
venerdì 29 settembre 2006
low fi

giovedì 28 settembre 2006
Eros Alesi
Eros Alesi nacque a Ciampino nel 1951 e morì a Roma vent'anni dopo. Non pubblicò mai poesie in vita. Scrive Franco Cordelli ne Il pubblico della poesia (Castelvecchi 2004): il suo «è un linguaggio che parla a noi da un "oltre". Ma da un oltre che è qui, non è altrove. Ha come una vibrazione fosforica, shocking. Come l'apparizione di un fantasma. È una voce, nello stesso tempo, presente e postuma. Postuma fin da subito. Il «Che» iniziale di ogni frase non ha solo un valore percussivo (come nella musica orientale): è l'elemento minuscolo e decisivo che mette tutto il discorso "a rovescio". Cioè lo colloca tutto intero "fuori contesto". A testa in giù».
*
Caro Papà,
Tu che ora sei nei pascoli celesti, nei pascoli terreni, nei pascoli marini.
Tu che sei tra i pascoli umani. Tu che vibri nell’aria. Tu che ancora ami tuo figlio Alesi Eros.
Tu che hai pianto per tuo figlio. Tu che segui la sua vita con le tue vibrazioni passate e presenti.
Tu che sei amato da tuo figlio. Tu che solo eri in lui. Tu che sei chiamato morto, cenere, mondezza.
Tu che per me sei la mia ombra protettrice.
Tu che in questo momento amo e sento vicino più di ogni cosa.
Tu che sei e sarai la fotocopia della mia vita.
Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo Bello – forte – orgoglioso – sicuro – spavaldo rispettato e temuto dagli altri, che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo, che ti vedevo come l’orco che ti giudicavo un Bastardo perché picchiavi la mia mamma.
Che avevo 13-14 anni quando ti vedevo che vedevi di perdere il tuo ruolo.
Che vedevo che tu vedevi il sorgere del mio nuovo ruolo, del nuovo ruolo di mia madre.
Che avevo 15 anni e mezzo, quando vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare spaventosamente.
Che vedevo che tu vedevi che i tuoi sguardi non erano più belli, forti, orgogliosi, fieri, rispettati e temuti dagli altri.
Che vedevo che tu vedevi mia madre allontanarsi. Che vedevo che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo.
Che vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente.
Che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo di casa, che mia madre scappava di casa.
Che tu hai voluto fare il Duro.
Che non hai trattenuto nessuno.
Che sei rimasto solo in una casa di due stanze più servizi.
Che i litri di vino e le bottiglie di cognac continuavano ad aumentare.
Che un giorno. Che il giorno. In cui sei venuto a prendermi dalle camere di sicurezza di Milano ho visto che tu ti vedevi solo. Che tu volevi o tua moglie o tuo figlio o tutti e due in quella casa da due stanze più servizi. Che ho visto che tu hai visto che eri disposto a tutto pur di riavere questo.
Che ho visto che tu hai visto la tua mano stesa in segno di pace, di armistizio.
Che ho visto che tu hai visto sulla tua mano uno sputo.
Che ho visto che tu hai visto i tuoi occhi lacrimare solitudine incrostata di sangue masochista, punitivo.
Che ho visto. Che tu hai visto il desiderio di voler punire la tua vita.
Che ho visto che tu hai visto il desiderio di non soffrire. Che ho visto che tu hai visto i litri di vino e le bottiglie di cognac continuare ad aumentare.
Che ho visto che hai visto in quel periodo la tua futura vita.
Che ho saputo che hai saputo che tuo figlio era un tossicomane che tua moglie attendeva un figlio da un altro uomo (figlio che a te non ha voluto dare).
Che ho visto che hai visto 3 anni passare. Che ho visto che hai visto che il giorno 9-XII-69 non sei venuto a trovarmi al manicomio. Perché eri morto.
Che ora tu vedi che io vedo. Che ora il 1° sei tu che giochi questo tresette col morto facendo il morto.
Ma che giochi ugualmente, che ora vedi che io vedo che ti adoro che ti amo dal profondo dell’essere.
Che ora vedi che io vedo che mia madre rimpiange. ALESI FELICE PADRE DI ALESI EROS
Che vedi che io vedo che sono fuggito ancora una volta verso la solitudine.
Che tu vedi che io vedo solo grande grandissimo nero lo stesso nero che io vedevo che tu vedevi.
Che ora continuerai a vedere ciò che io vedo
***
Cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina. Che tu solo tu dolcissima mamma morfina mi hai voluto bene come volevo. Mi hai amato tutto. Io sono frutto del tuo sangue. Che tu solo tu sei riuscita a farmi sentire sicuro. Che tu sei riuscita a darmi il quantitativo di felicità indispensabile per sopravvivere. Che tu mi hai dato una casa, un hotel, un ponte, un treno, un portone, io li ho accettati, che tu mi hai dato tutto l’universo amico.
Che tu mi hai dato un ruolo sociale, che richiede e che dà. Che io a 15 anni ho accettato di vivere come essere umano "uomo" solo perché c’eri tu, che ti sei offerta a ricrearmi una seconda volta. Che tu mi hai insegnato a muovere i primi passi. Che ho imparato a dire le prime parole. Che ho provato le prime sofferenze della nuova vita.
Che ho provato i primi piaceri della nuova vita. Che ho imparato a vivere come ho sempre sognato di vivere. Che ho imparato a vivere sotto le innumerevoli cure, attenzioni di mamma morfina. Che non potrò mai rinnegare il mio passato con mamma morfina. Che mi ha dato tanto. Che mi ha salvato da un suicidio o una pazzia che avevano quasi del tutto distrutto il mio salvagente.
Che oggi 22-XII-1970 posso strillare ancora a me, agli altri, a tutto ciò che è forza nobile, che niente e nessuno mi ha dato quanto la mia benefattrice, adottatrice, mamma morfina. Che tu sei infinito amore infinita bontà. Che io ti lascerò soltanto quando sarò maturo per l’amica morte o quando sarò tanto sicuro delle mie forze per riuscire a stare in piedi senza le potenti vitamine di mamma morfina.
***
O cara. O padrona morte. O serenissima morte. O invocata morte. O paurosa morte. O indecifrabile morte. O strana morte. O viva la morte. O morte che è morte. Morte che mette un punto a questa saetta vibrante.
martedì 26 settembre 2006
Victor Cavallo

Ce n'ho abbastanza
ce n'ho abbastanza per comprarmi una bottiglia di vodka
un chilo di arance un amburg il pane tondo una birra
un pacchetto di marlboro.
E poi mangio l'amburg col pane tondo tostato e
bevo la birra e fumo la marlboro e poi spremo due
arance con la vodka.
E poi esco e incontro la più grande figa della mia
vita con gli occhi verdi e le ciglia nere e la bocca
rossa e le mani nervose e decidiamo cazzo di non
fare nessun film di non scrivere nessuna stronzata di non recitare
nessuna cagata e di non andare in campagna
e di non occuparci della casa né della merda né dei
capelli né dei comunisti.
Io butto nel fiume il trench di mio fratello
io compro i biglietti per la partita roma-river plate
io raccolgo gli occhi nella spazzatura
io accompagno mio figlio nel paradiso totale
senza nessun pericolo né gas né elettricità né politica
né bicchieri né coltelli né stanze di pavimento.
E lei scompare come le ore e appare come le ore
e me ne frego della pensione e me ne frego di morire
me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno
e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi
respirano e le nuvole di merda si spaccano
e da dentro partono razzi luminosi
e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura
né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti
e butto via l'elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo
e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra
e grido come un'arancia stellare
e viaggio nella luce dell'ananas e cago cicche d'oro
sulla faccia dei nazi-igienisti maledetti
puliscicessi. Buttare via il tempo della vita
a lucidare i bidè e conservare i bicchieri
e sorridersi a culo sbarrato e invecchiare
come i più stronzi prima di noi.
Maledetti cagoni falsi e vigliacconi.
Lei apparirà. Bruciando i tampax dell'anima sanguinante.
apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa
anima luminosa come arcobaleno puro
radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda
e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.
Incontro a Castelporziano
Mia cara fica
lucciola lanterna cicala stella nuvola sogno papavero orzata
fica
ti scrivo dalla garbatella dove passeggiavo con una maglietta
gialla e il cielo era pieno di rondini. Ma era verso sera e
all'epoca della prospettiva Nevskji.
Mia adorata sono stanco e ho bisogno dei tuoi capelli
e delle canzoni dell'estate 1979 e di una campagna acquisti
che mi ridia speranze di coppa Uefa.
Com'era atroce l'inverno sull'orlo della serie B!
Mia cara fica
non credo a niente
i prezzi del pane e del latte sono troppo alti
e il campo di bocce del forlanini è pieno d'immondizia
e i giardini di piazza S.Eurosia pieni di vetri rotti e cacche di volpini
e tutti quegli stronzi in giro
e lisa gastoni che m'ignora
e la rivoluzione che bestemmia sulla pista assolata del rock and roll.
Ti amo. e se tu non me la darai mi ucciderò con una overdose.
I can get no satisfaction
e sono io nel merdoso cimitero degli specchi
a vegliare la fica in equilibrio tra le stronzate
io tra gli stanchi bagnanti notturni che recitano michelangelo
e le pompinare americane che mordono i gondolieri
e l'1 a 0 di trevor francis al bar della fenice e gli angeli
e questo angolo di piscio dove m'inculo il mondo.
Mia cara fica
spero d'incontrarti sulla spiaggia di castel porziano.
io ti incontrerò perché tu emani luce ultrarealistica
e tu mi riconoscerai perché indosserò profonde occhiaie e
una collanina azzurra. Fuggiremo lontano dal vietnam
verso la divina pietralata. verso la tuscolana pazza e disperata.
lunedì 25 settembre 2006
Autori e blog

Nella pagina di oggi di "Tellusfolio" escono, in sequenza: una recensione all'Autoantologia di Gilberto Isella, scritta da Tiziano Salari; un'ampia selezione degli editi e degli inediti di Gabriele Pepe; la presentazione, in "Poesia & Blog", di AbsolutePoetry e di FuoriCasa.Poesia.
venerdì 22 settembre 2006
poesia e buddhismo

Ecco che “essere Uno con ciò che è”, è il profumo della pratica buddhista. Essere Io, ed essere non-Io: essere con tutto ciò che è, qui ed ora. La vita come impermanente commemorazione di un sé vacuo: un monumento senza giunture. In cui il vuoto carico d’angoscia dell’occidente, si trasforma nel vuoto fertile della pratica buddhista.
Cosa c’entra tutto ciò con l’azione sociale? E con la poesia? Certo, non si tratta di non avere alcuna idea, o una posizione a proposito di ciò che accade nel mondo. Forse neanche di non schierarsi con chi soffre. Non di abdicare alle proprie responsabilità civili. C’entra con una scelta fondamentale, che è la risposta ad una domanda concreta: “Voglio essere parte del problema, o parte della sua soluzione?”. E sedere in meditazione, chiamandoci con “tutti i nostri veri nomi”, consapevoli che il nemico, spesso, siamo noi, ci aiuta ad aprire i pugni, e forse a prenderci responsabilità ancora più profonde. “Chi muore?”. Il monaco zen Claude AnShin Thomas, ad Aviano, abbracciò un pilota appena sceso da un aereo che aveva bombardato Belgrado. “Perché lo hai fatto? Non pensi che lui sia responsabile della morte di molte persone?”. “Certo. Lo è. Ma io non sono a Belgrado. Ora sono qui. E abbraccio lui, perché solo così posso contattare la sua umanità, prima che anch’essa muoia, giorno dopo giorno, bombardamento dopo bombardamento. Solo se lo abbraccio e gli parlo, c’è una possibilità che lui accolga le sue responsabilità. Solo così sono parte della soluzione e non parte del problema”. E cosa c’entra questo con la poesia? Solo sedersi, aprire i pugni, essere con ciò che è, interamente, e “chiamarsi con i propri veri nomi”. Serve altro?
Io sono il kosovaro
che corre ad arruolarsi nell'UCK,
e sono il serbo che presidia
i ponti di Belgrado;
sono l'adolescente violentata e
sgozzata dai miliziani e sono
il carnefice che l'ha martirizzata;
io sono il bambino che ha perduto i genitori
e sono i genitori che non si danno pace
per averlo perduto;
io sono il pacifista che in silenzio manifesta
di fronte alla caserma “alleata” e sono
il marine di guardia che lo osserva e lo deride;
io sono la moglie di questo stesso marine
che esce con i bimbi, vede i pacifisti,
e teme d’essere aggredita e
sono il pacifista che non si dà pace
che si possa vivere
con la propria famiglia in una caserma;
io sono il manifestante contro le bombe
ed il poliziotto che lo carica;
io sono il pilota che scarica missili e la madre
che trascina terrorizzata i figli nel rifugio
antiaereo; io sono il vecchio che ha perduto tutto
ciò per cui ha vissuto e
sono il volontario che gli porge il pane;
io sono il marine pronto a combattere e sono
la guardia di frontiera che lo scruta da lontano,
in attesa
di ucciderlo.
Viene alla mente una vecchia canzone:
"Tu carichi il fucile di chi ti spara e poi piangi
che la vita e' troppo amara".
mercoledì 20 settembre 2006
Stefano Massari

lavami stai nuda e lavami l'anima iena che torna
e brucia e spera che amici morti domani tornino
a quest'osso di luce che amici liberi vivi tornino
dannati di fame a battere pietra su pietra il tempo
negato necessario all'odio al dio comandato
27.
come te lo spiego il tonfo dentro e nero a ogni gesto tuo
che gioia non mi dice ma domanda quanta ancora la fatica
di cercarmi di allearmi di aspettarmi
28.
con te vivo fuoco mangio e pace di terra spero
e di bestia chiedo il respiro buono di madre ogni giorno
che è più sangue dai paesi dai bastoni comandati tesi
dai vivi armati a croce a pugno arresi
29.
con te scavo cresco curo l'inizio del ciclo aspetto il giorno
che moriremo stanchi e calmi vicini chini a sperare a combattere
come fossimo figli ancora nudi affamati come fossimo nati
martedì 19 settembre 2006
Magdalo Mussio

così ne scrive il sito Exibart.com, in data 24 agosto 2006:
lunedì 18 settembre 2006
l'ultima poesia

Il 16 Marzo 2003, in un’azione a Rafah nella striscia di Gaza, ha perso la vita una giovane pacifista, Rachel Corrie di soli 23 anni. Era una studentessa dell’Università di Olympia (Washington), e faceva parte del movimento per la giustizia e la pace. Con la sua associazione aveva organizzato iniziative in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, per ricordare sia le vittime delle stragi, sia quelle della guerra in Afghanistan.
“Era seduta sulla traiettoria del Bulldozer, il conducente l’ha vista, ha proseguito e le è passato sopra” ha dichiarato Joseph Smith, militante pacifista americano.
Questa è la sua ultima poesia
Questo è un momento perfetto
è un momento perfetto per molte ragioni
ma soprattutto perché tu ed io
ci stiamo svegliando
dalla nostra complicità sonnambula, tonta, ciucciadito
con i maestri dell'illusione e della distruzione.
Grazie a loro, da cui fluiscono
queste benedizioni dolorose,
ci stiamo svegliando.
Le loro guerre e torture,
i loro diavoli e confini
estinzioni di specie
e malattie nuove di zecca
il loro spiare e mentire
in nome del padre, sterilizzando semi
e brevettando l'acqua, rubando i nostri sogni e
cambiando i nostri nomi,
i loro brillanti spot pubblicitari,
le loro continue prove generali
per la fine del mondo.
Grazie a loro, da cui trasudano questi spaventosi
insegnamenti,
ci stiamo svegliando.
E come il cielo e la terra si incontrano,
come il sogno e la veglia si mescolano,
come il paradiso e gli inferi si intersecano,
notiamo il fatto esilarante e scioccante
che tocca a noi decidere-
tocca a noi decidere, a me e a te come
costruire un mondo nuovo di zecca.
Non in qualche lontano futuro o luogo distante
ma proprio qui ed ora.
Così sono radicalmente curiosa, compagni miei
creatori;
sul serio in delirio:
visto che tocca a noi
costruire un Mondo Nuovo di zecca,
da dove cominciamo?
Quali domande ci alimenteranno?
Eccotene una:
nel Mondo Nuovo
saprai con tutto te stesso
che la vita è pazzamente innamorata di te-
la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te.
Nel Nuovo Mondo
saprai al di là di ogni dubbio che migliaia di alleati nascosti
stanno dandosi da fare per farti diventare
quella bellissima curiosa creatura
cui sei destinato per nascita.
Ma poi arriva la domanda fatale:
l'amore con cui la vita eternamente ti inonda
non è stato corrisposto al suo meglio,
ma c'è ancora modo per mostrarsi più espansivi,
se la vita è selvaggiamente
e innocentemente innamorata di te,
sei pronto a cominciare ad amare la vita così
come essa ti ama?
Nel Nuovo Mondo, lo farai.
sabato 16 settembre 2006
sul ritratto

Citazione. Cosi come, in letteratura, ‹‹la citazione chiama la parola per nome, la strappa dal contesto che distrugge›› (Walter Benjamin), anche il ritratto sposta la persona dal suo sfondo ordinario, la decontestualizza, per trarla innanzi in quanto figura. Da quel momento, la figura esposta resta sola, nuovo originale del mondo aperto dal dipinto. In questo senso, il ritratto fa essere per la prima volta la figura che mostra, la mette tra virgolette, come parola in rosso tra sfondo e cornice.
Nel ritratto su commissione, è lo stessa persona ritratta a citarsi, attraverso la mediazione del pittore; anche quest’ultimo, come detto, cita il committente, nella misura in cui lo toglie dall’ambiente in cui vive, per trasformarlo in figura. Nel stessa “figura”, dunque, convivono e spesso confliggono, almeno due citazioni: la prima nata dalla volontà della persona di fissarsi eternamente e in un modo raccomandabile ai posteri; la seconda dovuta all’idea, politica e morale, che l’autore possiede del modello. A guardar bene, tuttavia, esiste una terza forza agente: si tratta dello stile, che viene citato nella figura stessa, diventando il marchio di fabbrica del pittore.
Figura / figure. Se il ritratto contiene differenti citazioni (ognuna delle quali è figura di per sé), quante figure ci sono nella “figura”? La questione si complica allorché includiamo il fruitore, anch’esso costretto a citare a memoria da precedenti ritratti e da precedenti stili, per confrontarli e interpretare la presente figura, che custodisce così innumerevoli figure, simili eppure mai identiche. Ma identiche a che cosa? Se ogni figura è presenza autosufficiente, quale sarà il modello originario che tutte le comprende? Non certo la persona ritratta che, a tutti gli effetti, si è ritratta, ossia tirata indietro, eclissata, proprio per lasciar-essere la figura nella sua irripetibilità. Bisognerà piuttosto ammettere che, tutte le figure interne alla figura, sono modelli esse stesse, presenti contemporaneamente eppure differenti da essa, che se ne sta esposta in cornice, in una oscillazione indecidibile, ma certo intrigante, tale a volte da farci tornare sui nostri passi, per confrontarci di nuovo con la nudità della sua presenza.
Da S. Guglielmin, Alcune idee sul ritratto, postfazione a F. Zorzi, I ritratti degli industriali scledensi in Biblioteca Civica, “I Quaderni di Schio” n.21, Edizioni Menin, Schio febbraio 2006, pp.40 - 44
giovedì 14 settembre 2006
golfedombre

mercoledì 13 settembre 2006
confessioni e sfondo

martedì 12 settembre 2006
domenica 10 settembre 2006
Giacomo Bergamini

Giacomo Bergamini è scomparso un paio di anni fa in circostanze tragiche. Era nato nel 1945 a Sant'Angelo Romano; dai primi anni settanta viveva ad Arzignano (VI).
Scrive Giò Ferri a proposito di Hiatus (Anterem 1980) che la “disperazione del poeta” è di “non saper liberare ‘assolutamente’ il segno della parola dalle sue memorie genetiche”. Adriano Spatola, nella prefazione a Il martello di faust (Tam Tam edizioni 1983), affermò che Giacomo usava la parola “rituale” per connotare la propria poesia e che i suoi versi cadevano "sempre verso il buio”, verso la zona oscura dell’io. Francois Bruzzo, infine, nella nota critica al suo ultimo libro La malattia delle parole (Anterem 1997), gli riconosce “l’infelicità rovinosa della parola”, e che tutto è “finzione”, anche la poesia.
Giacomo è stato un poeta radicale e generosissimo. Insieme abbiamo composto ed eseguito un brano di poesia sonora nel 1992 per "Baobab".
da "La malattia delle parole"
scrivo del sole
come scrivo del vento o del
vuoto
e del nido
umido
parlo del sangue che gratta
i ricordi
del morbo che morde
e non imita mai
il sonno dei cerchi
perché il sole più non incanta
anche se sale le salme
nidificando
per la regia dei re magi
cauta e memore
al telefono
doppi viaggi e comete
e non ricordi le cadute
e i rovinosi inciampi
infernali
non rievochi nemmeno
la nausea
l’utero dal fango
si confermano così
malintesi
e si ritagliano
ritagli
è passato
un mattino
sui legami
della lingua
e le parole
già raccontano
un libro
imitando
il calpestio
costante
di noi annoiati
testimoni
la peste ramifica
la penna
e viene a cancellare
i nostri fastosi
luoghi
con verbo
lascivo
scrivo del sole
e del suo gusto a sconfinare
dalle distanze e del suo
quieto miniare
dei suoi versi infantili
e del suo riso
delle sue moine e dei suoi
mille natali
parlo del suo saluto augurale
della menzogna
di questi versi
e di questa recita
abituale
A spiumare (inedito)
a scoronare la memoria
gli odorosi orti
a straripare sui vivai
aggrappati a un racconto
piovoso
a spargere semi
a fiumare
allargando sogni
schiudersi a un addio
alla vecchia
e ariosa casa
a deporre carne o nubi
a indossare ossa o cenere
per la notte
a spiumare covando frettolose sepolture
a coltivare i deserti
del sogno fossile uomo
che nuota dentro la pietra
con atone grida
su corde d’attesa
venerdì 8 settembre 2006
correre

lunedì 30/10/78
un'ora e 20' di corsa a 4'30" al km, con alcune variazioni di 2' a 3'15". Poi corsa balzata 3 x 60 m e 10' di ginnastica. 5' di defaticamento. km 19
martedì 31/10/78
25' di souplesse e 5' di ginnastica. 6 x 1000 (media 3' 10"). Rec. 5' .Defaticamento. km 14
mercoledì 1/11/78
mattino: 40' di corsa a 4'20" e 5 x 100. 10' di potenziamento. km 9
pomeriggio: 22' di riscaldamento, poi 32' di corto-veloce a 3'20" al km.
15' di addominali e dorsali. km 16
giovedì 2 / 11 /78
52' a 4'20" al km. ginnastica di allungamento. km 12
venerdì 3 / 11 / 78
26' di riscaldamento, 6 x 250 m in salita a balzi. recupero 2' in souplesse. Tra un 250 e l'altro, 2 x 150 in circa 26". 18' di defaticamento. km 17
sabato
un'ora e 20' di corsa e 10' di ginnastica. km 18
domenica
50' di corsa e 20 x 100 per un totale di un'ora e 10'. km 15
giovedì 7 settembre 2006
Bosco dei Poeti

Per chi volesse farsi un giro largo, passando per il lago di Garda, in località Vergnana (comune di Dolcè), troverà il Bosco dei Poeti, un facile percorso dove sono esposte 700 opere di 260 artisti (da Alda Merini a Maurizio Cattelan, da Patrizia Cavalli a Nanni Balestini, da Marco Giovenale a Karol Wojtyla (Lista completa al sito http://www.boscodeipoeti.it/).
Quest'anno sono state "messe a dimora" anche tre mie poesie. buona passeggiata.
martedì 5 settembre 2006
lunedì 4 settembre 2006
Antonella Pizzo

Entro una cornice impiegatizia, di per sé tranquilla, in cui – in apparenza e capovolgendo l’occasione montaliana – torna il calcolo dei dadi, e ognuno sa chi va e chi resta, l’autrice sperimenta il comico e il tragico della vita, sino a smascherare le strategie di sopravvivenza degli umani, a perdonarle, con intima pietas [...]
Il registro è leggero, come se la ferita fosse pudicamente velata dallo stile e spettasse al lettore di cercarne altri indizi, che l’autrice dissemina qui e là, quasi per caso. E lo fa sul piano semantico [...], ma soprattutto sfruttando soluzioni formali: si va dalla metafora dal forte valore simbolico (‹‹lui era un albero abbattuto / ed io i suoi rami››), al procedere per opposizioni (‹‹il nero sgorga dai tombini›› oscurando ‹‹gigli e gelsomini››, risarcibile però da ‹‹una filastrocca›› celeste), all’uso insistito di verbi dalla carica espressionistica (le ‹‹chiacchiere m’assalgono / [...] / trucidano idee ancora in boccio / [...] / soffocano germogli / stritolano radici››), al lapsus [...]
A differenza del precedente libro (A forza fui precipizio, Lietocolle 2005), governato da un’urgenza tutta privata, oltre che dall’‹‹idea della fine e della parola ultima›› (come scrive nella prefazione Anna Toscano), in Catasto e altre specie il respiro s’è fatto collettivo, sgorgando nella mediazione dello stile e del pensiero, leopardianamente pessimistico eppure capace di infondere speranza, di lasciare spazio all’immaginazione.
Sognammo nel '90 o giù di lì
II sogno era di un campo coltivato a girasoli
quadro di Van Gogh o distesa gialla e nera
ma si piantarono a dimora carciofi e fave
broccoli e cavolfiori, e niente fiori
alla fine s'alluparono le fave e furono fusti alti
e bocche strette, e non ci fu il raccolto
ma lo stesso grandinarono uova sode
e pane e lo stesso risero per quella sputacchiera
con preghiera di centrare:
in cartella grigia a memoria futura
circolare n. 3 del dopoguerra.
O l'attesa
Ora sono seduta e aspetto che venga
la voce a parlarmi
a suggerirmi la soluzione
dell'enigma lo scioglimento
difficile se non si trova un capo
ma posso usare le mie parole
e contorcerle a piacimento.
E gli addii
È un parlare vano quando aprire la bocca
parole e invece mi escono i misteri
dolorosi che recito una tantum
oggi abbiamo festeggiato non so bene cosa
ma qualcosa si è fatto visto che si sono sentiti
voli di tappi al soffitto e sfrigolio d'ossa mascellari,
l'uvetta non mi piace tanto - dico -
preferisco i canditi
oppure la cioccolata calda con la panna sopra
mi piacciono molte cose dolci, croissant compreso
ma gli zuccheri mi provocano stanchezza
festeggiare gli addii la nausea.
venerdì 1 settembre 2006
poesia operaia

Verso la metà dell'800, Schio era chiamata la Manchester d'Italia, grazie all'impresa di Alessandro Rossi, che diede lavoro, casa, scuole, asili, orfanatrofio, chiesa e giardini ai suoi operai. Nel 1906, a stagione conclusa, l'attaccafili Giovanni Santacatterina diede alla stampe, sotto pseudonimo, un libretto intitolato Tochiti de cor de un tesaro (Pezzettini di cuore di un tessitore), dal quale riporto due poesie (con traduzione semi-letterale)
EL TACA CAI
Me ricordo che gera un tosatelo
De quei che fa la terza elementare,
e gera un baraba, un briconselo,
voia de moche e gninte de studiare.
– Te i libri no’ vui romparme el servelo –
go dito un giorno a casa co me pare,
– mi so abastansa, ormai son grandeselo
e un giorno o l’altro in fabbrica vui nare.
Lù no’ volea, e mi no’ l’ò scoltà;
co’ i libri in sen, la mente a la musina,
a Pieve da laorar go domandà:
e un omo griso griso e co’ i ociai
el m’à dito: – Vegni doman matina –
A nove ani son nà a tacare i cai.
IL FILA FILI
Mi ricordo che ero un fanciullo / di quelli che fanno la terza elementare, / ero un barabba, un bricconcello / tanta voglia di carezze e niente di studiare. // - Nei libri non voglio rompermi il cervello - / ho detto un giorno a casa con mio padre / - io so abbastanza, ormai son grandicello / e un giorno o l’altro in fabbrica voglio andare. // Lui non voleva ed io non l’ho ascoltato: / con i libri in petto, la mente e il salvadanaio, / a Pieve di lavorare ho domandato: // e un vecchio canuto e con gli occhiali / mi ha detto: - Vieni domani mattina - / A nove anni sono andato a filare i fili
LA FABRICA
Maledeta la fabrica che fuma,
maledeti i telari e le navete,
da vint’ani la vita me consuma
ste machine, ste mostre maledete!
E spesso un qualche deo le ne frantuma,
mi porto un brasso qua co le bolete,
par tera el sangue mio fasea la sbiuma
carne mia go lassà su do ruete.
Mi no’ son fato par el telaro...
Co fasso un filo, penso al me orteselo...
A l’aria sana, a un libro, al calamaro
Che sbocia i bei fioreti del Parnaso
apena criveladi dal cervelo.
Ma chi xe che me tira par el naso?
Chi xelo mai, chi xelo
Sto sacrenon che me comanda e tase
E fa fare ’l mestier che no’ me piase?
Maledetta la fabbrica che fuma, / maledetti i telai e le navette, / da vent’anni la vita mi consuma / queste macchine, questi mostri maledetti! // E spesso qualche dito ci frantuma / porto ancora ferito un braccio, / per terra il sangue faceva schiuma / carne mia ho lasciato su due pulegge // Non sono fatto per il telaio... / Quando filo, penso al mio orticello... / All’aria sana, a un libro, al calamaio // Che sboccia i bei fiori del Parnaso / appena crivellati dal cervello. / Ma chi mi prende per il naso? // Che sarà mai, chi è / sto delinquente che mi comanda e tace / e mi obbliga ad un mestiere che non mi piace?

