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venerdì 8 novembre 2019

Fabrizio Bregoli su "La lingua visitata dalla neve"


Esce su Laboratori Poesia, il Portale legato a Samuele Editore, l'accurata recensione di Fabrizio Bregoli



Un passaggio:

[...]
Strutturalmente il libro si articola in due parti: la prima, che offre gli strumenti di base per la comprensione del testo poetico (“i fondamentali”) con un approccio di tipo metodologico e con la definizione dei mezzi tecnici necessari al dire poetico (notevole, in questa parte, la distinzione proposta fra allegoria e simbolo, come declinazioni possibili e alternative del dire poetico, di cui si discute la pregnanza rispetto al contemporaneo, fino alla formula dell’allegoria-zero ossia priva di sovra-senso ideologico, prendendo a esempio una poesia del primo Bertolucci); la seconda parte, che vuole essere una perlustrazione sullo scrivere poesia oggi, attraverso la ricognizione di singoli autori analizzati secondo la loro esperienza biografica, culturale, generazionale, storica, ma inscrivendoli in una suddivisione tripartita: la poesia lirica di matrice ancora essenzialmente simbolista, la poesia lirica che cerca gli strumenti per superare la scuola simbolista, la poesia non lirica e quindi in senso lato la “poesia di ricerca” nelle varie declinazioni possibili. Qui troviamo, in particolare, le prove nella forma “poema”, la “poesia asintattica”, il prosaico in poesia, fino all’esperienza della “prosa in prosa” (dall’omonima antologia curata da Giovannetti con testi di Giovenale, Bortolotti, Inglese, Broggi, Zaffarano, Raos) come nuovo spazio del poetico in cui è il puro linguaggio denotativo a farla da padrone, rendendo possibile ascrivere queste esperienze al genere poesia soprattutto per ragioni di tipo essenzialmente contestuale (vige qui il modello della littéralité di Gleize in primis, oggetto di dettagliata disamina). Molto interessante in questa seconda parte l’analisi della “poesia di superficie”, stante la frattura avvenuta fra ente e essente causata dalla società  neoliberista e consumistica, individuata come istitutiva di un nuovo canone del contemporaneo, con la speranza che nella decifrazione di questa superficie contraddittoria e opaca sia ancora possibile una restituzione parziale di un Essere sondabile e sottratto al “mondo della chiacchiera”, rinunciando a ogni tentazione simbolista: in tal senso vengono analizzate le poetiche di Mazzoni e Barbieri.
[...]

giovedì 29 agosto 2019

La lingua visitata dalla neve news


La lingua visitata dalla neve è ora disponibile
 presso  Aracne Editrice e le librerie ad essa convenzionate.

giovedì 22 agosto 2019

La lingua visitata dalla neve


È uscito!

sto programmando presentazioni a
Padova
Milano
Gorizia
Vicenza

(e anche in città con più o meno di tre sillabe) :-)

venerdì 19 luglio 2019

La lingua visitata dalla neve


Sta per uscire.
È una questione di giorni.


domenica 5 maggio 2019

Stefano Guglielmin, La lingua visitata dalla neve


Qualcosa sulla poesia italiana contemporanea.
Il mio lavoro più completo e complesso.


di prossima uscita presso
Aracne

lunedì 14 gennaio 2019

Bonsante: esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis? (II parte)



E allargando ancora un po' il discorso, con questo nuovo avvicinamento alla poesia, si può benissimo riscontrare come i due orientamenti, quello poetico e quello filosofico, generalmente tendono a confluire verso una stessa verità, quella appunto della advaita di cui sopra.

E anche qui chiarisco il mio pensiero con un componimento brevissimo, tratto da Bilico pag. 55 in Poesie 1954 – 2004, nel quale, rivolgendomi alla divinità dico:  


La carne è buia e
l'ansia delle reti calate
in alto
ti coglie in qualche morte
di innocente.

Vivo e murato in me.
Destino estremo.


Ecco, da questa lirica si evince che in fondo a noi stessi (e quindi in fondo a tutti) c'è un principio divino che ci desta alla vita (possiamo anche rileggere la primissima mia poesia di Poesie 1954 – 2004: emersi, sorpresi nell'aria...) E se non lo riconosciamo immediatamente (ma questo lo sto dicendo ora che scrivo) è perché un 'io' trionfante e tronfio, obnubila e altera ogni verità profonda: viva e murata in noi.

Ma esponiamo anche un'altra mia poesia (senza titolo) in cui in un impeto poetico, la stessa divinità è chiamata a partecipare a una fulgida giornata estiva:

da Dismisure pag. 64:


In tanto io sono in quanto tu sei con me
Nicolò Cusano

In questo giorno che di sé inonda
tutto il mare e tutta l'estate,
si disgela la tinozza dell'eterno.
Qui, sotto il mio segreto sguardo.

Le cose, al largo,si raccontano in luce
e golfi di luci, vibranti e deliranti.
L'armonia è nell'attimo che, pur brivido,
sembra fermarsi a contemplare.

- Severo diapason della mente
che come treno al palo:
osserva, accoglie, registra.

Ed è l'eterno che, uscito in strada da me,
da te... da tutti... qui, ora,
si lascia cogliere nel suo abito di fuoco
del mezzogiorno estivo.

Ferro rovente del fabbro che batte
sull'incudine. Cuore orfico dell'etere
pulsante in ogni fibra a modellare il cielo
e la terra. Sagace fucina d'un forte narcisistico
specchiarsi. Trasparenza e agio del mondo
liberatosi dalla culla del nulla e
rivelatosi in noi.

E specchiandoci... tutti a bere, anche Dio,
l'intenso fulgore del giorno quando l'anima
e le cose
cantano l'inno-ferita dell'esistenza.

A me non viene in mente alcun accostamento. Spero nell'intervento degli eventuali lettori.


Infine due brevi poesie che sembrano avere latamente lo stesso sfondo pur essendo temporalmente e geograficamente molto lontane:

Terra, monti, fiumi − celati in questo nulla.
In questo nulla − terra, monti, fiumi rivelati.
La primavera fiorisce, l'inverno fa scendere la neve.
Non vi è essere o non essere, non vi è neppure negazione.

Saisho  poesia zen

Saisho poeta zen, astraendosi dall'intelletto, si scopre immerso in un mondo appartato, pacificato. Emerso dal silenzio e immerso nel silenzio. In cui non vale la domanda di essere o non essere. Il tempo è in cammino. Si susseguono le stagioni. E tutto è assorto ed estatico. Si esiste in dolcezza e senza alcun perché. In tanta beatitudine scorre il senso della perennità silenziosa. Operante. Sospesa

A questa poesia zen associo una mia poesia senza titolo, e di due soli versi. Da Iridescenze:


All'alba la mattina si erge
sempre senza nome.


Perché senza nome? Perché l'alba, e tutte le cose e tutti i fenomeni di cui pullula l'universo, se nominati restano catturati e circoscritti dall'io... nell'io... Catturati dalla intellezione. Mentre in sé tutti i fenomeni sono evanescenze effimere aperte a tutte le interpretazioni. Gli indiani chiamano l'apparire del mondo la grande Maya, la grande illusione. Non nel senso della non esistenza di questo fenomeno (l'apparire del mondo), ma nel senso che questo fenomeno può assumere valenze e forme diverse in relazione alla natura e alla sensibilità di chi osserva. Questo avviene perché la realtà, come alcuni fisici cominciano ad asserire (e l'abbiamo già detto), è co-creata dall'uomo. L'alba senza nome significa – per limitarci agli umani – che ciascuno vive l'alba dal suo interno e a suo modo, e arriva fin dove la sua sensibilità lo 'conduce'.... Mentre se nominata, l'alba diventa una cosa tra le cose (nominate anch'esse). Questo distico parla della beatitudine e della infinità del tutto, alba compresa. Spetta a noi – cosiddetti civilizzati e cosiddetti intellettualizzati saper cogliere la sacralità del mondo come generalmente accadeva fino a pochi secoli fa. Nell'alba (così come in altri fenomeni), immedesimandoci, noi possiamo espandere noi stessi. Senza fine. E certamente ritrovare qualcosa di essenziale di noi stessi. Testimoni e fruitori privilegiati della vita, della bellezza. Dell'infinito. 

E ancora due poesie che lasciamo alla sensibilità dell'attento lettore: La prima è di Blake

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
E un Cielo in un fiore selvatico,
Tenere l'Infinito nel cavo della mano
E l'Eternità in un'ora.                                   


Mentre la seconda è mia, tratta da Esperidi:

Ansie che girano nella vagabonda sera.
Siamo tutti l’Aprile d’un mattino che stride.
Osservo nell’occhio del bruco la tempesta dei mondi.
Affidata alle ombre la gioia e il grido dei giorni.



Considerazione finali.

Se pensiamo che tra filosofia e fisica teorica c'è già da un certo tempo, un'innegabile convergenza, ecco che forse la mia idea di poesia perennis può non essere molto audace. Ci sono libri che attestano come già alcuni fisici si occupano di filosofia e come alcuni filosofi si occupano di fisica teorica. Ricordiamo pure che Democrito, il padre dell'atomismo, era fisico e filosofo. Che Parmenide era poeta e filosofo. Che Lucrezio era poeta e fisico dal momento che il pensiero di Democrito non è andato perduto solo perché è tutto dispiegato nel De rerum natura. Che tutti i filosofi presocratici erano essenzialmente dei poeti ma anche dei filosofi etc.  

Concludo dicendo che la poesia, come la filosofia, non potrà mai morire (anche se è morta per il grande pubblico) perché la poesia è il riaffiorare (debordare, traboccare) dell'anima. Al massimo potrà diventare arte di élite, come del resto sono già sia la filosofia che la fisica.

Tutte le religioni, le arti e le scienze
sono rami di uno stesso albero. 
Albert Einstein




Matteo Bonsante è nato a Polignano a Mare, vive a Bari dove ha insegnato nella scuola secondaria superiore.

Per la poesia ha pubblicato:
Bilico, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1986;
Zìqqurat, Centro Stampa 2P, Firenze 1996;
Sigizie (Poesie d’amore), Adriatica Editrice, Bari 1998;
Poesie 1954 – 2004 (libro ricompositivo comprendente i già citati e le raccolte inedite: Esperidi, Nugelle, Prime Poesie) Aliante Editrice, Polignano a Mare 2004;
Iridescenze, Aliante Editrice Polignano a mare 2007;
Dismisure, Manni Editore, Lecce 2010;
Simmetrie, CFR editore 2013 Piateda (SO)
Lapislazzuli, CFR editore 2011 Piateda (SO).Composto prima di Iridescenze ma pubblicato solo nel 2011


Per il teatro ha pubblicato
Caldarroste, Lo Faro Editore, Roma 1981
Dietro La Porta, Tusculum Frascati 1984
Per solo donna, Aliante Editrice, Polignano a mare 2004
Le talpe sono in volo CFR editore 2014 Piateda (SO)
La Marea (inedito)
Il concorso (inedito)

Per la narrativa ha pubblicato due romanzi brevi
Una Linea di Fuga, Adriatica Editrice, Bari 2001
Sperduto, stampa in proprio, Polignano a Mare 2003.

giovedì 10 gennaio 2019

Matteo Bonsante: Esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis? (I parte)



Pubblico, in due parti, una riflessione di Matteo Bonsante sull'essenza della poesia, mettendo in relazione la propria con quella di una tradizione legata all'ontologia.


Esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis?

Già da tempo per la filosofia, come è ben noto, è stata coniata una locuzione che comprende convenientemente tutto il senso della ricerca filosofica più alta. Di tutti i tempi e di tutte le latitudini. E cioè la locuzione filosofia perennis. Espressione che sta a indicare come essenzialmente le grandi filosofie di tutti i tempi e di tutte le latitudini, confluiscano, tutte, verso uno stesso compimento (miraggio, conclusione, utopia, verità etc.) che è quello detto della non dualità. In sanscrito questo approdo è chiamato advaita. In termini semplici ciò significa che tutti noi, con i nostri piccoli o grandi 'io', siamo distinti solo apparentemente e solo in superficie. Ma nel profondo e nell'essenza siamo tutti la stessa cosa. Noi e il Tutto siamo una stessa cosa, siamo Uno. Advaita significa non dualità. 

La stessa sintesi – a larghe trame –  crediamo si possa operare per la poesia, creando in parallelo la locuzione poesia perennis. Poesia capace di porsi domande finali tutte confluenti. O meglio poetiche tutte tendenti verso una stessa visione (o quantomeno una stessa tensione) verso il Tutto o verso l'infinito. Il che sembra essere la stessa cosa. Naturalmente non arriviamo a dire che una differente poesia, cioè una poesia orientata diversamente, non possa esistere. Esiste eccome! Un esempio per tutti è la poesia di Prévert. Semplicemente diciamo solo che una poesia tendente, nel corso dei secoli, al Tutto esista e che possa formare quindi la cosiddetta poesia perennis. Tutto qui. L'auspicio è che i lettori di questo blog che condividano questa mia enunciazione (meglio forse dire tentativo), si mettano in gioco dando il proprio contributo per rendere attendibile il parallelo che stiamo delineando tra la filosofia perennis e la poesia perennis. A questo scopo ho seguito il seguente criterio: scovare poesie, anche remote, orientate nel modo detto ed accostarle a poesie recenti o addirittura a proprie poesie per certificare la perennità di questo orientamento poetico. Propongo questo criterio nella speranza che anche altri poeti, o semplici lettori di questo blog, lo seguano. Con questo procedere coralmente, potremmo delineare in modo credibile ciò che abbiamo chiamato poesia perennis. 

Diciamo subito che poesie idonee a puntellare il nostro tentativo si trovano in tutti i tempi e in tutte le latitudini. A larghe falde possiamo affermare che poeti così orientati si trovano in area islamica (Rumi, Omar Kajan …) in ambito indiano si va dai grandi Rishi delle Upanishad a Tagore etc., in ambito estremo orientale troviamo poesie taoiste e poesie zen. In ambito europeo: Dante, Leopardi, Montale, Baudelaire, Blake, Hörderling, metafisici inglesi Pessoa e tanti, tanti altri che via via saranno certamente segnalati da vari lettori. Crediamo pure che generalmente la grande poesia sia comunque sempre rivolta al Tutto.

E cominciamo subito a esemplificare comparando alcune liriche recenti con liriche remote e meno remote, come sto per fare. E sono costretto però a citare la mia stessa poesia sia perché è quella che conosco meglio, e sia per invogliare altri poeti che possano, con i loro stessi testi, contribuire a rinvigorire questa mia tesi.

Ed ecco, di seguito, alcuni accostamenti (spero non arroganti. Non altezzosi).

Consideriamo Leopardi e la sua poesia più nota l'Infinito. Su questa poesia non dico niente perché è stato detto tutto e più di tutto. Avvicino a questa famosissima lirica (absit iniuria verbis!) la mia poesia Cosmo di pag. 145 da Zìqqurat, raccolta confluita nel mio libro ricompositivo poesie 1954 – 2004, lirica che riporto di seguito:

                                                               
                                                                 


COSMO


In fuochi e bende, eterno deliqui di
neonato. Ti tendi nell'esplodere di notturne
danze.
              - Mi assorda il coro e il caos
                dei tuoi infiniti numeri.

Sei altalena, buio, vagito, estate.
Mente che si sfrangia nel tuo ventre.

Esilio.

               - la casa e il cane
                 in una visione sghemba del tuo
                 centro.
 


A un attento esame, possiamo accorgerci che questa poesia altro non sia che il rifacimento dell'Infinito di Leopardi, con una visione più moderna della realtà cosmica. Posso onestamente affermare che, quando ho composto questa lirica, di non aver tenuto presente – almeno coscientemente – la lirica di Leopardi. Dico più moderna, solo per il semplice fatto che questo mio componimento è stato scritto 150 anni dopo quello del recanatese. E quale è la differenza tra i due sguardi sull'oceano infinito della vita? La differenza sta nel fatto che Leopardi innanzi alla 'infinità del cosmo' dolcemente naufraga, con un senso di abbandono religioso. (Di questi momenti lirici ce ne sono altri che smentiscono il Leopardi filosofo), mentre nel nostro sguardo, c'è la rivelazione e l'affermazione che il centro dell'infinito cosmico altro non sia che la coscienza umana (la casa e il cane...), anche qui c'è un senso di vaga religiosità capace di testimoniare e accogliere l'infinità, senza naufragio dell'io. Un io che si sente poeticamente centro vivo e palpitante dell'infinità. Del resto la fisica di questi ultimissimi tempi attesta che l'intero Cosmo non è che co-creazione della coscienza umana. Ma qui si aprirebbe un diverso sentiero che ci porterebbe molto, ma molto lontani, dal viottolo che vogliamo percorrere].

Non so come sarà accolto dai vari lettori del blog questo mio accostamento e questo mio argomentare.

Adesso cerco di precisare meglio quello che intendo, con un’altra lirica di poesia perennis (inserita cioè in un alveo di comune tensione e ricerca). Tutti ricordiamo il bellissimo ultimo verso di Baudelaire tratto dalla lirica Le Voyage, dai Fiori del male: 

A soi même    

Ô Mort, vieux capitaine, il est temps ! levons l'ancre !
Ce pays nous ennuie, ô Mort ! Appareillons !
Si le ciel et la mer sont noirs comme de l'encre,
Nos coeurs que tu connais sont remplis de rayons !

Verse-nous ton poison pour qu'il nous réconforte !
Nous voulons, tant ce feu nous brûle le cerveau,
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu'importe ?
Au fond de l'Inconnu pour trouver du nouveau !

Ed ecco la mia poesia in continuazione, oso dire (anche qui absit iniuria verbis!, ma di tutt'altro timbro, di tutt'altro tono e certamente più tenue e lieve, della poesia di Baudelaire, tratta da Lapislazzuli CFR edizioni 2011,  pag. 124 

Lasciarsi andare... Attraversare
astri e numeri senza più ancora
né sostegni. Sibilare su giorni inabitati,
senza indicazioni. Credere fortemente
che in fondo all'Ora c'è la pacificazione
e alto spazio e vanto. Non girarsi indietro.
Perché il mondo e i suoi arcani
volano con te. Circolarmente con te.
Verso una più ampia tavolozza
di giorni, di sogni e di colori.

A me sembra che questa poesia sia il prosieguo della lirica di Baudelaire. Laddove Baudelaire tenta il balzo nell'Inconnu, (scritto con la maiuscola), qui il balzo non solo (poeticamente) è compiuto, ma è anche annotato, descritto, esposto direi. Reso plasticamente percepibile. Il possibile lettore condivide? Chissà?!

E accostiamo ora una poesia di Archiloco intitolata Eclisse – un testo che risale a oltre 2700 anni fa circa – a una mia poesia che porta lo stesso titolo. Poesia questa del nostro tempo e del nostro sentire, scritta nei primissimi anni sessanta del secolo scorso. Leggiamo:

Archiloco ECLISSE


Non c’è nessuna cosa inattesa né scongiurabile né meravigliosa,
quando Zeus, padre degli Olimpi, fece notte da mezzogiorno
nascondendo la luce del sole che brilla. Il timore umido
scese sugli uomini.
Dopo questo tutte le cose per gli uomini sono credibili e spettabili
nessuno fra voi guardando si meravigli, neppure se le fiere con i delfini
si scambiassero il pascolo salmastro e le onde riecheggianti del mare
diventassero più graditi della terraferma a loro, e agli altri inabissarsi nel monte.

Ed ecco di seguito il testo della ECLISSE diciamo dei nostri giorni

ECLISSE.

Un sudore di paura ha imperlato gli uomini.
 Ormai tutto potremo credere possibile.
 Archiloco.


Nel raglio d’asino, carica di festuche, la terra
si inarca nella sua eclisse. nel fresco piegarsi
del giorno.

Eclisse.

Il vento si insinua radente all’aprirsi del-
l’aria.

Restiamo sul bilico di un più ampio respiro.

Eclisse.

Incontinenza tra cupole che girano senza domani.

E c’è odore di pietra, odore di zolfo, odore
della forma più pura delle altezze... su vasti tetti,
nella grande cisterna che – fucina di sghembi balconi –
gira in vapori di assenzio e giusquiamo.

Fiordi di pittosporo illanguidiscono estreme
opalescenze.

E la pietra schiaccia la pietra. Il volto ricerca il
volto. La foglia d’acanto della felicità, chiusa nel
gelo della sua purezza, ha forma e misura di domani...
Su vasti tetti.

Eclisse.

Sospensione del desiderio.

Maree notturne in schiocchi di scalmi hanno
squassato l’ufficio legale del giorno. Nei soppalchi
di cristallo i guardiani del silenzio dischiudono
scalee nelle assenze. Il dito sulla bocca.

E tutto è immobile contemplazione
tra secchi ricolmi di bianco latte.

– Riformuleremo nuove certezze sulla sintassi dei
cieli con nomi e sestanti d’alito?

Eclisse.

Il grande Tiresia – signore di molte stagioni – ricco
di squame, ha coperto con neri montoni le sue
meraviglie. Ci porge in dono la notte – il fondo
buio del cuore – e voci d’ombra.
E già i conciatori di pelli e i cacciatori di tigri
gridano da riva a riva. Si accalcano
i seminatori d’orzo. Squillano i metalli delle
ellissi e l’istante, lento e incombente (insondabile)
è tutto nel peso della sua presenza... su vasti tetti.

Eclisse.

Scienza dell’anima.

Scivolerò con rude arte nelle piramidi di
un’antica cabala. Nella forma più pura
del sorgere delle stagioni. Più vaga della esalazione
del fiore nel suo marcire. Più fonda
della esaltazione dei venti sui loro fragili steli.
Tra sete e canto.

(Spore del desiderio – guardinghe nella loro cipria –
si sfaldano in uve nere. Arcipelaghi di corrusca
saggezza vagano in fiordi di salgemma per formare
con le campanule del temporale il cuore del corallo
 marino). Il cielo è nelle acque.

Eclisse.

L’occhio del rapace squilla lungamente sui balconi
del mondo.
Si alza il vento.
Sulla terra.

                                  *

A un attimo dal nulla il domani resiste.

Come è ben evidente, il bellissimo testo poetico di Archiloco è volto tutto alla grande paura e al grande sbalordimento che generava l'eclissi soprattutto in epoche molto lontane. Nella mia poesia c'è generalmente questo senso della meraviglia ma, prendendo le mosse da tanta meraviglia, si eleva (ripeto 2700 anni dopo, e dopo la rivoluzione scientifica del 5/600 e quella del '900) a visioni molto nuove e precorritrici di tante scoperte che sarebbero via via venute, come ho già detto. 

Questa poesia giovanile è stata composta, nel lontano ahimè 1961, in occasione della eclissi totale del febbraio di quell'anno. In questa poesia c'è l'apparizione e il dispiegarsi di un cosmo in-percepito dagli stesso studiosi. I buchi neri, le energie oscure, le masse oscure etc. verranno dopo).

Questa lirica può essere ascoltata su YouTube digitando il mio nome e cognome nella barra di ricerca di YouTube. Nel filmato n° 3  [a 3 minuti e 15'' dall'inizio]. 

E lasciamo ai lettori l'eventuale commento di assenso o di dissenso a questo mio dire.

[la seconda parte Lunedì 14 gennaio]

mercoledì 21 novembre 2018

Guglielmin, dentro la lirica (non simbolista)



da La lingua visitata dalla neve (saggio inedito, frammento tratto da pp. 190-193)


CAPITOLO QUARTO

Dentro la lirica (non simbolista)






4.1 La lirica gode di buona salute dentro il suo ghetto

Il titolo di questo capitolo riprende il testiano Dopo la lirica, per chiarire anzitutto che, in entrambi gli assunti, a venire meno è l’aggettivo «simbolista». È infatti l’aura che pervade il poeta simbolista a perdere efficacia, a risultare fuori luogo, in una «società aperta», come la chiama Popper, dominata da programmazione e diplomazia, entro un quadro di massificazione generale. È con quest’ultima (e a volte con i suoi aspetti più deleteri) che il poeta si confronta, poeta la cui attitudine scrittoria non gli deriva più da un invasamento divino, come negli antichi, né da un’investitura naturale, dal genio, come nei romantici, ma piuttosto dal diritto di parola concesso dalle democrazie e formalmente organizzato dall’istruzione. Se, sfidando l’assoluto, l’abisso, il sovrumano, l’io romantico e simbolista mette necessariamente in risalto la propria eroica centralità, la sfida odierna alle piccole cose, alla quotidianità sempre più conformista e per certi aspetti devastante, lo svilisce socialmente e lo avvilisce moralmente, costringendolo ad aggiustamenti del canto verso il basso, il prosaico, il periferico.

Non si discute sulla crisi sia del Simbolismo e sia dell’Ermetismo, attiva almeno dagli anni Cinquanta. Sulla crisi della lirica, invece, sarei prudente, per quanto la «società aperta» abbia messo in circolo una langue ricca di tecnicismi, di strutture sintattiche tipiche del parlato, di democraticità interna fra io e mondo, che sembrerebbe favorire il prosaico. In effetti, un certo grado di prosaicità non è alternativo alla lirica, bensì un suo doveroso armamentario, una risposta sensata alla prosasticità biografica in una società che ha tradito le promesse del canto cristallino, confondendo felicità con benessere materiale, ricchezza con possesso di beni, cultura con informazione, democrazia con difesa dell’utile. Lo abbiamo infatti visto studiando De Angelis, Gualtieri, Anedda, De Signoribus, Cappello e Benedetti, e ancora di più è risultato evidente indagando Alesi, Cattaneo, Cavallo e Toma, nei quali, malgrado i dispositivi lirici risultino indispensabili a definirne la scrittura, troviamo una sicura convergenza alla referenzialità, al contesto extralinguistico.

A sostegno della tesi secondo cui la lirica gode di buona salute, contribuisce involontariamente la stessa introduzione di Enrico Testa a Dopo la lirica: se infatti egli organizza con facilità le premesse del prosaico contemporaneo (le opere, scritte tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Settanta, di Sereni, Pasolini, Montale, Caproni, Luzi, Giudici, Pagliarani e Raboni), quando parla della seconda metà dei Settanta, deve ammettere che la nuova generazione di poeti (Cucchi, De Angelis, Viviani, Conte, Bellezza) rifugge i padri, per seguire il visionario, l’alogico, l’eversione ludica, la dismisura e la disseminazione dell’io. Testa risolve l’incongruenza tagliando il nodo gordiano con la formula: «Autori che vanno letti […] nella loro singolarità e apprezzati nel loro collocarsi fuori quadro»[1]. Peccato che però subito dopo debba ammettere che negli anni Ottanta la prospettiva non cambia, essendoci un ritorno del «neo-sublime», e cita a tal proposito, fra gli altri, Stella variabile di Sereni, che «fa dell’identità un problema centrale». Non c’è dubbio che lo splendido poemetto Un posto di vacanza sia molto più lirico degli Strumenti umani, caratterizzato com’è da una liricità complessa, in cui l’io canta e parla, si veste d’endecasillabi e di stracci dialogici, dando al poemetto un’unità modernissima rispetto al simbolismo gracile dei suoi primi libri. E che dire, nel medesimo periodo, dei versi di Zanzotto, Valduga, Merini, del Giovanni Giudici di Empie stelle (1996) e di Eresia della sera (1999)? La presenza della lirica è un fatto innegabile nel canone recente; lo ammette lo stesso Testa, concludendo che a caratterizzare gli «ultimi vent’anni», più che il prosaico, è «l’assenza di poetiche forti, l’altissimo numero di autori e la loro mobilità o evoluzione stilistica (con casi clamorosi di passaggio per domini antitetici)». Tutto questo, conclude, rende «difficile […] una quadro d’insieme»[2]. A conti fatti, oltre al quadro, è la cornice culturale a mancare, qualcosa di valido che tenga unita la pluralità centripeta vigente, arginata dai migliori, ripeto, mischiando lirico e prosaico con una libertà nuova, dopo avere scaricato il Simbolismo o averci dialogato con prudenza.

La stessa antologia curata da Giuliano Dego e Lucio Zaniboni, La svolta narrativa della poesia italiana, uscita verso la metà degli anni Ottanta, porta nella prefazione l’incertezza di un discorso che non può decidersi in via definitiva perché questa «svolta», già annunciata da Montale nel 1951 in un articolo su “Lo Smeraldo”, soprattutto dagli anni Settanta è più che altro un procedere parallelo, dove «lunghe o brevi lasse narrative in versi sciolti» di alcuni autori convivono con «le ottave, i sonetti, i distici, le quartine» di altri[3]. I decenni successivi confermano questa compresenza, che diventa polarità conflittuale, alternativa improcrastinabile, solamente in chi si fa strenuo difensore di una delle due fazioni, talvolta per ragioni d militanza, talaltra per difendere fortini editoriali o per altre più mediocri ambizioni.

Il problema invece è un altro, ben più decisivo. Esso riguarda la credibilità della poesia europea in generale, la sua sopravvivenza nell’orizzonte culturale contemporaneo; sopravvivenza che dipende, mi sembra, anzitutto dalla capacità dei poeti di mantenere una distanza critico-biografica dalla medietà conformista, tale da garantire al testo un originale sguardo sul reale: è un fatto invece che l’odissea contemporanea dei poeti, non soltanto italiani, sfidi i flutti della quotidianità piccolo-borghese, al pari di un qualsiasi Dedalus dublinese; il loro orizzonte esperienziale è di solito ordinario, e anche loro, come l’antieroe joyciano, vivono la maggior parte del tempo in un giovedì qualsiasi di giugno, in un tepore senza minacce atomiche o malattie devastanti o dipendenze o lutti.

Ci sono anche poeti con differente carico esistenziale: quelli citati nel precedente paragrafo, per esempio, e altri con problematiche analoghe o perché malati, disoccupati o precari. Rimane pur vero, tuttavia, che il canone contemporaneo – penso a quello italiano, che conosco meglio – sotto il profilo socio-economico è costituito in gran parte da persone che svolgono mansioni impiegatizie, con un titolo di studio spesso universitario, coinvolti in una relazione coniugale più o meno stabile, che viaggiano in aereo, e che posseggono qualche competenza linguistica straniera, l’inglese di solito, e informatica. La loro sensibilità, li fa essere talvolta poco integrati nel tessuto sociale, ma non al punto da patire nevrosi irreparabili: insonnie, semmai, e disturbi psicosomatici, contenibili con psicofarmaci e qualche seduta dal terapeuta.

Viene da chiederci, che cosa abbiano da insegnare questi poeti ai lettori, i quali praticano gli stessi spazi e sovente gli stessi libri; dove riposi la specificità del loro sguardo; quale ruolo possano ancora assumere rispetto al bene comune, considerando l’evidenza che la società, specialmente italiana, li ha ghettizzati da tempo.
[…]



[1] E. Testa, Dopo la lirica, cit., p. XVII.
[2] Ivi, p. XXVI.
[3] Giuliano Dego, Prefazione a G. Dego, L. Zaniboni, La svolta narrativa della poesia italiana, Edizioni Agielle, Lecco 1984, p. 10.