martedì 23 gennaio 2007

Ida Travi


La poesia femminile contemporanea non espone il proprio genere soltanto per via libido-anatomico. Ida Travi, per esempio, dà voce alla Terra Madre, al materno che genera ed espone, che abbandona e chiama. Vivi e morti stanno nella medesimo coro, e così il terrestre e il divino, tutti nel canto della Terra, che è come il vuoto della tazza, lo spazio armonico nella bocca.




IL DISTACCO

Tutte le cose dormono nei suoi occhi, mari e monti dissolti tolti
da questo mondo. Chiama gli eventi a croce in modo che spacchino
in quattro il viso. Ecco che sogna usando la bocca molto schiacciato
ha il cuore.

Un ostacolo, volo d'un dio, getta la sua ombra sull'uomo
addormentato e gli domanda: dormi? Era la tosse del cardellino,
quasi una mano sfonda la neve, non sarà grave dice, m'avvolgo
in questo mantello come se fosse il mio. Sostano lì come fossero
morti, vivida pena evolve muta tra loro sfila.



Va nel paese notturno con debole passo umano, e maschera in sé,
una piccola luce. Io sono quello che ardo, se il lento rientrare di
spigoli scioglie, appoggia il respiro con gomito contro il suo vano.

È una figura d'essere umano, né uomo né donna, inerte. Quand'è
così alzano tutti gli occhi e prima un piede e dopo l'altro rialzano,
rituffano nel gelo, dove più giù nella luce, diventa una rosa
un suono, là s'indovina il senso, quasi un mancato orrore ferma
le ali, precipita nel sorgere i piccoli della terra.

Qualcosa qualcuno si copre la faccia mostrando le mani. Qualcuno
è leggero, qualcuno nasconde soltanto qualcosa che brilla,
qualcosa con scatto iniziale fa uscire qualcosa dal nulla. Allora
ha staccato lo sguardo dal tacito fondo scuro e poi l'ha deposto lì.

O nella notte, dimentichi sulle ginocchia stanno gli stanchi come
se fosse pace, brevi bisbigli sfuggono, entrano nelle chiome.
Un bianco venire a svanire, oppure negare l'ultimo dire d'un morto.




Tacita la luna sopra, e sotto il volo nella minima sfera. Sta
nel profondo del sonno mostrando il suo bianco riso. E non s'appoggia
a pensiero alcuno, oppure s'appoggia con peso a nulla. Sola
memoria scintilla nel vano, oppure è una fiamma, e il muto
bambino ne oscura il fiume.


Fermo deposto all'ombra d'un sasso s'affaccia sul viso e solleva,
leva le braccia e l'abito fruscia come se niente fosse. Entrando
nel vano candela porta con sé la sua strage, fa luce.


In fondo anche la madre uccello si preoccupa. Spezza il suo pane
in tre. Ecco cos'è. Prima sta giù, poi fa d'improvviso un passo
s'innalza, al limite grida.





E un ottimo dottore, ne patisce chi non somiglia a lui. Viene
sognando, regola il respiro, se nasce il fratello minore quello
maggiore piange e come reggendo una coppa fatale piega i suoi
muscoli nel sedersi. Non tuona lassù alla luce dei santi oscuri,
inspira gigante il polmone del gufo poi mira allo splendore
del confuso.


Qui nella casa la luce è spenta, il debole s'adatta - vuoi mangiare?
Ai vetri il ticchettare degli esuli ghiacciati, non ci badare, dormi,
senti il secondo toc. Uno è venuto un attimo fa, pesci, animali,
o ali, a. E grida di uccelli lungo la via del lago.




THAUMA

Là nella rosa alchemica tracce di come partecipammo al mondo
quando ancora non eravamo vivi. Traspare nel muscolo d'una
lingua madre, la mappa dei regni attraversati nel dormiveglia. C'è
del terrore alla luce dell'ordine, è poco amorosa la mano che non
sfascia. Ascia? Sfrondano i rami senza.

«Voglio tornare indietro, padre, non avessi io visto questa terra.»
La coperta è leggera, il cuscino basso. Nella notte, a occhi chiusi
vengono a trovarmi persone sconosciute, attraverso la foresta
con un balzo. C'è un bisbiglio d'agitato, qualche traccia di saliva.
Dico ascoltami ora, nessuno mi sente in questo infinito intcriore.

Si sogna morto, si sente giunto a casa. Prima impara a non battere
gli occhi, poi mette lo sguardo soprannaturale. Nulla faceva
pensare che avesse rubato il pane. Prima verranno a chiedere, poi
mi daranno un nome.



Ha questo passo l'animale illuminato mentre attraversa i regni
della sua natura Sposta un sasso e trova una fonte, ogni volta
la tratta come fosse una fiamma. Dice non più io, non più vita
per me. Tu mi parla, tu mi ammaestra, perché il tuo linguaggio
è pieno di mistero.

Provate a mettere sotto gli occhi d'un bambino lo spettacolo
d'un uomo che si evolve. Oppure ponetelo di fronte al mondo come
fosse la parte oggettiva d'un sé. O uno, o due, o tre. Padre,
dove sei? Tremenda leggerezza nella stanza assegna silente
i propri castighi e fa di quel mondo il figlio di Maja.



Scendono con una paura d'inferno, altri non fanno che avanzare
a braccia. La notte getta il suo canto scuro. Chi appoggia l'orecchio
trema. «C'è il maestro? C'è il maestro?»

Fate un inchino profondo, questa non è una terra straniera.
Dorme l'uccello, la testa avvolta nel manto. Entra in città ch'è una
statua tremante, sotto la cappa gela. Altro non fa che andare
e venire, via dal palazzo lungo l'immensa regione che ha fine. Non è
giusto, non è giusto così. Eppure così non sarà sbagliato.

Toglie il sandalo destro mentre s'infila il sinistro, e tutta una
parte di mondo s'adombra, si cela la via nel palmo di mano
capovolto, capovolto, schiuso.



Devi spaccare ora, la lastra di vetro intcriore, non lascia vedere
fuori, la lastra di vetro intcriore è muta.

Se cerchi uno stato, non qui. Far nascere questa parvenza di fede
fa male, dolori articolari sparsi in tutto il corpo. Quale corpo?
È una porta di ferro, battuto, e il vecchio si curva, non sacro.

Non vuole uscire. Si mette un'altra testa sulla testa, ecco cos'è
l'orrore. Quasi una torre vuota rimbomba di grida. Ovunque
sigilli. Qui sono stranieri gli uccelli, non entra neanche un verme.




(da Il distacco, Anterem 1998)

20 commenti:

  1. Grandissima.

    Uno dei miei amori più radicali, radicati e profondi. A prova di tutto.

    Grazie per averla presentata qui.

    fm

    RispondiElimina
  2. sarebbe bello poter riprodurre la sua lettura, la sua voce neutra, che pare proprio il canto della terra ossia del luogo dove vivi e morti sono figli - ora spaventati ora eccitati - nella medesima culla.

    RispondiElimina
  3. sebastiano aglieco23/1/07 15:48

    Mi piacerebbe scriverlo un poema anonimo scritto da tutti, in cui risuonano le voci di tutti. Sarebbe un bel progetto

    RispondiElimina
  4. mi sembra ci sia una dinamica tra il luogo e l'alterità. Sbaglio?

    RispondiElimina
  5. Mi è capitato di ascoltare Ida in un paio di incontri poetici ed ogni volta è stata un'emozione fortissima.
    pepe

    RispondiElimina
  6. un genere di poesia davvero bellissimo. sono di poche parole ma completamente conquistata. swan

    RispondiElimina
  7. Sebastiano, anziché fare il grado zero della scrittura, sarebbe come fare il grado zero dello scrittore.

    comunque, in "The making of Americans" Gertrude Stein aveva proprio questo progetto.

    Voc, io credo che luogo e soggetto si diano insieme, in un'oscillazione permanente e che, solo per comodità, chiamiamo tutto questo: "soggetto che abita un luogo". Nella Travi il tremore della nascita dal luogo è centrale, così come l'imminente rientro in esso.

    Gabriele, bisogna proprio sentirla recitare per capire quello che vuoi dire. non si può tradurre.

    RispondiElimina
  8. ciao Swan, grazie per il commento.
    quando ho postato il mio, prima, il tuo non era ancora comparso.

    RispondiElimina
  9. Tuttavia l'attraversamento ha a che fare con l'alterità.

    Pensavo, così, a margine: non so se oggi sia più disorientato il soggetto o dislocato il luogo :)
    ovvio, vi è un'interdipendenza nell'ordine di un rapporto direttamente proporzionale.

    RispondiElimina
  10. profonda ed oracolare: un agrande voce poetica.

    erminia

    RispondiElimina
  11. caro voc, con al peosia della travi, non so se i termini "luogo" e "soggetto" sono pertinenti. speriamo che ci dica lei in persona.

    Ciao Erminia, oracolare è la parola giusta.

    RispondiElimina
  12. Concordo con Erminia: "profonda et oracolare". Lontana da molti suoi colleghi/colleghe coevi/e, e forse proprio per questo - riprendendo una discussione avuta con Stefano su Ermini(qui: http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article643) - ignorata dalla furia antologizzatrice dei nostri giorni.

    Luigi Nacci

    RispondiElimina
  13. ma io soggetto non l'avevo mica adoperato, eh! :p

    RispondiElimina
  14. Luigi, Flavio ha detto che gli piacerebbe intervenire in quella discussione. Dobbiamo dargli un po' di tempo. Nel caso ti faccio sapere.

    Voc, ma in questi giorni non devi lavorare? :-))))

    RispondiElimina
  15. Ida Travi ringrazia per i commenti e mi fa sapere che non frequenta i blog, che la affascinano. Scrive: "mi affascinano come uno spazio aperto. Sì, mi fanno l'effetto d' uno spazio completamente immerso in una nebbia: intravedo volti assorti, dietro le parole. E intravedo stanze, un sacco di stanze illuminate da un monitor: ma non so come si fa, non so come si fa a entrarci,ma forse imparerò."

    RispondiElimina
  16. Inoltre ci dà questa informazione, che io vi giro:


    Martedì 6 febbraio, ore 18:00
    allo Spazio Eventi
    FNAC
    Via Cappello, 34 - Verona

    presentazione del libro

    LA CORSA DEI FUOCHI
    Poesie per la musica
    di Ida Travi

    MORETTI&VITALI EDITORE

    Lettura poetica e tre canti in CD allegato
    ( i brani raccolti in CD sono Editi da Suvini e Zerboni, 2003)

    L’incontro prevede lettura poetica e canto dal vivo

    voce recitante Ida Travi
    voce cantante Patrizia Simone

    intervengono

    Enrico De Angelis
    giornalista e critico musicale, storico della canzone italiana
    responsabile artistico Club Tenco

    Andrea Mannucci
    compositore autore delle musiche, docente di composizione
    presso il Conservatorio Dell’Abaco di Verona

    "In questa raccolta di poesie per la musica gli esseri umani si muovono come nel sonno di una sentinella. O di un bambino. Sentinella e bambino parlano da soli, vanno trasognati e hanno gli occhi puntati nel fondo della notte. Eppure sono al centro di una realtà. Cosa c’è nella visione d’una realtà? C’è una tazza, una culla, ci sono uccelli in volo, un albero, un fiume, un padrone, un martello. Un vecchio, un padre, una madre. Ci sono i resti d’una civiltà. Si vedono fuochi in corsa. È come se noi che guardiamo, qui e ora, nel tempo cosmico e per un soffio, fossimo ancora noi gli antichi."

    Nel sito di Anterem c'è un un pezzo di lettura in sonoro tratto dal CD.

    RispondiElimina
  17. qui la voce di Ida

    http://www.anteremedizioni.it/?q=poesie_di_ida_travi


    gugl

    RispondiElimina
  18. gentile,ma suggestiva... tante immagini,luci e ombre,tanti chiaro-scuri e spesso dei suoni. di certo non me ne intendo,ma mi piace.
    ma prof, quando è che mi porta qualche altra raccolta di poesia?! magari proprio di ida travi!!!
    tiziana cera rosco mi era piaciuta parecchio...diciamo che era molto azzeccata, sul mio genere! io aspetto,non se ne dimentichi! Patty

    RispondiElimina
  19. a proprosito, Stefano, controlla la posta, per favore: ti ho mandato le informazioni su come recensire Vested Voices per Annali: c'è in onda su Italian Studies il "Call for Reviews".
    Credo che bisogni essere tempestivi.
    un abbraccio, erminia

    RispondiElimina
  20. ciao Patty, lunedì ti porto qualche nuovo poeta, pormesso.

    Erminia, fidati! :-)

    RispondiElimina