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mercoledì 24 dicembre 2008

Zaher Rezai


Zaher Rezai era un bambino-saldatore afgano, fuggito da casa per salvarsi, e morto, invece, il 10 dicembre a Mestre, schiacciato involontariamente dal Tir al quale si era legato nel sottopancia. La storia è stata ripresa da molti giornali e siti web. Il suo bagaglio stava in un sacchetto trasparente, con dentro quattro animali giocattolo (un uccellino, un leone, una giraffa e un'alce), il foglio di espulsione dalla Grecia, una scheda telefonica e un taccuino scritto in persiano antico. Semianalfabeta, Zaher Rezai aveva imparato a memoria, e poi trascritti sul suo taccuino, dei versi antichi, che lo rassicuravano nei momenti di paura. Questi:


Foglio 9

Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano,
sei come un fiore di primavera

Mi faccio per te inebriato e felice
quando vieni a cercarmi

È dolce il tuo affetto
amo parlare con te



Foglio 8

e anche quando mi togli la parola
il tuo pentirti è bello

Tu sei un amico incantevole
sei una seta di passione e bellezza

Ora vediamo fino a quando
t’accorderai col cuore mio


Foglio 11

Questo corpo così assetato e stanco
forse non arriverà fino all’acqua del mare.

Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino,
ma promettimi, Dio,
che non lascerai finisca la primavera.

Oh mio caro, che dolore riserva l’attimo dell’attesa
ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.


Foglio 13

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.

Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi


BUON NATALE

giovedì 22 novembre 2007

Nadia Anjuman


Quando Nadia Anjuman scrisse di sé queste parole: "Nacqui a Harat negli anni più agghiaccianti della rivoluzione; portai a termine i miei studi in anticipo, di due anni, nella scuola superiore "Mahbubeh haravi". Attualmente frequento il secondo anno della facoltà di Letterature e Scienze Umanistiche dell'Università di Harat. Da quando ho memoria di me so di aver amato la poesia. L'amore per la poesia e le catene di sei anni di schiavitù dell'era dei Talebani, che mi avevano legato le gambe, hanno fatto sì che appoggiandomi alla penna e zoppicando, componessi passi ed entrassi nel territorio della poesia. Il sostegno dei miei amici e di coloro che condividevano i miei stessi orizzonti mi hanno permesso di continuare su questo sentiero, ma... ahimè... tuttora, ogniqualvolta compongo un nuovo passo, sento il tremore della mia penna e con essa trema anche la mia anima. Forse perché non mi sento indenne, temo ancora di sdrucciolarmi lungo il percorso; è difficile la strada che ho davanti a me... ed i miei passi non sono ancora, abbastanza, fermi", probabilmente non immaginava che, a fermarla, non sarebbe stato un endecasillabo malfatto, bensì la mano violenta del marito che, circa un anno fa, la picchiò talmente forte da toglierle la vita, accusandola di aver disonorato la famiglia con i suoi versi. Nadia aveva 25 anni.


Chi volesse saperne di più e leggere sue poesie, consiglio l'approfondimento di Georgiamada, che ha raccolto moltissimo materiale. Ne approfitto anche per ringraziare Georgia per il grande lavoro che sta facendo nel suo blog.