E' appena uscito La magnifica bestia di Anna Maria Farabbi, per conto della meranese Travenbooks, che ha fatto la coraggiosa scelta di un testo a fronte in tedesco, per i mercati della mitteleuropa. Copertina colorata, che rinvia ad un antro, nel quale, immaginiamo, la magnifica bestia dimora. Un antro-ventre, dai contorni azzurri come l'oceano, o un occhio che custodisce il segreto della propria origine, del mito che l'ha creato. La parola vi sosta, esattamente sul bordo dove s'incontrano il terrestre ed il divino, testimoni essi stessi della nascita della poesia, che Anna Maria, Madre del Principio Costantemente Iniziale, lascia essere per Santa Dispersione Cosmica.
Chi ama il canto di Sainkho Namtchylak sa di che cosa sto parlando.
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Sono presenti in me:
quel bambino cieco, privo di braccia a causa della guerra, che sta leggendo con le labbra, fotografato da David Seymour (Roma 1948), e Jean Dominique Bauby che, non volendo arrendersi alla malattia, scriveva con le palpebre. Uno mi in/segna a leggere e l'altro a scrivere. Entrambi, contemporaneamente: la preziosità del ricevere e l'estenuante pratica di ogni relazione, la profondità del sentire e la parsimonia, la cerimonia, del segno.
quel bambino cieco, privo di braccia a causa della guerra, che sta leggendo con le labbra, fotografato da David Seymour (Roma 1948), e Jean Dominique Bauby che, non volendo arrendersi alla malattia, scriveva con le palpebre. Uno mi in/segna a leggere e l'altro a scrivere. Entrambi, contemporaneamente: la preziosità del ricevere e l'estenuante pratica di ogni relazione, la profondità del sentire e la parsimonia, la cerimonia, del segno.
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L'invisibile multiforme uccellina
affonda nel mio petto
con leggerezza precisa e sibilante.
Non so chi sia da dove
la figura dell'arco......Sento
muoio e mi moltiplico.
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Porto con me la bestia e la foresta intera
battendo la mia pelle di tamburo.
Il dolore è basso. Cammina
dentro le piante dei piedi.
Mi bruca la pancia.
Ma nell'ombelico profondo
mia madre canta.
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C'è un'alba in cui l'uccellina maestra ha dolore
e sceglie di tacere.
Di lavorarsi dentro il becco.
Nell'intensità del sole non dice: risponde
con l'intensità zitta nel becco.
Come si sta soli né mani né piedi.
Come si sente la storia biologica
del proprio corpo....offrendosi al sorgere. Orientandosi.
L'osso della fronte es/posto all'alba
e la polpa alle radici.
Il dolore non può fare altro
e non guarisce con la poesia.
E la poesia non sta nell'osso ma nella polpa.
Chi sta zitto per immersione e per forza
si trasforma. Coltiva umilmente il proprio orto.
Impara a divenire nel battito. Ad abitare la cellula
del suo sangue la trasparenza del fiato:
nel passaggio che è paesaggio
tra l'inspirazione e l'espirazione.
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Comunque sia....ovunque
è in terra con me: presente:
il fatto è questo.
Vicina o lontana non conta.
Io non sono figlia del dio del lutto.....ma della madre.
Non creo per compensare. Non canto separazione o esilio
ma l'appartenenza profonda
la gioia tessendo il baratto.
*
Il m'io poema esce.
S'in/china. S'interra profondamente diventando terra:
vocali consonanti rosso cardiaco
fiato bacio e bestia.





