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domenica 15 gennaio 2017

dieci anni di poesia italiana contemporanea



I due volumi di Blanc, che raccolgono il lavoro che ho svolto in questi 10 anni in rete, non sono semplicemente un'antologia con più di 300 autori italiani contemporanei recensiti. Sono invece un'idea di poetica militante, maturata da una posizione periferica (ma non per questo provinciale o di retroguardia), senza compromessi editoriali. E sono un racconto appassionato di questi ultimi 10 anni, non solamente letti in chiave estetica, dentro e fuori dalla rete.
Lo dico per chi non se n'è accorto.

mercoledì 8 giugno 2016

Blanc de ta nuque, vol.2: date di presentazione

Finalmente il libro è uscito. Grazie infinite a tutti coloro che hanno sostenuto materialmente il progetto. Il volume vi arriverà a giorni.

Ora c'è il secondo passaggio: le presentazioni

La prima è già in programma: dentro il "Piccolo festival della poesia e delle arti notturne" di NOTTURNI DI VERSI, a Portogruaro.
 Presenterò l'antologia
sabato 18 giugno, alle ore 21,00 presso il Vivai Bejaflor.
Con me, ci saranno Laura di Corcia, Fabia Ghenzovich e Bernardo Pacini. Moderatore: Guido Cupani.
Qui il programma completo.

Gli altri incontri sono da progettare (direi a partire da settembre).
Ad ognuno di essi, cerco due o tre autori disposti a venire a leggere i loro testi e, meglio ancora, a trovare una sede adatta alla presentazione. La distanza che sia praticabile in giornata (penso: Padova, Venezia, Bologna, Verona, Ferrara...)

Se avete delle idee, fatevi sentire.

mercoledì 1 giugno 2016

Blanc volume 2 è finalmente in stampa (con un inedito)

Il volume due di Blanc de ta nuque è finalmente in stampa. 
La settimana prossima sarà materialmente disponibile.

Nella sezione Poesia italiana contemporanea (un punto di vista), ho scritto un testo introduttivo che cerca di fare i conti con quanto pubblicato su Blanc in questi ultimi anni.

Ne riporto alcuni passaggi, a titolo esemplare.

"Mi si chiede di approfittare dell’occasione, organizzando una sistematizzazione degli orientamenti poetici, per una più sicura mappatura dell’esistente. Ma come  procedere? Per scansione generazionale? Per tradizione riconoscibile? Per stile? Per tematiche? Tutto è possibile, ma credo che, in ogni caso, il risultato sarebbe una semplificazione. Prendiamo per esempio la linea più sperimentale che connota questa antologia. Seguendo il filo cronologico, ci metto: Toti, Balestrini, Blotto, Ponzio, Ranieri, Ratti, Frene, Giovenale, Insinga, Ariot, Furri, Rizzatello, Daniele Poletti, Cava, Lorenzoni. A leggere bene, però, qui dentro ci sono anche poeti come Bonacini, Teti e Caccia, della scuola "Anterem"; come lasciarli fuori? A far due conti, più del 15% dei presenti. Questo è già un dato, che tuttavia ci dice poco sulle singole poetiche. Quale distanza c’è, infatti, tra l’esperimento di Giovenale e quello di Toti? E tra Balestrini e Ratti? Bisognerebbe allora, entro la grande famiglia che la tradizione chiama "sperimentale", creare dei sottogeneri, entro i quali inserire ulteriori differenziazioni. Il rischio, a far bene i distinguo, è di naufragare come il signor Palomar quando guarda un prato o l’onda del mare: si entra in un insieme di insiemi, dove l’insieme base si conserva solamente a patto di stare ad una debita distanza, che trasforma il vero della singolarità in generale approssimazione.

[...]

Una catalogazione originale del poetico contemporaneo potrebbe articolarsi entro questi quattro ordini, dove per esempio lo "stile semplice" tiene i piedi fra il sensibile e l’emotivo (quando avvicina il naif) con una dominante intellettiva, in funzione di controllo, se scelto da autori consapevoli (penso a Fo e a Donati, per esempio, e al secondo modo di Dal Bianco), mentre lo sperimentalismo tende a cavalcare la realtà multi-fratta delle connessioni comunicative trans-individuali e mass-mediatiche, fuggendo l’inganno dell’autenticità. Ancora: l’ermetico e, in generale, il lirismo spinto, che considerano la materia trattenuta dai sensi non abbastanza significante da meritare la riproduzione mimetica, trasformano il reale in stile, che, della materia, è il distillato supremo e l’emblema cifrato, la sua maschera parlante. 

[...]

Per quanto mi riguarda, non è compito di Blanc lavorare sul canone, ma, appunto, sulla poetica, la mia, che è plurale non perché manchi di coerenza, ma perché convinta della relazione essenziale fra parola e situazione, due costellazioni energetiche incontrollabili, dalle quali sboccia il grumo-poesia, il mare-poesia, il tronco-poesia, la ciste-poesia, la pozza che siamo soliti chiamare mondo".


mercoledì 18 maggio 2016

Loredana Semantica presenta l'antologia "LA PRIMA ROSA"

Fenomenologia o metonimia della rosa

La raccolta La prima rosa rappresenta un sunto del lavoro svolto nel gruppo facebook segreto La rosa di nessuno, amministrato da me, Deborah Mega e Maria R. Orlando.

I testi pubblicati nel gruppo sono organizzati nelle seguenti sezioni
1) LA ROSA IN POESIA: poesie/testi d'autore pubblicati nel gruppo dai partecipanti
2) LE NOSTRE ROSE poesie/testi di proprietà intellettuale dei partecipanti al gruppo
3) ROSE DI POESIA le più belle poesie mai lette proposte dai membri nel gruppo 
Le foto/immagini che si riferiscano alla rosa sono raccolte in due sezioni:
4) ROSE D'AUTORE: immagini/foto proprie dei partecipanti e postate nel gruppo
5) ROSE IS A ROSE IS A ROSE IS A ROSE: immagini/foto tratte dal web e postate dai partecipanti nel gruppo.

Il libro raccoglie parte della produzione delle sezioni LA ROSA IN POESIA e ROSE DI POESIA, e tutte le poesie della sezione  LE NOSTRE ROSE. Le immagini inserite nella raccolta sono una selezione esigua della ricca collezione presente nel gruppo.

Con la raccolta dal titolo La prima rosa  e col gruppo facebook La rosa di nessuno prende corpo un’idea che risale a molti anni fa, quando nella ricerca ch’è propria di ogni artigiano della parola, mi accorsi di quanto essa fosse inadeguata a comunicare pienamente ciò che albergava nella mente, non solo nell’ordinarietà del conversare giornaliero, non solo nell’esporre saggistico o filosofico massimamente esplicativo di sistemi, ordini e orizzonti, ma anche e specialmente, quando il nucleo fosse così profondo e potente da invadere in afflato anche cuore, polmoni, ventre.
Noi ci rivolgiamo ai segni, ai suoni, ma nella traduzione del pensiero è inevitabile che si perda la portata più profonda e complessa del messaggio, similmente a quando si ascolti una voce riprodotta invece che dal vivo, o si dipinga una tela rispetto all’immagine reale, oppure si modelli la materia in una forma che non è quella di carne e sangue.

Tutto questo lo dice con splendida sintesi Giorgio Caproni nella sua poesia dal titolo 

Concessione.

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Ecco la parola, i suoni, i segni non hanno abbastanza vita, perché nonostante ogni nostro sforzo noi uomini non siamo la natura e nemmeno Dio, non siamo artefici del tutto e della vita, siamo parte della natura e, per chi crede, prodotto del respiro di Dio, non siamo l’assoluto ma solo una sua infinitesima e transitoria particella.

La presa di coscienza di tutto questo può avvenire propriamente dopo molteplici sforzi comunicativi più o meno fallimentari nell’attimo in cui ci fermiamo in silenzio e osserviamo con una speciale attenzione una forma che sia quintessenza di perfezione. La rosa è approdo di tanto navigare, oggetto ideale d’osservazione, catalizzatore del pensiero.

In tutto questo florilegio di rose il rischio tuttavia era quello del saggio che indica la luna mentre tutti guardano il dito, cioè che l’oggetto che voleva essere segno  diventasse estetica contemplazione dello stesso,  nel trionfo della fenomenologia della rosa anziché nell’affermazione della metonimia della stessa.

Qualcuno avrà anche messo in gioco più o meno consapevolmente il pregiudizio. La rosa nell’idea popolare è roba da donne, come tutti i fiori del resto.  Si regalano fiori forse a un uomo? Delicata e romantica, la rosa è simbolo di bellezza, di passione, delle rose si fa gentile omaggio a una bella donna, un fascio di rose rosse magari per esprimere passione, bianche per la purezza, gialle come la gelosia, ma certo per noi della rosa di nessuno la rosa non parla solo un linguaggio di colori, né il loro messaggio è così semplice e immediato e, più in profondità,  nemmeno tanto gentile.
Un’altra critica potrebbe essere mossa all’inutilità di rivolgersi alla celebrazione di bellezza, armonia e grazia, mentre intorno soffiano venti di odio, di povertà, mentre i popoli si spostano in massa in quelle che nei titoli di stampa sono migrazioni, quasi si trattasse di animali in transumanza e non di popoli in fuga, ma che la storia tramanderà come esodi, mentre gli attentati fanno stragi, i tagliagole impazzano e i governi annaspano nel governare la confusione, dove il capitalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, le economie boccheggiano, incapaci di risorgere, nella quale poteri occulti muovono per lo scontro e non per la pace, dove tutti siamo vittime di qualcuno e non padroni delle nostre vite.

Sì, ci rendiamo conto che sono obiezioni possibili, ma d’altra parte, replichiamo che occorre vivere  finché la morte non bussa alle porte, occorre sperare finché non tutto è perduto, è necessario proporre modelli, anelare ai sogni, costruire bellezza, rivolgersi ad essa. La rosa di nessuno si propone d’essere la nostra Arcadia, un luogo  di armonia, bellezza e perfezione, dove si cerca l’incanto della vita e non la sua piaga, si condivide piacere e non ansia e angoscia. Come i dieci giovani del Decamerone, mentre fuori infuria la peste, si riunirono attendendo di superare le crisi, similmente noi proponiamo un luogo di piacevole evasione, che diventa l’arma con cui le rose si oppongono al vento di disgrazia che soffia sulla terra, la bandiera della la propria ribellione, della propria resistenza alla brutalità e alla bruttezza del mondo.

Potremmo dire allora con Fedor Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”? In verità noi abbiamo una sola certezza ed è che la bellezza esiste, mentre dubitiamo che essa possa la salvezza, perché non può esservi alcuna certezza di fronte all’orrore del mondo, al suo scempio, alla tragicità della condizione degli uomini ingabbiati nell’odio, vittime e carnefici in preda alla violenza.

Consapevoli dell’affanno dell’esistenza, acquista senso l’aver scelto La rosa di nessuno come nome del gruppo facebook, traendolo dall’omonima raccolta di Celan dove è inserita la bellissima “Salmo” dello stesso Celan.

Salmo

Nessuno c'impasta di nuovo, da terra e fango,
Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

La rosa vuol dunque essere anche simbolo della ricerca profonda e intima dell’ assoluto,  di quel Nessuno che dà senso al nostro andare, origine e meta dei nostri passi.

Rosa paradiso, rosa mistica, rosa divina, rosa creatura, rosa bellezza. Come non ammirare lo splendore e la freschezza dei petali di una rosa, il suo vellutato colore, il composto e misterioso raccoglimento verso il cuore dei fogli sovrapposti dei petali, labirinti avvolgenti e curvi quasi a racchiudere il mistero dell’universo, l’origine della vita, l’occulto, l’incomprensibile, il nascosto. Il sentimento che pervade l’attento osservatore di una splendida rosa è l’ammirazione, ma insieme a quello un altro si fa subito strada, s’insinua sottile e non appariscente soppiantando il primo moto semplice e immediato di ammirazione, ed è un sentimento di angoscia che deriva dall’impossibilità di afferrare, possedere, penetrare, trasmettere, creare, diffondere e far prevalere quell’ineffabile bellezza della quale la rosa è  forma sontuosa.

Per questa via oscura la rosa suscita anche la malinconia  del sapere che quel vertice di perfezione, quella forma di bellezza indicibile è inevitabilmente destinata a sfiorire, a piegare il capo allo scorrere del tempo, perdere freschezza, morbidezza, raggrinzire in un corpo secco e morire.

Perciò con Rainer Maria Rilke, citando il suo perfetto epitaffio, riconosciamo alla rosa il segno della predestinazione, le stimmate della contraddizione, diamo infine alla rosa anche una simbologia antinomica da anelito di salvezza a ineluttabilità  della fine; rosa, stupenda ed effimera, i cui petali, come palpebre innumerevoli chiudono gli occhi a tutti gli uomini nel sonno condiviso di nessuno.

Rosa, contraddizione pura, piacere
d’essere il sonno di nessuno
sotto sì tante palpebre.

La rosa nella sua essenza celebra il fallimento del desiderio che la bellezza pervada il mondo e lo salvi, ma nel contempo, con la sua presenza è testimonianza che la bellezza vive e respira, che si lascia possedere almeno dai sensi e, quando l’anima è particolarmente in sintonia con l’universo, una rosa cosparsa di gocce di rugiada che riflettono la luce e i colori del mondo circostante regala lo stesso ineffabile piacere che genera l’osservazione del cielo stellato, dal quale scaturisce un senso di ringraziamento di esistere: creatura tra le creature viventi e benedette dell’universo.


giovedì 5 maggio 2016

Volume 2 di Blanc de ta nuque: modalità di acquisto

Gentili tutti,

indico i  2 modi in cui è possibile acquistare il volume nuovo di 
Blanc de ta nuque

1 • Pagamento tramite bonifico bancario intestato a:
Dot.com Press di Fabrizio Bianchi –
Cod. IBAN:
IT61E0200801616000101345932


2 • Versamento/ricarica a distanza sulla
Carta PostePay n. 5333 1710 0156 3457 intestata a Fabrizio Bianchi. 
In qualsiasi ufficio postale sono disponibili i moduli per farla. Con accredito immediato e immediatamente verificabile. Se dovessero chiederlo, il C.F. del beneficiario è: BNC FRZ 46S17 B188Z.


- inviare a 
info@dotcompress.it una mail di conferma del o dei volumi acquistati e del tipo di pagamento scelto con l’indicazione dell’indirizzo postale dove far recapitare i libri. 

La spedizione verrà effettuata immediatamente come piego libri, con costo a carico dell’editore. 

Per l’acquisto di un volume: euro 15
Per l’acquisto di due volumi: euro 25
Per l’acquisto di tre volumi: euro 30.   Ogni volume successivo: euro 7,50.

martedì 3 maggio 2016

Blanc de ta nuque volume 2. INDICE


Uscirà nelle prossime settimane il 
volume 2 di Blanc de ta nuque 
(Dot.com Press Edizioni) 
Sono circa 310 pagine: un lavoro impegnativo, come sa bene chi frequenta questo luogo. 


Indice


Titubanze                                                                                            
Anonimo Saputello Qualsiasi                                                                        
Blanc de ta nuque, volume primo                                                                 

POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA (un punto di vista)                                                                                                                                    
David Maria Turoldo (p.), Gianni Toti (),  Giannino Di Lieto (),  Camillo Pennati (), Augusto Blotto (), Nanni Balestrini (), Matteo Bonsante (), Luciano Troisio (), Anna Maria Carpi (), Adam Vaccaro (), Cristina Annino (), Cristina Bove (), Alessandro Ricci (), Annamaria Ferramosca (), Leopoldo Attolico (), Marisa Righetti (), Francesco Dalessandro (), Sergio Marinelli (), Fabia Ghenzovich (), Chandra Livia Candiani (), Gianmario Lucini (), Valeria Rossella (),  Agostino Contò (), Laura Caccia (), Beppe Salvia (), Rosa Salvia (), Mario Benedetti (), Giorgio Bonacini (), Alessandro Fo (), Enrico Testa (), Paola Febbraro (), Daniela Raimondi (), Corrado Bagnoli (), Roberto Bertoldo (), Caterina Davinio (), Alessandro Ceni (), Gian Ruggero Manzoni (), Margherita Rimi (), Riccardo Martelli (), Ranieri Teti (), Gian Mario Villalta (), Fulvio Segato (), Villa Dominica Balbinot (), Lina Salvi (), Luisa Pianzola (), Raffaele Marone (), Stefania Bortoli (), Stefano Dal Bianco (), Alba Donati (), Mauro Caselli (), Nicola Ponzio (),Luigia Sorrentino (), Alessandro Assiri (), Loredana Semantica (), Roberto Ranieri (), Alessandra Paganardi (), Roberto Cogo (), Cristina Alziati (), Rita Pacilio (), Laura Liberale (), Beppe Ratti (), Marco Bellini (), Francesca Ruth Brandes (), Nadia Agustoni (), Paolo Pistoletti (), Raffaele Castelli Cornacchia (), Mia Lecomte (), Francesco Tomada (), Alessandro Polcrì (), Giovanni Borriero (), Nino Iacovella (), Giovanna Frene (), Marco Giovenale (), Silvia Comoglio (), Fernando Lena (), Maria Grazia Insinga (), Renata Morresi (), William Stabile (), Federico Scaramuccia (), Giuseppe Cornacchia (), Francesca Matteoni (), Daniele Poletti (), Annelisa Addolorato (), Cristiano Poletti (), Nader Ghazvinizadeh (), Alessandra Carnaroli (), Veronica Tinnirello (), Fabrizio Pittalis (), Mariasole Ariot (), Nicola Furri (), Gabriele Gabbia (), Franca Mancinelli (), Guido Cupani (), Laura Di Corcia (), Ambra Simeone (), Saverio Bafaro (), Luca Rizzatello (), Alessandra Cava (), Giulia Rusconi (), Andrea Lorenzoni (), Giusi Montali (), Francesco Terzago (), Francesco Maria Tipaldi (), Matteo Bianchi (), Roberta Sireno (), Bernardo Pacini (), Luca Buonaguidi (), Giuseppe Nibali ()


DUE ANTOLOGIE                                                                                     

Ottaviano Targioni Tozzetti Antologia della poesia italiana                                   
Matteo Fantuzzi (a cura di) La generazione entrante.                                             


SULLA POESIA E SULL’EDITORIA ITALIANA                                            
Sui libri di cui taccio
Serve leggere ai poeti?
Ma  scherziamo?
L’arte, l’artista e l’archetipo del doppio
Sulla crisi dell’editoria italiana
Buongiorno editori!
I giovani poeti e i concorsi di poesia
I “commenti” nei poeblog
Per i posteri e per i poster (oralità e scrittura)
Sulla poesia del Friuli Venezia Giulia
Europen Poetry Tournament (terza edizione)
Note su una poesia di Silvano Martini
Su Cristina Annino (dopo aver letto Linguaglossa)
Klaus Kinski poeta                                                                                        


SAGGISTICA (recensioni a)                                                                                       

Tiziano Salari, Essere e abitare. Da New York a Parigi
Enio Sartori, Tra bosco e non bosco
Flavio Ermini, Il  secondo bene
Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Il muro dove volano gli uccelli
Daniele Maria Pegorari, Il fazzoletto di Desdemona                                                


SOCIETA’                                                                                         

Modernità e lotta armata
Mameli
Ricordare lo sterminio attraverso la poesia di G.Vit e D. Santoro
Per una scuola nuova: l'esempio di don Milani
Sulla volgarità italiana                                                                                   


LETTERE DAL FRONTE                                                                         

Croce e delizia
Cari tutti
Omaggio ad Alfredo de Palchi                                                                                                                                                               

INTERVISTA                                                                                              
        
Nota
Scheda bio-bibliografica

[in copertina Katherine, di Nicoletta Ceccoli]


[Nei prossimi giorni indicherò le modalità di acquisto. Grazie in anticipo]




martedì 1 settembre 2015

Sto pensando di pubblicare il secondo volume di Blanc de ta nuque


Sto pensando di pubblicare il secondo volume di Blanc de ta nuque, con i poeti che ho recensito dal 2011. L’editore, Fabrizio Bianchi, è con me. Si può fare, ma ne parleremo ancora.

Per il momento mi limito a postarne l’elenco. Sono 91 poeti, in ordine anagrafico. Altri ne verranno, non tanti, qualcuno. Poi forse è il caso di smettere.




David Maria Turoldo, Gianni Toti, Giannino Di Lieto, Camillo Pennati, Augusto Blotto, Nanni Balestrini, Matteo Bonsante, Luciano Troisio, Anna Maria Carpi, Adam Vaccaro, Cristina Annino, Cristina Bove, Annamaria Ferramosca, Lopoldo Attolico, Marisa Righetti, Sergio Marinelli, Chandra Livia Candiani, Gianmario Lucini, Agostino Contò, Laura Caccia, Beppe Salvia, Rosa Salvia, Mario Benedetti, Giorgio Bonacini, Antonella Anedda, Alessandro Fo, Enrico Testa, Daniela Raimondi, Corrado Bagnoli, Roberto Bertoldo, Caterina Davinio, Alessandro Ceni, Gian Ruggero Manzoni, Riccardo Martelli, Ranieri Teti, Gian Mario Villalta, Lina Salvi, Luisa Pianzola, Raffaele Marone, Stefania Bortoli, Luigia Sorrentino, Stefano Dal Bianco, Alba Donati, Nicola Ponzio, Alessandro Assiri, Loredana Semantica, Alessandra Paganardi, Roberto Cogo, Cristina Alziati, Rita Pacilio, Laura Liberale, Marco Bellini, Francesca Ruth Brandes, Nadia Agustoni, Paolo Pistoletti, Mia Lecomte, Francesco Tomada, Alessandro Polcrì, Giovanni Borriero, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Silvia Comoglio, Fernando Lena, Renata Morresi, William Stabile, Federico Scaramuccia, Francesca Matteoni, Daniele Poletti, Annelisa Addolorato, Cristiano Poletti, Nader Ghazvinizadeh, Alessandra Carnaroli, Veronica Tinnirello, Fabrizio Pittalis, Mariasole Ariot, Nicola Furri, Gabriele Gabbia, Franca Mancinelli, Guido Cupani, Ambra Simeone, Saverio Bafaro, Luca Rizzatello, Alessandra Cava, Giulia Rusconi, Andrea Lorenzoni, Giusi Montali, Francesco Terzago, Francesco Maria Tipaldi, Matteo Bianchi, Roberta Sireno, Bernardo Pacini, Giuseppe Nibali

venerdì 10 ottobre 2014

"Sono ormai tante le antologie della nostra poesia"


Nell’Antologia della poesia italiana, compilata da Ottaviano Targioni Tozzetti nel 1884 per le edizioni Giusti, lo studioso toscano inaugura la prefazione con una captatio benevolentiae frequentissima anche ai giorni nostri: “Sono ormai tante le antologie della nostra poesia, che a volerne aggiungere una nuova a quel numero pare proprio necessario che se ne chieda prima scusa alla gente.” Quest’approccio la dice lunga sul sommerso antologico presente nelle patrie lettere già a partire dall’unità d’Italia, sommerso che il T.T. definisce “moltiplicarsi di libri inutili in tanta penuria di libri buoni”. Altro ‘già sentito’ contemporaneo. Anzi, a scartabellare antologie e riviste del secolo XX, direi pure luogo comune costante di chi non vede perché non cerca o, peggio, di chi cerca la via vecchia perché non sa capire la nuova. Nuova che si apre a ventaglio, a radice contorta, a raggiera; nuova e perciò invisibile o, perlomeno, non immediatamente chiara nel suo essere pregna di presente e di futuro. E, sia ben chiaro, a questa miopia nessuno sfugge (vedi per esempio il fraintendimento totale di Pasolini verso la poesia di Eros Alesi, per altro lungimirante nel riconoscere i felici esordi della Rosselli e di Massimo Ferretti).

Un secondo aspetto di questa antologia che mi preme sottolineare è la scelta del canone, in chiara dipendenza dallo spirito del tempi, per quanto il Risorgimento sia finito da quasi tre lustri: per il Targioni Tozzetti i poeti del XIX secolo sono tutti portavoce di un entusiasmo politico-civile, per quanto poi sia impossibile, anche per lui, scartare capolavori oggi indiscussi. Rientra in questa prospettiva ideologica la scelta del frammento dei Paralipomeni della batracomiomachia, “Morte di Rubatocchi”, e l’esclusione de “L’infinito” e di “A Silvia”, i due idilli del recanatese oggi più conosciuti.
Altra osservazione: a chiudere la nona edizione del libro (1904) è Maria Aliuda Bonacci Brunamonti (1841 – 1903), della cui poesia Pino Fasano, nel Dizionario biografico degli italiani (1969) metteva in luce negativamente l'intonazione “etico-riflessiva irrimediabilmente provinciale” oltre che l’aspetto didascalico e religioso, evidentemente poco in sintonia con gli anni della contestazione giovanile globalizzata e laica in cui il Fasano, eccellente italianista, si trovò ad operare. Il Targioni Tozzetti aveva forse inserito altri suoi contemporanei (non ho per le mani la prima edizione dell’Antologia e le note del curatore della nona edizione, Francesco C. Pellegrini, sono insufficienti a capire chi è rimasto fuori); pare anzi che sia stato quest’ultimo a inserire la Bonacci Brunamonti, per salutare la recentissima morte della poetessa umbra, con buona pace del Targioni Tozzetti, morto pochi anni prima. Sta di fatto che fa impressione leggere le poesie degli autori tardo ottocenteschi (ad esclusione del Carducci, che fu maestro per tutti) e confrontarle con quelle degli Scapigliati, di Pascoli, di D’Annunzio, autori che scrivevano proprio durante (o quasi) la compilazione dell’Antologia. C’è un salto epocale sia sotto il profilo stilistico e sia degli ideali tra il Tommaseo, il Giusti, lo Zanella e la nuova schiera di poeti che chiuderà l’Ottocento, inaugurando il Novecento. Potremmo anzi dire che la poesia italiana moderna comincia dove finisce questa antologia, tutta pregna – inevitabilmente – di retorica risorgimentale mista a cattolicesimo civile: niente di male naturalmente, eppure lontanissimi entrambi da quella solitudine di massa, da quell’antisublime che saranno la cifra del XX secolo e forse anche del principio del XXI. Resta da capire, oggi, se siano giunte alla fine anche queste condizioni della modernità o, forse meglio, in che modi solitudine e antisublime si stiano coniugando nella poesia italiana contemporanea. Forse il lungo elenco dei poeti di Blanc qualche risposta la dà.



domenica 29 giugno 2014

“Traversi” al Piccolo festival della Poesia e delle arti notturne


Nata dalla passione e dalla competenza di Marco Scarpa, 
dalla lungimiranza delle Edizioni Prufrock spa 
e dall’accoglienza di Ca’ dei Ricchi, a Treviso, 
che ha ospitato 18 poeti italiani nella prima metà del 2013, 

l’antologia Traversi 
sarà presentata al 
Piccolo festival della Poesia e delle arti notturne 

il 2 luglio, ore 21,30 a Portogruaro. 

Ogni autore – fra questi Cristina Alziati, Gian Mario Villalta e Ida Travi – viene presentato senza tecnicismi da Scarpa, giovane poeta e singolare organizzatore di eventi.

venerdì 25 aprile 2014

Père Lachaise antologia. Racconti dalle tombe di Parigi


Sta per uscire, bilingue italiano e romeno, Père Lachiase. Racconti dalle tombe di Parigi, a cura di Laura Liberale ed edito della casa editrice romena Ratio et Revelatio di Oradea, al confine nord con l’Ungheria.
Scrive Raluca Lazarovici Vereș: “Io e mio marito siamo i titolari  Insieme a una piccola e valorosa squadra con ottime credenziali, abbiamo iniziato la nostra avventura nell’editoria romena ed europea come traduttori (tra l’altro sono la traduttrice ufficiale in romeno di Massimo Carlotto - ho già tradotto Il fuggiasco e Arrivederci amore ciao, pubblicati nel 2009, e nei prossimi mesi tradurrò Cristiani di Allah per Ratio et Revelatio – e di Fabio Geda, del quale ho tradotto Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, pubblicato sempre nel 2009; recentemente ho  tradotto il libro di Enzo Bianchi, Uomini e animali, per Ratio et Revelatio), redattori, curatori, autori. Quello a cui miriamo è, da un lato, il recupero dei valori del classicismo filosofico antico e medievale (specialista mio marito, teologo e filosofo di discreta fama), dall’altro la proposta di una visione della letteratura contemporanea (io sono di formazione contemporaneista, laureata in Lettere a Padova nel 2004 e addottorata in Romanistica all’università di Torino nel 2009) che sia all’altezza del progetto europeo comune – la letteratura non ha frontiere, i valori europei contemporanei sono più simili di quanto i localismi di oggi vorrebbero ammettere.
La nostra idea è questa: libri che appaiano in più paesi europei allo stesso tempo, prodotti editoriali romeno-italiani, romeno-tedeschi, romeno-inglesi, ecc. (sperando poi di rimescolarli grazie ad accordi con distributori, editori locali, agenzie letterarie), che taglino trasversalmente l’Europa. Vorremmo così poter contribuire a contrastare il crollo odierno della fruizione dell’arte in generale e del libro scritto in particolare. Per formazione e passione noi viaggiamo molto e non abbiamo infatti trovato un solo posto nelle grandi capitali/metropoli europee in cui non si senta l’allontanamento innaturale del lettore dal testo scritto, dagli autori, dalle librerie.
Come iniziare? Con un progetto pilota basato su un gruppo di quattro libri a mio avviso emblematici:
1) l’antologia Père Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi, a cura di Laura Liberale (con la partecipazione di 23 autori italiani), tradotta contemporaneamente in romeno. Parigi a Bucarest? Voglio ricordare che la Bucarest interbellica era chiamata dai viaggiatori stranieri “la Parigi dell’est”, oppure “la Piccola Parigi”. I legami della Romania con la Francia sono secolari, si pensi all’alto tasso di francofonia della Romania attuale, agli scambi interculturali,  agli studi alla Sorbonne (io stessa ho conseguito una specializzazione post-laurea in Diritto internazionale all’università parigina nel 2006-2007, e mia sorella è psicologo-psicoterapeuta a Parigi).
2) il romanzo in italiano (con traduzione in romeno) Sottobosco di Simona Castiglione, ottima scrittura sul mondo femminile e sull’immigrazione dalla Romania e Moldova degli ultimi anni. Eccezionale abbattimento degli stereotipi da parte di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza della vita e la sorellanza con una colf\ baby sitter moldava romenofona. Per la scrittura del romanzo l’autrice ha viaggiato per  tre mesi in Moldova.
3-4) Due fiabe italo-romene – in edizione bilingue: La favola della piccola ape (testo e illustrazione di Letteria Giufrè Pagano, regista teatrale e artista che tiene numerosi laboratori presso le scuole della Toscana, sposata con un romeno, studioso e traduttore dello storico delle religioni Mircea Eliade per svariate case editrici italiane) e Il Sogno vero, di Laura Boerci (artista poliedrica di grande talento, scrittrice, regista teatrale, pittrice, nonché assessore del proprio comune nei pressi di Milano. Laura Boerci è disabile e le sue opere vengono realizzate esclusivamente con la bocca. Il suo lavoro artistico è da sempre volto alla lotta contro la discriminazione della disabilità e della diversità in genere).
Questi sono i quattro libri che vedranno la luce nella primavera del 2014.
Ci sono poi i nostri libri in romeno, che vorremmo distribuire in Italia per venire incontro alla necessità crescente di un nuovo e numeroso pubblico lettore romenofono.”

Qui per l'acquisto

Gli autori di Père Lachaise: Francesco Abate, Chiara Baldini, Francesca Bonafini, Claudia Boscolo, Simona Castiglione, Laura m. De Matteis, Caterina Falconi, Loretta Franceschin, Sara Gamberini, Mauro Graiani, Stefano Guglielmin, Riccardo Irrera, Janis Joyce, Paolo Logli, Gianluca Minotti, Gianluca Morozzi, Antonio Paolacci, Andrea Ponso, Paola Ronco, Paolo Zardi, Heman Zed, Giovanna Zulian.

giovedì 6 dicembre 2012

La generazione entrante



Ne La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta (Giuliano Ladolfi Editore, 2011) c'è uno spostamento significativo rispetto all'operazione dello stesso Ladolfi quando curò L'opera comune. Antologia di poeti nati negli anni Settanta (Edizioni Atelier1999): là si metteva al centro l'opera, il "comune" che i nati negli anni 70 stavano edificando; qui si mette l'accento sulla "generazione", sul movimento che questa compie: è "entrante" ossia si affaccia anzitutto nella società letteraria, portandosi, scrive Ladolfi, un carico di spaesamento e di angoscia, sconosciuti "durante l'intera Modernità".  L'assunto è provocatorio, storiograficamente fragile (si pensi all'angoscia già fortissima nei vociani o, per fare un salto di almeno sessant'anni, al tragico in Milo De Angelis e alla disperazione di Simone Cattaneo, incluso nell'Opera comune); l'assunto è provocatorio eppure sensato, a patto che si riconosca lo "smarrimento tragico della figura paterna" non come una scelta consapevole dei singoli poeti, un rifiuto a inserirsi in una tradizione, ma quale effetto inedito dell'abbandono dei padri nei confronti di questa generazione: mai come ora, infatti, la giovinezza è in pericolo in termini di garanzie sociali e professionali.

Più che di parricidio, parlerei dunque di sentimento dell'orfanità, che attanaglia questi giovani, collocandoli in un limbo dove il presente è tutto ciò che procura dolore e gioia gestibili, una volta compreso che sul futuro non si può più scommettere e che il passato è responsabile di tutto questo. E' la politica e l'economia a lasciarli soli, non tuttavia la tradizione, la cultura, e almeno per due ragioni: 1) Ladolfi stesso se ne prende cura, li studia, li indirizza, evidenziandone, in questa antologia fili comuni e differenze. E così fanno i poeti chiamati a fare da padrini (Antonella Anedda e Anna Maria Carpi, tanto per fare due nomi autorevoli). Per non dire di Matteo Fantuzzi (classe 1979), curatore e sponsor morale dell'iniziativa. 2) l'antinovencentismo è senz'altro un padre presente in queste poetiche del quotidiano e degli affetti familiari, privati tuttavia dell'elemento militante, che costituì la scelta antilirica, per esempio, dei crepuscolari. Oltretutto, questi giovani poeti, ciascuno a proprio modo, si riagganciano a tradizioni europee prima che al dibattito italiano del XX secolo, e, di quest'ultimo, accolgono l'opera anziché l'assunto polemico. Ecco allora che Saba, Penna, Caproni e certi stilemi della linea lombarda incontrano la canzone d'autore e un inevitabile egocentrismo postadolescenziale; per non dire dell'importanza del cinema e, più in generale, della cultura dell'immagine, due esperienza con le quali sono cresciuti, mangiando nutella e fumetti, maneggiando videogame prima che fionde o rane nei fossi.

La natura postideologica della loro parola li porta a entrare senza far clamore, a smarcarsi senza rivendicare una giustizia comune o un posto al sole nelle antologie future; a smarcarsi affinché la loro singola voce risalti al meglio, con urgenza esistenziale ben controllata dallo stile, tendenzialmente asciutto ma non ermetico, dove le cose hanno il loro peso così come le emozioni, talvolta in uno scambio reciproco di proprietà, dove è lo spazio a dominare, mentre – come detto – il tempo sembra scomparso, se non nella sua forma minimalista, di "piccolo fatto vero" come direbbe Sanguineti, eppure tremendamente significante.

Bene dunque l'operazione culturale messa in piedi da Ladolfi e Fantuzzi, con l'invito semmai a decidere se credono davvero al quantum generazionale, visto le infinite pinze con cui il curatore tratta l'oggetto (Fantuzzi: "gli autori si giudicano attraverso le opere e non mostrando la carta d'identità"), oppure se la scelta degli under 30 non sia funzionale a un'idea di poesia, quella appunto fortemente emotiva prima che comunicativa (non sono tutti poeti di facile lettura quelli scelti), esperienziale prima che gnoseologica e/o metaliguistica.

Contiente testi di: Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Carracchia, Tommaso Di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni  (in rosso gli autori già presenti su Blanc de ta nuque).


Dina Sasso, da Uccallamma (Voci della Luna, 2010)


Aju na vina
ca sutta a carni nun ci vola stari:
suli nunn’i pò pigghiari
e idda,
buttana,
acchiana a picca a picca,
picchì vola a luci e u caudu.
Ju a chiamu “l’autostrata”
e u dutturi ha dittu
ca ccon paru di ’gnizioni
si nni cala n’atra vota;
ju però ma scantu:
e suddu fussa a vina poetica
e ddopu nunn’a scrivu cchiù?

[[ Ho una vena / che sotto la carne non ci vuole stare: /
sole non ne può prendere / e lei, / puttana, / sale a
poco a poco, / perché vuole luce e caldo. / Io la chiamo
“l’autostrada” / e il dottore ha detto / che con un paio
di punture / si sgonfia un’altra volta; / io però mi
spavento: / e se fosse la vena poetica / e dopo non
scrivo più? ]]




Marco Bini, da Conoscenza del vento (Ladolfi, 2011)


Ogni volta è come mandare un vetro in frantumi
in un dato frangente, di fronte all’evidenza
di una rotazione nuova della Terra, e fuggire
non si può all’infinito, sgattaiolare come Ottobre
Rosso, sotto il pelo della notte; e perché non farsi ago
da sotto la trapunta, trapassare una molecola
alla volta, spuntare dalla parte del sonno
più sconvolta per disarmarsi nel mattino?
Perché quel che ti tocca è incontrare ancora la luce,
quel che ti importa che il giorno non sia troppo castigo.



Carlo Carabba, da Gli anni della pioggia (PeQuod, 2008)


Gli anni della pioggia

So, well go no more a-roving
so late into the night
G. Byron


Sono passati gli anni della pioggia
e non ho moglie o botte,
siedo allo stesso lume,
dove di notte scrivo, se non esco.
All’università ho trascorso i pomeriggi,
qualche mattina — era gennaio
e il bar era deserto, raccontavi
del modo in cui era morto tuo marito
(tuo figlio era presente) e io ascoltavo.
Lo scorso settembre, in campagna,
la festa dell’inizio dell’autunno, come
l’avevano chiamata
“che non andremo più la notte, ecc.”.
Abbiamo litigato in macchina
incerti se partire
quasi un’ora di strada fosse un viaggio.
Ridevamo al ritorno a cuore pieno
come se poi davvero
fosse l’ultima volta
e non andremo più la notte.
Da qui sono partito
qui dove non arrivo.



Giuseppe Carracchia, da La virtù del chiodo (L’arca felice, 2011)



A te che cima di bellezza e mondo
per prima hai colto con mano sul mio
volto a premura di madre che va
in fondo e non invano rendo grazie
al tuo universo, tu seconda
persona singolare che m’hai preso
ed immerso feconda compagna
universale in te ritrova grazia
il disperso che impara
il buon uso del sale:
rinsalda a condimento la ferita
ed evita di confondere il male
col rosso che disinfetta la vita.



Tommaso Di Dio, da Favole (2003 -2009)

Per le strade


A volte ho talmente paura di cavare
tutto dal quadro che lascio delle
ombre, che hanno l’unico scopo di
chiarire il concetto della mia luce. Sono
le ombre della mia paura. La paura che
non rimanga nulla se non il deserto.
Mario Deluigi favola


Quando vi incontro tutti, vorrei dire cose per la strada.
Fermarvi, seguirvi nei vostri cerchi di pelle.
Erano gli alberi forti, nei boschi, cortecce e tronchi
crescere di radici; incontrarsi per le strade
è come cercare le braccia dentro la terra
scavare fino alla faccia. Io voglio vedere
come guardate la paura di stare tutti insieme
qui, nello stesso posto; cosa è che fa
di un ammasso di tronchi
un bosco.



Francesco Iannone, da Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011)


Spesso si viaggia ininterrottamente seguendo
la circonferenza minima tracciata
dalla dispersione di una goccia sull’asfalto.
Come quella volta, era passato qualche tempo,
tu venivi tirandoti appena la sciarpa sul collo
i seni li affliggevi con il peso delle braccia
poi la pioggia colpiva me
che portavo fuori un poco il naso dalla finestra.
Spesso si viaggia solo se arriva un vento
a sollevare via dai cardini le porte
e si ritorna al passo, quello fisico che lascia
sgonfi i muscoli delle gambe e strappate le ginocchia.
Sfinito tutto, così, e io, lieto, contento.



Domenico Ingenito

grāmmatologia del possesso


Segnala il complemento oggetto determinato
strāna cosa questa particella persiana
posta oltre la parola, rā,
to- rā mikhaham, come dire
tu- rā voglio, un modo insolito forse antico
per dirti che ti voglio
pur reggendo sincero il
TU del volerti intatto da questo senso
del possesso che nella mia lingua
gelosamente macchia la tua bocca.
Oscillano litigiosi i grammatici
a definire con rinnovatā scienza
la grāmmatica del rā,
che io quando è buio e poche son
le cose che prendono ad ardere nella notte
proverò a dirti, rā dell’ineffabile,
come “oro attorno alla parolā”
del possesso così sei trāsmutata alchimia della voce
che mai rāggiunge il nome per intero.
E s’accorda il nome purāmente immerso
nell’oro che l’avvolge
all’oggetto mai a fuoco nella lingua
nel fondo della gola.
Faremo presto quindi a rāccoglierti
senza macchiarti con le mani,
sottile bocca di rubino,
estrātta da un più antico tempo
che indicare era sublime
solamente con un guizzo dello sguardo.
Ma cosa sanno i tristi grāmmatici
del disamore di questa luce
che trāspone e srādica
l’Oggetto dalla casa nel suo luogo
come una bellezza intatta che mai sprofonda
nel buio della voce?
Cosa saprete mai voi mercanti
di facili illusioni d’imprigionare il Nome
in una nicchia senza luci?
Parlerò allorā di quest’oro attorno alla parola,
e di come impedirā a me
di dire per intero il tuo petto d’argento,
pur senza toccarti con le dita delle labbrā
potrò così infine
accenderti e purificarti nel fuoco vivo.
Ma queste son cose d’altri tempi,
e non ci accoglie più la gente quando spargiamo
magia
per le strāde.



Franca Mancinelli, da Mala kruna (Manni, 2007)


e la ragazza arco
appoggia un piede in aria e congiunge
costellazioni di non generati
al grido che ha rotto ora le acque,
appesa la pelle a un ramo cattura
il vento, è una busta della spesa
di desideri altrui
svaniti in uno sguardo
nel treno del mio sangue
salite



Lorenzo Mari, da Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009)


A tempo presente

per Umberto Bellintani

Chiaro rifugio
l’ansa della parola
la casetta dispersa
il grande fiume che va lento
verso casa —
non si capisce senza l’ardire
di appiccare il fuoco
in questa golena
(e poi fuoco,
e poi acqua)

l’impossibilità di dire con secchezza
il momento, di vivere
il disastro completo
con poco, eppure
contestare — amare

e a tempo presente.


Davide Nota, da Battesimo (LietoColle, 2005)

Battesimo

Fui iniziato all’arte nell’illusione
di portare un po’ di luce a me
medesimo ed al mondo; mi sbagliavo.
Non so di preciso cosa ho sbagliato:
se certe letture o quell’erudizione
che ricercavo in biblioteche e scuole
tralasciando l’intensità che duole
ad ogni passo sulla riva impura.
Ma il duri finché dura la costanza
è già finito, consunta quella rabbia
aristocratica che mi portavo sulla
schiena, come un masso, quella teatrale
messa in scena che è la vita e non è
la vena, né la poesia…

Ma in questo dopo dopo dopo guerra,
dove la terra è fragile ed i piedi
esausti, a prima mattina serra
la voce un diniego soffuso sotto
pelle, nella carne ardente. E come
vedi non scrivo più poesie d’amore,
né rubo rose alle coltivazioni
industriali per donarmi in qualche modo
un breve lapsus accidentale.
Si va, anzi, si va nell’acqua sporca,
si continua la ricerca nell’epoca
delle fermezze, delle decisioni
inesorabili, mentre inesorabile
per noi è solo il mattino, è questo
scarno tentativo che nel sangue
cerca di salire alle arterie, al cuore.
Ma è un’aspettativa schizofrenica
che in fondo il fondo di rinuncia sfiora
spesso, quando a sera per esempio guarda
il popolo rientrare dalle feste
al mare, dagli chalet che si riempiono
di luci e battiti animali: che si vive
giovani per già dimenticare qualche
cosa di non visto, non vissuto.
Eppure il trauma ce lo troviamo impresso
dentro, come un marchio a fuoco,
come un battesimo insaputo
che soltanto a tarda notte conosciamo.



Anna Ruotolo, da Tuttitudine (2009-2011)


Dovremmo parlarne con una lingua diversa,
o-c-e-a-n-i-c-a
che lasci filtrare cose grandi e cose piccole
attraverso i cassetti del mondo.
Questa sarebbe la via migliore per tutto il tempo.
Qualcuno dice via, way, noi maniera.
Loro vanno, noi abbiamo il dare da una rete di mani
toglierci qualcosa, aspettare il ritorno,
il contraccambio. È che ci trattiene la mano
tesa, le mani nelle mani. Mano che finisce
e non corre in strada. Mano che finisce per restare.



Giulia Rusconi, da l’altro padre (2010)
                                                           
                                                                                 Per Giovanni
seduto su una panchina nel campo del Ghetto.

Eloì, Eloì, lemà sabactàni?


Tutti mi dicono che sono una donna
e bella e che ho spalle ampie
gambe robuste di ferro.
«Cammina da sola ora».
Io non cerco che una mano
grande che mi copra tutta la faccia
non mi faccia invecchiare.




Sarah Tardino, da I giorni della merla (Lietocolle, 2011)


Sono la merla e i suoi giorni,
la maga e l’ombra della rosa,
l’aprile della vendetta sotto mentite spoglie,
la vita che assalta con un segno,
il baro salvato dall’ironica sorte,
la ruota da cui nessuno ha scampo:
sono la fedele assassina!
A chi darò il mio canto se non torna Atlantide
dalla schiuma delle finzioni?
Sono la rapina
L’ape regina che divora Casanova
con un pungiglione di amplessi
e ne fa miele e menzogna per animare eserciti
di plastica alle porte della risacca.



Francesco Terzago

Dedica

Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo
all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio
Italo Calvino, Le città invisibili.

Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén
diceva e mi appoggiava una mano sulla testa
e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle
che sono sopra di noi, il cielo, — l’universo che
non ha confini pensa — a tutte le cose che ci sono
dentro pensa agli anni che ci separano e pensa
a quante persone, in questo preciso momento,
ed è possibile che sia così — tesoro, lipscén si
staranno parlando delle stesse cose, e ci sarà una
brutta donna come me che piange dicendo al nipote
cose come queste. Lassù vorticando su delle
pietre azzurre come la terra — che è una pietra azzurra
anche se il suolo è velenoso e non devi mettertelo
in bocca quando fai i tuoi giochi, mi raccomando
lipscén, tesoro, e pensa che siamo degli atomi
tenuti assieme senza un apparente motivo, perché
siamo fatti così? Fatto sta che lo siamo. E che
questi atomi ci saranno sempre, — questi atomi
ci saranno, anche quando io non ci sarò più, —
in questo modo — e non mi potrai parlare né
ascoltare. E non ricorderai più il timbro della mia voce
che ora ti è così familiare, — né questo volto rugoso
con cui ti addormenti. Perché mi sarò fatta cremare.
E mi si potrà tenere in una scatola per le scarpe
se lo vorrai. Ma quegli atomi lipscén, tesoro, chissà
che il tempo non passi per essi a una velocità differente,
che per loro il tempo sia ben poca cosa, almeno
a confronto del nostro. E io ti aspetterò in una sala
come questa o migliore. E ci sarà un momento in cui
questi atomi si riuniranno e io sarò di nuovo qui
e anche tu lo sarai, che nel frattempo avrai fatto la tua vita,
anche tu morto, passato per la vecchiaia —. E sarai
di nuovo. E ci troveremo assieme da qualche parte,
appunto. Tu, io, tua mamma, tutti quelli che vorranno.
Tutti assieme. E capendo la cosa incredibile che ci è successa
potremo stare assieme e non incontrare più la tristezza
di questa vita o il disfacimento. Sonomolto stanca lipscén,
tesoro. È tardi, sono molto stanca. O forse saremo
gli stessi. Un’altra volta come questa,ma non ci ricorderemo
nulla di quello che siamo adesso. E non avremo da passare
assieme che il tempo che già abbiamo avuto, e faremo
gli stessi discorsi rammaricandoci di avere poco tempo,
io ti parlerò per l’ennesima volta di queste cose, e questo
inverno passerà ancora. E qualcuno ti chiamerà un giorno
che sarai lontano. Ti chiamerà per dirti che sono morta.
Ma sarai abbastanza cresciuto per affrontarlo,
quella voce ti dirà che ho deciso di farmi cremare.
Prenderai questa notizia come tutte le cose inaspettate e,
arrivato a casa, ti siederai da qualche parte pensando
a queste parole che ora ti sto dicendo. Ho tanto sonno,
mio tesoro.

La tapparella abbassata sta vibrando e il chiarore
che la attraversa mette un abaco sul grande tappeto
che ha portato dal magazzino di sua madre. Lei ora non c’è,
così posso fare i conti con i miei novemila giorni di vita.
Mi sembra una cosa ridicola. Un numero tanto grande
per qualcosa di tanto piccolo.
La plafoniera sospesa sul nostro letto
è un mondo di freddo sporco, una molle sfera di polvere
inchiodata al soffitto. Su quella calotta una bufera silenziosa
si flette su un gruppo di nomadi vestiti d’azzurro,
li vedo lì tutti i giorni, che non avanzano di un passo.



Matteo Zattoni, da L’estraneo bilanciato, Stampa 2009.


La disperazione di mio padre


La disperazione di mio padre è anche la mia
lo ripeto anche in quella, non inventa nulla
ancora stavolta, la mia testa trattenuta
come una palla, dalle mie mani incapaci
di farla scorrere entro la pista dei birilli
sono finito in corsia e pulsa il fotogramma
cappello semplice calato e sciarpa alta
mentre esci borbottando uno pensa
di arrivare tranquillo alla vecchiaia e invece…
l’ingiustizia è tutta lì, ma l’angelo
vendicatore che è in me
se ne sta in un angolo, acquattato
s’intestardisce ancora a capire il mondo, lui.