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mercoledì 21 dicembre 2016

Marco Bellini su "La figlia dell'insonnia" di A. Pizarnik



Con l’antologia La figlia dell’insonnia e grazie all’ottima traduzione di Claudio Cinti, anche in Italia è stato possibile incontrare e attraversare il percorso poetico di Alejandra Pizarnik, interessante poetessa Argentina scomparsa nel 1972 all’età di 36 anni. Apprezzabile l’iniziativa, assunta da Crocetti, di rieditare nel 2015 il volume antologico pubblicato nel 2004, rendendolo così nuovamente disponibile. È indubbio che avvicinarsi alla scrittura della Pizarnik implichi dei rischi; può accadere di essere trasportati in un labirinto dove l’oscurità, il silenzio e il disvelamento di una solitudine quasi preziosa (al punto da essere nutrita?) innescano nel lettore un processo che, sfiorando l’angoscia, porta alla percezione della morte quale elemento coessenziale dell’esistere: “La morte sempre al fianco. / Ascolto il suo dire. / Odo me sola.”. Assistiamo a una sorta di osmosi continua tra la vita e la morte, a un sistema di rimandi sostenuti dall’uso ossessivo di alcune parole quali notte, silenzio, memoria, specchio e numerose altre che, in questo modo, acquisiscono una forza iconica dirompente. Una penetrante sensibilità utilizzata come un sonar, rileva vibrazioni, eco e riverberi nascosti tra le cose, rispetto alle quali, però, l’autrice appare sempre isolata: “E ancora mi azzardo ad amare / il suono della luce in un’ora morta / il colore del tempo in un muro abbandonato. // Nel mio sguardo ho perduto tutto.” Rifugio necessario, e al pari della morte, fulcro centrale nell’opera di Alejandra, è la memoria; scrigno dove alberga l’infanzia, avvertita come luogo dell’appartenenza, verso cui la scrittrice rivolge uno sguardo nel contempo irrequieto e affettuoso, forse, alla ricerca di un equilibrio che appare irraggiungibile: “E la sete, la mia memoria è la sete, io sotto, sul fondo, nel pozzo, io bevevo, ricordo.” Si avverte un dibattersi racchiuso tra ombre e ricordi; un tentativo di ordinare le connessioni all’interno di un sé complesso e ramificato dove trovano ancora vita il passato e il presente, la bambina e diverse figure di donna (si vedano, tra le altre, l’addormentata e la piccola viaggiatrice) al cui servizio vengono forniti specchi e maschere  utilizzati come un prisma in grado di mostrare la frammentazione di una natura dalle coordinate irregolari. La maschera è una presenza costante; oggetto che, da una parte consente il nascondimento e dall’altra propone una diversità desiderata. Ancora, durante gli ultimi anni, scriverà: “Avrò tempo per farmi una maschera quando emergerò dall’ombra?”. Una sensazione di claustrofobia costituisce il precipitato ultimo. Dobbiamo prepararci ed essere consapevoli che, lo smarrimento di cui queste pagine sono imbevute, grazie alla potenza rivelatrice dei versi, potrebbe affiorare in noi ogni volta che ci troveremo di fronte a uno specchio o nel silenzio di una stanza dove l’oscurità prevalga sulla luce: “Paura di essere due / sulla via dello specchio: / qualcuno che dorme in me / mi mangia e mi beve.” All’interno dell’antologia, che arriva a toccare praticamente tutto l’arco della produzione poetica della Pizarnik (viene esclusa un’opera giovanile che la stessa autrice ha rinnegato), incontriamo un linguaggio capace di notevoli variazioni; si passa dai frammenti, veri e propri lacerti lirici con i quali la poetessa sembra procedere per impulsi (tratto evidente nell’unico libro riportato integralmente: “Albero di Diana”), a pagine di prosa poetica dove il respiro della scrittura si fa più disteso. Consapevole dell’importanza della poesia, intesa come strumento di interazione con il fuori da sé e di scandaglio della propria complessità, Alejandra ne avverte, però, tutta l’inafferrabilità, al punto da scrivere in una lirica realizzata tra il 1970 e il 1972: “- Ti abbiamo dato tutto il necessario perché comprendessi / e hai preferito l’attesa, / come se tutto ti annunciasse la poesia / (quella che non scriverai mai perché è un giardino inaccessibile / - sono solo venuta a vedere il giardino -).


lunedì 31 ottobre 2011

Alejandra Pizarnik


Ho scoperto Alejandra Pizarnik solo di recente, nel web. E' il miracolo della rete, da cui si pescano, talvolta, tesori straordinari. Mi ha talmente colpito che alcuni suoi versi aprono il mio ultimo libro, C'è bufera dentro la madre (L'arcolaio, 2010). Alejandra fu donna inquieta, morta a 36 anni per overdose di psicofarmaco, la cui poetica, in questi tempi di sovraesposizione dell'io, va sottoscritta integralmente. Si leggano, a tal proposito, queste righe, scritte poco più che ventenne, riguardo alla propria poetica: «Una scrittura densa fino all'intollerabile, fino all'asfissia, ma fatta con nient'altro che con "vincoli sottili" che permettano la coesistenza innocente, su uno stesso piano, del soggetto e dell'oggetto, cosi come la sovrapposizione delle frontiere abituali che separano io, tu, egli, noi, voi, essi. [...] Intensa necessità di verità poetica. Essa esige di liberare la forza visionaria e di mantenere, simultaneamente, una compostezza straordinaria nella conduzione di tale forza (e nella strutturazione di quelle immagini). Ignoro se parlo della perfezione poetica, della libertà, dell'amore o della morte». Detto altrimenti, mutuando Nietzsche: apollineo e dionisiaco accadono nell'opera, facendo vorticare ripugnanza e salvezza, desiderio e purificazione, in un processo espropriante, che lascia la parola all'essere, laddove questi non sia già dato, bensì si mostri nella sua perpetua maschera metamorfica.

Scrivere è insomma un esercizio liberante e vincolante al tempo stesso, e ciò richiede disponibilità all'ascolto delle forze più nascoste che ci governano, il coraggio di sapersi divisi, la grazia di non inorridire di fronte a questa verità, l'educazione alla parola e alla regola; chiede, insomma, di vivere la poesia – come scrive la Pizarnik altrove – non come mestiere, ma come destino.




da Alejandra Pizarnik, La figlia dell'insonnia, Crocetti 2004




Tiempo


Yo no sé de la infancia
mas que un miedo luminoso
y una mano que me arrastra
a mi otra orilla.

Mi infancia y su perfume
a pàjaro acariciado.

a Olga Orozco




Árbol de Diana



14.


El poema que no digo,
el que no merexco.
Miedo de ser dos
camino del espejo:
alguien en mi dormido
me come y me bebe.




Anillos de cenizas


Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pàjaro desolado en la lluvia.

Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y bay, cuando viene el dia,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que no canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.

a Cristina Campo



Cantora nocturna

La que murió de su vestido azul està cantando. Canta imbuida de muerte al sol de su ebriedad. Adentro de su canción hay un vestido azul, bay un caballo bianco, bay un corazón verde tatuado con los ecos de los latidos de su corazón muerto. Expuesta a todas las perdiciones, ella canta junto a una nña extraviada que es ella: su amuleto de la buena suerte. Y a pesar de la niebla verde en los labios y del frío gris en los ojos, su voz corroe la distancia que se abre entre la sed y la mano que busca el vaso. Ella canta.

a Olga Orozco




Tempo


Io non so dell'infanzia
che un timore luminoso
e una mano che mi trascina
sull'altra mia sponda.

La mia infanzia e il suo profumo
di uccello accarezzato.

a Olga Orozco




Albero di Diana


14.


La poesia che non dico,
quella che non merito.
Paura di essere due
sulla via dello specchio:
qualcuno che dorme in me
mi mangia e mi beve.



Anelli di cenere


Stanno le mie voci al canto
perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati nell'alba,
i camuffati da uccello desolato nella pioggia.

C'è, nell'attesa,
una voce di lillà che si spezza.
E c'è, quando si fa giorno,
una scissione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.

a Cristina Campo



Cantatrice notturna


Quella che morì del suo vestito azzurro sta cantando. Canta imbevuta di morte al sole della sua ebbrezza. Dentro la sua canzone c'è un vestito azzurro, c'è un cavallo bianco, c'è un cuore verde tatuato dagli echi dei battiti del suo cuore morto. Esposta a tutte le perdizioni, canta assieme a una bimba smarrita che è lei: il suo amuleto portafortuna. E malgrado la nebbia verde sulle labbra e il freddo grigio negli occhi, la sua voce corrode la distanza che si apre tra la sete e la mano che cerca il bicchiere. Lei canta.

a Olga Orozco



domenica 11 giugno 2006

Oliveiro Girondo


Oliveiro Girondo è un poeta che ha segnato profondamente la mia formazione, in particolare questa poesia, che s’intitola “L’impasto”


Non solo
il floscio fondo
gli ebbri letti limi tellurici tra fanali seni
e i loro licheni
non solo il soligracido
le prefughe
il dispari sparito
l'approfondimento
il tatto incauto solo
i concordi abissi degli organi sacri dell'orgasmo
il gusto del rischio in germoglio
del rito nero all'alba col suo sgranchiarsi pieno di passeri
e neppure la brama
i sospiretti solo
né il fortuito diale fato
o gli autosondaggi in pieno plesso tropico
né le exloro in meno né l'indedalo
ma il vivo impasto il totale impasto pieno
il puro impuro impasto che mi riduce le calette la cuorcina
tesa le testarde viti femmine

l'impasto

l'impasto con cui aderì i miei ponti


Gina Maneri, nella sua tesi di laurea, scrive che Oliveiro Girondo (1891-1967) fu, insieme a Jorge Luis Borges, uno dei maggiori esponenti dell’Ultraismo argentino, movimento poetico sviluppatosi in Spagna intorno agli anni ’20, fondato dal poeta e traduttore Rafael Cansino Assens insieme a Guillermo de Torre, a cui aderì subito tutta una generazione di scrittori. I principi fondamentali dell’Ultraismo erano la rifondazione di tutte le avanguardie mondiali, la soppressione della punteggiatura, la rivendicazione del valore visivo – tipografico della poesia, la preferenza per le immagini indirette e duplici, secondo lo stile cubista, e la predilezione per l’umorismo. Questo movimento ebbe stretti rapporti con il Surrealismo”.