mercoledì 30 maggio 2007

Antonella Pizzo

Conosciutissima in rete, e attivissima in diversi blog, Antonella Pizzo qui ci presenta due poesie inedite dove s'incontrano il gelido farsi del mondo e la trama della scrittura, tenuti insieme dalla "musica stridente" del "silenzio". Immersa in un paesaggio invernale - che, invadendo i pensieri, li irretisce - la poetessa invoca, per fuggirvi, la possibilità di scrivere d'altro (dell'estate della vita, anzitutto), immaginando intanto il matrimonio mistico della Terra con il Cielo, quell'Inizio in cui la totalità era senza resto. Infatti, iniziata la deriva dei continenti, che è, al tempo stesso, deriva dell'identità e incontro con l'arido vero, alla poesia non resta che cucire gli strappi, la frammentazione della coscienza e dell'esperienza, in una tessitura che trami la perduta unità ("... per sapere con certezza / che qui nessuno manca") e che ordisca un nuovo avvio.



*

A nord c’è il bianco e il freddo
c’è l’indice puntato alto
chiarezza evanescente
io cerco e scavo nelle nevi e orme seguo
m’accuccio nel
cappotto stretta e nel capello spiove
cenere e veramente sento che il silenzio
è senza voce e che i rumori sono quelli
che fanno i miei pensieri congelati

facessero un racconto di rami e foglie
di pini aghi un bel cucito e strappi
non più aperti ma lembi avvicinati
di nembi e cirri d’arcaiche forme
di archi in cielo di baleni
facessero la conta per sapere con contezza
che qui nessuno manca
ma il manto è bianco e tutto copre
e niente s’ode se non la musica stridente
di un iceberg spezzato
tragitto andato a male, disastrato.







*

Mi volto di schiena e mi disegni il mondo
la pelle freme di segni e tatuaggi
s’attaccano le isole alla terra
rispuntano lontano le dorsali
s’agganciano agli scogli di ringhiera
sponsale benedetto
di continenti innesti
in diversa formazione copulando

domenica 27 maggio 2007

Giacomo e Maria Grazia Calandrone


Oggi pomeriggio, lunedì 28 maggio, ore 14,00, alla facoltà di lettere e filosofia di Arezzo, Maria Grazia Calandrone rivisiterà la guerra di Spagna attraverso le parole di Giacomo Calandrone, suo padre. Giacomo (Savona 1909 - 1975) fu operaio metalmeccanico, sindacalista e volontario nelle Brigate internazionali. Prigioniero in Francia, fu dirigente del P.C.I. in Sicilia dal 1946, deputato comunista della I e II legislatura della Repubblica (1948 - 1958), giornalista politico e autore dei volumi storici e autobiografici La Spagna brucia (Editori Riuniti 1962), Comunisti in Sicilia (Idem, 1972) e Gli anni di Scelba (Vangelista 1975).




Anziché commentare le poesie che seguono, che appartengono ad una serie inedita dal titolo Cinque Madri, vi invito a conoscere meglio Giacomo Calandrone, il suo impegno nel combattere i soprusi e le ingiustizie, leggendo le interrogazioni parlamentari nel suo secondo mandato.

III
Guernica, detriti

Il sistema linfatico dei morti sulle rose
le fiamme ancora attorcigliate
alla cinghia dei nervi e volatili eliche
di ciocche: le pose omeriche della materia
semiviva. I sepolti
sopra la terra, se avranno
pietà di noi sembreranno caduti
in un sonno privo di giudizio
come un enorme pasto
di carne umana, sembreranno mischiare con una smarrita
rassegnazione – carne
– sguardi
al fango fumigante di Guernica
abbozzando un sorriso come latte cotto nella polvere, come per dire di una tregua.

Rimane nelle fabbriche
da guerra la nostra parte nella
catastrofe, un mondo
non più abituale
che esala i suoi morti
a nostra mortificazione.

Siamo fango che dorme, un documento in bianco, tutto il silenzio spinto nell'armatura interna del
.....torace, oggetti
privi
di confine con la terra: qui è perduto il confine
tra corpo e terra.

Non io – non ero in pace
con il corpo di terra sollevato
dal battesimo e d'un colpo deposto benché fosse
una cosa che al centro aveva il cuore e il sangue da quel cuore circolava
ancora alla periferia del corpo
di sua madre: tutta lei
è una gora di sangue che crolla
dalla bocca del figlio. Figlio!, il tuo nome
era l'orgoglio della mia bocca, spuntava da solo
dal bianco
degli incisivi, rotolava di sera tra le chiostre
come perle già andate nella pace dell'alba le sue vocali
ché dal primo respiro mattinale
mi cominciava un sorriso
dal petto al pronunciarti.
La bocca spalancata di sua madre
somigliava
al silenzio di un astro.
Questo è quello che avete fatto voi.



IV

Maria, le apparizioni


Io li sogno, mi chiamano, li vedo
che sorridono e dicono vieni
Maria, vieni a prenderci, sento tutto questo movimento
di bambini e sto male che invece non sono in casa,
li vedo in casa come corde di fuoco con le otturazioni dei morti
nelle coagulazioni del sangue
o mi accarezzano le ciglia
muti, in mancanza di sé come linguaggio.

giovedì 24 maggio 2007

Remo Pagnanelli

Il mio brevissimo soggiorno a Macerata, ha dato un frutto insperato: in una libreria del centro ho trovato l'unica copia ancora disponibile di Epigrammi dell'inconsistenza (Stamperia dell'Arancio 1992), poesie giovanili di Remo Pagnanelli, libro postumo, curato da Eugenio De Signoribus, che nella prefazione annota: "Scritti tra il 1975 e il 1977, gli Epigrammi dell'inconsistenza rappresentano le prime convinte prove di voce (tanto che l'autore li aveva ordinati per una eventuale pubblicazione) e già rivelano, fin nel titolo, l'idea base del suo viaggio esistenziale, e cioè quel senso d'inappartenenza che è il non riconoscersi nella famiglia stanziale dei viventi (dei "morenti", nella sua visione). Di conseguenza, la provvisorietà è già progetto dello sguardo e della mente, conoscenza dell'errore e dell'orrore: è un passaggio accidentale, un breve corteggiamento, una "vacanza" forzata, provocatoriamente immaginata come "trasmigrazione" in altri corpi inermi (o già sciolti "da ogni esperimento di corporeità"). Sempre, comunque, sul punto di andare via (e i Preparativi per la villeggiatura chiudono perfettamente il cerchio non immaginario degli Epigrammi)".



*

L'anno ha pochi giorni perfetti.
Non ci lascia mai incolumi la divinità felpata.
Noi la subiamo come l'eccessivo caldo
o il troppo freddo.
Nel corso passano senza freno i dagherrotipi
della nuova eleganza e ci portano via
le donne e la vita.

*

Che altro di strabiliante chiedevo per me,
da lasciarvi tutti così sorpresi e non piacevolmente,
niente che già non si sapesse e di cui si fosse
taciuto e da tanto.
Altri, della passata generazione, direbbe
che il corteggiamento riesce e
del resto chiedere pista e circuire
non è difficile; io nemmeno immaginerei
la morte senza rima come un verso libero.



*

Vorrei fare una lunga vacanza nella terra.
Mie notizie penerebbe il vetro del mare o qualche animale
dal mugugno impigliato nel trabocchetto del buio.
A chi volesse trasmigrerei nelle stagioni intermedie
il fresco dal mio sottocutaneo (la terra
si raffredda più presto del mare), risolto
nel minerale, spesso in simbiosi col vegetale,
assoggettato in altra specie dall'acqua che disperde
in più sciolto da ogni esperimento di corporeità.



*

Forse l'eterno è in questo dormiveglia
di calce mista a biacca senza bagliore,
che elude in inganno ogni virile
aspettazione. Piè Veloce non agguanta
la sua tartaruga né noi il tratto esiguo
d'una giornata.

Vorrei questi versi riversi come un cane
che si abbandona all'agonia.


Remo Pagnanelli è nato a Macerata il 6 giugno 1955. In ambito critico ha pubblicato una monografia sull'opera poetica di Vittorio Sereni, La ripetizione dell'esistere (Scheiwiller, Milano, 1980), una lettura di Fabio Doplicher poeta, Figure della metamorfosi in Fabio Doplicher (Di Mambro, Roma, 1985), ha curato (insieme a Guido Garufi, col quale ha fondato la rivista Verso) l'antologia Poeti delle Marche (Forum, Forlì, 1981).
Per la poesia ha pubblicato le raccolte: Dopo (Forum, Forlì, 1981); Musica da viaggio (Olmi Editore, Macerata, 1984); Atelier d'inverno (Accademia. Montelliana, Montebelluna, 1985). Il 22 novembre 1987 si è tolto la vita.
Postumi sono usciti: in poesia, Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, Montebelluna, 1988); per la critica, Fortini (Transeuropa, Ancona, 1988) e Sludi critici -Poesia e poeti italiani del secondo Novecento (Mursia, Milano, 1991) a cura di Daniela Marcheschi.

martedì 22 maggio 2007

Chioma

Direte che esagero, ma a me la Gualtieri piace :-)

Verso la fine di Chioma (Teatro Valdoca 2000), ci sono "Due lettere dalle prove" una delle quali, bellissima, s'intitola Notizie dalle operose solitudini:

"Cerco una lingua concreta, bassa, immediata, per dire cose azzurrine. Una lingua che abbia dentro capriole, salti di mazurca, voli di rondine, dietrofront, sfagli di cuccioli e gran melodia, gran bizzarria di lingua che sbotta per ogni marmo o stucco di discorso. Una lingua con pietruzze colorate, occhiali da sole sgargianti, cinturoni e tacchi psichedelici, e poi fischietti, cianfrusaglie. E quella strambezza che c'è nei tutti giorni di qualunque vita, dallo spaghetto al tonno alla paura di una grande scomparsa, alla solfa dei dolori terrestri. Ma non è vero che la cerco. Era lei che mi cercava. Io stavo in un gran patimento per le parole che avevo: mi disagiavano parecchio, mi lastricavano sul fondo con quelle loro borse pesanti. Ero scontenta delle cento e più pagine liricamente scritte per Chioma. Poi la calura estiva mi ha messo addosso stracci colorati, vesti­ti allegrissimi e pieni di infanzia, cappellini bizzarri, e uno sguazzamento in ogni acqua, in ogni pozza o conca marina, in ogni buco di freschezza delle parole. Ecco, ho visto tutti i miei cari temi assoluti venire a galla e pur restando ossessionanti e pulsanti, gettarsi a capofitto in un balletto sghembo, fra api e corolle, fra voli sbilenchi di gufi, quando fa notte, fra grilli che sentivo ridere forte."

domenica 20 maggio 2007

Squola 1


Tanto sono geniali, a volte, gli studenti, quanto imbranati i proff. Riporto alcune "note disciplinari" delle quali, ahinoi, sono pieni i registri, a testimoniare quanto sia lontana, dalla scuola italiana, l'esperienza di Barbiana.



1) L'alunno S. C. lascia l'aula prima dell'orario di uscita dopo aver fotografato la lavagna con il cellulare, sostenendo che avrebbe riesaminato la lezione a casa sua.

2) L'alunno A., assente dall'aula dalle ore 12.03, rientra in classe alle ore 12.57 con un nuovo taglio di capelli.

3) La classe non mostra rispetto per l'illustre filosofo Pomponazzi e ne altera il nome in modo osceno.

5) L'alunno M. dopo la consegna del pagellino da far firmare ai genitori riconsegna il pagellino firmato 2 minuti dopo. Sospetto che la firma non sia autentica.

6) Il crocefisso dell'aula è stato rovinato. Il Cristo ora porta la maglia della nazionale.

7) L'alunno A. durante l'intervallo intrattiene dalla finestra dell'aula gli alunni dell'istituto imitando Benito
Mussolini, munito di fez e camicia nera, presentando una dichiarazione di guerra all'istituto che sta dall'altra parte della strada.

8) Dopo aver fatto scena muta durante l'interrogazione di geografia astronomica V. chiede di avvalersi dell'aiuto del pubblico.

9) L'alunno M. G. al termine della ricreazione sale sul bancone adiacente la cattedra e dopo aver gridato "Ondaaaa energeticaa!!!", emette un rutto notevole che incita la classe al delirio collettivo.

13) Si espelle dall'aula l'alunna M. Ilaria perché ha ossessivamente offeso la compagna Sabatino Domenica chiamandola Week End.

14) L'alunna B.R. fa sfoggio della sua biancheria intima lanciandola sul registro del professore.

15) Gli alunni M. e P. incendiano volontariamente le porte dei bagni femminili per costringere le ragazze ad utilizzare il bagno maschile.

16) L'alunno è entrato in aula, dopo essere stato per 20 minuti al bagno, aprendo la porta con un calcio; ha fatto una capriola e ha puntato un'immaginaria pistola verso l'insegnate dicendo "ti dichiaro in arresto nonnina!"

17) L'alunno giustifica l'assenza del giorno precedente scrivendo "credevo fosse domenica".

18) L'alunno M.B. sprovvisto di fazzoletti si sente autorizzato a strappare una pagina della Divina Commedia per soffiarsi il naso.

19) P. non svolge i compiti e alla domanda "Per quale motivo?" risponde "Io c'ho una vita da vivere".

giovedì 17 maggio 2007

fango è il mondo


Massimo Sannelli è tra i maggiori giovani critici italiani (e un eccellente poeta). Un critico appassionato e libero da pasture accademiche. Per farvi capire che cosa intendo, riporto una sua lettura leopardiana preparata per l'Università di Macerata (vi invito a leggere l'intera riflessione in Microcritica)



"Quando Leopardi scrive in A se stesso «e fango è il mondo» compone un’identificazione metaforica, che apparentemente è chiara. In realtà, agisce un senso archeologico: il MONDO (mundus, sostantivo) si chiama così perché è ordinato e pulito (mundus, aggettivo): insomma, il nome del mondo è una tautologia: il mondo si chiama mondo perché è bello, ordinato, regolare, regolato, ecc. Il mondo si chiama mondo perché non è immondo. In greco accade lo stesso con kósmos, che è legato al verbo kosméo, adornare: cosmo, cosmèsi e cosmetica hanno la stessa radice. Perciò: dire che “fango è il mondo” è una stilettata oltraggiosa ad un’etimologia esaltante. Ed è qualcosa di ancora più oltraggioso, perché fango è una parola di origine germanica (in latino, il fango è lutum). Così le due lingue si scontrano, e il termine nordico aggredisce e contraddice il termine classico. Non solo: i due termini hanno entrambi 5 lettere, nella stessa sequenza di vocali e consonanti; ed entrambi hanno la lettera N al centro (la N di NIENTE, NOIA, NULLA, NATURA). E’ come se Leopardi volesse umiliare il termine comune sovrapponendo un termine infamante, che ha la stessa lunghezza. In pratica, Leopardi sta iniettando un virus ateologico: il mondo ha un nome che non gli si addice. Intendiamoci: A se stesso non diventa un’altra poesia, sapendo che Leopardi ha deriso l’etimologia di mondo; ma è anche vero che una parte di pensiero – e quindi di vitalità – verrebbe ignorata, in caso contrario. Ignorando questa parte di pensiero, saremmo anche – in generale – più ignoranti, e quindi più poveri. Saremmo più simili a Monaldo, insomma".

martedì 15 maggio 2007

Mirella Bentivoglio











Di questa autrice romana, nata nel 1922, Alfio Petrini scrive «Tra le opere che hanno maggiormente caratterizzato il lavoro della Bentivoglio segnalo la serie - di variegata potenza espressività - incentrata su due lettere dell'alfabeto: la O e la E. La O come lettera dell'alternativa. Come segno del tutto vuoto/tutto pieno, della regressione e della potenzialità. Come uovo archetipico, al quale hanno fatto riferimento, prima di lei, grandi artisti come Beato Angelico e Piero della Francesca. L'uovo come "mio segno costante -- dice l'autrice - emblema della vita, simbolo cosmico della perpetuità e dell'origine". L'uovo come simbolo e come oggetto del quotidiano. Come emblema filosofico e come commestibile che porta con sé il profumo delle faccende domestiche. Come significato alto e basso allo stesso tempo, inscindibili. L'uovo è una sorta di linea d'ombra. E' una soglia. Da una parte ci pone al riparo dagli "eccessi di anima" (Barilli), e dall'altra ci protegge dagli eccessi di materialismo dilagante. [...] Se la lettera O esprime un'alternativa, la E significa congiunzione, giuntura, legame, raccordo, movimento, combinazione che mette insieme cielo e terra. Ma è anche segno di contrasto, contrario, opposizione, diversità, congiunzione irrisolta, accoppiamento fallito, e quindi errore, stasi, appiattimento, naufragio dell'esperienza. [...] L'artista torna ai primordi e si fa chimico più che alchimista. Combina, duplica, trasforma e restituisce "alla verbalità l'antica forza propulsiva dell'ideogramma", restando ben salda sul crinale che mette insieme dato cognitivo e dato sensibile. Da questo punto di vista le lettere O ed E sono i segni di un procedimento che porta con sé la metafora della creazione artistica. Se la O riconduce ad unità di stile e di poetica valori opposti e contrari, la E ne salvaguarda la irriducibilità, rendendoli palpitanti come scintille di luce nel buio».

Interessante la dichiarazione di poetica della Bentivoglio (1985): «Uso la parola come immagine dal 1966. E mai più di una parola per volta. Ma oggi uso quasi esclusivamente la pietra. Sono considerata, erroneamente, uno scul­tore, sia pure atipico; in realtà il mio lavoro si svolge, oggi come ieri, in un ambito totalmente «poetico»: tra linguaggio e immagine, tra linguaggio e materia, tra lin­guaggio e oggetto, tra linguaggio e ambiente. Ho dilatato l'uso della parola all'uso del simbolo: scelgo simboli universali, prelinguistici; matrici dei significanti, o, me­glio ancora, matrici dei significati plurimi, dei significati aperti. Non scolpisco, non uso la materia prima; la scelgo, e trovo la forma in ciò che già esiste. Uso così la materia seconda, come ha sempre fatto il poeta (anche la paro­la è materia seconda, materia già formata). Salto il primo stadio, che lascio all'indu­stria, o all'artigiano, l'antico depositario dell'esperienza materica; connoto la forma e la materia prescelte con segni-interventi, o con assemblaggi. Del corredo linguistico a cui attingevo nel passato mi è rimasta solo qualche for­ma: la forma del libro (sempre in pietra, e ormai privo di parole, ma ogni volta di­versamente, intensamente semantizzato) e la forma di alcune lettere alfabetiche: la H, la O, la C, la E. Usandole spezzandole, riunificandole, mi scontro con archetipi: la mia H (segno muto, di separazione, di alienazione che gradualmente si trasforma in E (segno e forma di «congiunzione», di rapporto) dà luogo a una sequenza che è una dichiarazione di poetica e, se letta verticalmente, è una frase composta di ideo­grammi cinesi. Che significa, all'incirca: distruggere per costruire. E dunque, la stessa cosa. Lo stesso ambito di significati, raggiunti attraverso forme insieme alfabetiche e prealfabetiche, capaci di congiungere tempi e spazi immensamente lontani».




Rinvio anche la lettura del suo decalogo su Tellusfolio

venerdì 11 maggio 2007

Bacheche 2006


Bacheche 2006 nasce dall'intelligenza di Gianfranco Fabbri, autorevole gestore de “La costruzione del verso” e dalla disponibilità tecnica e competenza poetica di Giuseppe Cornacchia, gestore del sito "Nabanassar". E' possibile scaricarlo gratuitamente qui.


Si tatta di un e-book-antologia dei poeti più gettonati nei vari blog italiani - con foto e qualche commento incorporato - organizzati in ordine di pubblicazione nel blog di Fabbri, il quale scrive nell'introduzione: «Potrei parafrasare con poco rispetto: “In principio furono gli sperimentali”. [...] Su questo binario, insieme a voi, troverò locati sui loro assiti, Stefano Guglielmin, Massimo Sannelli, Giuseppe Cornacchia, Gabriele Pepe, Adriano Padua, Fabrizio Centofanti e Nicola Riva. [...] Della poesia di Stefano Guglielmin ho scritto in più occasioni come di poesia “singulto del segno”, di orditi a “più livelli di coscienza”. L’autore afferma di sentirsi talvolta affine ad Amelia Rosselli. Ilaria Seclì, parla di “singhiozzi ritmici e di diluizioni frante”. [...]. Di singulti si parla anche a proposito di Massimo Sannelli. [...] Le sincopi, la sintassi franta indicherebbero forse una “timidezza” di bell’efficacia; una sorta di dire & non dire – di accenno falsamente riservato-. La perizia di questo poeta ligure sta essenzialmente nel dichiararsi “vittima-carnefice” della propria tessitura tematica. Anche per tutto ciò, qualcuno vede di nuovo analogie con la Rosselli. (Un’autrice molto amata dal nostro ospite). Ma è proprio la Società, il consorzio dei compromessi umani, ad essere “laboratorio” di segni dell’esistere. Giuseppe Cornacchia –ingegnere di mente umanistica ed insieme matematica - si impegna sul fronte di un linguaggio di logica tagliente e di induzione a tutto tondo. Ciò non toglie che tali caratteristiche lo rendano anche ironico e paradossale. [...]. Un commentatore coglie l’affinità del nostro ospite con Elio Pagliarani, e suppone che il raziocinio sia come un “risultato ad effetto estetico”. Il poeta pugliese, comunque sia, porta avanti un lavoro forse non compreso da tutti, ma comunque molto incisivo ed efficace. Procedendo, inciampo su Adriano Padua, un autore siciliano di stanza a Roma, il quale ama sperimentare con forza, anche scomodando felicemente il verso chiuso. Sono leggibili in Rete alcuni suoi testi, tutti quanti scritti in endecasillabi di buona fattura. Ma il ragazzo è inquieto, e prova e ricerca, anche attraverso il frammento di prosa. Luigi Metropoli, scrivendo per “La costruzione del verso” il cappello su Padua, così afferma: “A.P. attua sperimentazioni quantitative ed è vicino a Gabriele Frasca”. Un altro critico, Fabrizio Centofanti, dichiara essere presente nei testi dell’ospite una sorta di corporeità fisiologica. «[...]. Risponde all’appello anche il romano Gabriele Pepe, [...] Metropoli lo definisce “un manierista, nell’accezione più limpida, sperimentale e positiva del termine”. Un altro componente di questa famiglia è Fabrizio Centofanti, un napoletano che vive il proprio ministero sacerdotale in una parrocchia romana. Laureato con una tesi su Calvino, egli è affine a certi esiti del Gruppo ’63. La sua vicinanza ai cosiddetti “lombardi” è talvolta corposa (in particolare a certi passi di G. Raboni). [...] Nicola Riva mi verrebbe voglia di porlo fuori dal tempo e dalle mode, a causa della sua incredibile perizia nel confezionare testi scritti in forma chiusa, con tanto di endecasillabi trés chic che fanno subito pensare a padri nobili come Leopardi e Foscolo. La sua bravura mi consiglia però di collocarlo tra i “ricercatori”, dal momento che per scrivere “pezzi” di tale perfezione, occorre proprio ricercare ed esercitarsi (anche freddamente, anche a tavolino). Questo mitissimo ragazzo lombardo ama i romantici inglesi, autori chetraduce con ragguardevole capacità.



«E’ giunto il momento di passare ad un altro accorpamento –quello che, a mio avviso, raggruppa i nomi di Marco Ricci, di Salvatore Della Capa, Luca Ariano, Mimmo Cangiano, Giacomo Cerrai, Francesca Serragnoli, Luca Frudà, Filippo Amadei, Matteo Zattoni e Roberto Ceccarini. Qualcuno si chiederà del perché di questo nutrito assemblaggio. Rispondo dicendo che questi autori sono, più di altri, vicini emotivamente alla temperie del secolo appena trascorso. Marco Ricci dà subito l’idea dell’umbro Sandro Penna e del primo Ungaretti, rispettivamente per la levità espressiva e per il versicolo che spesso utilizza. [...] Un analogo percorso, anche se puntato su altri poeti, se lo propone pure Salvatore Della Capa –giovane napoletano residente da anni a Imola -, il quale amerebbe forse definirsi “portatore sano di arie novecentesche”. Egli usa un linguaggio ora basso ora alto, a seconda del bisogno. La sua giovanissima età lo fa essere poeta che “non si lamenta”, poeta chetesse nella quiete quadri di “parole forti in cornici quotidiane”, come un commentatore ha scritto. [...] Si può scrivere un romanzo anche con dei semplici frammenti; mi piacerebbe che gli scampoli usati all’interno delle bacheche riuscissero a tracciare luoghi e temperie. Un compito simile se lo prefigge Luca Ariano, specialmente dopo il giro di volta che ha dato di recente alla sua produzione. Infatti, da un tipo di scrittura decisamente ruvida e novatrice, egli è giunto ad un tipo di verso plastico, che pare richiamare direttamente atmosfere alla Bertolucci. (Qualcuno, in un commento, parla di Gatto). Sarà forse la sua nuova città di residenza, Parma, ad avere stimolato questo cambio di registro. [...] Su posizioni non poi tanto dissimili è il casertano Mimmo Cangiano, un autore dotato di un’ottima padronanza dello stile. C’è chi lo avvicina a Caproni, ma non è difficile scorgervi altri autori di primo livello. L’ospite è anche pervaso da un forte empito civile, per cui, oltre che qui, bene figurerebbe pure tra i novatori. [...] Viene da chiedersi dunque di come sia salita in palcoscenico la vita reale, la vita dei comuni mortali; un’esistenza dipinta senza artifici e senza sciatteria. Ce lo insegna anche il più maturo del gruppo, Giacomo Cerrai, di Pisa –autore raffinato, colto e di diamantina sensibilità -. La sua è poesia meditativa e di alta consapevolezza. Poesia filosofica, anche se tende a non darlo a vedere. Pure qui si ha l’occasione di leggere versi dettati in un linguaggio minimale, con l’aggiunta della sapienzialità dell’autore ricco d’esperienze. [...] Il Novecento fa capolino anche per mezzo della penna femminile. E’ quindi la volta di Francesca Serragnoli, la giovane autrice bolognese che mi induce a pensare a Elsa Morante. Colpa della carnalità; colpa anche del sottile senso di tragedia greca (certamente più filtrato nella nostra ospite). Siamo di fronte ad un caso di profondo dolore, di estrema carnalità. Un commentatore parla di una spiccata vocazione alla “volontà di perdersi”. Di Luca Frudà verrebbe da porre in evidenza la sua aspirazione ad essere considerato un neo-classicista. Autore in progressiva crescita, negli ultimi inediti a me presentati egli si confessa però in gran parte minimale e figlio del secolo appena trascorso […] Qui vedo bene anche il forlivese Filippo Amadei, un autore che per certi versi è da accostarsi a tematiche corazziniane e gozzaniane. Amadei offre in pasto a chi legge uno stile che mette in evidenza la timidezza adolescianziale del tempo relativo alle prime formazioni. Usa un dettato ossequioso alla temperie novecentesca, dalla quale mutua pure una sottile ironia. […] Più complesso e irriverente è l’altro forlivese inserito in bacheca. Il suo nome è Matteo Zattoni, personaggio già esperito di buone relazioni nel mondo della poesia. Egli, cogliendo un gioco più congruo a livello di felice ambiguità letteraria, si presenta qui con un corredo di testi ben organizzati, tra l’altro ispirati alle metamorfosi ovidiane. […] Roberto Ceccarini, di Latina, invece possiede note sensuali e non aggressive. Sempre ortodosso sul piano stilistico, egli sa infondere al dettato una certa dolcezza, laddove il contingente forse richiederebbe note ruvide. Noto, a parte una cifra sotterranea di ironia, una certa affinità con Della Capa. […]
«Una volta esaurita la scorta di poeti della famiglia in odor di ‘900 è bene che mi diriga verso un luogo abitato da tre autori che, se non fosse per l’elevato gradiente di ironia e di paradosso, poco avrebbero in comune. Faccio così l’incontro con Giovanni Tuzet, Vittorio Pergola e Danni Antonello. Giovanni Tuzet è un docente universitario di raffinata cultura e scrive prose poetiche gustosissime, figlie dirette – come ammette lo stesso autore- di Queneau. (Ma l’autore si apparenta anche a Palazzeschi[…] Vittorio Pergola è invece più adagiato sulla china italiana del sarcasmo (Flaiano e Longanesi), ma non è meno caustico di Tuzet. Romano, di nascita e di residenza, Pergola accoglie la vita in presa diretta, con tutti i disincanti del caso. I suoi testi hanno il sapore dell’aforisma e dell’epigramma. Il suo pregio sta nel condurre il lettore all’interno di un’autenticità senza infingimenti. […] Danni Antonello, infine, potrebbe prestarsi ad una analogia con la figura di Giano Bifronte; egli, infatti, ad un colloquiare piano ed elegante, oppone, come seconda natura, un’energia sulfurea, satura e di riuscito sarcasmo. Ne risulta una lettura godibile sotto molti punti di vista: da quello del paradosso, a quelli della dolcezza e della felicissima cattiveria. Incontro adesso i rappresentanti della “poesia essenzialmente civile”. Eccoli: sono Davide Nota, Daniele de Angelis, Matteo Fantuzzi, Fabiano Alborghetti, Antonella Pizzo, Christian Sinicco e Paola Turroni (la quale, però, è fortemente reclamata dai componenti di una delle prossime famiglie). Davide Nota è marchigiano (vive ad Ascoli Piceno) e possiede uno stile di buona consistenza, considerando anche la sua giovane età (1981). Egli si muove con disinvoltura tra felici quartine di versi scelti (più adatti allo scandaglio introspettivo) e versi più ampi, nei quali espande il dettato, creando in tal modo pezzi di autentica poesia civile[…] Anche Daniele de Angelis proviene da Ascoli Piceno e condivide molti punti tematici con l’amico Davide, ovvero una potente narrazione sociale e politica, attraverso un ordito piano e nel contempo ruvido. Lo stesso Nota parla di lui come il titolare di un dire colto e severo. Francesco Marotta è invece convinto che Daniele sia intriso di un sentire montaliano, mentre di sé l’ospite afferma di sentirsi vicino alle posizioni di Vittorio Sereni. […] Matteo Fantuzzi non nega le sue forti analogie con il primo Elio Pagliarani. La poetica di questo giovane autore bolognese vira decisamente verso le narrazioni di personaggi che stanno sempre sotto la soglia dell’adattabilità. Il linguaggio di Fantuzzi attinge, però, anche a quello di autori stranieri, come ad esempio Simon Armitage, ed altalena tra dramma, melanconia e sarcasmo. […] Non poteva mancare il milanese Fabiano Alborghetti, uno dei poeti più esposti all’impegno civile, se stiamo attenti alle sue raccolte edite: “L’altra riva” e “Registro dei fragili”. Pure qui è dato di leggere un verso lungo che civetta con il respiro narrativo, sempre di sicura presa sul fruitore. I temi sono molto spesso attenti ai drammi di chi fatica ad esistere, di chi non ha cittadinanza. Adesso volo in Sicilia, dove incontro Antonella Pizzo, una poetessa che potrebbe benissimo figurare anche in altre categorie, dal momento che è ironica, grottesca, tragica e godibile. In realtà la Pizzo riannoda, con il suofilo tematico, il lato più nascosto di sé: quello inerente al senso della sottrazione e della perdita. Ad unatale, dolorante inevitabilità, la nostra ospite attua efficaci esorcismi, allo scopo di toglier traccia dell’ossessione che la tortura. […] Un altro autore con l’occhio rivolto alle istanze del sociale è il triestino Christian Sinicco, un giovane sorretto da un tono fortemente dinamico e tutto portato all’esterno, in una specie d’accumulo continuo. Il verso è lungo e predisposto sia alle introspezioni che agli ampi ventagli di narratività. […]. L’assemblaggio termina con Paola Turroni. Quella di Paola è una poesia civile a tinte forti, fatta di denuncia, ma è pure un insieme di testi viscerali, scritti col sangue e con la carne, ed espressi con l’esasperazione di chi preferisce l’oggettività al particolarismo lirico e intimistico.
«Il recipiente è quasi pieno; rifrangono dalle sue pareti le storie multiple, gli infiniti assoluti e relativi. Codifico epoche e tarli; rive e riviere; lutti e parvenze. Sono alle ultime battute, ma pre-sento un finale assai poco scontato, tant’è che il gruppo che ora mi viene incontro è posizionato su una specie di sciarada. La mia sciarada, sia ben chiaro. Noto quindi Cristina Babino, Alessandro Ramberti e Massimo Orgiazzi – tre poeti diversi tra loro, non fosse per quella difficoltà di catalogazione che li lega assieme - Nei testi di Cristina Babino, ad esempio, sono usati equamente diversi registri: da quello minimale a quello “smart”; da quello ricco di pianezze sintattiche all’altro, dal sapore europeo. Ne risulta così una specie di caleidoscopio in cui ogni cosa pare centrifugarsi in una miscela di polivalenze. […] Alessandro Ramberti, invece, gestisce la propria poetica attraverso l’uso di un dettato classico, espanso spesso su di un verso lungo, molto adatto alla narrazione. Ma il nostro ospite, in altri punti, è pure capace di scomodare registri innovatori, facendo ricerca tramite il sonetto e la forma chiusa. […] Il caso di Massimo Orgiazzi non è molto diverso da quello dei suoi colleghi di stanza. Egli infatti usa un linguaggio tecnico e scientifico in cui si possono isolare cellule di ironia. Massimo abbassa talvolta il linguaggio secondo l’esigenza del situazione minimale e talvolta anche lui dà l’impressione di essere poco italiano (noto però qualche coloritura alla Giudici). Ce n’è abbastanza per essere diviso in più “città”. […]

«L’ultimo accorpamento vede in pista i poeti Tiziana Cera Rosco, Sebastiano Aglieco e Sabrina Foschini (autori che parrebbero reclamare anche la presenza di Paola Turroni, come accennato in precedenza). La ragione di questo assemblaggio è da ricercare soprattutto nel bagliore carnale dei sensi (siano essi i sensi della passione fisica o piuttosto quelli della passione del “sentire” la morsa del mondo). Tiziana Cera Rosco è rivolta con decisione allo svolgimento del tema viscerale, da qualunque punto lo si guardi. A tale riguardo è emblematico il titolo di una sua raccolta edita: “Il sangue trattenere”. Questa autrice si dota di una svettante prima persona per evocare i nervi a fior di pelle della sua condizione femminile, sulla strada tracciata dalla Plath. […] Sebastiano Aglieco, invece, è il più “greco” di tutti i poeti ospitati in bacheca. Lo è in virtù delle sue origini siciliane, ma non solo. In lui è presente lo strappo del lutto, l’inevitabile mitizzazione del dolore e l’aspro mistero della carnalità, calda e reattiva alle provocazioni dell’esistenza. Partitura istintiva, essa accoglie con naturalezza le componenti femminine e quelle maschili, e le fonde potentemente con le note del suocanto. […] La chiusa tocca infine a Sabrina Foschini, poetessa romagnola la cui voce è molto “data” all’oracolo. Detta condizioni e protocolli di stampo classico (E se dicessi Saffo?). Francesco Marotta la definisce autrice priva di melense effusioni sentimentali, e in effetti è vero. Alle note dolciastre, la Foschini preferisce i versi piani, ma nel contempo duri e riflessivi».


Buona lettura!

mercoledì 9 maggio 2007

Anila Hanxhari


Anila Hanxhari l'ho scoperta nella Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004); di lei, i curatori (Cucchi e Riccardi) rilevano il procedere per «vortici» ed «accumuli». E questo, in effetti, si percepisce, leggendo le poesie in antologia. Differenti i testi che Anila Resuli oggi ci propone, più introspettivi e pacati, quasi intimisti.
Di lei, la Resuli scrive: «La sua poesia è un raccontarsi, un continuo cercare la leggerezza attraverso il ricordo di ciò che è stato; è una poesia che a volte sembra pianto e volte una forte affermazione dell’io nel passato e nel presente. Il tempo nella sua poesia è un insieme di attimi e la poetessa, la donna, è “sostanza di ruggine smarrita su luoghi”: in questo spazio lei si sente vera, si sente sua. Si nota tra i versi il suo essere di questa terra ma anche di un’altra. Ritorna quindi il senso delle sue origini come nel richiamo alla madre, nel bordo della nave che sbarca e appunto nell’acqua. L’acqua quindi è vista un po’ come il passaggio tra bene e male, come una forma di accettazione e alienazione stessa dell’io. La forma presentata nella sua poesia è dipinta da un insieme di metafore che si susseguono in immagini sottili e fresche. Anche quando si racconta il dolore, rimane un senso di ottimismo nelle parole; non sembra tutto vertere alla fine, ma ogni cosa sembra vista come un mezzo per arrivare all’oltre».



Come si può dire l’acqua a parole?

Non vedo più l’umile traccia
che fa il resto del cerchio
in questa vita
di ciò che non riesce e si perde
e torna al bene o al male
tracciando in terra
il passo che non ho potuto calcare
senza credere più nella favola
le mie rotaie sanno d’acqua
e la mia sostanza di ruggine smarrita su luoghi
dove io sono proprio io
come si può scegliere la spalla su cui piangere?
lasciata alla mia acqua senza controllare
le infangate briciole che vengono a galla
in questo sottile trapassare d’un ramo
con l’ebbrezza della luce che mi ferisce
d’una fresca rugiada all’abbandono
e il candido palpitante germoglio si chiude
come una palpebra dolce
io che mulinello come l’acqua assorbita a piacere
ho mille rumori di pietra
che mi porto dietro
come scatole legate ai piedi
poiché l’agonia è accorgersi di tutto
e fare finta di niente.


Parole strappate

Crescerò e rimarrò ancora bambina
invano i miei occhi diverranno metallici
io sto con te poesia
un foulard bianco al collo nasconde il livido
di una lacrima che non va giù
sto con te a guardare negli occhi
tremando mano nella mano
chi sa quante volte avrò fatto il nodo
di non oltrepassarti strappando il foglio
quella baracca della mia parola
separé di smarriti gabbiani
tra un destino andato in fumo
e uno strappo di luna che morde il pensiero
è la mia mano delusa
che non finisce mai di tremare
metto al cuore una chiave d’argento
per non vedere la mia voglia di solitudine
come un tronco ancora umido
seduto di fronte alla fiamma inesplorata
ad aspettare il mio turno.



“Tua assenza ferita mai così presente” (M.L.)

Ci siamo persi di vista da un pezzo mamma
come cercarsi nella mollica del pane
avere e finire in un millimetro di pace
in questa attesa che ci rende uguali
come una chewing-gum passata di gusto da un pezzo
com’è difficile percorrere il tempo
spaccato in due da una lametta
perdere il filo intrecciandomi in un cortile
costruire una bambola di carta
o forse prendere un treno alla vecchia maniera
senza dirlo mamma
mettere di nascosto il rossetto sulle labbra
arrotolare alla vita quella gonna fino al ginocchio
non parlare di ragazzi sulle scale
immaginare come sarebbe stato un bacio
facendo i conti con gli specchi
tenendo un diario sui miei peccati giornalieri
quelli non fatti
scrivendo sulla mano prima di interrogarmi
una preghiera per poi parlare di Dio senza voce
in questa lunga attesa come una carta strappata
senza mai scrivere nemmeno una parola
le distanze si allungano per telefono
e nel dire: - Auguri hai avuto un bambino?
la vita passa in veloci fotogrammi
ed io rimasta sul bordo di una nave a salutarti
senza rompere le acque
partorendo il silenzio in una sola alba
ti ho perso di vista
mi manchi mamma
per quanto abbiamo taciuto e mancato ad entrambe
quasi a puntare la luna sugli scogli
per toccare le punte delle nostre mani
in questo volo di vita strappata alla vita
farò spaccare il mare sulle tue ginocchia
attraverserò la notte in un lampo
per starti vicina sul serio.



Il tuo corpo non è nodo d’acqua

Ombroso traguardo di nude ferite
che inciampano nei solchi
di lunghe spiovute
trascorrono invano le luci colombe
su un sentiero di pelle mosso dal petto
per un fiero raggio che mastica l’erba
come un disco gira
il mio immutato dolore
per poca musica che nessuno vuole
e mille foglie farò di cruda terra
in una galante spiga d’alba
il tuo corpo non è nodo d’acqua.



Assopita erba dell’est

Conosco i giusti come avanzi di colpe
sfogliati ferita per ferita
tra semicerchi di anni murati
dove un vecchio rosario rode il mento
e i sogni sono attenti sogni
non soffro i patriottismi antichi
né i fragili resti d’un tempo bandiera
io sono l’umile gioia
di tutte le terre con le stagioni compiute
come acquerello su stoffa
senza fingere e svuotando la faccia
né scorrendo di memoria in memoria
scrutando inedite sfide ribelli
per una luce scommessa
conoscendo il peso di una giusta parola
come possibile foglia secca
in cicche di cuori diseredati
e schiacciati sulla “vie en rose” di oggi
non ho presente visioni che cambiano il mio posto
io capace di morire in una radice frustata
dalla sega del tramonto
vedere partire i miei vuoti cicatrizzati di verde
nella piccola fiammiferaia ricurva sulla strada
farmi fiato e colore per riviverla
assopita erba dell’est.



L’ultimo sogno


Come si consuma l’ultimo fiammifero
in quel poco di luce da te a me spartito
vederti ancora una volta nella notte del tuo cortile
oggi che le stelle sono spente nelle braccia bagnate
sentissi come piove sotto l’albero
piove anche dopo la pioggia
scenderà il tuo cuore farfalla di sole.


Le poesie sono tratte da Assopita erba dell’est, Noubs Edizioni.



Anila Hanxhari è nata a Durazzo ( Albania ) nel 1973 ma vive in Italia dal 1993. Laureata in Lettere all’Università di Chieti, ha pubblicato le raccolte Io, tu e l’anima (Ianieri, Altino 1997) e, appunto, Assopita erba dell’est (Noubs, Chieti), vincendo la Proposta del Premio Camaiore 2002 e il premio Matacotta per l’opera prima nel 2003.

martedì 8 maggio 2007

Varianti ed altre cose


(-: Un post dove mi faccio un po' di pubblicità :-)


Anzitutto, segnalo il nuovo numero on line di Carte nel Vento (ed. Anterem), nel quale si entra nel laboratorio di alcuni poeti, verificandone le "varianti" ossia i modi in cui il medesimo si coniuga. Ne troverete un paio tratte da Come a beato confine e da La distanza immedicata, più un inedito che rimarrà tale.


Vi invito poi a leggere il nuovo articolo su Poesia & Blog in Tellusfolio, dove incontro Anila Resuli e Antonio Diavoli. Il che significa fare l'esperienza con la poesia cinese, giapponese, russa... Insomma con l'altrove.


Infine, ricordo che il 16 maggio alle 21,30 presenterò il mio libro a Macerata, assieme al prof. Giampaolo Vincenzi, presso la Galleria Antichi Forni - piaggia della Torre.

domenica 6 maggio 2007

Alessandro Ghignoli


Il post di oggi lo presenta Giorgio Bonacini, poeta di Correggio e amico. Egli scrive, a proposito di Fabulosi parlari (Gazebo, Firenze 2006): «Alessandro Ghignoli è traduttore e poeta, e forse è proprio la pratica di ricreare poesia da un’altra lingua a far sì che nella sua scrittura (o almeno in questo libro) sia evidente una profonda riflessione sull’andamento del pensiero, quando questo pensa in poesia. Dunque una meditazione poetica: un atto di percezione e di conoscenza (come deve essere la poesia per essere definita tale) che risale in superficie anche attraverso i movimenti fisici dello sguardo. E il ritmo (che nel linguaggio poetico è misura emotiva dei significati che si vogliono imprimere) è dato dal movimento delle palpebre (“poi ognuno palpebra il suo tempo”; “le risposte nella lite mite delle palpebre”) e dal flusso pacato ma decisivo di una lingua attorcigliante, fatta di concretezza viva, corporea.
“Tutt’intorno una precisazione doppia...”, ecco una dichiarazione di poetica, o almeno di ciò che secondo l’autore sono le cose in lingua di poesia: una parola precisa, che avvolge noi, il mondo circostante e il reale nuovo e altro che si sta creando mentre si scrive; ma, nello stesso tempo, una parola dai sensi duplici o più, non per incapacità di scegliere, ma per la grande ricchezza di potenzialità semantica che la parola poetica offre a chi ha voglia di ascoltarla».


*
il grigio stringe le linee intorno in tondo cerco i ritorni della
fuga i biglietti lasciati perché tutto accade in un mondo verbale
e da lì cade il modo per dire fatti atti ma poi ancora poi ognuno
palpebra il suo tempo nell'ora che come preda divora


*

le parole scavano nei frammenti il limite di nessuno le risposte
nella lite mite delle palpebre accarezza la mano il volto nascosto
dietro il corpo l' inquadratura del profilo della linea la perfezione
il graffio


*
si contorce piano nell' umido penetra la sera il lento cambio il
canto duro della terra le sue voci tutto è madre l' inizio il
principio il tintinnio delle croci l' indizio


*
tutt' intorno una precisione doppia l' accumulo vuoto in una
topografia di immagini nel calco delle ore una tranquillità
d' acquario il movimento sedante della mano diluisce il gesto
dietro uno sterminato sipario dietro l' esilio la quiete


*
nuotatori in penombra galleggiano nell' istante il diluirsi sul
palmo della mano la leggerezza il cloro stagna nel margine
immobile della separazione la corrente un passaggio un
movimento delle palpebre


*
l' altrove è qui un aperto luogo di detriti di passi su passi di
respiri dimezzati accade di decifrare quaderni fantasmagorie
d' inventarsi l' intorno come limite del mondo senza limite
d' artificio
Alessandro Ghignoli è nato a Pesaro il 19/12/1967. Ha pubblicato le raccolte poetiche La prossima impronta (Gazebo, Firenze, 1999) e Fabulosi parlari (Gazebo, Firenze, 2006), in prosa Silenzio rosso (Via del Vento, Pistoia, 2003). Ha curato e tradotto una decina di volumi di poeti spagnoli e portoghesi. Codirige i “Quaderni di poesia europea” (Orizzonti Meridionali, Cosenza) ed è redattore de la rivista “L’area di Broca”. Vive a Madrid.

giovedì 3 maggio 2007

Francesca Pellegrino



La poesia di Francesca Pellegrino racconta il tentativo, da parte dell’identità, di guardarsi come se fosse un guanto rovesciato o un luogo sempre di là della siepe cui, montalianamente, accedere attraverso un "varco", un "anello che non tiene". Ma questo “anello”, lungi dal garantire autenticità, vive piuttosto nella precarietà della finzione: è quel “cielo” già incontrato nel Mattia Pascal pirandelliano (e più tardi, in Truman show), che improvvisamente si rompe, mostrando ad Oreste il grottesco insito in ogni gesto tragico. In Evasione terza, questo “cielo” di carta diventa “una tenda cucita e ricucita”, a fingere che l’arido vero si possa ricomporre nel gioco delle illusioni, così che evadere significhi credere ancora di saper volare e, dunque, che sia possibile distingue l’alto dal basso, il tragico dal comico, il vero dal falso, il bene dal male. Eppure Francesca, con grande spinta romantica, non rinuncia a questo convincimento, se non altro rispetto a alla certezza di esistere, di essere anzitutto corpo, pur “solo” e nel “buio”, come recita la terzina finale della prima poesia qui postata, nella quale solitudine e oscurità si leggono sia verticalmente (solo, buio, dopo) che nella chiusa: “io, la notte e tutte le notti, dopo”. Ma “io” resiste, esiste come fa Dora Markus con il suo “topolino bianco”, esiste come l’uomo dell’Evasione seconda, che ha vissuto “anni lepre” ed ora è tutto proiettato indietro, come nel beckettiano L’ultimo nastro di Krapp; l’io esiste, sì, ma a patto di lasciar essere il “fanciullino”, che in lei incanta morte e vita, rilasciandole in un versificare che non concede nulla al sentimentalismo, per giocarsi in una metaforicità dove vince il concreto, il materico, e il miracoloso che li accompagna.

Io, la notte e tutte le notti, dopo

Ci vuole coraggio per respirare
troppa neve sulle costole, quest'inverno
che se solo mi sapessi davvero
lo sentirei questo vento
che mi sciarpa le labbra, zitte

le mani tremano e mi adopero
quello che posso, le dita,
intendo una marea sfinita
questo lasciare che sia, altrove

Altrove le stelle bruciano
le ho toccate, era notte
e c'erano carri che volavano le nuvole
ci sono cieli che non mi sanno
eppure stanno sulla testa
e mille rumori da scordare
sembrano passi,

quelli che ho lasciato
bandiera bianca sulla spiaggia
e un maggio che piangeva
mi implorava di restare

ginocchia al petto e un angolo solo
per sudare camicie di buio
io, la notte e tutte le notti, dopo.


Cronaca di un imperfetto annunciato
(Evasione seconda)


Mi faceva uomo l'atlante sulle spalle
il tuttintavola delle quattordici
mia moglie aveva i capelli neri neri.

E deve essere stato un attimo
se non ho visto nessuno imbiancarmi la testa
qualcosa sfuggito fra una domenica al technicolor
e il nastro rosso di un dicembre, lucette intermittenti
già coriandoli in tasca questi anni di lepre

Solo, ad un certo punto, era tutto grigio
disamore di asole questi corridoi
figli che non soffiano più candeline
rosa e azzurre e lo zucchero che vela

adesso oblitero la noia alle otto in punto
su un cuscino tutto sudato

Da oggi
così come dico di ogni cosa, ormai
io

ERO.


La trapezista stasera non vola
(Evasione terza)


In questo vociare coriandoli
nessun cielo è il mio cielo
una tenda cucita e ricucita
scarti d'occorrenza
qui dove il solo riso che albergo
ha naso rosso e un pierrot per ogni guancia
due corde inquisite e magari lise
così da lasciarmi cadere
e nessun tappeto di gommapiuma
sotto il mio destino
ma diesis urlati precipitando
verticali corridoi
quattro facce di un cubo rotto
la mia vita
se è ieri il mio futuro.

Ma
chi lo dice
che non ha mai paura un trapezista?

Volo d'ombretto e piume
sarebbe il mio volo
e ripagato il solo soldo che costo

che valgo.



Ultimo passo falso, fuori


appena un primo sole di questo quasi aprile
ero bianca, sotto i passi di neve
e mi sono uscita,

ero goccia cigliosa lacrima sudore freddo
nell'inverno di quell'unica foglia rimasta,
evanescente fuga,

lutto di un freddo spoglio, ero a pezzi
aria che disgela nelle mani il ghiaccio inutile
di questa mia ennesima assenza,

e mi sono tornata.