sabato 31 marzo 2007

Giulio Stocchi


Tra Baudelaire e la canzone politica degli anni Settanta, Giulio Stocchi (1944) pubblicò nel 1980 Compagno poeta (Einaudi), "storia di un giovane, diario di una generazione, film di una città, Milano, e di un Paese in un momento di crisi violenta", si dice in quarta di copertina. Stocchi andava nelle fabbriche a leggere le proprie poesie. Oggi lo fa nei teatri, nelle università e, sarebbe bello, ancora nelle fabbriche. Certo l'ideologia impera, la grande tradizione scritta della letteratura italiana un po' indietreggia, ma il messaggio arriva dritto nel petto ed è, mi pare, ancora condivisibile, soprattutto per quanto riguarda gli "ometti" che c'infestano il parlamento e c'ingolfano le giornate. Meno, per quel che mi riguarda, l'esaltazione eroica dei "compagni", almeno per quelli vivi, molti dei quali, nel frattempo, sono diventati quegli "ometti".



Trent’anni di libertà

Vergogna a voi
Ombra delle croci
Traditori della speranza
Ignobili di inchini e di avemaria
Avvocati untuosi dei
Monopoli e del chewing-gum
Osceni ventri di questo paese

Con quali denti
Osate parlare di libertà
Nelle piazze in cui ancora
Tremano le pietre e i passi
Ricordando il sangue che a piedi scalzi percorre
Ognuno di questi anni?

Fino a quando dovremo
Asciugare il pianto delle
Nostre madri

Ferite dalla notturna

Assenza dei figli che il
Nero passo della morte
Inghiotte al vostro comando?

E quando svanirà persino l'eco delle vostre parole?

Trent'anni di libertà voi dite
Un periodo di pace di prosperità
Tranquillo sereno liliale
Trascorso nel più assoluto rispetto

In piena legalità

I morti non parlano - pensate - non ricordano...

Noi invece siamo qui
E vi guardiamo con gli occhi dei compagni
Massacrati nella polvere
I nostri fratelli migliori
Che caddero perché volevano spezzare
II pane che a tutti appartiene

Daremo sepoltura ai morti
E pace al nostro sangue solo quando
La vostra statua crollerà nel vento

Perché ricordate
Ometti senza grandezza
Pidocchi delle tonache
Orribili roditori della
Libertà e della gioia
Oggi noi vi diciamo questo:

II sangue che pensate di aver per sempre sepolto
Torna con tutte le sue radici
A giudicare senza pietà
La mano che l'ha versato
I morti della piazza camminano con noi e già
Ascoltate tremando quel passo
Nascere di nuovo dalla polvere e
Oscuramente battere i chiodi della vostra condanna

giovedì 29 marzo 2007

Galateo


Scrive il cardinale Giovanni Della Casa, intorno al 1550: "Non si dee adunque l'uomo contentare di fare le cose buone, ma dee studiare di farle anco leggiadre. E non è al­tro leggiadria che una cotale quasi luce che risplende dalla convenevolezza delle cose che sono ben composte e ben divisate l'una con l'altra e tutte insieme: senza la qual misura eziandio il bene non è bello e la bellezza non è piacevole. E, sì come le vi­vande quantunque sane e salutifere non piacerebbono agl'invi­tati, se elle o niun sapore avessero o lo avessero cattivo, così sono alcuna volta i costumi delle persone, comeché per sé stessi in niuna cosa nocivi, nondimeno sciocchi ed amari, se altri non gli condisce di una cotale dolcezza, la quale si chiama, sì come io credo, grazia e leggiadria."



Dunque: la verità e la bellezza meglio si tramandano se condite con grazia e leggiadria. Se nel '500 questo atteggiamento doveva essere etichetta, convenzione, oggi - chiedo - possiamo sceglierlo per principio e così farci leccare la mano dalla bestia che siamo, anziché esserne divorati? E ancora: quando Leopardi, nella Ginestra, addita le "nobili nature" in quelle anime che "tutti abbraccia / con vero amor", non invita ad addomesticare l'animale che è in noi senza togliergli quel guizzo leggiadro, che lo distingue dalla cocciutaggine della ragione?

mercoledì 28 marzo 2007

Milo De Angelis


Dobbiamo confrontarci con poesie che contano. Dobbiamo imparare. dobbiamo essere umili.



Ogni metafora

Lo stesso cielo basso
di ambulanze e di pioggia, nel turbamento
e le mani sull'inguine, chiamate dal corpo
per opporre
uno stupore minimo alle cose
mentre fuori, tra i semafori, l'europa
che ha inventato il finito
resiste
lontana dall'animale, difende
concetti reali e irrilevanti
lungo le autostrade, nel tempo lineare
verso un punto
e gli occhi non si chiudono contro le cose, fermi
dove un millennio oggi ha esitato
tra cedere e non cedere
perdendosi sempre tardi, e con intelligenza.


L’Oceano intorno a Milano

V.

Ed è Milano: silenzio che chiama le cose,
nostro diritto naturale, la stessa sensazione
degli occhi che cercano un'orbita
finché un passaggio obbligato tra le macerie
ci porta il battito
oltre l'Idroscalo, all'ombra dei reattori
ci divide in memoria e mandragola
ci sprofonda nel sangue senza musica.


VI.

Nostra Signora degli insonni,
custodisci queste vene che furono marea,
voce spartita in assemblea e inchiostro,
polvere di una gioia colpita
ad altezza d'uomo, mentre la sostanza
attraversa oscuramente la camicia,
muove il parabrezza, scatena la magia
di un'altra età.

lunedì 26 marzo 2007

Stroncatura?


Oggi, sul "Corriere della Sera", è uscita una stroncatura al romanzo Il ponte di Vitaliano Trevisan. Trovo sensato motivare, come fa Franco Cordelli, la malriuscita di un libro, soprattutto (o esclusivamente) quando l'opera è nel circolo delle interpretazioni mass-mediatiche. La cosa, in poesia, è praticamente scomparsa (se si esclude il pane al pane che sguscia dalla bocca incendiaria di Giorgio Manacorda), sia perché la poesia stessa è fuori dal giro pubblico e sia perché l'inimicizia, in un ambito così precario, relega ancor più nella terra desolata del re pescatore. Talvolta, tuttavia, dire che il re è nudo farebbe bene all'etica prima ancora che all'estetica. E farebbe bene al lettore in cerca di autorevoli giudizi.

sabato 24 marzo 2007

Rosaria Lo Russo


Un mese fa, nei commenti in Liberinversi, Rosaria Lo Russo ha lasciato questa splendida dichiarazione di poetica. E' un peccato che vada persa.



ciao a tutti, sono rosaria che vi parla. la poetrice in persona. la maschera della poetessa-attrice vocata che vi parla in minuscolo, conscia da sempre, femministicamente, che chi parla non è un io, è un noi. sono d'accordo con ap: vi parlo dal fondo antico di un'oralità che tanti, troppi, vorrebbero ancora mettere a tacere. vi parlo da un teatro che dice la poesia, che la fa come si fa un tavolo, artigianalmente, performativamente, misticamente, ma senza mistificazioni. è il linguaggio che mi parla, è la voce che mi dice. la voce schizofrenica di un noi, di un collettivo femminista degli anni settanta. non ho paura dei sentimenti, ho il coraggio eroico che ebbe amelia rosselli, che ebbero sylvia plath e soprattutto anne sexton. per questo coraggio ci hanno suicidate. per questo coraggio non ci hanno sposate, o ci hanno abbandonate. e ancora non ci sposano, ci abbandonano, ci zittiscono suicidandoci. noi siamo le cortigiane illustri, le suore pazze, le puttane dalle orecchie meravigliose, le libellule, le tremebonde streghe. noi siamo ciò di cui ha paura il potere maschile. noi siamo il teatro di mariangela gualtieri, noi siamo le valdughe pompinare, noi siamo la voce bambina della lamarque. noi siamo le minuscole, minuscolissime donne. le femmine, quelle che ancora segregano, lapidano, burquano, buggerano. noi non portiamo il tailleur ma le vestine nere della valduga e i capelli lunghi di mariangela. noi siamo affabulatrici. noi siamo coltissime. noi siamo ritenute periclose dai tristi, dagli uomini di malaffare e di malafede. dalla mala gomorresca. dai malati di gonorrea. di chi paga per fare l'amore con le donne. noi muoriamo ma non abbiamo mai paura. noi siamo sole
ancora rosaria: e ora che mi sono presentata rispondo a massimo. la mia poesia nasce dalla lettura e dall'ascolto. ho una formazione letteraria classica molto solida e una formazione teatrale altrettanto ferrata. sono stata una studiosa di storia dello spettacolo e ho pubblicato molti saggi su riviste specializzate di storia del teatro e di letterarìtura comparata. se visitate il mio sito vedrete meglio di che si tratta. la mia poesia nasce dunque dalla letteratura sentita e vissuta non come fenomeno esclusivamente intellettuale ma esperito nella carne viva, nel vivo del gioioso dolore di esserci, di essere qui e ora in europa e in america. il linguaggio mi ha attraversata tutta per lunghi anni, dall'adolescenza, il linguaggio poetico e letterario e quello teatrale, ma anche la voce: la voce degli attori che mi hanno formato (carmelo bene e piera degli esposti in primis). e così le mie basi sono varie e vaste. poi è entrato il mondo e le poesie che leggete qui sono il frutto di molte esperienze di lavoro teatrale fonico e di schedature di stampe antiche e di frequentazioni hare krishna. insomma tutto il mondo entra nel macinino di questo linguaggio fagocitante e lo ridice, gli restituisce la sua profonda valenza di suono che crea. che altro dire? adesso la mia poesia è diventata più introversa. ho scoperto la voce del silenzio, le vosi che si ascoltano dal silenzio. il dolore fa male ma è gioioso. amo le poetesse antiche e le mistiche, ma anche Dante e la poesia medioevale. non ho mai smesso di leggere di tutto. nessuno si è mai preso la briga di studiare il mio linguaggio, e di questo un po' mi dispiaccio. ma va già bene essere considerata come fine dicitrice. aspetto vostre nuove Vostra Svisceratissima

rosaria lo russo

giovedì 22 marzo 2007

Luciano Cecchinel

Scrive Andrea Zanzotto a proposito di Lungo la traccia (Einaudi 2005):
"In questo itinerario Cecchinel cerca di captare presenze trascorse lungo una linea di famiglia di emigrati in America attraverso un’evanescente traccia che viene perseguita ai limiti della sovrapposizione nell’ansiosa ricerca dell’assoluzione da una non-colpa: una immane distanza spazio-temporale da risalire come un destino di risarcimento. In questo percorso si infiltrano molti dei leit-motiv della cultura popolare nordamericana e naturalmente, sullo sfondo, della grande letteratura. E’ da notare che le radici riccamente dialettali dell’autore, superate da un viaggio nella lingua italiana con una forte sfrangiatura inglese, danno luogo a un reale compenso di riuscita espressiva, che è del tutto particolare. Si tratta di un viaggio composito nei suoi significati ma più ancora di un pellegrinaggio vissuto “tornando” là nell’Ohio, che è il luogo di nascita della madre; singolarissimo caso di una bambina che, cresciuta in armonia col nuovo ambiente e pertanto renitente a un ritorno in Italia, finirà per restarvi, conservando però appassionatamente nascosto il caro imprinting infantile, soprattutto nella lingua, con sottintesi sensi di disagio mai venuti meno. L’autore prende le vesti di un inusitato hobo, vagabondo che simbolicamente arranca su un vecchio carro lungo le vertiginose highways, che sono le nervature della nuova America, ma a ritroso per intercettare la “Vecchia Strada Nazionale”, reale vestigio e arcaica connotazione. Qui le presenze ottimisticamente dinamiche della strada maestra di Whitman, lungo la congerie di miriadi di impronte e passaggi avvenuti, si fanno sfocati spiriti fino a una via siderale, paritetica alla più vertiginosa delle new american ways, quella dello spazio: è un sogno americano a sfondo ironico che si dilata verso l’infinito ma che nemmeno l’arrivo sulla luna da parte di un cittadino dell’Ohio può avere saziato." (in “Yale Italian Poetry”, Volumes V-VI, 2001-2002, New Haven, CT, U.S.A.).


come vento astrale

solo un po' oltre l'Ohio River
spaurita contro il vento e la neve
c'è una valle a cui ritorno
per storie sfinite e sogni
anche se entro il suo vuoto
arde nudo,
filamento incandescente,
il mio tempo oscuro
e il ciclo trema, la terra pulsa
di soffocato timore
mentre come vento astrale
un nuovo tempo ansima sulle autostrade
e i figli di coloro che furono
su aspre montagne
a far fieno, a mungere, a cagliare,
torcono la bocca in modo nuovo,
al ritmo di ossessi menestrelli
suggono guaiti di metallo
come lucenti cucchiai di miele
e danzano assorti in linea
oscillando a tempo il piede
poco o nulla sanno
dei vecchi delle terre lontane
che forse li guardano
con stupore o solo lieti
che non sappiano
di fieno e letame,
che piuttosto che gozzuti e ossuti
essere obesi sia il loro male


 
motivo country
(bevendo lambrusco nel Midwest)

qui nello stato dell'ippocastano,
del grano, del garofano
e dell'uccello cardinale,
alfine con voi tutti,
il sangue di coloro
che allora per sempre salutarono
casa, parenti e vicinale
affidando la pena a ignoti flutti,
con voi, con loro
sento il sapore del vino emiliano,
un rito amaro farsi americano
- oh, i figli non sapevano da dove... -
ma non per caso:
i vecchi altrove,
oltre i recinti delle stelle,
aspettavano in silenziose veglie
e dopo tanto vociare festoso
improvvise le tristezze dei Buckeies,
come le arie senza briglie
del Midwest - Indiana, Kentucky, Illinois
dove vendono per rito giocoso
innocente rugiada di erbe e foglie

oh, isn't O.K.?
if you like country music
you'd like Tennessee Whiskey

(e ancora lieve
laggiù, oltre la fine
lontana di una strada
dissolta in scie di neve,
luce di limpida rugiada,
voce di cantilena che va e viene)

oh, isn't O.K. ?
let's go for it, babe!
that's right for an american boy,
mama born in U.S.A.


suite appalachiana

tracce qui, impronte ovunque
e su di te, luna migrante,
sulla tua polvere alta e spenta
il piede dell'Ohio
e andare, andare nonsaidove,
in chemailuogo,
verso la Nuova Strada Nazionale ?

hello you, Main Street of America!
l'aquila d'argento sopra di te,
detrito di vertiginoso sogno
per un improbabile, sottile
ammiccare notturno,
per la sola speranza del ritorno

e cosi impronte strane
ti trascini smarrita luna
sopra cumuli di colline
e praterie accatastate
come pelli di bufalo
fino alle balzanti catene
e oltre, fino alle morenti
e deliranti sequoie

eppure sei la luna
che ha illuminato la via oscura
di acciaierie e miniere
da dove allora
per la mano invisibile
degos e degos e sei stata
fondo giallo di whiskey
allo strascicato guaito d'acciaio,
pallido orlo d'acquavite
al lamento oscillante del violino

luna ebbra, luna vagante,
scorrono ancora le tue trecce
come di salice lucente
in mezzo alle colline,
restano le tue lacrime furtive
lungo sperdute tracce
accecate da erbe come crine,
quasi blu, quasi vive
come il tuo pascolo tremante
di impronte fuggitive


Luciano Cecchinel è nato a Revine-Lago (TV), ove risiede, nel 1947; si è laureato in lettere moderne presso l'Università di Padova ed ha insegnato materie letterarie nella scuola media. Dopo un'esperienza in campo amministrativo locale, ha partecipato all’attività di gruppi operanti ai fini dell'organizzazione di base del territorio nella prospettiva della salvaguardia del tessuto socioeconomico e culturale. Si è impegnato, in particolare, nella costituzione di cooperative nel settore agricolo.
Debutta nel 1988 con poesie in dialetto veneto Al tràgol jért (riedito nel 1999 presso Scheiwiller con postfazione di Andrea Zanzotto), cui sono seguiti Senċ (1990) e Sanjut de stran (1998). Prevalentemente in lingua le raccolte Lungo la traccia (Einaudi 2005) e Perché ancora / Pourquoi encore (Istituto per la Storia della Resistenza di Vittorio Veneto, 2005) con traduzione di Martin Rueff. E’ stato inserito in alcune importanti antologie di poesia italiana contemporanea.

martedì 20 marzo 2007

Massimo Scrignoli

Dei tanti bravi poeti italiani contemporanei, vorrei segnalare Massimo Scrignoli, colto poeta nonché editore (Book) il quale, pochi anni fa, pubblicò Maestà dei violini, un singolare libretto d'arte, uscito per i tipi di signum e contenente sette disegni di Mauro Valsangiacomo per altrettante sue poesie. L'edizione misura 14 x 10 cm ed aveva esordito con Generation of vipars di Aida Zoppetti e Claudio Granaroli.


*

Non è stato cercando un segnale
che ti ho sorpresa dietro una foglia.
E se dormivi, a dividerti in due diverse parti
era il sole di mezzogiorno. Eri
sul lato che tutto afferra, che tutto occupa.
Quella parte del sonno che d'inverno
tocca il vino nel bicchiere
quando sul fondo si adagia l'aria
o l'intuizione della sera.

Soltanto di queste abitudini
oggi trattenevo il vizio dell'attesa.
Succede, credo, quando un poco
della tua impazienza si ferma.
Succede quando l'orizzonte si alza
e il mondo rallenta
come sopra una linea sospesa, piccola
misura di questo letargo
che allontanando confonde.


*

D'accordo con il destino
la città adesso è un fiume,
che ti ha toccata da qui all'argine.
Da una parte la sete
dall'altra un bosco di voci
sempreverdi, fraseggi, contrappunti
di gufi, volpi e golene.

Se potessi ricordare il suono, le parole
degli dèi d'acqua
la somiglianza inizierebbe sul profilo
nell'identità allagata dagli accenti.
Ma intanto cerchi la sorgente, tu
chiedi la meraviglia della sete
e già smuovi le parole in corone

emigrando

come emigra la voce
verso una stella estrema.

domenica 18 marzo 2007

BlogMeeting Monfalcone


In attesa di partecipare, venerdì 23 marzo, all'Absolute BlogMeeting di Monfacone - curato da Christian Sinicco, con la collaborazione di Adriano Padua e Matteo Danieli, presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, assieme a: Manila Benedetto (Booksblog), Vincenzo Della Mea (PoEcast), Gianfranco Fabbri (La costruzione del verso), Francesco Forlani (Nazione Indiana), Massimo Gezzi (AbsolutePoetry/Atelier), Giampiero Marano (Dissidenze), Stefano Massari (FuoriCasa.Poesia), Giulio Mozzi (Vibrisse), Luigi Nacci (AbsolutePoetry), Massimo Orgiazzi (LiberInVersi), Erminia Passannanti (Erodiade), molti dei quali sono amici di questo blog - vi invito a conoscere i due altri blogger che ho postato su Tellusfolio.

sabato 17 marzo 2007

Recensioni e oltre


Segnalo, con sincera devozione, l'occasione di incontro e riflessione che ha creato Francesco Marotta presentando il mio lavoro su La poesia e lo Spirito, rivista che ringrazio pubblicamente. Vi invito dunque a leggere quella pagina e, eventualmente, ad intervenire.


Ricordo inoltre che lunedì 19 marzo, alle ore 18,00 presenterò La distanza immedicata alla libreria Mondadori di Venezia (a due passi dal San Marco), aiutato da Anna Lombardo, Mario Geymonat, Ulisse Fiolo e Fabrizio Bianchi.
Per tale circostanza, Roberto Ranieri ha scritto un'interessante recensione su Cultura e Spettacolo Magazine.


Grazie per l'attenzione.

giovedì 15 marzo 2007

Ana Paula Tavares

Nata in Angola nel 1952, si è laureata in storia ed ha conseguito un master in Letteratura Africana di Lingua Portoghese. Ha pubblicato i seguenti libri: Ritos de Passagem (poesia, 1985) ; O Sangue da Buganvília (saggio, 1998) ; O Lago da Lua (poesia, 1999) ; Dizes-me Coisas Amargas como os Frutos (poesia, 2001) e Ex-Votos (poesia, 2003). Ha pubblicato poesie in varie antologie in Portogallo, Brasile, Francia, Germania e Spagna. Vive attualmente in Portogallo. In Italia è uscito Cerimonia di passaggio (trad. it. Prisca Agustoni, Heimat edizioni 2005)


Il mio amato arriva

Il mio amato arriva e mentre toglie i sandali di cuoio
marca con il suo profumo le frontiere della mia stanza.
Libera la mano e crea navi senza destino nel mio corpo.
Pianta alberi di linfa e foglie. Dorme sulla stanchezza
cullato dal breve momento della speranza.
Mi porta delle arance. Divide con me gli intervalli della vita.
Poi parte.

Lascia dispersi come un sogno i bei sandali di cuoio.


Quella donna che straccia la notte

Quella donna che straccia la notte
con il suo canto d'attesa
non canta
apre la bocca
e libera gli uccelli
che le popolano la gola
(dedico questi versi a Grace)

lunedì 12 marzo 2007

Gualtieri e Parsifal


Mariangela Gualtieri è una poetessa straordinaria, ma evidentemente pochi se ne sono accorti, se viene lasciata sistematicamente fuori dal canone. Pubblico, per compensare parzialmente la lacuna, alcuni passi illuminanti di "Appunti di lavoro e note al Parsifal", appendice di Fuoco centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi 2003). La terra desolata cui riferisce l'incipit è il regno del re pescatore, l'arso regno dominato dall'impotenza e dall'anarchia, che sarà salvato da Parsifal, cavaliere ignaro del proprio grandioso destino, l'antiedipo che cerca la via del ritorno, l'ingenuo fratello del principe Miskin, ma anche, nella lettura della Gualtieri, il Siddharta perduto nel mondo del vizio e del dolore, che infine si consegna fiducioso al flusso delle cose.




Scrive Mariangela Gualtieri:


"La Terra Desolata.
Beckett: «La sola possibilità di rinnovamento sta nell'aprire gli occhi e vedere l'attuale sfacelo. Non è uno sfacelo che si possa capire. Io sostengo che bisogna lasciarlo entrare perché è la verità».
Solo in parte sono d'accordo con Beckett. Noi abbiamo ancora memoria della bellezza, sappia­mo bene cosa non è lo sfacelo, cosa non è desolato o de­solante. Lo sfacelo vero, se mai ci sarà, non saprà di se stes­so, non saprà più nulla del non-sfacelo. Per questo credo che il sentimento della «mancanza» sia il nostro ultimo baluardo di umanità, una memoria di bellezza da cui po­ter partire per quella «sola possibilità di rinnovamento» di cui lui parla. Penso al rinnovamento come ad un ritor­no a casa. [...]
Il paradosso della mia scrittura sta nel voler essere affermativa, nel voler caparbiamente trovare armonia in mezzo a questi cocci. Si è sempre a un centimetro dalla retorica e questo è il prezzo da pagare se si vuole tentare una scrittura esortativa. Non è un tentativo, in realtà, è piuttosto un destino : io non posso fare altro che questo. [...]
Parsifal non è l'uomo moralmente riuscito che sì cura della propria perfezione. Anzi, figure del genere sono al centro della Terra Desolata, nella più assoluta sterilità ed impotenza, nel più tetro dolore. Parsifal fa continuamente la cosa sbagliata. Perde la grande occasione della sua vita, quella per cui è predestinato. Un eroe che contiene il disordine, lo sbandamento e lo sporco di ogni vita attuale."

domenica 11 marzo 2007

Omaggio a Garcia Lorca

L'inedito che pubblico è stato scritto un paio di anni fa, in occasione di una personale del vicentino Enrico Oliviero, che aveva dipinto una cinquantina di pannelli 1,5 x 1,5 m. tutti dedicati al Lamento per Ignazio Sanchez Mejias di Federico Garcia Lorca. Per comprenderne i richiami, dunque, occorre andarsi a rileggere il poemetto lorchiano. Il mio testo, infatti, è intrecciato a maglie strette con esso. Quando l'ho eseguito, per creare un attrito fecondo fra i due testi, ho proiettato i versi di Lorca simultaneamente alla mia voce. Su sollecitazione di Anila Resuli lo pubblico.
Sopra il lamento e dentro


uomo calce, cristallo, nichel, uomo salice e colomba, che versa
il corpo in tempo per l’ora vuota, uomo dal cuore basso, più in basso
del toro ferito

con i suoi piccoli gelsomini sul petto, i cavalli a punta intorno
e la domanda del vecchio mondo, la sua triste lingua morta fra
tonfi e piaghe

uomo cieco nel cerchio, che disseta la brama del cuoio, uomo
raccolto ora dal volo dei vermi, in quella terra e velluto senza bocca
né viaggio

uomo come la spagna di franco, con l’ombra del primo maggio
sul fuoco
e l’inferno della chiamata alle armi, uomo madre della propria sorte
frutto nel seno delle mandrie celesti

uomo che chiude l’aria ai vivi, che l’apre ai vinti, uomo padre attento
col suo fucile a tempo, che non immagina tregua anche se muore
la sera

uomo che salva il suo fanciullo andaluso, quell’anima assente
al servizio dei cani, federico che canta il suo ramo d’ulivo
tra fessure e chiodi in tristissime mani

venerdì 9 marzo 2007

Pseudomontale


Forse un mattino andando in un’aia di vetro,
avido, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dentro
di me, con un terrore ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno gatti
alberi, case e polli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò ratto
tra gli uomini che non volano, col mio segreto.


..........................................Eugenio Mortale

giovedì 8 marzo 2007

8 marzo


Una poesia di Ida Vitale, uruguayana, esule.

A tutte le donne. E agli uomini. Esuli.



Sopravita

Dammi notte
le convenute speranze,
dammi non già la tua pace,
dammi miracolo,
al fine il tuo luogo,
porzione del paradiso
il tuo chiuso giardino azzurro,
i tuoi uccelli senza canto.
Dammi, non appena chiuda
gli occhi del volto,
le tue due mani di sogno
che incamminano e gelano,
dammi di che trovarmi,
dammi come una spada
la strada che passa
per il filo della paura,
una luna senza ombra,
una musica appena sentita
e già appresa,
dammi notte verità
per me sola,
tempo per me sola,
sopravita.

lunedì 5 marzo 2007

Mimoza Ahmeti


Proseguiamo con la presentazione della poesia albanese. questa volta Anila Resuli ci aiuta a leggere Mimoza Ahmeti. Nata a Kruje, nel 1963, è tra i poeti contemporanei più promettenti e tra le più conosciute poetesse albanesi. Il suo libro più popolare e acclamato dai critici è la raccolta di 53 poesie Delirium, pubblicata nel 1994. Tra i libri più recenti vi è Pjalmimi i luleve (L’impollinazione dei fiori). I suoi libri sono stati tradotti in italiano, francese e inglese. Oltre alla produzione poetica, ha scritto racconti e articoli, ed è stata cantante in diversi festival della musica Albanese. Fu candidata al partito democratico di Tirana nel 2001.








E’ strano essere donna

Adesso mi viene da piangere. Mi sembra come
se scariche di stelle mi si siano accumulate sugli occhi.
Non riesco a sopportare,
mentre i ganci dei nervi si tirano spavaldi
contro l'un l'altro.
Un canguro col figlio in tasca
sembra la mia immagine da lontano
qui sulla riva.
Mi viene da piangere. Sono gravida.
Sicuramente i molluschi morbidi ora
muovono i gusci duri dentro l'acqua
e le candele rosse
chissà che viaggio inimmaginabile
hanno preso.
E' strano essere donna...
Avete visto la natura quando atterrisce, soffia
e sgretola!
Quando non le obbedisci spezza le macerie
della negazione...
Poi, quando poi, leggera e spaventata,
con gli occhi grandi pieni di ombre
aspetta un continuo, una nascita
sulla riva del mare dove le viene da piangere, da piangere
per quello che è; è gravida.
In quelle ore del giorno quando i molluschi morbidi
muovono i gusci duri dentro l'acqua
e le candele rosse
chissà che viaggio inimmaginabile hanno preso...



La morte

Oh quiete eterna di ogni dove,
ti ho lasciato lottando
per tornarti ancora.
Esclusa io, difficile sembra il ritorno...
Ero una bimba allora,
adesso sono un uomo.



Il mio tutto

Come azzurro calmo per te mi cadono i capelli
e la bocca non è se non uno specchio rotto
dal dolore uscito dalla carne a strappi
da quello che non ti ho mai toccato per non lasciarti.
Ah fitta erba verde del tuo petto
ah legno aspro colmo dell'aroma dei tuoi piedi,
ah braccio che solo il braccio e solo il braccio lasci
ah tu, collo morbido e forte insieme
ah tu tutto, il mio tutto,
tutto della mia notte, del mio giorno,
tu, tutto
ah globo scuro, globo cieco, globo fatale
del tuo pudore morsicato.
Tutte le cose tu, tutto in te.
Solo tu:
resta, guardami,
non morirmi tra le mani.
Una terra una volta trovata
mai non è stata più dimenticata.


Il mio nemico

Nemico mio,
spesso mi hai offesa nella maniera più debole,
spesso ti ho offeso nella maniera più meschina,
nemico mio.
E cosa sarebbe stata la mia vita senza te
e la tua senza di me?
Nessuno non può saperlo.
(Quando i limiti terminano,
l'esserci svanisce.)
Nemico. Nemico mio.
Per te sono caduta nell'ombra e nell’usura
di ciò che cercavo,
per te è rinsavito il mio essere, si è svegliato,
s'è promesso,
e ansimò
quando il delitto ha stretto gli animi.
Ah, in te stesso tu sei l'amore
e il mio odio,
nemico mio.
Appunto coloro
che abbiamo sottovalutato
mentre si proseguiva nella strada,
che mai abbiamo saputo,
mai abbiamo calcolato,
LE FOLLE,
che inerti abbiamo versato
che respirano
ignave,
lasciano orme
sulla tua anima,
sulla mia anima.


Mimoza Ahmeti più che poetare urla, strazia e sgola le viscere in versi continui di tragicità dove le ombre sono distanti quanto il passo stesso del poeta. Non vi è riguardo per null’altro se non per la propria condizione di attesa di una fine. Nella sua poesia immagine forte è la donna, un corpo fertile che invece di gioire per la vita, ne soffre. L’inganno per una donna è forse dare la vita? Essere gravidi per lei diventa un pianto interminabile che rinnega il suo stato. E’ l’amore che la anima però, questo amore-tutto, questo amore-odio frantumato nei giorni, tra gli occhi delle folle che osservano, che scrutano, che inseguono e lasciano dolore perchè l’occhio indiscreto può solo logorare e dividere. L’amato quindi disperde e restituisce le forze con le sue attese e le sue presenze.
Un elemento importante è anche il ritorno alla terra che “una volta trovata mai non è stata più dimenticata”: il poeta appartiene alla sua terra come la terra appartiene a lei nel ricordo, nel passato e nel presente, come un timbro che più non si può togliere e dal quale non si può più svincolare. (Anila Resuli)

sabato 3 marzo 2007

Carte nel Vento


Segnalo l'uscita del n.6 anno IV di Carte nel Vento, la rivista on-line di "Anterem". Ranieri Teti, fra l'altro, ha scritto una recensione molto bella a La distanza immedicata. Già che ci sono, vi invito ad ascoltare il brano del maestro Francesco Bellomi nato dall'ascolto di un mio testo.


Buon week end.

giovedì 1 marzo 2007

Roberto Capuzzo



Il silenzio, le cose, ventottesimo volume di Via Herakleia, collana di poesia contemporanea curata da Ida Travi e Flavio Ermini, lo firma Roberto Capuzzo, un avvocato veronese nato nel 1952, alla sua seconda prova dopo Senza vera regola.



E' con piacere che presento i suoi modi pudichi di guardare e di annotare il divenire del mondo, così che le cose nominate vengono alla luce come da un fondo misterioso, che si ritrae silenzioso dalla vista ma non dal sentire. Sfrondati i rami del racconto, l'essenziale dei viventi trova dimora in queste poesie, in una purezza che diventa scelta di vita, eticità.



*


Allo specchio il volto è fermo,
la figura si incammina
le spalle distintamente
si riconoscono.


L'angelo è comparso più nitido
nel contorno, volge il capo
osserva la stanza, rientra;
non riflette l'ombra,
accenna tre passi
alla luce socchiusa degli sguardi.



*


Di per sé le parole
non aiutano a concepire
dove la giovane poggi
altissima e immutabile
a fianco di oggetti comuni
in attesa dei passi pesanti
provenire di lato anziché
le note sfiorate fuori tempo
senza apparente relazione.



*


La traccia
sulla spiaggia alla luce
dell'aurora era l'impronta
del cinghiale che invano
avemmo atteso.

Con fedeltà fotografica la sabbia
calcata riportava il solco
dell'unghia di modo che potemmo
riconoscere, per noi incomprensibile,
il percorso dell'animale.
Ci parve anche di udirne
l'urlo tra i colpi della
risacca, ma era certo
l'inganno del silenzio, come
accade talvolta nelle
ore che raccontano il mare.



*


Stremata ha sostato l'intera notte
in equilibrio sulla zampa affondata
nell'acqua lenta del Danubio, il ghiaccio
l'ha tenuta a sé oltre il mattino
in questo inverno, mai così asciutto.
Un rigido frammento
nella direzione della foce
al passaggio del blocco candido
perfettamente levigato riluce
indifferente a vento e
sapore di sangue.
Sulla scala che conduce nel buio
minuscole ginocchia scoperte
dal giallo gettato dall'alto
tra scritte incise a rovescio,
se ne fa fuoco per ora
dove mani crepate si allungano.

(olio di Marcello Bertini)