lunedì 29 ottobre 2007

‘Ali Ja‘afar al-‘Allaq

Inizia con questo post la collaborazione di Ramona Ciucani a Blanc de ta nuque. Collaborazione preziosa e che si affianca, sul piano della lingua araba, a quella che Anila Resuli svolge per la poesia albanese contemporanea.
Credo sia importante, in un periodo dove la guerra sembra l'unico codice sopravvissuto in molti Paesi del sud, tenere vivo il canto dei poeti, il loro codice davvero straniero, davvero in grado di testimoniare la civiltà di un popolo.


I testi del poeta iracheno Ali Ja‘afar al-‘Allaq, qui tradotti per la prima volta in italiano, sono pubblicati sulla rivista palestinese al-Karmel (2006, n. 88/89 estate-autunno, pp. 138-44. http://www.alkarmel.org/) diretta da uno dei maggiori poeti arabi contemporanei: Mahmud Darwish.


L’anno nuovo

Segugi i suoi giorni,
trafelati mi scorrono addosso, che giorno è?
Che anno è?

Poi,
ubriaco me ne vado,
mantello e sconfitte sulle spalle.
Come chi è andato e tornato?
...Come chi ha sciupato due beni al contempo?
...Senza incontrare il proprio esilio nell’esilio,
...né la propria patria?

Chi è la preda? Chi il cacciatore?
I secoli mi hanno attraversato leggeri?
O forse un anno è come una tartaruga
insanguinata? Come mille
...anni?


[Tit. orig. al-Sanah al-jadidah]




L’ultimo dialogo

Inquieto lo osservavo.
........Prendeva a braccetto la sua solitudine
........e camminava…
Che notte sarebbe arrivata?
Quali esiti gli avrebbe provocato?

Lo seguivo mentre partiva per sogni
letali, mi scrutava: io
........fermo tra due dolori…
i nostri giorni frantumavano
........il nero carbone;
gli domandavo: è il dialogo dell’inizio, amico mio,
........o quello finale?

Sollevava il bastone
alle nuvole, passava infranto
chiedendomi: mio tenero infranto,
.......ti sei stancato di camminare come me,
.......o inganno era il tuo sogno
.......d’acqua, mio infranto?


[Tit. orig. al-Hiwar al-akhir]




Hammurabi

Dove vai? Ogni vento
s’è placato, e ogni notte
è arrivata al suo termine

Eccoti,
voglio dire: chi sei?
................Un vecchio che fissa il pozzo
................dei suoi giorni, poi si alza:
.............................lo guida
................la luce delle bare o lo scroscio acclamante
................delle acque?

Eccoti,
voglio dire: cosa sei?
................Un carro armato che vomita
................teso presso l’obelisco,
................e fiuta con le unghie nere
.................................l’inchiostro dell’idolo…




Poesia famigliare

Quando l’autunno mi predisponeva
alla sua amicizia, gli ho detto:
..................eccole arrivano con le nuvole,
..................cariche di frutti, elargisci dunque in abbondanza i tuoi doni.
..................Entrambe
..................ripartiranno le nuvole delle loro mani sui
..................miei scritti, o sulla
..................mia solitudine futura,
..................così gli ho detto…

Le poesie s’innalzano dolenti,
e le pernici volano, caldi
fazzoletti, sui monti.
Così
...............il contrario esce dal suo contrario:
...............una tigre splende come allodola
...............o gazzella,
mentre io vacillo, cedendo
ancora agli sciami della mia rima,
le mie due figlie arrivano calde con le nuvole
e la rima:
una stagione per la nostalgia e per la vigoria.

Eccole: pioggia
..............è scoppiata in due nuvole.
Eccomi: resti ubriachi,
..............d’un tratto, come il tatuaggio delle mani
..............e pernici ubriache che si dileguano,
..............la mia nostalgia le ha riempite entrambe…
.....................................................entrambe….


[Tit. orig. Qasidah ‘a’iliyyah]




La poesia

Come una femmina avverte
l’inizio della pioggia, o un ramo
si distende, adagio,
.........................nell’oscurità
così…
...o maga babilonese,
......hai accettato: dei e folli
..............che concordano su di un vino
..............maturato ai bordi
..............................della parola…


[Tit. orig. al-Qasidah]




Popolo

Popolo
d’angoscia insanguinata: oppresso
dalla propria vita. La devastazione lo chiama, ha
una pazzia al giorno, quella è la sua saggezza:
...........................lo solleva la fame
...........................o, piuttosto, il malcontento.
È un monito?
Non capisco. Letali fantasie
lo spingono avanti? Ha
una stella che lo illumina senza fatica?
...................Ha cenere,
............................memoria,
.....................................o scintille?

………………………..

Nel suo spirito cresce
sabbia o pioggia?


[Tit. orig. Sha‘ab]





‘Ali Ja‘afar al-‘Allaq è nato in Iraq, si è laureato a Baghdad nel 1973 e nel 1984 ha conseguito il Dottorato in Critica e letteratura moderna in Gran Bretagna. Ha insegnato nelle università di Iraq, Yemen ed Emirati Arabi. È stato capo-redattore delle riviste irachene al-Aqlam e al-Thiqafah al-‘ajnabiyyah e consigliere del Direttore dei Teatri e delle arti popolari in Iraq. È stato membro dell’Unione degli scrittori arabi, dell’Unione degli scrittori iracheni e dell’Associazione di critica letteraria irachena. Numerosi sono i suoi contributi critici e le sue pubblicazioni in arabo e in inglese; tra le raccolte di poesia ricordiamo: Watan li-tuyur al-ma’a [Patria per uccelli d’acqua, Bagdad 1975], Shajar al-‘ai’lah [Albero di famiglia, Bagdad 1979], Fakihat al-madi [Il frutto del passato, Bagdad 1987], Ayyam Adam [I giorni di Adamo, Bagdad 1993] e una silloge tradotta in inglese Poems (1988). Il più autorevole supplemento letterario arabo al-Ahram Weekly On-line (17-23 April 2003, n. 634) ha detto di lui:
“… appartiene alla seconda generazione di pionieri della poesia araba moderna, sull’onda di Nazik al-Mala’ika, ‘Abdel-Wahab al-Bayyati e Badr Shaker al-Sayyab. La sua poesia testimonia la trasformazione di una voce nazionale orientata a esprimere e sperimentare i temi dell’esistenza individuale...”.



Ramona Ciucani è nata a Macerata e si è laureata in Lingua e letteratura araba a Venezia. Sta terminando la traduzione del romanzo Il gioco dell’oblio (Mesogea) dello scrittore marocchino Muhammad Barrada.

sabato 27 ottobre 2007

Sorga


Malgrado la caduta sia così insistente nella sezione "Sorga" de La distanza immedicata, sorga è anche il congiuntivo presente del verbo "sorgere". In quanto congiuntivo, esso apre una possibilità, una rotta nella corrente, che avvia al medicamento, alla ricomposizione del conflitto. Francesco Marotta, fra i più grandi sismografi delle unità profonde che mi sia dato conoscere, l'ha ben compreso e lo racconta, in un magistrale ed inconfondibile dettato, nel suo blog. Si tratta di un testo già pubblicato nel marzo di quest'anno ne La Poesia e lo Spirito, che forse non tutti hanno avuto l'opportunità di leggere. Grazie dunque per averlo riproposto in uno dei più competenti blog italiani di poesia.



Invito inoltre a leggere qui quanto scrive Francesco Tomada a proposito di come a beato confine.

giovedì 25 ottobre 2007

Tiziana Cera Rosco



In principio, nella poesia della Cera Rosco s’avvertiva l’incarnazione del mito della ‘donna terribile’, della Mater non benevola, che tutto macina, Gea in perpetuo conflitto con Urano, ma che pur gode delle sue attenzioni, del suo dominio. Già da qualche tempo, tuttavia, la sua poesia ha cominciato una lunga metamorfosi nella direzione dell'esperienza integrale del vivere, metabolizzando sempre più eros e thanatos nel corpo della relazione. In queste poesie, avvicinatasi alla lucida ed ebbra percezione del precipizio che accompagna la scrittura di Milo De Angelis, Tiziana traccia confini domestici, spezza come il pane "i gesti necessari alle creature", per ricomporli sulla tavola del dialogo familiare. Istituisce dunque una zona franca, una "sponda" salvifica dalla quale ricominciare a leggersi dentro attraverso l'altro, con l'altro, accettando "una luce che entra anche così / per verbi semplici". E seppur presente, la cifra mistica tende sempre più a stemprarsi, a combaciare con i ritmi degli accadimenti terrestri, la cui sacralità consiste nell'eccedersi continuo del mistero creaturale, del finito mancante di nulla, anziché, come nelle prime prove, restando in ostaggio della cosmogonia pagana e della fascinazione (talvolta narcisa) per i grandi mistici dell'occidente.



*

Il grido che sentiamo all’altra sponda
non era il nostro.
Noi eravamo qui
la parte fissa delle stelle che cadono
come se entrambi sapessimo
di non essere spaventati come pensiamo
che non è paura questo vento
se tu vivissimo
ti lasci asciugare fino a me
ognuno col suo libro umano
pubblicato dalle cose.
Non c’erano creature ostacolate dall’erba
o dal folto di noi laghi
ma un’acqua che è un vuoto
il buio acustico di agosto
quella parte di Dio da dove arriveremo
ora che stare è essere la posizione dell’altro
sulla schiena, come una parola perfetta
notturna, ben distesa

una parola dedita allo spazio.




*

Lavorare ad un ordine tutto l’accaduto
è prima di tutto correggere il genere di me
la femmina che non comprende assenze
e pensa al bene come a qualcosa da sfamare.
Ma se credo allo stesso modo dei falchi di stasera
tirando con l’ala un silenzio allo stremo
dove anche la lucidità della preghiera
mi viene sinistra, di taglio
vedo che posso solo con la mia natura neutra
sollevare
distendere anche il momento delle labbra
parlarti come devo
in uno spazio più alto, senza sonno.
Cerco di essere scientifica
come Democrito scandire
ascoltando la materia in atomi
anche quando ci eravamo messi a tavola
ridendo del pasto e mi pesavi
spezzando quella cosa che pensiamo
di me e di te
spezzando
quella cosa che spezziamo.



*

Sono giorni come questi
risvegli
l'armadio scarno delle poche parole
montate a mano
il guardaroba di sostanze calde per ottobre.
E' - tra le riflessioni confuse
che vengono da troppe soglie di ieri -
un corredo pulito
accettare una finestra
una luce che entra anche così
per verbi semplici.

E' indossare una grammatica più vera
recuperarei gesti necessari alle creature
la confettura e tutto di noi
gli usi propri della fedeltà

elementi

quelli che ci vedranno dall'eterno
come reperti di un destino, archeologie
le parole, i figli

il nostro sforzo prossimo a salvarci.



*

Ma forse sono queste debolezze
che danno equilibrio agli uomini
assomigliare a quel che non si dice
il pensare poco seriamente di non capire
come una scomparsa che rimargina la sera
una resa vocale mentre parli
che non suona. O che non senti.

E questo altro e noi
vederlo quando lo vedi tu
domandarci se siamo esposti
e chiusi agli altri come oggetti, tirati
cartesiani
è improvvisamente cambiare la moneta
pagare il companatico per questa umanità
privata e meno astratta
il radicale carattere di un ultimo
che non giura più
non serra la politica di un uso
esige il si e il no
l’asciutto che fortifica il sentire
un parlare limpido delle proprie incompetenze
per Filo e per Segno

è il dolore

è l’aderenza a quello che diciamo.
Cose che si sanno nella comparsa di noi.



*

Sarà che sei tornato
con il tuo palato di balena
ed io giona infiocinata dentro
e tutta la tua acqua da spostare con le spalle
sarà che così ferma come una lucertola
il mondo è caduto mille volte tagliandomi la coda
l’inguine con cui arpionare il sole
sarà questo tornare di tutte le cose
di tutte le cose che puoi chiamare
e che si voltano
e non si stancano di tornare mai più.

Lucertola
ho cavalcato moltiplicazioni di te
trattenendo la tua venuta
Anni interi
tutta la tua venuta.



*

Guardare con perfetta anima
qualità – peso
una certa conduttibilità dell’umano
è soprattutto riconoscere
la primitiva predicazione del tempo
la pulizia che porta
questo grado che il presente sgombra
qualcosa di silenzioso ed infallibile anche a me
mentre torno a casa
e non aspetto una scrittura anticipata
ma la vita che avviene

come una manna aperta
lenta
una lingua proporzionale alla mia bocca.


da Il Compito (Niebo, La Vita Felice), di prossima uscita.


Tiziana Cera Rosco è nata nel 1973, dove vive con due creature.
Ha pubblicato Lluvia (Lietocolle,2004), Il sangue trattenere (Atelier, 2003), Calco dei tuoi arti (Lietocolle, 2002) ed è nelle seguenti antologie: Il presente della poesia italiana (Lietocolle 2006), L’arcano fascino della bellezza, tributo a Dario Bellezza (Giulio Perrone ed. 2006) Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli anni ’70 (RaiLibro, 2004), Poesia in Festival (Teatro Olimpico, Vicenza 2003), Gli Argonauti (Archivi del’900, 2001), Gli Angeli di Novi Sad (Quaderni del Battello Ebbro, 2002), Almanacco del Mitomodernismo (Alassio, 2000).
Attualmente, dopo una scrittura per letture teatrali Dio Il Macedone, sta scrivendo il suo primo romanzo.

lunedì 22 ottobre 2007

Memorie di Gianfranco





Viste le varie letture fatte in queste settimane, posto una memoria di Gianfranco Fabbri del gennaio 2005, molto suggestiva e preziosa, direi. Spero faccia piacere ai lettori. Di Gianfranco, ricordo il bellissimo blog La costruzione del verso









LA MIA ANTOLOGIA PERSONALE




Nel corso della mia vita “poetica” ho letto molte volte in pubblico. Negli anni ’80 e ’90, soprattutto, ma anche in questa stagione presente. L’inizio della splendida avventura è stato a Torino, nel primo dei due decenni ricordati, in occasione di una importante iniziativa a cura dell’Università, del Comune e del Teatro Stabile. In pista c’erano tanti autori, di cui adesso mi è impossibile ricordare i nomi, se non fatta eccezione per alcuni, oggi molto noti. Peccato che non riesca più a trovare il cartellone dello spettacolo (un poster molto bello). Il buon Barberi Squarotti, assieme a Stefano Jacomuzzi, dirigeva le danze con molta perizia, all’interno di un Palatenda vasto e gremito di un pubblico giovane e colto. Rammento ancora l’emozione di noi “principianti” - che so: Elio Grasso, Roberto Bertoldo e Pier Castrale - e la sicumera dei più paludati (mi sembra di ricordare un Majorino, un Vassalli (allora poeta) e forse un Carifi e un Mussapi). C’erano poi gli “indigeni”: un cortese, ma freddo, Giorgio Luzzi e i cari amici Alberto Vitacchio & Carla Bertola, della rivista “Offerta speciale”. Erano tempi belli, per me, anche se le cronache non promettevano nulla di buono ( dì lì a poche settimane sarebbero scoppiate le stragi di Ustica e della stazione di Bologna). Il decennio degli Ottanta fu poi disseminato di numerosissimi appuntamenti poetici. Vediamo un po’ se la memoria mi sorregge: a Lugo, tanto per citare uno dei più fulgidi reading: nel bellissimo Palazzo Trisi, assieme a Gian Ruggero Manzoni, Giovanni Scardovi e i notissimi Adriano Spatola e Giulia Niccolai. A Firenze, con Roberto Venturi, i già citati Bertola e Vitacchio, nonché la Mariella Bettarini e quelli di Gazebo. A Bologna, con il corpulento Giorgio Celli, il compassato Arnaldo Ederle, la Giovanna Bemporad dalla memoria prodigiosa e, nuovamente, con un serio e triste Mussapi. Ricordo con particolare affetto le moltissime edizioni del Mercatino della Poesia di Ravenna, all’interno delle quali ebbi modo di conoscere tanti bravi poeti, tra cui spicca Valerio Magrelli, un ragazzone rossiccio di capelli e di dotato di una educazione rara. Ricordo le belle telefonate intrattenute con lui, i mesi successivi al nostro incontro; e adesso, anche se non lo sento più da anni, l'ormai famoso amico lo tengo in me con grande ammirazione (adoravo, e adoro, la sua “Ora serrata retinae”).
Secondo me, sono queste avventure collettive, le vere antologie cristallizzate nel mio “profondo”. E’ estremamente importante, col senno di poi, affiancare il volto e l’animo di un poeta, conosciuto di persona, alle sue opere: è fondamentale sentir leggere il “personaggio”. Ne sono esempi suggestivi i piccoli “spaccati di vita” divisi con due grandi donne: il primo, a Pescara, con Amalia Rosselli, nel breve respiro di una colazione e nella relativa sua lettura, e a Forlì, per la seconda volta, con Giovanna Bemporad, della quale rammento (come già detto prima) la prodigiosa capacità di rimandare “in automatico” le vaste parti delle sue traduzioni dai classici. Giovanna, poi avvicinata più a fondo, mi si è svelata come persona sensibile, ma inquieta. Ricordava sempre gli amici d'infanzia Pasolini e Pagliarani, nonché la sua Ferrara “giovane e adolescente”.
Sono tanti i poeti che ho conosciuto nelle loro manifestazioni “ordinarie: Lunetta, ad esempio, che dice barzellette in occasione di un gaio San Silvestro, a Roma, in casa dell’amica Raffaella Spera; il vecchio Luzi che si adonta al ricordo di un comune amico scomaparso, non più tanto suo amico; l’imbarazzo di Valentino Zeichen ai complimenti del pubblico; la gentilezza estrema di un Sanguineti (quasi un ossimoro, con le sue strutture testuali) e tanti, tanti altri ancora, che adesso inanellano la teoria dei miei tipi umani. Una vera e propria antologia, vissuta sulla pelle e sul dialogo. Da questi incontri ho sempre tratto vantaggio, qualunque siano stati gli esiti riportati; attraverso gli avvicinamenti ho dato modo alla mia scrittura di venire fuori dal limbo della riservatezza. Me ne sono reso conto anche l’altro giorno, nel salotto della mia cara amica Francesca Serra, a Ravenna, quando, nel preparare la scaletta di una triplice lettura con lei e l’amico di sempre, Luciano Benini Sforza, ho sentito riecheggiare quel “cibo buono” dell’intesa; quell’elemento “salutare” che è l’intreccio di voci e di umori, che conduce all’unione armonica con l’“altro” e con la propria coscienza.

sabato 20 ottobre 2007

Due cose


La prima cosa: segnalo quanto sta accadendo/accadrà oggi nella biblioteca comunale di Verona, legato alla Biennale di poesia del premio Anterem

Mattina, dalle 10 alle 13

“Tendenze della poesia contemporanea”, letture dei poeti selezionati della XXI edizione del Premio:
Dario Benzi, Gabriella Bertizzolo, Francesca Ruth Brandes, Giovanni Campana, Michele Cappellesso, Roberto Capuzzo, Maria Grazia Chinato, Gaetano Ciao, Gianluca D’Andrea, Maria Luisa Daniele Toffanin, Fabio De Santis, Vincenzo Di Oronzo, Lino Giarrusso, Maria Grimaldi Gallinari, Elisabeth Jankowski, Silvia Malavasi, Roberta Morgante, Ornella Mori, Eros Olivotto, Renzo Piccoli, Francesca Simonetti, Liliana Tedeschi, Paolo Valentino, Silvia Zoico
seguite da riflessioni sui testi a cura dei critici presenti

Ore 10.45
Gio Ferri, poeta, critico, direttore della rivista “Testuale, critica della poesia contemporanea”
interviene sulla critica del testo poetico

Ore 11.45
Marco Ercolani, poeta, responsabile della collana “I libri dell’Arca” per le Edizioni Joker
interviene sull’editoria di poesia

Ore 12.30
Conversazione dei poeti e dei critici con il pubblico


Primo pomeriggio, dalle 14.30 alle 17.30
Durante tutto il pomeriggio, in vari momenti
“Tendenze della poesia contemporanea”, letture dei poeti selezionati della XXI edizione del Premio:
Letizia Bencini, Gerardo De Stefano, Paolo Donini, Lucetta Frisa, Emanuela Mariotto, Laura Mautone, Francesca Monnetti, Paola Parolin, Emma Pretti, Marta Rodini, Marco Saveriano, Lisabetta Serra, Alberto Teodori
seguite da riflessioni sui testi a cura dei critici presenti

Ore 14.30
Massimo Orgiazzi, poeta, critico, redattore della rivista on-line “L’attenzione” e curatore del blog “Liberinversi”
interviene su poesia e web

Ore 15.30
Tiziano Salari, poeta, critico e saggista
interviene sulla passione di conoscenza della poesia

Ore 16.30
Stefano Guglielmin, poeta, critico e saggista, curatore del blog “Blanc de ta nuque”
interviene sulle reti della critica


Tardo pomeriggio, dalle 17.30 alle 19.30
Durante tutto il pomeriggio, in vari momenti
“Tendenze della poesia contemporanea”, letture dei poeti selezionati della XXI edizione del Premio: Lorenzo Bertini, Franca Maria Catri, Fabio Ciriachi, Tiziana Colusso, Fortuna Della Porta, Roberta De Thomasis, Renzia D’Incà, Francesco Floresta, Alessandro Morino, Renata Morresi, Francesco Peleggi, Paolo Polvani, Stefania Portaccio, Leonardo Rosa, Maria Paola Svampa, Luigi Trucillo
seguite da riflessioni sui testi a cura dei critici presenti

Ore 17.15
Francois Bruzzo, critico, saggista e traduttore
interviene sulla comprensione del testo poetico

Ore 18
Giorgio Bonacini, poeta, saggista, redattore della rivista “Anterem”
interviene su oscurità e parola

Ore 18.45
Stefano Guglielmin, su Reve d’Or di Chiara Cavagna (1963-2005)

Ore 19
Conversazione dei poeti e dei critici con il pubblico


Seconda cosa: vi invito a leggere qui la recensione che ha scritto Alessandro Ramberti al mio come a beato confine.

giovedì 18 ottobre 2007

Roberto Mercadini


Mi è molto piaciuto questo passo di Roberto Mercadini, giovane poeta cesenate. Ve lo riporto, convinto che ne apprezzerete la profonda limpidezza.


«Se qualcuno mi chiedesse cos'è, per me, la poe­sia, ecco io, per essere onesto, dovrei rispondergli che la poesia, per me, è la realtà. Che la poesia è la realtà e tutto il resto un confuso agitarsi nel dormive­glia.
Voglio spiegarmi.
Qualche anno fa una ragazza mi portava a vede­re il mare. Se ne stava per un quarto d'ora buono ogni volta completamente rapita, incantata dallo spettacolo. Intanto io pensavo: "Dunque questo è il mare. Cioè acqua + acqua + acqua. Nient'altro che acqua. Un mucchio. Una montagna. Un mare, appunto. Dov'è la novità? Che c'è da guardare?" Era come se, al posto del mare, io vedessi un car­tello con su scritto "IL MARE" (spettacolo di nessun interesse).
Un giorno leggo una poesia di Amelia Rosselli. Parlava dell'acqua. Negli ultimi versi, del mare. Dice­va così:

Mare, li hanno proclamato. Sei una grande bestia lunata. / Hai la sordità nel fondo tufo. Mare mare hai la gioia e la mi­sericordia / Con te. Sei un fiore trasparente una forte tomba.

Ecco, per la prima volta, io ho visto il mare. Ho avvertito la sua maestosità. Ho temuto la rapacità dell'abisso, che ingoia i naufraghi. Mi sono incantato per la grazia tremula che ha la superficie quando è lieve il vento. Nell'esperienza quotidiana spesso le cose si rattrappiscono fino a diventare parole. Nella poesia le parole scintillano, pulsano, fiammeggiano fino a diventare vere cose vive.» (in AA.VV., FaraPoesia, FaraEditore 2005, pp.184-185).

lunedì 15 ottobre 2007

Carlo Molinaro

Incontriamo oggi una poesia in cui la scrittura fa da sponda alla vita, e la vita alla scrittura, in un rimando che trova nella memoria il suo fulcro. Il passato, tuttavia, non è abisso che separa l'inautentico dall'origine, bensì pare sempre appena trascorso ed assomiglia al presente, tanto che questi ne conserva ancora benevolmente le tracce. Ne deriva un canto elegiaco, in cui la tenerezza ed il distacco ironico vincono sull'angoscia. Metafora di questo andare verso un altrove che, pur fuggendo tuttavia, pare già sempre 'quasi qui', è il "treno", quel treno che in Sandro Penna è la vita stessa, ricordata tristemente standoci seduti, da soli, all'alba. In Molinaro, il viaggio è invece un concreto transito verso l'abbraccio della vita, che spesso è femmina, "coppa del mare" in cui giocosamente sostare.



PAROLE SCRITTE SU PAGINE

Vuoi un amore tenero da prendere come un autobus
questo mio cuore è un autobus
l’ho scritto a pagina 193 del mio libro
quindi credo fosse nel 1988
tu l’hai scritto nel 2004 aggiungendo che
in punta di piedi busserai a nuove porte
senza bagagli
è già tardi
sì dico anch’io che è già tardi
meglio affrettarsi
vuoi un amore leggero che ti prenda in pieno
io sono lieve come polvere d’ala
l’ho scritto a pagina 216
vedi che l’ho già scritto
e anche tu l’hai già scritto
che certi treni passano una volta
e non tornano più indietro
l’hai scritto a pagina 49 del tuo libro
quindi credo sia stato nel 2000
vedi che è tutto scritto ma ora basta
con le parole – il capotreno sta fischiando
sali prima che chiudano le porte.







PASSANDO PER LA STAZIONE DI RACCONIGI
IN UN POMERIGGIO PRIMAVERILE


La primavera ha profumo e colore
fin qui dentro il vagone
del treno che si ferma alla stazione
di Racconigi, lentamente.

Vado a Savona a incontrare una tipa
che se fosse com’è la fantasia
sarebbe già la mia
ragazza, amante, fidanzata, sposa
velocemente.

Invece sarà solo conoscente
– probabilmente.

È che sono così: ho un pensiero che osa
quasi ogni cosa
e se alla fine rimane con niente
punta gli occhi negli occhi della vita
con un sorriso deluso un poco ma
riconoscente.





I POETI SONO UOMINI CONCRETI

..................................a Chiara Borghi

i poeti sono uomini concreti
non crediate
se parlano del corpo di una donna
dal corpo della donna la luce si riverbera
nella vasca del cielo
e dalla vasca del cielo nella coppa del mare
e dalla coppa del mare di nuovo sul corpo
della donna: così ogni discorso particolare
diventa universale e ogni discorso universale
s’incarna in un corpo particolare:
i poeti sono uomini concreti
sanno che una poesia non può ribaltare il mondo
sanno che una poesia non può sedurre una donna
questo li rende nervosi come bisce
ma non s’arrendono tanto facilmente
questa sera gioco tutte le mie carte
questa sera gioco tutto il mio fiato
non tengo da parte neppure un respiro





TI LEGGEVO POESIE NUDI NEL LETTO
DOPO L’AMORE


Ti leggevo poesie nudi nel letto dopo l’amore:
non avevamo vent’anni, non era tanto tempo fa,
era oggi pomeriggio e avevamo più di cent’anni
fra te e me. Ti leggevo poesie nudi nel letto:
non è un ricordo lontano perso nelle nostalgie,
era oggi pomeriggio con un cielo grigio e azzurro
mescolato dal vento – e i colori vivaci sul terrazzo.
Non avevamo vent’anni, non era un tempo lontano,
era oggi pomeriggio ed era la prima volta
in vita mia che leggevo poesie nudi nel letto,
tu la prima volta che qualcuno te le leggeva,
e sono nudo al tavolo adesso che scrivo
mentre tu sei quasi addormentata sulle lenzuola spaiate
di due verdi diversi, recuperate insieme
per questa casa che sembra di studenti squattrinati.
È di oggi pomeriggio la luce sui coppi dei tetti,
le mansarde di fronte abitate da slavi e magrebini;
se dico questo secolo intendo dire il ventunesimo,
il nostro: nel Novecento non t’ho conosciuta ma ora
ti ho letto poesie per la prima volta nudi nel letto,
le lenzuola spaiate di due verdi diversi
spinte via dalle gambe, fresche ancora del nostro sudore.




SOTTORIPA

C’è la freschezza buona della sera:
ho visto una finestra scintillare
in un lampo d’arancio. In queste stanze
abitano persone. Ti vorrei,
ragazza, qui: vorrei che usassi il mio
asciugamani: che tu fossi a casa.

Basterebbe scoprire il varco aperto
o il punto di contatto, dove l’anima
ritrova sé nell’altro: l’improvvisa
gioia di combinarsi, come quando
ha un odore di te l’ombra che sale
imprecisa da un angolo del porto.



Carlo Molinaro è nato a Vercelli nel 1953. Terminato il liceo classico, nel 1972 si è trasferito a Torino per gli studi universitari, e da allora è sempre rimasto ad abitare nel capoluogo subalpino dove, dopo la laurea in Lettere, è stato impiegato come redattore per ventisei anni (dal 1977 al 2003) in un’antica casa editrice. Attualmente continua a lavorare nell’editoria, in modo autonomo e precario. La poesia è una sua vocazione costante: ha pubblicato numerosi libri di versi a partire dal 1981; il più recente è La parola rinvenuta (Torino, Genesi Editrice, 2006), una raccolta di poesie edite e inedite che abbraccia la sua produzione poetica dal 1966 al 2006. Una sua silloge è stata pubblicata sulla "Italian Poetry Review" della Columbia University di New York. Nel 2004 ha pubblicato anche un romanzo, intitolato Io sto come mi pare (Milano, Delos Books). Fra i luoghi “fisici” della sua poesia hanno particolare rilievo le città di Vercelli, Torino e Genova. Qui trovate altre poesie.

giovedì 11 ottobre 2007

Fare pace a Venezia


Per chi fosse a Venezia, domenica 14 ottobre, alle 15,30 ci sarà una lettura poetica presso il chiostro ai Frari (san Polo). Giovanni Fierro leggerà da Lasciami così (Sottomondo, 2004); Chiara De Luca da La Mina (stra)vagante (Fara, 2006), La coda della galassia (Fara, 2005) e La collezionista (Fara, 2005); Gianluca Brogna da “Bilancio provvisorio” in (Voci condivise, Fara, 2007); Paola Castagna da “Lettera” (in Specchio poetico, Fara, 2007); Corrado Giamboni da “Il bambino e l’acqua sporca” (in Farapoesia, Fara, 2005); Stefano Guglielmin da Come a beato confine (Book Editore, 2003) e da La distanza immedicata (Le Voci della Luna, 2006); Francesco Tomada da L’infanzia vista da qui (Sottomondo, 2005); Italo Testa da canti ostili (LietoColle, 2007). Angela Barlotti darà una testimonianza su letteratura e carcere.


L'evento trova collocazione nel 7° Salone dell'editoria di pace

mercoledì 10 ottobre 2007

GAMMM


in Tellusfolio la presentazione della rivista

domenica 7 ottobre 2007

Gennaro Grieco

Quando un poeta raccoglie la propria opera in un unico volume, qualcosa si chiude, qualcos'altro si apre. Gennaro Grieco raccoglie, e in parte riordina, trent'anni di scrittura nel volume apprendimento di cose utli, in un'elegante edizione curata da Sandro Gros-Pietro. Il quale, nella prefazione, parla di coincidenza fra bellezza e operosità, alludendo non soltanto all'ottima tecnica dell'autore ma anche alla sua cultura d'origine, la lucania, terra in cui il saper-fare incontra il sudore della fronte, la fatica contadina "dei diseredati del meridione". Tuttavia non tutte le poesie attraversano questa esperienza, quest'epica familiare e di classe, pur avendo, tutte, nella propria meccanica, un procedere meditato, come di chi rompe le zolle con le dita e ne misura la qualità. E se una vena di questa terra poetica è ricca d'ossigeno ed ebrezza, di quel giocoso nato dall'amaro che la vita offre agli esseri intelligenti, altrove tale amarezza diventa occasione di pensiero, come nelle poesie che qui presento.


Il sudario

L'aria si sgretola in acqua sul collo.
Porta all'abisso dell'acqua, il pensiero,
e alle preoccupazioni del sangue.
(3 sett. 1994)




La alba

E' l'alterità diafana
...................... - per pudicizia;
il tocco umido
di un fresco irripetibile;
il chiarore sui denti
da lavare con urgenza.
E' urgenza della vita
..................... - quando si conviene.

(2 aprile 1994)



Il viola
Troppo sole e mal t'incoglie l'abbaglio
o il viola che profondissimo muore
nel nero cieco di un colpo di testa
(5 sett. 1994)





Il riscatto

Ma un brodo povero, appena pacifero
come la paglietta inclinata in fronte
- il sole è di un solstizio alquanto pieno
e il riscatto si trova in cose poche,
come lavarsi le mani a una fonte.

O sarà sempre un alibi l'ortica
per disdegnare il nitore di un'acqua,
sminuirne il sollievo sulla ferita?

Neppur vale nascondersi la sete
se sul ventre della terra è il riflesso
e dall'esito dipende la quiete.

(21 giugno 1994)


Il paradosso

Metti che si vada presto a morire.
E parlarne? Parlarne, sì, perché
per paradosso si possa emendare
la storia nella sua unica certezza
che si muore, e troppo presto si muore.
Sia sancito per legge che in attesa
del fatale evento uno non ne muoia,
ma piuttostosi prepari vivendo.
(26 giugno 1994)


La tattica

Nella nominazione della morte
io ti vedo, e ne prendo le misure.
Per dove piace, da qualunque luogo
io, terra, voglio conoscerti tutta,
seguendo attento ogni piccolo solco.
Di te voglio impregnarmi pelle e scarpe
: per cogliere in contropiede la sorte
sapendo già i rigori della notte.

(26 giugno 1994)

giovedì 4 ottobre 2007

demagogie


Il dato: Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha posto il veto sul testo di legge che prevede l'estensione dell'assicurazione sulla salute a diversi milioni di bambini, attualmente privi di copertura sanitaria. La norma, che era passata a larga maggioranza al Senato, prevedeva un fondo extra di 35 miliardi di dollari che si sarebbero dovuti aggiungere allo State Children's Health Insurance Programme, di cui oggi usufruiscono oltre sei milioni e mezzo di bimbi, ma che non viene reputato sufficiente per assicurare il benessere di tutta la popolazione pediatrica degli States. (Adnkronos/Adnkronos Salute).


L'altro dato: Secondo un rapporto del Census pubblicato lo scorso ottobre nel corso degli ultimi 12 mesi gli americani che non hanno copertura sanitaria sono cresciuti di due milioni e mezzo, un incremento record che negli Usa ha portato a 43,6 milioni le persone senza assistenza sanitaria, pari al 15,2% della popolazione. Di questi circa 8,5 milioni sono bambini e adolescenti. ("L'Unità", 3/10/07)


L'altro ancora: per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, nel 2006, gli USA hanno approvato lo stanziamento di 538,7 miliardi di dollari (come nel 2005). (Fonte: Unimondo, 11/06/07)


Tuttavia: Nel 2006, la spesa complessiva per la sanità in USA è stata di oltre 2,1 mila miliardi di dollari. [...] Nel 2005 i beneficiari del programma “Medicare” (anziani e disabili) erano quasi 43 milioni, mentre “Medicaid” ha assistito oltre 45 milioni di americani “poveri”. Le assicurazioni private coprono il 68% degli americani (203 milioni di persone), ma di questi solo 28 milioni acquistano la propria assicurazione da sé, sul mercato: il 60,2% di loro, al contrario, beneficia di un’assicurazione legata al posto di lavoro che occupa. (A. Mingardi "Il foglio," 13/09).


Commento: le notizie agiscono anzitutto nella sfera affettiva, diramando nell'etica e sfociando nel giudizio politico. Su questa sequenza, fondamentalmente irrazionale, si muove l'informazione mass-mediatica.


Conclusione: il mondo è diventato una favola demagogica la cui trama è conflittualmente gestita da un centinaio di agenzie organizzate attorno ad una tavola imbandita.

martedì 2 ottobre 2007

poetry slam


La poesia performativa ha un buon seguito in Italia, anche se l'editoria (che fatica a dare voce alla carta, malgrado i supporti in tal senso siano assai economici) premia la poesia letta in privato e in silenzio, alimentando la vicinanza tra poesia e preghiera, tra verità e voce interiore. D'altro canto, la poesia performativa si dà in molti modi, taluni similari allo spettacolo di bassa lega, talaltra alla spazializzazione del senso, al concreto darsi del suono, che s'incarna in una voce altrimenti introvabile sulla carta. E' il caso, quest'ultimo, della poesia di Luigi Nacci, e del suo Poema Disumano (I quaderni della galleria Michelangelo, Roma 2006), concerto per voci inadeguate e, per questo, cariche di prospettive destabilizzanti, di concrezioni che le parole, in natura, non posseggono.


Segnalo dunque con piacere l'iniziativa "il libro che va da maometto. 4 appuntamenti per far muovere la lettura in provincia di Napoli", nella quale saranno istituiti alcuni laboratori gestiti da autorevoli scrittori, fra i quali Lello Voce e, appunto, Luigi Nacci.


Nel sito di Cristina Babino trovate il programma dettagliato.