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mercoledì 6 maggio 2015

Modernità e lotta armata


La modernità si strutturò attraverso tre rivoluzioni: inglese, americana e francese. Sotto questo profilo, sono intrinseche alla modernità diveniente una teoria e una pratica della lotta armata quali soluzioni decisive di una crisi di sistema sotto il segno della discontinuità. Il fascismo, per esempio, risolve con la violenza istituzionalizzata la crisi della rappresentanza liberale dopo la prima guerra mondiale; la lotta partigiana, capovolgendone gli assunti valoriali, impone un modello liberale dove la democrazia garantisce, meglio che nel fascismo, il libero sviluppo del capitale, la libera circolazione delle merci e una migliore distribuzione del reddito, tali da rendere possibile una nuova società, che ha al centro la spinta verso l’uguaglianza dei diritti ma anche della possibilità di consumare beni. Non che il partigiano Johnny avesse questo progetto, ma involontariamente gli ha spianato la strada.

In controcanto, da Marx a Bordiga, da Lenin a Gramsci una teoria della lotta armata di stampo anti-capitalista non è mai venuta meno, indirizzata a un gruppo ben preciso della società; gruppo che, in Italia, ha occupato le fabbriche, è morto in trincea, è salito in montagna contro il nazifascismo, ha scioperato negli anni democristiani, ha preso posizione contro il terrorismo degli anni settanta, ha sostenuto il PIL pagando le tasse e che ora, disgustato della classe dirigente – specialmente nel nord-Italia, e in compagnia del ceto impiegatizio – elabora una lotta armata reazionaria, fatta augurando il naufragio ai migranti e sparando ai ladri di biciclette, ma anche desiderando l’olocausto dei politici tutti, un gran fuoco liberatorio, che rivela molto delle radici magiche che animano le loro coscienze. Dal progetto che vedeva la coscienza di classe quale condizione fondante della lotta, i soggetti rivoluzionari sono diventati figure spaventate, chiuse nei loro fortini identitari e di proprietà. Una ragione ce l’hanno: di fatto, in Italia la scollatura fra classe dirigente e cittadini operosi è chiara; una crisi che la maggioranza passiva del popolo italiano vorrebbe risolta non più in termini di nuovo ceto dirigente, come fu nel passato (autoritario nel fascismo, democratico nella Resistenza), ma in nome degli onesti contro i disonesti: una categoria impolitica, e quindi inadeguata, che però ideologicamente funziona, come ha ben capito il presidente del consiglio Renzi, che ora la cavalca con un populismo venato di autoritarismo post-ideologico. Chiaro che l’antagonismo fra onesti e disonesti non riuscirà mai a diventare frontale, ossia a incarnare la fisiologia conflittuale del moderno, perché le due categorie non sono che semplificazioni sociologiche, oltre che modi d’essere del medesimo homo economicus, che agisce per difendere la stessa coperta corta dei nemici. In questo gioco di ruoli, spesso l’onesto è tale per paura o per mancanza d’occasione. A dividerli è un margine sottile, osmotico, inadeguato a fondare un conflitto dove il tempo del guadagno dovrebbe essere sacrificato al tempo della lotta. Rimangono allora la rabbia e la frustrazione da sfogare al bar e in famiglia. Una violenza privata, fisica e verbale, che si scarica sui più deboli: figli, donne, emarginati.

Non è tuttavia pensabile nemmeno un conflitto di classe che dia un nuovo assetto al reale, sia perché “classe” è un concetto utile ma non sufficiente a comprendere la complessità socio-economica di un tessuto sociale e sia perché, semmai un ente come il proletariato fosse storicamente quantificabile, descrivibile senza ambiguità, storicamente la classe operaia non si è mai emancipata in quanto soggetto rivoluzionario, nemmeno dopo la mondializzazione del capitalismo; anzi, nel terzo mondo sta vivendo uno sfruttamento mai prima realizzato e in occidente è in gran parte omologata al sistema valoriale dominante. Per non dire degli effetti storici delle cosiddette rivoluzioni “proletarie”: non c’è Stato comunista che non abbia piegato le singolarità a un progetto dove le uniche a potersi pensare nella pienezza dell’esistenza (ma come dei privilegiati sotto assedio) sono state le gerarchie dell’apparato; a tutti gli altri è spettato il sacrificio di sé e l’obbedienza, nel nome della rivoluzione da conservare. Una teologia del valore (la rivoluzione) tiranna rispetto alle singolarità (che qui non significa individui borghesi dominati dall’avidità di possesso, bensì esistenze co-appartenenti al tessuto relazionale, enti essenzialmente sociali e dialogici). Oltretutto, nel presente italiano non c’è una progetto rivoluzionario in corso di questo tipo. C’è piuttosto un’attesa, un agire culturale per una transizione rivoluzionaria, dialetticamente convinti che, come scrive “n+1”, la rivista della sinistra internazionalista italiana, il comunismo sia un processo già in atto, un’antitesi in formazione, che darà infine vita allo scontro decisivo per la vittoria sul capitalismo. Nel frattempo, la sua preoccupazione non è organizzare la classe operaia, ma, al contrario, evitare qualsiasi “forma organizzativa finora espressa dalle società classiste” (partito, sindacato, movimento ecc.). Una preoccupazione formale, appunto, in attesa della catastrofe rivoluzionaria, basata sulla fiducia che il capitalismo la stia preparando e che al partito spetti la guida conclusiva del processo. Al momento, dunque, la lotta armata della sinistra rivoluzionaria non costituisce una forza reale in gioco per la realizzazione della discontinuità storica. Non è prevista.

E l’antagonismo anarchico? La pratica dell’attentato, del sabotaggio, della destabilizzazione permanente con attacchi mirati a obiettivi sensibili, attraversa gli ultimi due secoli, ma nei momenti del cambiamento decisivo (prima e seconda guerra mondiale, guerra di Spagna, fascismo, Resistenza) l’anarchico ha dovuto diventare partecipativo, collaborando con gli altri partiti a cacciare il vecchio per fondare il nuovo. Un nuovo, dal suo punto di vista, sempre inadeguato perché, nella modernità, agito entro il paradigma della legalità di Stato, del contratto sociale, e quindi dall’anarchico vissuto come costrittivo, a-libertario e ingiusto, come nemico da combattere.

L’interessante di questa posizione consiste nel fatto che è l’unica forma di lotta armata presente in Occidente; l’altra lotta, questa volta per l’autoconservazione, la combatte la classe dominante delle singole nazioni, con un ideologismo esasperato e con i ricatti contro la forza-lavoro. Questo significa che oggi in occidente – se si esclude il terrorismo integralista islamico, ma che ha i connotati premoderni di guerra di religione e di conflitto tribale – ci sono due forme di lotta politica, una armata contro i beni e i simboli del capitalismo (banche, grandi infrastrutture ecc.), l’altra, agita dal grande Capitale, giocata nel ricatto e nel controllo delle coscienze (vero, per esempio, che la teatralizzazione mass-mediatica dei fatti incendiari recenti, probabilmente facilitati dalle forze dell’ordine, ha catalizzato il dissenso verso i contestatori violenti anche di chi vive un disagio sociale pari al loro). E questo non è un fatto straordinario, bensì, appunto, appartiene alla fisiologia del moderno, che pensa al cambiamento come la risultante di un conflitto, dove chi vince decide le regole del gioco in nome della legalità. Ciò è vero anche per le posizioni riformiste, che spostano il conflitto fisico nello spazio simbolico del Parlamento (simbolico non sempre, come abbiamo visto soprattutto nella seconda repubblica) o con manifestazioni di piazza pacifiche, secondo il principio, moderno, del ‘contesto ma rispetto le regole comuni perché credo nella democrazia’.  

Se l’antagonismo anarchico è inefficace a rifondare il presente con un nuovo paradigma, proprio per la sua natura utopica, costantemente insoddisfatta dell’ordine costituito, il riformismo agisce su tempi lunghi, fuori dai ritmi e dai bisogni del biologico, e quindi funziona in tempo di pace (per esempio nell’età giolittiana o con De Gasperi), ma non durante la fase acuta della crisi di un sistema, dove le spinte centripete dovute ai bisogni insoddisfatti cercano un catalizzatore che le coalizzi contro il nemico tiranno (così successe quando l’ancien regime fu scardinato dalla rivoluzione del 1789 e nella Resistenza).

Entro questo scenario, di conflitto reale ma improduttivo, dove l’ideologismo spinto del Capitale sposta il nemico sui soggetti deboli (migranti, antagonisti, nomadi, emarginati) facendone dei capri espiatori da dare in pasto agli onesti (e ai disonesti, che li sfruttano in diversi modi), e il movimentismo pacifista, ecologista ecc., riconoscendo i confini entro cui gli è consentito di muoversi, non minaccia gli interessi del Capitale (al massimo lo convince a riconvertire la produzione in beni “sostenibili”), mi pare ci siano almeno due questioni da approfondire. La prima è che manca una teoria della lotta armata sganciata dai paradigmi precedenti (fascista, comunista e anarchico), una lotta che, entro le dinamiche del capitalismo avanzato, ridefinisca i soggetti in causa e i fini per i quali combattere, una teoria capace di una parola d’ordine efficace nell’immediato, in grado di chiudere temporaneamente il conflitto fra le parti, ma che riprodurrebbe le dinamiche violente e parzialmente incontrollabili delle precedenti rivoluzioni moderne.

La seconda questione, che mi interessa di più, è: se la modernità è giunta alla fine, è possibile anche pensare a una teoria del cambiamento radicale che non preveda un conflitto armato? Una teoria che ridiscuta le categorie politico-economiche e lo stesso processo storico non più in termini dialettici o di inevitabile progresso? Una teoria che adotti la complessità pluridisciplinare come elemento per ripensare il capitalismo, non più inteso come destino ineluttabile o necessario passaggio a una società senza classi? Di questo sento la mancanza oggi: di un pensiero politico e di una filosofia della storia che felicemente mi spiazzino, capaci di portarci fuori dal modello conflittuale, di portarci fuori dal moderno, insomma, dalla visione e dalla pratica della violenza progettuale quale risoluzione delle crisi politico-economiche. L’alternativa è il perdurare di un capitalismo che si erge a principio ontologico a cui si contrappone una lotta violenta ormai esangue o una resistenza pacifista, di massa ed eterogenea, lodevole nelle intenzioni e unita contro il nemico, ma in disaccordo rispetto alla progettualità politica, per l’eterogeneità socio-economica della base (vedi le divisioni interne a “Podemos”, il secondo partito spagnolo, nato dalle ceneri degli indignados). E intanto, fuori dal malato recinto occidentale, il terzo mondo preme per adottare la modernità quale riscatto dalla miseria (con il grandissimo problema delle limitate risorse disponibili) o, peggio, in area integralista, per sconfiggerla attraverso la guerra santa, che ci vorrebbe in uno stato di sudditanza totale e senza memoria, in obbedienza a un ordine metafisico custodito da sacerdoti talebani, medioevali nella concezione politica e disumani rispetto ai saperi che la contemporaneità ci ha messo a disposizione.


lunedì 26 gennaio 2015

Chi è il poeta più bravo del reame?

Dai, giochiamo un poco, se possibile, con la poesia, e soprattutto con i poeti, giochiamo a dire chi è il più bravo del reame, ma seriamente, proviamo a dire dei nomi, vivi, ovvio, e italiani, perché dei morti non è difficile sospettare che Montale e Ungaretti, che Luzi e altri due o tre, che fatico a immaginare, un segno stabile l'abbiano lasciato nel secolo scorso, ma in questo? Ma adesso? Nomi con due parole di sostegno, due stampelle persino, qualcosa insomma che giustifichi la scelta. Condizione del gioco è la pacatezza e ogni altra virtù che lasci il tifo fuoricasa: si parla di poveri poeti, perdio, non di generali o di milionari in mutande!

domenica 9 marzo 2014

L’arte, l’artista e l’archetipo del doppio






In questi giorni sulla mia pagina facebook, succursale di Blanc, si è discusso del rapporto fra l’opera d’arte e l’integrità morale di chi la produce. In occidente, si è soliti perdonare l’eventuale discrepanza: Caravaggio assassino, Picasso misogino, innumerevoli poeti e musicisti alcolisti e/o pederasti, che dipingono, scrivono, compongono – e siamo tutti d’accordo – opere memorabili. Verso i pensatori mostriamo meno tolleranza: la scelta nazionalsocialista di Martin Heidegger, per quanto brevissima, ancora influisce sul giudizio della sua opera. Pirandello divenne fascista dopo il delitto Matteotti, ma a nessuno viene in mente di sminuire la portata culturale del suo Teatro; così per Ungaretti, che, per l’edizione del 1923 de Il porto sepolto, chiese e ottenne la prefazione di Mussolini. “Signore del rinascimento” lo chiamò. Di fatto, la luce e il realismo di Caravaggio o la modernità di Rimbaud segnano momenti decisivi nella storia delle loro discipline, al di là della temperanza autoriale. Anche i Beatles non erano stinchi di santi, e così l’evasore e chavista Diego Armando Maradona, che, con i suoi guizzi geniali, ci ha detto che il pallone può essere usato come un pennello o la tastiera di una chitarra. L’artista e l’uomo, insomma, non combaciano; piuttosto interagiscono, probabile incarnazione dell’archetipo del doppio: chi sarebbe mr. Hyde senza il dr. Jekyll? E Baudelaire senza la sua immersione maledetta nel labirinto parigino, fra puttane e liquori?
Quando la politica comincia a fondere i due piani, l’estetico e quello morale, succedono guai; i totalitarismi inventano roghi inaccettabili: quello cattolico medioevale, quello talebano… E non dimentichiamo le dittature del novecento, tutte impegnate a bruciare l’arte degenerata, per una moralizzazione del popolo. Moralizzazione, infatti, non è etica: la prima è un atto verticale, del potere, che piega i costumi individuali e li subordina a se stesso; la seconda è un sistema orizzontale, che  risponde alla comunità di appartenenza. Ogni polis greca, per esempio, ha la propria etica. I buoni cittadini ateniesi sono cattivi cittadini spartani. Nel moderno, le comunità si moltiplicano, appartengono a insiemi e sottoinsiemi più o meno comunicanti. Di conseguenza anche le etiche si moltiplicano e configgono; l’archetipo del doppio, nella modernità, sembra tuttavia essere apprezzato o tollerato da differenti insiemi; tutti a sostenere l’autonomia dell’arte dalla condotta dell’artista o, meglio, l’inevitabilità di una vita corrotta per la riuscita dell’opera. Ma corrotta in che senso? Anzitutto dalla pienezza sociale, perché avvertita come finta pienezza. E dal benessere, perché non coincidente con la felicità. In questo senso, salviamo l’artista perché la sua vita infelice, corrotta da droghe e violenza (data e ricevuta), la leggiamo come risposta della vittima o del ribelle: due modelli del romanticismo, che ancora oggi funzionano perché creazioni dell’individualismo borghese. Passa appunto in secondo piano il fatto che entrambi i lottatori – lo Stato ipocrita e l’artista anticonformista – siano il prodotto del medesimo paradigma: la supremazia dell’uno sul molteplice, dell’identità sulla differenza. Così Caravaggio è un ribelle, prima che un assassino; e Picasso una miniera di idee prima che un maschilista violento. Due individualità straordinarie, il cui mr. Hyde si è mangiato il buon padre di famiglia Jekyll, sputando il corpo dell’opera, al quale noi riconosciamo forza estetica e gnoseologica, ma non forza morale, che appartiene alla legge; dunque al potere (che, se subìto, è cattivo per definizione). Tanto più oggi, che disconosciamo legittimità al contratto sociale, e diamo credito all’arte in quanto luogo della libertà, stato di natura in cui il più forte (che noi identifichiamo con il più bravo) lascia segni più duraturi. L’artista fa appunto questo: incide lo spazio per vincere il tempo, indifferente al bene e al male proprio perché, in natura, la morale non esiste. E l’etica che inevitabilmente s’innervata nell’opera trova adesione da parte della comunità di appartenenza (ossia nel gruppo artistico-letterario di riferimento). Che se coincide con la classe dominante, trasforma il bello in esemplare, in modello pedagogico. Da un paio di secoli, tuttavia, la storia politica, sociale e economica procede in un binario parallelo rispetto alla storia della cultura, edificando civiltà imbrigliate nella legge, estranee o sospettose verso le civiltà del bello. Siamo di fronte, ancora, all’archetipo del doppio, che a sua volta, a ben guardare, fa divergere ciascun nucleo di senso, ciascuna questione, tanto da dover pensare che ogni azione umana (teoretica, pratica e poietica) sia essenzialmente divaricata, vada “sempre in due sensi contemporaneamente” come direbbe Deleuze, così perdendo quell’uno, di matrice platonico-cristiana, che ci obbliga a decidere definitivamente la verità su qualcosa. Per esempio sul rapporto tra arte e artista. Non c’è insomma ragione definitiva che risolva il dubbio su come stiano veramente le cose; è il dubbio stesso, piuttosto, a porre la domanda e a moltiplicarla in ciascun artista e in ciascuna opera; così come è il dubbio, gemellare per natura, che, decidendo, sopprime temporaneamente l’altra sua metà. La quale tuttavia ricresce nella risposta successiva, riproducendosi indefinitivamente. Prendere la parola è appunto questo esercizio spericolato di moltiplicazione del senso, che tiene in circolo tutti i termini del discorso, tutte le biforcazioni praticabili,  così consentendo la pratica della democrazia, che non si fonda sulla decisione definitiva, sulla soluzione della domanda, bensì sulla relatività di ogni cesura, di ciascun punto di vista, sulla consapevolezza che il senso assoluto è l’atto del tiranno ed è ontologicamente falso, eticamente ingiusto, umanamente impraticabile.

martedì 11 febbraio 2014

Sulla volgarità italiana






Che la volgarità sia di casa, in Italia, non ci sono dubbi: trombe di falloppio che siedono in Parlamento grazie, si dice, agli insegnamenti di Boccadirosa, uomini colpevoli d’essere nani, leggi-porcellum, vaffaday a raffica dei nazi-grillini, invasioni di campo dei deputati agli scranni del governo, pene di morte distribuite a iosa nei bar e nei convivi domestici, goliardie televisive. I beneducati si scandalizzano, i maleducati dileggiano questo perbenismo passatista, i disorientati si fanno un’opinione, sperando di entrare presto in campo e menare il nemico di santa ragione.
Per trovare il bandolo della matassa, farei un passo indietro, sino al momento in cui la volgarità era il termine di disprezzo dell’aristocrazia dell’ancien regime verso chi stava fuori dal recinto del potere. Volgare era il popolino che grufolava nella sua puzzolente manovalanza, ignorante e invidioso. Da un lato, c’era la paideia, il Cortegiano di Baldassar Castiglione il Galateo; dall’altra, la natura animale degli esseri umani prima del bagno nel fiume grazia, nel fiume levità.
Volgare, in questa prospettiva, è chi vive nel fango perché non ha ricevuto la benedizione della corte, e quindi si muove e parla con grossolanità, senza la leggerezza propria a chi conosce le buone maniere. “Andar giù pesante” si dice infatti di chi è spudorato: senza pudore, ossia volgare, come lo erano i diseducati al mestiere della politica nell’Italia dell’aristocrazia al potere.
Per un bel pezzo, la borghesia ha cercato nella classe antagonista il modello culturale, imitandola; poi nell’Ottocento, con il romanzo e il teatro realisti, la politica liberale, il romanticismo patriottico, la Bella Epoque ha costruito un sistema di valori autonomo, si è data una cultura: denaro, lavoro, dovere, famiglia, religione, ma anche moda e divertimento. Giovanni Berchet dice con chiarezza chi sta fuori dal gioco: i “parigini”, troppo raffinati per sporcarsi le mani con i sentimenti e gli “ottentoti”, troppo simili alle bestie per cogliere la bellezza in tante virtù. Rimane il “popolo” che “attiene attitudine alle emozioni” e che farà la storia d’Italia, emarginando, più che i salotti blasonati, i popolani, il quarto stato, chi insomma, troppo simile agli ottentotti, non aveva sufficienti requisiti di levità per accedere al bottino. Il Risorgimento l’hanno infatti realizzato, in comunella, l’aristocrazia e la borghesia del nord con i latifondisti del sud, aiutati dalla mafia siciliana, senza la quale Garibaldi e, più tardi, gli anglo-americani, non sarebbero sbarcati senza danno nell’isola.
In quel frangente, la volgarità possedeva ancora un significato sociologico, essendo pratica dei contadini e degli operai e di chiunque altro il quale, non avendo avuto accesso all’istruzione e, soprattutto, mancando di capitali, era escluso dal voto. Ma attenzione: il suffragio universale maschile promosso da Giovanni Giolitti nel 1912, non ha aperto la Camera (il Senato era di nomina regia e vitalizia) alla volgarità, nella misura in cui l’eletto ottentotto adeguava la propria radice diseducata alle buone pratiche parlamentari bene incarnate dai vecchi deputati ottocenteschi. Per imitazione, insomma, si toglieva gli scarponi e si soffiava il naso con il fazzoletto bianco. Nondimeno, dal suo maestro imparava la corruzione e il populismo dei primi partiti di massa.
Una svolta, per rompere l’argine che separa la selva volgare e impolitica dalla civis che-sa-come-ci-si-comporta, la diede il partito fascista, quello del “chissenefrega”, che lanciò il cross ai celoduristi padani, tracciando una parabola in cui, da allora, la palla volgarità sconquassa l’Italia, fuori e dentro le istituzioni, sdoganando i muscoli, sino ad allora prerogativa dell’esercito e dello sport, e la parola plebea, finalmente un vanto per il suo tubero verace. Un virus, questo, ancora poco evidente nella Prima Repubblica pre-sesantottina, governata dai figli della buona borghesia istruita, appassionata di Verdi e di Bassani o della campagna del sud, ancora legata ai fasti borbonici.
Nondimeno, con la retorica del fascismo e l’iniziativa popolar-resistenziale alla fondazione della Prima Repubblica, cultura dominante lo siamo diventati tutti, chi da dentro il Palazzo e chi da fuori, con l’inevitabile travaso del letame colorito e concreto, della parola-cosa, nel giardino retorico e vagamente parvenu del re. Che piano piano si è adeguato ai nuovi parametri, dando ragione allo spirito dei tempi in nome della convenienza elettorale e di prebende qui e là distribuite.
Dalla Seconda Repubblica, l’onnipervasività del costume della borghesia italiana, che ha le sue armi nella furbizia di Chichibio, nel pregiudizio sessista, nel disprezzo verso la parola, in nome dei fatti che parlano da soli, è diventata dominante. Ed ha avuto la forza del Lete dantesco, facendo dimenticare la differenza fra etica laica e diritto del più forte, tra riconoscimento delle differenze e volgarità dell’io monolite e intransigente. Oramai soltanto piccole enclave, alcune delle quali tristemente nostalgiche, avvertono lo scarto fra virtù di cittadinanza e arte predatoria, e denunciano la barbarie di chi non le sa più distinguere. Il risultato è lampante: per la maggior parte degli italiani, al pari degli uomini dello Stato, ciò che conta è il potere tout court, il controllo sui beni e sulle persone. L’obiettivo di chi non ha potere è scalzare chi lo detiene, e chi lo detiene rivaluta Machiavelli, che insegna loro come non perderlo. A rimetterci sono sempre gli stessi: le donne, i bambini e gli animali. Sotto questo profilo, non esiste nemmeno più la volgarità, in quanto essa è il costume dell’intero, non più della una parte esclusa dal gioco, come nell’età premoderna. La volgarità è l’etos ordinario degli italiani, elettori figliati dal populismo, distratti padri di famiglia, turisti alpitour, lettori globalizzati, emancipati rispetto alla sessualità e alla tecnologia, ma ignoranti nelle scienze umanistiche: in una parola, degli italiani conformisti, come ci raccontò Giorgio Gaber alla vigilia della Terza Repubblica del quaquaraquà.


giovedì 9 gennaio 2014

Sulla "crisi dell'editoria italiana"






Da qualche tempo, da molto tempo, scrivo in prosa. Due romanzi inediti finalisti al “Premio Calvino” e uno segnalato nel 2013. Pubblicazioni? Zero. Diamo per possibile che ai premi concorrano autori inediti e perciò non necessariamente bravi. Diamo per probabile che io non abbia talento oppure che i poeti, posto che io lo sia, in genere non riescano a scrivere per tutti e nemmeno sappiano organizzare la complessità della scrittura narrativa.  Di questa mia privatissima condizione non voglio tuttavia parlare. Mi limiterò invece a presentare il contesto in cui essa si muove e ad esprimere alcune considerazioni in margine.

Parto dall’innegabile crisi dell’editoria italiana, evidente anche all’ultima “Fiera nazionale della piccola e media editoria”; Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’AIE (associazione italiana editori), segnala un calo delle vendite medie, nel periodo 2000/2013, pari al -35,7%. Federico Di Vita (autore di Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria italiana, Effequ edizioni), nel sito “L’inkiesta.it”, conferma i dati: “A fine ottobre si registrava un calo di fatturato annuo del 6,5% – parliamo di circa 65 milioni di euro in meno rispetto al 2012 – flessione che giunge fino al –13,8% nei confronti del 2011)” E ci fornisce il numero di copie vendute in media per ciascun titolo: “Nel 2011 erano 89 (e anche allora erano poche: parliamo di media e nella media c'è anche Gramellini – per intenderci), già nel 2012 scendevano a 82 per arrivare alle appena 76 registrate nel primo quadrimestre del 2013.” A questa caporetto, fanno pendant le cause legali aperte dagli autori per il mancato pagamento delle royalty e degli eventuali anticipi.

A vivere relativamente meglio sono i grandi editori. In un’intervista uscita l’altro giorno su “gliamantideilibri .it” tre editor, pur ammettendo il calo complessivo delle vendite, si dichiarano soddisfatti dei profitti ottenuti. Gianluca Foglia (Feltrinelli) ricorda le 500 mila copie di  Roberto Saviano con ZeroZeroZero e le 200 mila de Gli sdraiati di Michele Serra. “Buoni anche Massimo Recalcati, Chiara Gamberale e la coppia Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.” Si noti tuttavia che questi sono quasi tutti libri non-fiction. Dal canto suo Elisabetta Migliavada (Garzanti), ribadisce che la narrativa non va affatto male:  Clara Sànchez con Entra nella mia vita  e  Il profumo delle foglie di limone è in classifica da tre anni e vanno bene anche  Andrea Vitali con  Un bel sogno d’amore e  Di Ilde ce n’è una sola. A stare in classifica (e in testa alle vendite Garzanti) sono inoltre  Sara Rattaro con Non volare via e Vanessa Roggeri con Il cuore selvatico del ginepro. Addirittura Michele Rossi, editor della Rizzoli, dichiara che “quest’anno è stato piuttosto straordinario perché siamo riusciti a guadagnare molto rispetto alla quota di mercato dell’anno scorso. Noi abbiamo avuto Gianrico Carofiglio, Walter Siti con il premio Strega, Silvia Avallone, Dacia Maraini. La sorpresa è stata la trilogia di Irene Cao.”  

Accidenti, mi viene da dire, ma allora la narrativa italiana non è morta! E, a quanto pare, non bisogna per forza scrivere come Volo o Faletti per vendere. Tra l’altro, Rossi dice una cosa che merita attenzione ossia che nemmeno il romanzo storico è morto, tanto è vero che Dacia Maraini ha scritto un libro su Chiara D’Assisi, “ (che per altro sta andando molto bene) in cui lei, laica, femminista, atea, si confronta con una figura storica. Usciranno poi Giancarlo De Cataldo, che parlerà di Pertini da giovane con Il combattente,[…]  Avremo anche un’esordiente: Sara Loffredi con il romanzo La felicità sta in un altro posto. È un romanzo storico tutto femminile, […] ambientato tra il terremoto a Reggio-Calabria nel 1908 e la Napoli dei bassifondi.”
Se questi sono i dati contestuali, rispetto al mestiere della scrittura occorre aggiungere che una certa omologazione degli stili è comunque in atto da molto tempo in Italia: un’Horcynus Orca (Stefano d’Arrigo) o Il sorriso dell’ignoto marinaio (Vincenzo Consolo) – siamo negli anni Settanta – oggi non si scrivono perché nessuno li pubblicherebbe (scrittura troppo difficile) e perché, anche chi volesse tentare, ha tempi di consegna troppo stretti, inconciliabili con la progettualità del capolavoro. Meglio allora una scrittura piana, con poche subordinate, un lessico non superiore alle 7000 parole, sentimenti e identità ben riconoscibili e sulla soglia dello stereotipo, storie forti in cui l’immedesimazione con l’eroe o l’antieroe sia garantita. Sotto questo profilo, la responsabilità dell’omologazione è dei grandi editori, che, in tempi di crisi, non vogliono rischiare, preferendo il noir, il poliziesco, il sentimental, l’autobiografia del personaggio noto (purché scritti in un italiano sorprendente ma non spiazzante, vivace ma non libero di crescere a dismisura; per tornare a quanto appena accennato: potrebbe mai uscire, oggi, un romanzo come Vita e opinioni di Tristan Sendy, gentiluomo, di L. Sterne? Oppure, per restare in Italia, il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore?). I piccoli editori seguono a ruota, patendo la concorrenza delle majors e, per supplire la mancanza di capitale e di idee, obbligando gli autori a comprare numerose copie.

Suggerimento: i principali editori (quei cinque o sei che monopolizzano il mercato) potrebbero finanziare i piccoli affinché questi ultimi scoprano nuovi talenti da immettere successivamente sul grande circuito. Anziché rubarsi la stessa fetta di mercato, i piccoli editori assaggiano i gusti e lanciano proposte, anche sperimentali; i grandi editori, poi, le sostengono, dando visibilità maggiore e possibilità ai nuovi autori di formarsi con la calma necessaria, senza bruciarsi nell’opera prima. Su quest’ultimo aspetto concorda anche Michele Rossi nell’intervista già citata: ““A mio avviso la risposta allo stato attuale del mercato sta […] nel non sovraccaricare autori esordienti di responsabilità che non hanno, come invece abbiamo fatto negli ultimi anni, distruggendo un bioma delicatissimo, perché se si promuove ogni titolo lanciandolo come un successo annunciato, quando poi non succede, si finisce con il bruciare degli autori, tagliando una foresta primaria che non ricrescerà più. “  Ripeto: questa foresta nasce in genere sul terreno fertile ma incerto dell’editoria minore, che non ha sufficiente capitale e cultura manageriale per promuovere i libri che stampa.

Esiste infine una responsabilità delle agenzie letterarie, che spesso mancano di incisività e progetto, limitandosi a prendere atto delle condizioni critiche del malato e a proporre le medicine che troveranno uno stomaco già preparato a riceverle. Credo che un agente dovrebbe avere una propria idea sulla letteratura, dovrebbe credere in essa e promuoverla. Se la pentola non ha lo standard di qualità che ti sei prefissato, dico io, non metterla in catalogo. Se ti interessa, difendi la tua scelta con i clienti, convincili a investire. Per fare questo, fuori di metafora, bisogna conoscere benissimo i propri autori. Bisogna averli letti e aver discusso con loro le singole pagine. Bisogna essere convinti che quel romanzo che hai messo in catalogo non è soltanto conforme ai gusti del mercato, ma è, prima di tutto, un romanzo su cui tu scommetti come intellettuale prima che come imprenditore.
Trovare responsabilità degli autori è certo possibile, ma mi sembra evidente che essi siano la parte più debole del processo, un processo produttivo-distributivo che oramai non ha più nulla di artistico, se non per accidente, anche a causa della managerialità dei direttori di collana, ragionieri prima che intellettuali, lontani anni luce da un Vittorini o un Calvino, tanto per citare uomini e soprattutto un’epoca in cui la scrittura aveva il compito di riorganizzare la cultura nuova, antifascista e progressista. Forse oggi, sotto questo profilo, le cose sono molto cambiate? Ricordo quando scrisse Pasolini in Scritti corsari: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. […] Il Centro ha assimilato a sé l’intero paese” ha imposto cioè i modelli ”voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo.” Anche l’editoria adotta questa logica, devastante perché annulla la specificità di ciascuna area socio-economica e nega il pensiero antagonista, identificando il bello con il consumabile, e il valore estetico con la valore commerciale. La deriva si argina non scaricando sul mercato la mancanza di idee e di coraggio, ma rifondando la funzione intellettuale della cultura come lo fu l’Einaudi dei “Gettoni” e la Feltrinelli degli anni Sessanta.