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giovedì 25 febbraio 2016

Laura Di Corcia


Epica dello spreco (Dot.com Press, 2015), di Laura Di Corcia, è un’opera prima in cui l’enigma del titolo viene risolto a metà del libro, a pag. 35. Lo spreco consiste nel coraggio di scontornarsi l’identità, di farla gelatinosa (come scrive l’autrice poco dopo), tracimante, al fine illusorio di vincere la sofferenza, che ci costituisce centralmente. È una vittoria di Pirro, in effetti, uno spreco, appunto, ma vale in quanto segnata dall’azione, dal tentativo prometeico (e forse sartreriano) di vincere il destino (sta in questa estrema lotta l’epicità della sfida), che ci ha condannati al dramma dell’esistenza esposta al non-senso e al dolore, noi che vorremmo salvarci, come ci spiega l’ultima poesia, a costo di chiuderci “nel più piccolo dei microcosmi”. Il più importante dei quali, allegoricamente parlando, è lo stagno, parola chiave del libro, spazio chiuso, paludoso, antiepico, ma dove “puoi rimanerci un’intera vita” senza rischiare troppo, perché è qualcosa di conoscibile, di addomesticabile, specialmente se, per converso, sei attraversato nell’intimo dal demone dell’eccedenza, dall’hybris: “Io nasco a vivere come bruto – scrive la Di Corcia, capovolgendo l’Ulisse dantesco, negando al senso virtù e conoscenza –  e allora al mare preferisco lo stagno”. Che diventa prigione volontaria, contenzione per sopravvivere alle forze istintuali che la abitano.

L’evocazione degli spazi chiusi domina il racconto, fino ad invocare la riedificazione del muro di Berlino, organizzata tuttavia entro una cornice baudelairiana: “Ridateci il muro di Berlino: // io non voglio lo sbocco sulla terra di nessuno / voglio che i vermi costruiscano attorno al mio corpo / una gabbia di pane, una prigione che mi schiacci”. Immagine esemplare, sorella dello stagno, che tiene l’altro corno della questione: il desiderio di sparire, anche immergendosi in una storia d’amore totale, mortale: “Quel che cerco in te / se non lo hai capito / è la mia morte”. Che amore e morte violenta stiano insieme sotto il segno dello spreco di sé, Laura Di Corcia lo dice in più testi, ma non tanto con l’intenzione di denuncia sociale o impeto romantico, bensì, appunto, quale soluzione rapida e prosaica per porre fine sia all’agonia della vita, per natura assassina, e sia al peso, in termini di equilibrio idetitario, per sopportarla. Ciò spiega la scelta dichiarata di preferire il Tasso, uomo travagliatissimo, all’Ariosto, aperto invece alla comunità, al gioco di corte, al mare del poema cavalleresco dove nulla si spreca.

Riassumendo: esiste, in questa narrazione di sé, un cortocircuito fra la natura ribelle dell’io lirico (e lo spreco ne è l’emblema) e il desiderio di contenerla (lo stagno, il muro), una tensione drammatica che diventa, quale via di fuga, invocazione epica alla morte. Da questo punto di vista, Epica dello spreco potrebbe essere letto come un diario psicoanalitico, dove il soggetto fa i conti con le proprie angosce (“Laura sbrindellata, che scava e scava finché non trova un mostro / a cui dire, dai fai schifo, dai faccio schifo”), ma anche le sopporta al modo di uno Zeno Cosini, con ironia e autoironia, entrambe giocate nell’organizzazione sintattica e semantica, che talvolta imita l’abbassamento di tensione lirica tipica del parlato, oppure scaricando la violenza inconscia in frasi governate dalla libido, come in questi versi: “Ho conosciuto poeti / che cantavano stelle / e nella vita erano troie gemelle”; o, ancora, con un’assertività nata da un non detto esperienziale: “Il mare lo vedi azzurro ma è bastardo”. In definitiva, Epica dello spreco è un libro colto e naif al tempo stesso, capace di drammaticità, ironia e pensiero. Un bel libro, insomma.


1.
Il confine fra chi sono e chi non sono
è una palude larghissima,
una radura di acque di zolfo.
Di notte, se stai in silenzio,
il gre gre di ranelle ti sale fino in gola,
ti si appioppa nel cuore
come un colpo di pistola.
E provaci tu a tenerle zitte,
quelle mezze belve,
a sfibrare il loro lamento di fango.

Tutto è di un liquido
che sfianca la materia
sciorina versi indecenti
da farti tremare di nausea.

Il fluido di stelle
è un mal di testa che non dico
un sogno di quelli
che puoi fare solo in aprile,
in mezzo alla notte,
come un sole d’agosto
che gli dici: no, grazie, è troppo.




2.
Non è il tuo silenzio che mi pesa
ma la mia presenza.

Voglio sparire, mio caro, quel che cerco in te
se non lo hai capito, è la mia morte:
la dimenticanza, l’oblio vaporoso
che sia in mare o in lago, non importa
se sarà il vento
ad aprire porte tra il sale e il niente
o un mio controllato tentativo – un impulso che mi sale da non so dove – il
trionfo sul brodo primordiale – l’ego che buca il tempo

davvero, non cambia la spiegazione razionale, non sfiora la sostanza – il fatto
che ci immergiamo, che vogliamo che l’acqua ci riempia i polmoni – (che
scivoliamo)

Credimi, amore mio, mia speranza, mia fede, proiezione di ansia infinita
– elastico di senso, girotondo di girandole e voci, mia rosa di piombo:

è che siamo in attesa del tuffo:
(patiamo il risucchio dell’imbuto).




3.
Quanto sarebbe meglio, miei fiori appassiti,
piccole parti di me che lentamente decidono di accasciarsi,
seguirvi, verso i sentieri fitti di nulla,
seguirvi, come macchie di terra e impallidire con voi, piano piano
donarlo tutto questo sangue che si attorciglia nelle vene,
che anela, come un pazzo, nelle vene.
Eppure quando sei lì lì per scegliere la caduta,
quando ormai ti ha in pugno, ti ha risucchiato con i suoi umori di aria
(come voci leggerissime che si levano dal plesso solare)
e dici, va bene, sono tua, pozzo di mirto, verde bosco di pre infanzia,
ecco dunque che arriva una promessa di azzurro,
lo scintillio della prima risata, il forse dai, la mano dolce che ti riacciuffa.

Ce l’avevi quasi fatta, a inginocchiarti alla preghiera dell’oblio,
ed ecco che ti rituffi all’indietro (come se fosse tutto vero)
e subito dimentichi
il tamburo forte sul basso ventre, quel raduno di lombrichi
che hai al posto della gola, il rimbalzare del cuore, in perpendicolare,
per ogni no sbattuto sul naso: per ogni indelicatezza:
per le distanze tra te e le viole.

(Tutto allora sembra di latte, come se non ci fosse mai stato nulla di diverso,
dall’armonia pura delle sfere bianche, nulla che si discosti dal non colore,
solo aria di diamante e zinco, zinco a piovere dal cielo – piccoli granuli
di madreperla da accogliere sul fuso delle dita).

In un attimo, ti dimentichi dei pieni,
e come niente, tradisci le tue lacrime.




4.
La notte è un’ipotesi non verificata
se cala di colpo sul tuo corpo di Modigliani
spingendomi a regredire a noi due
a verificare i nostri corpi dall’alto.
Ma ragazzo mio:
ci sono assiomi che stanno come vedette
respingendo ogni avvicinamento
(a loro affido il sangue di sangue delle mie vene
questi frammenti in rotazione
la mia sera senza senso).
La legge del no non è la cosa più crudele,
è il suo schiudersi in minima probabilità
il musino di senso che sbuca dalla rete
ad attrarre le nostre mani di pane
per umiliarle, fustigarle sulla schiena di schiave
nere.
Contro questo dobbiamo rivoltarci
con occhi di bile,
contro la nenia
resisti, vai avanti, spera.
Molto meglio fermarsi su una, seppur falsa,
verità:
il muro è muro
e non può non essere muro.




5.
Eppure l’unica via di scampo ce la dà la gelatina
un po’ meno del ghiaccio, un po’ più dell’acqua:
ed è questo è il difficile, permanere
in una forma che il mondo rifiuta, sclerotizzato
fra evaporazioni e sublimazioni,                                                                            
su pause di ritmo che sono questo e tendono a quello.
La materia, se la ascolti,
te lo dice, che la gelatina esiste solo in cucina:
che l’io tende a fermarsi su una rigidità,
perché ha paura del risucchio                                                                                             (lo teme, l’inferno: lo brama – sono le sirene dell’abisso, il pianto antico                 
che da sempre ci appartiene come un noi ma riflesso – vapore bianco –         
come un noi ma vagante).
Il divenire è una legge crudele:
quanto sarebbe meglio potersi fermare su uno stato!
crocifiggerlo a dovere,                                                                             
proteggerlo nella propria bocca calda di bosco.
E invece tutto diventa cancrena, se si fissa:
allora va via, scappa, corre
smania di voglia di vivere                                                                                     
diventa il mostro energetico,                                                                             
l’atleta che non prende fiato:                                                                                               li vedi i pollini come impazziscono nel vento,                                                               
li vedi come scalpitano e esaltano l’aria di azzurra fanciullezza?
Ma tra forma e forma, non sarebbe meglio
cercarne una non dico perenne, ma minimamente stabile?
La gelatina è la risposta. Ma non è facile
trasformare ciò che è osseo in mollezza,
redimerne la pretesa di esistenza,
trasformare il suo narcisismo in moto continuo.
Ah, quanto sono brevi i moti dei fiori,
come subito ti schianti, gloria del mondo! Come scende
la montagna, di botto, dal picco
del proprio sé puntuto.
E quanto sei difficile, porta
che stai tra essere e non essere,
vita minimale ma forte, forte di nulla,
imbevuta di morte e per questo duratura,
attenta a non essere attenta.




6.
Chi l’ha detto che gli occhi
devono per forza girarsi,
chi ci dice che non possiamo dimenticare?
Le cose possiamo lasciarle senza contorno
senza l’abbraccio della parola:
il diamante che fissa il nucleo molle,
la violenza accecante della tettonica a zolle.




7.
è nel più piccolo dei microcosmi
che puoi trovare la salvezza.
Non sai vivere se non sai sprecare.



Laura Di Corcia, nata a Mendrisio nel 1982, ha conseguito la laurea specialistica in Lettere Moderne, con una tesi sulla poesia italiana del Novecento, occupandosi di Giovanni Raboni, Guido Gozzano, Umberto Saba, Giorgio Caproni e Patrizia Valduga. Terminati gli studi nel 2007, ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo. Dopo un paio di esperienze all'estero (a Berlino e a Los Angeles) è ritornata nella Svizzera italiana dove collabora con diverse testate, occupandosi soprattutto di teatro, cultura e servizi di approfondimento. Oltre ad aver partecipato a diversi Festival, tra i quali Europa in versi e Topolò, ha curato la biografia di Giancarlo Majorino, uscita per la casa editrice “La vita felice”. Di recente ha pubblicato il suo primo libro in versi, Epica dello spreco, presso la casa editrice Dot.com Press. I suoi testi appaiono anche nelle antologie Più non sai dove il lago finisca (stampa) e Fil rouge (Cfr).

lunedì 1 febbraio 2016

Maria Grazia Insinga


Raccolta vincitrice di “Opera prima 2015”, Persica (Cierre grafica-Anterem Edizioni) di Maria Grazia Insinga, si inserisce nel ventaglio di poetiche presentate da anni da questa singolare collana veronese, sostenuta da un autorevole consiglio editoriale guidato da Flavio Ermini. Singolare perché il consiglio finanzia metà dei costi di produzione, ma anche per l’azzardo di scegliere sempre scritture difficili, non disposte a compromessi con un pubblico principiante o che cerchi diletto. Il premio è inoltre avvallato dal litblog “Poesia 2.0”, uno dei più autorevoli siti che si occupano di poesia contemporanea.

Esce dunque con le più felici premesse questo libro della Insinga, autrice siciliana, e lo si sente. Anzitutto per quel gusto del contagio plurilinguistico, dello parola usata come una vanga per scavare nel corpo della realtà, sempre intesa nella sua valenza tragica. Penso alla Insana e a tutti i grandi narratori, da Verga a Consolo a D’Arrigo, abili anzitutto nell’organizzare un discorso in cui il tragico si gioca nello stile ancor prima che nella trama. Ad essi va aggiunto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il cui tardo racconto, Lighea, costituisce il motivo ispiratore di Persica. Entrambi infatti mettono in scena il canto afasico della Sirena, il suo aprirsi nell’ambiguità dirompente di cui ogni silenzio è capace. “Lighea resa all’acqua / senza rudimenti di nuoto / – l’afasia – è un infrangersi / che soverchia la voce”.

Il gran rumore delle parole pronunciate da Maria Grazia Insinga, il suo canto spigoloso sembra galleggiare fra i marosi di un bianco mare abissale, silenzioso, del quale non possiamo che cogliere un flebile eco. Il senso dell’opera si produce in questo attrito, nello scontro fra l’immobilità silente del già stato, del perduto, dell’origine doloroso di ogni evento, e la superficie mossa, canora, della costruzione versale, che sembra procedere come ghiaccio artico alla deriva, con i suoi detriti (il senso residuale e in parte decontestualizzato di ciascun elemento) imprigionati dal freddo dello stile. Ecco un esempio: “isola persica bocca / di terra lilia e lingua di terra nera libro porta e / morso segno logo e nicchio anaïs femmina e / conchiglia”, dove la concatenazione analogica, qui e altrove, vira la storia in mito, sotto il segno della voce in guerra col silenzio, dell’hybris in lotta con la quiete.

A governare il canto è la sua parcellizzazione, la forza della sillaba in un viaggio senza riparo, sia per il poeta e sia per che dice io nel testo, spesso accostato a “l’altra” (“io, l’altra sobilliamo i nomi della luce”) in un conflitto che s’immette nel profondo dell’identità ed è fortemente legato alla necessità destinale, come ci rammenta lo stesso testo incipitario, “Partenogenesi”: “Leggevo a caso le fratture le strisce / il pellegrinaggio, la purezza fulva a me predestinata”. Una necessità che, modernamente, incontra il caso, e che trova, nella “purezza fulva”, l’ossimoro perfetto per nominare la condizione del Malpelo verghiano, innocente nella misura in cui non riesce a vedersi vivere, come direbbe Pirandello. Allo stesso modo, la Insinga agisce stando attaccata alla metamorfosi del reale, ne diventa la bocca parlante, che ci racconta lo sfacelo dopo la perdita degli orizzonti, tra Cibele e Proserpina, tra l’Orfeo antico e quello di Campana, una bocca che, mordendo la pesca (la persica), vede il futuro di tutti noi, e per noi inorridisce. Ma anche, come rileva Bruno Moroncini nella postfazione, ci indica dove andare, la meta a cui siamo destinati, ossia “verso il mondo che crolla, verso il buio, verso l’altro bestiale e divino”, in una visione in cui gli opposti agiscano con sinergia vitale.



Partenogenesi

La tigre voleva solo nicchiarsi nella mano
credo fosse gravida e non esisteva per questo
alcuna spiegazione. Capire da che parte
fosse entrata era impossibile e all’ora delle doglie
senza alcun mondo - se non un delta tra le schiuse -
spaccavo, leggevo a caso le fratture a strisce
il pellegrinaggio, la purezza fulva a me predestinata.




La drupa

Parlava e così fui sommerso, dopo quello del sorriso e dell’odore,
dal terzo, maggiore sortilegio, quello della voce.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Lighea”


Non s’apre la drupa carnosa
la forzi e fuoriesce la voce il sortilegio
argentea moneta a rovescio incuso il delfino
guizzante nel porto falcato fuori corso e prima e
dopo e in corso d’opera voce corriva o circospetta
nelle scorribande del timbro ode e ancora sigillo non
casuale occorrenza corre ricorre pietra sempre corrosa dall’acqua…

… e raffiche di realtà penetrano il sacro recinto di ulissidi per forza
io senza rumore a ogni punto di morte recito il nome
forzo la sbergia recido litanie isola persica bocca
di terra lilia e lingua di terra nera libro porta e
morso segno logo e nicchio anaïs femmina e
conchiglia fòlade risacca e lunaria cibele
lighea e luce e semenza e poesia.




Santa Maria dello Spasimo


Dai nomi falsi allo spasimo
io, l’altra sobilliamo i nomi della luce
sibilliamo tagli di confine
carnei allo scadere del mondo
e il carniere colmo al muro
- sublime doppio - al muro
dove finisce il mondo
permane di bene, male.

Implora d’indulgenza il tremore alla luce
chiedile qual è la paura, al panico di cosa
fa’ che mai più nomini
dai solo nomi falsi e lascia che fluttui
dentro il buio, riprenda il suo schianto
lascia che lei ti porti con sé in alto
lo sai? - in immagini rispondo ogivale
mia prima d’esser mia.


*


Cala a sgravare l’acqua
per i catusi e cala cala
su Calafarina la grazia
scabra di infanzie non più
immobili quando ancora
la luce non cala quando
ancora la rabbia ci frana.


*


Il corpo, la biblioteca
perduta a discriminare
tutto nell’indistinto:
gli occhi all’indietro
un rosso alla persica
la veggenza nel morso.



Lo squaglio


Il moto a comandamento di luce
la soglia dei brusii appena accennata
l’unità nell’occhio e il dettaglio ardito
che arde una cera ignara allo squaglio.




Salmo


Dentro il libro folle a marosi.
Qui fuori nessuno. E di nessuno
rosa di nessuno verso di nessuno direzione
di nessuno contro di nessuno vento di nessuno
corrente di nessuno voltare di nessuno andare
a capo di nessuno ultimatum di nessuno riguardo
di nessuno paragone di nessuno prossimità
di nessuno approssimazione di nessuno sangue
di nessuno denaro di nessuno acqua che precipita
di nessuno rovescio di nessuno pari di nessuno
pollice di nessuno dipinto di nessuno papiro
di nessuno moneta di nessuno credito di nessuno
gonfalone di nessuno salmo di nessuno nessuno.



Maria Grazia Insinga nasce in Sicilia il 20 aprile 1970. Dopo la laurea in Lettere moderne, il diploma in Conservatorio e in Accademia, l’attività concertistica e di perfezionamento e l’insegnamento nelle scuole secondarie, si trasferisce nel 2009 in Inghilterra per poi tornare in Sicilia quattro anni dopo. Nell’ambito degli studi musicologici censisce, trascrive e analizza i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo. Suona in un duo pianistico ed è docente di Pianoforte presso l’Istituto “Vittoria Colonna” a Vittoria (Ragusa). Nel 2014 la raccolta La porta meta fisica riceve la segnalazione al Premio Montano. Sempre nello stesso anno - con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura di Capo d’Orlando - idea il Premio di poesia per i giovani “Basilio Reale” La Balena di ghiaccio giunto alla seconda edizione e presieduto da Emilio Isgrò. È membro della giuria del Premio Internazionale di Poesia Don Luigi di Liegro, partecipa al Rito della Luce di Antonio Presti nel 2014 ed è ospite di Enzo Campi a Bologna in Lettere nel 2015. Alcuni testi si trovano nell’antologia Il rumore delle parole (Edilet) e in vari blog. Nel 2015 vince il concorso Opera prima iniziativa editoriale a cura di “Poesia2.0” con la silloge Persica.


lunedì 24 agosto 2015

Loredana Semantica


Segnalato al premio “L. Montano” e arricchito dalle prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno, L’informe amniotico [appunti numerati e qualche poesia] (Limina Mentis edizioni, 2015) è opera prima di Loredana Semantica, un libriccino maturo, in cui gioco e apertura drammatica convivono senza soluzione di continuità, entro due simboli estremi: il Natale e la Croce, pensabili come la nascita e la morte sia dell’occidente e sia dell’io lirico, quali emblemi del moderno.

Il libro si fa voce organizzando una sequenza a ritroso, dal numero 69 allo zero. Per ogni numero un’ora, per ogni ora, nominata come in una cantilena, un fatto, un sentire, uno sparire, un dolore o un pensiero, con forse al centro il silenzio creativo, l’ozio dell’appunto 25: “Stasera nulla mia chiama. Tranne gli uccelli. Le loro zampette a stella sulla neve. Venticinque briciole di pane”. Ma c’è anche l’evenienza del sentire al femminile, in una rotondità percettiva che si contrappone (e fa felicemente attrito) alle brevi linee di ogni sequenza, interrotte da un punto arbitrario, da un chiodo cristico, come già ci aveva insegnato Stefano Massari in una discussione in rete alla quale partecipò, se non erro, anche Loredana, allora Alivento (qui su Blanc un post su i suoi inediti).

Rotondità del tempo fecondo e del sentire, femminile appunto, che dialoga con la linea che diventa spiga, sentenza, o frammento incompiuto, realtà puntuta, maschile, a volte compagna a volta nemica, scrittura da accogliere con pazienza, da raccogliere e metabolizzare sino a farne poesia. Perché Semantica è convinta che il sacro abiti la poesia, ma anche il giocoso, talvolta, entrambi aspetti della salvezza, di contro a un mondo povero di spirito, insulso e ignorante. Questa posizione non la grida, tuttavia, la dice piuttosto come se stesse prendendo appunti, qualcosa di meno di un discorso, e certo lontano dal canto che le agita l’anima e che lei tiene sotto controllo, per rispetto delle parole che “sono come erranti bestie. […] lente ma profonde. che hanno mete nell’azzurro. strepitosamente alte”.  Parole azzurre e alte, che però oggi non si possono usare, per rispetto alla storia minuta e carsica in cui siamo immersi, per mimetismo con questa storia, da pronunciare minuscola, che ci tiene in ostaggio e ci fa volare rasoterra in attesa di un nuovo rinascimento, dove finalmente cantare.



Da L’informe amniotico [appunti numerati e qualche poesia] (Limina Mentis edizioni)



59

Ho sonno e quasi crollo. e poi non vedo l'ora. di stendere le braccia. nel letto a croce aperte. mi assale. il cinquantanovesimo rintocco. come una folla di cose. dette e non fatte. di scadenze trascurate. l'autunno intanto stacca. dai rami le sue foglie oltre i tempi massimi. di tolleranza. 


57

Era commosso il petto fino al cuore. per la bellezza del creato. che si spandeva al sole d’agosto. calda e viva di colore. era per la separazione. tra l’ora dell’anima profonda. cinquantasettesima di gelo. e lo splendore circostante. per il peccato dell’indifferenza. quasi come inginocchiarsi. immobile a pregare. che giungesse la grazia. della riconoscenza. come rosa nel buio, l’illuminazione.



47

o. la fretta di fare. senza pensare. e in soli tre minuti.
Poi arriva il gelo. che ha occhi spalancati e fissi. quando cercare non ha rami. quando i segni sono morti. e non arrivano segnali. quarantasette scomuniche di senso. a dondolare di silenzio. che reclama la sua ora. e ne fa scempio.



41

Ottima luna
la direi piena
se non fosse ombrosa
e tonda luminosa
la direi nel canto melodiosa
luna bianca abbagliante
costantemente galleggiante
luna di luce lunare
fievole cupa celeste
luna nascosta dai flutti
a milioni di occhi
nel buio una buca gli spruzzi
luna di raggi vestita
versati con calma
nella calma pianeggiante
di uno specchio.

Luna dei passi lasciati
curiosa cangiante tortuosa
luna burrosa
ruggente libera ariosa
luna scavata di tane
nei crateri di roccia scabrosa
luna dai molti sentieri e corrosa
da quarantuno cunicoli scuri
luna infiorata di trame
luna centrale
solenne solare imperiosa
icona perfetta lunare
incollata al soffitto
con-chiusa a cameo
nel suo magnifico opale.

Luna affamata
luna da lupi
ringhiosa colante afflosciata
luna fantastica luna
divelta spaccata dannata
luna splendente di bruma
incantevole rosata offuscata
fredda di neve gelata
luna piangente
sfruttata aggredita aggrappata  
luna tenace
nel grembo radicata
immensa indicibile amata
luna accecante
ad ogni metro più grande
satolla saziata
luna brillante repleta ripiena
d’indicibile immane.



36

Noi nasciamo dal sopruso
quello versato sugli occhi ogni volta
dalla nascita al giorno di natale
quando aspettiamo ogni volta
che spuntino le primule
le ali sulla schiena
la catarsi
allunghiamo le braccia verso il sole
e germogliamo penne dal futuro.
Dal sopruso nasciamo
e dalle pietre
maturate al sole di gennaio
come guerrieri sconfitti
teste tagliate
trentasei denti d’Idra
nella terra seminati bianchi
lucenti e fioriti
dal suo sangue.
Lucente fiorisce
e nelle ossa trema
il freddo in trasparenza
il gelo
il cuore che sfiancato tiene
battendo duro nel tallone
per i veli in superficie
per le coperte
per la neve che dorme
per la radice
per le zolle rivoltate
fino all’imo
per il silenzio delle piume
che divora la carne
che impressiona.



30

Arida è la lingua senza sole. nonostante sembrasse un pozzo senza fondo. nonostante avesse in corpo. slanci d’azzurro e verdi foglie. anche a pescare con la scumarola. niente affiora. nessun suono. nessuna parola. questa è l’ora trentesima. risacca dell’ insignificanza. pena nera. nera pietà del mondo.



23

Lui pronuncia la lingua degli uccelli. esce dal becco lungo adunco. a croce. limpidissima la voce. ventitré suoni a calibrare il vento. soffio che passa dalla bocca. tasto che la corda tocca. rombo spacca timpani di tuono. acceso fuoco che produce. onda dal fragore verde. dove cadere per elastico abbandono. dal più alto picco del dolore. sottomettendo al dominio del pensiero. l’istinto di sopravvivenza primitivo.sottomettendo al dominio del pensiero. l'istinto di sopravvivenza primitivo.sottomettendo al dominio del pensiero. l'istinto di sopravvivenza primitivo.o picco del dolore. sottomettendo al dominio del pensiero. l'istinto di sopravvivenza primitivo.



21

A misura che cresce la deriva. cresce per questo stato esposto. la tenda che ti scherma. gli occhi penetranti. i ventuno lineamenti. le ossa di gomiti e ginocchia. le vene che disegnano le strade. tra il petto nudo e l'incavo del braccio. il cicaleccio vacuo della rete. che copre il ventre franco. l'autentica natura.



20

Le parole camminano. sapete. sono come erranti bestie. gobbe di cammello sulla sabbia. basti dalla soma alta. sono gambe in moto roteante. a seguire traccia. il fiuto che le guida. la forma che le impasta. venti treni da trasporto. bastimenti carichi di nomi. e voli magnifici d'aerei per quelle belle. circonfuse di luce cristallina. lente ma profonde. che hanno mete nell’azzurro. strepitosamente alte. cristallina. lente ma profonde. che hanno mete nell'azzurro. strepitosamente alte.



12

Io lo so com'è ch'è il vento. come a un certo momento. con le foglie si solleva e corre. come filtra dal di dentro. e soffia oltre le porte. io lo so come fuoriesce. da molte bocche storte. come alimenta un fuoco. di benzina e nulla. come sibila piangendo. o ride dei suoi colpi. piantando chiodi. dodici e lunghi per infliggere tormento.




Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, è laureata in legge, è sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: Silloge minima (7/11/2009) Metamorfosi semantica (3.2.2010), Ora pro nomi(s) (27.3.2010) Parole e cicale (13.8.2010) L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta opera selezionata al premio “Opera Prima 2012” e opera finalista al premio “Lorenzo Montano 2012” sezione “raccolta inedita“è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis. Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola” di 30 poesie ciascuna, e “Poesia delle feste” con testi suoi e di Francesco Tontoli.  Gestisce il blog  “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/.




mercoledì 3 dicembre 2014

Giuseppe Nibali


È bello leggere un libro di un giovanissimo esordiente, Giuseppe Nibali, accompagnato da una postfazione precisa e competente di un altro poeta nuovo, Bernardo Pacini. Il siciliano Nibali, ci spiega Pacini, si muove nell’aspro e nell’arso della canicola siciliana, facendo tesoro dell’insegnamento “implacabile” di Bartolo Cattafi, un poeta che in effetti, come Nibali, perfezionò “l’arte della sottrazione”: “Togliamo anche / l’acqua l’aria il pane. / Giunti all’osso buttiamo / fuori della vita / l’osso, l’anima” scriveva Cattafi  in “Tabula rasa”, proponendo un ermetismo materico, di contro a quello rarefatto fiorentino. La scrittura siciliana, d’altro canto, si riconosce anche da  questa spigolosa tragica movenza, da Verga a Bufalino, da D’Arrigo a Consolo, sino alla poesia di Angelo Rendo, classe 1976, del quale scrivevo, a proposito di La medietà, “raramente un’opera prima sa fondere l’urgenza biografica nel solido di una scrittura essenziale, smussata intorno alla forma-periodo e venuta a galla perfettamente asciutta dopo aver attraversato il diluvio dell’interiorità.

Giuseppe Nibali in Come Dio su tre croci (Edizioni ae, collana diretta da Davide Rondoni) si racconta con questi strumenti umani, ficcando i piedi nella miseria della vita messa in scena attraverso la metafora del mare, fra mito e storia: mare origine e mare morte, mare madre che prende e che dà, cosmo preso dal risucchio del tempo e della memoria, due tiranni a cui egli affida la penna con la stessa ansia a cui si darebbe la mano alla medusa. Nibali si getta nella scrittura come da un precipizio, affidandosi all’intreccio metaforico, rete in cui l’analogia non lascia passare l’orizzonte, mescolando appunto l’urgenza ermetica d’intimità con l’assoluto e una poetica degli oggetti di radice più siciliana che lombarda, più esistenziale che culturale. L’effetto è labirintico, uno spazio claustrofobico eppure ricchissimo di sensualità, dove l’espressionismo, il gusto barocco per l’eccesso, il piacere di sentire la parola nei suoi elementi tattili, fonici e olfattivi, si concretizzano in figure guizzanti eppure potenti come pietre. Un esempio: “Mentre le mani pescavano / nella mattanza dell’inchiostro / le ossa pesanti del tonno / i rigurgiti, i libri / i giornali freschi del mattino”. Talvolta il giovane Nibali si fa prendere la mano, l’adrenalina corre, pesca nei fondali, portando a galla un rimosso che ci parla per enigmi: i “ricci giustiziati / fra i tuoi seni” o “gli occhiali della resa / inforcati sul mutismo / sul Cristo, il bambinello / il fango crollato sul letto” o “Estirpa quest’ortica / dalle corde. Tagliami / il prepuzio osceno / delle vene / ché esplode ché morde” o “Questa terra tanagliata / piange tre ronzii di ratto / da ogni punta”. Quest’ultima immagine, tuttavia, più che enigma è stemma, emblema di una Sicilia martoriata, Trinità in croce nelle fogne dell’illegalità e dell’ingiustizia. La responsabilità, pare dirci Nibali, è autoctona: “Siamo noi adesso / a chiodarci i polsi / alle croci – noi ladroni / con la noia domenicale / che copre la televisione / spegne l’urlo al Golgota // e non vogliamo deposizioni”.

Il tema cristologico attraversa il libro apparentemente sottotraccia, ma invero in una triangolazione analogica che fonda il libro stesso: il padre di Giuseppe, Salvo, fu poeta, tanto che lo potremmo pensare quale primo maestro di metafora e di responsabilità. Tra i due si istituisce infatti un dialogo segreto, fra colpa e liberazione, che si muove parallelo a quella trinitario, dove, in Giuseppe, è la scrittura stessa ad essere lo Spirito Santo, il sacro legame con il padre, che sotto questo profilo diventa Padre, causa prima. Il sottotitolo del libro, affinità elettive, dice questa relazione decisiva, per combinazione chimica, naturale, e per cultura, per condivisione di un progetto, quello di essere uomini e non caporali, “uomini senza padrone – scrisse Salvo Nibali – che sanno / ai Saraceni strappare una croce una brace / per morire”. I Saraceni di oggi Giuseppe Nibali non li nomina, ancora non è pronto a rivelarne pasolinianamente i nomi, ma del poeta di Casarsa sceglie la strada più intima, esistenziale, mettendo in esergo una citazione in friulano che ci dice, in estrema sintesi, il pensiero tragico che costituisce nel profondo Come Dio su tre croci: “Vuei a è Domènia / domàn si muore” (“Oggi è domenica / domani si muore”). Ed è bello anche questo legame fra il profondo sud e il profondo nord, due terre di confine, che hanno sempre dato molto alla cultura italiana. 


Da COME DIO SU TRE CROCI

Faccia chiusa
e lo strascico vedovale
che mi regalava il sole e la chiesa
nei giorni che mancavano al tuo nome

gli occhiali della resa
inforcati sul mutismo
sul Cristo, il bambinello
il fango crollato sul letto

un bacio un vento
una parola sola ancora
cruenta sul ventre cercato come il seno
dal tuo figlio

poi  vera come ai primordi a palmo
a palmo risalisti i mesi
i rosari e i comò di gioielli

su tutto si stenda la materna croce            
                                      e bene in vista.


A Mariuzza
Brucia gli occhi
questo esplodere
l'erosione che a notte 
richiama ai sudari

gli altari freddi come balconi
e la tua libertà che aspetta
che aperta ancora trema

Tuo un giorno d’isola pura
Che stringerai ai rosari
– sicura – Nel vestito della domenica
Due labbra serrate, neanche una bestemmia.


Ti vedo in vita
in vitreo andare in cerca
sulle basole sconnesse
che dall’arsura del paese vanno
ai monti incanutiti

Un’insegna introduce i ricordi
la ruggine dei fratelli sui muri diroccati
dalla chiesa uno sbuffo
chiuso in una parola da rosario
 “ora pro nobis” – il tuo cattolico viandare –
E donaci un vangelo crudo:

“a cu da – a cu leva lu distinu
    e nun ci pari mai lu nostru dunu.”


Non di te, mai di te

crocefisso che squadri
noi penosi dietro ai muri
tutti sporchi di pensieri
senza spalle dove appendere
quelle voci, quel colore
di gesso.

Siamo noi adesso
a chiodarci i polsi
alle croci – noi ladroni
con la noia domenicale
che copre la televisione
spegne l’urlo al Golgota

e non vogliamo deposizioni.


INEDITI

Forse meno della vita Di tutta la mia Anna
vestita coi Gioielli dell’infanzia, m’interessa
una svista sul cemento, il tuonare dal giardino
qui davanti ché c’è un merlo alla ringhiera, forse due,
o te, o me a rinunciare col becco a tutto il futuro.
Sul muro a un passo lì dalla catastrofe si svolge
all’occasione una fontana.
E ci beve e non sente tutta la rovina. Che violenza
l’avere – come noi – solo piccole ali e scendere i pozzi
per risalirli.

Poi il merlo ritorna, nel neo della sera, magari
– mi dico – diretto alla Maceria e col becco, ma
spaventa e gonfia e scappa via.



Tutto questo rumore umano che ti canto
è il dolore bambino dei giorni nel sorriso
da rivista, col rossetto ora mi parli sicura
dei treni e hai la mano a coprire la luce del
viaggio, dei baci alla fronte nel segreto delle vie.
Io faccio tutto per dirti, per chiamare lo spicchio
di sole sui tuoi occhi e penso sia fisso in te  
il bene che si muove per il mondo.

Come ti chiudi a tenere il reggiseno nel volo
dell’acqua o sui balconi dove si svolge una
solitudine che non senti ma spaventa,
spaventa chiunque, anche gli altri (ed erano molti)
a buttare il dolore dalle ringhiere, e sporti
anche noi, amore, in questo alveare guardiamo
insieme la partita, ora io sono tornato,
ma forse è più importante la partita, non rimane
altra metafisica, neanche la finzione
della risposta, della domanda:

«ti disturba questa storia?»

«No, aspetto ancora tutto il tempo E poi dopo, altro tempo, per abbracciarti. Tu rilassati Ti porto qualcosa, qui sul balcone, un’insalata di mare Ma divertiti, guarda la partita, ché ha ripreso a piovere, e c’è un silenzio perfetto, non dobbiamo annaffiare il giardino, si sta bene così oggi, i bambini sono a scuola, dopo magari, più tardi, sarebbe bello fare l’amore».


Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. Dopo avere conseguito la Maturità presso il Liceo classico “Don Bosco” di Catania nel 2010 col voto di 87/100, si iscrive in Lettere Moderne presso l’Alma Mater Studiorum, Università degli studi di Bologna dove si laurea nel novembre 2013.
Iniziando a collaborare con giornali periodici e quotidiani già da ragazzo, oggi vanta collaborazioni con il settimanale “Prospettive” e il bisettimanale “Il mercatino”; con il mensile dell’associazione Mettiamoci in gioco e con quello dell’ Associazione etnea di studi storico-filosofici, rispettivamente “Prospettive giovanili” e “Timeo”; Nel 2012 entra a far parte della redazione del quindicinale “Avviso ai naviganti”, promosso dalla Fondazione CEUR  e inizia l’attività di corrispondente per la pagina culturale del quotidiano La Sicilia. Nel 2013 scrive un programma radiofonico per l’emittente siciliana: “Radio voce della Speranza”, intitolato “Spes Publica” di cui è autore e voce.