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martedì 31 maggio 2016

Alessandro Fo su "Ciao cari"



Riporto una noticina di Alessandro Fo postata in questi giorni sulla sua pagina facebook:

"Stefano Guglielmin ha appena pubblicato per La Vita Felice un bellissimo libro di poesie, dal delicato titolo "Ciao cari": liriche sui suoi affetti, incontrati (a volte forse solo in un libro) e, per lo più, perduti. Il gesto amichevole del "ciao", l'apostrofe così 'veneta' con il "cari", suonano in apparenza quotidiana leggerezza, e dicono invece commossa e duratura profondità, in benvenuto e congedo. Auguri, Stefano, per questa piccola e preziosa raccolta, di cui oso proporre qualche pagina per invogliare a trovarla..."

domenica 1 maggio 2016

Sergio Zanone: prolegomeni e post-prolegomeni a "Ciao cari" di Stefano Guglielmin



Sergio Zanone è nato a Thiene (VI) il 6 Febbraio 1965. Diplomato presso il Liceo Scientifico Nicolò Tron di Schio, ha frequentato per un anno l'Accademia di Belle Arti di Venezia seguendo le Lezioni di Emilio Vedova; dal 1995 costituisce con Armando Bertollo il Gruppo ApuntoZeta.

Qui altre notizie.




Prolegomeni



Essere in sala d' attesa - In Limine - nel modo fondativo in cui si offre la poesia, cioè nel silenzio dell' attesa. Silenzio della voce – apertura della coscienza – che colloca l' Io al di fuori di se stesso – l' “ Io dovrebbe” - e così, trascendendosi, stemperando la passione ( né felice / né infelice ), favorire l' ascolto e la visione. Attesa stazionante – crogiolante concentrazione (unendo i fuochi ) - visione dell' immediata vicinanza sotto una grigia pioggia evocatrice o , forse , uno sguardo ancora più in là – nel passare, nel passato dei vagoni che trascorrono come sogni, come ricordi - vedere, evocare, immaginare fotogrammi, scialbe fotografie del libro-treno, dagherrotipi che si confondono nel tempo uggioso eppure, ... barlume, eppure splendore - vite che arrivano, rallentano, si fermano per un attimo e poi trascorrono sempre più velocemente nel partirsi assordante della pellicola - vite- segni, epigrafi in movimento destinate a non-essere-più (altro non c'è) : finzioni? Maschere? Persone? Tutto ciò che, nonostante tutto, rimane tra il bene e il male, tra delizia e sporcizia: l' umanità singolare di ogni figura – oltre le teorie, oltre le cose – impressa in noi, impressa nella poesia: è questo un seme seminato ed è un' opera di pietà quando la poesia chiama questo seme affinchè possa germogliare ancora una volta almeno. Poiché il seme di ciascuna singola vita è il punto e il limite , una impercettibile totalità – è ciò che rimane sub specie aeternitatis (Anassagora, e non importa se fuori si muore e anche dentro si muore) – infinitesima parte del reale, parabola evangelica, comunità scintillante ( le sinderesi, i fuochi che si uniscono a poco a poco), nero seme seminato sui bianchi prati. Non sono nominate, qui, le lacrime delle cose, ma è proprio nell' evidenza della melancholia che esse si nascondono – malinconia nostalgica o nostalgia malinconica – l' apriori del fuoco poetico, come ben sapevano gli antichi (Aristotele, Seneca, Stazio, Cicerone ... sino a Petrarca, Poliziano). Ogni pioggia sincera di lacrime è, pertanto, purificazione dell' Io: voluptas dolendi, sublimità elegiaca. Come un manto battesimale le figure di Stefano Guglielmin ci avvolgono e ci salvano dall' esistenza, poiché sono figure dell' eternità e ci donano la loro eredità spirituale, il loro essere-stati. Il libro di Stefano attinge quindi all' antica verità sapienziale dei Salmi penitenziali; è un gridare dall' abisso all' abisso ; e non possiamo dimenticare che, quando alla stazione salutiamo coloro che partono forse per sempre (mentre siamo noi , invece, ad essere sul treno) , con la mano pensando “Ciao cari”- solo allora, con le parole del Petrarca (Salmo II della Devotiuncola) , succede:



10 Ma tu, Signore, questo sasso gemente frangilo,
acque di fonte erompano dal durissimo
smalto



11 Limpide fonti sgorghino
colando poi nel brago
dove sempre si tuffa orrido il porco selvatico




Né a me sembra troppo azzardata questa comparazione letteraria dei testi di Guglielmin con uno dei padri della letteratura italiana, dal momento che la due citazioni introduttive al libro Ciao Cari, tratte dai poeti Antonia Pozzi e Pierluigi Cappello, presentano pregnanti riferimenti anche topologici alle strofe 5 e 6 del Salmo I di Petrarca:

“Morire è questo/ ricoprirsi di rovi/ nati in noi” (A. Pozzi)

5 Mi travagliavo e godevo nell' angoscia/ disteso sui rovi del mio giaciglio
(cfr. e si semina altra delizia dentro di noi, altra sporcizia)

e

“Come una nevicata leggera/ ho sognato di raggiungere i miei morti” ( P. Cappello)

6 Mi addormentai per morire/ sperai riposo tra' tormenti.


Post-prolegomeni 

Se le poesie avessero un sesso- e non è detto che non ce l' abbiano- In limine ( la poesia introduttiva del libro Ciao Cari di Stefano Guglielmin) sarebbe femminile; non donna  nel senso eckartiano  del termine - cioè compiutezza  materna dell' anima che ha generato suo figlio - Lia, che è viva  perchè d' altra specie  e poi crede in Dio, nella sua pancia di femmina   - ma piuttosto donna nella  figura della Κόρη (Kore) - fanciulla pupilla dell' occhio ( è Stefano stesso che ce lo dice nella poesia Ketty La Rocca: vede e non vede / tocca l' occhio, lo specchio; dal punto di vista psicanalitico la donna sterile  è pura finzione,  feticcio sessuale,   mezzo per  elaborare la pulsione di morte che per Freud compete esclusivamente al maschio  consolandolo sino all'  infinito del piacere, al dolce sonno letale, alla letargia ( Luce Irigaray, Speculum, Feltrinelli ed) ) –  speculum  unheimliche (perturbante) – materia prima  ( πρώτη ϋλη, Aristotele)- ευέργεια (energia) immanente alla ricerca di una forma - favilla che dall' oscurità compare per un momento e poi scompare –  fiore reclinante delle rêveries poetiche ed alchemiche- metafora della poesia: pura espressione della  libido femminile da Freud  mai postulata e, quindi, sin dal principio ere/otica: privata dal canone (psicanalitico, ma anche letterario) della possibilità di una qualsiasi rappresentazione se non sul piano dell' immaginario poetico,  irreale, del non-essere ( fingere che ci sia stata ... altro non c'è) .

Di carne al fuoco, o meglio di materia oscura su cui meditare, ce n' è forse troppa; ma, prima di proseguire,  è meglio fare  alcune considerazioni sul titolo stesso della poesia. In limine , dal latino : “nel confine”, ma anche dimora, casa e per sineddoche ( la parte per il tutto: concentrando l' attenzione, mettendo a fuoco: unendo i fuochi tra poco e poco) stanza, sala, camera e così via sino al limite (assonanza con limine) che per il poeta è il luogo dell' intimità, il punto in cui qualsiasi forma scompare nell' inafferrabile, inattingibile (altro non c' è), misterico, vuoto uterino (Hystere) femminile (Donna, mistero senza fine bello) rivelando la ...  presenza dell' assenza (sì, la Mater in-significata di Plotino, l' impassibile, trasparente, vuoto ricettacolo di tutte le forme). In ebraico la lettera iniziale con cui inizia la  Bibbia, la via della creazione, è proprio la lettera “B”, Bêt ( ב ) : seconda lettera dell' alfabeto ebraico, termine che significava casa (con la porta aperta) e che usata come simbolo aritmetico indica il numero due. Figura la casa metafisica d' ogni essere umano e al contempo l' intero creato, quale casa di Dio ... la casa dello studio, il luogo intimo, appartato, delle visioni del mistico ... nel mondo ma non del mondo ... la bocca dell' uomo, il suo intimo. ( Gabriel Mandel, l' alfabeto ebraico, Mondadori ed.) Lettera il cui valore simbolico secondo Alfred Kallir (Segno e disegno, Psicologia dell' alfabeto, Spirali ed) evoca il profilo della donna, il suo seno, la sua bocca ... adombrando così,  attraverso il simbolo,  la necessità di espressione del λογος (logos) : la sua volontà di  esteriorizzarsi, di attualizzarsi  mediante una parola  (il Verbum: cfr.  la dialettica  medioevale della parola interna – parola esterna ) che nell' aprirsi delle labbra esplode e si rivela come ...  suono significante: carne ( Il Verbo si fece carne  attraverso il corpo della donna). Il femminile, misterioso vuoto d' essere dell' Esserci, perturbantemente ed angosciantemente  privo di  rappresentazioni proprie,  limite tra realtà e trascendenza,  manifesta la propria energia ( la libido femminile che almeno qui, nella poesia, esiste)  come  un' aura evocativa (cfr. Carlo Sini),  come  profilo generativo delle idee e  delle immagini poetiche. Ecco, ci sembra  quasi di vedere  Stefano Guglielmin nella sua piccola stanza, l' autentico spazio del lavoro solitario, il cerchio rischiarato dalla lampada,  dire con le parole di Gaston Bachelard (La fiamma di una candela, SE ed.): “Come la lampada di un tempo concentra nei miei ricordi, la dimora ...  la solitudine  si accresce se, sul tavolo illuminato dalla lampada, si apre la solitudine della pagina bianca ... allora la pagina bianca è un nulla, un nulla doloroso, il nulla della scrittura. La pagina bianca, la Kore della scrittura.  La pagina bianca impone silenzio. L' “incisione” ha allora due poli, il polo della lampada e il polo della pagina bianca. Ed infatti due sono i fuochi nella poesia di Stefano, ed assai vicini (unendo i fuochi tra poco e poco): il fuoco della pagina bianca (della Kore) ed il fuoco della lampada, questo essere intimo, questo essere doppio che ci assomiglia come un fratello! Sembra che l' evocazione di una lampada susciti inevitabilmente una risonanza  nell' anima del lettore che ama ricordare. Un alone poetico circonda la luce della lampada nel chiaroscuro dei sogni che ridanno vita al passato. Attraverso la lampada una felicità luminosa s' impregna nella stanza del sognatore:

La chambre s'étonne
De ce bonheur qui dure
( Stupisce la stanza/di questa felicità che dura: Georges Rodenbach, Le Miroir du ciel natal)

..alla ricerca di quell' essere che non è al di sotto . E' al di sopra, sempre al di sopra. Con le parole di Stefano Guglielmin: Il mondo in una scatola buia, il suo lumicino/ tremulo a dargli il fiato che merita.  Tuttavia con l' al-di-sotto è sempre necessario fare i conti poiché la vita, e così la poesia,  non può  manifestarsi  se non  attraverso una  dialettica degli opposti (accidenti) che oscilla tra elevazione e profondità, tra felicità e disperazione, tra essere e non-essere, tra delizia e sporcizia. Questa dialettica, solamente obliando le passioni  cioè  razionalizzandosi filosoficamente, diviene etica dell' attesa e della mediazione,  Etica Nicomachea (stare in sala d' attesa/ né felice né infelice). Ma la poesia! ... ma la poesia, come lo specchio,  non scende a compromessi: entra ed esce, sale e scende, volge e rivolge: spazializza, trasforma: sono proprio  questi i movimenti tipici  che In limine sono sviluppati da Stefano Guglielmin attraverso
a)  l' esposizione sintattico-grammaticale del dissimile (reversibilità degli accidenti = inversione speculare dello specchio concavo, cfr. lo specchio come finzione dell'  apparenza, fonte del falso, nella filosofia antica ) nella struttura della poesia (es. una vita – si muore / ti dico – mi dici / ti dico – scrivere / fingere – ci sia stata / i fuochi – piove / felice – infelice / fuori – dentro / delizia – sporcizia)
b)  la duplicazione del simile ( riflessione speculare dello specchio piano, cfr. lo specchio come attività mimetica, fonte della verità nel disvelamento della pura apparenza: la Kore  specchio dell' occhio il cui punto centrale di visione è quello che riflette con la massima purezza e che corrisponde al momento in cui le idee, le forme  appaiono come  profili luminosi di buie impronte, ombre sullo sfondo abbacinante dell' Essere) nella struttura della poesia ( es. poco – poco/ né – né / dentro – dentro/ altra – altra/ ice – ice/ muore – muore/ dico – dico)
c)  la rappresentazione dell' ascensione e della discesa (dialettica dell' altitudine e della profondità) attraverso il movimento dell' energia immanente ( la libido femminile)  che ri-trasforma  la “materia prima”,  il sangue mestruale della Kore,  in fuoco ( i fuochi)  ed  in acqua ( piove): espressione  di  un ciclico ritorno dell'eterno  che ha in sé  il proprio motore (il telos, l' entelechia)  e confina  all' oblio il punto d' origine del movimento  operando  una  frattura irreversibile tra il tempo fagocitante (l' antico Cielo onnisciente, il Dio  Zirvan mesopotamico, il Kronos dei greci, l' Ahura Mazda- zoroastrico, il Logos ... e   per assimilazione anche  Freud,  il  Padre  della Psicanalisi e qualsiasi altra figura maschile  simbolo del potere in atto) e la vita/poesia.
Ebbene, un filo sottile collega In Limine ad  alcune tra le più belle poesie di “Ciao Cari” in cui il ricordo si configura nell' essere-per-la-morte (fisica: di cancro oppure anche solo psicologica: anoressia?): Antonella, Anonima (adolescente), Gina Pane: in tutte queste poesie, meraviglia, è presente il fiorire. Antonella: L' ultima volta in giardino/ pesavi metà di ogni cosa felice .... come se ci fosse una logica/ segreta che lega forbice a fiore : essere più felice di un fiore, felicità fugace  come di una scintilla nata dall' oscurità  ( l' uccello di fuoco, la fenice, la colomba senza ali , la farfalla, la psichè )  ... sono veramente mirabili questi versi,  come ha giustamente riconosciuto Giorgio Bonacini. Ed è proprio  segreta  una  logica  che si contrappone al logos  (aspetto un figlio: io aspetto ...  Lia, la moglie di Stefano, non compare ora poiché essa è viva, perché d' altra specie,  perchè è atto; qui siamo invece nel mondo del non-ancora, dell' aver-da-essere, del diventa-ciò-che-sei, dell' intimo stupore), che si contrappone  al  pensiero  rappresentativo del poeta e di tutti noi destinati  a  rimanere  al-di-qua della frattura ( il silenzio dell' a-capo), immersi in echi ( ochi - oco – oco  : i fuochi tra poco  e poco .. Sei stata la prima a saperlo/ l' ultima a partire ) che la visione istantanea del  fiore ha prodotto. Questi versi di Stefano mi rammentano una breve poesia di Guido Ceronetti, un poeta i cui versi sembrano provenire dall' oltretomba dell' umanità ( Guido Ceronetti, Poesie per vivere e non vivere, Giulio Einaudi ed.):

O bellezza dei corpi, affocato
Stuolo della miseria nella sera,
Come in fretta consumi la tua cera
E ne resta un odore affaticato.
La visione e lo stanco. Vola via
La colomba senz' ali col suo volo
Caduto, io resto con le ali immoto.

Anonima (adolescente): il buio che le  brucia dentro/ l' erba del suo minuscolo fiorire
Gina Pane: il fuoco della spiga ... passando dal rito all' irto, non per il rosa dei baci/ ma per le spine nella trasparenza dei traumi

Ciò che fiorisce, ciò che è condotto a maturazione deve passare attraverso il rito del martirio ( irto = fuoco= spine ) , deve bruciare nel  fuoco: ti cibasti/ nel martirio dei segni; così  il corpo- fiore illuminante, illuminato, in un' altra poesia di Ceronetti, reclina  il suo capo:  sopra il corpo-libro si piega: ...il libro ne arde tra le due ferite ... di ogni sua  solitudine si illumina... una sensibile testa da piegare / gli parea avere di fiore. La logica segreta che lega forbice a fiore esprime  la necessità di liberare l' energia vitale affinché non si fermi  il ciclo della vita e  vincola questa  necessità esclusivamente alla essenza femminile – alla Kore – alla poesia (cfr. il mito greco di Alcesti). Degradando, in un certo senso, il “maschio” e relegandolo nella mera logica della produttività. Nel linguaggio della psicanalisi, citando le parole di Luce Irigaray: “Lei   (la Kore) ricorda, ancora e sempre, quel resto che negli specchi si dissolve, l' energia  sessuale ( femminile) necessaria alla elaborazione  dell' opera (e che quindi deve bruciare, non può “esistere”) della morte. La “donna”  quindi serve da luogo – per altro evanescente, luogo deiscente – e serve da tempo – eterno ritorno, deviazione del tempo – per  la sublimazione  e, se possibile, controllo del lavoro della morte. Lei inoltre  è il rappresentante-rappresentazione  delle pulsioni di morte che non si lasciano percepire senza orrore, che l' occhio della coscienza  si rifiuta di riconoscere ( il perturbante) . Ma torniamo alla poesia di Stefano Guglielmin: In limine. Qui l’energia trasforma la materia e la raffina: la cera grezza della candela, la “sporcizia”, il sangue mestruale della Kore ( che è rosso come il fuoco,  lava ardente, fuoco liquido) salendo come una linfa infuocata,  attraverso la fiamma ( i due fuochi  che si uniscono: il poeta ed il foglio bianco) si purifica e diviene bianco, etereo; questa è l' immagine simbolica del roveto ardente (martirium) i cui fiori sembrano staccarsi come scintille ( le immagini della rappresentazione poetica)  prima di scomparire (altro non c'è) ...  prima di condensarsi nelle gocce di  pioggia  ( stare in sala d' attesa quando piove, né felice/ né infelice)  che fecondano  la terra desolata donandole la vita.  



martedì 12 aprile 2016

Raffaela Fazio su "Ciao cari"



Raffaela Fazio ha pubblicato diversi libri di poesia. L'ultimo, L'arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015), contiene un'approfondita lettura di Paolo Ruffilli, nella quale egli rileva la forza sapienziale del suo linguaggio, che affonda le radici nel sacro ma anche nella biografia familiare. A me colpisce, fra l'altro, l'uso sintetico dell'analogia, che s'intercala con un fraseggio più disteso, attento all'efficacia delle immagini, mai banali e sempre portatrici di conoscenza. Qui un'intervista all'autrice.

Riporto con piacere una parte di una lettera privata, scritta da Raffaela dopo aver letto Ciao cari. 



Ti ricordi la prima cosa che ti ho scritto prima di leggere il libro? "Chi si mette di fronte alla perdita (e dunque alla propria ontologica fragilità) dimostra già coraggio. E tu mi hai risposto: "È proprio come dici tu: la poesia chiede coraggio, a volte di scavare nel profondo, altre volte di scavare nella lingua, per farla fiorire".

Ora il libro l'ho letto e non resisto a mandarti le mie impressioni a caldo, che poi sono spesso quelle di cui ci si può più fidare.

È un libro libero, quindi fluido, nel tono, nello stile. Necessariamente. La lingua è lineare, perfino discorsiva, nelle poesie dedicate agli amici scomparsi. E non poteva essere che così: tu stai "parlando" proprio ai tuoi cari. Altrove, ti concedi salti ellittici e scatti sorprendenti, che rendono il senso meno immediato, ma anche più suggestivo (non rinunci neppure alla provocazione).

Eppure, nella sua varietà, è un libro coerente, quindi convincente, per la scelta di dire ciò che ti preme davvero. Questo forse è ciò che più mi piace: la volontà, essenziale, di fissare presenze, tenerle strette senza forzature, con un senso sottile di gratitudine o di rimpianto (in parte riconciliato). Come scrivi tu stesso, è un libro tutto di persone. Un libro che ne dice la vicinanza. E la vicinanza tra le persone, lo sappiamo, è un fatto misterioso: non si misura in tempo, in spazio e neppure nel limes tra vita e morte.


Quando ho chiuso il libro, ho ripensato al titolo. "Ciao cari". Anche nel titolo hai dimostrato coraggio. Così semplice che rischia di suonare banale. E invece dice proprio quello che doveva dire: un saluto tra chi si conosce, forse di arrivo, forse di partenza. Un saluto che comunque, anche nel commiato, rimane uno Ciao, non un addio, ma un arrivederci...

lunedì 21 marzo 2016

Una buona settimana o poco più


In questo fine marzo, la mia poesia fa festa (è o non è la giornata della poesia, oggi?) E io me la celebro così, direbbe Sanguineti, con qualche piccolo fatto vero.

Per esempio, ci sono le lettere degli amici, che mi mandano lusinghieri commenti su "Ciao cari".

E c'è Luigia Sorrentino che posta, sul sito di Rai News, qualche mia poesia (Qui)

E il Direttore editoriale de La Vita Felice, Diana Battaggia, che si mostra sempre attento a ogni nota pubblica che esce 

E c'è il fatto che il 31 presento il libro nella Biblioteca civica di Sarcedo, accompagnato dal contrabbassista Toni Moretti



domenica 20 marzo 2016

Giorgio Bonacini su "Ciao cari"

Caro Stefano,

ho letto il tuo libro Ciao cari e mi è piaciuto molto. Certo, detto così non significa tanto:
è un semplice dato emotivo soggettivo, per ciò che ho sentito leggendo le tue poesie.
Ma è questo che ho provato: una messa in forma del sentimento che diventa
senso avvolgente. Senso che lega il dolore e la gratitudine. E c'è anche un dato
affettivo personale nel ricordo di Giacomo. Anche questo fa la poesia: aggancia
la commozione alla natura esistenziale di ogni scrittura viva. Ma ciò che più mi ha colpito
e intorno a cui ha girato tutta la mia adesione per le parole del tuo libro,
è il secondo verso nella poesia Antonella (1958 – 1993):

“...pesavi metà di ogni cosa felice.”

Straordinario. Tra i più belli che ho letto e forse tra i più belli nella poesia dei nostri anni.
Avresti potuto scrivere, per dire la fisicità prosciugata dalla malattia nel tuo sguardo doloroso,
“pesavi più di ogni cosa triste”, come potrebbe venire più naturale, e invece no. La parola
“felice” sgancia la durezza del patimento e innalza il sentire. E permettimi un dato personale.
Una mia poesia di tanti anni fa terminava con “nella curva/delle lacrime/c’è tutto”. In cui
evocavo, senza esserne veramente cosciente, questo innalzamento e leggerezza nel dolore.
Evocavo soltanto, ma ora, leggendo la tua poesia, so qual è la sua presenza vera. Precisa.

Ecco, ho sentito il desiderio di dirti questo, che ho provato  con le tue poesie.
Bel libro!




sabato 12 marzo 2016

Silvia Comoglio su "Ciao cari" di Stefano Guglielmin


Silvia Comoglio, vincitrice della XXIX edizione del premio "Lorenzo Montano" (Anterem) per la sezione raccolta inedita, mi scrive questa bella nota sull'ultimo mio lavoro poetico, Ciao cari (La Vita Felice, 2016):


"Il mondo visto da dentro e il mondo visto da fuori, così a me sembra, convergono eticamente ed esteticamente in una parola che sa accendere e governare la nuda altezza e la nuda crudezza di canto e controcanto, di un parlato che, realmente e, oserei dire, fisicamente, congiunge vita e morte. Quell’attimo temporale, che è vita in frammento o squarcio, e che tu percepisci e fermi in modo personalissimo in una parola oggetto o dettaglio, riassume in sé tutto l’esistente e ne rivela il respiro, un respiro sempre tangibile anche quando appartiene al passato, e che per questo, per questa sua tangibilità che oltrepassa i confini del tempo, sa farsi cosmico. Questa “cosmicità” di cui ho parlato non è però la sola cosa che succede, che io sento succedere. Il respiro, questo respiro del singolo frammento di vita, è, direi, premessa dell’universale, e aprirsi all’universale è aprirsi alla libertà di scandagliare i nostri orizzonti, di seguirli e declinarli nei loro molteplici piani e registri, ed è libertà di concepirsi e concepire una vita anche se e quando di questa vita si dice: “è stata”.

Ciao cari è un libro autentico e trasparente, un libro che accoglie destini e si fa esso stesso destino, il nostro, dell’umanità".


Grazie!