martedì 19 dicembre 2006

Camillo Pennati



Tra i poeti più trascurati dalla critica del secondo novecento, Camillo Pennati mi ha entusiasmato sin da subito, da quando comprai, nei primi anni ottanta, Erosagonie (Einaudi 1973). L'influenza della sua poesia sulla mia è talmente radicata (agendo per via incoscia) che, senza rendermene conto, il titolo del mio ultimo libro, ricorda il suo Una distanza inseparabile (Einaudi 1998).
Afferma la quarta di copertina e si legge in rete (talvolta senza evidente consapevolezza) che quest'ultima sia la sua opera migliore. Io rimango fedele alla scrittura nervosa e ricca d'invenzioni di Erosagonie, dal quale vi propongo le seguenti poesie.


Per dire

Questa per dire semiesplosa pubescenza delle gemme
appena in verde tenerissimo di foglie al vertice
d'esili verghe di cespuglio, ancora rada l'erba
sulle zolle, più lenti gli alberi a coprirsene
così quanto a ammainarle e in estuari adesso
il ciclo che s'infiltra come mare d'un colore
rarefatto nubi solcandolo nel loro veleggiare
aperto o un branco di marosi che lo eclissano
in un gravitante libeccio.

Per dire d'un giorno d'aprile già dopo Pasqua,
bruna la terra d'una breve pioggia d'ore fa
filtrata a intenerirla, il lento colore dell'aria
che approssima la sera e adesso sosta raccolta
a questa chiara mancanza d'ombra, lucida
e profilata come incantata in un ricordo
che la isola. E di un gabbiano mentre
più in là la sorvola.


Inverno

Rimbalza un'ora di silenzio un pettirosso
con il suo richiamo, segna una dolce
fitta sul giardino, vive che non si cerca
nel significato in cui si esprime come il mistero
nell'onnipresenza dell'agguato, sopra
lo sghembo ramo adesso di un cespuglio, vicino
e separato entro la sua frazione d'infinito.
11 ciclo annuvolato in una patina di bianco
sporco come la neve dopo nevicato,
il gelido inoltrarsi del tramonto
lungo un imbarcadero che sembra barlumi
sul fondo di un giorno di luce breve
affondante nel buio.
Inverno di tronchi scuriti dall'umido
dell'aria che ne scarnifica i rami il cielo
invadendo deserto, verde di qualche
cespuglio a sembrare rinato ogni mattino
nel colore che affiora il sembiante specchiato.
Inverno rintanato dietro le finestre.
Le ore fuori. Le case vuote di chi
non è malato. Fissare il tuo continuo
lento movimento da vertigini come il sogno
che affiora alla memoria germinando.



Erba

Erba, tenera erba di lame verdi
in resistenza flessibile e certa, di steli
ritti e secchi al raso vento che oscillano
vertici o appena atterrando un insetto
nulla che l'inquieta oltre sé stesso né ombre
né movimento appresso. Erba dall'anima
verde e profonda morta a sembrare all'esterno
così prostrata così un groviglio di paglia
spettinata dall'ultimo vento intorno alla sua
morbidezza se dentro non l'accarezzi
segreta ad ogni aridità ad ogni gelo, non
alla pioggia che l'infradicia al sole che la gonfia.
Giungla all'insetto che la sfiora in transito
né sai se sbaglia quando sale al tuo vertice
si dondola annusa fa perno di qua dal vuoto
quasi precipitando, né come sia
in ritardo alla durata che l'uguaglia
sia in sosta sia accelerando, uguale sempre
al suo compiuto svolgersi. Erba
di fiori soltanto più piccoli. Erba di quando
la sera discende infiltrando e come una garza
turchina distende sul dorso dei prati
a sfumarli, un brivido che la sorprende
a toccarsi l'una sull'altra ondulando
il buio liquefarsi in quel coagulo
che lo districa un'alba.

16 commenti:

  1. "Le case vuote di chi
    non è malato. Fissare il tuo continuo
    lento movimento da vertigini come il sogno
    che affiora alla memoria germinando.
    "

    questi sono, secondo me, i migliori versi delle tre poesie, Stefano, in quanto in essi affiora tangenzialmente un io problematico...che si appoggia sull'ansia, sull'angoscia della dimensione onirica appena accennata, opposta a tanto dettagliatissimo reale impersonale.

    erminia

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  2. credo che sia interessante l'intero procedere sintattico oltre che l'invenzione lessicale.

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  3. Molto efficaci le chiusure, dove la sintassi gioca a rincorrersi. Un po' meno convincenti le aperture nel reiterare qualche anafora con sintassi nominale.

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  4. voc, allora ti è piaciuta la festa? il vino era stupendo.ma dove posso procurarmelo?

    per quanto riguarda Pennati, una vena elegiaco-bucolica che distoglie lo sguardo dall'umano era atipica ai poeti suoi contemporanei. Sembrerebbe una sprezzatura, da quello che posso desumere. Un neo-classico, che pone tra sé e il lettore l'impenetrabilità dei titoli e la distanza dei soggetti...

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  5. mi sembra una buona lettura Erminia. lui ha mantenuto questo rapporto 'intricato' con la natura, anche con la natura del linguaggio.

    Le osservazione di Voc meriterebbero maggiore approfondimento, specie da parte di Voc stesso (sempre se ha tempo)

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  6. lo dici tu stesso, Stefano, che ti ha influenzato e davvero l'influenza si nota

    Mi piacciono tutte. Riservo ad un momento in cui sono meno stanca qualsiasi approfondimento, intanto grazie della bella lettura

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  7. cara Ali, mi fa piacere che tu abbia riscontrato delle affinità. da parte mia, cerco di togliere, in parte, la presenza delle parole, il loro ingombro qunado lo ritengo eccessivo. Pennati invece preferisce ridìre il mondo anche attraverso quest'esubero (che diventa suono e fisicità della pronuncia).

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  8. passo per un saluto veloce :-) antonella

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  9. 22 festa, Voc. remember?

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  10. uau sei di nuovo on line!
    approvami dai che faccio la bimba buona e brava :)))

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  11. Ciao Stefano ed auguri, io sono sempre un po' in ritardo: Pennati è anche sull'ultimo Almanacco dello Specchio, con 6 inediti.

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  12. mi fa piacere che lo sia, caro Vincenzo. Lo merita senz'altro.

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  13. Carissimo Camillo Pennati finalmente trovato volevo dire un bel grazie della dedica trovata in un recente libro trovato alla biblioteca del Istituto Italiano di Cultura Londra Ebbene se mi scrivi spettitt@hotmail.com ti spiego oltre coome sta Annemarie e Sandra G.dov'è? Alessandra Londra!

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  14. Ho trovato tre belle poesie del Babbo scrivimi grazie ed a presto

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  15. LA DISLOCAZIONE ELASTICA DELL'EROS DI PENNATI
    di V.S.Gaudio

    L'erotica pennatiana ha un esercizio retto da una contrazione affettiva:tra l'"entusiasmo", come motivo specifico dell'"amore", e tra l'"esaltazione dell'ebbrezza", come senso dell'"erotica".E' una contrazione che annulla la differeza, tra amore ed erotica, posta da Karl Jaspers, in "L'amore dei sessi": così, ciò che dovrebbe appuntarsi in una sola direzione, ovvero l'amore, ha un che di ebbro che finisce con l'esaltare il Dasein da cui l'Alter giustifica l'economia dei suoi significanti(ed è l'erotica). Il topos, d'altro canto, viene ad investire la stessa angolarità del momento(che si costruisce dal paradigma che lo allunga nel tempo). Il movimento verbale, da cui emerge la "significanza sensoriale" della difesa, risponde da una comprensione funzionale delle ctegorie: il preicato, in effetti, si ingenera dal soggetto che investe la premura degli erlebnisse tra la contiguità e il contemporaneo dell'alter.La distanza, invece, allarga la depressione ell'io per evidenziarne i fantasmi:l'essere, così, costretto dall'angoscia, lasciauno scarto d'uso, una sorta di dislocazione elastica che riferisce della dualità ontica che cresce tra l'entità esistenziale e quella assiologica.
    (da: V.S.Gaudio, L'erotica di Pennati come aprensione della godibilità,"Lunarionuovo", Anno IX, n.44, Catania ottobre 1987.

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