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giovedì 25 maggio 2023

Guglielmin, Un regno di ciechi senza doni (Marco Saya Edizioni)


 Quarta ci copertina:

In questo libro ci sono quattro fili che si intrecciano: la trama dell’Amleto shakespeariano, il fare teatro nei suoi elementi fisici e simbolici, il metapoetico, la mia autobiografia. Al centro dell’intreccio c’è la Storia, con le sue ossessioni: il potere, l’identità, la famiglia, il libero arbitrio, la figura femminile.

 

Un grande vuoto pervade l’insieme, quello prodotto dalla modernità centripeta, che la scrittura colma soltanto in parte attraverso una regia che monta i frammenti e decide a quale voce dare o non dare la parola. Un’operazione che non cerca la meraviglia o il gesto di rottura con il canone: ogni testo porta invece con sé l’esperienza tragica del vivere. La mia poesia onesta si dà così, talvolta anche usando leve stilisticamente sperimentali, sia per centrare meglio l’oggetto del discorso e sia per una vocazione al dialogo postmoderno – di matrice filosofica – con la tradizione, che da sempre accompagna la mia scrittura.


Qui alcune poesie, ma il vero senso dell'opera si dipana seguendo passo passo lo svolgersi del dramma, scrittura di secondo grado non soltanto della vicenda amletica, ma della vita stessa degli uomini e delle arti rappresentative.

giovedì 31 marzo 2022

Dispositivi, recensione

 



Una bella recensione di Silvia Comoglio su TELLUS folio 

a

S. Guglielmin, Dispositivi, Marco Saya Edizioni, 2022 

giovedì 3 marzo 2022

Stefano Guglielmin, Dispositivi (Marco Saya Edizioni, Milano 2022)

 


Stefano Guglielmin, Dispostivi, Marco Saya Edizioni, Milano 2022, euro 10,00

 

 

Quarta di copertina:

 

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza. Il poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere. Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

 

 

 

Terapia

 

 

Si porta fuori un peso, con la parola,

ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,

una salita temporale (e un temporale,

anche, da smaltire), che ci mette infine

il corpo quieto, nel suo porto, e la mente

pure. Per essere più precisi, è la psiche

a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido

pensiero. Lo so

 

Spaccare il capello è una metafora pedante,

denota che ancora il peso non ha trovato

la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro

(anch’essa parola malata, introflessa).

Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta

l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia

terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

 

 

 

Caterpillar

 

 

L’ermo colle, dice, sarà spianato

dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce

l’orizzonte con la biro e prevede,

per noi, un controllato naufragio.

 

Da ogni lato, tecnici piantano chiodi

e un pugno di tracce da seguire:

il futuro cresce sugli assi cartesiani

su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

 

 

 

martedì 5 gennaio 2021

"C'è bufera dentro la madre", una nuova lettura di Giorgio Linguaglossa

 


Sorprende piacevolmente ricevere una lettura di un proprio libro, dieci anni dopo la sua pubblicazione. Un grazie a Giorgio Linguaglossa.


C’è bufera dentro la madre è la storia di un perdersi dentro il linguaggio materno e di un ritrovarsi in un altro linguaggio che si è allontanato definitivamente da quel linguaggio. Il tuo linguaggio poetico si situa in questa distanza, in questa tensione tra un linguaggio trovato e uno allontanato, che si è irreversibilmente allontanato dall’alveo materno. In quanto il linguaggio poetico è sempre un non domato, un linguaggio di tracce semi cancellate che baluginano nella pre-coscienza, senza mai riuscire a venire completamente alla luce.

Tutto ciò che è, è tale in accordo a un preliminare orizzonte d’essere che lo dispone. Qui si pone l’attenzione però su una cosa fondamentale, che troppo spesso rischia di essere tra-lasciata, e cioè che questo orizzonte d’essere ha un punto di vista, così come un punto cieco, e mentre quindi riceve e dispone tutto ciò che è in accordo al suo senso, è a un tempo spalancato a partire da un qui, da un ci che ne fornisce l’orientazione. Questo ci dell’essere è appunto l’esserci. Ciò vuol dire innanzitutto che tale orizzonte, in quanto orientato, non è assoluto, ha un punto di vista che non può ricomprendere tutto ma che accoglie e rigetta, seleziona e dispone, proprio a partire da qui, dal ci che esso stesso è, e non da un astratto punto distante, neutrale e indifferente. Questo è il tema centrale della finitezza di cui ogni sviluppo metafisico dovrebbe farsi carico: ogni considerazione sull’essere in generale è già sempre posta a partire da una posizione ontica che ne determina in qualche modo l’orientazione, il suo carattere.

Qui alcune poesie.


giovedì 29 agosto 2019

La lingua visitata dalla neve news


La lingua visitata dalla neve è ora disponibile
 presso  Aracne Editrice e le librerie ad essa convenzionate.

giovedì 22 agosto 2019

La lingua visitata dalla neve


È uscito!

sto programmando presentazioni a
Padova
Milano
Gorizia
Vicenza

(e anche in città con più o meno di tre sillabe) :-)

venerdì 19 luglio 2019

La lingua visitata dalla neve


Sta per uscire.
È una questione di giorni.


domenica 5 maggio 2019

Stefano Guglielmin, La lingua visitata dalla neve


Qualcosa sulla poesia italiana contemporanea.
Il mio lavoro più completo e complesso.


di prossima uscita presso
Aracne

mercoledì 21 novembre 2018

Guglielmin, dentro la lirica (non simbolista)



da La lingua visitata dalla neve (saggio inedito, frammento tratto da pp. 190-193)


CAPITOLO QUARTO

Dentro la lirica (non simbolista)






4.1 La lirica gode di buona salute dentro il suo ghetto

Il titolo di questo capitolo riprende il testiano Dopo la lirica, per chiarire anzitutto che, in entrambi gli assunti, a venire meno è l’aggettivo «simbolista». È infatti l’aura che pervade il poeta simbolista a perdere efficacia, a risultare fuori luogo, in una «società aperta», come la chiama Popper, dominata da programmazione e diplomazia, entro un quadro di massificazione generale. È con quest’ultima (e a volte con i suoi aspetti più deleteri) che il poeta si confronta, poeta la cui attitudine scrittoria non gli deriva più da un invasamento divino, come negli antichi, né da un’investitura naturale, dal genio, come nei romantici, ma piuttosto dal diritto di parola concesso dalle democrazie e formalmente organizzato dall’istruzione. Se, sfidando l’assoluto, l’abisso, il sovrumano, l’io romantico e simbolista mette necessariamente in risalto la propria eroica centralità, la sfida odierna alle piccole cose, alla quotidianità sempre più conformista e per certi aspetti devastante, lo svilisce socialmente e lo avvilisce moralmente, costringendolo ad aggiustamenti del canto verso il basso, il prosaico, il periferico.

Non si discute sulla crisi sia del Simbolismo e sia dell’Ermetismo, attiva almeno dagli anni Cinquanta. Sulla crisi della lirica, invece, sarei prudente, per quanto la «società aperta» abbia messo in circolo una langue ricca di tecnicismi, di strutture sintattiche tipiche del parlato, di democraticità interna fra io e mondo, che sembrerebbe favorire il prosaico. In effetti, un certo grado di prosaicità non è alternativo alla lirica, bensì un suo doveroso armamentario, una risposta sensata alla prosasticità biografica in una società che ha tradito le promesse del canto cristallino, confondendo felicità con benessere materiale, ricchezza con possesso di beni, cultura con informazione, democrazia con difesa dell’utile. Lo abbiamo infatti visto studiando De Angelis, Gualtieri, Anedda, De Signoribus, Cappello e Benedetti, e ancora di più è risultato evidente indagando Alesi, Cattaneo, Cavallo e Toma, nei quali, malgrado i dispositivi lirici risultino indispensabili a definirne la scrittura, troviamo una sicura convergenza alla referenzialità, al contesto extralinguistico.

A sostegno della tesi secondo cui la lirica gode di buona salute, contribuisce involontariamente la stessa introduzione di Enrico Testa a Dopo la lirica: se infatti egli organizza con facilità le premesse del prosaico contemporaneo (le opere, scritte tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Settanta, di Sereni, Pasolini, Montale, Caproni, Luzi, Giudici, Pagliarani e Raboni), quando parla della seconda metà dei Settanta, deve ammettere che la nuova generazione di poeti (Cucchi, De Angelis, Viviani, Conte, Bellezza) rifugge i padri, per seguire il visionario, l’alogico, l’eversione ludica, la dismisura e la disseminazione dell’io. Testa risolve l’incongruenza tagliando il nodo gordiano con la formula: «Autori che vanno letti […] nella loro singolarità e apprezzati nel loro collocarsi fuori quadro»[1]. Peccato che però subito dopo debba ammettere che negli anni Ottanta la prospettiva non cambia, essendoci un ritorno del «neo-sublime», e cita a tal proposito, fra gli altri, Stella variabile di Sereni, che «fa dell’identità un problema centrale». Non c’è dubbio che lo splendido poemetto Un posto di vacanza sia molto più lirico degli Strumenti umani, caratterizzato com’è da una liricità complessa, in cui l’io canta e parla, si veste d’endecasillabi e di stracci dialogici, dando al poemetto un’unità modernissima rispetto al simbolismo gracile dei suoi primi libri. E che dire, nel medesimo periodo, dei versi di Zanzotto, Valduga, Merini, del Giovanni Giudici di Empie stelle (1996) e di Eresia della sera (1999)? La presenza della lirica è un fatto innegabile nel canone recente; lo ammette lo stesso Testa, concludendo che a caratterizzare gli «ultimi vent’anni», più che il prosaico, è «l’assenza di poetiche forti, l’altissimo numero di autori e la loro mobilità o evoluzione stilistica (con casi clamorosi di passaggio per domini antitetici)». Tutto questo, conclude, rende «difficile […] una quadro d’insieme»[2]. A conti fatti, oltre al quadro, è la cornice culturale a mancare, qualcosa di valido che tenga unita la pluralità centripeta vigente, arginata dai migliori, ripeto, mischiando lirico e prosaico con una libertà nuova, dopo avere scaricato il Simbolismo o averci dialogato con prudenza.

La stessa antologia curata da Giuliano Dego e Lucio Zaniboni, La svolta narrativa della poesia italiana, uscita verso la metà degli anni Ottanta, porta nella prefazione l’incertezza di un discorso che non può decidersi in via definitiva perché questa «svolta», già annunciata da Montale nel 1951 in un articolo su “Lo Smeraldo”, soprattutto dagli anni Settanta è più che altro un procedere parallelo, dove «lunghe o brevi lasse narrative in versi sciolti» di alcuni autori convivono con «le ottave, i sonetti, i distici, le quartine» di altri[3]. I decenni successivi confermano questa compresenza, che diventa polarità conflittuale, alternativa improcrastinabile, solamente in chi si fa strenuo difensore di una delle due fazioni, talvolta per ragioni d militanza, talaltra per difendere fortini editoriali o per altre più mediocri ambizioni.

Il problema invece è un altro, ben più decisivo. Esso riguarda la credibilità della poesia europea in generale, la sua sopravvivenza nell’orizzonte culturale contemporaneo; sopravvivenza che dipende, mi sembra, anzitutto dalla capacità dei poeti di mantenere una distanza critico-biografica dalla medietà conformista, tale da garantire al testo un originale sguardo sul reale: è un fatto invece che l’odissea contemporanea dei poeti, non soltanto italiani, sfidi i flutti della quotidianità piccolo-borghese, al pari di un qualsiasi Dedalus dublinese; il loro orizzonte esperienziale è di solito ordinario, e anche loro, come l’antieroe joyciano, vivono la maggior parte del tempo in un giovedì qualsiasi di giugno, in un tepore senza minacce atomiche o malattie devastanti o dipendenze o lutti.

Ci sono anche poeti con differente carico esistenziale: quelli citati nel precedente paragrafo, per esempio, e altri con problematiche analoghe o perché malati, disoccupati o precari. Rimane pur vero, tuttavia, che il canone contemporaneo – penso a quello italiano, che conosco meglio – sotto il profilo socio-economico è costituito in gran parte da persone che svolgono mansioni impiegatizie, con un titolo di studio spesso universitario, coinvolti in una relazione coniugale più o meno stabile, che viaggiano in aereo, e che posseggono qualche competenza linguistica straniera, l’inglese di solito, e informatica. La loro sensibilità, li fa essere talvolta poco integrati nel tessuto sociale, ma non al punto da patire nevrosi irreparabili: insonnie, semmai, e disturbi psicosomatici, contenibili con psicofarmaci e qualche seduta dal terapeuta.

Viene da chiederci, che cosa abbiano da insegnare questi poeti ai lettori, i quali praticano gli stessi spazi e sovente gli stessi libri; dove riposi la specificità del loro sguardo; quale ruolo possano ancora assumere rispetto al bene comune, considerando l’evidenza che la società, specialmente italiana, li ha ghettizzati da tempo.
[…]



[1] E. Testa, Dopo la lirica, cit., p. XVII.
[2] Ivi, p. XXVI.
[3] Giuliano Dego, Prefazione a G. Dego, L. Zaniboni, La svolta narrativa della poesia italiana, Edizioni Agielle, Lecco 1984, p. 10.





domenica 11 novembre 2018

Stefano Guglielmin, La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi



In questi due anni di assenza da Blanc, non ho dormito. Ho scritto invece un lungo saggio sulla poesia italiana contemporanea, verificandone le radici e la tenuta testuale. Sono circa 400 pagine, s’intitola La lingua visitata dalla neve (è un verso di Eugenio De Signoribus). Posto per ora l'indice.


11        Prefazione
Daniele Maria Pegorari

17        Introduzione


Parte I
Questioni preliminari
           
21        Capitolo I
Derive e resistenze dell’io parlante                                                                             
1.1. La deriva del soggetto, 21 – 1.2. Poesia e inconscio, 26 – 1.3. Le insidie sociali del linguaggio, 30 – 1.4. Comunicazione, ideologia, archetipi (un esempio), 35 – 1.5. La creatività, 45.                                             
53        Capitolo II
La tecnica e le regioni del poetico                               

2.1. Simbolo, metafora, allegoria, 53 – 2.2. L’allegorismo debole del secondo Novecento, 68 – 2.3. Precarietà identitaria nel sonetto contemporaneo, 79 2.4. Il verso libero (ma da che cosa?), 90 – 2.5. Lirica vs Prosa?, 115 – 2.6. Poesia e oralità, 127.                                                          
                                   
Parte II
Scrivere poesia oggi

137      Capitolo I
Praticabilità della linea simbolista                                                     
3.1. Introduzione, 137 – 3.2. L’essenziale e la sordina, 142 – 3.3. Un analogismo ben temperato, 151 3.4. Milo De Angelis: salvarsi dalla deriva della contingenza, 165 – 3.5. L’ineluttabilità del simbolico, 173 – 3.6. Originalità, creaturalità, lateralità dell’io, discorsività, 177 – 3.7. Quando la biografia preme, 202.   
                                               
221      Capitolo II
Dentro la lirica (non simbolista)                                 

4.1. La lirica gode di buona salute dentro il proprio ghetto, 221 – 4.2. Il tragico nella lirica contemporanea, 227 – 4.3. L’impronta morale sulle ceneri della Storia, 265 – 4.4. La lingua degli affetti, 306 – 4.5. L’io mestamente lirico di Stefano Dal Bianco, 339 – 4.6. Accettare l’ordinario per ridare dignità all’io piccolo-borghese, 350.
                                              
355      Capitolo III
Sperimentare l’uscita dal lirico                                               
5.1. Sullo sperimentare e sullo sperimentabile, 355 – 5.2. Qualcosa di mobile e opaco continua a mettersi in scena, 365 – 5.3. Una scrittura dalla «memoria corta» e un possibile passo indietro, 374 – 5.4. Tre modi canonici del prosaico contemporaneo, 390 5.5. L’impersonale dove la lirica s’acquieta nella prosa, 402 – 5.6. Altre soluzioni di poesia in prosa, 410.                                                  
439      Bibliografia


445      Indice dei nomi

mercoledì 19 settembre 2018

Un po' di autobiografia del secolo scorso

Articolo, di Gianpaolo Resentera, uscito in un quotidiano locale nel 2002. Lo riporto perché è l'unico a riprendere la mia biografia delle origini, sconosciuta ai più.


GUGLIELMIN. NON SI È MAI DOVE SI È

[...] Forse la poesia non ha oggi che uno scopo negativo, in un mondo in cui le parole son troppe: di infondere malessere, di suscitare disorientamento nel casuale e distratto lettore, instillandogli il dubbio che le cose non stiano così come le gazzette bugiardamente assicurano ogni giorno con perseverante malizia. Ma farlo non in una prospettiva ideologica, o, peggio, politica, come pare facessero Nanni Balestrini o Elio Pagliarani, quasi si trattasse di una lotta contro il sistema. No, niente sistemi da abbattere, solo servire modestamente la verità dell’uomo e dire le cose sgradite che ormai nessuno dice più. Per esempio: «S’invecchia, si muore, sai? Intendimi: non gli altri soltanto, ma noi, ma tu…»; oppure: «Le passioni, eh, caro, svaniscono, e spaesata parola è l’amore, oggetto feriale e disadorno in un paesaggio oggi più che mai dominato dall’estetismo di Krizia e compagni…».
Forse allora le cose stanno anche peggio. Non è la scarsa leggibilità dei poeti d’oggi a togliere lettori alla poesia. Infatti non è che la riforma liturgica abbia fatto ritornare le folle alle chiese. È che sono parole sommamente sgradite quelle sillabate dal poeta, il quale è solo un prestavoce: c’è chi dice all’inconscio, c’è chi dice all’Assoluto…
Quale sia la verità, questi pensieri, davvero poco allegri, mi ha prodotto l’incontro con Stefano Guglielmin, pur più giovane di me. Mi è parso infatti di capire assai bene la posizione senza sbocchi del suo essere poeta. E tuttavia egli mi è parso ben determinato a perseverare nella quotidiana operazione della testimonianza.

2.
Nato nel 1961, originario di Magrè, da ragazzo o poco più Stefano Guglielmin praticava il mezzofondo con l’Emar di Mirko Gresele e voleva inserirsi nel mondo dello sport: un diploma qualunque e poi frequentare l’“Istituto Superiore di Educazione Fisica”. Ai geometri però, quando già la sua adolescenza spingeva all’involuto e alle letture che t’illudono spiegare gli enigmi con lo svelamento dell’inconscio, trovò un’insegnante che lo indirizzò a letture anche più costruttive. Fu così che per merito di Lilia Pino, finite le superiori, Guglielmin seguì i corsi filosofici del “Liviano”, fino a laurearsi con una tesi sul pensiero debole in Nietzsche ed Heidegger.
Ormai però da tempo le scuole s’erano assiepate d’insegnanti. E dopo la laurea egli non ebbe il coraggio d’insistere. Invece di attendere il suo turno pur d’insegnare filosofia, si adattò ad entrare nelle graduatorie di lettere. Ne derivarono i passati 9 difficili anni, mandato a insegnare lontano da casa, in sedi diverse ma sempre disagiate e di poca soddisfazione: ogni ottobre assunto, ogni settembre licenziato.
Abbandonato lo sport, per socializzare gli restava la musica, studiata per merito del nonno, Piereto Guglielmin, il quale si era fatto un nome suonando il violino nelle orchestrine e il violoncello nei matrimoni. Il nipote invece suona il pianoforte, ma da 6 anni fa anche parte del “Danny Rose”, un gruppo rock nel quale suona il basso elettrico.
Prima ancora però ci fu la poesia, un modo forse più nobile ed elitario per sciogliere o sublimare i propri nodi esistenziali. Debitore com’era delle sue letture freudiane e degli studi sul rapporto linguaggio-essere, non poteva che scrivere in modo illeggibile, anche perché c’erano già dei modelli, ammiccanti dalla loro marginalità, a professare l’affascinante (per un giovane solitario) avanguardismo della poesia come lotta al linguaggio istituzionalizzato, profeti disarmati ma ben determinati a combattere il sistema con la pratica di un trobar clus tra i più serrati. Forse qualcuno ricorderà i Novissimi e il “Gruppo 63”.
Marginale alla cultura “dominante” in città, Guglielmin vide in quel tipo di militanza la sua strada, sicché anche quando entrò a far parte degli “Amici della Poesia”, circolo animato da Danilo Faccin, non poté che restarci pochi anni, collaborando però, oltre che ad alcune antologie (Certo la pioggia, 1986), a qualche attività pubblica. Sua è l’organizzazione di una mostra delle riviste italiane di poesia, di cui nell’87 riuscì a portare a palazzo Toaldi Capra un centinaio di esemplari. Mostra andata deserta, com’è immaginabile…
Guglielmin, il quale nell’85 aveva pubblicato la sua prima raccolta (Fascinose estroversioni), accettò l’isolamento, cercando fuori di Schio qualche contatto, qualche colleganza, anche partecipando ai premi letterari, selezionati tra quelli dalle giurie di valore. Nel ’90, dopo aver pubblicato Logoshima (1988), colse il successo più significativo, vincendo con una silloge di 10 liriche il premio “Poesia” di Cologno Monzese che aveva in giuria, insieme con i più giovani Milo De Angelis e Roberto Pazzi, Giancarlo Majorino e Maria Luisa Spaziani. Subito dopo una sua poesia sonora, costruita insieme con Giacomo Bergamini di Arzignano, fu accolta nel n. 21 di Baobab, rivista diretta da Adriano Spatola.
Oggi Guglielmin ha momentaneamente detto basta alla poesia. C’è nel cassetto una raccolta (Le parole che al vento) con gl’inediti di un quadriennio (89-93) che Jolanda Insana gli ha promesso di pubblicare. L’autore me ne ha parlato come dell’opera più matura, più importante. Divisa in 3 sezioni (Dell’angelico, Dell’erotico, Del dolore) è una storia d’amore esposta da 3 voci, narranti in 3 stili diversi. Abbandonata ormai la ricerca linguistica dell’avanguardia, Guglielmin è convinto di aver superato la frattura tra lingua materna e italiano attraversando in modo sperimentale i linguaggi della nostra letteratura. Così, senza riecheggiamenti ma per via allusiva, ha trovato la propria voce.
Nell’attesa della pubblicazione, da 3 anni Guglielmin si è intanto indirizzato alla prosa ed ha già scritto 2 romanzi. Il primo, completato nel 93 in 110 pagine, s’intitola Buon Natale, bambini!; il secondo - Il giardino di Shaiho-Jo [finalista al premio Calvino del 1996, n.d.r.] - è appena finito ed è lungo una trentina di pagine in più. Di entrambi ignoriamo la trama e la scrittura; sappiamo solo che ora l’autore sta dandosi da fare con le case editrici per “collocarli”.
Lasciandolo, gli abbiamo augurato buona fortuna: per i figli, c’è, alla peggio, l’orfanatrofio: ma per gl’inediti?

3.
L’idea che sta alla radice degli studi raccolti da Stefano Guglielmin sotto il titolo di Scritti nomadi è chiara ma niente affatto allegra: è la solitudine la caratteristica intima dell’uomo. La differenza tra il passato e la modernità (o la postmodernità, cioè l’oggi) è che nel passato Dio non era ancora morto nel cuore e nella mente dell’uomo, per cui l’uomo trasferiva il proprio senso, la ragione della propria esistenza in Dio e a lui faceva sempre riferimento, col rischio che il fideismo annullasse razionalità e responsabilità. Posizione decisamente difficile da sostenere, se non con un forte equilibrio tra cuore e ragione, tra fede e ragione (Agostino, Pascal). Cresciuta patologicamente la ragione (Umanesimo? Illuminismo?), le lamentele del cuore sono state tacitate, in quanto l’uomo tentava di farsi dio a sé stesso. Da qui invece le tragedie dei vari totalitarismi otto-novecenteschi. In fondo, il dramma dell’uomo moderno è che, avendo dissociato la libertà dalla verità, si è trovato in mano un attrezzo inservibile e nel cuore il totale spaesamento: perché mortale era prima e mortale è rimasto anche dopo. Insomma, come aver gambe e non aver terra sotto i piedi.
Il merito del libro però non deriva solo dall’utilità che se ne può ricavare per una interpretazione sistematica, quantunque univoca, di vari autori del Novecento sia italiani (Campana, Fenoglio, Calvino, Volponi, Sanguineti, Giuliani, Porta, Balestrini, Zanzotto ecc.) sia stranieri (Camus, Beckett, Ionesco, Borges, Trakl ecc.). Questo vale per chi s’interessi di letteratura in senso professionale. No, c’è un altro merito, che per me vale di più ed è che il libro è legato da un resistente filo d’oro, fatto ad un tempo di coerenza e di nobiltà. Voglio dire che nella ricerca di Guglielmin - personaggio socialmente defilato - c’è stretto rapporto tra esistenza e coscienza: egli vive coerentemente la propria condizione, non importa se ad essa è arrivato passo passo, oppure per folgorazione agnitiva (quasi una Damasco all’incontrario, così ben descritta da Montale in Forse un mattino andando).
Dalla drammatica e immedicabile scoperta di essere «un altro» perfino a sé stesso, ecco le quotidiane lacerazioni, vissute sotto il profilo esistenziale (solitudine, spaesamento) e sotto il profilo creativo (il “più in là” della parola) e analitico, sezionando l’arduo simbolismo della letteratura dell’oltranza. L’altra cosa che apprezzo di Guglielmin è che non per questo sente ingiustificata l’opportunità del dialogo e dell’attenzione, perfino della compassione. Lui lo dice in modo meno semplice, ma il concetto è chiaro: essere «un altro» col desiderio di essere «in altro», avendo cioè in sé stessi una propensione ai compagni di strada e di pena.
Va da sé che, eliminato il postulato/pregiudizio dell’esistenza di Dio, niente più si potrà mai assolutizzare, se non - paradossalmente - la relatività. Pensiero debole? Altroché, visto che non c’è più centro, né noi siamo centro a noi stessi; ma anzi siamo periferici e spaesati, per cui niente di ciò che avviene davanti ai nostri occhi c’interessa davvero. Stranieri, dunque. Eppure…
Eppure c’è nell’intimo di tale disposizione “disperata” al vivere una incongruenza grande e misericordiosa: lo dimostra lo stesso Guglielmin quando cerca sinonimi alla «erranza» del sottotitolo e di sé: dice di volta in volta «straniero» «spaesato», «viandante», «nomade», «pellegrino». Sì, dice anche «pellegrino», a significare che il perenne nostro camminare in ricerca di un senso che non abbiamo, ha - forse - una meta, o la speranza di una meta: una umile, pascolianamente patetica o leopardianamente eroica («e mi sovvien l’eterno e le morte stagioni») aspirazione all’arrivo, all’accoglienza e, infine, al riposo.

martedì 25 ottobre 2016

Paolo Donini su "Ciao cari" di Stefano Guglielmin





Nelle traiettorie dei poeti c’è quasi sempre un’acme di confronto frontale con la morte.

Questa ospite sotterranea di ogni scrittura e ogni forma d’arte, pur abitando preferibilmente sottotraccia nell’opera,  a un tratto scoperchia la superficie del testo e mostra il suo antico volto ossuto, fissa l’artefice in faccia.

Nel cammino poetico di Stefano Guglielmin Ciao cari è presumibilmente la raccolta incaricata di pronunciare questo sollevamento della morte sopra il livello della testualità.

Ma mentre in molta letteratura e poesia il confronto si produce nei termini del lutto, epicedio o elegia, oppure in una soffocante perlustrazione dei perimetri terminali della finitezza, in Ciao cari, sin dal titolo, il tema della morte risulta complanare all’accadere stesso della scrittura.

E la poesia, epigrammatica e confidenziale al tempo stesso, compie una traduzione bipolare dalla terra dei morti all’esperienza dei vivi o meglio,  degli ancora viventi, senza che tra le due si frapponga la dismisura di un’eternità.

L’ancora vivo infatti parla ai già morti condividendo il dono di quell’ancora, come se tra i due vi fosse complanarità esistenziale e non iato. Straordinariamente, con il suo timbro poetico egli li trattiene in colloquio sulla soglia, per quanto trasparsi ormai da raggi nullificanti.

Domina i testi un tono di allocuzioni mai finitive, tanto meno celebrative bensì pacatamente quotidiane, in fieri, affermativamente interroganti e perciò aperte al risuonare pur impensabile di una risposta.

E i vari episodi, sviste, manchevolezze rimasti irrisolti nella relazione amputata dalla scomparsa di uno dei due interlocutori, vengono trattati come ancora passibili di sviluppo, di chiarimento e restituzione.

Il segreto di questo libro, nella sua prima sezione, è forse l’inattesa comunicabilità di vita e morte, la familiarità superstite, pacata e piana, tra chi parla nella luce e chi nell’ombra tace, in un silenzio vicinissimo, da una stanza che pur  serrata rimane lì accanto, poeticamente accessibile.

E forse questa prospezione confidente deriva la sua possibilità di pronuncia da un altro dato originale del libro: la piccola Spoon River di Guglielmin non accoglie infatti persone esemplari, modelli e tipi umani illuminati da fari fosforici, bensì un registro di perdite generazionali, elencate per nomi e per date, un bollettino di guerra gremito di per lo più brevi, per lo più suicidarie esistenze, di cristalli giovanili infranti.

Ed è proprio la giovinezza, la comunanza della giovinezza, a fornire il terreno alla comunicabilità del discorso tra l’ancora vivo e i già morti. A consentire non banalmente di salutare con il ciao del bar i cari entrati nell’abisso.

Essere stati giovani insieme significa, per l’esperienza e la reciprocità di allora, essere già estinti nel presente, che si sia vivi ancora o anagraficamente morti di già.

È quell’allora a fornire l’avverbio connettivo tra ancora (vivo) e già (morti).

Ed è per virtù di quell’allora che il vivo può condividere il discorso con i suoi cari morti, perché essi soli sono con lui depositari del comune passato. Del pio passato, come lo definisce la  Micol di Bassani, che lo identifica con una giovinezza la cui altra sigla letteraria è forse soltanto A Silvia, figure entrambe di morte prematura ovvero: precedente alla maturità.

Guglielmin ci parla così della solitudine propria di ogni adulto, nella cifra del distacco definitivo dalla giovinezza, di cui progressivamente, per chi ha in sorte di superarne l’età, è fatale condividere il sapore solo con chi vi è scomparso dentro, senza giungere a uscirne.

Nella seconda sezione del libro, la trama di persone di cui l’intera raccolta è intessuta, si riveste dapprima di anonimi, nell’esperienza generalizzata della perdita, e poi, puntualmente per un intellettuale, di ritratti d’autore.

Unica compagnia che regga il confronto con la vivezza biografica delle frequentazioni giovanili, sono infatti gli artisti, i poeti, gli scrittori degli anni formativi e poi delle letture senza termine né cronologia.

Il fantasmatico  tessuto relazionale che uno sguardo va nutrendo mentre scruta pagine e pagine oltre la miopia, al bagliore smorzato di un paralume, forse commentando qua e là un verso, un’immagine, un concetto con le ombre di ragazzi e ragazze, complici per sempre di un’antica avventura.

 Paolo Donini


Stefano Guglielmin, Ciao cari, La Vita Felice, MI 2016