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sabato 12 settembre 2015

Paolo Agrati ci racconta "Fanon City Meu" di Jaime Luis Huenún


Ciò che conta nella lettura di un libro è il piacere. Voglio dire, tutto quello che la critica può dire riguardo alla parola scritta da un autore, è riassumibile nella parola piacere. O dispiacere, certo. Ma quando un libro mi dispiace non termino neppure di leggerlo. E in più non ne parlo se non per sconsigliarlo. E’ stato dunque il piacere a convincermi a tradurre Fanon City Meu, l’ultimo libro di Jaime Luis Huenún. Il piacere di una scrittura che affonda appieno nelle radici  del Sudamerica,  percorrendone i miti, le simbologie, la passione. Ci sono i luoghi, i santuari, gli eroi e mi è parso naturale nella traduzione, mantenere le parole chiave di questa tradizione, usarle come pietre, appigli per restare saldamente ancorati alle atmosfere e al sentire dell’America Latina.  Anche perché il senso stesso del libro di Huenún è proprio quello di riappropriarsi della cultura indio a partire dai riferimenti che già il titolo ci suggerisce chiaramente.

(Frantz) Fanon, psicologo nato nel 1925 in Martinica e rappresentante simbolo del movimento terzomondista per la decolonizzazione, dona il suo nome ad una città immaginaria nella quale si snoda il percorso poetico offerto al lettore. Una city che l’autore sente propria; meu cioè mia, non a caso in lingua portoghese nel titolo.

Egli si addentra in questa città, che si costruisce e si consolida come entità anticoloniale, decostruendo nel medesimo tempo e tramite la parola giusta, le radici linguistiche e culturali del colonialismo.  E’ infatti la potenza di parole intraducibili  a caratterizzare questo percorso che vede il pronunciarsi dei (meticci) zambos , dei (messaggeri) chasquis, degli (spiriti) apus, degli (indigeni) arahuacos e mocovies,  delle chacanas, le antiche croci andine. Parole che segnano un cammino che può essere fatto e detto solamente in quella che è la lingua indio e sulla quale si poggia saldamente la struttura delle poesie di questa raccolta.

Di origine mapuche huilliche, cioè  appartenente al gruppo di etnia mapuche che vive nella parte più meridionale del Cile, il poeta afferma cosi le sue radici recuperando l’identità indigena che è da sempre discriminata e che solo da pochi anni a questa parte, si va orgogliosamente riaffermando in varie parti del continente americano. Ed ogni poesia è uno spaccato su un luogo, una situazione, un piccolo evento che attraversa le vene dell’america latina. Parlo di piccolo, solo volendo intendere la brevità delle poesie di Huenún che sono concise, efficaci, dirette, volte al concetto più che alla sonorità del verso. Dicono quello che devono senza ammorbarci con pagine di parole annacquate. E a uno come me che ha una delicata soglia d’attenzione, nonchè una facile inclinazione ad annoiarsi presto, non può far altro che piacere trovare quest’efficacia  espressiva che ritengo sia propria della grande poesia.

Dopo gli aridi colori della lotta,
vedrete di nuovo, tornando sui vostri passi,
il terribile fulgore della nostra storia.

E’ cosi che Huenun conclude il suo libro.

Paolo Agrati


FANON CITY MEU
Jaime Luis Huenún

(Edicola Ediciones, 2015. Traduzione di P. Agrati)

Sentì nascere in me

Sentì nascere in me
le lame del coltello.

C’era vento fuori,
palme che ballavano.

Decisi quindi
in quella stanza infetta,

di cavarmi l’errore
dolente della vita.


Seguimmo il sentiero luminoso

Seguimmo il sentiero luminoso
convocati dagli spiriti Apus
delle colline di Ayacucho.
Ci armammo con i fucili di Guzmán
e sandali che tessemmo
con rifinito cuoio andino.
Nella sierra si unirono a noi
tribù Campas, gente quechua
e alcuni vaghi mori amazzonici
con diversi conti in sospeso con la legge.
Ci spazzarono nello Yuro senza pietà
e lasciarono i nostri corpi
all’arbitrio delle mosche,
in regalo agli avvoltoi.
Da allora camminiamo senza destino
fra i ghetti e le fiere
dei fuggiaschi zambos.
E nelle notti rubiamo le monete
all’orribile lurida fontana
delle vecchie utopie.


La veggente lucumì

La veggente lucumì,
erede delle doti
negromanti di sua nonna,
tacchetta già ubriaca
sul rotto selciato
nel vecchio molo.
Aggrappata ai turisti
non parla più della fortuna
né dei mali che verranno.
Adesso porta un demonio fedele
sorridendo e ballando
nella faccia del cuore.


Liberammo Vallejo dal carcere

Liberammo Vallejo dal carcere
lanciando le granate che ci diede
il caparbio comandante Abimael.

Caddero le muraglie, le torrette,
l’ufficetto blindato del direttore,
e il tempietto francescano del fortino.

Il poeta si lamentava da un sedia,
ricoperto dalla polvere delle bombe,
contemplandoci perduto e senza parlare.

“Esci adesso, compagno!” – gli gridavamo,
trapassando l’apertura della cella
e tirandolo con forza sul camion.

“Ormai non credo in voi – ci rispose –,
non siete che una mandria di ruffiani,
vile risma della banda di Guzmán”.

Lo guardammo e gli offendemmo la madre
sotto un sole che incrinava la sabbia
giusto di fronte al santuario di Chan Chan.


Come marrano portoghese

Come marrano portoghese
tra le indie vado e passo.
Porto al collo una stella a sei punte
che mi brucia sotto il cielo tropicale.


L’autore

Jaime Luis Huenún (Valdivia, 1967) è un poeta mapuche-williche. È una delle voci più autorevoli della poesia contemporanea cilena. Tra le sue opere: i libri Ceremonias (1999), Puerto Trakl (2001) e Reducciones (2012), oltre a diverse antologie di poesia mapuche. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Municipale di Santiago (2000), il Premio Pablo Neruda (2003), la borsa di studio Guggenheim (2005) e il Premio alla Migliore Opera Letteraria in Cile con il libro Reducciones.


Video

venerdì 15 febbraio 2013

Mario Meléndez



Introduzione di Emilio Coco

In questo breve scritto introduttivo mi preme ancora una volta sottolineare l’utilità dell’antologia, la quale ci offre principalmente l’occasione di un rinnovato incontro col poeta attraverso alcuni dei suoi testi più rappresentativi che si offrono a noi con la forza della loro urgenza comunicativa.

Ho conosciuto Mario Meléndez qualche anno fa in occasione di un incontro di poeti del mondo latino in Messico. Mario è un giovane poeta cileno che ha trovato in questa generosa terra messicana la sua seconda patria e qui ha stabilito la sua dimora, impegnandosi in varie e lodevoli iniziative.

Nella sua poesia si coglie qualcosa di impetuosamente fresco e agile: una ricchezza di movimenti e di aperture fantasiose quale di rado capita di trovare nella giovane poesia italiana. È il suo un cantare inesauribile nel suo immaginoso inventarsi e reinventarsi. È la singolarità di una voce che dissotterra, che architetta e musicalmente compone.

La traduzione di alcuni suoi testi poetici qui riuniti ha costituito per me la scoperta di un poeta originalissimo, col suo carico di energia appassionante, persino entusiasmante.

Accade di rado di fare un incontro fortunato. Uno di quegli incontri che generosamente ci ripagano della nostra fatica col loro dono di poesia che si concede a chi abbia la pazienza e il gusto della letteratura volenterosa, non prevenuta. Mario Meléndez è uno di quei poeti da annoverare tra le conoscenze non sterili.

Grazie Mario. La tua poesia è stata per me una delle ultime più care e coinvolgenti letture.



da Appunti per una leggenda, Città del Messico, dicembre, 2011 (traduzione di Emilio Coco)



ARTE POETICA

Una mucca pascola nella nostra memoria
il sangue scappa dalle mammelle
il paesaggio è ucciso da uno sparo

La mucca insiste nella sua routine
la sua coda spaventa la noia
il paesaggio risuscita al rallentatore

La mucca abbandona il paesaggio
continuiamo a sentire i muggiti
la nostra memoria adesso pascola
in quell’immensa solitudine

Il paesaggio lascia la nostra memoria
le parole cambiano nome
ci soffermiamo a piangere
sulla pagina in bianco

Ora la mucca pascola nel vuoto
le parole stanno sulla sua groppa
il linguaggio si burla di noi

 


RICORDI DEL FUTURO

Mia sorella mi ha svegliato molto presto
stamattina e mi ha detto
«Alzati, vieni a vedere
il mare si è riempito di stelle»
Meravigliato per quella rivelazione
mi sono vestito in fretta e ho pensato
«Se il mare si è riempito di stelle
io devo prendere il primo aereo
e raccogliere tutti i pesci del cielo»




MI AVANZA UN MORTO

a Pablo de Rokha

Mi avanza un morto
mi avanza
mi avanza un morto e quello
non sono io
e viene dal lievito e dai precipizi
mi avanza un morto
un morto che mi martella la pelle
mi avanza un morto e non sono io
perché sono vivo e lo presento
lo respiro
e cade dal manico di un altro morto
e cade e passa per la mia camicia
e fa il giro
e prosegue prosegue nel mio scheletro
un morto
un morto nel mio scheletro
installato per la vita
un morto mi avanza e non sono io
e piange e ride con una risata demoniaca
un morto
un morto sacro
un morto nel gemito dello spavento
un morto sparso nella mia gola e nella mia sete
con la sua cenere di elefante
nell’aceto
nel condimento degli anni
un morto che graffia i vetri
fra tafani
e formiche
e vermi affamati
che defecano un morto le sue parole
o nella somma delle volontà o in nessuna
o sulla roccia delle rocce
soffocato l’invincibile
il morto bucherellato dagli altri
immutabile nell’unghiata
nella stoccata dell’oblio
mi avanza
mi avanza un morto e non sono io
perché dà pedate e raschia
inghiotte con la sua dentatura cavernosa
fino a sfiorare alla fine il sale dell’universo




LA FIGLIA DI RIMBAUD

La bambina dal vestito aperto
si alza nel momento
in cui le parole sono in festa
perché lei stessa è una festa
quando stende le sue cosce al sole
e il vento la percorre
con le sue dita infinite
Un triciclo di vetro l’aspetta
vicino ai fiori del cortile
e un nido di farfalle cieche
si spoglia tra le sue ossa di miele
E nel suo letto di piume azzurre
lei appende le sue trecce di grano
e conta le sue api morte
fino a che si addormenta
mentre la sera l’avvolge
con le sue labbra gialle
La bambina dal vestito aperto
si sveglia nel momento
in cui gli orologi sognano
perché lei stessa è un sogno
quando apre il suo vestito
e i passeri si ammucchiano
pazzi d’amore
sui suoi seni di carta



Mario Meléndez (Linares, Chile, 1971). Ha studiato Giornalismo e Comunicazione Sociale. Tra i suoi libri figurano: “Autocultura y juicio” (con introduzione del Premio Nacionale di Letteratura, Roque Esteban Scarpa), “Poesía desdoblada”, “Apuntes para una leyenda”, “Vuelo subterráneo”, “El circo de papel” e “La muerte tiene los días contados”. Nel 1993 ottiene il Premio Municipale di Letteratura nel Bicentenario di Linares. Sue poesie appaiono in diverse riviste di letteratura latino-americana e in antologie nazionali e straniere. È stato invitato a numerosi incontri letterari tra i quali ricordiamo il Primo e Secondo Incontro di Scrittori Latino-americani, organizzato dalla Società di Scrittori del Cile (Sech), Santiago, 2001 e 2002, e il Primo Incontro Internazionale di Amnistia e Solidarietà con il Popolo, Roma, Italia, 2003. Agli inizi del 2005, è pubblicato nelle prestigiose riviste “Other Voices Poetry” e “Literati Magazine”. Nello stesso anno ottiene il premio "Harvest International" alla migliore poesia in spagnolo assegnato dall’University of California Polytechnic, negli Stati Uniti. Parte della sua opera è stata tradotta in italiano, inglese, francese, portoghese, olandese, tedesco, rumeno, bulgaro, persiano e catalano. Per quattro anni ha vissuto a Città del Messico dove ha impartito lezioni di letteratura latinoamericana e realizzato diversi progetti culturali. Ha diretto la collana sui maggiori poeti latinoamericani per "Laberinto edizioni" e realizzato diverse antologie sulla poesia cilena e latinoamericana. Attualmente vive in Italia. Ha collaborato con l'Università di Urbino "Carlo Bo" dove ha tenuto alcune lezioni di poesia e lettaratura ispanoamericana e dato lettura delle sue opere tradotte in italiano dal poeta e saggista Emilio Coco. Recentemente ha partecipato al Festival Internazionale Daunia poesia di San Severo e al Festival Internazionale Dire poesia di Vicenza.