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lunedì 21 gennaio 2013

Due poeti per ricordare (verso la Giornata della Memoria)



Ricordare lo sterminio attraverso la poesia. A questo proposito, segnalo due libri recenti. Il primo, Ziklon B (edizioni CFR, 2011) di Giacomo Vit, incontra l'orrore nella mediazione della favola, quasi rendendo magici gli oggetti lasciati soli delle vittime, che qui diventano protagonisti. Sono presenze messe in gioco per ricordare quando la relazione tra uomo e cose era carica di significato affettivo, relazionale, a differenza dei campi, in cui tutto è corpo inorganico, sostituibile. Ma anche – scarpe, occhiali, valige, bambole rotte, capelli, foto –  sono testimoni oculari dell'orrore, essi stessi vittime del tentativo disumano di cancellare le tracce di quanto non fosse ariano, di archiviarlo in cataste mute. Vit chiede loro di parlare, di buttar fuori – a nome degli internati – l'indicibile, quanto le parole umane non riuscirono a pronunciare, per un misto di vergogna, pudore e afasia da trauma. E lo fa usando il friulano, una lingua dalla scontrosa grazia, come direbbe Saba, aspra come una carezza, e un versificare breve, interrotto nel mezzo della frase, spezzato come i corpi e le coscienze nei lager.

Il secondo libro l'ha scritto Daniele Santoro, poeta salernitano. Sulla strada per Leobschütz (La vita felice, 2012) racconta, senza mascheramenti lirici, la banalità del male, ma anche che cosa accade quando l'idea di razza superiore toglie diritto d'esistenza alle altre. Anche i nazisti baciano la loro moglie e i loro figli prima di andare al lavoro nel campo; poi lì, fanno del loro meglio per essere tecnicamente all'altezza, secondo dottrina. E allora il dolore altrui diventa interessante soltanto sotto il profilo scientifico e il sadismo esibisce il peggio di sé. Santoro ci mostra i corpi terrorizzati degli internati in preda alle loro funzioni elementari, fa loro raccontare storie di ordinaria disumanizzazione, entra nelle logiche da burocrati dei nazisti, ci riporta insomma l'attenzione nei pressi di quanto non va dimenticato, se vogliamo uscire davvero dalla preistoria. Che cosa sia la cosa da non dimenticare – al di là delle intenzioni dei due libri appena citati – ce lo dice Giorgio Agamben in Homo Sacer e in Quel che resta di Auschwitz: ogni volta che viene meno il confine tra umano e disumano ossia quando la legge pretende di inglobare "la nuda vita", l'alterità (il diverso, lo straniero, la minoranza etnica eccetera) diventa l'untore, che va eliminato senza incorrere in punizioni. Auschwitz è la formula perfetta di questa piega etica.



Questo post esce in contemporanea con quello di Giorgio Morale, ne La Poesia e lo Spirito.
Qui le poesie di Vit e di Santoro.


Giacomo Vit è nato nel 1952 ed è sempre vissuto a Bagnarola (Pordenone). Maestro elementare di Cordovado, è autore di opere in friulano di narrativa (Strambs, Udine, Ribis, 1994; Ta li’ speris, Pordenone, C’era una volta, 2001) e di poesia (Falis’cis di arzila, Roma, Gabrieli, 1982; Miel strassada, Riccia, Associazione Pro Riccia, 1985; Puartis ta li’ peraulis, Udine, Società Filologica Friulana, 1998; Fassinar, S.Vito al Tagliamento, Ellerani, 1988; Chi ch’i sin..., Pasian di Prato, Campanotto, 1990; La plena, Pordenone, Biblioteca Civica, 2002, Sòpis e patùs, Roma, Cofine, 2006, Sanmartin, Faloppio, Lietocolle, 2008, Ziklon B- I vui da li’ robis, CFR, 2011.) Nel 2001, per l’Editore Marsilio di Venezia, ha fatto uscire La cianiela, una raccolta delle migliori poesie edite e inedite scritte dal 1977 al 1998. Ha fondato nel 1993 il gruppo di poesia “Majakovskij”, col quale ha dato alle stampe, nel 2000, per la Biblioteca dell’Immagine di Pordenone, il volume Da un vint insoterat. Con Giuseppe Zoppelli ha curato le antologie della poesia in friulano Fiorita periferia, Campanotto, 2002 e Tiara di cunfìn, Biblioteca civica di Pordenone, 2011. Componente della giuria del Premio “Città di San Vito al Tagliamento” e “Barcis-Malattia della Vallata. Ha pubblicato anche alcuni libri per l’infanzia.

Daniele Santoro è nato nel 1972 a Salerno, dove si è laureato in Lettere classiche, e vive a Roma, dove svolge attività di do­cente nei licei. Collabora con testi poetici e di critica letteraria a riviste di settore, tra cui «Caffè Michelangiolo», «Capoverso», «Erba d'Arno», «Hebenon», «II Monte Analogo», «La Mosca di Milano», «Sincronie» e le statunitensi «Gradiva» e «IPR Italian Poetry Review». Ha esordito con la plaquette Diario del disertore alle Termopili (Nuova Frontiera, 2006).

lunedì 19 dicembre 2011

Per una scuola nuova



Esce oggi su "La Poesia e lo Spirito", a cura di Giorgio Morale un florilegio di libri sulla scuola, che si potrebbero leggere o regalare per Natale (o per il primo dell'anno, volendo essere pagani). Fra questi, c'è anche quello segnalato da me; articolo che riporto qui. Invito tuttavia a leggere l'intero post su LPLS  perché davvero istruttivo.


Per una scuola nuova ci vuole un libro vecchio come Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Per fortuna, alcuni professori sono finalmente usciti dall'idea, classista, che la cultura sia tutto ciò che ha dato lustro alla nostra civiltà: libri in classifica, morali per bene, imprese eroiche, rivoluzioni industriali. Ma in generale la scuola, su quelle leve, ha edificato la sua fortuna. Il risultato di questa selezione culturale plurisecolare è stata la formazione di una elite dominante e privilegiata (magari mascherata, come oggi, da illuminata riformatrice), e di uno sterminato serbatoio di forza lavoro. Ce lo ricorda ancora don Milani, anzi, i suoi allievi raccolti intorno alla Scuola di Barbiana, negli anni Sessanta. Tutti ragazzini malnati a inchiostri e calamai, e che pure ammettevano che la scuola fosse "meglio della merda". Pronunciata da un figlio di contadini è una frase forte, ambigua in fondo, perché il letame concima, è risorsa. Ma la scuola è meglio, se fatta bene. Concima infatti le menti, le libera dalla sottomissione ai poteri meschini. Le impegna per i poteri necessari, per quelli che vogliono realizzare una società equa.

Qualcosa è cambiato da allora, ma non tanto a pensarci bene. La bocciatura, come strumento invasivo per liberare il corpo sano della scuola dagli incapaci, sta tornando in auge; professori che non si vogliono aggiornare perché sottopagati aumentano di continuo; per non dire dell'idea che la scuola sia un'azienda che non può permettersi disavanzi, per cui chiede programmazioni e bilanci che tengano conto delle quantità spendibili anziché di formare cittadini capaci di spirito critico e solidali con il prossimo.

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente. Per capirci: il primo anno di riforma Gentile, più di tre quarti degli esaminandi fu respinta. La borghesia gridò allarmata: ma come, noi paghiamo il regime e voi impedite ai nostri figli di diventare la futura classe dirigente? Il regime corse ai ripari abbassando gli obiettivi minimi. Ora siamo in un'altra fase, opposta, direi. In quella in cui gli obiettivi minimi sfiorano lo zero (non dappertutto, sia detto con chiarezza). La ragione è evidente: il rinnovo del potere passa per altre vie. Più clientelari, come si è ben visto. Il professor Monti ci è invece arrivato per meriti acquisiti, ma questo capita solo quando il sistema clientelare non riesce più a disbrigare la matassa. Però è sempre lui, il sistema, ad avere l'ultima parola. Parola che il popolo riscrive così: a pagare sono sempre i soliti. Ma anche ad essere esclusi da una formazione di qualità sono sempre i soliti; e a subire un indottrinamento consumista; e a non riuscire a godersi l'effimero della bellezza, assorbendo acriticamente il bello di moda, quale effimero della produzione standardizzata. Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l'esatto contrario dell'Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d'intere generazioni (vedi la disoccupazione giovanile e la riforma delle pensioni). La scuola non ha leve per scardinare tutto ciò, ma, se ben fatta, offre agli allievi la chiave per comprendere che matrix esiste e pulsa meno intensamente quanto più noi riusciamo a pensare creativamente. Il libro scritto dagli otto ragazzi di Barbiana può aiutarci a vivere meglio, ad essere artisti non per vanità, ma per liberarci dagli stereotipi, per combattere il virus conformista che ci ammala. E ciò malgrado qualche riga sia davvero improponibile oggi, come l'invito, "nei casi estremi", ad usare "la frusta" e l'idea che insegnare sia una vocazione talmente alta da chiedere, se possibile, "il celibato" o la castrazione preventiva.
  

martedì 26 aprile 2011

Ai miei insegnanti


Ricavo la mia parte da un'intervista di Giorgio Morale, fatta a più poeti e uscita su La Poesia e lo Spirito, relativa all'importanza che hanno avuto gli insegnanti nel farci amare la poesia.


Caro Giorgio,

non ho ricordi forti riguardo alla poesia conosciuta ai tempi della scuola. All'esame di terza media, tuttavia, ho portato l'Ungaretti di "Porto sepolto". Vuol dire che qualcosa i miei insegnanti avevano seminato, malgrado l'impostazione fosse didascalica o, peggio, un esercizio di memorizzazione. Esercizio che allontana forse dalla poesia, ma che da adulti aiuta a dare un nome alle cose. La nebbia di Carducci o l'aspro odor di vini, in autunno ancora mi punzecchiano le narici. Ai miei tempi (e per fortuna), le elementari erano una palestra per imparare la grammatica; forse perché la poesia, probabilmente, spiazzava anche gli insegnanti, poco preparati a fare didattica su un testo dove la vita e la morte, la gioia e il dolore sembravano esperienze troppo adulte. A noi piccini rimanevano i suoni e qualche filastrocca. Ricordo però con piacere "Bella ciao", imparata in terza elementare (ma eravano nel sessantotto, ora che ci penso...).

Durante le scuole superiori le cose non sono troppo cambiate. Anche perché forse non tutti sanno che io ho frequentato l'istituto per geometri, per cui, ad Omero e Dante, si preferiva la trigonometria e l'estimo. Alla poesia mi ha involontariamente avvicinato il mio compagno di banco, che, adolescente, mi leggeva il suo diario. E' stata la prima volta che mi sono detto: anch'io posso farlo. Anch'io posso tradurre quel che sento in una lingua che finora ho usato male. Avevo molto da dire, soprattutto riguardo alla mia compagna di banco, che amavo di un amore totale, quasi mortale.

C'è stata invece un'insegnante che mi ha aiutato ad approfondire la mia passione per la psicoanalisi e per la filosofia. E' siciliana ed è ora in pensione. Facevo tra l'altro da baby sitter a suo figlio, lei che era rimasta vedova poco più che trentenne. Parlavamo di tutto, ascoltavamo musica, mi consigliava dei libri. L'ultimo anno delle superiori (per mia scelta naturalmente), invece di approfondire le materie tecniche, leggevo Fromm, Freud, Marx. E anche Herry Miller, che avevo scoperto per caso in biblioteca civica. Poca poesia (Neruda e Prevert, come tutti in quegli anni). Evidentemente queste passioni non mi aiutarono all'esame di maturità tanto che dovetti ripetere l'anno. Ebbi così più tempo per cominciare a leggere Aristotele, Platone, Schopenhauer e Nietzsche. Infine, mi iscrissi a Filosofia: non potevo fare di meglio. Avevo 20 anni, tanta voglia di viaggiare e di studiare, amici così cari da insegnarmi che cosa fosse davvero la vita e la morte, qualche amore maledetto e, dunque, la condizione perfetta per cercare la parola esatta, quella capace di toccarmi nel profondo. Ho impiegato vent'anni per trovarla.

mercoledì 19 maggio 2010

la poesia cantata a scuola: l'ultimo obbrobrio ministeriale



Nel sito di Orofinoproduzioni, si legge:

"MUSICA E PAROLE... 10 in Poesia! è rivolto agli studenti della scuola secondaria di 1° grado, per consentire agli allievi un approccio gradevole alla poesia, avvicinandoli alla lettura con un metodo di apprendimento più semplice e ricettivo come quello delle canzoni.


Il Progetto pilota MUSICA E PAROLE… 10 in Poesia! si svolgerà nelle Regioni Piemonte, Lombardia, Lazio, Abruzzo, Puglia e Sicilia, con distribuzione di 70000 cd.


OBIETTIVI

Valorizzazione del mezzo letterario oggi posto in posizione secondaria rispetto alla prosa e al romanzo;
Valorizzare l’unitarietà dei saperi legando discipline musicali e letterarie e consentire percorsi storico-ambientali mediante la scelta di poesie appartenenti al patrimonio letterario;
Contribuire a far utilizzare la lingua in modo creativo;
Ampliare il lessico;
Scoprire il legame di senso e di suono tra le parole;
Esprimere sentimenti e percezioni attraverso la musica e le parole;
Scoprire attraverso la musica i nessi logici tra le parole;
Far conoscere i poeti e la poesia.
Il cd sarà dedicato interamente alla grande poetessa Alda Merini, che qualche giorno prima che ci lasciasse, tramite il suo editore ci ha fatto pervenire dei suoi aforismi sulla poesia da inserire nel libretto del cd, esprimendo complimento sull’iniziativa".

 
qui alcuni esempi.  



la risposta Marco Rovelli, cantante, giornalista, scrittore, uscita su "l’Unità" del 8/5/10 è la seguente (ampiamente condivisa da Blanc de ta nuque)


Distruggere la poesia


La scuola va distrutta in ogni ordine e grado, senza risparmio. Ne beneficeranno le scuole private che servono i ricchi del paese dove la forbice della diseguaglianza è tra le più alte al mondo, ne beneficeranno i preti, ma anche chi necessita di un popolo gregge. La Gelmini adempie diligentemente alle direttive. Con ogni mezzo possibile. Tra questi, un cd distribuito in 70mila copie presso le scuole medie di alcune regioni, per far parte del programma di studio. Musica e parole. 10 in poesia. L’abominio. Poesie di Foscolo, Leopardi, Ungaretti, Montale – tutte massacrate a colpi di becero pop. Fatte cantare ai divi della tv, da Amici a X Factor a Saranno famosi a Ok il prezzo è giusto. Tutti accomunati da un’assoluta inconsapevolezza di quel che stanno cantando. Tutti presi nel furore di distruggere il concetto stesso di poesia. Fingendo di “avvicinare i ragazzi alla poesia”, si eleva a metro dell’arte un simulacro di musica iperbarica, vuota, pura merce. Del resto a questo deve servire la scuola, a tirar su una generazione di consumatori senza alcuna capacità critica. Andate su http://www.orofinoproduzioni.com/, e sentite Elisa Rossi da X Factor che trapassa a colpi di leziosità A Zacinto, ma anche il povero Mario Venuti che si è prestato a poppizzare Meriggiare pallido e assorto. Poi potete vomitare, se volete. Ma ritenetevi fortunati, allo stesso tempo. E già, perché l’ideatrice di questa immondizia è Loriana Lana, che non è solo la testimonial della candidatura del nostro Caro Leader S.B. al premio Nobel per la Pace, ma anche la paroliera dell’inverosimile canzone (estremo sintomo della cartoonizzazione dell’Occidente, per citare il mio amico Giulio Milani) Silvio forever (Silvio forever sarà silvio realtà silvio per sempre / Silvio fiducia ci dà silvio per noi futuro e presente / nobile e giusto tu ci piaci per questo sei il pensiero che ci guiderà). Pensate, poteva musicarci anche un Sandro Bondi, la signorina. Un’altra miracolata del basso impero. Ricompensata con 70mila copie per i suoi innominabili servigi.

mercoledì 5 maggio 2010

La poesia a scuola funziona sempre?


Si parla tanto di portare la poesia a scuola. Cosa necessaria, ma che deve essere bene organizzata. Anzitutto dalla scuola stessa, dai docenti che invitano il poeta. Un bravo insegnante legge assieme agli studenti alcuni versi del poeta che verrà, lo si avvicina con prudenza, si cercano punti su cui tornare quando sarà presente. Se poi sono invitate altre classi, esse vanno ugualmente preparate. La mia esperienza mi dice che ogni volta è differente, e ciò in relazione al carattere e alla preparazione del docente che guida la classe. Non sono tanto i ragazzi a dare il la all'incontro, bensì, appunto, il lavoro fatto in precedenza dalla scuola. Altrimenti succede quanto riporto qui sotto affinché possiate farvi un'idea dei danni prodotti da un incontro non preparato con un poeta caratterialmente difficile come Davide Rondoni.


Scrive Maurizio Teroni:

Noi insegnanti, si sa, siam gentaglia ignorante, frustrata e sgranfigniamo il salario. Ce l’ha annotato il Bossi e rimarcato il Brunetta. Dio voglia, è arrivata la Gelmini a metterci in riga. I genitori dovrebbero aizzare barriere a protezione dei loro figliuoli, dato che nella scuola, in questa diseducativa istituzione risorgimentale, ci stanno dei loschi figuri, pronti a torturarli con interrogazioni e compiti. Fortuna vuole che arrivi ogni tanto qualche artista a darci lezioni di vita di etica e di letteratura. Alla mia scuola è toccato un vate, uno che si sprofonda nel sublime: il sommo poeta Rondoni.

È andata così. Un giorno arriva il comunicato a scuola: il tal giorno le classi incontreranno il poeta Davide Rondoni. Io manco sapevo chi fosse. Però sono andato a leggermi delle sue poesie (pubblica per Mondadori, insomma, mica è un fesso) e le ho trovate anche piuttosto piacevoli. Ne ho addirittura lette due ai miei alunni e mi sono quindi appropinquato a questo incontro senza pregiudizi, anzi, con tutta la migliore fiducia. Non sapevo scrivesse per Avvenire. Non sapevo fosse intrugliato con Comunione e Liberazione. Non sapevo avesse scritto una lettera di critiche al signor Englaro (dato che c’è sempre qualche buon pretino pronto a darci lezioni di etica). Per me era un poeta, e viva che ce n’è. Tutti in fila, ci avviamo una bella truppa di studenti e prof. Arriviamo, ci si accomoda. Poi appare lui: un omone, una bella stazza, una faccia maschia, uno sguardo gesuitico. Ha davanti a sé una sessantina di ragazzetti, tra i dodici e i tredici anni. Che fa? Non un sorriso, secco, si rivolge a una mia collega e la interroga. “Secondo lei, cos’è la poesia?” Una questione semplice, giusto per metterla a proprio agio. Lei risponde come può, presa così alla sprovvista. Quindi lui attacca a spiegarci cos’è la Poesia. E, si intende da subito, che per lui la poesia è qualcosa con tutte le lettere maiuscole e che, certamente, egli ne è un degno rappresentante. Poi invita a fare qualche domanda. Silenzio. Allora mi propongo io. Gli rivolgo un’osservazione che m’ha fatto un alunno, e che mi pareva interessante: perché bisognerebbe scrivere delle poesie, se con le poesie non si guadagna?

La sua risposta è brutale e aforistica: chi fa qualcosa per soldi è un idiota!

Poi riprende a contarci di come scrive lui, di dove e come elabora la POESIA. E tra un esempio e l’altro, ci fa notare che lui è un POETA importante e famoso, poiché è stato invitato a convegni a Caracas e New York e chissà dove altro ancora. Lui non lo fa per soldi, no. Lui ci sputa sui soldi. E io non oso immaginare quanto si sia cuccato per venire lì a trattarci come balordi (pagato, si intende, con fondi comunali, quindi con soldi di noi tutti, compresi i genitori di quegli alunni) e pubblicizzare, oltretutto, i suoi libri.

I ragazzi, intanto, si sa, non potendo elevarsi a tali vette, si distraggono e ridacchiano. Lui li fulmina. Noi prof, come pecorai, li teniamo a bada. Che ascoltino, che apprezzino, che apprendano! A un certo punto, timidamente, un ragazzino dice: un mio amico ha vinto un concorso di poesia. Rondoni lo squadra e chiosa: di certo quella non era una buona poesia! Mica si fa Poesia così, come se piovesse. Bisogna lavorare e tribolare, per partorire l’aulico. Insomma, senza sapere nulla di quella povera poesiola di un adolescente, il Sommo Poeta, l’ha liquidata come “non poesia”.Per finire ci ha fatto dono della lettura di ben tre suoi componimenti. Dopo il primo, gli alunni applaudono. E lui: non si applaude la poesia!

Tutti zitti, allora. Però cresceva in molti una gran voglia di mandarlo a spigolare.

Per concludere, mentre leggeva, un alunno si distrae. Lui si ferma, afferra un telecomando che era lì, lo mostra al ragazzo e dice: io te lo tiro in testa… Che io non mi faccio prendere in giro da un pirla come te!
Queste sono state, circa, le sue ultime parole. Naturalmente, nessuno ha osato applaudire (caso mai potesse apparire uno sfottò) e siamo tornati nelle nostre classi, goduti e fieri della nostra prosaicità. E con una nuova certezza in pugno: col cazzo che porto ancora una mia classe ad ascoltarti!





Diversamente, può succedere quanto programmato dal P.a.c.l.e Manzoni, di Milano, che, con i tagli Gelmini, l'anno prossimo non vedrà partire le classi prime. In risposta, studenti, insegnanti e genitori, hanno organizzato, per il 15 maggio, un Memorial Day di tutto rispetto, nel quale la poesia è regina:

- ore 11,00

Il poeta e critico Giancarlo Majorino dialoga con docenti e studenti in merito al suo ultimo libro di saggi La dittatura dell’ignoranza – il regime dell’invisibile ( Tropea edizioni, Milano, 2010);


A seguire 6 poeti leggono testi sulla città di Milano e sui giovani:

Ottavio Rossani, Stefano Raimondi, Maria Pia Quintavalla,
Filippo Ravizza, Gabriela Fantato, Rinaldo Caddeo.


- Ore 12,00
Recital di poesie di alcuni tra i maggiori poeti italiani, da parte di alcuni allievi del Pacle: dalla Divina Commedia (Canti I, III; V; XXVI; XXXIII); Sonetti di Ugo Foscolo e L’Infinito di Leopardi.

- Ore 12,30


Prove di scena: gli allievi di alcune classi Quinte A e C recitano Zang Tuum Tuum
( F.T. Marinetti e la guerra di Libia), a seguire la registrazione della voce di Marinetti che legge dei testi;


Segnalo il post di Giorgio Morale uscito in quest igiorni su La poesia e lo spirito, dove si raccontano due importanti esperienze con i ragazzi delle scuole elementari.



domenica 20 maggio 2007

Squola 1


Tanto sono geniali, a volte, gli studenti, quanto imbranati i proff. Riporto alcune "note disciplinari" delle quali, ahinoi, sono pieni i registri, a testimoniare quanto sia lontana, dalla scuola italiana, l'esperienza di Barbiana.



1) L'alunno S. C. lascia l'aula prima dell'orario di uscita dopo aver fotografato la lavagna con il cellulare, sostenendo che avrebbe riesaminato la lezione a casa sua.

2) L'alunno A., assente dall'aula dalle ore 12.03, rientra in classe alle ore 12.57 con un nuovo taglio di capelli.

3) La classe non mostra rispetto per l'illustre filosofo Pomponazzi e ne altera il nome in modo osceno.

5) L'alunno M. dopo la consegna del pagellino da far firmare ai genitori riconsegna il pagellino firmato 2 minuti dopo. Sospetto che la firma non sia autentica.

6) Il crocefisso dell'aula è stato rovinato. Il Cristo ora porta la maglia della nazionale.

7) L'alunno A. durante l'intervallo intrattiene dalla finestra dell'aula gli alunni dell'istituto imitando Benito
Mussolini, munito di fez e camicia nera, presentando una dichiarazione di guerra all'istituto che sta dall'altra parte della strada.

8) Dopo aver fatto scena muta durante l'interrogazione di geografia astronomica V. chiede di avvalersi dell'aiuto del pubblico.

9) L'alunno M. G. al termine della ricreazione sale sul bancone adiacente la cattedra e dopo aver gridato "Ondaaaa energeticaa!!!", emette un rutto notevole che incita la classe al delirio collettivo.

13) Si espelle dall'aula l'alunna M. Ilaria perché ha ossessivamente offeso la compagna Sabatino Domenica chiamandola Week End.

14) L'alunna B.R. fa sfoggio della sua biancheria intima lanciandola sul registro del professore.

15) Gli alunni M. e P. incendiano volontariamente le porte dei bagni femminili per costringere le ragazze ad utilizzare il bagno maschile.

16) L'alunno è entrato in aula, dopo essere stato per 20 minuti al bagno, aprendo la porta con un calcio; ha fatto una capriola e ha puntato un'immaginaria pistola verso l'insegnate dicendo "ti dichiaro in arresto nonnina!"

17) L'alunno giustifica l'assenza del giorno precedente scrivendo "credevo fosse domenica".

18) L'alunno M.B. sprovvisto di fazzoletti si sente autorizzato a strappare una pagina della Divina Commedia per soffiarsi il naso.

19) P. non svolge i compiti e alla domanda "Per quale motivo?" risponde "Io c'ho una vita da vivere".

venerdì 6 aprile 2007

cellulari a scuola


A proposito dell'immagine maledetta degli adolescenti che infestano le scuole italiane, secondo l'ottica, povera, dei media e di molti politici italiani, io chiedo anzitutto ai proff.:
- Proibendo l'uso del telefonino in classe, deresponsabilizziamo gli adolescenti, evitando tra l'altro di chiederci come mai, durante le lezioni, i ragazzi hanno meglio da fare che ascoltarci? Forse le nostre lezioni sono noiose o, peggio, inutili sotto il profilo educativo e/o conoscitivo?
- In ogni caso, proibirlo tout court in tutto lo spazio scolastico non rientra nella generale fascistizzazione della scuola, dove, all'esempio, si preferisce il divieto?
- Perché poi, i proff, li usano lo stesso nel medesimo edificio? (ciò vale anche per le sigarette). l'autorità non concide con l'autorevolezza, anzi: più cresce la prima, meno impegno c'è per realizzare la seconda.
- Perché non cominciamo ad interrogarci su che cosa vogliono dirci i ragazzi quando mettono in piazza i nostri panni sporchi? E ancora: a chi si rivolgono?

- Chi ci guadagna a scaricare il processo educativo e formativo degli adolescenti tutto sulla scuola? Ma almeno, su questo punto, siamo tutti d'accordo;
- La paura per l'uso a videocamera del cellulare nasconde il nostro umanistico disprezzo e la nostra incompetenza per la tecnologia?
- Quanto pesa, nel bullismo, la depressione in cui vivono i ragazzi, dovuto spesso a famiglie in cui ciascun adulto ha in mente soltanto la professione?
- E quanto pesano, nel bullismo, i miti della civiltà dello spettacolo, che vengono assorbiti acriticamente dai ragazzi proprio perché in cerca di un'identità vincente?
- infine: perché stiamo zitti di fronte a tanto sfacelo?
- E aggiungo: chiaro che la svogliatezza e la sciatteria di alcuni (molti?) nostri colleghi e dei nostri parlamentari (di cui vediamo, per fortuna, l'operato attraverso l'occhio crudo della TV) sono legatissime al comportamento incivile dei nostri studenti; e chiaro che i messaggi mass-mediali quasi esclusivamente mirati a formare clienti ed elettori toglie ai ragazzi il pane per crescere bene.

giovedì 2 novembre 2006

Vorrei morire giovane


In fondo io sono un uomo che, per professione, parla di vita e di morte agli adolescenti. L'altro giorno ho dato da commentare i seguenti versi di Sofocle, tratti da Edipo a Colono:

Non essere nati, è condizione
che tutte supera; ma poi, una volta apparsi,
tornare al più presto colà donde si venne,
è certo il secondo bene.
Quando giovinezza non più sia accanto
con sue lievi follie,
qual mai affanno va lungi,
qual mai pena non v’è?


Fra tutti, mi ha colpito questo passaggio di una sedicenne assai intelligente e, all'apparenza, felice:
“Io vorrei morire giovane. Vorrei morire in un incidente, in un attimo, in uno schianto, prima che la mia vita diventi un semplice susseguirsi di azioni fatte per abitudine, prima di non riuscire più ad innamorarmi, prima di non riuscire più ad afferrare lo splendore di ciò che è la vita stessa”.

possiamo darle torto?

giovedì 26 ottobre 2006

Scuola


Visto che in questi giorni si è parlato di scuola, posto un pensierino, scritto nell'estate del 2005 e pubblicato da Nabanassar.




Quando confesso a qualcuno, sottovoce, di “fare l’insegnante”, ammetto implicitamente di lavorare poco, di prendere troppo e di avere un mucchio di vacanze. Con il mio grande stipendio posso infatti comprare quello che voglio. E allora lo spendo per viaggiare, correndo da casa a scuola e viceversa; e visitando musei, mostre e popoli lontani perché non riesco a farne a meno; qualche soldo lo uso per acquistare libri, anche quelli che poi mi serviranno in classe. Con i soldi che rimangono – oltre a pagare il mutuo della casa - mando a scuola mio figlio e, finanziando le sue passioni, alimento i mercati dei Pokemon e dei videogiochi. Sono insomma un perfetto cliente dell’industria culturale globalizzata, con tanto tempo a disposizione per pubblicizzare i suoi prodotti: libri, città, musei, film, album di figurine. A scuola, c’è ancora chi crede che insegnare significhi occupare uno spazio chiuso fino al suono della campanella, impegnando gli studenti in attività non pericolose. Perché nessuno se ne accorga, basta dare buoni voti. I genitori verranno a trovarti convinti di avere un figlio intelligente e faranno discorsi intelligenti, elogiando la scuola e la professionalità dei docenti. D’altro canto, la necessità di preservare le cattedre, ci obbliga a promuovere quasi tutti. Per farlo, basta abbassare gli obiettivi minimi richiesti per accedere alla classe successiva: capita così che qualche ragazzo, pur confondendo le doppie o il principio di non contraddizione, raggiunta la classe terminale, superi gli esami di Stato, e sia poi felicemente lanciato all’università, con la frase: “finalmente è andato fuori dalle balle!”.
In questi giorni ho fatto il commissario agli Esami di Stato: ho infatti compilato decine di pagine di verbale, messo un centinaio di firme e rischiato ugualmente ricorso perché mi sono dimenticato di annotare il rientro dal bagno di una ragazza durante la prima prova scritta. La pagina porta infatti nel riquadro apposito soltanto l’ora d’uscita; teoricamente, quella sciagurata potrebbe ancora essere chiusa là dentro, con i foglietti per copiare nascosti da qualche parte, come ho visto fare ai miei colleghi nei concorsi di abilitazione. Naturalmente l’ho fatto anch’io, altrimenti mi bocciavano per fessità conclamata. A proposito delle tracce d’esame. Quest’anno, gli espertoni governativi hanno scelto un autore assolutamente contemporaneo: quel certo Dante Alighieri, il cui avo, il cavalier Berlusca di Cacciaguida, invitò a dire sempre la verità, anche se scomoda. Per questa ragione morì crociato in Terrasanta, dopo aver dissanguato gli infedeli e tutti i peggiori e comodi bugiardi. Parlare di un autore contemporaneo, a scuola, significa fare del gossip sulla ragazza di Bube o disquisire sulle occasioni perdute nella casa dei doganieri dal Montale adolescente. Quando l’insegnate vuole strafare, cita Sanguineti, ma soltanto per dire che uno così non lo vorrebbe nemmeno come insegnante di sostegno al proprio figlio. Più spesso, tuttavia, ci si limita alla meteorologia dannunziana e a quell’incosciente di Zeno Cosini, che tradiva la moglie e scriveva in un pessimo italiano. Meno male che c’è il programma di storia: per tutti, infatti, la seconda guerra mondiale è una tasca scoperta; poco oltre c’è un buco insondabile, ma meglio così, altrimenti, come dicono i più accorti, si fa politica. E cioè si parla male della democrazia cristiana e dell’amerika nucleare di Truman, col rischio di confondere i ragazzi, i quali nel frattempo si fanno le canne nei bagni, frequentano i punkabestia e ogni tanto si gettano dai ponti. Però al liceo artistico, dove insegno, gli studenti non sono niente male. A parte la difficoltà di ragionare, hanno una ricchissima immaginazione, che attinge spudoratamente dalle riviste e dagli artisti studiati. In pratica, ripetono il già visto e il già sentito, perché la creatività, a scuola, è materia assai brava, che non “sa da fare” né ora né mai. La riforma di mamma Moratti ha dato una mano in questo senso, togliendo ore buone alle discipline d’indirizzo. Per quanto mi riguarda, ho giusto il tempo per aprire e chiudere il manuale, per dire che Zacinto e Zante sono lo stesso luogo di villeggiatura e che, per imparare a scrivere un saggio breve o un articolo di giornale, conviene andare a ripetizione. Malgrado questo disastro, i miei studenti diplomati ancora mi salutano, quando mi incontrano per strada; qualcuno addirittura mi cerca, mi invita a mangiare una pizza o vorrebbe una lista di libri da “leggere assolutamente”. Io, al solito, non so che dire, sposto l’appuntamento più in là, prometto di fotocopiare l’indice del manuale: “Là – dico – ci sono tutti i titoli che vuoi”. Naturalmente, i più intelligenti mi mandano a fanculo; di solito le amicizie più belle sono cominciate così.
Siccome ogni temino ha bisogno di una conclusione, che sia coerente con lo svolgimento, ma siccome di coerente nella scuola c’è assai poco, io la conclusione non la scrivo. Lascio soltanto alcune parole per terra, andando a ritroso: Moratti, disastro, ponti, gossip, crociata, ricorso, burocrazia, obiettivi minimi garantiti, Pokemon, mediocrità, imbarazzo...

lunedì 23 ottobre 2006

fanciullino



Ci sono momenti, con i miei ragazzi del liceo, in cui davvero si piange insieme e ci si inebria. E' capitato per esempio stamattina, leggendo questo passo pascoliano, mentre alla finestra l'autunno ci ricordava che tutto passa e ogni cosa è bella perché gratuita




"Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. [...] E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente."