lunedì 30 giugno 2014

Mariasole Ariot


Dentro uno spazio labirintico escheriano, tra il bordello e il manicomio, dove dentro e fuori sono altrove inabitabili eppure inevitabili, Simmetrie degli spazi vuoti (Arcipelago, 2012) opera prima di Mariasole Ariot, ci racconta la vita allo stato larvale, il corpo-frammento che striscia nella sua tana, le sue relazioni animali, le sue reazioni all’erba, all’alcol, al “polline maschio”, al rumore della testa, al suo “delirio secco”, la sensazione d’essere morti eppure ugualmente in pericolo.

Diviso in quattro capitoli, questa plaquette – sostenuta da Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano – apre la piaga e la mostra dentro la carneficina del giorno, agìta dalla parola-deriva e dalla consapevolezza dell’umano come di “mosche incollate alle citazioni precarie”. Nessuno si salva, in questo libro, e nessuno è condannato: lo stesso cognome Ariot, può essere letto, coniugando l’a privativa greca con il sostantivo inglese, come  a-riot ossia assenza di lotta, rassegnazione. Nello specifico delle Simmetrie, l’io narrante, che si fascia “per nascondere la putrefazione”, accetta l’inferno di uno spazio in cui i silenzi “sporgono come fossero oggetti” e si mescola ad altri derelitti, “piccole edere che invadono le stanze senza linfa”. Non c’è resistenza all’annullamento, bensì un affidarsi alla parola come a una zattera senza destinazione. Suggestivo allora tentare un altro equilibrismo, accostando riot a griot, gli aedi della tradizione africana, con la differenza che questi ultimi si fanno portavoce della cultura di un popolo, mentre la poetessa vicentina, della cultura, racconta la fine, la maceria. Nondimeno, appunto, la parola mantiene una valenza fondativa e al tempo stesso scandalosa, di pietra d’inciampo (skàndalon, in greco). Invoca infatti un recentissimo inedito, in un sincopato (qui e altrove) che ricorda quello di Massimo Sannelli: “Fa’ della bocca un grembo, / fa’ che sia / grembo, come il rito sonoro è ora / vuoto, ora, fa’ che sia: pietra”. E proprio gli inediti ci confermano la forza di questo suo viaggio nel regno dei non-vivi, un naufragio lucidissimo nell’eterno nulla, nel quale “animali molli / diventano pioggia” e gli esseri più teneri si battono per non sparire, in delicato martirio.



Da Simmetrie degli spazi vuoti


G. mi chiama: mi hanno preso, saranno dieci saune e il nero scivolerà
dal corpo. Vitamine, vapore, scollamento. I settari mi
prendono sotto braccio.

Non farlo, ti prego.
G. risponde: il mio collo è già proteso.

Ritorno sulle cose, il mio corpo rigonfia in verticale e non c’è
tensione.
Scambio, amori liquidi, scelte interstiziali, questa casa è la mia
testa: cosa attendo, cosa sono, cosa voglio. E aspetto la sera per
dimenticarla, mi siedo fetale sulla soglia, ascolto viscerale con
l’occhio collassato nella gola. Chiedo spiegazioni, ricevo carità.

I padri
dall’alto
cadono come meteore.

Poi arrivano i richiami che scartavo: i ragazzi leccano le tavole a
perdizione, hanno labbra rosse e gambe veloci. Dall’alto
infilano sotto la porta piccoli biglietti di umore, li sento strusciare
alle pareti, ripetono un nome, il nome, il mio nome.
Piccole animelle che sapete già il mondo, salvate la mia notte
da una notte, mi sollevate piano, lanciate fili fino a raggiungere
la costola maggiore, e poi tirate piano. Io apro la porta per
vedervi scomparire, tappo le orecchie con due cuscini, avvolta
in un falso sonno fingo di non sentire ma vi sento.

Dal fondo delle scale dite: non ce ne andremo.

E così vi seguo, ci attacchiamo alla bottiglia come a una mammella,
è una risata a margine del mondo. Le giovani apparizioni
mi abbracciano la testa. Poi, come mantidi, ci divoriamo.

Questi noi che siamo voi, incontri come scintille e pullulare, inclinano
in caduta di animale. L’alba arriva sul monumento, il chiarore
delle colonne illumina i nostri volti bianchi, lei si appoggia
al vetro, stende i suoi rami, parla con voce bianca. Lui scrolla la
testa, troppo ubriaco per sentire, per gli occhi rossi trova un
rimedio: brucia e non c’è verso di arrestarlo. Il battito è nel
fondo delle dita, il suo volto non ha bordi.

Sulle scale un tuono passa, ci addormentiamo fino a perderci
nel tempo. E arriva il sogno.

Il cielo si separa: al lato sinistro una partitura notturna, il lato
destro un blocco di cemento, cappa estiva della terra.
C’incamminiamo verso riva, poggiamo le sacche per riposare,
prepariamo i letti come fossero cause – e ci attendiamo.

Nelle scatole che portiamo al collo conteniamo le giunture, uno
ad uno ci guardiamo, e il campo è pieno: uomini e donne come
fiumi
si preparano all’arrivo di una crepa, noi ci separiamo.

Poi dall’alto arriva, il lampo rosso acceca, precipita come una
scusa accelerata e scava solchi nel terreno, apre spaccature e
genera alture come volti.

Lavico
è il mio mondo.

Il cielo destro, prima d’un chiarore stanco e ossessivo, si apre ora
al blu cobalto, come un mare aggrappato al piano più alto le
nubi si diradano, il rosso apre fenditure accanto ai piedi, sfiora le
teste, i piccoli corrono al riparo. Con i due giovani, noi restiamo
immobili.

Ciò che ci sfiora rigenera gli sguardi, specchio dentro specchio
la terra si dilata. Non una guerra batteriologica, ma stravolgimento
primordiale, i miei interni confondono gli esterni, senza
confini possiamo ritrarci.

Padre, tra le gambe non c’erano porte.


Inediti


Tra gli edifici popolano eccezioni
muovono come riflessi sulla fronte
del tempo - e i sassi origliano
                                                         i segreti dei monti.

Per una sola immagine esiste
il lampo - e la collina e la rosa
che apre il terreno : compi il primo passo,
                                                           annuncia il raccolto.

Ma di quanto corpo
ci siamo creduti indegni :  l'indelicato fissa
la corda degli inattesi. Dice  "agli onnivori l'albero
                                                             ai cuccioli il grano"

Poi il canoro cielo scuce
dal becco i vermicelli nelle bocche : cedi
il pasto al sonno, gli animali molli
                                                            diventano pioggia.



**

Appese alla città
le bestioline perdono in tramonto,
fanno trama con i versi e tu mi versi,
                                  elimini la Storia.

[La voce dice: portala nella stanza, apri la carcassa, sfila l'insetto]

Mi appendo allora ai ganci della sera,
a questa terra di innesti e di sementi
che mastico e sputo, e mastico
                                   e ancòra sputo.

[La voce dice: sfila l'insetto, apri due bocche, fa sparire i resti]

Ma la città che mi abita dentro
torna a farmi visita ogni notte
mostra i canini superiori che ha perduto
e io mi perdo, si staccano i bordi delle cose.

[La voce dice: vesti l'abito rosso a lutto, metti una cornice al collo,
chiudi la stanza]


**

Mastica ancora
le lumache che hai annegato. Il tempo rigido
si pianta nella terra mentre tu: piangi

Strappa
una ad una le femmine della pianta: l’ascellare
si schiude, cresce il fiore.

Pianta
il pruno che ti ho dedicato, rigira le zolle
piano, non farmi deserto: piangi.


Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) vive e studia Sociologia a Trento. Ha pubblicato Simmetrie degli spazi vuoti (Milano, Arcipelago 2013), La Bella e la Bestia in AAVV, Di là dal bosco (Milano, Le voci della luna 2012). Sue poesie e prose sono apparse su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Gammm e Metromorfosi Infocritica. Ha composto musica e testo del brano “Inversione” per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri e collabora alla rivista scientifica lo Squaderno - Explorations in space and society. Suona il pianoforte e dipinge.



domenica 29 giugno 2014

“Traversi” al Piccolo festival della Poesia e delle arti notturne


Nata dalla passione e dalla competenza di Marco Scarpa
dalla lungimiranza delle Edizioni Prufrock spa 
e dall’accoglienza di Ca’ dei Ricchi, a Treviso, 
che ha ospitato 18 poeti italiani nella prima metà del 2013, 

l’antologia Traversi 
sarà presentata al 
Piccolo festival della Poesia e delle arti notturne 

il 2 luglio, ore 21,30 a Portogruaro. 

Ogni autore – fra questi Cristina Alziati, Gian Mario Villalta e Ida Travi – viene presentato senza tecnicismi da Scarpa, giovane poeta e singolare organizzatore di eventi.

mercoledì 25 giugno 2014

Lina Salvi


Il primo libro che ho letto di Lina Salvi s’intitola Abitare l’imperfetto (La Vita Felice, 2007); si capisce subito che a scriverlo è una persona dotata di talento: nessuna sbavatura dovuta al sentimentalismo, nessuna concessione al prolisso, bensì l’asciutto di uno sguardo lucido e di una parola che abita perfettamente gli spigoli del mondo, che li sa trattenere per un attimo, misurandoli per poi consegnarli al nostro giudizio. Tutto questo non per mettere alla gogna l’esistente, in quanto il sapere sulle cose, ce lo ricorda lei stessa, è “sempre in bilico” perché in bilico – tra l’avvento e la perdita –  è il presente, sommatoria di presenze che vengono dal nulla e là finiscono, troppo rapidamente per essere comprese. La poesia, per l’autrice, serve appunto a fissarle, a dar loro durata, una durata non per forza salvifica; lo ribadisce anche Gabriela Fantato nella introduzione, parlando di questa poesia come di un presagio di estraneità: “Il destino che avverte Salvi è esilio, solitudine e non appartenenza”.

Tale metafisica cognizione trova la sua indole pubblica in Socialità (edizioni d’if, 2007) e poi in Dialogando con C.S. (Edizioni della Meridiana, 2011). Se nel libro d’if, il nucleo è familiare e l’impianto da bildungsroman, nel secondo il conflitto raccontato è quello interno alla polis, in particolare fra gli esseri senza potere e l’autorità. La prima poesia, ne riassume i termini: da un lato i “senza dimora”e, tra questi, il “suonatore / di flauto”; dall’altro il sindaco, “il comandante / dei vigili urbani”, i ricchi negozianti con la merce firmata ossia il potere costituito per ottenere quiete pubblica, sviluppo e profitto. Evitando la facile ideologia, e cercando la pulizia espressiva di Abitare l’imperfetto, la Salvi ci porta a spasso per la Lombardia opulenta e sardanapàla (come direbbe il Foscolo), ma anche nella vita di ufficio, impiegatizia e stereotipata. L’ironia non manca in questi versi, ma non tracima, per lasciare invece alla descrizione il compito primo di raccontare lo sfacelo, senza bisogno di effetti speciali. Il Dialogo con Charles Simic (da cui le iniziali del titolo) è anche stilistico, ma per empatia, non per imitazione, tanto che trovo i due poeti ancora più in sintonia in Abitare imperfetto, libro che ha la capacità di tradurre il reale in allegoria dell’esperienza umana intrisa di caducità, senza mai farsi tentare dal racconto, come invece accade in Socialità e, in misura minore, in Dialogando con C.S., che tuttavia non di rado contiene versi geometricamente sintetici come questi: “[…] Restano / le corse nel Sempione, che buttano / fuori gambe e spalle / una certa asimmetria del volo”.

Di recentissima uscita Lettere dal deserto, una plaquette di otto poesie in 100 esemplari numerati, edita dal circolo culturale Seregn de la Memoria e contenente un’incisione di Federica Giudici. Il tema è il deserto del Wadi Rum, nella Giordania meridionale. Lina Salvi esce dal rumoroso Occidente per tornare alla metafisica attraverso lo spazio inabitabile del deserto, disseminato di esseri residuali: “spore, rami secchi, / gusci scavati, vermi, misere / forme di sopravvivenza”. Le presenze umane sono parte del paesaggio, “uomini senza rifugio”, e lei è un grande occhio, preso nel contempo da incantamento e orrore.


Da Abitare l’imperfetto

Nel quadrilatero delle carceri le case
non hanno geometrie verticali
non hanno torri dipinte d’acciaio
tetti rigonfi di un seme
dune assolate

nel quadrilatero delle carceri
Giovanni giocava
alla prima guerra mondiale

nelle strade si assommavano
bambini a sassate


**

La messa è finita
raccogli dunque il tuo pane
l’epifania del lago, i battelli
battezzati, un nome  solo
a memoria.

La parola non è che
un corpo innaturale
pelle avida di sale.


**

E’ uno strano movimento
del cervello, il  girare a vuoto
nella sagoma  di un coltello,
la solita infiammazione di un nervo,
un fuoco che pervade il cerebrale
lo stare della scrittura su una gamba
sola.


da  Dialogando con C.S. – Edizioni della Meridiana, Firenze 2011


Farsi del bene è scrivere
oppure immaginare il marcio
che c’è dentro, benigna indifferenza,
chi si slaccia una scarpa, poi mira l’altro,
per il biglietto una monetina,
qualche centesimo per il piccolino:
siamo a Napoli Centrale
si scende da tutte le parti,
si scende di qua.


**

Da Feltrinelli vado in Duomo
dove sulla porta ci sbaraglia
quella bella foto della Lessing,
già li vedo i miei lettori
far la fila a una cassa,
di certo non per me, portare
sottobraccio gentilmente
quei sacchetti dei bei fratelli, 
dei Prada, e chissà        

se anche gli Alfred o le Emil, tutti
mai lo sapranno, o la stessa Plath 
che per avere il suo bel libro
bisognava andare fino in Inghilterra,
immaginato di indossare orecchini,
blu e neri, orecchini a palla  
occhiali per protezione raggi
doppio zero, zero, cento.


**

Credono di essere il paese,
ma sono fuori dallo Stato,
appiccando il fuoco con viso
coperto, a tradimento, alla baracche
di quei nomadi, che con un euro
comprano tre mattoni
per una casa nel loro paese,
i nostri sono scappati incuranti,
nelle auto ritoccate, i bambini
a decine chiedono notizie  
dei loro compagni, ritornano
ai giochi preferiti, perplessi,
in un’altra storia.


**

Vivo arso l’indiano da mani
italiane, spesse tre dita
come il vetro oltre cui giace
Navtej, la mummia, di cerotti e garze,
ha le dita trafitte dalla flebo
riaprendo piaghe e ferite, gonfiati
i polmoni dalla ventilazione artificiale,
sono tornati a sollevare la cute
con pelle di cadavere:
perché in un paese civile
ci si può curare chiedendo
un prestito per la pelle
all’istituto di credito.



**

Quella notte c’ero anch’io 
il ricordo della Cancelleria,
non tutta bianca non tutta nera
l’unificazione non fu, poi il difficile,
andai alla sauna, alla birra
poi al passaggio di frontiera
due straordinarie cose: un’isola
bella nel Mar Rosso, l’altra
tutta per la Capitale,
mini finestre e quartieri
no-single, ottantasei tipi
di salsicce, la città a misura
d’uomo, la città del muro
inenarrabile battaglia.


**

Dalla sezione “Visioni in prosa”

       Sconfinamenti.
Deragliamenti. Più labili i confini. Non esagerate con la classe, dell’anima fluidità dirompente. Troppo grande arguta la battaglia, nella nebbia la polvere sollevata.  Repertorio, formule d’esistenza. 
Deragliamenti


Da Lettere dal deserto  – N.59 Fiori di Torchio (Seregn de la Memoria)

Del deserto non ho voglia
della sua violenza calma
cavalcate  ai margini del cielo,
nel deserto già ci sono:
ahlan wa salan*,
nel deserto popolato  di uomini   
buie città,  annuvolate,
assediate di ogni specie animale,
alberi con rami tondi,
bocche infuocate.
Della tundra, del polare,
che dico?  Se non quel volteggiare
in aria, terra,  affondare 
il piede in una zolla
del viaggiatore la sua ombra
così lunga, così distante.

(* saluto di benvenuto)


 Lina Salvi è nata a Torre Annunziata (NA) nel 1960. Nel 1982 si trasferisce  in provincia di Lecco, dove vive e lavora. Si è dedicata con una certa assiduità alla poesia, a metà degli anni 90. Ha pubblicato la plaquette: Negarsi ad una stella (Dialogolibri, Olgiate Comasco 2003, con pref. di Giampiero Neri), seguita nel 2007 da Abitare L’imperfetto (La Vita Felice, Milano –  Vincitrice del Premio Donna e Poesia 2007, Finalista Premio Baghetta 2008), Socialità (Edizioni d’if, Napoli – 2007, Finalista al Premio I Miosotis), Dialogando con C.S. (Edizioni della Meridiana, Firenze 2011,  con prefazione di Elio Pecora – Vincitore del Premio Sandro Penna sez. inediti 2010), Lettere dal deserto (Seregn de la memoria, Circolo Cultura, 2014, con un’incisione di Federica Giudici). 


domenica 22 giugno 2014

Annamaria Ferramosca, a Vicenza, martedì 24, ore 20,30


Martedì 24 giugno, ore 20,30
ANNAMARIA FERRAMOSCA

CICLICA
(La Vita Felice, 2014)

Piccadilly Cafè
Contrà Manin 20
VICENZA

a cura del
Laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di ARTEMIS


martedì 17 giugno 2014

Riccardo Martelli

Riccardo Martelli è un poeta che non può mancare su Blanc, a partire almeno dall’enigmatico titolo della seconda raccolta: Calamite arimaniche e il senso tattico (Campanotto, 2000), dove il primo aggettivo rinvia al Signore delle Tenebre, che, nell’intendimento steineriano, presiede al compito satanico di indurre l’uomo in tentazione materica, di ancorarlo al basso del tattile. Lo fa tatticamente, per allontanarlo dalla spiritualità luminosa di Dio. Se Steiner ci dice che tutto il moderno è calamitato dalla materia, in bilico sul male, Martelli coniuga la preoccupazione in senso catastro-pop, esibendo un circo di umani teatranti, intenti a distillare il sacro da profane quisquilie, non ultimi i poeti, principini del trapezio. Una messa in scena di Sodoma e Gomorra fatta da “macchinette radunate in una mania elencativa”, cui partecipa lo stesso Martelli, preda di una verbigerazione nevrastenica eppure che rende bene l’idea di che cosa sia diventato il mondo dopo la diluviata secolarizzazione del bene ontologico. Un libro insomma ben collocato nella scia sperimentale di Campanotto e che Alberto Bertoni, nella introduzione, trova addirittura imparentato con i vociani, assidui frequentatori di Bologna, ci dice. In effetti, la prosa lirica vociana, “l’impotenza narrativa” dei vociani, come la definisce Romano Luperini, espressione di una rivolta esistenziale, priva di soluzioni collettive (cfr. Gli esordi del Novecento e l’esperienza della “Voce”, Laterza, 1984), se applicata a Martelli, ci racconta tutta la frustrazione di una generazione, la sua, sconfitta dal capitalismo volgare, massmediaticamente idolatrato nei simboli da basso impero, tra show girls e “drenaggi delle voluttà”.
Il suo ultimo libro, anagraficamente vecchio per l’effimero blogghismo, Oro lustrale (Cierre Grafica, 2009), prosegue il viaggio fra i corpuscoli del reale, con testarda indifferenza al richiamo del verso facile e quotidiano. Il metro si fa tuttavia più irregolare, il respiro non asseconda più la sequenzialità fluviale del circo precedente, ma incespica sul mondo, lo riscrive tramite il prosciugamento dei nessi sintattici, così che ciascuna parola, ancor più delle Calamite arimaniche, diventa uno spazio significante, un tratto tristemente vero che pesa, per quanto non apra mondi né vie d’uscita. L’effetto è questo: “Cornici d’oro di scene campestri sostenute / da gomme masticate”: contorni, appunto, supporti dove manca l’uomo, dove le cose abbondano. Forse siamo nei dintorni del realismo terminale oldaniano, ma credo che Martelli sia giunto a questo crocicchio per vie autonome e probabilmente più drammatiche. L’ironia, infatti, è solforica e “ripartire da postulati comici” è soltanto un intendimento memore del paradiso dei fratelli Marx.
Sullo sfondo di tutto questo, le donne, Michela, Arianna, Nasino rosso, messe in dedica, alle quali il poeta dona quest’inferma budineria contemporanea, “il ronzio delle frasi dello psicodramma collettivo”,  non riuscendo o non volendo scrivere loro parole d’amore. E questo è il punto su cui lo invito a riflettere, ossia sulla funzione che egli attribuisce alla scrittura, a quale radicalità aspiri: se al mimetismo della ghiottoneria mercantile oppure alla prossimità creaturale che in quel bailamme senza luce è ancora possibile istituire, non per consolarci borghesemente, ma per restituire alla parola il peso di una tradizione civile, alternativa alla barbarie contemporanea.


Da Calamite arimariche e il senso tattico

per Michela


i giovani prendono in giro i gestori dei bagni
raccontano le sculettanti della dimora delle ombre virili
bighellonando tra ballerine televisive e show-girls
nella città a piste di go-karts al tempo degli haiku
si rosola la fame un caduceo uscitole dall’occhio
i posters delle ragazze svestite sospendono il mondo

**  
                                                            
D’aloglifi appunti
nonostante pane da spezzettare per usignoli
luci di case su chi rigoverna stracci
devozione comicità sul bisogno di palco
ghirigori dell’intenzione sulla tua campagna apparecchiata
fischiettante insonorizzando il pianto zodiacale
nell’indifferibile lettura di libro inattuata
in asteniche nubi da aggettivare
spagiria di quisquillie per fabbricarsi un mazzo di carte


*

Durante il nitore mattutino un nome sbianca sull’agenda
Ventaglio per un moribondo
Bianchi e neri sassi su un abaco sparpagliati
Una raccolta di more nel giallore
Sgrano filatteri nel traffico
Marce convalescenti in boschi medievali
Ogni due ore uno sfarfallio



Da Oro lustrale
                              ad Arianna
a Michela
a Nasino rosso

I

La via delle sciabole adorna di semafori rossi
attimi dell’imbrunire sorprendono
la donna smaltata oltre gli appuntamenti
musa non musona della tonicità
lagunare zigzagare
testacoda di battute avallano rimpatriate
non esistono tensione e distensione
franto un irritante ottimo doppiaggio
il suo frinire si estende al parco cittadino
Del cinema all’aperto dialoghi sul sonnoveglia
entrano imperativi del ballo dell’estate
catarifrangenti si allontanano dalla notte
la circonvallazione delle prostitute accovacciate
non  termina mai
il pranzo  di cichetti è motivo di decorazione
tutto si archivia in quattro o cinque raccoglitori
in riti di prepensionato del compagno di ventura postcoloniale




II


antiche pergamene false dissepolte
l'aspetto immutato tranne capelli grigi
la scia delle illusioni intrecciate  è segreto
risalgo la colonna sonora
mentre ramifico la tavola genealogica
mi rinvengo in eremitaggi di venti minuti
sono meno irrisorio di te
voci di bimbi e di uccelli
spaziano tra le arborescenze primaverili
affioro dalle increspature d'acqua di piscina
da architetture edificate per reggere
la cottura di cibo e di uomini in vacanza
privo di accortezza e di semplicità
meglio di celebrità
mi dileguo verso lo strazio di un tramonto
sbandando tra faunesse
sopra l' andamento psicoracolare
rombo metà di aereo metà di tuono
assistiti dal comfort e l'inflessione li determina
fondo un pubblico per le mie battute spiritose
al cospetto di cibo luculento ci intendiamo
porzioni di panorami di pensieri
trovate e sottoscritte
nella trasposizione cinematografica
della seconda parte della giornata




III


al sorriso che allumerebbe
il bianco da dove estraggo parole nere
nel recinto di canzoniritornelli           
frequenze e armoniche nei neurocircuiti
emetto  rintocchi distorti di campane
buio si  appoggia sul nasino rosso
devo mettere i margini alla  favola
amministro versi da viaggio
diurna luce deglutisce il volto biondo
effetti femminili sostituiscono
fronde nel vento  passaggi di passeri
velleità non funzionali di entità bioletteraria
che mangia repertori
così vesto e produco endorfine
e brandire contorsioni lascive
nella collusione della collisione
impugnato il volano dell’affanno

                      

IV


apnee e iperventilazioni si succedono
ti credo poltergeist a forma di risucchio
reputandola la donna sortita finalmente assonno
sovrappenso con protesi di saggezza
se insieme cospirassimo nel tempo di una sigaretta
amami da estraneo

nella visione dell’odore
nella brama non gioita
con foschia senza foschia                   
abbraccio che nelle semitenebre si ritrae      
per il mattino della dilatazione delle bellezze
reduce da situazioni infermieristiche            
autocostretto ad autocostruire in fretta




Riccardo Martelli è nato a Bologna nel 1957. Presiede l'associazione culturale "Hermo Nes Troupe". Ha allestito una messa in scena poetico-visiva all'Osteria delle Dame di Bologna nel 1979; scritto testi teatrali, tra cui il testo di uno spettacolo allestito al QBO' di Bologna nel 1986. Insieme al poeta Paolo Badini ed allo scrittore Carlo Maria Milazzo ha scritto i testi per lo spettacolo "Il passaggio degli uomini-giaguaro", con musiche del trio jazz Ermones, realizzato al Naima Club di Forlì, al Castello del Vescovo di Arcetto (RE), al 1° meeting di poesia interdiscplinare a Bologna, al Circolo degli Artisti di Faenza ed in altri locali; in collaborazione, ha scritto anche la sceneggiatura di uno spettacolo di cabaret andato in scena al teatro "Capitolino" di Bologna. Ha pubblicato le raccolte di poesie Della recitazione-La veglia (Ed. Pontenuovo, 1987) e Calamite Arimaniche e il senso tattico (Campanotto Ed., Udine, 2001). Altre poesie e scritti sono apparsi su riviste letterarie.