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domenica 3 maggio 2009

William Wall tradotto da William Stabile


Dopo questa intervista a William Wall, uscita su Blanc nel gennaio 2008, William Stabile mi invia queste due poesie del poeta irlandese, già edite in blog amici. Ve le giro così come sono.


They put
(pubblicata su Farablog di Alessandro Ramberti)


they put a camera up my ass

they put a camera down my throat

(not the same camera)

(or not the same day)


they made pictures of my brain

in onion skin

my spinal column

(intact I’m glad to say)

dear doctor

what else is there

I think

I eat

(I think I eat)

(I eat I think)

what goes in comes out

more or less on cue

I overheat at times

that’s the way the world goes

although I have never been exactly straight

I am approximately upright

& things that happen in my head

have their correlative elsewhere

we are all part of the great digestive tract

that is the world

& we all become much the same substance

& shadow

& when push comes to shove

you can know too much

since there never was a Jesus Christ

(as per the label)

(or at least not one that was a god)

there is no such thing as the perfect life

no let there be light

no logos to speak about

no way outlet’s call it evens

give me the strength to be
a broken man of the broken world



***

Mi ficcano una telecamera su per il culo

mi mettono una telecamera giù nella gola

(non la stessa telecamera)

(o no lo stesso giorno)

hanno fatto foto del mio cervello

a pelle di cipolla

la mia spina dorsale

(ancora intatta, devo dire)

caro dottore

che altro c’è

Penso

Io mangio
(
PensoIomangio)

(IomangioIopenso)

ciò che butto giù esce da sotto

più o meno al momento giusto

mi surriscaldo a volte

questo è il modo in cui va il mondo

sebbene non sia mai stato... esattamente dritto

sto più o meno in piedi

e le cose che mi girano in testa

hanno corrispondenze da qualche altra parte

facciamo tutti parte del grande tubo digerente

questo è il mondo

e diventiamo tutti più o meno la stessa sostanza

ed ombra

e quando il momento arriva

tu ne sai un po' troppo

dato che non c’è mai stato un Gesù Cristo

(come da etichetta)

(o almeno uno che fosse un dio)

non esiste sta cosa della vita perfetta

nemmeno lascia che sia luce

né Logos su cui parlare

né una via d’uscita

dai, siamo pari

dammi la forza di essere
un uomo spezzato di questo mondo distrutto




We imagine the police
(in Rizomatic, blog di poesia edito da Luca Paci)



.........In the dark times, will there also be singing?
.........Yes, there will be singing
........About the dark times.

........Bertolt Brecht, Motto to the ‘Svendborg Poems’

we imagine the police
cameras catching other people
doing things that irritate us
in their cars
this is the police state
of mind
as we shop in the late evening
in the supermarket
that never closes
not even for God
& we try to remember what we want
& we try to buy only what we need
& desire keeps getting in the way
we genuflect
before other people’s shopping
in aisles sacred
to the memory of home
cooking & detergent
& the kind of things your mother baked
& as we are occasionally electrocuted
by the metal
we begin to believe
that bread belongs to today
that there are different qualities of white
that there are no preservatives
that the meat
is prime
& the supermarket cares for us
& that every little helps
it is chip & pin
in the late evening
under the watchful eyes
we imagine
people using our cards
to buy things we would never buy
in places we have never been
on a day or days
without our express
permission
this is the police state
of mind
as we drive home in the night
with a car full of things
we scarcely believe are real
our past haunted by
kitchen paper rolls
cans of asparagus tips
stick & click LED lights
mosquito candles in case
we get global warming soon
disposable barbecues
fruit psychosis
& probiotic yoghurt
& canned salmonella
& thawing petits-pois
& lawn weed ‘n’ feed
& a nest box
& a special kind of notepaper
that has forget-me-nots
& a memory stick
& a device for opening
reluctant cardboard cartons
& a fold up tent
for when we fold our tent
& a wallet-full of promises
that there will still be shopping
no matter how dark the time




Immaginiamo la polizia




...........Nei tempi bui, si canterà ancora?
...........Si, si canterà
...........Dei tempi bui.

..........Bertolt Brecht, Motto to the ‘Svendborg Poems’

immaginiamo la polizia
telecamere che riprendono altra gente
che fanno cose che ci disturbano
nelle loro auto
questo è lo stato di polizia
dentro, nell’animo
mentre acquistiamo la sera tardi
nel supermercato
che non chiude mai
nemmeno per Dio
e cerchiamo di ricordare cosa vogliamo
e ci sforziamo di comprare solo il necessario
e il desiderio continua a sviarci
noi genuflessi
davanti alla spesa d’altri
nei corridoi sacri
alla memoria della casa
cucina e detersivo
e quel tipo di cose che tua madre sfornava
e poiché a volte rimaniamo fulminati
dal metallo
noi iniziamo a credere
che il pane è quotidiano
che ci sono diverse qualità di bianco
che non ci sono preservativi
che la carne
è fresca
e che il supermercato si prende cura di noi
e che un pochino ci aiuta
con un chip ed il PIN
a tarda sera
sotto gli occhi che scrutano
noi immaginiamo
persone che usano le nostre carte
per comprare cose che non compreremmo mai
in posti dove non siamo mai stati
un giorno o per giorni
senza il nostro manifesto
consenso
questo è lo stato di polizia
dell’animo
mentre guidiamo verso casa nella notte
con l’auto piena di cose
che a stento crediamo siano vere
il nostro passato inseguito da
Rotoloni Regina
barattoli di dita d’asparagi
stick & click luci al LED
candele anti-zanzare nel caso
ci fosse presto il riscaldamento globale
barbecue usa e getta
psicosi della frutta
e yougurt probiotico
e salmonella in barattolo
e piccoli punti che scongelano
ed il prato che si auto-rigenera
ed un nido a scatoletta
ed un taccuino speciale per gli appunti
che ha i foglietti per non dimenticare
ed una penna elettronica
ed un congegno per aprire
scatole di cartone che non si aprono
ed una tenda pieghevole
per quando noi piegheremo le nostre tende
ed un portafoglio carico di promesse
che esisterà ancora lo shopping
non importa quanto bui saranno i tempi

domenica 15 marzo 2009

John F. Deane


Uscito da qualche mese presso le edizioni di Atelier, Gli strumenti dell'arte di John F. Deane è magistralmente tradotto da Roberto Cogo, dalla cui prefazione riporto alcuni intensi stralci.

interrompendo il flusso


Fino a pochi anni fa, la poesia di JFD era praticamente sconosciuta agli italiani. Con l'uscita, nel 2002, della raccolta di poesie scelte Il profilo della volpe sul vetro (in una preziosa collana dedicata alla tra­duzione di poeti contemporanei viventi, magistralmente curata da Paolo Ruffilli per le Edizioni del Leone di Venezia) l'attenzione verso l'opera del poeta irlandese si è accesa e va intensificandosi. Lo stesso libro menzionato sopra, ha di seguito ottenuto il Premio Internazionale di Poesia, sezione stranieri a Marineo, in Sicilia.

Le dichiarazioni di JFD riguardanti la situazione della poesia in Manda e del suo difficile rapporto con la realtà odierna — nel suo breve ma intenso saggio The Censorship of Indifference or the Demise of Poetry, riproposto da Chiara De Luca (anche lei autrice di traduzioni italiane di Deane) all'interno del suo sito internet — potrebbe valere, in qualche misura, anche per la situazione italiana in riferimento ai rapporti tra grandi editori e poesia, sia nazionale che straniera. Vorrei qui proporne alcuni brevi stralci (la traduzione è mia): «Mai ho trovato la poesia tanto ignorata dalla realtà come oggi»; «il linguaggio è stato rubato da persone di potere che hanno ottenuto un controllo sui media e che manipolano le parole conformandole ai loro piani»; «Semplicemente, è impossibile trovare volumi di poesia sugli scaffali delle nostre librerie più grandi, ed è praticamente inutile cercare di convincere queste librerie a tenere poesia in traduzione» (JFD si riferisce alle pubbli­cazioni di autori contemporanei, ma potrebbe valere anche per gli altri); «Se solo una parte minima di giornali e riviste danno spazio con riluttanza a recensioni di poesia nazionale, per quanto riguarda la poe­sia tradotta siamo prossimi al nulla».
Il breve saggio si conclude con queste parole che illuminano, almeno in parte, la sua poetica, offrendoci uno spunto da cui iniziare ad adden­trarci nell'intricata ricchezza del vasto universo della sua poesia: «L'affermazione del momento, del luogo, del qui e ora - questa è la poesia - non il fatto del suo valore o uso commerciale o non-commerciale. Una poesia è un'epifania che interrompe il flusso».


Questa nuova traduzione di JFD, riprende quasi per intero l'edizione inglese uscita per la casa editrice Carcanet, nel 2005; risulta mancante solo la sezione dal titolo The Artist, che nell'economia italiana del libro andava ad appesantire, forse eccessivamente, secondo il parere dello stesso poeta irlandese, un ambito particolare — il suo drammatico e fondamentale rapporto con la religione e il sacro. La sua rinuncia a prendere i voti dopo avere frequentato il seminario segna, come è facile intuire, una svolta fondamentale nella sua vita. Il tema religioso — in particolare, l'urto tra le esigenze spirituali dell'individuo e le rigidezze dell'istituzione religiosa — si ripresenta infatti con regolarità nel procedere del libro, intrecciandosi agli altri temi basilari, come quello del difficile e complesso rapporto con il quotidiano; quello familiare e della memoria; e, last but not least, quello prevalente (nel senso che riesce a racchiudere tutti gli altri in un unico ampio abbraccio) della relazione del poeta con la sua terra, in particolare, con la scabra e vento­sa Achill Island, isola nativa di JFD, situata nell'estremo nord-ovest d'Irlanda, nella contea di Mayo, e a cui il poeta dedica non pochi tributi.


Tutto ciò è esemplarmente evidente fin dalla poesia che apre il libro, Canvas, che ci rende più chiara la cifra del procedimento poetico o, per così dire, la macchina complessa dell'operare artistico di JFD. Pertanto, in questa composizione, il poeta, dopo aver di nuovo preso atto, con rabbioso dolore, di una realtà inesorabilmente intrisa di guerra e di morte («questa terra-ossario»), trova momentaneamente conforto nel ricordo del padre, il che però lo porta fatalmente a rievocare anche il giorno della sua morte: le calde dita del padre che sfiorano il freddo liquido dell'acquasantiera, si fondono con quelle del figlio che «tocca­rono la sua fronte gelata» nell'estremo doloroso momento della sua dipartita. A questo punto, l'elemento naturale della pioggia riporta il poeta al presente, schiudendolo alle altre mute presenze che lo circon­dano: la luce serale, il ritrarsi delle zampette di un rondone, le nuvole, una cornacchia e infine un airone, la cui ombra in movimento, per un attimo, lo rigetta nella memoria di una guerra passata; a questo punto, avviene il grande salto, il passaggio o spostamento, da una semplice e concreta visione di vita terrena, a una sublime contemplazione artistica che poi sconfina nella sinestesia del divino — per quanto quest'ultima venga connotata di ambigua lontananza, facendo prevalere anche il pre­cedente e protratto gioco di contrasti: «poi il mondo sopra di me // fu un capolavoro di Botticelli che concesse / al mistero il suo scopo, poi spalancai il lucernario / inalando tutta l'asprezza e il trastullo di Dio / con il curioso lento girare delle stelle».
Quando l'infanzia (presente nella poesia di JFD innanzitutto come rievocazione e memoria personale) con le sue meraviglie e magie si presenta come un rifugio e la nostalgia sembra prevalere, ecco però rifarsi vivo, all'improvviso — spesso attraverso l'apparizione o la visione istantanea di un elemento naturale, animale o vegetale — un energico soffio di stupore che libera il campo da un facile accartocciar­si su se stessi e sul proprio senso di perdita, delusione o sfiducia. Se i ricordi dell'infanzia sulla sua isola sono come «territori...orlati da can­didi fiori / di biancospino» in cui è pienamente percepibile la presenza del divino e anche di una comunanza con esso attraverso la natura: «tu, mio Dio, eri il mio Dio vivente, e io / ero il tuo figliolo, non-prodigo, coinvolto, timoroso»; le esperienze e l'improvviso ripiombare nel pre­sente fanno prevalere un senso di cautela, in cui la direzione da prende re non è più chiara, mai sicura, così che tutto si fa insieme «strano e familiare». Il mistero irrisolvibile del vivere pervade adesso anche il paesaggio, è presente nella natura — pur sempre attraente nella sua enigmaticità e sofferenza, spesso causata dalla brutale azione umana: «poor creatures» era ripetuto già nelle raccolte precedenti in riferimen­to agli animali spesso feriti e intrappolati o costretti a razzie notturne nelle villette ben curate dei sobborghi cittadini che hanno invaso i loro tenitori e ridotto all'osso le loro prede e alimenti. La volpe, trasformatasi in simbolo trasfigurato di una natura violentata e sacrificata — che lì aveva addirittura assunto su di sé la sofferenze di Cristo — qui ricompare, ma oramai come un patetico emblema fossilizzato: «lungo \ la costa una volpe / di roccia sta in posa sulle pietre come una ballerina / mentre le dita belle e sapienti del vento / tracciano linee d'oro lungo / la sua pelliccia».
Un altro legame profondo, decisivo e, insieme, sempre misteriosamente presente, (come abbiamo già potuto notare) è quello tra i vivi e i morti, attraverso un movimento temporale inesausto di rievocazioni e improvvisi salti della memoria, familiare e non. «Tutti i cari estinti» — partecipi, in particolare, della seconda sezione del libro dal titolo The Old Yellow House — vengono, infatti, di continuo riproposti all'atten­zione del lettore, quasi sempre unitamente ai loro luoghi, così saturi delle loro cose (ma anche soltanto del loro ricordo), o accompagnati ai segni lasciati dal loro passaggio sul paesaggio domestico e naturale — quest'ultimo, peraltro, pare accogliere e inglobare tutto e tutti nel suo enorme grembo di torba (dalle connotazioni, devo dire, insieme mater­ne e spaventevoli).


Lo stile sobrio della scrittura poetica di JFD non concede molto spazio a orpelli o ammiccamenti, né a eccessi ritmico-sonori o a immagini esteticamente ricercate ed elaborate. Tutto si muove all'interno di una logica livellante che fa dei toni medi e dei ritmi smussati il proprio ambito di ricerca — riservandosi però spazi di improvviso fulgore, momenti rivelatori di rara intensità e bellezza. Certamente, la sua ardente frequentazione e conoscenza della Bibbia e dei Vangeli — pre­senti nei suoi testi sotto forma di reperti e citazioni, prestiti e variazioni su temi noti — conferisce alle composizioni un carattere particolare, intessuto di episodi emblematici e costruito sull'esemplarità dei gesti, così come su improvvise soluzioni di stampo didascalico o sapienziale ma, nello stesso tempo, anche su una grande aderenza alla realtà delle cose e dei fatti, così come alla concretezza disarmante di un vivere che si radica e si alimenta in un'incessante e sentita esperienza del quoti­diano.


The Instruments of Art

...................................................(Edvard Munch)


We move in draughty, barn-like spaces, swallows
busy round the beams, like images. There is room
for larger canvasses to be displayed, there are storing-places
for our weaker efforts; hold

to warm clothing, to surreptitious nips of spirits
hidden behind the instruments of art. It is all, ultimately,
a series of bleak self-portraits, of measured-out
reasons for living. Sketches

of heaven and hell. Self-portrait with computer;
self-portrait, nude, with blanching flesh; self
as Lazarus, mid-summons, as Job, mid-scream.
There is outward

dignity, white shirt, black tie, a black hat
held before the crotch; within, the turmoil, and advanced
decay. Each work achieved and signed announcing itself
the last. The barn door slammed shut.



*

There was a pungency of remedies on the air, the house
hushed for weeks, attending. A constant focus
on the sick-room. When I went in, fingers reached for me,
like cray-fish bones; saliva

hung in the cave of the mouth like a web. Later,
with sheets and eiderdown spirited away, flowers stood
fragrant in a vase in the purged room. Still life. Leaving
a recurring sensation of dread, a greyness

like a dye, darkening the page; that Dies Irae, a slow
fret-saw wailing of black-vested priests. It was Ireland
subservient, relishing its purgatory. Books, indexed,
locked in glass cases. Night

I could hear the muted rhythms in the dance-hall; bicycles
slack against a gable-wall; bicycle-clips, minerals, the raffle;
words hesitant, ill-used, like groping. In me the dark bloom
of fascination, an instilled withdrawal.



*

He had a long earth-rake and he drew lines
like copy-book pages on which he could write
seeds, meaning – love; and can you love, be loved, and never
say ‘love’, never hear ‘love’?

The uncollected apples underneath the trees
moved with legged things and a chocolate-coloured rust;
if you speak out flesh and heart’s desire will the naming of it
canker it? She cut hydrangeas,

placed them in a pewter bowl (allowing herself at times
to cry) close by the tabernacle door; patience in pain
mirroring creation’s order. The boy, suffering puberty, sensed
in his flesh a small revulsion, and held

*

hands against his crotch in fear. Paint the skin
a secret-linen white with a smart stubble of dirt. The first
fountain-pen, the paint-box, pristine tablets of Prussian Blue,
of Burnt Sienna – words

sounding in the soul like organ-music, Celeste and Diapason –
and that brush-tip, its animated bristles; he began at once
painting the dark night of grief, as if the squirrel’s tail
could empty the ocean onto sand. Life-

drawing, with naked girl, half-light of inherited faith,
colour it in, and rhyme it, blue. In the long library, stooped
over the desks, we read cosmology, the reasoning
of Aquinas; we would hold

the knowledge of the whole world within us. The dawn
chorus : laudetur Jesus Christus; and the smothered,
smothering answer: in aeternum. Amen. Loneliness
hanging about our frames, like cassocks. New



*

world, new day. It is hard to shake off darkness, the black
habit. The sky at sunset – fire-red, opening its mouth
to scream; questions of adulthood, exploration of the belly-flesh
of a lover. It was like

the rubbling of revered buildings, the moulding of words
into new shapes. In the cramped cab of a truck she, first time, fleshed
across his knees; the kiss, two separate, not singular,
alive. It was death already, prowling

at the dark edge of the wood, fangs bared, saliva-white.
Sometimes you fear insanity, the bridge humming to your scream
(oil, casein, pastel) but there is nobody to hear, the streaming river
only, and the streaming sky; soon

on a dark night, the woman tearing dumbly at her hair while you
gaze uselessly onto ashes. Helpless again you fear
woman: saint and whore and hapless devotee. Paint your words
deep violet, pale yellow,



*

the fear, Winter in Meath, Fugue, the Apotheosis of Desire.
The terror is not to be able to write. Naked and virginal
she embraced the skeleton and was gone. What, now,
is the colour of God is love

when they draw the artificial grass over the hole, the rains
hold steady, and the diggers wait impatiently under trees? Too long
disturbing presences were shadowing the page, the bleak
ego-walls, like old galvanise

round the festering; that artificial mess collapsing
down on her, releasing a small, essential spirit, secular
bone-structure, the fingers reaching out of need, no longer will.
Visceral edge of ocean,

wading things, the agitated ooze, women on the jetty
watching out to sea; at last, I, too, could look
out into the world again. The woman, dressed in blue, broke
from the group on the jetty and came



*

purposefully towards us, I watched through stained glass of the door,
and loved her. Mine the religion of poetry, the poetry
of religion, the worthy Academicians unwilling to realise
we don’t live off neglect. Is there

a way to understand the chaos of the human heart? our
slaughters, our carelessness, our unimaginable wars?
Without a God can we win some grace? Will our canvases,
their patterns and forms, their

rhymes and rhythms, supply a modicum of worth?
The old man dragged himself up the altar steps,
beginning the old rites; the thurible clashed against its chain;
we rose, dutifully, though they

have let us down again, holding their forts
against new hordes; I had hoped the canvas would be filled
with radiant colours, but the word God became a word
of scorn, easiest to ignore. We



*

came out again, our heartache unassuaged.
The high corral of the Academy, too, is loud with gossipers,
the ego-traffickers, nothing to be expected there. Self-
portrait, with grief

and darkening sky. Soon it will be the winter studio; a small
room, enclosed; you will sit, stilled, on a wooden chair, tweed
heavy about your frame, eyes focused inwards, where there is
no past, no future; you sit alone,

your papers in an ordered disarray; images stilled, like nests
emptied; the phone beside you will not ring; nor will the light
come on; everything depends on where your eyes
focus; when

the darkness comes, drawing its black
drape across the window, there will remain
the stillness of paint, words on the page, the laid down
instruments of your art.




Gli strumenti dell’arte

..............................................(Edvard Munch)


Ci muoviamo in luoghi ventosi simili a fienili, le rondini
indaffarate intorno alle travi, simili a immagini. C’è spazio
per mostrare le tele più grandi, ci sono magazzini
per i nostri tentativi più scarsi; tieniti

gli abiti caldi, i surrettizi sorsi di liquore
nascosto dietro agli strumenti dell’arte. Si tratta, in definitiva,
di una serie di tetri autoritratti, di misurate
ragioni di vita. Schizzi

di paradiso e inferno. Autoritratto con computer;
autoritratto nudo con carni impallidite; come
Lazzaro nel mezzo della chiamata, come Giobbe tra le urla.
Vi è una dignità

apparente, camicia bianca, cravatta nera, cappello nero
tenuto davanti all’inguine; dentro, tumulto e avanzato
decadimento. Ogni opera conclusa e firmata annuncia di essere
l’ultima. La porta del fienile sbattuta con violenza.

*

C’era un’acre odore di medicine nell’aria, la casa
silenziosa per settimane, in attesa. Una continua attenzione
alla stanza del malato. Quando entrai, le dita allungate verso me
come chele di gambero; la saliva

sospesa nel cavo della bocca come una ragnatela. Più tardi,
con lenzuola e copriletto ravvivati, fiori fragranti
stavano in un vaso nella stanza ripulita. Natura morta che lascia
ricorrenti sensazioni di paura, un grigiore

simile a una tinta che oscura la pagina; quel Dies Irae, un lento
gemito di preti in nero paramento, simile a una sega. Era l’Irlanda
servile che gustava il suo purgatorio. Libri messi all’indice,
chiusi in scaffali di vetro. Di notte,

percepivo i ritmi attutiti della sala da ballo; biciclette
inerti contro il muro del frontone; fermagli, minerali e la lotteria;
parole esitanti, maltrattate, brancolanti. Dentro me, l’oscuro fiorire
della seduzione, una trasfusa ritirata.



*

Aveva un lungo rastrello e tracciava linee
simili a pagine di quaderno su cui poter scrivere
i semi, significanti amore; ma si può amare, essere amati, senza mai
dire ‘amore’, senza mai udire ‘amore’?

Le mele abbandonate sotto gli alberi
si spostavano su zampette e ruggine color cioccolato;
se si esprime il desiderio del cuore e della carne, nominandolo
lo si farà incancrenire? Lei tagliò le ortensie,

le ripose in una ciotola di peltro (lasciando sfogo alle lacrime
di tanto in tanto) vicino alla porta del tabernacolo; nel dolore la pazienza
riflette l’ordine della creazione. Il ragazzo, subendo la pubertà, provò
una leggera repulsione per la sua carne, e si strinse



*

le mani tra le gambe impaurito. Dipingi la pelle
col bianco dei panni segreti e una stoppia elegante di sporco. La prima
penna stilografica, la scatola dei colori, tavolette originali di Blu di Prussia,
di Terra di Siena – parole

che risuonano nell’anima come musica d’organo, Celesta e Diapason –
e le setole vivaci sulla punta del pennello; cominciò subito
a dipingere l’oscura notte del tormento, come se la coda di scoiattolo
potesse svuotare l’oceano sulla sabbia. Ritratto

dal vero con ragazza nuda, in penombra di fede ricevuta,
colorala e rimala d’azzurro. Nella biblioteca oblunga, chini
sopra i banchi, leggevamo cosmologia, i ragionamenti
dell’Aquinate; avremmo conservato

dentro la conoscenza del mondo intero. Il coro
all’alba: laudetur Jesus Christus; e la soffocata,
soffocante risposta: in aeternum. Amen. Solitudine
che pende dai corpi come la tonaca. Un nuovo



*

mondo, un nuovo giorno. Difficile scuotersi di dosso il buio, la nera
abitudine. Il cielo rosso fuoco al tramonto che apre la bocca
per urlare; richieste di maturità, esplorazioni del ventre carnoso
di un’amante. Pareva

di frantumare gli edifici venerati, di forgiare le parole
in nuove forme. Nella stretta cabina di un camion, per la prima volta, lei s’incarnò
tra le sue ginocchia; il bacio, due esseri separati, non uniti,
vivi. E fu già la morte che s’aggira

all’oscuro limitare del bosco, a zanne scoperte, bianco-saliva.
Talvolta si teme la pazzia, il ponte che ronza al tuo grido
(olio, caseina, pastello), ma non si ode nessuno, solo il fiume
che scorre, e il cielo che scorre; presto,

in una notte buia, la donna si tirerà i capelli in silenzio, mentre tu
fisserai inutilmente le ceneri. Di nuovo indifeso temi
la donna: santa o puttana o infelice devota. Dipingi le tue parole
di viola intenso, di giallo chiaro,



*

la paura, Inverno a Meath, Fuga, L’apoteosi del desiderio.
Il terrore è di non riuscire a scrivere. Nuda e virginale
lei abbracciò lo scheletro e se ne andò. Qual è ora
il colore di Dio è amore

se stendono l’erba artificiale sulla buca, se la pioggia
persevera e chi scava attende impaziente sotto gli alberi? Ombre
di presenze scomode furono troppo a lungo sulla pagina, fosche
mura dell’ego, come ferro arrugginito

intorno al marciume; quel disordine artificiale che le crolla
addosso, liberando un piccolo spirito essenziale, struttura
ossea secolare, le dita allungate per desiderare, non più per volere.
Viscerale orlo d’oceano,

cose al guado, melma in agitazione, donne sul pontile
che scrutano il mare; infine, anch’io potei guardare
di nuovo fuori, verso il mondo. La donna vestita d’azzurro si staccò
dal gruppo sul pontile e venne




*

di proposito verso di noi; io guardavo dal vetro macchiato della porta
e la amai. Mia la religione della poesia, la poesia
della religione, gli onorati Accademici maldisposti a credere
che non viviamo di sola noncuranza. C’è

un modo per capire il caos del cuore umano? i nostri
massacri, la nostra negligenza, le nostre incredibili guerre?
Senza un Dio possiamo ottenere un po’ di grazia? Le nostre tele,
le loro forme e modelli, le loro

rime e ritmi, forniranno un minimo di valore?
Il vecchio si trascinò lungo i gradini dell’altare
per iniziare gli antichi riti; il turibolo sbatté contro la catena;
come di dovere, ci alzammo, sebbene loro

ci abbiano delusi ancora per difendere la loro fortezza
dalle nuove orde; avevo sperato che la tela si fosse riempita
di colori radiosi, ma la parola Dio divenne una parola
di disprezzo, facilissima da ignorare. Poi



*

uscimmo fuori, con il cuore ancora dolorante.
Anche l’alto recinto dell’Accademia è pieno di ciarloni,
trafficanti dell’ego, lì non c’era niente da aspettarsi. Auto-
ritratto con pena

e cielo che si oscura. Verrà presto lo studio invernale; una
stanzetta adiacente; ti sederai, calmo, su una sedia di legno, giacca
di lana pesante sulle spalle, occhi fissi dentro, dove non vi è
passato né futuro; sederai solo,

le tue carte in ordine scomposto; immagini di calma, come nidi
svuotati; il telefono vicino a te non suonerà; né si accenderà
la luce; tutto dipende da dove punterai
lo sguardo; quando

verrà il buio coprendo la finestra
col suo drappo nero, rimarranno solo
l’immobile pittura, le parole sul foglio, i riposti
strumenti della tua arte.


Born Achill Island 1943; founded Poetry Ireland - the National Poetry Society - and The Poetry Ireland Review, 1979; Published several collections of poetry and some fiction; Won the O’Shaughnessy Award for Irish Poetry, the Marten Toonder Award for Literature and poetry prizes from Italy and Romania. Elected Secretary-General of the European Academy of Poetry in 1996. Shortlisted for both the T.S.Eliot prize and The Irish Times Poetry Now Award, won residencies in Bavaria, Monaco and Paris. Latest poetry collection “The Instruments of Art”, Carcanet 2005; “In Dogged Loyalty”, essays on religious poetry, Columba 2006; latest fiction “The Heather Fields and Other Stories,” Blackstaff Press 2007. His latest poetry collection, “A Little Book of Hours”, came from Carcanet in 2008. He is a member of Aosdána, the body established by the Arts Council to honour artists “whose work had made an outstanding contribution to the arts in Ireland”. In 2007 the French Government honoured him by making him “Chevalier de l’ordre des arts et des lettres”. In 2008 John F. Deane was visiting scholar in the Burns Library of Boston College.Late 2008 he was elected President of the European Academy of Poetry.