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domenica 27 marzo 2016
mercoledì 18 marzo 2015
Marta Fabiani (un omaggio)
Questo
articolo nasce dalla lettura di un post di Mariapia Quintavalla pubblicato
sulla sua pagina facebook. Eccolo:
“Questa sera una
notizia scioccante ha fermato la mia vita e dio non la sapevo: è morta MARTA
FABIANI, una grandissima, coetanea poeta, del secondo novecento. E'avvenuto
questa estate, nessuno me ne ha parlato. Sento quasi ogni giorno poeti o
sedicenti, e nessuno, ripeto, ne ha dato notizia, Segno che i desaparasidos
devono essere zitti. Ora, Marta pur avendo avuto una certa fortuna di
pubblicazione e lettura, e riconosciuta da Raboni, Porta ad es. negli anni
settanta, all'improvviso, col
girare del vento degli anni ottanta, solidificate confraternite, scompare!!! Va
a vivere in Francia, le tolgono le figlie, (figlia di una famosa critica
d'arte). Ora quello che mi sconvolge è che cosa io debba fare: di fronte a
queste, troppe ormai, sorelle di cui la chiave si è persa nel castello (anche
interiore ) di Barbablù. Omertà e silenzi, cupole e indifferenza le hanno
tacitate. Sono ancora viventi o sono morte, sono però inoffensive: le pagine
della critica e del canone hanno saltato a piedi pari di integrarle, ritenerle,
come si doveva, innovatrici formidabili, come i loro coetanei! Vorrei qui
ripetere che Fabiani e è una grandissima . Ed io avevo deciso che la mia vita
svoltasse verso auto realizzazioni e amore di sé pacificati, oltre all'impegno
etico dei sempre, io, ora, sono impietrita. Come ignorarlo al convegno su Nadia
Campana, come non essere scossa, dalla loro vita marginale ed eroica e
distruttiva, sacrificale di sé? Non lo so. Quando vedo ogni giorno la
cancellazione progressiva di memoria di uno, di due, di tre decenni addietro,
mi prende la voglia di cancellare tutto, allora. E sarebbe partita vinta, ma
giovani o meno, svegliatevi è l'ora: di riaprire tutte le carte rimescolare
tutti i giochi, chiusi –”
***
È il “Correre della sera”, il primo
luglio 2014, a dare la notizia della morte di Marta Fabiani a livello
nazionale. Se ne incarica Franco Manzoni, che con un breve ma sincero
coccodrillo, la definisce “Poliedrica, sensibile, geniale, una donna forte e fragile,”
ricordando che fu tra “le prime in Italia ad eseguire performance utilizzando
voce, corpo, movimento per rappresentare il malessere femminile nel quotidiano.”
Manzoni ricorda che la Fabiani aveva pronta una nuova raccolta, L’arte del
sognare, che si augura di poter vedere edita presto. Sarebbe doveroso, a questo
punto, che tutta l’opera della poetessa vedesse la luce.
***
Un’interessante lettura della sua
poetica la diede Luigi Cannillo, inserendola in uno studio intitolato La
Resa dei corpi. La ferita della materia nella poesia di Giorgio Luzzi, Marta
Fabiani, Patrizia Valduga, Michelangelo Coviello, Dario Bellezza (in Sotto la superficie-Letture di
poeti italiani contemporanei, Bocca Editori, Milano, 2004):
[…]
Negli ultimi decenni è sembrato
emergere ed affermarsi piuttosto un distacco problematico/critico rispetto alla
rilevanza delle dimensione sociale e alla capacità affermativa o seduttiva del
corpo. […] Quello che ci perviene, in autori/autrici e raccolte significative,
è la rappresentazione di una condizione del corpo non solo di rivendicazione,
ma anche di separazione e rinuncia, come di distacco dalla propria vicenda
materica contingente. Si tratta di un arresto, se non di una resa provvisoria, di fronte alla complessità di fenomeni
politici collettivi o, anche, di una presa di coscienza del proprio stesso
deperire. Lontano e separato dai suoi presunti fasti, il corpo resta testimone
insostituibile, naufrago, scarnificato nella sua funzione, reso itinerante alla
e dalla poesia come prototipo, simulacro, bambola.
Allo stesso tempo sono proprio i nodi
problematici che attraversano il corpo a innalzarlo a figura emblematica del
distacco e della ferita all'interno della natura, della materia e della nostra
società.
[…]
In Marta Fabiani la funzione della
scrittura poetica accentua ancora maggiormente la forza del vissuto, non tanto
su un piano collettivo o metafisico. Qui il corpo più che pensante è corpo
percettivo e percepito nella propria storia personale. Le esperienze
esistenziali sono strettamente legate al femminile, a una linea a un
quadro familiare definito. Sia che ci troviamo in un ambiente domestico
borghese che in una dimensione onirica l'autrice trasmette il tragico e
ineluttabile nell'eseguire il proprio vissuto, sia nel rapporto con l'uomo,
suggestivo ma deludente, che nella propria identità familiare di donna, sulla
quale pesano pregiudizi precedenti o aspettative che il Soggetto non riconosce:
un insieme di vanità e tragico che indignano, portano alla denuncia oppure
sfociano in fantasie di morte.
Nelle raccolte poetiche di Marta
Fabiani è assolutamente centrale la componente autobiografica, posta in gioco
direttamente, messa alla prova ed evocata da e con personaggi talvolta
circoscritti, ricorrenti e riconoscibili, altre volte da figure fantastiche,
angelico-diaboliche. I testi vivono la pressione della centralità assoluta
dell'Io rispetto agli avvenimenti e della loro restituzione attraverso una sincerità spudorata o rifermenti
simbolici: «Qui è il gennaio perenne, in una stanza/ vuota spazzata sempre
sporca e sempre/ rutilante. Tentenno sulla soglia, criminale,/ truffatrice,
profferta, che al risveglio/ si pettina e si trova sempre uguale./ E tu non sai
perché si aggroppano i capelli/ perché vengono i brufoli, e ti attacchi/
circospetta alle bambole, perché devi/ infinite volte/ toccar con la sinistra
quel ch'è stato/ con la destra. Stretta da confini/ che incalzano, dai dirupi
degli sguardi/ come verghe su pecore smarrite.»
Lo spazio vuoto e la soglia, evocati in
questa poesia da Le nanerane (Ed. Il gatto dell'ulivo, Balerna, 1988), evocano una storia di donna, per
raccontare la quale Fabiani vive e supera orrore e vertigine. Nei cicli del
corpo, come nei cerchi nel legno di un albero, è inscritta la propria vita, e
ognuno di quei cerchi porta con sé personaggi, microstorie.
La forma lirica, incline sempre più
verso la narrazione, ha assunto poi la forma della ballata, utilizzata in senso
moderno come ampia e duttile struttura narrativa. Così in particolare la
raccolta Ballate dell'odio e del disonore (Manni, Lecce, 2002) ha
consentito all'autrice una libertà espressiva assoluta nel sottolineare slanci
e ripiegamenti, ed è pare integrante
della necessità di raccontare l'estremo e la complessità dell'esistere. La
materia del vissuto così stratificata si presenta in questi grandi affreschi
con i riferimenti simbolici e la carica visionaria tipica della Fabiani.
Specificamente femminile, spia per esempio le funzioni corporali più intime e
la materia emblematica delle fasi della vita di una donna e del rapporto tra i
sessi: il sangue mestruale: «Ricusata/ con l'acqua sporca buttano la bambina,/
la donna che affluisce nel suo sangue/ e vi affoga, adieu, adieu./ Dissero che
era il suo: dei suoi peccati/ mensuali, calcolati secondo un calendario/
sfasato gregoriano. Ora/ l'alta marea le copre le ginocchia/ come una gonna
rovesciata, rossa/ di venature marmoree di candoglia./ Il sangue che segnala la
presenza/ di una vita cosciente è la sua assenza/ la caduta del vessillo
dell'ape-navicella/ che si gonfia e si affloscia a un ritmo personale,/
estenuante, purgandosi ogni volta del suo sangue./ La coppa e l'interezza, ecco
ciò/ che non riusciva a reggere: ogni cosa/ si falla e defluisce, la pietà, la
casa, l'amor filiale./ Il marito, un Davide colossale che gettò il sasso,/ e
fece sgorgare quello zampillo rosso notte e giorno/ perché non fosse più
soggetto alla strenua legge/ naturale, ma getto continuo, verticale, eretto/
come un esempio, un monito illustrato per aver/ navigato l'intero fiume della
legge del menarca/ fino alla fonte, e avervi trovato/ l'Arconte, il padre morto
e smemorato/ il padre del suo fiammante libro rosso.
Il vissuto sembra quindi assumere una
forma circolare, di ritrovamento, dove ogni punto di arrivo può coincidere con
un punto di partenza. “Senza passato/ non si costruisce passato”, scrive
esplicitamente Fabiani. Le sue poesie sono stazioni di perdita e ricerca del
Sé, descrizioni di personaggi, identità che diventano maschere, in un apparente
disordine di allegorie e divagazioni descrittive. Dignità e rivendicazione sono
i fili a cui annodare i diversi testi e che fanno esplodere la necessità di
osare dire l'indicibile, ciò che di più intimo e riposto esiste sotto le
apparenze delle convenzioni sociali. Fino a ricercare quella interezza ferita
che l'autrice non riesce a ricomporre. Tra la donna-bambina, figura ricorrente
nei versi, e il compimento della cosiddetta maturità esiste una serie di
passaggi, le stazioni del dolore, dove l'unità si frantuma, la vecchia
identità/età è in pericolo, messa alla prova, e la nuova non si realizza
ancora, non si riconosce né nel proprio passato né in prospettive future.
A prescindere da ogni retorica
rivendicativa, sono le convenzioni borghesi, le costrizioni familiari, fatte
proprie e tramandate da una linea familiare femminile, a essere carnefici della
libera esistenza. Si tratta però di un processo portato successivamente a
compimento dall'Uomo. Nel rapporto tra i corpi si misura la distanza e la separazione,
e nel corpo la scissione dell'identità. La salvezza è per Fabiani, più che nel
non subire nuove stagioni esistenziali, la sopravvivenza delle diverse parti di
sé, e il riconoscimento di queste non
può prescindere dalla spietata analisi e dal dire contro e oltre le
convenzioni: «Con l'Uomo consumavo il mio calvario,/ il fornicante,
maleodorante gnere infisse/ chiodi su chiodi nei miei polsi bianchi/ e
bravamente, credendolo oltraggiare, tenendo testa,/ lo spingevo avanti. Quel
delirio corrivo reiterato/ lasciò un pesante strascico nuziale/ carico d'api,
lungo come un convoglio/ di deportati che non giungono al campo./ E nella luce/
devastante del giorno sul telone/ vedono visi aztechi, il male/ venuto fin qui
a propagandare/ le sue fiale ormonali 'ingoia e taci'./ E la vita che avanza di
spalle al finestrino,/ quella prima del male, scansata, piccina,/ ancora tuta
da coltivare/ per poterla finalmente adottare/ un giorno, come orfana.»
[…]
***
Le
nanerane
avevano la prefazione di Mario Lunetta (la riporta “Le Edizioni ulivo”):
[…] Adesso, in questa nuova raccolta Le nanerane, l’inclinazione
meno rassicurante della torva vocalità della Fabiani pare riprendere nettamente
quota, e sistemarsi perigliosamente all’interno di un canto soffocato, di una
sliricata smemoratezza di sé. Le “nanerane”, sono definite dall’autrice “raccapriccianti revenants” e comunque
insopprimibili “muse ispiratrici e inquietanti”, e hanno ambigua funzione di
spiritelli o di angeli.
[…] Il tutto, dentro un delirio
accentuato di perdizione e di instabilità, di disordine e di buio, regolato con
estrema sicurezza da una griglia metrica in cui l’endecasillabo lavora da pivot insostituibile, e al tempo stesso si
pone come diagramma regolatore di un magma interno che fa crudeltà a se stesso
fingendosi acquietamenti e pause che all’antica virulenta vitalità sostituiscono
puri movimenti di teatro, fantasticherie sceniche; insomma – ancora una volta –
simulacri e nulla di più.
***
Le Ballate dell'odio e del disonore contenevano una nota introduttiva di
Giancarlo Majorino. Questa:
“ Slanci... Slanci sorretti da un pensiero crudo e
chiaro, ansioso di poter “chiamare” disonore, odio, ciò che amaramente
respiriamo. Ballate e non forme più concentrate, senza tutavia che
concentrazione e bellezza manchino. E' il neolibro di Marta Fabiani, una grande
prova che mina, non rinunciandovi però, le costruzioni e le distruzioni del
passato, ora divenuto giustamente presente e magari futuro, qui nella poesia
dove i tre tempi canonici ballano, e severamente e scherzosamente.
Un indice di memorabili versi o
salienti si può certamente stendere ma scalfirebbe l'inquietudine maggiore del
libro, quella che intende disporsi per lasse, strappando al narrare certe
prerogative: meglio fuoriescano da sé, nel sillabare o udire cavo del lettore,
brillanti come un gesto amoroso o voci attese. E' che dettagli e sostanza di un
vissuto composto di più vissuti s'arroventano a contatto e contagio di
un'immaginazione radicalmente violenta, impaurita mai.
Altra filiera di acquisizioni scende da
un'irrinunciabile libertà ben contemporanea perché incorporata senza riserve,
che può di volta in volta agglomerare nidi di senso e suono, timbri trasformati
del dovuto, coercizioni disossate e vagabondanti in una sarabanda tagliata per
“noncuranti sprazzi e microstorie intensificate: il tesoro, insomma, del romanzo,
del racconto issati nel verso.
E, ultima approssimazione, un
linguaggio ansiosamente sostenuto da passioni, vergogne, moti condivisibili che
puramente un sotterraneo desiderio di comunicazione malgrado tutto sorregge.”
[Ringrazio Luigi Cannillo per il materiale che mi ha fornito e con il quale ho in gran parte organizzato questo post. Di Marta Fabiani avevo già scritto qui]
***
da
Maratona, 1977
Poesia
n. 19
Ci
sono voluti
uno
svenimento
un
fidanzamento
un'aggressione
notturna
un
po' di sadismo
una
protesi mammaria
una
rovina finanziaria
la
mia poesia (se non è poco)
per
far pronunziare a tua moglie
la
parola: fica.
Ma
adesso lei la pronunzia
in
un modo eccezionale
benché
un po' tremulo, a volte
per
paura di versarla
nella
pappa dei bambini
e
allora sarebbe tutto guasto di nuovo
sarebbe
figa come magagna
o
ferrovecchio, l'ennesimo dispetto.
Ha
riempito di frutta le tue coppe
ma,
che disdetta, ancora non ci vede la
metafora.
Anzi,
vuole succhiarti
senza
grazia i tuoi ricordi osceni
e
imbandirli ai tuoi ospiti, mentre solleva
occhiate
maliziose dalla minestra e dice
«a
noi ragazze non c'insegnavano» e riscuote
benevoli
consensi agli anni persi.
Tu
li hai persi, eh sì, ma in altro modo.
Giravi
a vuoto con il tuo tesoro, e ora
lei
ti sbatte sul tavolo la spesa
cazzi
di plastica, carote, preservativi
pergamenati,
i più cari, e poi a quattro zampe
s'industria,
assieme a trote e maialini
col
tovagliolo, sembra proprio
che
a dire «mangiami» le venga l'acquolina.
Guarda
come impallidiscono
le
robuste emicranie del passato:
sdraiata
accanto a te lo fa ingollare
il
frutto prelibato, tutto quanto
chicco
per chicco, finché
non
ti ritorna l'uovo marcio al fiato.
Poesia
n. 22
Eh
sì, eh sì
miei
signori anfitrioni
quando
ero un po' linfatica
e
appena mestruata, e impallidivo
di
fronte alle prodezze
delle
dame secolari, e mi scoprivo
le
cosce, che erano sublimi, ma, ahimé, ancora
così
poco espressive,
al
bar, al ristorante, c'eravate
grossi
tonanti burberi, pronti a dire
tra
una birra e un tramezzino
«roba
da marchette» oppure
«tuo
fratello marchettaro».
Adesso
mi tocca ascoltare le vostre battute
dolorante
di spalle, sotto il peso
di
un'influenza cronica, ancora
incespicante
per via di una moda
di
riflesso condizionato malappreso
e
rimpinzarvi
di
allusive occhiate disilluse, e accarezzare
i
vostri cani chow-chow, le penne stilografiche
perché
una bocca spalancata di stupore
se
le accaparri, a una voglia
subito
gratificata in cambio di una barzelletta
comari,
uccelli con le ali, vulve birichine
niente
è cambiato, niente, tranne questo tic
invisibile
naturalmente, riportatemi
alla
parola caduta in disgrazia
all'insolenza
desueta, più sicura
più
sicura della vostra
camerata.
Da
Le Nanerane, 1988
Mostri
monotoni
non
avete letto
il
libro dei mutamenti?
Non
è più il mio letto
il
vostro campo di battaglia
né
io la viola passa
tra
le lenzuola dell'immondo libro.
Altre
vite sfogliate, altre alleanze.
Aria,
aria, via. Altre stanze.
da
Ballate dell'odio e del disonore, 2002
Certe
nicchie
profumano
di pace, t'invitano
a
non guardare in tralice la scure
che
trancerà il passato, e fuori campo
la
tua vira con esso.
Stanno
appostate agi angoli umettati
della
visione quando a briglia sciolta
torna
alla stalla nel girabondare
rapito
tra le tempie.
L'ombra
sinuosa, palpabile di quei ricordi
protunde
e si slancia come un girfalco
da
un Duomo che t'inchioda il volto in alto.
Vi
è via d'uscita? Sì, passando per essi.
Ma
ti toccherebbero le spalle, con dita così fini
come
il poeta le ha descritte. E andresti
al
sacrificio turbato da quei guanti.
Dov'è
quindi quella profondità di campo
che
sognavi? Quello
stacco
errato che ti avrebbe permesso
di
ascendere a pensose solitudini?
Uno,
uno solo è morto
così
completamene solo. Le vesti delle statue
piangono
petali di rose.
**
Se
devi gridare al lupo fallo presto,
a
guancia tenera, quando l'occhio
è
umettato di acquetta cilestrina
tra
due tende di salici del pianto.
Può
darsi che ascolti.
Può
darsi che gli strappi una promessa
di
arrivare, non sai, ma solo quando
avrai
alzato le tue torri in alto,
fin
dove l'occhio arriva,da uno spalto.
Ti
stupirà con il suo passo
moderato
con brio, con il fracasso
tremendo
dello spirito di uguaglianza
con
cui la spunterete su ogni chiave,
tu
il tuo passe-partout per ogni stanza.
Vedrai
sovrani in bagno accoccolati,
tu
stessa in ritirata, un elmo in testa
di
forcute forcine, le stesse
con
cui volevi infilzarti gli occhi
chiamando
il putiferio: questi
e
altri prodigi in una notte.
Lui
si sciacquerà la bocca
a
compito finito, e riprenderà il suo andare
dinoccolato,
senza tema che lo sorpassi.
Tu
lentamente guarderai all'indietro
dall'altra
parte del castello, dove si apre
tutto
il mondo: e vedrai l'infuriata
muta
dei cani superare il fosso.
**
Allora,
da bambina, non sapevo
spiegarmi
il mio sguardo triste e attonito,
pensieroso
e incantato. Era la vita
che
portavo in braccio, un pacco
la
ragione di quel peso.
Ora
se ritorno a quello sguardo
passando
per i neri salici, le pietre
incatramate
trasudanti estate
da
estate, per le rotaie
annodate
in un mucchio,
lo
sguardo si riempie del mare del passato
che
non riesce a colmarlo, quanto
quello
che allora aveva avanti a sé la Morte
senza
che mancasse un granello, un solo granello
di
pianto, un sorso d'acqua strappato alla bottiglia
posta
ora come lente
tra
le cose viste, sfumate
e
l'incolmabile distanza
da
quelle che mai potrò vedere.
Marta
Fabiani (1953-2014) ha pubblicato, tra l'altro, le raccolte Maratona (Cooperativa
Scrittori, 1977), Le Nanerane (Ed. Il gatto dell'Ulivo, Balerna, 1988) e
Ballate dell'odio e del disonore, /Manni, Lecce, 2002). Ha curato e
tradotto l'epistolario di Sylvia Plath e liriche scelte di Christina Rossetti. È
stata autrice di numerose commedie
radiofoniche per la Radio della Svizzera Italiana. Ha studiato danza e
recitazione con grandi maestri con Herbert Berghof e ha portato le sue poesie
in teatro.
lunedì 2 giugno 2014
Vincenzo Ananìa a un anno dalla scomparsa
Martedì 3 Giugno ore 17
Casa delle Letterature, Piazza dell' Orologio 3, Roma.
"LE ALI DI DARWIN"
Un pomeriggio di poesia per ricordare
Vincenzo Ananìa
Magistrato, poeta, promotore interculturale
e
sognatore d'assalto. A un anno dalla scomparsa.
Con il patrocinio dell' Assessorato alla Cultura
di Roma e dell' Assemblea Capitolina.
Intervengono:
Toni Maraini
Valerio Magrelli
Elio Pecora
E i poeti, amici, collaboratori:
Maria Clelia Cardona
Emilio Coco
Roberto Pagan
Maria Cristina Annino
Stefano Dangelo
Armando Morelli
Marzia Grillo.
Letture a cura dell'
Attrice Barbara Chicchiarelli.
Musiche al Violino di
Andrea Ruggiero.
Allestimento Arch.
Irene Cuzzaniti - Twentytrees.
Vincenzo Ananìa era un magistrato e poeta che ha lottato sia come
uomo di legge che come letterato per proteggere i più deboli.
Con lo stesso spirito
con cui si è battuto per le prime leggi a tutela dei lavoratori negli anni '70
e per andare contro la censura spietata dell' Italia bigotta liberando film
come "Novecento" di Bertolucci - con la stessa passione si è dedicato
alla poesia: non solo scrivendola e facendo ricerca, ma anche promuovendola con
uno spirito nobile e appassionato, creando i primi concorsi di poesia per
i detenuti nelle carceri di Italia e di Europa e dirigendo la Rivista
Internazionale di Poesia Pagine, dedita a diffondere gratuitamente in Italia e
all'estero la poesia lontana dalle accademie: Creola, Dialettale, Magrebina,
Sud Americana, Zingara e dell' Est e scoprendo nuovi talenti.
Le sue quattro raccolte
di poesia : Nell' Arco (Crocetti Editore, 1992 - Premio Alfonso Gatto), Le Ali
di Darwin (Loggia de Lanzi, 1999), Noi (Zone Editrice, 1993) Biblioteca (Zone
Editrice, 2007), Cenni dal Caos ( Editore Passilli 2012 ) raccontano i
tumulti dei nostri anni, le ingiustizie e lotte sociali con a volte sfumature
più intime e melanconiche, di una sua personalissima malinconia e
autoironia che il critico letterario Franco Loi definì "una sottile
vena di rimpianto, quasi un contrappunto della meraviglia".
Era inoltre un
instancabile viaggiatore, non c'è parte del mondo che non abbia attraversato
con un cuore sensibile, seguendo un turismo etico e avventuroso..un sognatore
d'assalto, i progetti più impossibili li realizzava senza darsi limiti.
Martedì 3 Giugno - nella
splendida cornice della Casa delle Letterature di Roma, ricorderemo Vincenzo in
tutti i suoi aspetti; con poesie, ricordi, aneddoti e con progetti per il
futuro, per proseguire quel suo impegno nobile per promuovere la Poesia -
onesto e senza vanità né altri fini che continua ad essere necessario.
Verrà proposta in
tale occasione alle Personalità Politiche istituzionali il progetto " LE
ALI DI DARWIN- la poesia del mondo" una biblioteca che contenga tutti i
libri di poesia raccolti in anni di ricerca dell' Ananìa , che sarà aperta a
tutta la cittadinanza che sia un luogo fisico e ideale per proteggere e
diffondere la poesia.
Verrà inoltre
presentato il progetto "Guardandoti guardare" per rilanciare il
concorso di poesia per i detenuti ideato da Vincenzo Ananìa.
venerdì 31 maggio 2013
Ciao Vincenzo!
Ieri ci ha lasciato
Vincenzo Anania.
Direttore di
"Pagine" e delle Edizioni Zone, ex magistrato e poeta di rilievo, mi
ha sempre colpito la sua tempra, combattiva eppure delicata, e la sua
generosità.
Così lo ricorda Cristina Annino:
Vincenzo Anania è
stato, come tutti sanno ma mi piace ricordarlo, un egregio organizzatore di
incontri e discussioni poetiche nella Roma degli anni ottanta. Ci conoscemmo
allora e la nostra amicizia è durata fino a pochi giorni fa. Lo penso come mi
apparve quando lo conobbi: atletico
consumatore di viaggi fatti nella maniera più giovanile possibile, anche
in autostop e dormendo negli ostelli di mezzo mondo. Soddisfatto della sua vita
colta, passionale, ironica; taceva i propri dolori ritenuti giustamente privati
e dava agli altri il meglio di sé, organizzazione e fermezza. Così ha diretto
per anni la rivista “Pagine”, quasi da solo, rifiutando personalmente l’uso di
un computer. Scriveva ancora a macchina le proprie poesie nate in età matura e
che scorrono limpide sul filo di un classicismo inquieto ma calmo, come spesso
sapeva camminare con gli altri,
quando vinceva sulla propria personalità impastata di irruenza e di metodo.
Mi è stato vicino
in alcune vicende private non sempre piacevoli, con consigli, saggezza attenta,
rimproveri, per il gran bene che mi voleva, almeno quanto quello che ho sempre
sentito io per lui.
Ultimamente, i
nostri incontri sono stati quasi solo lunghissime telefonate piene di allegria;
più soffriva fisicamente più si mostrava allegro. Stava diventando un solitario
uomo di gran classe.
Amava i gatti,
amava il modo di cucinare di mia sorella (quando in anni lontani veniva a
trovarci d’estate in campagna), si rivolgeva a mia madre con quel rispetto da
signore di altri tempi. Ha disperatamente amato i suoi figli e la creatività di
Giulia. E ha sempre amato lottare. Lottava con l’arma della legge quando ancora
non ci conoscevamo, poi, in privato, con quella difficilissima
del riserbo, con una generosità mai esibita, col pudore
del non credente, con la naturale libertà delle idee, veemente se occorreva, ma
con una costante autocritica che, elegantemente mai si tolse di dosso. Amava in
modo ironico anche la propria morte con la quale da tempo aveva impostato la
sua immaginaria “partita a scacchi”. Si guardava allo specchio e l’amava,
nell’espressione, in qualche piega del viso, nel camminare sempre più vicino
all’albero sotto casa. Dopo essere stato un grande viaggiatore, dopo aver visto
quasi tutto il mondo, riusciva ancora a stringere con allegria -e ringraziando
chissacchì per poterlo fare- sempre più da vicino quel solo albero in quel poco
verde; spesso mi chiedeva al telefono “ma tu abbracci mai gli alberi? Io lo
faccio ogni volta che scendo. Mi fa star bene!”
Ha sempre mantenuto
una voce stupenda.
Sue poesie uscirono su Blanc.
Molto bella L'intervista che gli fece Anna Maria Farabbi, nel 2011
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poesia italiana
venerdì 9 marzo 2012
Elio Pagliarani, un omaggio
E' mancato Elio Pagliarani, uno dei maggiori poeti del secondo novecento.
Pubblico su Blanc il paragrafo dedicato alla sua ragazza Carla, uscito su Scritti nomadi (Anterem 2001), all'interno di una riflessione sui Novissimi.
La ragazza Carla o della parola che salva
L’originalità della Ragazza
Carla la colse bene Geno Pampaloni (“Epoca”, 15/6/62), quando riconobbe ad
Elio Pagliarani il merito di avere “intuito un uomo diverso”, preso “nel
cerchio dell’alienazione”, eppure vivo, ancora capace d’opporre,
istintivamente, la propria singolare esistenza alla storia universale.
La peculiarità di questa
opposizione, lo sottointende lo stesso Pampaloni, esula tuttavia da ogni
dialettica, da ogni possibile riscatto; lo si comprende appieno - e da qui
cominciamo l’analisi - leggendo l’ultimo coro del poemetto:
non c’è
risoluzione nel conflitto
storia
esistenza fuori dell’amare
altri,
anche se amore importi amare
lacrime,
se precipiti in errore
o bruci
in folle o guasti nel convitto
la
vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di
noi e orgoglio con dolore.
(La ragazza
Carla, III, 7)
La conflittualità di storia ed
esistenza, di tu ed io - ci suggerisce meravigliosamente l’autore - trova
conciliazione soltanto quando questi, abitando la prossimità, si rimettono
l’uno all’altro, in un “dare” reciproco svincolato dal tornaconto. Offerta
amorosa che pur risente della lacerazione, proprio perché l’altro, anche se
condivide il dono, anche se ama, è pur sempre non-io, presenza che rende
operoso - sia pure involontariamente - il conflitto. La conciliazione amorosa, in
questo senso, non rappacifica l’individuo con la storia, né lo consola,
tuttavia gli dà la forza di sopravvivere, di resistere al proprio annullamento,
pur in un contesto di generale alienazione.
Il rischio di questa
prospettiva, che in parte Pagliarani evita interrompendo il racconto prima che
la pulsione amorosa di Carla per Aldo si istituzionalizzi nel matrimonio,
consiste nel paventare un’idea dell’amore come luogo dell’affrancamento
temporaneo dalla città tentacolare, un’esortazione a cercare il privato
naturale, isola d’autenticità che sopravvive all’interno del politico
inautentico. Ideologicamente, dunque, il poemetto si mostra fragile o,
comunque, non in sintonia con la critica radicale al sistema promossa da
Giuliani nell’introduzione ai Novissimi: ferocemente ostile alla
metropoli alienante, Pagliarani infatti sembra nel medesimo tempo disposto ad
arrendersi ad essa, a cercare un inevitabile compromesso.
Il fatto è che l’autenticità
della Ragazza Carla non riposa nel ‘messaggio’. Quest’ultimo, piuttosto,
appare strutturalmente funzionale all’insieme; gli dà, per così dire, il peso
necessario per farlo rimanere dritto. Anche lo stile contribuisce a tal fine:
esso infatti, scarnificando le strutture, le diversifica, allo scopo di liberarle
verso l’alto in uno scheletro agile e snodato, soggetto a punti di forza
differentemente orientati. L’opera riceve così, attraverso lo stile ed il
contenuto, le proprie condizioni di esistenza, la cifra esatta della propria
possibilità; e tuttavia, la verità del poemetto riposa in altro. Non nella
valenza ideologia, e nemmeno in quella linguistico-sperimentale: in altro. Ci
aiuta nell’approfondimento La merce esclusa, primo momento del Dittico
della merce contenuto ne Lezione di fisica & Fecaloro (Feltrinelli,
1968, ora in La ragazza Carla e nuove poesie, Mondadori, 1978,
pp.169-172), là dove Pagliarani propone un personaggio selvatico eppure colto,
incapace d’integrazione e tuttavia sempre in cerca d’umanità.
Il poemetto ci mostra infatti
uno studente degli anni Trenta che, pur finendo “con centodieci... i corsi in
medicina” (e laureandosi, ancora, in filosofia ed in giurisprudenza), non volle
(o non seppe) integrarsi, divenendo così merce esclusa dal sistema. Un ragazzo
fuori gioco, ma che sa ancora trattenere la vita a sé, che sa giocare con lei e
farla divertire: “Egli era gaio e festoso / e si mise a raccontar una delle sue
barzellette”: lo fa dapprima a delle ragazze, che ridono ondeggiando “sopra
tacchi di sughero” e poi “a San Vittore”, quando i nazifascisti “lo presero”,
probabilmente partigiano, nell’“autunno 43”.
Sotto il profilo ideologico,
Pagliarani compie qui un’operazione certo controcorrente: egli cerca di
superare le aporie ‘conservatrici’ emerse nella Ragazza Carla
riproponendo, in modo originale, la figura decadente dell’escluso e quella
neorealista (ma antieroica, alla Fenoglio) del partigiano. Ad essa, contrappone
tanto il sistema mercificante quanto ogni forma di consapevolezza che si
esplichi soltanto nella teorizzazione: la parodia del “problema” sul numero di
polli e di conigli presenti nel cortile, lo testimonia. Polli e conigli, così
come l’applicazione dell’analisi marxiana della merce alla proposizione “Dio è
l’essere onnipotente” (argomento della tesi di laurea in filosofia dello
studente), sono entrambi inutili, o buoni, al più, per ben “figurare / con
capuffici e donne”.
Il messaggio è chiaro: rispetto
alla fatica del vivere, i saperi istituzionali valgono poco o addirittura, come
scriverà nel Doppio trittico di Nandi (1970-1973), nascondono “sempre il
tranello” (ne La ragazza Carla e nuove poesie, cit., p.187). Se nel
poemetto presente nei Novissimi, essi servivano almeno ad imparare un
mestiere e possedevano una neutralità, ora il disincanto è forte, decisivo:
occorre diffidare sia della storia, che porta l’uomo alla deriva, che lo
imprigiona, sia della cultura, che vive alle dipendenze del potere.
Ma allora, dobbiamo chiederci,
per Pagliarani quale sapere conta davvero? E per illuminare che cosa?
Nella seconda parte del Dittico
della merce, dedicata al giocoso Toti Scialoja e che si intitola, molto
emblematicamente, Certificato di sopravvivenza, Pagliarani ci indica la
via da seguire, riconoscendo all’arte, alla poesia, un precipuo rapporto con la
verità: l’arte, scrive infatti, “è uno dei modi” di essere “del tempo”; è una
delle sue voci autentiche, allorché “sono di più / i modi di non essere del
tempo”. E aggiunge, poco sotto, quasi spaventato: “... adesso cerco altro nella
gente / cerco le permanenze / cerco le permanenze nel presente”, per non
curvarmi nella “mobilità del mutamento” (Ivi, p.174).
Il due momenti citati,
apparentemente irrelati, trovano convergenza proprio nella “mobilità del
mutamento”, e dunque nel tempo, in quel tempo-verità “che brucia” e “devasta”,
com’egli allusivamente scrive in Oggetti e argomenti per una disperazione
(Ivi, p.154). E davvero disperante gli appare questa necessaria caduta delle
cose, questo svanire che è il tempo stesso nel suo procedere. Dare voce al
tempo significa dunque questo: cantarne, con terrore, la caducità. E’ infatti
rispetto ad essa che il poeta, prima dello scienziato e del prete, deve
“illuminarci”, chiarendoci il senso del morire di tutte le cose e l’orrore che
questo comporta (Ivi, p.151). Un compito che ha in sé anche un momento
salvifico, giacché, nominandoli, il
poeta dona alle cose, alle persone e agli eventi, una sorta di temporanea,
ossimorica, immortalità. A questo, in definitiva, serve la poesia: non a indicare
una soluzione politica al collettivo, né a consolare i sofferenti, bensì a
tirare fuori, pietosamente, dall’inesorabile estinzione qualche frammento di
vita, tramandandolo ai posteri nel qui ed ora della parola.
Se questo è vero, e se
rileggiamo La ragazza Carla in tale chiave, allora il suo senso va
cercato anzitutto nel desiderio, da parte del poeta, di mostrare, come recita
il finale del poemetto, lo “svolgimento / concreto dell’uomo in storia che
resiste / solo vivo scarnendosi al suo tempo” (III, 7): testimoniare insomma la
fatica dell’essere umano, solo e vivo, che resiste - amando, lavorando, facendo
i conti sporchi con il capitale, sfamando i propri istinti brutali - al vento
lacerante che scarnifica la vita, che la consuma. Certo c’è anche dell’altro:
una rabbia verso questo tempo, quest’aria di ferro e fretta che ingolfa
e piega; ma pure si tratta, prima che di sistema economico, o di sopruso dei
potenti, di modo in cui il tempo mette in forma la vita, qui e ora. E non c’è
rivoluzione capace di togliere il vero dagli occhi, di annullare quel ‘sapere
la caducità’ che il poeta, pur spaventato, mette in gioco; lo fa nella Ragazza
Carla, ma anche nei testi successivi, come ci mostra per esempio Lezione
di fisica:
Dio gioca
ai dadi
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una
poltrona ...
Sarà questo grido soffocato,
leopardianamente fattosi poesia, a salvare Carla, Aldo, e quant’altro patisca
caducità: la “traversa di via Ripamonti”, “il satiro dei boschi di cemento”, il
manuale di stenodattilo, i bar, la “bicicletta scassata”, la “TRANSOCEAN
LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY”, la Milano del “marzo quarantotto” piena di
gente spaesata; un grido talmente figlio dell’orrore da non poter essere
socialmente condiviso: da estinguere perciò in privato, conficcando
silenziosamente le unghie nella poltrona, come in Lezione di fisica, o
scrivendo con la massima lucidità possibile - ed è questa la missione del poeta
contemporaneo, per Pagliarani - di quanto il tempo scarnifichi la vita,
nell’illusione, pallida invero, che la parola possa in parte riscattarla
dall’oblio.
martedì 18 ottobre 2011
Rivolgersi agli ossari
Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. dove elementi paradisiaci aspettano.
[...]
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quasi gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
lunedì 12 settembre 2011
Massimiliano Chiamenti
Credo che sia doveroso anche per Blanc ricodare questo poeta, "trovato morto, nella sua casa di Bologna" come ricorda Franco Buffoni su "Nazione Indiana" il quale aggiunge "Era nato nel 1967. L’ho incontrato l’ultima volta a Padova il 15 luglio scorso al Gay Village, in occasione della presentazione del mio “Laico Alfabeto”, in una splendida serata ben organizzata dal locale Arcigay. Massimiliano intervenne nel dibattito con acume e ironia e al termine, in birreria, mi disse sua sponte che ci saremmo senz’altro rivisti a Mantova l’8 settembre. Mi sento tradito. E più solo".
E Matteo Veronesi (con il quale si chiudono i post in rete sulla sua poesia, se si esclude un post su facebook, da cui io sono venuto a conoscenza del triste evento): "Conoscevo Chiamenti (filologo e poeta da poco toltosi la vita nella sua casa di Bologna) solo per i suoi studi danteschi. Che erano incisivi, rivoluzionari, metodologicamente rigorosissimi, eppure antiaccademici nelle conclusioni: quando, ad esempio, dimostrava inequivocabilmente, contro Maria Corti, che non c'è, in Dante, una chiara presenza intertestuale del Liber Scalae; o quando parlava, in modo sorprendente, con solide argomentazioni, di un "Dante sodomita" (io parlerei piuttosto di un Dante ermafrodito, nel senso in cui Guinicelli dice, in modo a sua volta controverso e polisemico: "Nostro peccato fu ermafrodito", o comunque androgino, ambiguo, oltre, nella sua sublimità, ogni identità sessuale, onde a Forese rivolge quelle parole indecifrabii: "Se tu riduci a mente / qual fosti meco, e quale io teco fui").
Ecco per quanto mi riguarda, e lo dico con il massimo rispetto verso tutti, mi interessa poco dell'orgoglio gay e della sua esibita omosessualità. Lo scandalo, per me, è sempre lo stesso e sta altrove: c'è un uomo che muore e, morendo, scrive della propria morte, ma questo ci distrae dai nostri importantissimi impegni, nei quali spesso ricordiamo a tutti che non è giusto che un uomo muoia per l'incuria degli altri, tantomeno suicida. Almeno i più sensibili dei poeti si rendano conto del paradosso o, meglio, dell'ipocrisia che ci pervade.
Posto alcune poesie, e il link di un video dove recita con maestria alcuni suoi testi
quida Di&con Daniele
prologo
tradimento
questa poesia la scrivo in segreto
mentre sei a cena dalla mamma
e firmo pure un contratto per la pubblicazione
che tu disapproveresti
ma ho fretta di pubblicare
a 43 anni vissuti così – bello mio – il futuro sembra un soffio
e non ti tradisco con un altro ragazzo
perché tu sei il più bello e profondo del mondo
una fonte inesauribile
di amore e bellezza
ma ti tradisco con queste parole
che spedisco dal tuo letto
al mio amico mirko fuggitivo per la svizzera
e al pio nuovo editore
che raccoglie di me
le prime ceneri del nostro amore
come la cenere che si mette sotto la coca basata
perché la scrittura è solo detrito
e la mia vita a tutto tondo sei tu
scriverò per te
“quello che non fue mai detto di alcuno”
nel mio prossimo libro
che poi è ormai questo qui
possano gli dei tenerti accanto a me
in ogni vita in ogni tempo e in ogni luogo
in ogni regno di esistenza
dove tu mi sarai principe e consorte
canto primo
amuleti talismani gatti o quale altra enigmatica sinistra icona
posso opporre a questo male
questo mostro minaccioso ignoto
ben peggiore e difettato del male almeno puro
quest'uomo potente e sadicamente dominante
oscuro medico di magie iperneurali e nanotecnologie
che prolunga sé in mille spire e mille forme come un proteo o un’idra
e offende questo mio fiore come le fauci del capretto selvatico?
in verità – dicono i saggi – non è più rimedio
e altra via non c’è che quella di accettare il fato
e contenersi in questa di forza dimezzata vita e limitata
dove ciò che è perduto è da ritenere perduto
e ciò che resta è da cospargere con olii balsamici e lenitivi vari
cercando nuove cose in nuove forme – cercando il paramatma – forse?
l’uomo maturo – dicevano gli antichi – non dovrebbe invidiare la forza del giovane
che non gli è data
così come il giovane non conosce invidia per quella del toro
che non gli è data
così dunque è per me per te per noi amore mio
e lobotomizzato e dislessico e impotente o quasi devo proseguire il libro
il libro che parlerà di te
e riprendermi risorgere resuscitare vincere farce-la:
anche se
la scrittura si fa molto incerta minore la memoria
e pressoché impossibili ulteriori apprendimenti
questo dunque ci resta amore mio
un massi che non è più massi in toto e per se
e quasi secco è il mirto
come un limone dal poco succo annidato solo tra gli interstizi
e cazzo mi dibatto in questa lotta in questa sfida non mi arrendo al mostro
all’orco all’entità superiore ma con sue fragilità nonmeno
ci resta però – questo è certo – il consolare il consacrare l’abbellire le nostre
di necessità oh di necessità ripeto così abiette monche tronche vite
frante dallo strazio di multimiliari iridiscenti lame di luce e radiazioni
che feriscono cervelli rètine e metri di intestini
per quanti mesi quanti mesi quanti quanti quanti mesi mesi mesi
ci resta il decorare nel senso proprio di decus decoris il decoro
il decorare con simboli ghirlande antidoti specchi specchi e ricerca
di punti deboli
del
nemico
ma – dicono i sapienti – forze oppositive operano sempre in simmetria
forze oppositive operano sempre in simmetria
e l’orrendo boomerang lanciato ad astronomica potenza
da una folle compagnia gerarchizzata di torturatori dalle loro feritoie di orrori
ricadrà sul capo loro la consorte la casa sua e i figli tutti
e sarà strage furente e morte e ferro e fuoco
e infine crollo – e terribilmente – della rocca infame che attorno attorno
opprime le terre propinque e le sue genti
e quel pallido gelido tiranno apparirà finalmente
e di nuovo
al balcone
per sprofondare in un gorgo infestato da erinni in furia
all’altra all’atra sponda dove restare è legge
Trionfo della morte
la madonna nera
perché anche i duran duran dalla radio
hanno superato il tunnel del giro boia di boa
del millennio
così, è un gioco che faccio ultimamente
di vedere chi c'è rimasto nel secondo atto
dopo il grande crollo
faccio la conta e dico:
“beh, io ci sto, e freak, e paolo poli;
tondelli, pazienza, bellezza, freddy e cobain
invece non ce l’hanno fatta
però bowie sì – anche se è di quelli
invecchiati male come me –
fiumani presente...
i depeche mode e i cure ci stanno...”
io mi dicevo pure rimuginandoci...
insomma non so se ho ricordato tutti nell’appello
ma un po’ di ordine andava fatto
e sì insomma la musica
e sì se devo dire di qualcosa
che per metafora assomigli a dio
direi la musica
non che in dio io ci creda
ma diciamo così come modo di dire
che la musica è il modo in cui
mi immagino il paradiso
dove il corpo è lasciato al guardaroba
e si entra così vestiti di nientezza
o si resta solo tra i neuroni dei viventi
il dna dei figli le proprie opere e poco più
così la bambina beata sulla spiaggia
quasi nera quanto l’icona veneranda
ha già capito che suo
evangelicamente
è questo mondo
dove ciò che non è giovane, femmina e nero
ha in sé i germi della morte
“io sono come questa roccia”
recitava con la sua boccona l’attrice matrona nera
al recital dell’altra sera
e così voglio sentirmi anch’io
viventi peraltro in me
enormi reti di memorie e nostalgie
come le reti di pescatori sulla duna
sei conchigliette sull’acciottolato
e sì – ormai mi hai convinto –
questa fissazione con l’ego è solo una pugnetta
sguardi
il malato di aids nel suo lettino di ospedale
il volto ormai un teschio
guarda rassegnato come me
il livello del liquido
che scende dalla flebo
un misto di terrore e di malinconia
roberto e igor se la ridono al sert
vivono come me
una vita da più e meno tossici
un misto di assenza e di allegria
leonardo implora affetto
dolcissimo mi sale in braccio
vuole correre come me
un misto di bisogno e di profondità
e dei quattro lo sguardo
tra tutti e cinque me compreso
quello che chiede e che dà di più
è quello di leonardo
che mi si annida dentro
più conficcato
leonardo è un bel cane
gli piace giocare
perch’io spero
di non tornar giammai
nemmeno per un giorno
in toscana
poiché in questa ultima volta
i luoghi mi sono sembrati
ancora più belli
e i cipigli della gente
ancora più brutti
no
no
non c’è più spazio
né accesso a niente
a nessuno
più niente di bello
nel marketing
che tutto ha mangiato e assorbito
e ogni ora che passa
peggiora lo schifo
che già è tutto schifo
e niente più è niente
e mancano tutte le cose
i ragazzini giocano a calcio
i bambini giocano ai giochi
i letterati ascoltano le loro voci
amplificate nei microfoni
che nessuno ascolta
tramontati i valori antichi
non ce ne sono di nuovi
e solo dolore miseria sporco
un gruppo di avvinazzati
continua a parlare a voce alta
così nessuno sente niente
di ciò che farneticano i letterati
e tutti disturbano tutti
e poi tutti se ne vanno
tutti felici di aver disturbato tutti
di aver sparso piccoli semi
di infelicità
ecco la felicità residua:
lo spargimento dell’infelicità
qui e qui i testi completi e con gli spazi versali corretti.
Massimiliano Chiamenti (Florence, 1967- Bologna, 2011) was an Italian poet and philologist.
He lived in Bologna, where he taught at the "Liceo delle Scienze Sociali Laura Bassi and at the "Liceo Scientifico Leonardo Da vinci"". Since 1993, he published a number of collections of poems: Telescream (Cultura Duemila, 1993), User-friendly (David Seagull productions, 1994), x/7 (Dadamedia, 1995), p't (post) (Gazebo, 1997), Schedule (City Lights Italia, 1998), Maximilien (City Lights Italia, 1999), e (self-publishing, 2000), songs of being and not being here (self-publishing, 2001), 30 slide poems (self-publishing, 2002), rhythms 2003 (self-publishing, 2003), le teknostorie (Zona, 2005), free love (Giraldi, 2007), adel & c. (Fermenti, 2008), paperback writer (Gattogrigio Editore, 2009) evvivalamorte (Le Càriti, 2011), and the collection of short stories Scherzi? (Giraldi, 2009). His poems, dark and humorous, have a narrative flow, are written as free verse, their main themes being same sex love, contemporary forms of neo-barbarism, and social marginality. He received from Edoardo Sanguineti the poetry prize "Città di Corciano" in 1995. Some of his poems appeared in the journals "Alias", "Argo", "Forum Italicum", "Gradiva", "Idioteca", "Italian Poetry Review", "mumble:" and "Semicerchio".
He translated into Italian, as a commission for City Lights, poems by Lawrence Ferlinghetti, Ed Sanders, Anne Waldman and Philip Lamantia.
As a philologist, he wrote contributions in the fields of Romance philology and Italian philology, mainly on texts by Dante Alighieri, Giacomo Leopardi and Pier Vittorio Tondelli. His many scholarly works include the book Dante Alighieri traduttore (Le Lettere, 1995), where Dante's Latin, French, and Provençal sources are investigated, and articles on Dante's character Jacopo Rusticucci ("Lingua Nostra", 1997), and the attribution to Dante of the trilingual poem "Ai faus ris" ("Dante Studies", 1998, "L'Alighieri", 2009).
He collaborated with the on-line Early Italian Vocabulary for the Accademia della Crusca [1]. Chiamenti provided the critical editions of Pietro Alighieri's Comentum on The Divine Comedy (University of Arizona Press, 2002) and of the Chansons of the French trouvère Colin Muset (Carocci, 2005).
Since 1990, he was active as a reader/performer of his poems, often while accompanying musicians.
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