giovedì 29 giugno 2006

soglia

Il sapere nomadico coincide con il circolo tracciato dal passo degli uomini e dal pascolo degli animali; ed ogni nomade sa che il cielo che respira dalla sommità della sua tenda unisce la casa, la terra, gli animali, gli uomini e Dio. Ogni suo gesto compiuto per ringraziarlo, traccia una più robusta alleanza con la terra, il cielo, gli animali e gli altri uomini. Così nei nomadi buddhisti tibetani. E così nella letteratura che si fa annuncio della propria soglia.

mercoledì 28 giugno 2006

Edmond Jabes


Cari amici, un invito a conoscere Edmond Jabes.


Da Il libro dell'ospitalità (trad. A.Prete, Raffaello Cortina Editore, 1991)


Accarezza la tua anima. Accarezza il tuo libro. Sono tutti e due assetati di tenerezza... Il criterio è l'ospitalità.

Maestro, tu non prendi niente da me, disse il discepolo. Da te prendo quel che t'insegno, rispose il maestro.

Se ti si nega l'ospitalità, fai in modo che il rifiuto sia attribuito a te.

Da te prendo congedo. Ma vivrò della tua lettura.
Smisurata è l'ospitalità del libro.

martedì 27 giugno 2006

costituzione partigiana


Questo frammento lo scrissi nel 2000, ma non entrò in Scritti nomadi. Lo posto oggi, dopo l'esito del referendum.


Il mito della Resistenza è un agile libretto di Romolo Gobbi, stampato nel ’92 da Rizzoli. Vi si racconta la complessità del movimento partigiano ed il valore fondativo della lotta contro il nazifascismo per la nascita dell’Italia borghese e democratica. Beppe Fenoglio ed Italo Calvino sono i suoi testimoni oculari, i pochi coraggiosi scrittori del dopoguerra a raccontare la confusione organizzativa delle brigate, l’esibizionismo dei capi e l’inconsapevolezza politica di molti combattenti, che passarono con disinvoltura con i repubblichini di Salò.
Riguardo alla propria impostazione storiografica, l’autore torinese fa esplicitamente propria la tesi di Georges Duby (Il sogno della storia), secondo la quale il resoconto dello storico è sempre, anche, racconto d’evasione, favola in cui impera la “soggettività del testimone”; e tuttavia egli ne complica le conseguenze, scegliendo di usare la propria favola, la propria storiografia, per demolirne una ancora più grande, quella della Resistenza come unità delle forze antifasciste. L’intenzione svelata di Gobbi è di sfatare un mito vecchio per fondarne un altro, vivo nell’urgenza dell’attualità parlamentare (la proposta generalizzata di una nuova Costituzione) e - a suo modo di vedere - più capace del primo di rispondere ai “gravi problemi politico-ecologici... che si annunciano”. Il suo racconto, parziale come ogni opera letteraria che si rispetti, privilegia le testimonianze, le seleziona, individua dei personaggi, organizza i ruoli delle comparse, parteggia per i “buoni”, costruisce insomma un discorso narrativo in cui il vero protagonista - l’intellettuale nuovo - esce soltanto alla fine, per proporsi come soggetto del prossimo racconto. E’ il principe machiavelliano, che non è però singolo redentore, bensì ceto, gruppo omogeneo e, probabilmente, “organico” in senso gramsciano. Bisogna però verificare organico a quale interesse.
E’ tuttavia vero che furono pochi gli autori che ebbero il coraggio di raccontare la Resistenza con il mezzo sorriso tragico di chi scopre, nel compagno di sventura, gli stessi vezzi propri, la stessa inquieta giovinezza: Beppe Fenoglio è stato, fra questi, il più coerente.

domenica 25 giugno 2006

Sophia


Akhamoth è parola d’origine semitica; significa “saggezza”. Sophia (in greco: sapienza), nello gnosticismo diventa appunto Akhamoth oppure Prunikos: lascivia. Grazie a Prunikos, ella s'abbandona alla seduzione dell’altrove; mentre, per merito di Akhamoth, ella ha saputo guardare dentro di sé, per ritrovare la via del Principio. Sophia, in questo senso, è saggezza ma anche lascivia, giustezza del fare, ma anche cedevolezza e disargine. Nella Sophia gnostica convivono, in conflitto, entrambe le accezioni, lasciando così ad intendere che il sapere ha un legame stretto con il fare e la materia, ma anche con il piacere e il superamento del limite.

venerdì 23 giugno 2006

Javier Heraud

Quando un poeta fa il guerrigliero oppure... quando un guerrigliero fa il poeta oppure... quando la poesia sta leggera e tersa sulla spalla di un ragazzo timido, mi viene in mente Javier Heraud, morto combattendo sul rio Madre de Dios, al confine tra Bolivia i Perù, nel 1963. Aveva vent'anni.

da II fiume

Io sono un fiume,
vado scendendo sopra
larghe pietre,
vado scendendo sopra
dure rocce,
per il sentiero
disegnato dal
vento.
Ci sono alberi a me
d'intorno ombrosi
di pioggia.
Io sono un fiume,
scendo ogni volta più
furiosamente
più violentemente,
scendo
ogni volta che un
ponte mi riflette
nei suoi archi.

mercoledì 21 giugno 2006

Taisen Deshimaru


Vorrei dedicare ad Alivento e a Rita le parole del maestro Taisen Deshimaru: "Spezzare i legami, le abitudini, amare senza desiderio di possesso, agire senza finalità personali, tenere le mani aperte, donare, abbandonare ogni cosa senza paura di perdere: ecco, la disciplina dell'adepto zen! La verità risiede nella semplicità. Rivolgiamo lo sguardo verso l'intimo, la parte notturna dell'essere, la nostra notte umana. Si leverà l'alba."

martedì 20 giugno 2006

Osvaldo Coluccino


tre poesie di Osvaldo Coluccino, tra i più significativi compositori contemporanei, tratte da Appuntamento (Anterem 2001)











NATURA MORTA

II limite del caldo e degli abbandoni, che fa trasudare
leggermente i lineamenti ricordati. Ti sei precipitata nelle
dimore rifinibili da un'aria di spazio. Si sta per regalare
lo sfacelo dei safari a una domatrice effusa dal tavolo
aperto.



IL POSTO LIBERO

Destando un carnato essenziale, e sul manto che sfu­ma
in cicli di pergola, slacciatevi docili. O cuore, che moduli
dal loro antico rapimento, resti, ma solo tu o la malinconia
in vaghe vampe succeduta. Perché un nudo a fianco dovrebbe
stupirsi del paesaggio che dietro gli sprofonda, curarsi
del fuscello esiliato ai suoi piedi, vol­tarsi
sullo sguardo che non gli crede se del centro
s'è sguarnito un tripudio?

MARTA

Odi come ti raccoglie in Marta...

Odi dalle ante ovunque spopolarsi
Una scorta splendida e risalirti
Le rughe delle labbra!

Ma l'avresti creduto,
Quando ne laceravi i gambi,
Soddisfarti qui della stessa gemma
Consuetudine di tediosa estate?

Il tordo geme sul portale
Mastice della tua matrigna,
Sottacendo, rimpiazzato il campo
Con livoroso sangue,
II gracchio che vorrebbe straviziare.

giovedì 15 giugno 2006

je est un autre


Dopo la gita fuoriporta di ieri, a visitare l'innocenza postmoderna, gemmata a tuttopunto e con il napalm tra i riccioli, oggi vi faccio un regalino, postàndomi. Non è narcisismo, bensì un gioco senza premi, ma bello, ma buono: bisogna infatti riconoscere chi è l'autre, visto che il je va dato inesorabilmente per disperso. Buon divertimento:-)

mercoledì 14 giugno 2006

gemma

oggi tutti in gita qui, un fiore del male da guardare negli occhi, vero come la peste.

martedì 13 giugno 2006

donna romantica


Con Baudelaire (1821-1867), bellezza e verità s'incontrano nel corpo caduco, nella carne che il tempo sfanta. Come in questo frammento, tratto da "Una carogna"

"...
Eppure tu sarai simile a questo
immondo grumo, a questa peste orrenda,
stella degli occhi miei, sole che illumini
la mia natura, mia passione e angelo!
Si, tale tu sarai, di tutte grazie
regina, quando dopo i sacramenti
estremi, te ne andrai sotto le piante
grasse, frammezzo alle ossa a imputridire,
sotto l'erba. Ma allora di', mia bella,
di' pure ai vermi che ti mangeranno
di baci, che geloso ho conservato
di tutti quanti i decomposti amori
in me la forma e la divina essenza."

Erede di tanta grazia, ma certo senza il piglio romantico, che invece sopravvive nel francese, è stato Gottfried Benn (1886-1956), poeta espressionista tedesco nonché medico sifilopatologo. Si legga "La bella gioventù":


La bocca d'una ragazza, riversa a lungo in un canneto,
appariva tutta rosicchiata.
Aperto il petto, era l'esofago un foro solo.
Alla fine, in una cavità sotto la pleura
si trovò un nido di piccoli ratti.
Una lor sorellina era già morta.
Gli altri vivevano di fegato e reni,
bevendo il freddo sangue e godendo
la loro bella gioventù.
E bella e rapida venne loro anche la morte:
furono gettati tutti quanti in acqua.
Oh come squittivano i musetti!

domenica 11 giugno 2006

Oliveiro Girondo


Oliveiro Girondo è un poeta che ha segnato profondamente la mia formazione, in particolare questa poesia, che s’intitola “L’impasto”


Non solo
il floscio fondo
gli ebbri letti limi tellurici tra fanali seni
e i loro licheni
non solo il soligracido
le prefughe
il dispari sparito
l'approfondimento
il tatto incauto solo
i concordi abissi degli organi sacri dell'orgasmo
il gusto del rischio in germoglio
del rito nero all'alba col suo sgranchiarsi pieno di passeri
e neppure la brama
i sospiretti solo
né il fortuito diale fato
o gli autosondaggi in pieno plesso tropico
né le exloro in meno né l'indedalo
ma il vivo impasto il totale impasto pieno
il puro impuro impasto che mi riduce le calette la cuorcina
tesa le testarde viti femmine

l'impasto

l'impasto con cui aderì i miei ponti


Gina Maneri, nella sua tesi di laurea, scrive che Oliveiro Girondo (1891-1967) fu, insieme a Jorge Luis Borges, uno dei maggiori esponenti dell’Ultraismo argentino, movimento poetico sviluppatosi in Spagna intorno agli anni ’20, fondato dal poeta e traduttore Rafael Cansino Assens insieme a Guillermo de Torre, a cui aderì subito tutta una generazione di scrittori. I principi fondamentali dell’Ultraismo erano la rifondazione di tutte le avanguardie mondiali, la soppressione della punteggiatura, la rivendicazione del valore visivo – tipografico della poesia, la preferenza per le immagini indirette e duplici, secondo lo stile cubista, e la predilezione per l’umorismo. Questo movimento ebbe stretti rapporti con il Surrealismo”.

giovedì 8 giugno 2006

qui


io abito qui intorno. ci abito intero e insieme. io abito intorno e dentro. qui.

martedì 6 giugno 2006

dedica


In onore al vino, a Zanzotto e a Vocativo, ecco qualche verso tratto da "Sovrimpressioni” (Mondatori 2001):

...
fitti richiami spirano di filare in filare
e tra viti preziose quai numeri primi
in coordinazioni sublimi,
con elargizioni d'ombre e lume distillate
metricamente controllate - d.o.c.
e al capo di ogni filare un rosaio inatteso appare
con innate delizie e offerte di profumi
sta e freme, sentinella eccelsa nel segnalare
l’arrivo di malanni e stregherie per sé e per viti
...

lunedì 5 giugno 2006

varianti d'autore


Valerio Magrelli (da Ora serrata retinae, Feltrinelli 1980)
Varianti di Il corpo è chiuso...

Manoscritto: Pozzo verticale (in quaderno VII, p.43)
(i segni grafici sono presenti nel manoscritto)

Splendido l’occhio.
Questo è il mio segreto.
Il corpo è chiuso come una muraglia,
è [anzi] un pozzo [in cui non penetra luce]
[gettato in sé] immerso nella carne.
Né potrei dare al ginocchio l’impressione
di sé: giace muto, nell’incavo [della
carne] che gli offre il giaciglio.
Ma nella testa, per un inaudito
malinteso, s’apre l’alba del mondo.
[La carne] l’osso si allarga e accoglie
dentro sé lo sguardo:
[tutto l’essere] membra [ne è fecondato
e ne rabbrividiscono
così pazientemente] Dolcemente
si compie nella testa [lungo
il tempo] / il paziente travaso del[la]
vedere / acquedotto di chiarore
strada che porta l’essere a se stesso.
E nella [radura] [nudità] radura
della fronte
[l’arco] il portale del ciglio ha
la sua (luce)


Il corpo è chiuso (AA. VV., Quaderno collettivo, Guanda 1979)

Splendido l’occhio.
Questo è il suo segreto.
Il corpo è chiuso come una muraglia,
è un parco immerso nella carne.
Né potrei dare al ginocchio l’impressione
di sé: giace muto, nell’incavo
che gli offre il giaciglio.
Ma nella testa, per un inaudito malinteso,
s’apre l’alba al mondo.
L’osso si allarga e accoglie dentro sé lo sguardo.
Dolcemente si compie
Il paziente travaso del vedere,
acquedotto di chiarore, strada
che porta l’essere a se stesso.
E nella radura della fronte
il portale del ciglio ha la sua luce.




Versione definitiva di:
Il corpo è chiuso... (senza titolo)

Il corpo è chiuso come una muraglia,
è come un pozzo immerso nella carne
che non giunge ad avereimpressione di sé.
E le sue membra stanno
mute e cieco e fermo
nella gamba riposa il ginocchio.
Ma nella testa s’apre
l’alba del mondo:
l’osso si allarga, accoglie
dentro di sé lo sguardo.
Dolcemente si compie
il paziente travaso del vedere,
acquedotto di chiarore, strada
che porta l’essere a se stesso.
E nella radura della fronte
il portale del ciglio ha la sua luce.

domenica 4 giugno 2006

pensiero debole

in risposta a quanto scritto da Gian Ruggero Manzoni nel blog di Fabrizio Centofanti , http://fabrypoesiaespirito.splinder.com/ posto un frammento dell'introduzione al mio saggio sulla caducità (inedito), rinviando l'approfondimento a quanto scritto su Nabanassar a proposito del rapporto tra letteratura e finitezza http://www.nabanassar.com/canonfinitezza.pdf

"I saggi che seguono fondano la propria legittimità sul convincimento che esilio e morte, nel senso che ora brevemente dirò, costituiscano le tensioni aurorali della caducità. E ciò differentemente per ciascun uomo, tale da collocarlo in un’apertura ontologica che trova, nella caducità stessa, le risorse del proprio sguardo singolare. Una singolarità, tuttavia, che, appartenendo già sempre ad una comunità di parlanti, è nel contempo pluralità, gettatezza in un orizzonte di comprensione condiviso.


Per esilio dunque intendo quello spaesamento che, “innanzitutto e per lo più”, chiama l’uomo, ciascun uomo singolarmente, al non sapere come e quando la propria dipartenza è cominciata. Esso qualifica lo stare qui ed ora, a partire però da un attraversamento già da sempre compiuto e inavvicinabile dalla memoria, se non per frammentarie, spesso distorcenti e comunque mai definitive acquisizioni. In termini filosofici, l’esilio assomiglia allo “spaesamento” heideggeriano, là dove, in Essere e tempo, il “non sentirsi a casa propria” non è un accidente dell’ente intramondano, bensì il modo più proprio dell’Esserci di “essere se stesso come essere-nel-mondo”. In termini antropologici, l’esilio segna invece la distanza che separa l’uomo dal “centro del mondo”, da quel luogo in qualche modo circoscritto capace di orientargli l’esistenza, di renderla attuale nella pienezza del senso; luogo che trova nel rito la sua consacrazione e che viene ordinariamente a coincidere con quella costellazione di figure che rimandano al mito delle Origini. La nascita stessa e la sua celebrazione danno l’avvio all’esilio, ad un distacco non lineare dal centro, che viene ad intrecciarsi con l’esilio della civiltà cui si appartiene, con quella distanza (culturale, politica, economica, religiosa ecc.) dal proprio inizio che essa tenta di ricucire attraverso l’anamnesi storica.
Tutto ciò non significa, almeno nella prospettiva che guida questo saggio, che sia angosciante la consapevolezza d’esser fuori-casa, o che il “centro del mondo”, come lo chiama Mircea Eliade, corrisponda all’identico, all’indiviso della metafisica, al Principio incausato, oppure sia rintracciabile storicamente nell’età dell’oro. E nemmeno, in linea di principio, che esso non sia origine, centro, oppure, deleuzianamente, proliferazione infondata della Differenza. Lo spunto da cui parto coincide piuttosto con l’evidenza secondo la quale, l’individuo e la comunità (l’individuo che è già sempre comunità), cercano una collocazione, un proprio luogo fondato, una ragion sufficiente, per quanto delirante (penso il termine nell’accezione derridiana), che riconduca l’atopia dell’erranza insensata, ad una terra abitabile, cui eventualmente situarsi da nomadi, da viandanti.


L’esilio ha radice dunque nella gettatezza della singolarità, in quel suo particolare ed inquieto modo di stare in posizione, di essere qui, già sempre aperto alla discontinuità radicale, al morire, a quell’evenienza che interrompe continuamente la via del ritorno mossa dall’esilio, la disorienta, la svia; anzi: ciascuna via del ritorno è già sempre sviata dalla morte, s-centrata, posta altrove, in una mappatura ad ogni passo divergente e sempre perciò bisognosa di una partenza nuova, in un impossibile riordino complessivo. Ed è in questo transito finito che la presenza muove i passi nel mondo, una presenza che è caduca non in quanto mancante-di-qualcosa, ma proprio per la sua irriducibile resistenza all’universale, per quel suo essere così, direbbe Agamben, disseminata nell’esistenza e perfetta nel suo modo."
Stefano Guglielmin