia di Balestrini, o all' I-Ching, come spesso nella poesia di Monari) o seguendo qualche norma o suggerimento del gusto, un nuovo contesto. [...]"




FALLOFORIA 4.2


fuma la comparsa da nuda olivastra in frammenti ro-
sseggienti mangia in piedi del tabacco coi capelli

vortica se beve gli altri rifiutano il co-
ntatto con qualsiasi oggetto restano immobili per un tempo
più o meno lungo qui la dottoressa ne accende una
al paziente e cosi volute di farfalle dalle labbra
a punti verdognole dalla velina sulla punta olivas-
tra volute brune sfuggite alle labbra argentato ai
margini vortica mostrandosi olivastro prima che br-
uno ma prima ancora rosso umido quindi verdognolo
subito e nuovamente bruno come ballerino dalla cen-
ere si avvicina ai pazienti che mangiano sotto la
continua caduta delle farfalle rosse e bevono pure
oh se al bambino giallo di pipì e di pelle olivast-
ro la dottoressa umida e rossa per quel giallo acc-
omunàtasi alle violacee farfalle coi capelli al ba-
mbino prescrivesse una dieta così dimagrisce quel
brunetto prima il bambino e la dottoressa stanno a-
nche per un'ora senza parlare senza muoversi non è
un personaggio minore questo paziente così bambino
che col bambino giallo di pipì violaceo per lo sfo-

rzo inghiotte anche la cenere pur che tutti ridano







SOLUZIONE


o la fiamma o la tiara del papa con la croce che poggia sull
a bocca vicina alla rientranza dove c'è l'ano e che quindi è
la vagina rovesciata con i piedi della figura che toccano l'
altra faccia crociata col mento diviso in due e la bocca anc
ora più grande è una testa con la barba l'altro piede è nasc
osto dalla testa della bambola gli occhi tondi la bocca da b
ambino con la collana e col pendaglio senza breccia dà un se
nso di terrore perché è mostruosamente infantile e c'è un'os
cenità dolorosa buono e cattivo uniti nei contorni setolosi
cioè alla linea è sovrapposta una grata di peli di ferro com
e nei disegni che da bambini non abbiamo mai fatto

venerdì 15 dicembre 2006

Aida Zoppetti

(Paris)
(Alfabetizzazioni)
(Venezia)

Su Tellusfolio il suo blog

martedì 30 maggio 2006

poesia cosmica


prima di passare di nuovo alla poesia degli uomini, voglio dare un esempio di poesia visiva del Creatore. Spero metta tutti d'accordo:-) .

l'ho intitolata "l'occhio di Dio"

venerdì 26 maggio 2006

poesia-oggetto


dalla poetica degli oggetti, alla poesia-oggetto. Questa è di Stelio Maria Martini.

giovedì 25 maggio 2006

zeroglyphics


Zeroglyphics di Adriano Spatola uscì nel 1966, per la The Red Hill Press di Los Angeles. I caratteri sacri degli antichi, la loro capacità di decifrare i segni del divino nel presente, viene meno. Nella civiltà della comunicazione di massa, il segno ha infatti un valore metafisico uguale a zero, essendo soltanto superficie, residuo di una forma ch'era stata sostanza, da cui ricavare altri, infiniti, residui. Residui di residui, scarti degli scarti: zeroglifici, appunto.

mercoledì 24 maggio 2006

Terra del fuoco


Quando le parole sono attraversate dalla natura, rivelano la loro origine materica. Dopo lo Tsunami, anche loro si sono accartocciate, ma sono rimaste belle da guardare. Rottami per la comunità dei consumi, piene invece di grazia per chi ha l'occhio che cerca il vero. Quest'opera, composta probabilmente agli inizi degli anni novanta, s'intitola "Terra del Fuoco" ed è di Giorgio Guglielmino

martedì 23 maggio 2006

musica



Questa è una partitura di Arrigo Lora-Totino, uscita nel 1986. Va eseguita con la voce ed è come scavalcare una dolce collina di mattino presto. Il passo, in principio, è pesante, poi il fiato s'avvia e la musica comincia. Naturalmente si suona il jazz. Lo swing è un passo che muove su terreno accidentato, e fa da contraltare al canto dell'allodola; giunti in cima, si raddoppia il tempo, quasi si corre assecondando la discesa. Alla fine la metamorfosi è compiuta: la voce tace, gode l'orecchio del silenzio che segue.

lunedì 22 maggio 2006

ironia


naturalmente non sono riuscito a scannerizzare un bel niente. però qualche immagine l'ho recuperata sul web. questa, per esempio, di Paolo Albani ("mètre à penser", 2001 Frammenti di metro con scrittura 40x30 cm.). L'ironia ha un grande spazio nella poesia visiva. Consente di prendere le distanze dalla solenne pesantezza/pedanteria della tradizione, di togliere l'aureola ai poeti salvatori e a quelli convinti che la saggezza stia ingabbiata nel metro. L'operazione di Albani (Marina di Massa 1946) richiama il Dio cancellatore di Emilio Isgrò, mentre l'uso del francese (che qui s'intravede) ricorda le sperimenazioni di Emilio Villa.

Credo che l'ironia sia un pensiero che nasce dall'impossibilità dell'incontro, che sia il dono offerto nella penuria, l'atto d'amore di chi ha perduto la fiducia nel costruire. Credo sia la malattia del saggio allorché nessuno lo riconosce come tale.

domenica 21 maggio 2006

la poesia visiva 1



Nei primi anni Sessanta, parallelamente alle attività dei Novissimi e del Gruppo 63 gli operatori del Gruppo 70 di Firenze provvidero alla diffusione della poesia visiva, corrente poetica sperimentale tipicamente italiana: con Lamberto Pignotti, il suo più attivo teorizzatore, collaborarono Eugenio Miccini. Luciano Ori, Lucia Marcucci, Michele Perfetti e, successivamente, per periodi più o meno lunghi, Achille Bonito Oliva e altri.La poesia visiva è interessata soprattutto ai rapporti con la cultura e la comunicazione di massa, di cui, secondo Pignotti, intende sostituire "la prevalente informazione di tipo pragmatico con una comunicazione di tipo estetico", in un'operazione di recupero dell'ingente materiale significativo dilapidato dai mass media, che investa in pieno l'area dei contenuti.Come ha precisato Miccini, la poesia visiva è una forma di semiosi logico-iconica, in cui la parola e l'immagine intrattengono rapporti simbolico-referenziali.Alla base del collage sussiste una semiosi eterogenea, la codificazione di un sistema semiotico complesso; gli elementi costitutivi concorrono alla produzione, attivata da un intreccio di codici, di unità di nebulose testuali. Mentre i media utilizzano "nessi condizionati per indurre i materiali a una disposizione di tipo lineare, il poeta visivo intende invece dare adito a un condotto comunicativo ipostatico rispetto ai valori ideolessicali degli ingredienti, e deviante rispetto alle suture della loro coesione"(Ballerini).La poesia visiva pone in frizione l'espressione (reazione del soggetto alla propria perdita di identità) e l'informazione mediatica (deprivazione di senso del linguaggio visivo e verbale) in funzione di una nuova comunicazione, che attivi la criticità del fruitore nei confronti dell'usura semantica delle comunicazioni di massa e dell'automatismo linguistico, utilizzando procedimenti analoghi a quelli della pop art o del concettualismo.