sabato 17 gennaio 2009

Marco Scalabrino



Marco Scalabrino è cultore della lingua siciliana e aperto al canto del mondo, memore che, in quelle terre, principiò l'Europa, crogiolando Grecia, Islam, Normanni, Tedeschi, Francesi, Spagnoli e Piemontesi. Forse per questo, i suoi libri in vernacolo portano incise traduzioni in lingue inaspettate, quasi che la vera preoccupazione del poeta non fosse dialogare con la nuova poesia siciliana, nata nel secondo dopoguerra e della quale egli stesso ha scritto, bensì sperimentare il suono di molte lingue intorno alla medesima sostanza. Oltrettutto, l'autore traduce; da ultimi, il racconto di Nelson Hoffmann, Io vivo di tenerezze (stampato in proprio, 2008) e il volumetto poetico Parto, di Ines Hoffmann (Stamperi editore 2008), entrambi brasiliani. Questa sua entusiastica propensione per le lingue e per la riscrittura degli stessi testi in differenti idiomi rischia, tuttavia, talvolta, di disorientare il lettore, spostandone l'attenzione più sull'eccentricità dell'operazione che sulla qualità dei testi. Questo mi è capitato tentando di leggere Tempu palori aschi e maravigghi (Francesco Federico Ed., 2002), 25 testi con versioni, ma non di ciascuna poesia, in francese, inglese, italiano, latino, spagnolo e tedesco. Non conoscendo il siciliano (ma questa è una mia mancanza), solo alcuni sono riuscito ad apprezzarli, avvertendone un'indole lirica, dove l'interiorità cerca quasi sempre un correlativo oggettivo, e la metafora asciuga ogni memoria barocca, per darsi in un nitore proprio ai paesaggi assolati del sud. Più leggibile il poemetto Canzuna. Di vita, di Morti, D'amuri (Samperi, 2006), interamente tradotto in differenti lingue, fra le quali l'italiano. Qui, tuttavia, a frammenti d'una certa forza, amplificata dall'asprigno effetto fonematico del siciliano (l'incipit, per esempio: "Pietro// se sarai/ maschio// ti chiamerò /figlio"; oppure: "Tu sei armata di frusta/ e di zucchero/ e di buonsenso"); seguono passaggi ordinari, talvolta vagamente sarcastici ("L'umanità/ a quattro ruote// per le strade/ sono il solo /a camminare") o che mimano sentenze classiche ("stai alla larga da me, Morte!/ Non mi vai affatto a genio.") talaltra, e più spesso, carichi di umanità, ma poco incisivi, avendo già trovato espressione, perfetta, nella poesia ermetica o crepuscolare ("sognavo di cambiare il mondo/ d'ammantare di luce l'esistenza/ di solcare con vomeri di ulivo/ la storia tormentata di questa terra" - dove "vomeri di olivo" sono forse l'unico dato originale; oppure: "Oggi// mi sono estranei, cieli/ odori/ quartieri// e sconosciuti, volti/ parole/ fatti" – con una simmetria assai facile, per quanto gradevole). Insomma: leggendo questo poemetto, che s'apre così bene, giacché mette in scena una cultura intera, che sulla pietra/pietro edifica un sistema di potere e di fatica, qualcosa resta non realizzato, incompiuto, come se "vita, morte e amori" fossero promesse di cui vorremmo sapere ulteriormente, in ordine alla terra siciliana e alla terra dell'uomo-Scalabrino. Vale, a parziale attenuante, la natura cantata del testo, l'effetto fonosimbolico delle vocali sicule, governate dalle "u", e il suo essere "Canzuna"?


da Tempu palori aschi e maravigghi

Pietre


Dirupo.
Rovina.

"Senza fine".

**

Mille anni e più
riscaldando
la montagna:

"Oh,
diventare
pane!"

**

"Musica
musica
e profumo
profumo di rosa
e cieli
cieli di luce
e luce
da sempre
e per sempre".


Companatico

Tu un funerale
e io un battesimo

tu lacrime nere
e io confetti

tu a sera
e io

li dividiamo a tavola
quasi fossero companatico.



Traduzione di Maria Pia Virgilio


da Canzuna. Di Vita, di Morti, D'amuri

Pietro

se sarai
maschio

ti chiamerò
figlio.

*

Le parole

sgomitano
strepitano nel palato
incespicano sulla punta della lingua

prorompono

sgradevoli
rumori
appaiati.

*

La prima
botta
di Scirocco,



Marzo
è già estate.

Vita Morte
Bene Male.
Dio Uomo.

E torme di farneticazioni
e nuovi quesiti m'aggrediscono
se timidamente mi provo
a penetrare questi dilemmi.

*

Aprile arcigno dispensa
scudisciate brucianti
di sì e di no.

*

Sulle dita di una mano
faccio il pari e dispari

gratto le facce nere
col bianchetto

e chiunque prevarrà
me ne infischio

e vinco.

*

E parlo.
Senza fili.
E me ne frego.
Sarà perché il consumar saliva
mi fa sentire vivo
e ammasso le bollette nello stipo.




*

Una vita
tutta una vita
una vita intera
sino alla fine
con questa testa.

Oh! Con questa testa.




*

Come ho fatto a ridurmi

un balordo
un minchione
un inetto

un ricettacolo di tosse e catarro

uno
buono solo a fare
stupidaggini?




*

Sognavo di cambiare il mondo
d'ammantare di luce l'esistenza
di solcare con vomeri di ulivo
la storia tormentata di questa terra.

[...]






Marco Scalabrino è nato nel 1952 a Trapani, dove risiede. Funzionario di ente pubblico, studia il dialetto siciliano, la poesia siciliana, la traduzione in Siciliano e in Italiano di autori stranieri contemporanei. Qui un archivio dei suoi materiali.

73 commenti:

  1. Un saluto affettuoso a Marco, il quale oltre ad essere un carissimo amico, è studioso impegnato e poeta raffinato.

    Salvo Zappulla

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  2. "Sognavo di cambiare il mondo/ d'ammantare di luce l'esistenza/ di solcare con vomeri di ulivo/ la storia tormentata di questa terra" -
    ...

    "Oggi// mi sono estranei, cieli/ odori/ quartieri// e sconosciuti, volti/ parole/ fatti"

    Credo di poterli considerare gli estremi del cammino che, pur-troppo, resta "nel mezzo", come qualcuno ha già riconosciuto, capito ampiamente e divulgato tra i suoi posteri.
    Quel credere da ragazzi, e spesso anche da adulti,di poter tracciare le rotte del nostro errare, quel voler segnare le mappe del globo del nostro occhio e persino del nostro sangue, quel credere ad ogni i-dea, rendendola fede, senza poi rimanervi fede-lì. Andare con radici spesse e ricorrenti, tra i solchi del mondo, incunearci negli stipiti della scienza per trovare l'o-l'io, santo, della benedizione del sapere e trovare, poi, dopo tanto movimento, che non si è mosso nulla dentro e fuori da quella porta,che tutto abbiamo costruito, rivoltato e perso, dentro, sotto la terra delle memorie, così profondamente da non poter più distinguere nulla.
    "Oggi// mi sono estranei, cieli/ odori/ quartieri// e sconosciuti, volti/ parole/ fatti".
    Oggi, è tragicamente l'inizio e siamo ancora nello stesso mezzo:il cammino e scopriamo, solo ora forse, che non era l'altro, che non era fuori, che non era il solco di una terra oltre, ma noi, che dovevamo percorrere,solcare con vomere d'ulivo, noi che,ora, siamo malconci e abbiamo, per nostra mano, offeso la voce, quella che ci viveva in /il corpo ed ora è roca, rotta, chiusa in una cripta che si agita come un terremoto. Eppure è da lì che, ancora una volta, si riavvia il movimento, il cammino, nella terra dell'uomo, il pianeta scabro, che ospita le lingue dell'uomo, tutte lingue che vivono d'aria,incespicando,errando e narrando, navigando il cielo che è, come in un remoto passato, vivissimo cosmos.
    Grazie Marco, spero di averti anch'io ospite,fernanda ferraresso

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  3. Marco, i tuoi versi, questa volta così essenziali, ma densi di vita e di pensiero, di radici siciliane e aspirazioni esistenzili, mi affascinano. Apprezzato molto il lessico che risente di mille stratificazioni culturali ma approda come vivificato e (ri)nato alle nostre latitudini temporali...
    un caro saluto
    Gisella

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  4. "Musica
    musica
    e profumo
    profumo di rosa
    e cieli
    cieli di luce
    e luce
    da sempre
    e per sempre".

    Credo che questi versi siano la metafora di tutta la poesia; la scia di ogni percorso poetico; la risposta ad ogni questione estetica...mi viene in mente "rosa fresca aulentissima" di Cielo D'Alcamo, ma anche il cielo dell' "Aquilone" di Giovanni Pascoli... è come se la natura e gli odori e i suoni e il sublime da sempre facessero parte di ogni ricerca artistica, di ogni armonia che il poeta persegue ed insegue strenuamente in riscatto del quotidiano vivere. Restano le ferite, le divisioni, le lacerazioni, le condivisioni di una realtà che, spesso, è pietra.

    Rosaria Di Donato

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  5. Complimenti a Marco Scalabrino, il suo lavoro è continuo e sempre pregevole, sia quando compone in lingua siciliana, sia quando traduce con competenza gli autori stranieri, specialmente i brasiliani. Su questi lavori ho scritto brevemente qualche mia nota sul mio blog del Circolo Letterario Anastasiano.
    E complimenti anche a Stefano Guglielmin per la cura particolare che pone nelle sue osservazioni e nei suoi scritti.

    Giuseppe Vetromile

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  6. Mi sono stupito nel vedere le poesie di Marco Scalabrino qui riportate solo in italiano e non anche nella loro lingua.
    Dico questo perché le prime volte che le ho incontrate in rete, le poesie di Marco Scalabrino mi hanno attirato per l'amore per la poesia e per l'amore per il siciliano, poi si è via via affermata l'attrazione per la "poesia in siciliano", giacché le due cose si sono congiunte, fanno un tutt'uno e si danno forza l'una con l'altra.
    Forse, Stefano, nuoce non poter gustare i testi nella loro lingua, nella quale a me hanno sempre colpito per il suonare insieme antichi e moderni, al di là delle mode e del tempo. Anzi, proprio le parole che ricordavo antiche diventavano dette da lui le due cose insieme.
    Anche le versioni nelle diverse lingue, anziché sembrarmi eccentriche, mi hanno fatto un'impressione strana e suggestiva, mi hanno fatto pensare che tutte quelle lingue sembravano la stessa lingua, pur nella loro diversità, e questa mi è sembrata una testimonianza importante per la nostra umanità.

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  7. Ho la fortuna di avere i libri succitati in casa, so da vicino come Marco scrive in 'lingua' siciliana.

    Io ..radici sicule, non posso non amare questa lingua che mi ha cresciuto per un bel po' d'anni, e per un gioco del destino, per motivi di studio, mi sono trovata con ragazzi della Sicilia ..da ogni dove :) , quindi ho assimilato i vari dialetti che nella traduzione mentale di una parola affiorano ..all'unisono creando una musica con note diverse in un canto unico.

    Da anni ormai mi diverto a tradurre in siciliano testi e pensieri di grandi autori per il sito Logos (non lo faccio mai, ma stavolta voglio concedermi un'eccezione: ammiro svisceratamente tutto lo staff del sito ..li adoro, persone preparatissime, veri signori nel verbo e nel comportamento).

    Abbraccio caramente Marco che stimo per la preparazione, risultato di studio sistematico e paziente, dettato dall'amore per una lingua che va valorizzata perché frutto di storia, storia di popoli, tanti, che hanno lasciato il segno e i segni del loro dire. Noi siamo un po' tutti gli uomini che ci hanno preceduto :)

    Saluto il padrone di casa, Stefano Guglielmin, che nell'arco di pochi giorni mi ritrova sul suo spazio/poesia.. spero di essere ospite gradita.

    Buona serata
    Rina

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  8. Brevi sprazzi di un sentire
    la terra, la vita, il pane
    la rosa...
    questi frammenti sono petali di fiore, sono gesti, sono
    odori...di una terra che sta tutta nella tua poesia, Marco.

    Un caro saluto
    Carla

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  9. Tony Di Pietro17/1/09 21:49

    Un carissimo saluto d'oltreoceano al carissimo Marco. La sua bravura poetica fa conoscere al mondo le profonde affinita' della cultura e la raffinatezza del popolo siciliano.
    Complimenti Marco!
    Tony Di Pietro
    Connecticut, USA

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  10. E'auspicabile ed utile per ogni autore una analisi come questa di Stefano Guglielmin. La precisa individuazione dei punti di forza e dei punti deboli del proprio lavoro è da considerare un regalo, anche laddove non fossero pienamente condivisi.
    Credo che la centralità assoluta del problema della/e lingua/e in Marco Scalabrino - che si dirama in traduzioni a catena, dotti approfondimenti, generose riscritture - possa effettivamente, talvolta, disorientare il lettore (o magari lo stesso autore).
    Resta però intatta la forza sprigionata dalla lingua, la fede nelle sue possibiltà rigeneratrici.

    I saluti più cari a Marco e a Stefano

    Antonio Fiori

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  11. Non ho il piacere di conoscere il siciliano. Questo non mi ha impedito di gustare la tua poesia. Nei tuoi testi in lingua madre, scabri ed essenziali, si coglie una musicalità che affascina e la "lingua siciliana", dopo essersi fatta poesia, si impone al lettore con intensità e naturalezza.
    Le ottime traduzioni completano l'opera e testimoniano una grande passione per la potenza del linguaggio e amore profondo per la tua terra. Per questo la tua voce arriva così lontano.
    Un saluto carissimo

    Annalisa Macchia

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  12. Le obiezioni dell'attento Stefano Guglielmin, in ordine alla concezione di una poesia dialettale che non sia altro che questo: "poesia", sono state già avanzate da qualcuno pervicacemente avvinghiato all'idea di una dialettalità circoscritta e circoscrivente. Certamente il non essere in grado, in quanto non siciliano, di penetrare il vero senso di una parola, rastremata e poco ruffiana, come quella di Scalabrino, costituisce un'attenuante non da poco, tuttavia l'aver letto, ad esempio, "petri" senza provare un forte brivido, significa, comunque, una lontananza autore-lettore, difficilmente colmabile. Sono certa che Marco, per primo, sappia di quanto spinoso sia l'iter poetico che ha percorso, percorre e seguiterà a percorrere, ma sono anche sicura che la poesia in dialetto abbia necessità di persone che sappiano rinnovare ed espandere il loro mondo nel mondo, con traduzioni anche in "sanscrito", se occorresse. Il regionalismo c'è tanta gente che lo pratica, non ne occorrono altri. Quello che alla poesia siciliana serve è che venga riconosciuta, oltre alla sua nobilissima origine, anche la forza di essere attuale, calamitando impulsi e stimoli che vengono dalla realtà che ci circonda. Questo è uno dei sensi della scrittura di Scalabrino, che non si apparta e mai si apparterà, tirando fuori la sua voce dall'aspra e magica tonalità, da qualsiasi coro, per farsi sentire, dovunque e comunque.
    Stefano Gugliemin ha dato il suo parere, rispettabile e garbatamente espresso, ma spero mi consenta, da pincapallina quale sono,di non condividere le sue considerazioni, sempre pronta e sempre pincapallina, a rispettare le ragioni degli altri.
    Flora restivo

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  13. Ho letto con interesse vero ciò chè è stato scritto su Marco Scalabrino, soprattutto perché di lui, così attento alle opere altrui, così prodigo di giudizi ponderati e competenti, è stato scritto troppo poco (complice, forse, la evidente discrezione della persona. Ma forse è giusto così: che sia il suo lavoro a deporre per lui. Personalmente trovo che gli scritti di Marco brillino sempre per delicatezza e attenzione alla sicilianità che descrive, anche quando, trattandosi di traduzioni, la provenienza del testo è tutt'altro che siciliana. E delle sue cose apprezzo sempre l'intento di ricerca e affinamento, soprattutto nel riferirsi al siciliano come lingua e non come dialetto. E' una delle persone più stimolanti che abbia conosciuto negli ultimi anni.

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  14. Caro Marco,
    Daqui de outro continente envio-lhe meus cumprimentos por sua poesia e por seu empenho, seu trabalho e sua dedicação à literatura siciliana e a de outros países como a do meu Brasil.
    Uma saudação afetuosa,
    Aricy Curvello

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  15. ringrazio gli ospiti per questi commenti. ora vado di fretta (motivi familiari), ma nel pomeriggio cercherò di dire la mia.

    un caro saluto e buona domenica

    gugl

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  16. Sono completamente d'accordo con Flora Restivo sulla forza ineguagliabile di una lingua che attinga, con totale libertà inventiva, alle proprie radici, e sulla necessità di non "congelarla" nel regionalismo, né tradirla con un linguaggio artificioso, colto e sterile, che spesso, nella nostra poesia attuale, diviene un fatuo birignao da "letterati"; e questo vale sia per il proprio dialetto, per chi ne possieda intimamente uno, che per il proprio "parlato" italiano, basso, concreto, genuino, grazie ai quali(entrambi vere "lingue"), risultano tanto vitali le migliori voci della nostra recente poesia, penso a Fabio Franzin e a Francesco Tomada, per fare solo i primi due nomi, delle rispettive scelte espressive, che mi vengono in mente. Marco Scalabrino, pur venendo da un lavoro più lungo e consolidato, appartiene secondo me a questo prezioso alveo, ne è uno dei capostipiti più autorevoli, con la sua esemplare dedizione a una sua coinè (e non Koinè) tanto raffinata, quanto "aspra e rastremata", che, al di là della comprensione nell'originale, ci offra la vera dimensione della sua profonda e irripetibile
    "universalità".
    Complimenti a Scalabrino; e grazie all'instancabile e sempre rigorosissimo "ricercatore" Guglielmin.
    Un caloroso saluto a tutti.
    Francesco De Girolamo

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  17. Mi fa molto piacere notare come il prezioso operato culturale di Marco Scalabrino, del quale con onore mi fregio di essere amico, sia giorno dopo giorno molto apprezzato sempre più anche oltre i confini regionali che riesce a valicare anche nelle traduzioni nelle varie lingue neoromanze e non solo. Si sa che è ardua impresa tradurre la poesia e Marco lo comprende bene in quanto egli stesso puntiglioso e davvero ottimo traduttore di poeti. Diceva Quasimodo solo un poeta può tradurre un poeta e Marco e certamente un poeta a 360° , autore del quale a mio avviso le future generazioni -in particolar modo siciliane- non potranno prescindere per quanto riguarda lo studio della nostra lingua siciliana e della sua letteratura contemporanea.
    Un abbraccio a Marco e complimenti a Guglielmin per aver dedicato questo post a un grande autore e a una grande persona.
    Gero Miceli

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  18. ops... nel mio precedente commento intendevo dire Marco é (non e congiunzione) :-).

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  19. [busso piano alla tua porta.grazie...per quello che hai detto da renèè...davvero grazie...]

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  20. [se ti va...sei il benvenuto nel mio blog,ho tolto il divieto]

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  21. una poetica diretta, senza la demagogia del perbenismo di mezzo a smussare la veridità cruda dell'esistere.
    un autore che ho sempre apprezzato e a cui riconosco l'alta qualità dei suoi versi.

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  22. Sono fiero di dire che Marco Scalabrino ha un rapporto colla poesia di Scozia. Lui e il mio amico e collega recentamente defunto Duncan Glen hanno scritto traduzioni poetiche delle poesie l'un dell'altro, in scozzese e siciliano: questa collaborazione fra due poeti di lingue minoritarie benefica tutte le due. Ed io ho avuto l'onore di continuare il lavoro di Duncan con alcune traduzioni nuove: aspetto una collaborazione lunga e fruttuosa col Signore Scalabrino!
    Ecco un po' di versi dalla CANZUNA in scozzese:

    SANG
    o Life, o Daith an o Luve

    Peter
    gin ye be born
    a laddie
    I’ll caa ye
    son.

    *
    Wirds
    comes shoggin an shoutherin out
    gurls an gowls in the ruif o my mou
    comes hyterin ower the pynt o my tung
    comes flistin an bristin
    ugsome
    dirdums
    doubl’t.

    *
    The first
    buist
    o Shirocco
    Mairch
    is simmer aareddies

    *
    Life Daith
    Guid Ill
    God Man
    an dossies o deleiriums
    an new speirins yokes on me
    gin ergh-like I ettle
    tae redd thae raivelt pirns.

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  23. Mario Grassi18/1/09 19:09

    Alivento l'ho letta su Tellus 29 Febbre d'amore e la leggo ora sul suo Blog signor Guglielmin. Ma se l'apprezzavate così tanto perché non l'avete pubblicata su carta come ha fatto Tellus? Siete amici però i poeti/poetesse senza pubblicazioni non li considerate! Bravi, complimenti!

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  24. Di Marco si poterbbe parlare tanto ma, le parole non riuscirebbero a delineare quanto fa un breve silenzio per cogliere l'essenza della sua poetica. Marco ambisce al silenzio attraverso le parole; poche parole intrise di loquace umanità. Un calabrese come me non riesce ad affettare al meglio un dialetto diverso ma, conosciuto il poeta svelato l'arcano. Grazie Marco per le tue belle introspezioni, grazie soprattutto perchè me ne hai reso partecipe, regalandomi i tuoi scritti, in quel di Siracusa.

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  25. Conosco da diversi anni Marco Scalabrino, che ho avuto anche modo di incontrare personalmente in qualche occasione letteraria. Apprezzo, da tempo, l’attenzione che egli riserva allo studio del ‘siciliano’ (dialetto per condizione geopolitica, in realtà con una propria e completa dignità di lingua) e della poesia dialettale siciliana del nostro tempo, di cui è egli stesso valido esponente. Il suo è un canto – per lo più sommesso, a volte risentito, appassionato sempre – di amore per la vita, di dolore e di speranza, nell’ottica del tempo e del suo fluire. Concordo con Guglielmin sul “nitore” della metafora; trovo il linguaggio (prosciugato, a volte epigrammatico) efficace e comunicabile.

    Lucio Zinna

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  26. tantissimi commenti, tutti d'amicizia e stima per Scalabrino e ciò lo trovo davvero bello.

    talvolta però ad un poeta fa meglio sentire qualche osservazione citica. la mia, misurava l'opera del nostro rispetto ad una tradizione in lingua che ha gozzano, ungaretti, montale, sereni eccetera come maestri. Trovo molti passaggi di Scalabrino già masticati da loro, già perfettamente messi in opera. Nessuno nega che egli sia persona colta e intelligente, competente linguisticamente e sensibile: dirgli solo bravo, però, nega l'essenziale al poeta e alla poesia: il loro essere dislocazione continua, apertura che spiazza, rimessa in gioco dell'invisibile. Veri che "petri" provoca un brivido, e infatti l'ho scritto anch'io: "Insomma: leggendo questo poemetto, che s'apre così bene, giacché mette in scena una cultura intera, che sulla pietra/pietro edifica un sistema di potere e di fatica"

    a Mario Grassi: io non sono un editore. guadagno il pane insegnando letteratura in un liceo. per Alivento faccio quel che posso: ne parlo in questo blog, stimato da molti.

    a Morfea: grazie di cuore.

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  27. Caro Stefano sono in parte d'accordo con te su questo passaggio che riporto: "Questa sua entusiastica propensione per le lingue e per la riscrittura degli stessi testi in differenti idiomi rischia, tuttavia, talvolta, di disorientare il lettore, spostandone l'attenzione più sull'eccentricità dell'operazione che sulla qualità dei testi". Dico "in parte" perché il limite di questa operazione è nell'impianto, nell'architettura, ma non nella cura (e oserei dire: ispirazione) del verso.
    Purtroppo il siciliano, come tutti i dialetti della penisola, vive su registri propri, su delle fraseologie refrattarie alla traduzione. Ogni dialetto ha un suo labile equilibrio, abita una terra di nessuno ed in traduzione non funziona. C'è poco da fare. Una lingua è un sistema culturale, di valori, (oltre che di codici) che poggia su interconnessioni mai riproducibili esattamente altrove. E non è una banalità, perché il rapporto tra lingua e dialetto non è paritario, come potrebbe accadere per una traduzione dall'inglese all'italiano o viceversa. Anche tu, parlante dialettale, lo sai bene. Il sistema di segni del dialetto si nutre di una certa parola-terra non ben sbozzolata e tradurre in italiano (che, ricordiamolo, è una lingua iperletteraria) questa non completa nascita comporta il rischio di banalizzarla. Perciò si può far torto ad un poeta dialettale inserendo i testi solo in traduzione.
    Detto ciò, è evidente che un libro di liriche in solo dialetto, con una traduzione a pié pagina in italiano sarebbe preferibile e darebbe l'idea di una operazione meno a tavolino (su questo hai totalmente ragione). Ne guadagnerebbero le poesie di Scalabrino, insomma.
    La mia scarsa esperienza del siciliano non mi ha permesso di cogliere tutte le sfumature, ma il mio orecchio non è del tutto estraneo a quella lingua, quindi vi ho potuto cogliere dei passaggi di chiara bellezza. Mi riferisco a Tempu, palori, aschi e meravigghi.

    Comunque una cosa mi fa piacere: che ci siano ancora letture prive di sviolinamenti. Questo, Stefano, ti fa senz'altro onore.

    vocativo

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  28. Ringrazio sentitamente Stefano Guglielmin per la sua generosa ospitalità. Scontato che le loro versioni in Italiano e non i miei testi che sono in dialetto siciliano leggiamo, disorientando, sì, il lettore, ringrazio altresì (tra virgolette estratti dai loro commenti) Salvo Zappulla, “poeta raffinato”; Fernanda Ferraresso, “nella terra dell’uomo, il pianeta scabro, che ospita le lingue dell’uomo, tutte lingue che vivono d’aria, incespicando, errando e narrando, navigando il cielo che è, come in un remoto passato, vivissimo cosmos”; Gisella, “Apprezzato molto il lessico che risente di mille stratificazioni culturali ma approda come vivificato e (ri)nato alle nostre latitudini temporali”; Rosaria Di Donato, “Credo che questi versi siano la metafora di tutta la poesia”; Giuseppe Vetromile, “il suo lavoro è continuo e sempre pregevole, sia quando compone in lingua siciliana, sia quando traduce con competenza gli autori stranieri”; Giorgio, “Forse, Stefano, nuoce non poter gustare i testi nella loro lingua, nella quale a me hanno sempre colpito per il suonare insieme antichi e moderni, al di là delle mode e del tempo. Anzi, proprio le parole che ricordavo antiche diventavano dette da lui le due cose insieme. Anche le versioni nelle diverse lingue, anziché sembrarmi eccentriche, mi hanno fatto un’impressione strana e suggestiva, mi hanno fatto pensare che tutte quelle lingue sembravano la stessa lingua, pur nella loro diversità, e questa mi è sembrata una testimonianza importante per la nostra umanità”; Rina, “Ho la fortuna di avere i libri succitati in casa, so da vicino come Marco scrive in lingua siciliana”; Carla, “questi frammenti sono petali di fiore, sono gesti, sono odori ... di una terra che sta tutta nella tua poesia”; Tony Di Pietro “La sua bravura poetica fa conoscere al mondo le profonde affinità della cultura e la raffinatezza del popolo siciliano”; Antonio Fiori, “Resta però intatta la forza sprigionata dalla lingua, la fede nelle sue possibilità rigeneratrici”; Annalisa Macchia, “Non ho il piacere di conoscere il siciliano. Questo non mi ha impedito di gustare la tua poesia. Nei tuoi testi in lingua madre, scabri ed essenziali, si coglie una musicalità che affascina e la "lingua siciliana", dopo essersi fatta poesia, si impone al lettore con intensità e naturalezza”; Flora Restivo, “Stefano Gugliemin ha dato il suo parere, rispettabile e garbatamente espresso, ma spero mi consenta, da pincapallina quale sono, di non condividere le sue considerazioni, sempre pronta e sempre pincapallina, a rispettare le ragioni degli altri”; Mauro Mirci, “trovo che gli scritti di Marco brillino sempre per delicatezza e attenzione alla sicilianità che descrive, anche quando, trattandosi di traduzioni, la provenienza del testo è tutt’altro che siciliana. E delle sue cose apprezzo sempre l’intento di ricerca e affinamento”; Aricy Curvello, “meus cumprimentos por sua poesia e por seu empenho, seu trabalho e sua dedicação à literatura siciliana e a de outros países como a do meu Brasil”; Francesco De Girolamo, “e questo vale sia per il proprio dialetto, per chi ne possieda intimamente uno, che per il proprio “parlato” italiano, basso, concreto, genuino, grazie ai quali (entrambi vere “lingue”), risultano tanto vitali le migliori voci della nostra recente poesia, penso a Fabio Franzin e a Francesco Tomada, per fare solo i primi due nomi, delle rispettive scelte espressive, che mi vengono in mente. Marco Scalabrino, pur venendo da un lavoro più lungo e consolidato, appartiene secondo me a questo prezioso alveo, ne è uno dei capostipiti più autorevoli, con la sua esemplare dedizione a una sua coinè (e non Koinè) tanto raffinata, quanto “aspra e rastremata”, che, al di là della comprensione nell’originale, ci offra la vera dimensione della sua profonda e irripetibile universalità”; Gero Miceli, “autore del quale a mio avviso le future generazioni – in particolar modo siciliane – non potranno prescindere per quanto riguarda lo studio della nostra lingua siciliana e della sua letteratura contemporanea”; Francesca Pellegrino, “una poetica diretta, senza la demagogia del perbenismo di mezzo a smussare la veridità cruda dell’esistere, un autore che ho sempre apprezzato e a cui riconosco l’alta qualità dei suoi versi”; Derrick McClure, “Marco Scalabrino ha un rapporto colla poesia di Scozia. Lui e il mio amico e collega recentemente defunto Duncan Glen hanno scritto traduzioni poetiche delle poesie l’un dell’altro, in scozzese e siciliano: questa collaborazione fra due poeti di lingue minoritarie beneficia tutte le due”; Amerigo, “Marco ambisce al silenzio attraverso le parole; poche parole intrise di loquace umanità. Un calabrese come me non riesce ad afferrare al meglio un dialetto diverso ma, conosciuto il poeta svelato l’arcano”; Lucio Zinna, “Apprezzo, da tempo, l’attenzione che egli riserva allo studio del ‘siciliano’ (dialetto per condizione geopolitica, in realtà con una propria e completa dignità di lingua) e della poesia dialettale siciliana del nostro tempo, di cui è egli stesso valido esponente”; Vocativo, “Caro Stefano sono in parte d’accordo con te su questo passaggio che riporto: "Questa sua entusiastica propensione per le lingue e per la riscrittura degli stessi testi in differenti idiomi rischia, tuttavia, talvolta, di disorientare il lettore, spostandone l’attenzione più sull’eccentricità dell’operazione che sulla qualità dei testi" . . . il siciliano, come tutti i dialetti della penisola, vive su registri propri, su delle fraseologie refrattarie alla traduzione … Una lingua è un sistema culturale, di valori, (oltre che di codici) che poggia su interconnessioni mai riproducibili esattamente altrove … Perciò si può far torto ad un poeta dialettale inserendo i testi solo in traduzione. La mia scarsa esperienza del siciliano non mi ha permesso di cogliere tutte le sfumature, ma il mio orecchio non è del tutto estraneo a quella lingua, quindi vi ho potuto cogliere dei passaggi di chiara bellezza. Mi riferisco a Tempu, palori, aschi e meravigghi”.
    Un cordiale saluto e GRAZIE a tutti, Marco Scalabrino.

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  29. Ho avuto il piacere di occuparmi per Verifiche della poesia di Marco Scalabrino, essenziale e profonda, meritevole di ulteriori indagini e riflessioni per la ricchezza tematica che batte sotto il segno di una parola scabra. Ma Marco Scalabrino non è solo poeta,è studioso e critico letterario di istinto e valore. Ancora gli sono grata per la recensione raffinatissima che qualche tempo fa ha voluto scrivere su un mio libro.Per tutti questi motivi sono contenta di vederlo su questo sito e gli esprimo i miei più sinceri complimenti.
    Giusi Maria Reale

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  30. Quanti nuovi occhi su questo luogo Stefano... come fai? accendi un cero all'angolo del blog tutte le notti? :p

    scherzi a parte, complimenti!

    Di Marco Scalabrino avevo letto solo qualche accenno tempo fa su un sito/blog e ora non ricordo quale.
    A tratti la sua poetica la trovo molto incisiva, buca l'orecchio e lascia il palato molto affranto; in altri tratti invece scivola via con leggerezza che sembra una quasi "non poesia = verità".
    Non mi sento decisamente all'altezza di fare una critica a tutta la sua poetica visto che non la conosco; parlo dei versi proposti qui.
    "Companatico" fa pensare. Non so come mai ho pensato ad un piccolo paese siciliano dove i vecchi sugli angoli delle strade scrutano le persone per conoscere altro..forse le persone presenti ad un funerale, altre ad un battesimo... Sono andata diverse volte in Sicilia e queste immagini "da cartolina" mi rimangono sempre molto impresse. Il dualismo usato in questa è tagliente.

    Complimenti a Stefano e Scalabrino!

    Anila Resuli

    p.s. stefano, oboe ha cambiato luogo..finalmente siamo riusciti a sistemare i tuoi audio e quelli di vecchi autori di oboe. prima era un casino...ora si sta meglio :-)

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  31. Un caro saluto a Marco che è un intenso poeta e un grande esponente della poesia in siciliano, lingua che usa anche per tradurre con sensibilità e forza versi di autori classici e contemporanei (con antenne ben sintonizzate su quanto accade fuori Italia).
    Alex R

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  32. un caro saluto a Marco Scalabrino e a Guglielmin per aver ospitato questi versi. E' vero, per comprendere appieno l'operazione di Scalabrino non si può prescindere dalla lettura dei suoi versi in lingua siciliana. Ripeto, in lingua siciliana, non già in dialetto, e nella sua varietà trapanese.Perché di lingua si tratta, non già di dialetto,comunemente inteso in una sua accezione riduttiva, né tantomeno di idioletto. Oltre ad apprezzarne la particolare phoné, se ne apprezza la sobrietà sonora, formale, la rastremazione del verso e l'uso parsimonioso dell'aggettivazione. Sono tra i primi segni distintivi di una scrittura 'moderna', per nulla arretrata. A questi aggiungerei la messa in discussione del dialetto stesso, sottoposto a un processo di confronto diretto e paritetico con le altre lingue. La proliferazione di traduzioni trovate nei suoi libri rendono l'operazione filologicamente interessante, sottopongono la parlata e la sua tradizione a uno choc semantico di mescidazione e a un costante travaso che non può che giovare alla poesia di Scalabrino. Siamo di fronte a un processo di 'svecchiamento' del siciliano rivissuto nell'ottica interlinguista e nel processo di 'mondializazione. Trovo l'operazione davvero interessante e utile al dibattito contemporaneo circa la 'congruità'(Brevini) o meno dell'uso del dialetto, e relativamente a una apertura degli orizzonti, linguistici, tematici che si muove in direzione di un superamento della poetica della 'piccola patria', dell'hortus conclusus, e della lingua registrata solo nei suoi virtuosi e virtuali preziosismi. Ancora complimenti e auguri. manuel cohen.

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  33. un caro saluto a Marco Scalabrino e a Guglielmin per aver ospitato questi versi. E' vero, per comprendere appieno l'operazione di Scalabrino non si può prescindere dalla lettura dei suoi versi in lingua siciliana. Ripeto, in lingua siciliana, non già in dialetto, e nella sua varietà trapanese.Perché di lingua si tratta, non già di dialetto,comunemente inteso in una sua accezione riduttiva, né tantomeno di idioletto. Oltre ad apprezzarne la particolare phoné, se ne apprezza la sobrietà sonora, formale, la rastremazione del verso e l'uso parsimonioso dell'aggettivazione. Sono tra i primi segni distintivi di una scrittura 'moderna', per nulla arretrata. A questi aggiungerei la messa in discussione del dialetto stesso, sottoposto a un processo di confronto diretto e paritetico con le altre lingue. La proliferazione di traduzioni trovate nei suoi libri rendono l'operazione filologicamente interessante, sottopongono la parlata e la sua tradizione a uno choc semantico di mescidazione e a un costante travaso che non può che giovare alla poesia di Scalabrino. Siamo di fronte a un processo di 'svecchiamento' del siciliano rivissuto nell'ottica interlinguista e nel processo di 'mondializazione. Trovo l'operazione davvero interessante e utile al dibattito contemporaneo circa la 'congruità'(Brevini) o meno dell'uso del dialetto, e relativamente a una apertura degli orizzonti, linguistici, tematici che si muove in direzione di un superamento della poetica della 'piccola patria', dell'hortus conclusus, e della lingua registrata solo nei suoi virtuosi e virtuali preziosismi. Ancora complimenti e auguri. manuel cohen.

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  34. sono contento che i lettori di lingua siciliana diano questi contributi sul lavoro di Scalabrino: ciò chiarisce l'operazione dell'autore in merito alla tradizione. So bene, come scrive gentilmente Vocativo, che l'intraducibuilità delle lingue reca danno all'originale; purtroppo in questi giorni sono molto impegnato e non ho modo di postare le poesie in lingua originale.
    Saremme comunque interessante verificare se l'innovazione di Scalabrino avviene sia formalmente (che non è poco) e sia sul sistema di valori espresso dalla lingua di partenza. la mia impressione, è che questa poesia, tradotta in italiano perda qualcosa, anche perché l'autore tende a pensare alla poesia siciliana come alla poesia tout court, laddove io credo che ogni apertura geo-politica trovi espressione in una particolare koinè linguistica. Il dialetto è lingua della resistenza all'omologazone di una certa area; è dunque normale che tradotto perda espressività e spcificità culturale. Anche la poesia è lingua della resistenzxa all'omologazione, ma in un grado più complesso. A me pare che questa poesia di Scalabrino - uomo straordinariamente gentile nel sopportare questi miei 'attacchi', per quanto benevoli - vinca in merito alla resistenza regionalistica, ma non sempre resista alla seduzione di un'identità romanticamente intesa, che lotta contro le forze avverse, siano esse il destino, la società di massa ecceteta. In altre parole, le mie obiezioni, vanno a indagare fino a che punto Scalabrino risponde alla domanda: come può la mia poesia destabilizzare l'orizzonte di senso entro cui ordinariamente si muove l'uomo contemporaneo (orizzonte fortemente pervaso dal romanticismo).

    Lo so di chiedere molto alla poesia, ma soltanto così essa può salvarsi.

    gugl

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  35. marco è di una tale bravura che da quando lo leggo ne ritrovo stimoli intensi e timbrici, orgoglioso di averlo tra gli aderenti a ex libris..
    roberto

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  36. Avere l’occasione di parlare di Marco Scalabrino è per me motivo d’interesse letterario ma anche di vicinanza culturale e d’amicizia. Conosco Marco da parecchio e mi capita d’incontralo qualche volta prima o dopo premiazioni di concorsi letterari. Brevi incontri, i soliti ma mai banali, della durata massima di una mezz’oretta che comunque sembra sufficiente a raccontarci tutto l’essenziale. Il resto lo lasciamo ai libri, ai miei (credo che lui abbia molte delle mie dodici raccolte pubblicate) ed ai suoi che non manchiamo mai di scambiarci. L’ultima volta l’ho visto a Partanna, subito dopo la Cerimonia di premiazione dell’omonimo premio, ed ebbi la gioia di salutarlo assieme ad una delle massime poetesse in lingua siciliana che io conosca:Flora Restivo.
    Rispetto a Guglielmin, io sono fortunato perchè ho il vantaggio di conoscere discretamente il siciliano e l’anima dei siciliani. Calabrese di nascita, ho per 2 anni frequentato l’Università di Messina, ho letto e corrisposto con Ignazio Buttitta, ho pubblicato poesie di vari autori siciliani:Nat Scammacca, Antonino Cremona ecc. quando a New York ero redattore della Parola del Popolo di Chicago. Tutto questo retroterra mi fa ancora di più ammirare gli sforzi di Scalabrino nel cercare di portare alla luce le tante metafore di vita e di poesia della sua terra, la Sicilia. E la sua poliedricità (ora poeta, ora uomo di cultura, ora traduttore) unita ad un innato orientamento verso le cose da scegliere e da apprezzare, hanno permesso nei suoi testi quasi la riscrittura di termini, suoni e accenti della lingua siciliana antica. Tutto ciò, sempre mantenendo un certo equilibrio formale ed un certo rispetto per la asciuttezza, pur nella coloritura, della parlata siciliana.
    Le diversità idiomatiche e l’assimilazione di più culture sembrano aver trovato nel nostro un delicato cantore.
    Augurando a Marco Scalabrino ogni successo, spero abbia dalle istituzioni e soprattutto dai poeti l’attenzione che merita.
    Benito Galilea – Roma

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  37. ringrazio il signor Galilea per la testimonianza, anche esistenziale, offertaci.

    un saluto anche a Roberto Matarazzo che, se non erro, ho incrociato su LucaniArt.

    gugl

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  38. e un saluto ad Anila Resuli, sempre attenta lettrice e che, sulle lingue 'marginali', essendo lei madrelingua albanese, avrebbe certop molto da dire.


    gugl

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  39. non significa nulla non essere siciliano, io sono siciliana ma alcuni termini usati da scalabrino neppure li conosco, io parlo e scrivo il ragusano che non piace a nessuno con quelle erre al posto delle d (e per questo in Sicilia non vinco quasi mai concorsi - ma questo è un altro discorso)è chiaro che la poesia dialettale se tradotta perde in significato suono senso. Riguardo scalabrino trovo ammirevole il suo interessarsi alla poesia siciliana e il suo impegno costante. erano due parole uso caro saluto a tutti e complimenti per questo post e per la discussione che ne è scaturita. antonella

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  40. Ringrazio ancora Stefano Guglielmin per la sua partecipata attenzione e altresì (tra virgolette estratti dai loro commenti) Giusi Maria Reale, “Ho avuto il piacere di occuparmi per Verifiche della poesia di Marco Scalabrino, essenziale e profonda, meritevole di ulteriori indagini e riflessioni per la ricchezza tematica che batte sotto il segno di una parola scabra”; Anila Resuli (alla quale, se mi comunica il suo indirizzo, sarò lieto di inviare un paio di mie pubblicazioni), “A tratti la sua poetica la trovo molto incisiva, buca l’orecchio e lascia il palato molto affranto; in altri tratti invece scivola via con leggerezza che sembra una quasi non poesia = verità”; Alex Ramberti, “intenso poeta e grande esponente della poesia in siciliano, lingua che usa anche per tradurre con sensibilità e forza versi di autori classici e contemporanei (con antenne ben sintonizzate su quanto accade fuori Italia); Manuel Cohen, “per comprendere appieno l’operazione di Scalabrino non si può prescindere dalla lettura dei suoi versi in lingua siciliana. Oltre ad apprezzarne la particolare phoné, se ne apprezza la sobrietà sonora, formale, la rastremazione del verso e l’uso parsimonioso dell’aggettivazione. Sono tra i primi segni distintivi di una scrittura “moderna”, per nulla arretrata. A questi aggiungerei la messa in discussione del dialetto stesso, sottoposto a un processo di confronto diretto e paritetico con le altre lingue. La proliferazione di traduzioni trovate nei suoi libri rendono l’operazione filologicamente interessante, sottopongono la parlata e la sua tradizione a uno choc semantico di mescidazione e a un costante travaso che non può che giovare alla poesia di Scalabrino. Siamo di fronte a un processo di ‘svecchiamento’ del siciliano rivissuto nell’ottica interlinguista e nel processo di ‘mondializazione’. Trovo l’operazione davvero interessante e utile al dibattito contemporaneo circa la ‘congruità’ (Brevini) o meno dell’uso del dialetto, e relativamente a una apertura degli orizzonti, linguistici, tematici che si muove in direzione di un superamento della poetica della ‘piccola patria’, dell’hortus conclusus, e della lingua registrata solo nei suoi virtuosi e virtuali preziosismi; Roberto Matarazzo, “quando lo leggo ne ritrovo stimoli intensi e timbrici”, Benito Galilea, “Tutto questo retroterra mi fa ancora di più ammirare gli sforzi di Scalabrino nel cercare di portare alla luce le tante metafore di vita e di poesia della sua terra, la Sicilia. E la sua poliedricità (ora poeta, ora uomo di cultura, ora traduttore) unita ad un innato orientamento verso le cose da scegliere e da apprezzare, hanno permesso nei suoi testi quasi la riscrittura di termini, suoni e accenti della lingua siciliana antica. Tutto ciò, sempre mantenendo un certo equilibrio formale ed un certo rispetto per la asciuttezza, pur nella coloritura, della parlata siciliana. Le diversità idiomatiche e l’assimilazione di più culture sembrano aver trovato nel nostro un delicato cantore”; Antonella, “trovo ammirevole il suo interessarsi alla poesia siciliana e il suo impegno costante.” Un cordiale saluto e GRAZIE a tutti, Marco Scalabrino.

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  41. i testi in originale sono di grande forza espressiva - frutto di grande intuizione creativa e di cultura raffinata - davvero complimenti,
    enrico de lea

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  42. Non v’è, in Sicilia ed anche altrove, manifestazione culturale che non veda la partecipazione attiva di Marco Scalabrino, mio concittadino ed amico: una presenza fattiva e generosa che lo vede, di volta in volta, cimentarsi come raffinato autore , attento critico letterario , appassionato studioso del dialetto-lingua della sua terra.
    Viene spontaneo chiedersi dove e come, tenuto conto dei suoi onerosi impegni professionali (per non dire di quelli familiari così teneramente coltivati), trovi il tempo per scrivere, per partecipare a convegni e manifestazioni in ogni angolo dell’Isola, per intrattenere rapporti personali con tanti esponenti noti e meno noti del mondo della poesia, della narrativa, della saggistica.
    Lo trova: riesce a trovarlo anche -e gliene siamo grati- per dare l’apporto della sua preziosa e continuativa collaborazione a questo nostro questo foglietto di “siciliani della diaspora” dedicato alla “cultura delle radici”, un tema congeniale alla sua sensibilità di appassionato cultore delle “cose di Sicilia”.
    Mario Gallo
    (responsabile del periodico “Lumie di Sicilia”)

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  43. Grazie a Marco Scalabrino per il volermi mandare delle sue pubblicazioni: lo apprezzo moltissimo. Intanto lascio la mia mail domusdejanas@gmail.com

    grazie ancora,
    Anila R.

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  44. come qui conferma Antonella Pizzo, ogni angolo di Siclia ha la sua lingua. capita anche in Veneto, nel vicentino, la mia provincia.
    questo è un dato che dà la dimensione babelica del nostro idioma e fa capire l'esigenza, già avanzanta da Dante, di costruire una lingua nazionale.

    gugl

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  45. ehmm questo stefano non succede solo in sicilia e non solo in italia.
    pensa che se mi chiedessero di fare l'interprete per persone del nord dell'albania (io sono nata a valona) io non saprei proprio che pesci pigliare: non capirei praticamente nulla di quello che verrebbe detto.
    i dialetti sono lingue a parte, con un loro modo di porsi e di leggersi.
    ma non vedrei l'esistenza dei dialetti dentro uno stato, come unica richezza della lingua. se non vi fosse la lingua nazionale verrebbe a mancare la comunicazione dentro la nazione stessa. il dialetto secondo me deve essere un corollario di una base già ben solida di linguaggio nazionale. non può prescindere da esso.

    anila r.

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  46. Un grazie particolare al sig. Marco Scalabrino, i cui versi sprigionano effetti di sublime intensità e d'amore per la lingua e la cultura siciliana...

    Molti credono che, con l’andare del tempo, le vecchie tradizioni ( in cui vi può rientrare anche stesso parlare un dialetto che, sicuramente, definisce i connotati di un popolo) andranno perse, soprattutto perché oggi vi è una tendenza a globalizzare e, quindi, ad uniformare il tutto, senza rendersi conto che è proprio nella varietà, nella diversità, che risiede la vera bellezza. In questo, sicuramente, la lingua siciliana, personificata nel suo popolo, è stata molto brava a contemperare e a mettere insieme le varie culture che ha ospitato, senza perdere la propria identità, anzi, arricchendola passo passo, come fosse una sorta di mosaico: è proprio grazie a questa sua caratteristica che la Sicilia ha assunto lo status di crocevia di popoli e culture nel cuore del Mediterraneo, come luogo privilegiato di incontro e confronto.

    Grazie all'impegno di illustri studiosi, come il caro Scalabrino, possiamo sperare che tutto ciò non vada perso, ma che, anzi, possa servire da esempio per la costruzione e la solidificazione di una coscienza comune sempre più plurietnica, multirazziale ed interculturale.

    Un caro saluto,
    Caterina Chiofalo.

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  47. Estou feliz por mais este espaço aberto ao querido amigo Marco Scalabrino. Pouca gente merece tanto que se lhe abram as portas quanto esse amigo de nós, brasileiros, o poeta Marco Scalabrino. Cá entre nós, aqui, o Marco é considerado e respeitado como um dos melhores poetas da nova geração da Poesia Italiana. Seus versos, sempre curtos e fortes, focam o ser humano em sua angustiante e transitória passagem, a juventude que se foi, a injustiça social, o homem com seus horizontes escuros. Mas existe luz, sim, lá adiante. Marco Scalabrino é poeta que nos toca a alma e sacode por dentro. Somos gratos a Marco Scalabrino por sua poesia e eu, particularmente, estou muito feliz por ter, no grande poeta Marco Scalabrino, também um grande amigo. Sucessos, Marco!

    Nelson Hoffmann do Brasil

    Sono felice per questo ulteriore spazio dedicato al caro amico Marco Scalabrino. Poca gente merita che gli si aprano le porte quanto a questo amico di noi brasiliani, il poeta Marco Scalabrino. Qua, da noi, Marco è considerato e rispettato come uno dei migliori poeti della nuova generazione della Poesia Italiana. I suoi versi, sempre brevi e forti, mettono a fuoco l’essere umano nel suo sofferto e transitorio passaggio, il tempo che fugge, l’ingiustizia sociale, l’uomo con i suoi orizzonti scuri. Ma c’è luce, sì, poco avanti. Marco Scalabrino è poeta che ci tocca l’anima e ci scuote dentro. Siamo grati a Marco Scalabrino per la sua poesia e io, in particolare, sono ben felice di avere, nel grande poeta Marco Scalabrino, anche un grande amico. Felicitazioni, Marco!

    Nelson Hoffmann dal Brasile.

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  48. Beh, i complimenti son osempre qualcosa che fanno piacere e imbarazzano. almeno a me fann oquesto effetto, non so se a Marco capita la stessa cosa.

    gugl

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  49. Avevo appena scritto, mi è stato "mangiato", forse dalla mia imperizia..
    Dicevo dello straordinario lavoro nella linga, e sulla lingua, come dommicilio ben abitatao, da Marco.Della infelicità mia(e accetta) del non leggerla, in originale.Certamente che è un difetto, che mi manca.
    Si dvee intuire, a rébours, di quanto tragitto per trasportarla di qua, su un italiano scabro senza la potenza vocalica e quel grido interno che tanto sincopa il bel siciliano, culla di ogni altra lingua qui, italica.
    Poi c'è la generosità di visioni della vita, che la rende una piccola summa di poetiche, e molto altro.
    Ma il discorso scorreva verso e non in avanti. E qui mi devo fermare, ringraziando Stefano e Marco per il dono.
    Ben custodito qui, e dilatato verso noi, gli altri..e i simili, ses frères ses semblables!
    Maria Pia Quintavalla

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  50. Ringrazio nuovamente Stefano Guglielmin per i suoi interventi e altresì (tra virgolette estratti dai loro commenti) Enrico De Lea, “i testi in originale sono di grande forza espressiva - frutto di grande intuizione creativa e di cultura raffinata”; Mario Gallo, “Marco Scalabrino, mio concittadino ed amico: una presenza fattiva e generosa che lo vede, di volta in volta, cimentarsi come raffinato autore, attento critico letterario, appassionato studioso del dialetto-lingua della sua terra”; Caterina Chiofalo, “Grazie all’impegno di studiosi, come Scalabrino, possiamo sperare che tutto ciò non vada perso, ma che, anzi, possa servire da esempio per la costruzione e la solidificazione di una coscienza comune sempre più plurietnica, multirazziale ed interculturale”; Nelson Hoffmann, “Qua, da noi, Marco è considerato e rispettato come uno dei migliori poeti della nuova generazione della Poesia Italiana. I suoi versi, sempre brevi e forti, mettono a fuoco l’essere umano nel suo sofferto e transitorio passaggio, il tempo che fugge, l’ingiustizia sociale, l’uomo con i suoi orizzonti scuri. Ma c’è luce, sì, poco avanti. Marco Scalabrino è poeta che ci tocca l’anima e ci scuote dentro”; Maria Pia Quintavalla, “straordinario lavoro nella lingua, e sulla lingua, come domicilio ben abitato, da Marco. Poi c'è la generosità di visioni della vita, che la rende una piccola summa di poetiche, e molto altro.” Un cordiale saluto e GRAZIE a tutti, Marco Scalabrino.

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  51. guardando a cosa bolliva in pentola prima del Dolce Stil Novo, troviamo un'Italia letteraria costituita da una congerie di volgari regionali (dove la Scuola Siciliana, per dantesco riconoscimento, occupa senz'altro un posto d'onore)

    però la tensione allora era quella della convergenza; certo: resa ancor più visibile dalle sovrapposte copiature dei manoscritti in funzione fiorentino-centrica (Contini docet), ma in ogni caso visibile, in uno Iacopo da Lentini come in un Bonvesin della Riva (che a quanto mi risulta si direbbe molto meno Milanèes di tanti nostri contemporanei...)

    la pretesa di costruire unità linguistica nazionale non è un'idea balzana che qualche Dante di turno ha deciso di imporre un bel dì alla nazione sulle cui carraie lasciava gocciolare sudore, ma una risposta organica a tensioni ereditate da decenni di tradizioni locali

    invece le tensioni che leggiamo in molti recuperi dialettali odierni sono innegabilmente CENTRIFUGHE, divergenti

    ne ho qui conferma da gran parte del dibattito che accoglie questo contributo dell'ottimo Scalabrino - con respiro internazionale, e lo sottolineerei questo respiro...

    mi chiedo quanto il moto centrifugo dei dialettalismi odierni (detto da uno che ama parlare e scrivere in bergamasco, oltre che conversare con parenti siciliani e campani) risponda ad un bisogno di integrità di identità sottratte, negate, mutilate (come la lezione di Pasolini indicava) o ai risvolti più viscerali di tale recupero identitario, che potrebbe scavare inutili differenze - anziché rafforzare contaminazioni (e quanto alle contaminazioni, penso a certe risonanze che ho trovato nel palermitano del caro amico Davide Enia, narratore-attore)

    la forza di una lingua letteraria sta nel dialogo col passato, coi suoi retaggi valoriali, che fonda nel presente una monumentalità / ammonimento alla spericolatezza progettuale dell'affaccio sul futuro - sennò è "lingua" museale impronunciabile, o commedia dialettale dove si scoprono parole mai sentite per decenni nei dialoghi coi propri avi, o impressionismo esotico applicato alla propria soffitta anziché alle bancarelle di qualche mercatino etno-style, o deflusso pseudo-sapienziale dove il nesso dialetto / genuinità / autenticità esplode in irrazionali perdite di comunicazione e scontri etnico-nobilitati


    mi scuso per l'irruenza...
    M.

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  52. Obrigado, Marco, por esta oportunidade de estar aqui em contacto com as tuas plavras. O poeta é um cidadão do mundo, sem fronteiras e sem países. As palavras são o símbolo da nossa liberdade e do nosso canto.

    Um abraço de admiração e amizade.

    Eduardo Bettencourt Pinto

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  53. caro Mario, la questione che poni è centrale: essere terra di confine (e ogni dialetto ha questa caratteristica) significa far dialogare radici differenti (anche linguistiche), non purificare per trovare l'avvio originario.

    gugl

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  54. Arrivo tardi ma vedo con piacere che il dibattito è vivace e interessante (anche se non ho letto proprio tutti i commenti). Essendo io di Roma e nata in anni in cui il romanesco era già ormai perso ho sentito a volte la mancanza di una lingua riconoscibile e in cui riconoscermi (a parte l'accento per cui quando sono altrove vengo subito "tanata" come romana), la lingua come una "seconda" (o prima) madre terra. Per cui ammiro molto chi scrive in dialetto che forse è pure un modo per tenere vivo e forse rinnovare il nostro bell'italiano.
    Un saluto cordiale a Marco e a Stefano, Lucianna Argentino

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  55. ciao Lucianna, dici che dovremmo dialettarci tutti, almeno per qualche ora al giorno? :-)

    gugl

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  56. [essere sempre me stessa...spiegami il commento]

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  57. Caso mai dilettarci caro Stefano! No comunque non credo che sia necessario, mi sembra che ce la caviamo pure senza dialetto. Ciao

    RispondiElimina
  58. sì, cara Lucianna, se i dialetti sono linfa di una Koinè Diàlektos, di una cultura che aggrega comunità sparse, come le varie Grecie del mondo di allora...

    non ricordo che alle genti (parola più interessante che "popoli") di qualche isola dell'Egeo fosse allora imposto di appartenere alla Koinè linguistica sacrificando il potenziale contributo della propria parlata, da censurare a favore di una più nobile

    invece ad alcuni dialetti italici è concesso di esercitare un'influenza sull'italiano, ad altri no, anzi, è meglio che non ci provino, per non imbastardire la lingua madre con odori di vacca stracca - la mia storia linguistica in sofferto conflittto fra il bergamasco parlato nella vita e l'italiano parlato a scuola parte proprio sotto questo segno - non avrei superato il conflitto, se non avessi avuto la fortuna di incontrare e stare per un po' gomito a gomito con Sergio Pagliaroli, intellettuale, editore, romanziere, poeta e paroliere e commediografo dialettale che mi ha insegnato a ridestare e riplasmare nella scrittura dilettale la coscienza e l'evidenza delle radici latine classiche delle "volgari eloquenze" come quelle parlate fra le Orobie, l'Oglio e l'Adda

    vabbe', non vi tedio oltre...

    M.

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  59. Ancora GRAZIE a Stefano Guglielmin per l’accoglienza e altresì a (tra virgolette estratti dai loro commenti) Mario Bertasa, “questo contributo dell’ottimo Scalabrino - con respiro internazionale, e lo sottolineerei questo respiro”, Eduardo Bettencourt Pinto, “O poeta é um cidadão do mundo, sem fronteiras e sem países. As palavras são o símbolo da nossa liberdade e do nosso canto!”; Lucianna Argentino, “ammiro molto chi scrive in dialetto che forse è pure un modo per tenere vivo e forse rinnovare il nostro bell’italiano”. Un cordiale saluto e GRAZIE a tutti, Marco Scalabrino.

    RispondiElimina
  60. mi parò son convinto che la meio poesia de ancò, la gabia impastà el meio dea lengua nasionale. sararse nel gabio xe fià tra ai mas-ci.

    gugl

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  61. Molto mi impressionò la poesia di Marco, anni fa, quando ebbi modo di conoscerla; e ne scrissi, in due interventi usciti su Italia Libri.
    Mi piacque quel mondo, per me fino ad allora sconosciuto, che affiorava dai suoi versi essenziali, nella sintassi, costruiti con un lessico selezionatissimo, per suono, per significato e per etimologia: ogni parola dischiudeva così immagini e suoni originali ed evocativi; suoni puntuti, di vocali chiuse; suoni duri, forse, come i visi e i gesti dei parlanti; un mondo che poteva e può essere raccontato, credo, solo con quelle determinate parole, sapide di storia e di uno spirito peculiari; il segno, la forza di questa scrittura - certo, non sempre omogenea all'interno delle due raccolte - a mio parere sono evidenti, tali da lasciare in me, lettore/scrivente, un spazio preciso e assai caro; non posso dire altrettanto per molta altra poesia, così simile ad altra. Credo anch'io, però, che la poesia di Marco debba proporsi solo in siciliano (con la sola traduzione in lingua italiana e null'altro, per aiutare a comprendere termini altrimenti incomprensibili).
    Un caro saluto a Marco e a Stefano, e a tutti gli amici intervenuti.
    Giovanni Nuscis

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  62. un caro saluto a Giovanni e un grazie per le cose dette.

    gugl

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  63. [dici che mi lascio un pò influenzare da ciò che ascolto?]

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  64. Ho conosciuto Marco Scalabrino sul blog di VIADELLEBELLEDONNE ed è stato un bell’incontro, non solo perché, essendo la mia origine per metà siciliana, sono portata ad appassionarmi a quanto riguarda questa terra mitica. Scalabrino ha inteso rinnovare una lingua antica, conservandone l’asprezza e alleggerendone la drammaticità, e soprattutto aprirsi, lui, isolano, a una pluridimensionalità linguistica. Si è assunto i rischi di questa strada e, anche per questo, va molto apprezzato. Personalmente mi intriga il suo percorso poetico, pur non provando - almeno fino ad ora - speciale interesse per la poesia cosiddetta “dialettale”. Grazie, Stefano per la proposta e l’augurio a Marco di presentare in lingua originale, in un prossimo incontro, le sue poesie.

    Lucetta Frisa.

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  65. Lia Mauceri22/1/09 18:53

    Apprezzo i versi "nudi" di Marco Scalabrino e lui lo sa, dato che qualche volta ne abbiamo parlato. Apprezzo il suo tentativo di universalizzare la poesia siciliana attraverso la traduzione nelle varie lingue, non è una novità che la traduzione comporti dei sacrifici e certamente è difficile essere dei moderni Quasimodo. Riteniamo che tutto il lavoro di Marco sia apprezzabile e gli dobbiamo riconoscere la serietà con cui cerca di portarlo avanti. Ma ciò che affettuosamente vogliamo ricordare a Marco è l'attenzione che deve porre nel suo sperimentalismo. Si rischia la sterilità. E una poesia che non passa sensazioni perchè frutto estremo di lavorio sulla parola, per il mio personalissimo sentire, non è poesia. Ogni epoca ha cercato di porre le basi su ciò che è poesia ponendo sempre a confronto la forma e il contenuto, e ogni epoca ha dato più importanza all'uno o all'altro. La nostra è un'epoca di confusione dove nessun poeta probabilmente è stato in grado di dare una direzione. Ben venga ogni forma di sperimentalismo,purchè si trovi il giusto equilibrio e la parola non sia solo frutto di ricerca formale, deve pur esserci anche quella meravigliosa necessità della "dinamite" che ci scoppia dentro. Solo in quel caso chi legge sentirà quel sommovimento interiore che solo l'arte sa dare. Ma questo è solo il mio timido parere. Non mi va di "jucari a lisciaredda" Mi pare assolutamente inutile. E comunque quel sommovimento talvolta Marco riesce a provocarlo. In bocca al lupo e sempre i migliori successi. Lia Mauceri

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  66. la "dinamite" si ottiene con la metafora?

    gugl

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  67. GRAZIE sempre a Stefano Guglielmin e altresì a (tra virgolette estratti dai loro commenti) Giovanni Nuscis, “Mi piacque quel mondo che affiorava dai suoi versi essenziali, nella sintassi, costruiti con un lessico selezionatissimo, per suono, per significato e per etimologia: ogni parola dischiudeva così immagini e suoni originali ed evocativi; suoni puntuti, di vocali chiuse; suoni duri, forse, come i visi e i gesti dei parlanti; un mondo che poteva e può essere raccontato solo con quelle determinate parole, sapide di storia e di uno spirito peculiari; il segno, la forza di questa scrittura - certo, non sempre omogenea all’interno delle due raccolte - a mio parere sono evidenti, tali da lasciare in me, lettore/scrivente, un spazio preciso e assai caro; non posso dire altrettanto per molta altra poesia. Credo anch’io che la poesia di Marco debba proporsi solo in siciliano (con la traduzione in lingua italiana, per aiutare a comprendere termini altrimenti incomprensibili)”; Lucetta Frisa, “Scalabrino ha inteso rinnovare una lingua antica, conservandone l’asprezza e alleggerendone la drammaticità, e soprattutto aprirsi a una pluridimensionalità linguistica. Si è assunto i rischi di questa strada e, anche per questo, va molto apprezzato. Personalmente mi intriga il suo percorso poetico”; Lia Mauceri, “Ben venga ogni forma di sperimentalismo, purché si trovi il giusto equilibrio e la parola non sia solo frutto di ricerca formale, deve pur esserci anche quella meravigliosa necessità della ‘dinamite’ che ci scoppia dentro. Solo in quel caso chi legge sentirà quel sommovimento interiore che solo l’arte sa dare. E quel sommovimento talvolta Marco riesce a provocarlo”. Un cordiale saluto e GRAZIE a tutti, Marco Scalabrino.

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  68. ringrazio tutti i partecipanti a questo post.

    spero di avervi ancora come lettori.

    nel pomeriggio il prossimo post.

    gugl

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  69. Non oso definirmi una poetessa–scrittrice dialettale, perché pur sentendolo dentro, pur riconoscendo la potenza espressiva del dialetto e delle mie radici, mi riesce più facile esprimermi in lingua. Tuttavia, mi rendo conto che quando questo avviene e come tuffarsi in un fiume in piena per raggiungere il fondo delle proprie acque.
    Ho fatto questa premessa per dire che sento le mie fondamenta e conosco Marco da parecchi anni Ma ancor prima di divenire ottimi amici, ricordo che mi colpì la sua poesia. Ad esempio, la lirica “Aschi e maravigghi di Sicilia”, facente parte della raccolta “TEMPU”, allora partecipava ad un premio letterario nel quale io ero componente della giuria, e pur non sapendo assolutamente chi fosse l’autore, rammento che le diedi il massimo dei voti, perché riusciva a liberare tutta la controversia, profondamente recepita, di una passione autentica e tangibile.
    Qualcuno (non ricordo chi) ha, per sommi capi, detto che la parola è fondamentale più per ciò che libera che per ciò che va a rappresentare, ed io credo che Marco Scalabrino sia in questo un maestro, in quanto utilizza la parola in forma essenziale e, quindi, lirica ed espressiva.
    Espressività e lirismo che si dimostrano impegnative, specialmente, nelle sue traduzioni poetiche, in cui le liriche, oltre ad essere tradotte, devono essere reinterpretate.
    Inoltre (e consentitemi di dirlo perché siciliana) nella poesia di Marco c’è studio ed utilizzo di vocaboli che fanno parte del nostro patrimonio linguistico, ma che, ahimè, forse la maggior parte di noi siciliani abbiamo completamente accantonato.
    Concludo sottolineando che, al di là dell’affetto e della stima che mi lega a Marco, ritengo veramente che egli sia uno dei poeti dialettali in grado di innalzare il tono (spesso ancorato a temi ormai stantii) della poesia siciliana e ridarle una linfa in netta relazione all’interiorità e ai contrasti che, senza schemi regionalistici, attraversano l’animo di un qualsiasi uomo di questo magnifico, ma spesso difficile pianeta.

    Mariolina La Monica

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  70. Tino Traina24/1/09 17:27

    In siciliano la megghiu palora è chidda chi nun si dici (la parola migliore è quella che non si dice).
    Nessuna parola deve uscire a vanvera, quasi soltanto rumore, dalla bocca;
    nessuno sproloquio è maggiore di una parola in più.
    Perché i siciliani hanno dovuto per secoli masticarla e inghiottirla amara la parola, per non poter dire quello che pensano.
    Ed è il divario brevissimo e incolmabile tra ciò che si vuol dire e ciò che si può a creare quella tensione spasmodica per una parola sacra e solenne.
    Marco in questo è campione.
    Animale che fiuta l’aria, che avanza con passo felpato, che ascolta e riascolta, che mescola odori, sapori, colori e foggia tra mille alchimìe il segno che parla da sé.

    Tino Traina

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  71. In questi giorni sono stato colto più che mai da una voglia di poesia, poesia vera, soprattutto siciliana contemporanea. Non indicherò su quali autori mi sono soffermato, per non correre il rischio di impegnarmi in confronti e in parallelismi, che non sono nel proposito di questo breve commento. Dico solo che ho riletto con particolare attenzione le poesie di Marco Scalabrino, che ancora una volta, e sempre più, mi hanno intrigato per la singolare espressività di un linguaggio sobrio, incisivo, elegante, talora aspro e intriso di ironia – a seconda delle necessità comunicative – ma sempre di grande spessore, di valore assoluto: al livello del lessico, dei contenuti e delle scelte metrico-ritmiche.
    La poesia di Marco Scalabrino è sostenuta da un’incontenibile passione per la parola e si alimenta di una grande cultura, soprattutto umanistica, forgiata anche nell’officina esperienziale delle traduzioni di opere straniere europee e non, nelle quali egli si è cimentato con successo, mentre anche le sue opere sono state tradotte nelle lingue di vari paesi, dove hanno riscontrato notevole apprezzamento.
    Nelle tre sillogi sinora pubblicate: “PALORI”, “TEMPU palori aschi e maravigghi” in cui alcune poesie sono tradotte in francese, inglese, italiano, latino, spagnolo e tedesco, “CANZUNA di vita, di morti, d’amuri” con la traduzione di tutte le poesie in italiano e in altre lingue europee e non, protagonista assoluta è, dunque, la parola. In tali opere i segni significativi (parole, spazi, punteggiatura …) trovano la loro migliore disposizione per esprimersi al meglio, padroneggiati magistralmente dal poeta, che li volge al proprio fine, annodando a suo uso e consumo le parole, anche le più difficili da mettere insieme (ncrucchittari); caricandole di accezioni nuove e diverse, talora di elevata pregnanza simbolica e metaforica; personalizzandole e instaurando con loro un rapporto diretto e colloquiale: esse, le parole, lo sconcicanu, lo cunnucinu manu manuzza, gli ammustranu mari e munti e universi trascinnenti. Ma talvolta addimuranu, / s’annacanu tutti e scialanu / si siddianu e l’aju a priari. O anche sciddicanu ammutta ammutta / ntronanu lu balataru / si ncantanu ’n-punta di la lingua // scugnanu // tinti / scrusci /mpaiati.
    Come chiaramente si può dedurre da questi versi, alcuni componimenti costituiscono ciascuno una poetica operazione metalinguistica.
    Parole così vive ed intriganti (è lui stesso che le rende tali attraverso un continuo laborioso incontro-scontro con esse) permettono al poeta di esprimere tutto il suo mondo di uomo che vive in questa società: poesia degli affetti autentici, varietà di temi, che vanno dai ricordi agli spunti di cronaca, agli argomenti di carattere sociale, ai problemi della quotidianità, al disagio esistenziale, a scatti di ribellione per esaltare la propria libertà e a difesa di quella degli altri: mi pare riduttivo citare titoli o singoli versi, isolandoli dal contesto in cui palpitano.
    La comparazione fra le tre raccolte ci permette di osservare come dalla prima alla terza si svolga e si sviluppi, in un climax positivo, una certa rarefazione del linguaggio, che si fa sempre più asciutto ed essenziale, senza scemare di forza e di espressività: a mio modo di vedere, però, tra l’una e l’altra non esiste una gerarchia di livello poetico-lirico – che si staglia complessivamente alto – bensì un diacronicamente diverso atteggiarsi del poeta nel porre in essere e nel trasferire in versi gli empiti dell’anima sua.
    Se questi lavori si sono potuti elevare a poesia, è perché essi non costituiscono aggregati di parole artificiosi, ma scaturiscono dalla mente dell’autore così congegnati in maniera del tutto nuova e spontanea, perché frutto di metabolizzazione – attraverso un diuturno impegno di studioso degli avvenimenti culturali passati e contemporanei – di forme e strutture, da lui arricchite ed espresse con stile personale e contenuti originali.
    Al conseguimento di tale risultato non è certo estranea la scelta della lingua siciliana, particolarmente a lui congeniale, che, contraddicendo in qualche modo le pessimistiche previsioni riguardo al suo declino, sembra in questi ultimi tempi trovare convinti e tenaci sostenitori, impegnati in una sua riqualificazione: e Marco lo fa, ottenendo ampi riconoscimenti, anche inserendo i suoi scritti in un circuito letterario internazionale, dimostrando che la poesia – quella vera – è tale a prescindere dalla lingua utilizzata.
    Questo discorso, proposto da me in maniera apodittica, nasce sì dalla mia schietta convinzione della sua autenticità, derivata dalla personale lettura e rilettura – con gli occhi, con la mente e con l’anima – delle opere di Marco Scalabrino, ma anche dalle profonde e puntuali riflessioni che su di esse, con acuto senso critico e grandissima sensibilità verso i prodromi e gli esiti della poesia, formulano Alfio Inserra, Flora Restivo, e insieme Carmelo Lauretta e Gianmario Lucini nelle loro introduzioni, rispettivamente di “PALORI”, “TEMPU palori aschi e maravigghi” e “CANZUNA di vita, di morti, d’amuri”, che ci aiutano a penetrare nel mondo del poeta, a comprenderlo e ad apprezzarlo.
    La mia diventa pertanto una semplice testimonianza – che si collega alle tante altre di autorevoli personaggi, italiani e stranieri - del rango che compete a Marco nel panorama della Poesia contemporanea in lingua siciliana, quali Vito Tartaro, Hédi Bouraoui, Jacques Thiers, Nelson Hoffmann, Giovanni Nuscis, Annalisa Macchia etc. – citati a mo’ di appendice in CANZUNA – cui ultimamente, sul suo sito, si aggiunge Stefano Guglielmin.
    Egli, con una felice espressione, così inizia il suo commento: «Marco Scalabrino è cultore della lingua siciliana e aperto al canto del mondo». Questo apprezzamento Marco se l’è guadagnato non soltanto perché molte delle sue poesie di TEMPU palori aschi e maravigghi e l’intero poemetto CANZUNA di vita, di morti, d’amuri in lingua siciliana sono tradotte in lingue diverse, ma anche perché egli stesso traduce in italiano opere straniere.
    Tradurre senza tradire, o tradendo il meno possibile, nella consapevolezza di tradire talvolta il testo per necessità metriche, talaltra la metrica per non turbare la forza comunicativa del testo, è in primis comprendere con esattezza, quando soprattutto si tratta di poesia lirica. Ciò comporta uno studio a fondo dell’originale, immergersi totalmente nella personalità dell’artista da tradurre, per quanto essa sia permeabile e in quanto ciò sia possibile, tenuto conto che l’autore, nel suo testo, non ha espresso che una infinitesima parte di sé. Soprattutto è indispensabile una profonda conoscenza della lingua dell’autore e della propria lingua, e – quel che più conta per tradurre un artista – avere la stoffa e la sensibilità dell’artista. Marco Scalabrino dimostra di avere siffatte qualità ed abilità, che gli sono state ampiamente riconosciute dagli interessati e dalla critica.
    Ritengo che, l’esercizio attivo delle traduzioni e l’avere introdotto la traduzione in lingue diverse delle sue poesie nello stesso testo, siano eventi largamente positivi. Tale indirizzo, ben lungi dall’attenuare il suo interesse per la nuova poesia siciliana (come paventa Guglielmin) per “sperimentare il suono di molte lingue intorno alla medesima sostanza” (il che potrebbe costituire valore aggiunto), ha certamente conferito al Nostro maggiore apertura culturale ed artistica. Al lettore si offre una possibilità in più: oltre a riflettere “sulla qualità dei testi”, presterà attenzione “sull’eccentricità dell’operazione”. Quanto a me, ne ho giudicato l’esito di grande interesse.
    Marco Scalabrino ha profuso grande impegno nella difesa del siciliano, di cui egli, con competenza e – perché no? – con orgoglio, ha sostenuto e dimostrato la dignità di lingua. La sua attività di poeta, commediografo, narratore in siciliano, di saggista, critico letterario, traduttore, riguardante quasi esclusivamente opere in siciliano, è una palese testimonianza che egli è all’avanguardia tra i cultori della lingua della nostra isola.
    Francesco Leone.

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  72. ringrazio per i preziosi commenti gli ultimi commentatori.

    gugl

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  73. Mi hai detto "dai un'occhiata alle maill"- Non avrei mai immaginato di trovare questa finestra di visibilit5à a cui mi hai invitata.-
    Mi pregio di aver letto le tue poesie. Scandendo le parole dai a chi legge la sensazione di partecipare, di essere in quei percorsi conosciuti che tu sai bene evidenziare frammentandoli.-
    Un caro saluto- c.elia

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