martedì 22 aprile 2008

l'animale, la poesia


L'ottava è forse l'elegia più nota di Rilke. Ci dice che l'animale non teme la morte perché non esperiesce il tempo della finitezza. Invece gli umani sono incatenati a questo "non" di ogni cosa che è. Questo è il nostro destino: posare gli occhi sull'aperto inautentico, quello piagato dal nostro sentirci mortali. L'animale abita invece sul palmo dell'aperto, pur patendo anch'esso il tempo della memoria, l'esilio dall'origine. Beato chi vive nel grembo per sempre, "poiché grembo è tutto" ci spiega l'autore praghese. Noi viviamo sulla soglia, ma la paura ci costringe ad ordinare ciò che beatamente sta fuori, ad arginare la vastità dell'aperto, sino alla nostra morte. Siamo viandanti senza nido, "in continuo prendere congedo". Il messaggio rilkiano, che è la sostanza della grande poesia novecentesca, non ha paesaggio. La metafora fondamentale è l'incrinatura, il pipistrello che "incrina" la "porcellana della sera". Di tutte le sere.

Diversamente, Sull'ottava elegia di Rilke, poesia di Annamaria Ferramosca (in Curve di livello, Marsilio 2006) il paesaggio - quello mediterraneo in particolare, con la sua radice classica, omerica - diventa centrale. Lo spostamento è significativo: Ferramosca non canta l'animale, occhio della natura, bensì la natura vista dall'occhio di un umano che ha capito la lezione di Rilke, creando in tal modo un testo di secondo grado, una glossa che, per quanto verosimile e convincente, vivrà all'ombra dell'originale.

La scrittura dei contemporanei è terribilmente postuma: vive degli echi di una letteratura decadente nata sulle macerie dell'occidente. I nostri maestri hanno già detto tutto riguardo alla perdita, alla caduta, all'esilio prodotti dalla modernità. E noi, avendo letto tutti i libri, ci sentiamo al sicuro perché sappiamo che cosa scrivere e facciamo con stile. Il libro della Ferramosca mi pare sia consapevole di tutto questo e lotti per staccarsene, per uscire da una tradizione già consumata, già cantata. La sfida, non solo sua, consiste appunto nel dare forma al sentire contemporaneo, nel darla con la stessa forza di Leopardi, Rilke, Celan. Solo così scriviamo poesia, altrimenti non solo recitiamo una parte, ma oscuriamo la verità, diamo voce all'inautentico. Curve di livello mi pare stia sulla soglia di queste due dimensioni, e non è poco direi.


L'ottava elegia (R.M.Rilke)
(Dedicata a Rudolf Kassner)

Con tutti gli occhi vede la creatura
l'aperto. Gli occhi nostri soltanto
son come rivoltati e tesi intorno a lei,
trappole per il libero suo uscire.
Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
animale lo sappiamo; perché già tenero
il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
ciò che ha forma, e non l'aperto, che
nel volto animale è si profondo. Libero da morte.
Questa noi soli la vediamo; il libero animale
ha sempre dietro sé il suo tramonto
e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
nell'eterno; come le fonti vanno.
Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
lo spazio puro innanzi, nel quale in infinito
si dischiudono i fiori. E sempre mondo
e mai non-luogo senza non: il puro,
incustodito, che si respira,
si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
in questo si perde uno in segreto e
viene scosso. O un altro lo è morendo.
Poiché vicino a morte più non si vede morte,
si guarda {isso fuori, forse con sguardo grande d'animale.
Gli amanti, se non ci fosse l'altro che
la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore...
Quasi per una svista, per loro dietro l'altro
l'aperto si dischiude... Di là da lui però
nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.
Alla creazione rivolti sempre, vediamo
in essa solo rispecchiato l'aperto,
oscurato da noi. O che un animale, muto,
alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
Questo è destino: esser di fronte
e poi null'altro e di fronte sempre.

Se consapevolezza al modo nostro fosse
nel sicuro animale che ci viene incontro
in altra direzione -, via ci trarrebbe,
avvinti dal suo andare. Ma infinito gli è
l'essere suo, non còlto e privo della vista
sul suo stato, puro, come il suo guardar fuori.
E dove noi vediamo l'avvenire, là vede il tutto
e sé nel tutto, risanato per sempre.

Pure nell'animale caldo e vigile
è peso e cura di malinconia grande.
Che sempre anche su di lui grava
ciò che noi spesso soverchia, - la memoria,
come se una volta quello a cui si tende
ci fosse già stato più vicino, più fedele,
e il suo accostarsi infinitamente tenero. Tutto qui è distanza
e là era respiro. Dopo la patria prima
è la seconda ibrida e ventosa.
O beatitudine della minuscola creatura
che nel grembo che la portò sempre rimane;
o la felicità del moscerino che saltella dentro ancora
anche quando ha nozze; poiché grembo è tutto.
E vedi la mezza sicurezza dell'uccello che sa,
per origine sua, quasi entrambe le cose,
quasi fosse un'anima d'etrusco,
di un morto che uno spazio accolse,
ma con la quieta figura per coperchio.
E quando è costernato chi è costretto a volare
e proviene da un grembo. Quasi di sé
atterrito, guizza per l'aria come un'incrinatura
che traversa una tazza. Cosi la scia del pipistrello
la porcellana della sera incrina.

E noi: sempre, ovunque spettatori,
rivolti a tutto questo e fuori mai!
In noi trabocca. Lo ordiniamo. Si disgrega.
Torniamo ad ordinarlo e siamo noi dissolti.

Chi ci ha dunque voltati che,
in qualsivoglia cosa intenti, disposti siamo
come uno che parte ? Come quello, sull'ultima
collina che gli mostra per una volta ancora
tutta la sua valle, s'arresta, si volge indietro, indugia -,
cosi viviamo, in un continuo prendere congedo.

(trad. it. A. Lavagetto)



Sull' ottava elegia di Rilke

La casa ha finestre sul mare
per ricordare l'origine
il vortice la calma le vele millenarie
ritorni che volgono in commiati
odissee per altri oceani

Il giardino ha pini d'aleppo e olivi
per ospitare chi non sa della morte:
insetti e uccelli, volpi notturne
a volte - immobili ­
guardano anch'esse il mare
come per un abbaglio misterioso
- gli animali mai fissano
la morte negli occhi ­
noi l'abbiamo a fianco e miopi
vediamo il cielo accendersi di fuochi
e i luoghi dove
lei ciecamente piove

La rosa veloce sfoglia
in silenzio le spine si preparano a penetrarci le carni
il mare a sommergere il disordine
gli abbracci misti a spari nonostante
l'angoscia suonata a stormo
dalle cicale sui rami

Dai pini volano
rondini al sud, imperturbate



Annamaria Ferramosca vive a Roma, dove, accanto all’attività letteraria, esercita la professione di nutrizionista comportamentale. E' socia del Pen Club Italiano. Collabora con associazioni culturali romane per la diffusione della poesia e con l’Avsi-Adozioni internazionali. Ha pubblicato in poesia Il versante vero (1999, con introduzione di Plinio Perilli, premio opera prima “Contini-Bonacossi 2000”), Porte di terra dormo (2001, plaquette), Porte / Doors (2002, in versione bilingue, con prefazione di Paolo Ruffilli, versione inglese di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, premio “Forum 2003”), Paso doble (2006, coautrice Anamaría Crowe Serrano, tr. di Riccardo Duranti), Curve di livello (2006, premio "Città di Castrovillari-Pollino 2006", "Violetta di Soragna 2006", "Astrolabio"). Suoi testi ed interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi su numerose riviste italiane ed estere.

7 commenti:

  1. A me piace sottolineare, per il poco che conosco della poesia di Rilke, un concetto chiave già a suo tempo ben analizzato da Brodskij lavorando al saggio su "Orfeo. Euridice. Ermes": parlo dell'attenzione del poeta per il "volgersi" e il "rivolgersi" dello sguardo. Ha a che vedere con il fare poesia, certo, con il verso stesso; ma soprattutto -credo- è il modo in cui l'alterità notifica la nostra presenza nel momento stesso in cui ci coinvolge nel visibile. Guardare Euridice nel regno dei morti svela l'essenza della morte stessa come sottrazione, infrazione del rapporto speculare fra due soggetti/oggetti che esistono nel momento stesso in cui si riconoscono; Euridice è uno sguardo morto perché non può riconoscere Orfeo nel luogo stesso, gli inferi, dove lo sguardo è abolito poiché il destino del soggetto è compiuto, il suo pro-getto esaurito ("E quando il dio bruscamente
    fermatala, con voce di dolore
    esclamò: Si è voltato -, lei non capì e in un soffio chiese: Chi?" vv. 84-86).
    Serve l'esperienza della morte, della fine dell'altro per capire che uno sguardo vuoto è spaesante, in quanto richiama la nostra morte, il mis-conoscimento: ai morti infatti si chiudono a forza le palpebre. Lo sguardo che impara a riconoscere le forme, impara a ritagliarsi un posto per differenziazione, a farsi identità a partire dal non identico: l'uomo sa che se sparisse questa relazione sparirebbe egli stesso, come sparirebbe nell'infinito, nell'"apertura" di cui parla Rilke, dove nulla può essere distinto e men che meno avere una prospettiva.
    E' una condizione privativa, ma necessaria per pensarci.
    Ciao
    Simone

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  2. Il trascinamento della parola postuma nell'attuale è forse l'unico modo per cercare di comprendere che non tutto è stato detto . Riattualizzare per riconfermare che non siamo affatto al sicuro e in questo Annamaria, concordo, riesce benissimo.
    un caro saluto

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  3. poesia di interessante contenuto
    come sottolineato da te e dai commenti precedenti.

    il suono dei versi ...il ritmo mi lascia un pochino perplesso. lo trovo superato e forse per questo non riesce a catturare fino in fondo il fruitore

    tonino vaan

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  4. Caro Simone, molto apprezzato questo tuo intervento. Sul voltarsi di Orfeo ci sono tante letture, anche quella che la riporta alla sua indecisione nel volerla salva: come dire: si gira apposta per recidere la sua dipendenza dal femminile.

    Quando dice Brudskij ha,come conseguenza, la condizione di esilio, di distacco dal tutto. pensare è già sempre un interrogare le ragioni del distacco dall'origine. E questo interrogare è, ancora prima, un rispondere alla chiamata di quella mancanza. Si tratta di una risposta eroica, nel senso che non piange la condizione dell'orfano, ma rivendica la libertà dal principio.

    il mio post, tuttavia, non voleva mettere in luce rilke (cosa comunque salutare), bensì dare l'idea di quanto sia difficile scrivere una poesia.
    Mi pare che la Ferramosca ci riesca anche se la forza della sua poesia deve ancora molto ai maestri. Li si sente agire nel verso e ciò non giova a quest'ultimo. Questo lo dico dopo aver letto l'intero suo libro, cosa che invito tutti a fare.

    Saluto Alessandro e Tonino.

    gugl

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  5. Caro Stefano,

    ti ringrazio molto della riflessione su Rilke e sul mio testo.
    Come hai ben analizzato, succede a noi che scriviamo di aver assimilato-e io
    sono orgogliosa di marcarne l'ombra - il pensiero e la poesia novecentesca,
    avendo elaborato l'esperienza dei grandi Rilke, Celan, Leopardi, ma anche
    Lorca e Borges. Grazie per aver focalizzato il mio essere sulla soglia (il
    mio precedente libro non a caso ha titolo Porte/Doors) tra queste grandi
    luci e la volontà di dar forma al sentire contemporaneo. Ma proprio di
    soglie è lastricato il cammino della parola, di ogni parola che nella
    specifica personalità non perde la voce del passato, anzi la rammemora senza
    farsene epigona. E questo è il pregio di ogni nuova parola: riconoscere in
    nuovo linguaggio sempre l'essenza dell'uomo e il suo senso da un'epoca
    all'altra, in un sentire che, se autenticamente raccolto, è sempre,
    fatalmente, universale. In contenuto e messaggio.
    Ma di sicuro converrai che non basta una poesia per poter parlare di come un
    autore sia sulla soglia...
    Un caro saluto e auguri per la tua scrittura
    Annamaria Ferramosca

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  6. ho letto al contrario:
    prima l'elegia Fieramosca poi quella Rilke, mi è successo che quest'ultima mi suonasse davvero come una derivata amplificazione (un composto di varianti e interpolazioni, pur dotato di una sua autonomia espressiva) dell'altra, facendomi completamente dimenticare che il suo titolo iniziasse con "sull'"

    Rilke deriva da Ferramosca? un'eresia cronistorica?

    è che se un testo, o addirittura un inter-testo, regge gli anarchici andirivieni dello sguardo del lettore senza perderne di qualità, probabilmente REGGE.

    la "deriva"...

    non sento come parafrasi e basta questo exemplum della raccolta di Annamaria, né come innesto, glossa, o citazione, ma come gesto scritturale autonomo (e in quanto tale sufficiente, saziante il mio percepire incorniciato nel puntiforme apparire del text privo di sfrangiature - leggerò sicuramente altro, ma credo che il giudizio su questo SINGLE non sia per tale ordine di esperienza intaccabile - per anni da ragazzo ho vissuto avendo ascoltato solo una canzone dei Beatles e, credetemi, non ho mai sentito ciò come una menomazione, né per me né per loro, nemmeno quando anni dopo mi sono dedicato ad ascoltare tutte le altre)

    ci tengo a riconoscere questo merito all'autrice, pur essendo
    del partito di chi sostiene la posibilità di recidere il cordone ombielicale che lega agli antenati, contro l'evidenza fenomenologica dell'inevitabile gemmazione di una scrittura da quelle che l'hanno preceduta nel tempo - e lo sostengo a costo di annegare nel fossato che vado scavandomi - anche questo fossato, in fondo, è un omaggio alle arti degli ultimi secoli

    Mario Bertasa

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  7. infatti, ho postato questo testo perché non ha bisogno di stampelle.
    diciamo che l'ho usato per parlare d'altro, con tutto il rispetto che la poesia di Ferramosca merita.

    gugl

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