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lunedì 30 luglio 2007

Fatos Arapi


Fatos Arapi, nato nel 1930 a Zvernec, Valona, è autore di versi filosofici, liriche d’amore ed elegie di morte. Studiò economia a Sofia (Bulgaria) dal 1949 al 1954 e lavorò poi a Tirana come giornalista e lettore moderno di Letteratura Albanese. Nelle sue prime due raccolte “Passi poetici”, Tirana 1962, e “Poemi e poesie” Tirana 1966, fece uso del verso moderno e mise le basi della poesia contemporanea albanese. È autore di più di 25 libri e la sua produzione letteraria comincia già durante la dittatura comunista albanese.



Mai sognata mia


Mi serve metà d’un sogno,
mai-sognata mia.

Appoggio la testa sul tuo seno
ed or ora scontro la tua nuca.

Mi serve metà d’un sogno.

Le lancette dell’orologio alla mano
spingono oltre i passanti,
negli erti giorni di Tiranna.
Anime non anime che vanno…
Vicino a me qualcuno parla da solo,
senza capire credo al suo dire.

Qualcuno, d’un aspra delusione,
abbottona nuove croci.
Gli lancio mezzo soldo
e compro la mia croce.

Ora per alzarla
Mi serve metà d’un sogno,
mai-sognata mia.



Non riescono a chiudersi

Non ho più forza neanche a rattristarmi
siamo navi senz’ancora
in mezzo ai venti aspri che si scontrano.
I pesci chiacchieroni assordano il cielo.
Datemi voi uno strappo d’ironia,
ché non riesco a trovarla in me,
un pezzetto d’ironia
quanto metà d’ala d’uccello, -
per scaldarmi dalle giallicce piogge
delle preghiere degli apostoli privi di senno.
Tutti hanno colpa e nessuno:
abbiamo voluto crearci nel nostro nulla.
Ora tutte le finestre dell’anima
sono aperte, spalancate e marce
dalle piogge di lacrime, -
e non riescono più a chiudersi.

Può entrare chiunque voglia.



Perché non t’ho amato un po’ di più


L’ho amata oltre la morte,
così ho amato io
e comunque non riesco a parlare a me stesso:
perché non l’ho amata di più…

Un po’ di più dove si spezza l’anima,
parlo all’abbandono: - aspetta, un poco.
Per illudere la nostalgia che non si spegne,
illudere il ricordo un po’.

Oltre la morte, oltre i mondi,
là dove inizia qualcos’altro –
a colei che se ne sta tra gli dei:

“perché non t’ho amato un po’ di più…”



Gloria Victis

Perché siamo noi i grandi perdenti.
L’arte magnifica della perdita
l’abbiamo fatta diventare fortuna.
Perché noi, solo noi, sappiamo sbagliare.
Noi sbagliamo in amicizia, e perdiamo.
Noi sbagliamo in amore, e perdiamo.
Noi sbagliamo nelle nostre speranze, e perdiamo.
I dadi bianchi del nostro fato
li lanciamo per primi – e continuiamo
a lanciarli anche dopo aver passato il Rubicone.
Tutti hanno colpa e nessuno.
Gli altri solo vincono,
noi siamo un popolo perdente,

delle grandi perdite. Il nostro cuore
è una mela d’oro di dolore.
Non vogliamo conoscere il potere nero dell’invidia,
e sbagliamo, non conosciamo
la brama scorpione del potere, e sbagliamo.
Perché noi, noi soltanto! Sappiamo sbagliare.
I nostri piedi scalzi sono quelle foglie gialle d’autunno
che cadono e camminano per strada; la nostra anima
è di qualcosa d’umida tristezza,
tutti possono ucciderla.
Gli altri no, sono vincitori per sempre,
loro non perdono mai, perché
mai sbagliano.

Invece noi sbagliamo – come sappiamo solo noi!
L’arte magnifica della perdita
l’abbiamo fatta diventare fortuna.
E abbiamo spezzato le ali all’elogio della vittoria.
Noi conosciamo solo l’elogio del popolo
delle grandi perdite. Perché noi
soltanto noi
siamo veri.



La patria

La patria è dolore, è dolore.
Un aprile afflitto all’anima.
La patria è la croce, è la croce.
La tieni – e lei tiene te – nell’anima.

La patria è la terra promessa.
Tu ci cammini come un dio e non l’hai sotto i piedi.
La patria non ha parole, ha occhi rattristati.
Muore l’amore in quell’amore che ti fa impazzire.

La patria è il pane affamato,
ti sfugge dalle mani e non riesci a sfamarlo;
sogno ed ansia e speranza tormentata
che con gli occhi nel buio, cerca se stessa.

La patria è una tomba aperta, è una tomba.
Una vita verso di lui va, giuro che convince.
In una lacrima annega la lacrima sciagurata.
In una lacrima partorisce la libertà.

La tua patria piccola, piccola,
quella divino immortale – la lacrima.



Nella tomba della libertà

Soffia vento con pioggia, sorella mia.
Si sono spente le candele delle tombe vicino.
Vento con pioggia…
La tua candela accesa
proteggo con i miei pugni;
ci incontriamo solo in questo giorno:
siamo diventate lacrime di candele, sorella mia,
tremiamo come questa fiammella schiva…
tu mi parli; sotto c’è gente.
C’è un vecchio qui vicino.
Cerca un coltello per sbucciare una mela.
La cerca, non la trova, questo poeta, amico mio
Ha scordato di scrivere intero il suo verso
“un caffè senza di te a Tirana”.
Ad una sposa è caduto l’anello;
lo cerca col timore da sposa giovane:
vi è buio lì sotto…
l’inferno conosce solo la lingua della luce.
Con la tua candela tra le mani
passo tomba su tomba e accendo
le candele spente:
un po’ di luce dall’anima.
Un bambino lì vicino
cerca i giocattoli persi,
sorella mia.



Coprifuoco

I passi della ronda picchiano nel corpo metallico della notte.
Fino a terra curvano e si sbattono le case per terra.
I pensieri si coltivano nelle teste della gente
e si frantumano poi in bisbigli dalle labbra pendenti
intorno al focolare.
Quest’ora viene carica di fiamme e ferro.
Come un gendarme aspro, si ferma di fronte alle porte di casa.
Solo chiede: “perché aperte”
ed in risposta muove la testa, l’elmetto,
ed in minaccia metallica pattuglia il buio.
Le porte rimangono aperte:
può entrarvi la libertà illegale dell’Albania.





Scrive Anila Resuli: "I versi di Fatos Arapi si tormentano da soli. Il richiamo sempre alla patria, alla libertà, all’essere uomini che si portano delle croci sempre addosso, è una costanza nella sua poesia. Le poesie qui proposte racchiudono quello che per il poeta ha forma marcia, ha dolore incastonato nella vita degli uomini: quel che il dolore procura all’anima e quello che l’anima attende da esso. Una costante nella poesia albanese è la ricerca della libertà, l’angoscia nel cercarla, nel sognarla: così è anche per questo poeta che in molte delle sue poesie si racconta; racconta l’amore per la sua patria, per l’amata, per i suoi famigliari che, ad ogni sua poesia, sembrano incontrarsi soltanto nel dolore. Una poesia pessimista forse, oppure solo uno squarcio di vita umana piena di errori e sbagli".

domenica 3 giugno 2007

Luljeta Lleshanaku


Scrive Anila Resuli: «La poesia di Luljeta Lleshanaku è un nido di ricordi d’infanzia: il dispiacere dell’assenza e il ricamo dei dettagli nella sua poesia si intrecciano in modo fitto. Leggendo i versi sembra che la poetessa disegni l’uomo, lei stessa, come un’ospite della vita che spesso accetta quello che “deve” essere: vi è una resa nei suoi versi, una resa dovuta. Intorno a questa resa nulla si costruisce se non una solitudine che diviene sempre maggiore con gli anni. Il centro della riflessione rimane sempre la famiglia e i momenti famigliari con riferimenti semplici come “le campane della domenica”, “il cuscinetto di aghi”, “ il pane” e altri piccoli dettagli che la rendono parte viva quanto assente. Forti le immagini: “fermagli mi tolgono attentamente dalla testa”, per esempio, sembra incarnare il gesto di “sottomissione” che più volte sembra emergere nei suoi versi. O forse si tratta di un semplice gesto di cortesia?»



Sono andati gli uccelli

Sono andati gli uccelli
sono andati e tormentati hanno lasciato qui i nidi
l’inverno come coppe li ha riempiti di pioggia
riempiti e poi bevuti
bevuti e poi ubriacati
di solitudine.



Le campane della domenica

La mia anima
s’infrange come il pendolo
nelle pareti metalliche della campana.

Sentite
è la campana della domenica
è la campana della grande messa della domenica
quando la gente ascolta predicare su una vita
senza peccato
e ricorda di portare fiori al cimitero.



Con te

Mi siederò all’angolo dell’orlo
come su uno scoglio, vicino alle acque
sicura che mi rapirà il vortice delle parole.

Mi siederò all’angolo dell’occhio
come un giglio piantato nell’acqua vicino alla riva
con petali piccoli per non guardare più in là.

Ché io in fondo, cosa sono?
Un’onda ghiacciata nell’aria
strappata dal mare del tuo seno.
Allunghi le braccia per raggiungermi, ma non riesci.



Flashback

È agosto. 1972. C’è afa.
Verdeggia solo il collo degli uomini
che caricano i mobili su un camion.
“ Attenti, non calpestate i fiori!” – consiglia mia madre
per i fiori che seccheranno in tre giorni.
La casa si svuota come un raggio
e il dispiacere dei vicini
si fonde come un cubetto di ghiaccio
in ogni parte del corpo da vestire.
Andremo altrove
dove la gratitudine ghiaccerà sui volti
con l’avvento del risveglio abbottonato ad un bastone
come una liquirizia.
Ho solo tre anni. Non so cosa siano le promesse.
E ancora non mi hanno raccontato
che l’infanzia senza promesse è come un pane senza lievito
miseramente dolce, duro e senza buchi.
Invece mio padre non si vede proprio.
Mio padre ancora non è nato.
Lui nascerà in un altro capitolo,
molto tempo dopo
quando io sentirò il bisogno di proteggere qualcuno,
raccogliendo con difficoltà poca ombra tra le mie gambe
come il gambo di un microfono.



Flashback II

Domenica. Dalla pianta delle scarpe
in corridoio
si scioglie la neve e l’amnesia delle brevi strade.
La lampada 150W in mezzo alla stanza,
come una gialla fetta di formaggio, con un alone di tristezza.
Mia madre sferruzza, contando a bassa voce,
lei sa quanto serve sempre, e quando c’è da cambiare la fila
attaccata come un pezzo di stucco nell’angolo della finestra
che diviene sempre più chiara.
È un piccolo cuscinetto per aghi
che conosce alla perfezione l’arte della sottomissione.
Tenta di insegnarlo pure a me,
anche mia sorella.
Tre bambole matriosche, in fila per grandezza
quell’ultima-io
non scomponibile.


Flashback III

Cuore di novembre. Il vento soffia come a muovere le epoche,
la neve e il volto di mia madre
attendono
di verificare la proprio filosofia
della verità.
Le luci, come una fila di formiche t’accompagnano
nella stanza del pane. Io sono la sposa.
La fine della cerimonia. E mentre mi preparo per la notte
ventuno fermagli mi tolgono attentamente dalla testa.
Quanto i miei anni.
Non conosco pressoché nulla della vita.
So solo che alle curve più brutte
l’esperienza vale meno di due luci accese sul seno.
Tento di nascondere la mia felicità sotto il biancore
come un’arancia sbucciata attentamente.
Sono uscita astutamente dalla mia profezia genetica
come da una grotta scavata dalla solitudine
tenuta forte allo stomaco.
Se provo a muovere un po’ la tenda
con le due dita tinte sulla punta,
due ombre vanno in armonia sul nero asfalto
il musicista e il violoncello, dopo il concerto
l’uomo e l’anti-profezia.



Il mistero dei fiori

Nella mia famiglia
i fiori fiorivano di nascosto
con voce bassa, con il naso arrossato sotto le coperte,
quasi bisbigliavano,
con un bisbiglio all’inizio e alla fine
snello, e pulito come una garza.
Intorno alla casa,
c’erano solo un paio di scale da salire
quelle di legno, appoggiate tutto l’anno al muro,
per il riparo delle tegole d’agosto prima delle piogge.
Al posto degli angeli
salivano e scendevano uomini
che soffrivano al nervo sciatico.
Pregavano guardando faccia a faccia Lui,
come in un colloquio tra dei
chiedendo un altro rinvio.
“Dio, dammi forza…!” e nulla più,
perché erano i discendenti di Isacco,
beati, con l’unica cosa che è rimasta di Giacobbe,
la beatitudine della spada.
Nella mia casa
pregare era da deboli,
da non parlarne mai,
come fare l’amore
e ugualmente
come fare l’amore
il corpo passava un’orrenda notte.


Luljeta Lleshanaku è nata il 2 aprile 1968 ad Elbasan, in Albania. E’ autrice di diversi volumi di poesia. Laureata all’Università di Tirana, inizia a lavorare per la rivista settimanale Zëri i rinisë - La voce della gioventù. Più tardi lavora al giornale Drita – La luce. Nel 1996 vince il premio per il miglior libro pubblicato per la Casa Editrice Eurilindja. Tra le sue opere di poesia si elencano:
“Gli occhi dei sonnambuli” 1994
“Le campane della domenica” 1995
“Mezzocubismo” 1997
“Antipastorale” 1999
“Il midollo verde” 2000
“Fresco” (USA 2002)

mercoledì 9 maggio 2007

Anila Hanxhari


Anila Hanxhari l'ho scoperta nella Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004); di lei, i curatori (Cucchi e Riccardi) rilevano il procedere per «vortici» ed «accumuli». E questo, in effetti, si percepisce, leggendo le poesie in antologia. Differenti i testi che Anila Resuli oggi ci propone, più introspettivi e pacati, quasi intimisti.
Di lei, la Resuli scrive: «La sua poesia è un raccontarsi, un continuo cercare la leggerezza attraverso il ricordo di ciò che è stato; è una poesia che a volte sembra pianto e volte una forte affermazione dell’io nel passato e nel presente. Il tempo nella sua poesia è un insieme di attimi e la poetessa, la donna, è “sostanza di ruggine smarrita su luoghi”: in questo spazio lei si sente vera, si sente sua. Si nota tra i versi il suo essere di questa terra ma anche di un’altra. Ritorna quindi il senso delle sue origini come nel richiamo alla madre, nel bordo della nave che sbarca e appunto nell’acqua. L’acqua quindi è vista un po’ come il passaggio tra bene e male, come una forma di accettazione e alienazione stessa dell’io. La forma presentata nella sua poesia è dipinta da un insieme di metafore che si susseguono in immagini sottili e fresche. Anche quando si racconta il dolore, rimane un senso di ottimismo nelle parole; non sembra tutto vertere alla fine, ma ogni cosa sembra vista come un mezzo per arrivare all’oltre».



Come si può dire l’acqua a parole?

Non vedo più l’umile traccia
che fa il resto del cerchio
in questa vita
di ciò che non riesce e si perde
e torna al bene o al male
tracciando in terra
il passo che non ho potuto calcare
senza credere più nella favola
le mie rotaie sanno d’acqua
e la mia sostanza di ruggine smarrita su luoghi
dove io sono proprio io
come si può scegliere la spalla su cui piangere?
lasciata alla mia acqua senza controllare
le infangate briciole che vengono a galla
in questo sottile trapassare d’un ramo
con l’ebbrezza della luce che mi ferisce
d’una fresca rugiada all’abbandono
e il candido palpitante germoglio si chiude
come una palpebra dolce
io che mulinello come l’acqua assorbita a piacere
ho mille rumori di pietra
che mi porto dietro
come scatole legate ai piedi
poiché l’agonia è accorgersi di tutto
e fare finta di niente.


Parole strappate

Crescerò e rimarrò ancora bambina
invano i miei occhi diverranno metallici
io sto con te poesia
un foulard bianco al collo nasconde il livido
di una lacrima che non va giù
sto con te a guardare negli occhi
tremando mano nella mano
chi sa quante volte avrò fatto il nodo
di non oltrepassarti strappando il foglio
quella baracca della mia parola
separé di smarriti gabbiani
tra un destino andato in fumo
e uno strappo di luna che morde il pensiero
è la mia mano delusa
che non finisce mai di tremare
metto al cuore una chiave d’argento
per non vedere la mia voglia di solitudine
come un tronco ancora umido
seduto di fronte alla fiamma inesplorata
ad aspettare il mio turno.



“Tua assenza ferita mai così presente” (M.L.)

Ci siamo persi di vista da un pezzo mamma
come cercarsi nella mollica del pane
avere e finire in un millimetro di pace
in questa attesa che ci rende uguali
come una chewing-gum passata di gusto da un pezzo
com’è difficile percorrere il tempo
spaccato in due da una lametta
perdere il filo intrecciandomi in un cortile
costruire una bambola di carta
o forse prendere un treno alla vecchia maniera
senza dirlo mamma
mettere di nascosto il rossetto sulle labbra
arrotolare alla vita quella gonna fino al ginocchio
non parlare di ragazzi sulle scale
immaginare come sarebbe stato un bacio
facendo i conti con gli specchi
tenendo un diario sui miei peccati giornalieri
quelli non fatti
scrivendo sulla mano prima di interrogarmi
una preghiera per poi parlare di Dio senza voce
in questa lunga attesa come una carta strappata
senza mai scrivere nemmeno una parola
le distanze si allungano per telefono
e nel dire: - Auguri hai avuto un bambino?
la vita passa in veloci fotogrammi
ed io rimasta sul bordo di una nave a salutarti
senza rompere le acque
partorendo il silenzio in una sola alba
ti ho perso di vista
mi manchi mamma
per quanto abbiamo taciuto e mancato ad entrambe
quasi a puntare la luna sugli scogli
per toccare le punte delle nostre mani
in questo volo di vita strappata alla vita
farò spaccare il mare sulle tue ginocchia
attraverserò la notte in un lampo
per starti vicina sul serio.



Il tuo corpo non è nodo d’acqua

Ombroso traguardo di nude ferite
che inciampano nei solchi
di lunghe spiovute
trascorrono invano le luci colombe
su un sentiero di pelle mosso dal petto
per un fiero raggio che mastica l’erba
come un disco gira
il mio immutato dolore
per poca musica che nessuno vuole
e mille foglie farò di cruda terra
in una galante spiga d’alba
il tuo corpo non è nodo d’acqua.



Assopita erba dell’est

Conosco i giusti come avanzi di colpe
sfogliati ferita per ferita
tra semicerchi di anni murati
dove un vecchio rosario rode il mento
e i sogni sono attenti sogni
non soffro i patriottismi antichi
né i fragili resti d’un tempo bandiera
io sono l’umile gioia
di tutte le terre con le stagioni compiute
come acquerello su stoffa
senza fingere e svuotando la faccia
né scorrendo di memoria in memoria
scrutando inedite sfide ribelli
per una luce scommessa
conoscendo il peso di una giusta parola
come possibile foglia secca
in cicche di cuori diseredati
e schiacciati sulla “vie en rose” di oggi
non ho presente visioni che cambiano il mio posto
io capace di morire in una radice frustata
dalla sega del tramonto
vedere partire i miei vuoti cicatrizzati di verde
nella piccola fiammiferaia ricurva sulla strada
farmi fiato e colore per riviverla
assopita erba dell’est.



L’ultimo sogno


Come si consuma l’ultimo fiammifero
in quel poco di luce da te a me spartito
vederti ancora una volta nella notte del tuo cortile
oggi che le stelle sono spente nelle braccia bagnate
sentissi come piove sotto l’albero
piove anche dopo la pioggia
scenderà il tuo cuore farfalla di sole.


Le poesie sono tratte da Assopita erba dell’est, Noubs Edizioni.



Anila Hanxhari è nata a Durazzo ( Albania ) nel 1973 ma vive in Italia dal 1993. Laureata in Lettere all’Università di Chieti, ha pubblicato le raccolte Io, tu e l’anima (Ianieri, Altino 1997) e, appunto, Assopita erba dell’est (Noubs, Chieti), vincendo la Proposta del Premio Camaiore 2002 e il premio Matacotta per l’opera prima nel 2003.

mercoledì 4 aprile 2007

Gëzim Hajdari


Terzo incontro con la poesia albanese (a Cura di Anila Resuli)


Gëzim Hajdari è nato nel 1957 a Lushnje (Albania), si è laureato in Lettere Albanesi a Elbasan e in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma. Nel 1990, dopo ben cinque anni di censura, pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo Antologia della pioggia, edita dalla casa editrice N. Frasheri, con sede a Tirana. Anche il suo secondo libro Il diario del bosco subisce la stessa sorte da parte dei “censori”, ma questa volta non verrà mai pubblicato. Nel 1991 fonda con altri intellettuali il giornale “Il momento della parola” di cui diventa vice direttore. Nello stesso tempo collabora al giornale nazionale “Republika” e insegna letteratura nel liceo scientifico della sua città. Nel 1992 è costretto a lasciare il proprio paese. Da quell’anno vive come esule in Italia, nella città di Frosinone. Attualmente è considerato tra i migliori poeti viventi. Ha vinto diversi premi di poesia, tra cui il prestigioso “Premio Montale” per la poesia inedita. Le sue poesie sono tradotte in greco e in inglese. Hajdari scrive sia in albanese che in italiano, rinnovando un’antica tradizione di poeti (da Seneca fino a Keats, Nabokov, Yeats, Celan) che hanno scritto nella lingua del paese ospitante. Temi ricorrenti nella sua poetica sono la solitudine (condizione esistenziale quasi catartica), il viaggio (come esule, ma anche come essere umano) ed elementi naturali come la pietra, la terra, il cielo.
Tra le opere, oltre quella citata, ricordiamo: Muzungu. Diario in nero, Poema dell'esilio-Poema e mërgimit, Spine nere, Stigmate - Vrage

Da Stigmate/Vragë

*
Quanto siamo poveri

io in Italia vivo alla giornata

tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero

la nostra colpa: amiamo la terra

la nostra condanna: vivere soli divisi dall'acqua buia


ritornerò in autunno come Costantino

mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l'origano

da portare nella mia stanza ancora sgombra

ora vivo al posto di me stesso

lontano da un paese che divora i propri figli


*

Ho girato su e giù per le strade di Roma

per vendere il mio Corpo Presente

è l'ultimo giorno dell'anno santo

come posso giungere a festeggiare con te dopo otto inverni

in Occidente

il viaggio costa venti volte il prezzo del mio libro di poesie

e nei tuoi occhi la mia assenza diventa più profonda

sulle tue labbra secche il mio nome è pronunciato più spesso

alti sono i muri d'acqua che ci dividono

e sotto le loro ombre cresce spaventata la nostra vita


*

I tuoi poeti cantano ai tiranni
perché i tiranni li affascinano
non sono uomini liberi i tuoi poeti
i tuoi poeti non vogliono morire da poeti
con umiltà di cane accanto ai propri tiranni
cercano di dividere il grande Vuoto con confini
e brindare sotto le ombre delle bandiere
i tuoi poeti non hanno sete d’amore
ma d’acquavite
chiusi nei piccoli cieli
lasciano che si laceri la Parola



*

Fiume tu devi raccontare che sono stato anch’io come
il grano del campo la rosa canina del bosco oscuro
ho vissuto come te sempre con addosso la roba umida
affamato di esistenza incantato dal girasole
in un secolo in cui la gente
camminava guardando per terra
ho trascorso da solo sere di pioggia tagliente
dietro vetri bagnati
con il pensiero di creare con il coltello di ieri
un’altra patria di pietra
nel mio corpo tremante dell’est



*

E’ scritto che non avrò mai un punto fermo
né una porta da varcare sera e mattina
né una soglia dove poggiarmi con la mia follia
quanto ho sognato che qualcuno mi svegliasse di buon’ora
mi accompagnasse con lo sguardo alla partenza
e mi aspettasse con impazienza al rientro dall’immenso
mai un dolce sussurro all’orecchio
da piccolo mio padre mi mordeva la testa
quando perdevo una pecora al pascolo
dormivo nel pagliaio la notte
chi veglierà su di me un giorno in mezzo
alla stanza sgombra
chi mi butterà un pugno di terra fresca
chi scriverà sulla mia pietra grezza due parole semplici
chi dirà per me una preghiera dopo l’addio
con me sempre in sibilo del vento dei viaggi
e l’insicurezza dell’indomani
perché sono nato? perché sono vissuto? perché ho cantato?
i miei laggiù se ne fregano dei miei libri
da me aspettano solo belle macchine e milioni!
brutta sorte la mia, terribile la pena:
fuori da te e dalla tua lingua



La poesia di Gëzim Hajdari nasce come poesia dell’esilio: tutta la condizione umana ruota intorno alle radici in un miscuglio forte di metafore e simboli. Non vi è felicità o consolazione in questa condizione, ma rabbia fitta e densa che parte già dalla terra natale con la persecuzione del poeta stesso come Intellettuale nella propria terra, e Intellettuale in esilio, come portare della cruda verità sulla “condizione” dei poeti/intellettuali in patria. La poesia quindi denuncia un’insoddisfazione, un peso gravoso che accompagna il poeta durante ogni pensiero della giornata, sulla vita, sulle cose e sulle persone che frequenta ogni giorno. I volti quindi diventano delle richieste di risposte, delle domande continue su quello che l’esilio lo portò a lasciare. Anche l’amata è vista come il confine tra patria ed esilio: la sorte è una pena, un’attesa continua di qualcosa che mai verrà restituito. Come poeta si sente di denunciare il vero, come uomo si lascia sgretolare i nervi, i sentimenti e il cuore in un abisso di “non-speranza”. Nemmeno l’amore quindi può consolare. Persino la morte sembra un ulteriore esilio dove nessuno sarà presente, dove la propria gente nemmeno riconoscerà il poeta, l’uomo stesso. Naturale quindi il porsi la domanda “perché sono nato?”: il negare l’esistenza stessa è quindi meglio che vivere senza esistere nel cuore di chi l’ha visto crescere, la propria terra.

lunedì 5 marzo 2007

Mimoza Ahmeti


Proseguiamo con la presentazione della poesia albanese. questa volta Anila Resuli ci aiuta a leggere Mimoza Ahmeti. Nata a Kruje, nel 1963, è tra i poeti contemporanei più promettenti e tra le più conosciute poetesse albanesi. Il suo libro più popolare e acclamato dai critici è la raccolta di 53 poesie Delirium, pubblicata nel 1994. Tra i libri più recenti vi è Pjalmimi i luleve (L’impollinazione dei fiori). I suoi libri sono stati tradotti in italiano, francese e inglese. Oltre alla produzione poetica, ha scritto racconti e articoli, ed è stata cantante in diversi festival della musica Albanese. Fu candidata al partito democratico di Tirana nel 2001.








E’ strano essere donna

Adesso mi viene da piangere. Mi sembra come
se scariche di stelle mi si siano accumulate sugli occhi.
Non riesco a sopportare,
mentre i ganci dei nervi si tirano spavaldi
contro l'un l'altro.
Un canguro col figlio in tasca
sembra la mia immagine da lontano
qui sulla riva.
Mi viene da piangere. Sono gravida.
Sicuramente i molluschi morbidi ora
muovono i gusci duri dentro l'acqua
e le candele rosse
chissà che viaggio inimmaginabile
hanno preso.
E' strano essere donna...
Avete visto la natura quando atterrisce, soffia
e sgretola!
Quando non le obbedisci spezza le macerie
della negazione...
Poi, quando poi, leggera e spaventata,
con gli occhi grandi pieni di ombre
aspetta un continuo, una nascita
sulla riva del mare dove le viene da piangere, da piangere
per quello che è; è gravida.
In quelle ore del giorno quando i molluschi morbidi
muovono i gusci duri dentro l'acqua
e le candele rosse
chissà che viaggio inimmaginabile hanno preso...



La morte

Oh quiete eterna di ogni dove,
ti ho lasciato lottando
per tornarti ancora.
Esclusa io, difficile sembra il ritorno...
Ero una bimba allora,
adesso sono un uomo.



Il mio tutto

Come azzurro calmo per te mi cadono i capelli
e la bocca non è se non uno specchio rotto
dal dolore uscito dalla carne a strappi
da quello che non ti ho mai toccato per non lasciarti.
Ah fitta erba verde del tuo petto
ah legno aspro colmo dell'aroma dei tuoi piedi,
ah braccio che solo il braccio e solo il braccio lasci
ah tu, collo morbido e forte insieme
ah tu tutto, il mio tutto,
tutto della mia notte, del mio giorno,
tu, tutto
ah globo scuro, globo cieco, globo fatale
del tuo pudore morsicato.
Tutte le cose tu, tutto in te.
Solo tu:
resta, guardami,
non morirmi tra le mani.
Una terra una volta trovata
mai non è stata più dimenticata.


Il mio nemico

Nemico mio,
spesso mi hai offesa nella maniera più debole,
spesso ti ho offeso nella maniera più meschina,
nemico mio.
E cosa sarebbe stata la mia vita senza te
e la tua senza di me?
Nessuno non può saperlo.
(Quando i limiti terminano,
l'esserci svanisce.)
Nemico. Nemico mio.
Per te sono caduta nell'ombra e nell’usura
di ciò che cercavo,
per te è rinsavito il mio essere, si è svegliato,
s'è promesso,
e ansimò
quando il delitto ha stretto gli animi.
Ah, in te stesso tu sei l'amore
e il mio odio,
nemico mio.
Appunto coloro
che abbiamo sottovalutato
mentre si proseguiva nella strada,
che mai abbiamo saputo,
mai abbiamo calcolato,
LE FOLLE,
che inerti abbiamo versato
che respirano
ignave,
lasciano orme
sulla tua anima,
sulla mia anima.


Mimoza Ahmeti più che poetare urla, strazia e sgola le viscere in versi continui di tragicità dove le ombre sono distanti quanto il passo stesso del poeta. Non vi è riguardo per null’altro se non per la propria condizione di attesa di una fine. Nella sua poesia immagine forte è la donna, un corpo fertile che invece di gioire per la vita, ne soffre. L’inganno per una donna è forse dare la vita? Essere gravidi per lei diventa un pianto interminabile che rinnega il suo stato. E’ l’amore che la anima però, questo amore-tutto, questo amore-odio frantumato nei giorni, tra gli occhi delle folle che osservano, che scrutano, che inseguono e lasciano dolore perchè l’occhio indiscreto può solo logorare e dividere. L’amato quindi disperde e restituisce le forze con le sue attese e le sue presenze.
Un elemento importante è anche il ritorno alla terra che “una volta trovata mai non è stata più dimenticata”: il poeta appartiene alla sua terra come la terra appartiene a lei nel ricordo, nel passato e nel presente, come un timbro che più non si può togliere e dal quale non si può più svincolare. (Anila Resuli)

venerdì 2 febbraio 2007

Ervin Hatibi


Comincia con questo post l'incontro con la poesia albanese, curato da Anila Resuli. Sarà un appuntamento mensile, che ci permetterà di conoscere meglio una realtà linguistica e culturale di confine. Buona lettura e un grazie sincero ad Anila, giovane poetessa e traduttrice.






La poesia di Ervin Hatibi si presenta da una parte come un canto contro le rivolte, la degenerazione del popolo in una guerra civile, contro l’orrore di tale guerra e la sua sofferenza; dall’altra è un ricordo, un insieme di emozioni, asciutte e vere in ogni loro parte, dove le distanze si allungano e le attese sono infinite. Non vi è spazio per stare fermi nella sua poesia: è tutto un continuo di immagini spesso dilanianti; il poeta stesso, che si sente oppresso dal mondo, dai confini di esso e nella memoria, tenta di rovesciare questa sofferenza e staccarsene. Ma nella sua poesia non vi sono vie di fuga: il terrore sgola fino alla fine e il desiderio di evadere, di staccarsi da tale condizione rimane. Il poeta è sempre lo stesso, senza vie di fuga: “rimango un nudo povero, svestito, e il fuoco non può scaldarmi”. Il confine sembra essere l’amore, gli occhi dell’amata “dentro giardini senza il confine dei tuoi occhi” ma anche lei fugge, abbandona. Vi è un legame forte poesia-poeta: il poeta appartiene alla sua poesia come la poesia al poeta. La poesia diventa quindi un modo per raccontarsi, chiamarsi all’interno del mondo che tanto soffre e rende sofferenti.



Notti di febbraio

Spari
la notte si buca e sgocciola
la città si riempie di acqua scura;
spari, spari
cade il sonno sopra le madri
scorre tra le vie del latte del seno
il valium
la paura cittadina, una messa in pianto sotto le banche di legno;
spari, spari
improntano tra le palpebre le scarpe grevi
con i piedi piccoli dei soldati all’interno.


Avvicinati

Voglio dimenticare oggi le parole,
lascia che parlino da soli gli sguardi,
lascia che parli la mano che trema,
qui sulla la mia chitarra.

Perché quando diviene buio cade la notte
una luce s'accende dentro di me
la gente spegne i volti
null'altro sento tranne te.

Tra le settimane fluisce la tristezza
ho ripreso di nuovo a fumare
non sei diversa dalle altre
solo io sono cambiato.

Tiro la tua immagine
e solo nel sonno
siamo insieme, ma all'alba
rimango solo.

Ti guardo distintamente quando sei lontana,
avvicinati che io ti ami:
e se questo è un gioco
non amo giocare.

Qualcosa di buono l'ho saputo:
le ragazze muoiono come i fiori;
un petalo che mi ha portato l'autunno
e sopra i miei capelli arriva a sedersi.

Ti guardo distintamente quando sei lontana...



La poesia della perdita

Tu mai non capisci cosa perdi;
giochi come un gatto sullo spazio
più verde dei tuoi occhi
e io offeso, umiliato
ti seguo dietro la mia ombra.
E' tardi, quanto tardi dal distacco
io sopra l'uva rompo rami;
come un idiota soffio alla cenere.
Accenditi fuoco
e getta lì fiori, fazzoletti, versi
gli stracci e tutto quello che ho
e rimango un nudo povero, svestito
e il fuoco non può scaldarmi.
Tu mai non capisci cosa perdi;
giochi come una foglia dentro giardini
senza il confine dei tuoi occhi
ma io voglio amarti
ad ogni costo.



Ervin Hatibi è considerato tra i migliori i poeti contemporanei albanesi del postcomunismo. Nato a Tirana nel 1974, studiò francese all’Università delle Lingue Straniere a Tirana. Pubblicò la sua prima raccolta durante la dittatura comunista, ma fu solo dopo che divenne più popolare soprattutto tra gli studenti universitari. Tra le sue raccolte edite vi sono Përditë shoh qiellin (Guardo il cielo ogni giorno), Tirana 1989; Poezi (Poesie), Tirana 1995; Pasqyra e lëndës (Lo specchio della materia), Tirana 2004; e tra i saggi più noti Republick of Albania Tirana 2005. Egli è anche un pittore e i suoi lavori sono esibiti sia in Albania che all’estero. Ismail Kadare, poeta e scrittore albanese nominato al Nobel, lo definisce come il futuro della poesia moderna albanese.