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giovedì 11 giugno 2009

Giovanna Fozzer


I libri delle Edizioni L'Arca Felice sono schegge rosse e preziose, leggere e mai prevedibili. Il catalogo comincia ad essere sostanzioso (ne ho già parlato qui). Fra gli ultimi autori pubblicati ci sono Marco Furia e, appunto, Giovanna Fozzer. Il primo, autore genovese da sempre impegnato in una ricerca che ha nella sillaba e nell'endecasillabo il suo centro, mi invia questa recensione che pubblico con entusiasmo.





Intensi contatti

Accompagnata da due raffinate immagini di Sergio Rinaldelli, in cui elementi astratti e figurativi coesistono secondo i ritmi di vivide luminosità né soffuse né accese, la breve raccolta Sette lettere a Enzo (Edizioni L'Arca Felice, Salerno, 2009), di Giovanna Fozzer, si presenta quale poetica presa d'atto d'intime condizioni d'esistenza.
Dalla figura (qui non retorica) della domanda senza risposta, ossia da enigmatici grumi di sentimenti, parole, immagini, scaturiscono versi piani, lineari, eppure esposti sull'abisso dell'indicibile.
L'àmbito definito classico è sufficiente ad un'autrice molto attenta nei confronti d'una metrica che mai sfugge ad acute esigenze ordinatrici indissolubilmente unite a lucida affettività: versi come "immagini, nell'intenso contatto" e "Tu che tutto coglievi / ogni suono, ogni idea / con fulminea grazia / facendolo tuo / (poiché era già tuo)", ben rappresentano una poetica per nulla scossa dalla presenza d'entità ineffabili ritenute non ostili, bensì naturali, comuni a tutti gli uomini.
Da territori muti, in cui nemmeno possono essere costruite immagini poiché l'espressione ancora non sgorga, Giovanna estrae l'energia necessaria a far nascere, quasi per (fecondo) contrasto, una lingua precisa, equilibrata, partecipe.
I toni, così, rivolti tanto ad episodi quotidiani, quanto ad inediti lineamenti ("benevolo infinito"), risultano sempre ricchi d'una pregnante leggiadria in cui lievi sfumature s'intrecciano a sequenze descrittive interrotte da improvvisi bagliori, da repentine pronunce d'ampio respiro, dall'insistere su quesiti semplici e, appunto, privi di risposta.
Il tutto senza freddezza, con quella passione che alla sapienza sa accompagnarsi parola dopo parola, mai perdendo di vista (ora non più tacite) complessità ritenute irrinunciabili elementi d'una poesia che della vita non aspira ad essere specchio, ma vero e proprio tratto costitutivo.
Una poesia che s'illumina di luci policrome, calde, in grado d'indurre chi legge a percorrere itinerari lungo i quali poter riconoscere significative parti dell'esistenza interiore, altrimenti a rischio d'oblio: una poesia, insomma, che affascina e assieme aiuta.




ORECCHIO ASSOLUTO

Tu che tutto coglievi
ogni suono, ogni idea
con fulminea grazia
facendolo tuo
(poiché era già tuo)

nei tuoi versi, nei pensieri, nelle lettere

Tu
che il Poggio Pratone non salisti mai
ma trovasti cantato in certi piccoli versi

Oggi che dopo tanto vi ritorno
questo culmine, visione d'orizzonte totale
dedico a te
al tuo alto dei cieli (che mai negasti)


Nel silenzio autunnale opposto
a zirli trilli gorgheggi di primavera
sotto un volo di rondini tardive senza canto

Tu
ritorni ancor più
nella mente che abiti sempre


INFANZIA

Preda dei tuoi umori obliqui
mentre grondava sul vetro la pioggia
e l'inverno
bruciava grani di aromi
a rinvigorire una memoria stanca
che pure ancora riaccendeva
riti e miti (quasi sempre mortuari)
d'una infanzia ossequiosa, attenta e stupefatta,
affascinata
dal mistero dell'incomprensibile.

Il vivo viso del calciatore dodicenne
o più il suo sguardo
già tutto diceva il sapere e il capire
del poeta, del professore, del politico,
l'innocenza e il fascino
dell'uomo bello come un dio greco
(così dice il tuo fotografo amico),
del giovane che (dicevano in molti)
sembrava un attore.

Pure, poteva il tuo volto
esprimere duro il tremendo;
o invece un benevolo infinito
nelle labbra dal bel disegno
(che la fossetta del mento completava)
e nello sguardo - tenerezza impercettibile
celata nello 'strabismo di Venere'.


FANTASIA

Mobili forti e lievi le tue
immagini, nell'intenso contatto
tra fantasia e cose.
Nelle poesie, nelle lettere, nel tuo
parlare
(quando, per pochi anni, parlammo),
ricche fiorivan dal mare, dalla terra, dal cielo:
l'alba saliva lungo scale d'aria,
la luna, impigliata sulla fiumara
- 'a luna mpiccicàu sup' à hjumara -
è n'affetta, ì meluni, 'na lampara
e u' celu è seru, e' i nùvuli ricotti;
e quando cade
Non è cchjù luna, mo esti nu farcigghju
chi meti hjuri russi, ranu e migghju
e 'mbratta 'ì sangu u' saccu d'a' furtuna

Rifugio t'era buio
'u scuru ti era luci,
la notte ti cullava nta lu firmamentu,
nta 'na cònnula fatta 'i hjarvi e canti.Fiori e canti a consolarti
l'anima di eremita
prigioniero di testesso e della sorte,
ferutu d' u' distinu, e chi la morti
aspetta, e 'u gira 'rota di la vita.

Cantava ogni tuo verso,
nella tua solitudine, la più nobile,
lucida, amara disperazione.



biobibliografia: vedi qui

sabato 4 giugno 2011

Matteo Zattoni



Promesse vegetali (L'Arca Felice, 2010) di Matteo Zattoni è un canto d'addio "al padre di sua madre", un canto che trattiene tra le proprie maglie non soltanto l'affetto sincero di un nipote, ma un mondo già scomparso, fatto di cose accumulate nei decenni, come usavano gli uomini un tempo: "Una sveglia, la pila / elettrica, vecchi giornali misti e strati / d polvere e ragni". Nella dimensione arcaica incarnata dal nonno, la cultura stessa diventa natura, mondo conosciuto entro il quale misurarsi in sicurezza, per cui sveglia e polvere, radio e ragni non sono enti di differente ordine, ma estensioni del medesimo corpo, forme abitabili del contatto, tenute insieme dalla memoria e dal fare. Zattoni ci racconta la perdita di tutto questo, senza enfatizzare né condannare, bensì con sguardo pietoso, tanto che il lutto si respira persino nella sonorizzazione, in specie nel primo testo, che sposa la "u" in via allitterativa fonosimbolica, per lasciare uno strascico penoso nel profondo, un'eco che il lettore tiene sino alla fine in sottotraccia, combinandola talvolta con il giallo delle "giunchiglie" e l'arancio (non detto) del "voltaren", talaltra con la dolcezza/asprezza per una vita trascorsa in campagna, tra vigna, pollaio e famiglia.

Attorno al defunto, ecco il daffare operoso delle donne, i parenti giunti al capezzale non soltanto di un uomo, ma di un'epoca, appunto, tutti in silenziosa contemplazione, in naturale contemplazione, e finalmente, perciò, di nuovo pronti a cogliere le promesse vegetali, quei segni della natura che ci raccontano ciò che siamo: esseri erosi dal tempo, come i "calanchi", ma capaci d'amore e di speranza come chiunque scelga la propria caducità quale condizione naturale e forma di saggezza. La stessa che sta in apice a ciascuna pagina di questo libro, mutuata da Lucano, discepolo di Catone l'Uticense, lo stoico: "Serbare la misura, tenersi nei limiti, seguire la natura". Fuori di lì c'è la modernità, quella che uccide gli amici "poco alla volta" e nutre gente "spietata", come Zattoni ci racconta in una notte a Milano, efficace poemetto contenuto nella Nuovissima poesia italiana antologia curata da Cucchi per Mondadori nel 2004.

Anche in Promesse vegetali come nell'antologia mondadoriana, e malgrado la condivisione dolorosa della perdita, si conserva una distanza fra l'io lirico e gli altri, un sentimento di estraneità, che trova un appiglio letterario nel L'airone di Antonio Porta, citato nella quarta poesia (ricordo che il libro consta soltanto di otto liriche), allegoria sì della caducità, ma anche dell'inquietudine, del nomade che ci addita il nostro destino nelle macerie, l'animale, come scrive Zattoni, "senza desideri e una bomba nello stomaco".



**



È venuto su anche Piergiorgio
per il saluto del prete di Rivoschio
appena un mese dopo...
la lupa era tutta agitata
e abbiamo dovuto allontanarla con la tua
canna più lunga di bambù
pensa che tu tornerai;
la tua camera sono tre scatole
di tic tac, la foto dell'amata
nonna, la madonna degna d'amore
con, sopra, mia cugina Roberta
nella stessa posa della Pietà.

Nero di lavoro
un guanto sporco, direbbero?
glorioso in realtà.




**


E ora è tutto qui.
Lo scarico della caldaia
attraversa e taglia in longitudine
la sua stanza, la sua
solitudine improvvisa. Forse
da giorni non c'è
la lampadina o non funziona,
dalle travi del soffitto pendono
con un filo smilzo di ferro
le tue due radio, quella moderna e l'altra
di allora, una sveglia, la pila
elettrica, vecchi giornali misti a strati
di polvere e ragni.

Tutti amici a me estranei.



Matteo Zattoni, nato a Forlimpopoli nel 1980 e laureato in Giurisprudenza, frequenta attualmente un Dottorato di ricerca in Sociologia del Diritto presso l’Università Statale di Milano.

Ha pubblicato le seguenti raccolte: Il nemico (Il Ponte Vecchio 2003, 1° posto ex-aequo per l’opera prima al Premio Giuseppe Giusti 2003), Il peso degli spazi (LietoColle 2005) e L’estraneo bilanciato (Stampa 2009, 1° classificato assoluto al Premio Tra Secchia e Panaro 2010, Premio Autore Giovane al Concorso Guido Gozzano 2009). Inoltre ha pubblicato la plaquette Promesse vegetali (L’Arca Felice, 2010).

Suoi versi sono stati pubblicati su varie antologie e riviste tra le quali: Nuovissima poesia italiana (Mondadori, novembre 2004), “Nuovi Argomenti” (Mondadori, gennaio – marzo 2008) e “Almanacco dello Specchio” 2009 (Mondadori, febbraio 2010).

giovedì 24 novembre 2011

Marco Furia


Pubblico questo testo uscito per la rivista "Le Voci della Luna" (n.41, luglio 2008) perché utile a chiarire le scelte formali anche del suo ultimo libro, Pentagrammi (L'Arca Felice, 2009).



La poesia di Marco Furia ha sempre fatto i conti con le potenzialità del significante e della metrica. Ad interessarlo, infatti, sono i meccanismi della comunicazione, le strutture della lingua, con particolare propensione per la nominazione, depurata tuttavia, e sempre più, degli elementi didascalici e decorativi. Se in Efelidi (1989) sino a Menzioni (2002) questa scelta si traduceva nella critica alla retorica perbenista del quotidiano e del conflitto, da Impressi stili (2005) sino a Pentagrammi (2009), il dettato pare mutuarsi dall'astrattismo geometrico e dalla musica seriale, da una tecnica insomma dove l'oggetto è la struttura del testo e la relazione fra le parti ne costituisce il ritmo. Tale impianto viene modulato attraverso l'endecasillabo – riconoscibile a posteriori in ciascun distico (es. «Cronometrico ritmo / nulla voce») – che, variando gli accenti, organizza un testo-sequenza la cui relazione con i testi successivi è marcata da costanti segniche: lessemi, sintagmi, proposizioni parentetiche e unità tematica. L'aspetto più caratterizzante è la cancellazione pressoché totale del verbo, la cui natura a-sostanziale viene tuttavia rimessa in gioco scegliendo, a tema, la pausa musicale, anch'essa lacuna, sospensione dalla concretezza sonora. Così come il succedersi dei sintagmi nominali, quasi gestalticamente, dà vita all'essenziale funzione del verbo (indicare azione o passione) quasi allo stesso modo, la pausa musicale è «silenzioso canto», presenza dell'assente che valorizza il discorrere della nota. Naturalmente, l'analogia non tiene sino in fondo e non solo per ragioni intrinseche. Il fatto è che, nelle ultime prove, l'astrazione cercata da Marco Furia è anzitutto visiva, retinica, slegata dalla dimensione esistenziale, affettiva (che pur si muove, fra le righe), e finalizzata al muto incanto. Si tratta di una meraviglia e di un gusto per l'effimero che qualcosa deve al barocco italiano, ma di questo non porta lo spirito elitario, lo scarto vanitoso, la radice presuntuosa; la poesia di Marco Furia, piuttosto, di meraviglia ed effimero sperimenta il limite, la curva di rottura, il punto in cui diventano interrogazione, problema.




Qual ribelle silenzio
pur sonori
leggeri tratti, effimera
sì lieve
musica (subitanea
armonia muta
mai acustico cenno?
Forse stile
forestiero, difforme?)
nulla voce
zitta, assorta sembianza
repentina
inerzia, solitarie
integre frasi
tacite, discontinue
linee opache
pentagrammi, riverberi
baleni
lustri, pallidi impulsi
(ignoto idioma
non sondabile indugio?)
incerte tregue
ritmi d’eco, barbagli
attimi fiochi
fulgidi, poi dissolte
gemme, gioie
caducità melodiche
improvvisi
statici dinamismi,
lampi bui.



**


Turgidi globi minimi
caduche
non cromatiche stille
(qual colore
d’acquea ed aerea pioggia?)
dense nubi
enfi, plumbei coaguli
sì bui
atmosferici tratti
foschi, grevi
(solare ormai bisbiglio
fioco), tetro
iconico presagio
di boato
fratto segmento, lampo
sobrio, schiva
fulgida freccia, effimero
fugace
elettrico riverbero
baleno
oltraggio, squarcio, ingiuria
poi già tregua
lucenti veli, garbo
repentino
ricurva grazia, sprazzi
armonia chiara
policroma lucerna
iride, assolo
incanto, meraviglia
tenue gioia.



**


Insolita, consueta
dolce frase
aspra, fattezze labili
caduche
pur tenaci, discorde
avversa guisa
meraviglia benevola
(canzone
acustico silenzio?)
repentini
istantanei, perpetui
luminosi
dardi, lampi, riflessi
fluido dire
anche fulgida, buia
scossa tregua
sì solerte pigrizia
alacri, ignave
temerarie ma pavide
loquele
mimiche, lineamenti
gesti muti
aromatiche scaglie
(musicali
dissolti pentagrammi?)
ritmi, stili
intatti desideri
attimi, indugio
ribelle mansuetudine
d’idioma.




**


Limpidi nembi, insolite
consuete
burrascose fattezze
tersi, cupi
atmosferici tratti
(forse buia
nitida, lustra tenebra?
Baleno
eterno sprazzo?), labili
tenaci
dissolti, umidi ritmi
passeggere
subitanee, perenni
aeree squame
silenti melodie
giammai idioma
d’arida, secca pioggia
sciolta, lieve
inodore fragranza
avverso, amico
lento, perpetuo lampo
ignavo, pigra
flemmatica tempesta
fosca, chiara
scintilla, squarcio, traccia
algido lume
ferita, crepa, graffio
poi effuso
qual tacito boato,
zitto tuono.



**


Intenso, tenue assolo
impronta lieve
aeree scaglie labili
d’opaco
policromo barbaglio
zitto intrico
pur nitide fattezze
melodiosa
non acustica musica
colore
fosco, ma terso, curvi
tratti schivi
euritmici, silenti
umidi lumi
effimere, tenaci
stille appena
coese, subitaneo
impulso mite
leggiadro cenno, insolita
sì tregua
fulgida, fioco garbo
delicati
sfolgorii, lampi d’iride
velami
taciti contrappunti
fluide gioie
sciolte, liquide perle
repentina
meraviglia impalpabile,
caduca.



**


Quali caduche gemme
aeree, schive
gonfie, gravide stille
(pioggia: voce
atmosferica, liquida?)
bagliori
labili perle (umido
parlare
nullo, ma assiduo?), fitti
zuppi indugi
melodia gocciolante
non canzone
pur ritmo, squarcio brusco
sprazzo, tregua
infranto, plumbeo nembo
scaglia muta
effimera, turchese
già baleni
dardi, fulmini taciti
poi cupo
boato (momentaneo
fosco idioma
di tempesta?), riflesso
fluido assolo
aromatico attimo
improvviso
effluvio, meraviglia
tenue frase
fuggevole fragranza,
sciolta eco.



**


Illese, tenui luci
delicate
forse musica, cenni
silenziosi
lustri, aerei barbagli
sciolte gioie
tremiti, tersi veli
zitti, schive
disperse, fluide perle
gemme mute
cromatico dissolversi
sonoro
tacito, persistente
non baleni
né turbini, leggiadra
brezza lieve
vaghi, incerti riverberi
sì aroma
effimero rimando
d’assopita
rosea ed azzurra volta
scaglie (frasi?)
atmosferici arpeggi
inconscia tregua
soave umida alba
(qual misura
sì nullo pentagramma?)
mattutino
desto sonno, risveglio,
canto quieto.



Marco Furia e' nato nel 1952 a Genova, dove si e' laureato in giurisprudenza. Ha pubblicato:
Effemeride (Tam Tam,1984); Mappaluna (Tam Tam,1985), nota critica di Adriano Spatola; Arrivano i nostri (in Fermenti letterari' Napoli, Oceania Edizioni, 1988); Efelidi (Anterem Edizioni, 1989), nota critica di Stefano Lanuzza; Bouquet (Anterem Edizioni,1992), nota critica di Roberto Bugliani; Minime topografie (Anterem Edizioni, 1997), nota critica di Stefano Strazzabosco; Forma di vita (Anterem Edizioni, 1998), nota critica di Gilberto Finzi; Menzioni (Anterem Edizioni, 2002), nota critica di Stefano Guglielmin; Impressi stili (Anterem Edizioni, 2005), nota critica di Carla De Bellis); Pentagrammi (Edizioni L'Arca Felice, 2009), disegni di Bruno Conte, nota critica di Mario Fresa. Sue poesie sono apparse su riviste italiane e straniere. Suoi testi sono raccolti nelle antologie: Poeti nati dopo il 1950, a cura di Adriano Spatola, in 'Cervo volante', 15/16, 1983; italie ( ), a cura di Adriano Spatola, in 'Doc(k)s', 71; Ante Rem, a cura di Flavio Ermini, Anterem Edizioni, 1998; Verso l'inizio, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, Anterem Edizioni, 2000 (l'antologia contiene due note critiche sull'autore di Ugo Fracassa e Gio Ferri); Paesaggio mutevole, a cura di Giorgia Cassini, Liberodiscrivere, 2006.
Tiene, sul sito http://www.anteremedizioni.it/  una rubrica di note critiche che hanno trovato accoglienza anche su svariati periodici. Sue poesie visive eseguite al computer sono apparse sui siti http://www.tellusfolio.it/ e di "Anterem" - altre sono state inserite in rassegne internazionali. Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo e giapponese. E' redattore di 'Anterem'.

martedì 13 settembre 2011

Giuseppe Carracchia


Avere 23 anni ed essere già al quarto libro di poesie attesta perlomeno chiarezza in merito al mestiere che si è scelto. E di «mestiere» parla lo stesso Giuseppe Carracchia ne La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) che egli, anche ne Il verbo infinito (Prova d'Autore, 2010), associa all'arte della tessitura, assecondando così l'etimologia ed il destino dello scrivere testi, consistenti nell'intrecciare fili con metodo, avendo un progetto. La sostanza di quest'ultimo, nel caso di Carracchia, è sicura, così come la difficoltà conseguente, nella misura in cui «il verbo», a suo dire, deve incidere la carne pur avendo natura ariosa, ma non essere «solo aria» né «solo carne». Il tutto inseguendo la bellezza, che è cosa viva, «l'inarrestabile cammino verso la vita aperta» come scrive François Cheng citato in esergo. Bellezza e vita, qui, sono la stessa cosa, e lo sa bene Carracchia quando ammonisce e auspica: «Questo ci rimane e questa pare ci avanza / predisporre miracoli e cure, vivere / facendo della vita una danza». Proposito nietzscheano poi amato dal Rilke dell'Orfeo, che pretende l'occhio apollineo per poterne raccontare l'ebbrezza. In altre parole questo movimento è «la virtù del chiodo che regge frattura / e vuoto svela la falsità del niente».

Costruire su quel vuoto, amando quanto ci rimane e avanza, ispira entrambi i libri, che hanno nel fiorire – in questo verbo decisivo per la cultura moderna, da Novalis a Pascoli sino all'Ereignis heideggeriano – l'imprendibilità dell'origine e la forza della nascita, dell'aprirsi al senso delle cose.

Carracchia vorrebbe tenere sulle punte anche la scrittura, sapendola esercizio massimamente difficile. E infatti lo è perché talvolta, soprattutto nelle quartine, qualche semplificazione si avverte (rime facili o soluzioni tematiche a sentenza secca, comunque ben presenti anche in Caproni sin da Il muro della terra, per cui difficile rimproverarlo senza sentirsi in difetto). In ogni caso, io lo preferisco quando il respiro si fa più ampio e l'arco del pensiero sboccia senza fretta; del resto, anche molte quartine si lasciano gustare, ed è quando, forse memori dell'haiku o della concinnità classica, circoscrivono azioni ordinarie, dando loro valore universale. A 23 anni mi pare un traguardo di tutto rispetto.



Da il verbo infinito


“la semplicità non è il punto di partenza, ma il fine”



(dalla sez. Esistere)


Mi sono fermato -nel silenzio
metafisico che precede un assedio spartano-
ad ascoltare il battito del cuore
vecchio tamburo di latta
e ho sentito il suo lieve percepire
la musica che nel lontano Catai fanno i bambù
quando sono accarezzati dal vento


come le scarpette di un fiore
io voglio essere unito
e sempre slacciato




(dalla sez. Amare)



*

Se chiedi a me perché
amore, ti rispondo non so
e se so non capisco.
Ma c'è un fiore sulla mia scrivania
un fiore di carta, amore mio.
L'hai portato stamattina
in abbonato col caffè.
C'è un fiore di carta
solo per me, tutto rosso
e gli abbiamo dato da bere
a più non posso

perché il nostro amore
è più grande del sapere
e cresce.



(dalla sez. Sbendare)


Libertà è cadere, ma dura poco dirai
e forse è proprio vero -o magari veritiero-
che Pollicino sfalda e sbriciola focacce
solo per perder meglio le sue tracce


Libertà è cadere, e dura poco
se pensi all’eternità
ma è un’eternità
se mentre lo fai non pensi a niente.



(dalla sez. Condividere)



................Alla ragazza Carla,
...............al padre Elio Pagliarani

*

Anche la vita, se vuoi capirla
devi lasciarla andare
e poi cercarla in mezzo agli altri.

Probabilmente qualcuno
avrà capito che la settimana
disabitua dalla domenica e
che il settimo giorno ci si trova
soli come fosse il primo di una
creazione in atto, e nessun matto
al primo giorno già dispera
che la vita è una soluzione
momentanea, poco bella.
Sorridi stella, sorridi ancora
non fermarti ora, è quasi lunedì.
Curati adesso del tuo giardino,
dattilografa garofani
che agli occhi dei passanti
insegnino la vita.





Da La virtù del chiodo


«Chiodo: sottile barra di metallo aguzza da un lato,
solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti;
dal lat. clàvus per mezzo delle antiche forme chiàvo,
chiòvo (dalla stessa radice di clàvis – chiave)»



I


................Così chi cerca a lume di candela
................il passo dell’ombra che il dubbio smuova
................per primo a trapasso silenzio trova
...............e disperato a verità anela




*

Poiché ogn’essere è carpentiere
del tessere il proprio mestiere
e ogni luogo che ha in sé famiglia
porta il mistero dell’occhio, le ciglia.

(Che non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi così vero?)



*

Sputa al vuoto il ragno tra i cotoneastri
la propria casa a geometria degl’astri
istituisce e ispira l’imperfezione
nostra: il difetto all’azzardo ripone.

Il ragno inquadra, mira e anzitutto osa
(sarà questo il mistero del chiodo:
tingilo d’azzurro e piantalo nel vuoto)



*

La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.



II




*

Rivolta la terra il gelo e in roccia
s’abbarbica al cielo esposta la pianta
a strapiombo il terebinto sboccia

forza che squarcia e fendendosi vanta
virtù che s’attacca al calcare in sintassi
e alla vita dona un nome: spaccasassi.



*

A te che cima di bellezza e mondo
per prima hai colto con mano sul mio
volto a premura di madre che va
in fondo e non invano rendo grazie
al tuo universo, tu seconda
persona singolare che m’hai preso
ed immerso feconda compagna
universale in te ritrova grazia
il disperso che impara
il buon uso del sale:
rinsalda a condimento la ferita
ed evita di confondere il male
col rosso che disinfetta la vita.



Giuseppe Carracchia, nato nel 1988, laureando in lettere moderne, vive attualmente a Catania. Ha pubblicato 4 sillogi di poesia: Pensieri notturni (ed. Edessae, 2005), Anime vagabonde (Roma, 2007), Il Verbo Infinito (ed. Prova d’Autore, 2010), La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) e una piccola raccolta, Poesie col nastro rosso, nell’antologia Burattinai di parole (Ass. cult. Città Nuova, 2010).

giovedì 2 settembre 2010

Poesia in rifugio


Nata da un'idea di Silvia Monti, Mario Bertasa e mia, siamo infine riusciti ad organizzare una serata al Rifugio Lancia, sul Pasubio. Si sono aggiunti, nel frattempo, Luisa Pianzola, Maurizio Mattiuzza e Roberto Cogo: tutti appassionati di montagna e disposti a farsi un paio d'ore di salita per leggere i propri testi agli ospiti che pernotteranno. Il rifugio è al completo, per cui sarà tutto da vedere l'effetto dei versi sul quel pieno di montanari. Se va male, ci faremo mezzo metro di grappe con loro e andremo a dormire comunque sereni :-)

sabato 4 settembre, dopo cena


Mario Bertasa nasce ai piedi delle Prealpi Orobiche 43 anni fa. Vive e lavora da una dozzina d’anni a Brugherio, in Brianza, dove, con la compagnia ArtEventualeTeatro, realizza spettacoli per bambini dalla più tenera età, nell’idea di un artigianato integrale che ricalchi le vie degli antichi maestri del teatro popolare, ma in costante apertura nei confronti dei nuovi linguaggi della scena; il che significa tra l’altro occuparsi a tutto tondo di scrittura, recitazione, scenografia e scenotecnica, costruzione di pupazzi, e via dicendo. Del suo ultimo spettacolo ha anche composto le musiche originali. Realizza inoltre performance sperimentali sui linguaggi intermediali e letture per adulti, corsi di formazione sulle discipline del teatro e sulla didattica della poesia. A queste attività professionali non è affatto estranea la ricerca sulla scrittura poetica, che porta avanti fin dagli anni dell’università. Suoi scritti sono stati presentati, fra il 1994 e oggi, in tre volumi collettivi; negli ultimi anni anche in internet, attraverso alcuni blog letterari, e nel corso di alcuni reading di poesia. Entro breve dovrebbe andare in stampa il suo primo libro, pensato come progetto organico su ipotesi di traslazione alla scrittura poetica di alcune delle tecniche compositive che in musica gravano attorno all’idea di variazione tematica.

Roberto Cogo è nato a Schio (Vicenza) nel 1963. Si è laureato in lingue e letterature anglo-americane all’Università Cà Foscari di Venezia con una tesi sulla letteratura di viaggio (Jack Kerouac e W. Least Heat-Moon). Ha pubblicato: Möbius e altre poesie, Editoria Universitaria, Venezia, 1994; In estremo stupore, Edizioni del Leone, Venezia, 2002 (finalista al Premio di Poesia Lorenzo Montano 2003); Nel movimento, Edizioni del Leone, Venezia, 2004; Di acque / di terre, Edizioni Joker, Novi Ligure, 2006 (finalista al Premio Montano 2008); Io cane, L’arcolaio, Forlì, 2009; e le sillogi: Confondi il vento, in «La Clessidra», Edizioni Joker, Novi Ligure, n. 1, 2007; Mai identico riproporsi, in «Italian Poetry Review», Società Editrice Fiorentina, Firenze, vol. II, 2007; Ancora nel luogo neutro e Il cielo dentro la montagna, nell’antologia, Dall’Adige all’Isonzo – Poeti a Nord-Est, Fara Editore, 2008; La luce è del sole, in La poesia, il sacro, il sublime, Fara Editore, 2009. Ha tradotto W. Shakespeare (i sonetti del film di Derek Jarman Angelic Conversation); John. F. Deane, Il profilo della volpe sul vetro, Edizione del Leone, 2002 (Premio Internazionale Marineo 2002); Il maestro della festa, in «clanDestino» n. 4, 2002; Gli strumenti dell’arte, Atelier, 2007; Piccolo libro delle ore, Kolibris, 2009; Charles Olson (Projective Verse, in « Testuale » n. 34-35, 2003; The Kingfishers, in « Atelier » n. 34, giugno 2004); Les Murray (Dieci poesie, in « Smerilliana » n. 3, gennaio-giugno 2004; Poesie del vuoto falciato, in « Poesia » n. 181, marzo 2004 e nel n. 200, dicembre 2005; Versi australiani, in « Quaderno (del poeta)» n. 13/14, settembre 2005); Gary Snyder, Interviste su poesia, ecologia e buddismo zen (anni ’60-’70). Alcuni suoi testi (poesia, critica e traduzioni) sono reperibili su note riviste italiane e straniere e in diverse antologie. Nell’estate del 2009 è stato poet in residence sull’isola irlandese di Achill nella contea di Mayo, ospite della Achill Heinrich BØll Association.

Maurizio Mattiuzza È nato nei pressi di Zurigo nel 1965 e vive in Friuli dal ’76. È stato uno dei tipi di Usmis e un Trastolon, due esperienze di profondo rinnovamento della poesia friulana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte di poesia La cjase su l’ôr (1997) e L’inutile necessitâ(t) (Kappa Vu, UD 2004) con note critiche di Luciano Morandini e Claudio Lolli. Da diversi anni lavora come paroliere e spoken poetry performer accanto al cantautore Lino Straulino, col quale ha realizzato l’album Tiere nere (Nota, UD 2001). Suoi testi sono apparsi in diverse antologie a fianco, tra gli altri, del famoso poeta beat Jack Hirschman, e di importanti firme della canzone italiana come Elisa e Neffa. Nel 2008 ha vinto il Premio Naghèna d’Arjent al concorso per poesia in lingue minoritarie Mendrànze n Poejia ed è stato finalista del Premio letterario nazionale Laurentum. Recentemente ha inoltre ricevuto il Premio nazionale di Poesia Città di Ceggia ed è stato premiato a Torino nell’ambito della rassegna Onde d’arte in versi per l’Abruzzo. È il vincitore del Premio nazionale Laurentum 2009 per poesia inedita in lingua italiana. Ha da poco pubblicato, con prefazione di Mauro Daltin e postfazione di Bruno Pizzul la raccolta di racconti intitolata Il Derby della luna, 3 storie di calciatori sempre in bilico tra estro e poesia .

Silvia Monti, nata e cresciuta in Valtellina, vive in Brianza da almeno un decennio e soffre di bipolarismo geografico. Dopo le prime produzioni fotocopiate e auto-distribuite ha pubblicato le plaquettes novantasetteKm (2004) e a testa in su (2009) e i volumi più primavera che paranoia (2006) e così uguale (2008). Sue poesie sono apparse su riviste cartacee, on-line ed incluse in antologie. Ha vinto dei premi. Sperimenta letture dal vivo, fotografa senza pensarci troppo e cura la rubrica one shot su tellusfolio.it. http://www.smonti.blogspot.com/


Luisa Pianzola (Tortona 1960), poeta, giornalista, copywriter. Laurea in Storia dell’arte contemporanea (Lettere moderne) all'Università di Genova e diploma in visual design alla Scuola Politecnica di Design di Milano. Autrice di due saggi sull’architetto Alberto Sartoris, pubblica i libri di poesia Sul Caramba (Sapiens, Milano 1992), Corpo di G. (LietoColle, Faloppio 2003, prefazione di Maurizio Cucchi), La scena era questa (LietoColle 2006, prefazione di Gianni Turchetta), Salva la notte (La Vita Felice, Milano 2010, prefazione di Gabriela Fantato e postfazione di Mario Santagostini). Cocuratrice dell’edizione 2006 dell’antologia Il Segreto delle Fragole (LietoColle) e coautrice del video poetico Bíos (2007). Suoi testi, apparsi in riviste e siti web, sono presenti nei volumi Senza Riparo. Poesia e Finitezza (Stefano Guglielmin, La Vita Felice, Milano 2009), Leggére variazioni di rotta (Le voci della luna, Sasso Marconi 2008), La nebbia non si mangia. Dodici poeti alessandrini (a cura di Sandro Montalto, di prossima uscita con Manifattura Torino Poesia). Segnalata a varie edizioni del Premio Lorenzo Montano, ha ricevuto il premio del Presidente della Giuria al Premio Città di Corciano 2008, la menzione speciale della Giuria al Premio Turoldo 2009, una segnalazione al Premio Bazzano 2010. È redattore della rivista di poesia “La Mosca di Milano”. Sito web: http://www.luisapianzola.it/
 
Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI), dove vive e lavora come insegnante di lettere. Laureato in filosofia, ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del Gruppo Fara, 1985, premio “poesia giovane”), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book Editore, 2003, primo premio "Lorenzo Montano"), La distanza immedicata / The immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006, finalista al premio "Montano" Verona, segnalato ai premi "Campagnola" di Padova e al "Gozzano" di Terzo, prov. Alessandria), Il frutto, forse (Arca Felice, 2008; una poesia in 99 copie numerate con un'opera originale di E. Oliviero), Erosioni, in AA. VV., Dall'Adige all'Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara 2008), C'è bufera dentro la madre (L'arcolaio, 2010) ed i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001) e Senza riparo. Poesia e finitezza (a cura di G. Fantato, La Vita Felice 2009). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006) e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Dirige le collane di poesia "Laboratorio" per le edizioni "L'arcolaio", "Segni" per conto de "Le Voci della Luna" e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, "Format" della "Puntoacapo Editrice".

martedì 12 ottobre 2010

Gianluca D'Andrea


L'Arca Felice ha messo in piedi un progetto singolare, fondato sulla qualità autoriale e del prodotto libro; in particolare questo secondo aspetto va messo in rilievo, specie per la collana Coincidenze curata da Mario Fresa, che stampa 199 copie accompagnate da un'opera di un artista contemporaneo. Nel caso di Evosistemi di Gianluca D'Andrea, i testi sono supportati dalla riproduzione a colori 20 x 14 cm di un dipinto di Orodè Deoro, ottimo pittore, non nuovo a queste iniziative (si pensi a Spaccasangue di Iole Toini, uscito per conto de Le Voci della Luna). Il preziosismo ulteriore consiste nel inserire un dipinto nelle copie n.1 - 99 e un altro dal n. 100 al 199. Mi soffermo su quest'aspetto contestuale per segnalare non soltanto la cura riservata all'elemento editoriale, ma anche per segnalare un problema, particolarmente evidente in Evosistemi. Confrontando il libro con gli inediti a suo tempo usciti in rete, dal titolo Ecosistemi, ma pertinenti – malgrado lo scarto sillabico – alla medesima ispirazione, e leggendo ovviamente i testi proposti, sembra quasi che l'autore ne abbia tolti numerosi per soddisfare un formato standard, deciso dall'editore. Se questo è vero, mi chiedo: non conveniva a D'Andrea proporre una sezione completa dell'opera, anziché un assaggio di differenti momenti, così da non nuocere all'unità-libro?

Detto questo, mi vorrei soffermare sulla qualità testi, a partire dai due nuclei tematici più evidenti: la libertà quale necessario avvio di ogni discussione, fondamento politico della comunicazione democratica, ma anche atto di responsabilità del poeta che, attraverso la costruzione del testo, sceglie la lingua da usare a nome dell'intera comunità. Atto che D'Andrea sembra patire, pur sentendolo necessario, nella misura in cui afferma, categorico: "stronco le libertà che mi s'impongono". Il secondo elemento, segue di rimessa: la sua è una poesia sulla poesia, una continua riflessione metapoetica che cerca le ragioni del fare artistico in qualcosa di più grande che lo giustifichi: la libertà civile, appunto, che egli legge martoriata nella sua isola, la Sicilia, sineddoche di un mondo governato da "una violenza inaudita", "impasto di ogni atrocità" eppure ancora capace d'amore. La visione è drammatica e si ripercuote direttamente sul ritmo asimmetrico dei testi, mimetico all'idea che la vita sia lotta crudele, e sulla ricerca di figure di suono, o soluzioni sintattiche alte (per esempio l'anastrofe "Così disegno dispersivo duri") capaci di attenuare lo scontro sino, quasi, a conciliarlo, come a dire: "nonostante l'immane sdegno / ancora amarla questa vita / e non cedere al disgusto / ma adagio senza fughe / lottare per il nido / violenza su violenza". La posizione ideologica è forte, ma problematica: l'ultimo verso, infatti, se diventasse parola d'ordine politica anziché estetica, destabilizzerebbe non soltanto la quieta società letteraria, ma l'intero sistema capitalistico, se non fosse che tutto ciò è promosso per salvaguardare "il nido" ossia il raggiungimento di un nucleo domestico in sintonia con l'agio contemporaneo, inevitabilmente borghese. Le poesie dedicate all'amore, forse sbrogliano la questione, aprendola in una direzione imprevista, giacché il nido contemporaneo – sembra dirci D'Andrea – è pervaso dalla gramigna, l'ipocrisia del pater familia non tiene, la finzione buonista ha crepe dappertutto: quel nido dev'essere pulito (anche con la forza), ricondotto alla sua origine archetipica anziché a quella socio-economica; nido è dunque origine, luogo in cui la comunicazione è sincera, la relazione centripeta, ma non soffocante. Definito e giustificato l'obiettivo, rimane aperta la questione della "violenza" sintattica, che lacera l'unità del testo come un'energia immanente ai versi, che opera dall'interno, smembrando parzialmente la sintassi ("la lingua è frantumazione" scrive in Come una croce amare la rovina): scelta legittima ma forse – dato per buono il metodo – non condotta sino in fondo, per cui l'effetto è un'armonia inquieta ma non destabilizzante, una volontà atonale non accettata pienamente, una libertà contenuta, non anarchica, laddove forse si vorrebbe la deflagrazione, l'energia animale, l'espressione virale che, quasi con effetto omeopatico, davvero mostri il tessuto malato, la nostra lingua di plastica, la nostra civiltà in frantumi.



Madrigali


I

Il mento dell’isola
Giù dove sempre la terra si estorce
e il cemento si mescola al rifiuto
isolo la mente scorcio le scorte.
Solo come un pastore senza gregge
mi stendo, pago alla terra il tributo,
al sole friggo che tutto sorregge.
Regge la bestia smangiata il sussulto,
ora della terra, del ferro acceso
dentro di essa, nel nero, il tumulto
di fiamme e vomito, l’oro frainteso.



Al centro [Evosistemi]


Così disegno dispersivo duri,
perduri il segno smangiato che m'anima,
la mia prospettiva è sconvolta
come chi vuole e ama vedere.

Mi è stato detto va riempito il foglio,
educare metrica e grammatica,
di mio, senza alcun suggerimento,
stronco le libertà che mi s'impongono.
Una crepa, un dirupo, una frana,
scoscesa è la strada al paese,
la fase ha colpito
gente macabra, spray infetto
alle cataratte, via cavo.



Scansione e cavità


Nessun centro, nessun disegno,
libertà di spingersi dentro
nel mio luogo per voi.
Prima di urlare prendo altre strade.

Depredare, arricchire, ammorbare,
non compro lo specchio
ho un foglio di terra.
Non è questa la fuga agognata,
più attenzione e rigore,
più amore per voi,
voi presenti come un calcio in faccia.



Sul libro (come ECOSISTEMA)


L'Autore:
«Non ha un centro tutto è il centro.
Il mio margine illumina il paese ,
che riposa sotto libere coltri».

Ora il diritto è un peso.

Mi violento vecchie carte e luce
che vibri dallo schermo ti violento,
dissacro la tua superficie di pietra.
Per riaverti e amare quelle acque
e gli insetti per sempre perduti.

Parole incartate, nessun suono, un giornale,
graffiare la terra per portarla al suo tessuto.
Originare, fuori da te paese,
dentro te è la terra, un urlo,
la carezza dei residui sulle unghie.

Scavo per portare alla luce
nascite fuori luogo,
un canestro di foglie scadute,
raccolte per essere smostrate
come un taglio, uno sbudellamento.



ECOSISTEMA DI AMORE (e futuribile presunzione o AVVISO)


Stretta la mano in fede ad occidenti
e brusii lontani, cambieranno
equilibri e per quanto amore
per terra e cultura occorra
a salvare il salvabile, tutto
in quanto niente merita amore.

Orienti, cloni impazziti
e strette e forre, carne e ferri, suoni
in colonie di noi non identificati individui,
l'identità occorre sopravviva
a chi ama un mondo di scelte,
violenze e piaceri.

Resti amore e morte o nuove
fantasmagorie, prese,
abbracci e sorpresa di morte gore
a illanguidire i volti,
un borro nel cervello a indirizzare
i passi a vuoto come formiche per molliche.

Niente ancora niente
o valli di carne schiacciata e ossa
impacchettate, riserve di altri universi.

Moltitudini in derive come versi
che concludono esigenze
e riaprono al mondo.



[Come una croce amare la rovina]


Balbettio, canzone infantile,
ritornare all'infanzia giustifica ogni violenza,
impallidire da uomo perbene
e arrossire per tutta la mia specie
cui resta solo una speranza:
l'invasione e in ultima istanza
l'auto-invasione.

Una moltitudine barbara
o tranciare una mano in strada,
la vita è scompenso,
la lingua frantumazione;
slancio dell'origine
a violenza si risponde con violenza.
È veramente l'epoca dello Spirito
in bacheca, nascosto, braccato,
protetto da una superficie boccheggiante,
esterrefatta, sfaldata.
E nonostante l'immane sdegno
ancora amarla questa vita
e non cedere al disgusto
ma adagio senza fughe
lottare per il nido
violenza su violenza.



Gianluca D'Andrea è nato a Messina il 23 settembre 1976. Suoi testi sono presenti di diverse antologie, in rete e in numerose riviste letterarie nazionali. È redattore di «Nabanassar», portale letterario con cui collabora dall'agosto 2003, ed è stato redattore della rivista «Ciminiera». Ha curato con Vincenzo Della Mea l'antologia Verso i bit (LietoColle, 2005).

Ha pubblicato: Il Laboratorio (LietoColle, 2004, menzionato al premio Lorenzo Montano 2005); Distanze, raccolta giovanile (novembre 2007, scaricabile al sito http://www.lulu.com/); Chiusure (Marmi, 2008, menzionato al concorso "Opera inedita" indetto da Farà Editore nel 2006, premiato con segnalazione al Lorenzo Montano 2007 e menzione d'onore al premio Lorenzo Montano 2008); Canzoniere I (L'arcolaio, 2008), Evosistemi (Edizioni L'Arca Felice)


                                                                  su Orodé Deoro qui

giovedì 3 novembre 2011

L'Arca, la Poesia e il Baobab


Tre belle cose che voglio condividere:

l'intervista ne L'Arca Felice ad opera di Mario Fresa

Alcune mie poesie presentate da Maria Grazia Calandrone sul numero di novembre di "Poesia"

La serata dell'11 novembre, a Verona, dove leggerò assieme ad altri poeti legati alla rivista di poesia sonora "Baobab". Un omaggio a Adriano Spatola organizzato dalla rivista di ricerca letteraria "Anterem".
Qui il programma completo del Convegno.

venerdì 22 novembre 2013

Maurizio Cucchi su Cristina Annino


Poco prima di notte è la nuova plaquette di Cristina Annino, uscia per le Edizioni L'Arca Felice (collana di arte-poesia diretta da Mario Fresa). Introdotta da Maurizio Cucchi (che qui riporto), contiene una cartolina con un dipinto del'autrice (qui in testa al post).


Già al primo approccio, queste nuove poesie di Cristina Annino sorprendono e coinvolgono per la loro vi­va concretezza, per la fisicità umorale che le attraver­sa dando loro un'energia davvero insolita. È davvero difficile, nel panorama attuale della nostra poesia, trovare esiti testuali di questa felicemente ruvida originalità: un'originalità, tra l'altro, del tutto priva di ricercatezze o di astuzie letterarie, che emerge con naturalezza perché frutto di un modo al­quanto singolare di leggere il reale, di porsi in utile attrito con le co­se.

Cristina Annino, in un certo senso, compone poesie che appaiono come particolari eventi, testi che si offrono al lettore come vicende aperte e chiuse, come episodi autonomi nei quali soffermarsi e muo­versi in perlustrazione attiva nel dettaglio, non tanto in cerca di una ricostruzione logica e lineare dei dati referenziali, naturalmente, quanto per abitarli godendo della loro consistenza pressoché oggettuale, dell'incisività anche aggressiva della parola. Esseri umani e animali popolano questi versi con uguale diritto; si agitano, in sofferenza o gioia, in paesaggi vari; balbettano maldestri la loro vita e la loro condizione; sono personaggi mossi dal poeta che non si manifesta. E infatti, tra i requisiti tipici della poesia di Annino, fin dal suo primo apparire, è proprio la presenza nascosta dell'io, la sua discrezione, la sua capacità di celarsi, di mettersi in disparte o camuffarsi per lasciare più libertà ai personaggi stessi sulla scena. La scena, appunto. Dove la poesia diviene uno spazio come teatrale in cui il poeta allestisce la complessa dinamica dei suoi episodi. Non voglio dilungarmi oltre, proprio perché i testi di Annino pos­siedono un corpo vivo, il quale, più che descritto o commentato, esi­ge di essere conosciuto in presa diretta, creando con l'interlocutore un rapporto personale ogni volta irripetibile.

Una sola cosa voglio aggiungere, necessaria: Cristina Annino è una voce rilevante della nostra poesia, e dunque ricominciamo a leggerla con interesse e ne saremo sicuramente ripagati.

The Tracker 

(guida aborigena)

Per sacrosanta verità
che è d'ognuno,
il mondo avanza
il suo ciclo simbolico.
Lui legge
nella pozzanghera un concetto
di climi, una specie
di territorio. Ha voglia
di crollare punto zero nell'acqua
sporca, perché qualcosa lo sfascia
dentro. Non è muto né sordo, solo
la cottura dei nervi lo tiene
intero.

La storia
che ci han tolto, quant'è? Cerca
impronte; stacca nell'acqua
un braccio di sé col piede, lo pesa
personalmente e ringrazia
la fede, i massacri, la triste
carne e il buon Dio, «è l'Infinito,
dice, il più crudele potere
umano, l'han reso
visibile quanto un uomo,
ma essendo incalcolabile,
non esiste. Nessuno sa
quel che trovo, io sì». Eccolo qui

il suo lampo di chiaroveggenza,
perché lo spirito è grande,
si estende; alla faccia
del mondo gli è bastato
il fango! Ci han ferito
già troppo; non potranno perciò
rifarlo sempre, né ammazzarci
abbastanza.

giovedì 10 luglio 2008

Il frutto, forse


L' Arca Felice è un'associazione culturale di Salerno, che "pubblica testi, spesso inediti e rari, di autori antichi e contemporanei (soprattutto filosofi e poeti)", con uno specifico interesse nel promuovere iniziative editoriali in cui s'incontrino poesia e segno: "ogni libretto, infatti, offre un dialogo fitto che si svolge tra i poeti e i pittori, le cui opere (dipinti e disegni) sono impresse fuori testo a tiratura limitata e accompagnano, come un’eco sospesa, l’apparizione della parola poetica".



Ringrazio l'editore e Mario Fresa per aver pubblicato, in 99 copie numerate, Il frutto, forse, con un'opera grafica di Enrico Oliviero.





Dove sboccio
è mattino; tu fiondi, invece
in mondiglio e gorgo, nero:

c'è che gente sgola, transita
laggiù, sventa, ma non tu
che sgravi, sola, con l'ala
guasta,
..........vedi?
come sorella vanga
abito la mano che tocca
la beata faglia
dove si pota e strama
e afferro il sabato
lo scrosto e rimo e spurgo...

È più poesia che pietra o mancia
corpo, direi. Frutto.

martedì 15 novembre 2011

Il libro di Blanc de ta nuque

                                                                               copertina di Nicoletta Ceccoli

Le Voci della Luna sono liete di presentare

BLANC DE TA NUQUE. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2006-2011), a cura di Sergio Rotino, Collana Segni, volume n. 7, pp. 272, euro 15,00

 
Il libro raccoglie 6 anni di lavoro in rete, ordinato come segue:
 
Soglia

Spazio pubblico p. 9
I “segreti” perché del libro di “Blanc” p. 10
In principio p. 11

Poesia & Blog
Canone e autorevolezza della rete p. 15
Meetings p. 20
Vita di un blog p. 22
Vimercate, poesia a caldo p. 24
I commenti nei poeblog e loro destino p. 26
La natura della rete: tra pesciolini di plastica e ossi di seppia p. 28

Quattro interviste e due domande solitarie
Christian Sinicco in “Absolutepoetry” (dicembre 2006) p. 33
Saba e i contemporanei (Luigi Nacci) p. 38
La parola ai poeti (in “Poesia 2.0” - agosto 2011) p. 41
Mario Fresa per le Edizioni dell’Arca Felice (novembre 2011) p. 47
Domanda solitaria 1 p. 50
Domanda solitaria 2 p. 52

Poesia italiana contemporanea
Alberico Sala (57), Maria Marchesi (58), Marina Mariani (59), Giorgio Bàrberi Squarotti (59), Luigi Di Ruscio (60), Amelia Rosselli (60), Antonio Spagnuolo (62), Bianca Dorato (64), Matteo Bonsante (65), Luciano Troisio (67), Alberto Cappi (67), Adam Vaccaro (69), Cristina Annino (70), Giulio Stocchi (73), Annamaria Ferramosca (74), Fabrizio Bianchi (76), Paolo Badini (76), Flavio Ermini (78), Ida Travi (79), Gabriella Musetti (81), Gianluigi Cannella (81), Marina Corona (82), Lucetta Frisa (82), Luigi Cannillo (83), Marcella Corsi (84), Gabriella Sica (84), V.S. Gaudio (86), Fabia Ghenzovich (86), Gino Scartaghiande (87), Elio Grasso (88), Mariangela Gualtieri (88), Aldo Ferraris (89), Marta Rodini (90), Maria Pia Quintavalla (90), Marco Furia (93), Marco Scalabrino (93), Roberto Capuzzo (94), Gennaro Grieco (95), Dario Villa (96), Gianmario Lucini (96), Francesco Marotta (97), Alberto Toni (98), Antonella Pizzo (99), Marina Pizzi (101), Giulia Dalaj Comenduni (102), Gabriele Pepe (102), Giuliano Mesa (103), Fabio Pusterla (105), Ranieri Teti (107), Giovanni Nuscis (107), Pasquale di Palmo (108), Sergio Rotino (109), Anna Maria Farabbi (111), Rosa Pierno (112), Tiziana Colusso (112), Luisa Pianzola (113), Vaan (115), Nicola Ponzio (116), Daniela Cabrini (116), Stefano Leoni (117), Alivento (117), Lucianna Argentino (118), Paolo Donini (118). Pier Maria Galli (120), Bianca Madeccia (120), Alessandro Assiri (121), Chiara Cavagna (122), Giacomo Leronni (123), Roberto Cogo (123), Piera Isgrò (125), Fabio Franzin (126), Francesca Ruth Brandes (129), Giovanni Turra Zan (129), Ivan Fedeli (130), Davide Rondoni (130), Nadia Agustoni (131), Filippo Davòli (132), Iole Toini (133), Armando Bertollo (133), Faraòn Meteosès (134), Maurizio Mattiuzza (136), Michele Obit (137), Francesco Tomada (137), Stefania Crozzoletti (138), Pierluigi Cappello (138), Lorenzo Pittaluga (140), Manuel Cohen (141), Alessandro Ghignoli (143), Claudia Ruggeri (144), Vincenzo Della Mea (145), Sergio La Chiusa (146), Andrea Raos (146), Giovanni Fierro (147), Silvia Zoico, (148), Stefano Massari (150), Silvia Comoglio (151), Francesco Balsamo (152), Fabiano Alborghetti (152), Domenico Cipriano (154), Silvia Monti (155), Gabriel Del Sarto (156), Victoria Surliuga (157), Roberta Bertozzi (157), Paolo Fichera (158), Viviana Scarinci (159), Alessandra Palmigiano (159), Mario Fresa (160), Alessandro Broggi (160), Giuseppe Cornacchia (163), Massimo Sannelli (164), Saragei Antonini (165), Massimo Orgiazzi (166), Simone Cattaneo (166), Francesca Pellegrino (167), Lara Lucaccioni (168), Stelio Di Spigno (169), Stefano Salvi (170), Francesca Matteoni (170), Andrea Ponso (171), Chiara De Luca (172), Gianluca D'Andrea (174), Cristina Babino (175), Jacopo Ricciardi (176), Francesca Sallusti (177), Valentino Ronchi (178), Lorenzo Carlucci (179), Erika Reginato (180), Stefano Lorefice (180), Erika Crosara (181), Guglielmo Aprile (183), Danni Antonello (184), Luigi Nacci (185), Alessandra Conte (185), Matteo Fantuzzi (186), Graziano Polese (187), Luca Ariano (187), Piero Simon Ostan (189), Matteo Zattoni (189), Franca Mancinelli (190), Chiara Daino (192), Mimmo Cangiano (194), Jacopo Galimberti (195), Davide Nota (196), Luca Rizzatello (198), Marco Bini (199), Anna Ruotolo (201), Giuseppe Carracchia (201), Manuel Micaletto (202), Oboe Thomas Schneider (203).

Su alcune Antologie

Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese p. 207
Vicino alle nubi sulla montagna crollata p. 207
La linea del Sillaro p. 208
By Logos. Espo-esproprio transpoetico p. 209
Versi tra le sbarre p. 209
Incroci di poesia contemporanea p. 210
La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani p. 211

Il mondo, fuori
Le mosche del capitale p. 217
La democrazia e i suoi nemici p. 218
Questione Dal Molin p. 219
Ultime e ultimissime sul Dal Molin p. 222
TV: la scatola che ci plasma e ci svuota p. 224
Tre pensieri sulla scuola e una domanda p. 225

Sul fare poesia e sulla poesia da fare
L'improvviso e il lucente p 233
La natura scandalosa della poesia p 236
Superare Leopardi? p 239
Dialogando con Marco Giovenale p. 241
Ma le recensioni servono? p. 254
Poeti senza pubblico p. 255
Editori p. 256
Tassonomia del poetico italiano p. 258
Labor limae p. 259
Confessioni e sfondo p. 262
Linee d’ombra p. 263

Nota bibliografica p. 266

Nota biografica p. 267

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giovedì 26 gennaio 2023

William Stabile su Maria Pina Ciancio

 


Le pagine del libricino "Tre fili d’attesa" di Maria Pina Ciancio, condensano le riflessioni maturate in anni di osservazione lenta, attenta a costruire un percorso intimo e personale, volutamente decantato nel tempo dalla poetessa.

Tutto è fermo, freddo, come di pietra, e non c’è nulla da vendere, nulla da comprare, non ci sono traffici né merci… Solo tre fili d’attesa (a bona sciorta/ nu’ lavoro ca cunta/ u capattiempo che vene sempre chiù luntano) e “dopo la guerra dell’inverno (…) anelli di fumo irregolare” e scorci di paese e personaggi reali - amati profondamente nell’animo - e intorno la dura terra lucana dove ha valore essere più che avere.

Spiccano tra i muri sbrecciati di paese, le tante immagini dei vecchi dalla schiena stanca appoggiata al muro delle case, le ringhiere scorticate, i gerani smarriti al grande cielo e i cani a tre zampe o impazziti-quasi animali mitici, e gli attori paesani un po' strambi, come zio Pietro (con il legno del bastone sotto il mento) che per strapparla allo scherno pittò “la casa di rosso, di lato, di sopra, di sotto” e che si fanno amare per la loro diversità, innata semplicità e riottosità al giudizio comune.

'Attesa' sembra essere la parola chiave del libro, cardine intorno al quale ruota la vita del paese lucano, terra ancora primitiva, ferma a riti arcaici, che si forgia nel dipanarsi delle storie minime e tragiche della sua gente. L’attesa sembra essere ora l’unico atto rivoluzionario nel mondo frenetico di oggi. Dove appunto l’attesa, e la riflessione che richiede lo scorrere lento del tempo, sono bandite.

Con l’attesa anche il silenzio è elemento presente nel libro. L’assenza di rumore ("non fanno rumore i paesi d’inverno") nei lunghi ovattati inverni lucani viene rotta solo dai "rutti" delle feste comandate. Forse a ricordarci la presenza insignificante, rozza e primitiva dell’essere furente che è l’uomo nella Natura.

Ma anche qui, in questo embrione materno che è il villaggio dove si cerca rifugio e conforto, “ci sono notti difficili da dormire…” come per tutti gli uomini sulla terra, come anche per gli animali. Anche qui in questo luogo irreale che conserva un senso arcadico della vita, l’uomo è in bilico e la speranza si aggrappa al fato: “a la bona sciorta” e cede alle pressioni familiari, sociali: perché “nu’ lavoro che cunta” è importante. Mi sembra che ci sia il sapore di un sottile senso di colpa in questo verso, forse irrisolto, che viene da secoli di arretratezza e da una non soddisfatta volontà di riscatto della gente del Sud. Chi decise che per contare bisognava emigrare?

La nostra si fa testimone silenziosa dei contrasti inconciliabili tra generazioni troppo diverse che non si incontrano più e epoche oramai distanti trovano voce nel verso: “padre e figlio si incontrano a cena/ intorno al tavolino/uno mastica lento, l’altro va di fretta/ per non inciampare in quel tempo dilatato/ e fermo degli occhi di sua padre…”

Ma l’ispirazione parte tutta dal camminare per dare origine alla parola poetica e intuire la realtà. La Ciancio sa bene che “Talvolta basta uscire per strada/ per riannodare gli orli/ sfilacciati di un pensiero”. Camminare, un atto anche questo oggi sovversivo, è raccontare sé stessi agli altri. E la nostra, con i suoi versi e le sue foto (che andrebbero valorizzate!) sembra conoscere molto bene il segreto del camminare, scrivere e fotografare. E magari leggere, per ispirarsi, Pavese, primo paesologo italiano (ancor prima di Franco Arminio). Uno del Nord.

E allora Tre Fili d’attesa è un libriccino dalle leggere pennellate di versi da tempo attesi, ispirati e dedicati dalla Ciancio alla sua regione, la Lucania, terra appenninica ma anche mediterranea calata tra duri calanchi e costa greca. Una regione dell’anima fatta di paesi che esistono e re-sistono, fuori dalle rotte turistiche… fuori dalle dinamiche della globalizzazione. La Lucania che compone questa nostra Italia antica e variegata e che custodisce ancora, come un’isola, inconsapevolmente, i tasselli del DNA nostro e l’animo della poetessa stessa.

A corredo dell’opera, una stampa dell’artista Stefania Lubatti, ricorda un muro sbrecciato di San Severino Lucano, a voler muovere in noi irrisolte risonanze d’infanzia.

                                                                                                     William Stabile

Maria Pina Ciancio, Tre fili d’attesa, con una stampa di Stefania Lubatti, prefazione di Anna Maria Curci, postfazione di Abele Longo, LucaniArt 2022

 

 

*

 

Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno

le guance rosse e gli occhi aperti al cielo

oltraggiati dalla pioggia

schermaglie di bambini

senza un grido

Ho un cielo d’inverno da inseguire

risvegli e riverberi di resine

memorie di partenze e di ritorni

benigne solitudini


Sulla via che ci incontra

il vento sale e a te mi riconduce

 

 

*

           Talvolta basta uscire per strada

           per riannodare gli orli

          sfilacciati di un pensiero

 

 

 

Dopo la guerra dell’inverno

c’è chi parte e c’è chi resta

(…)

Gennaro e Vincenzino

sillabano il tempo

in anelli di fumo irregolare

e aspettano i ritorni

tra la ringhiera scorticata

e i gerani smarriti al grande cielo

 

*

 

C’è un tempo irreale qui

che comincia con la neve

e finisce a quaremma

con la strada che si asciuga

e i cani impazziti che rincorrono

il pallone di Antonella

 

*

 

Abbiamo tre fili d’attesa

annodati al calendario del camino

: a bona sciorta

nu’ lavoro ca cunta

u capattiempo ca vene sempre chiù luntano

 

*

 

Siamo nidi sfilacciati

 

Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno

le guance rosse e gli occhi aperti al cielo

oltraggiati dalla pioggia

schermaglie di bambini

senza un grido

Ho un cielo d’inverno da inseguire

risvegli e riverberi di resine

memorie di partenze e di ritorni

benigne solitudini


Sulla via che ci incontra

il vento sale e a te mi riconduce

 


Maria Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965. Trascorre la sua infanzia tra la Svizzera e il Sud dell’Italia e da qualche anno vive nella zona dei Castelli Romani.
Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici.
Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo 
Il gatto e la falena (Premio Parola di Donna, 2003), La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro (Fara Editore 2009), Assolo per mia madre (Edizioni L’Arca Felice, 2014), Tre fili d’attesa (Associazione Culturale LucaniArt 2022).
Nel 2012 ha curato il volume antologico 
Scrittori & Scritture – Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani.
Suoi scritti e interventi critici sono ospitati in cataloghi, antologie e riviste di settore. Recentemente è stata inserita nelle collettive: 
Orchestra (a cura di Guido Oldani) LietoColle 2010; Il rumore delle parole – 28 poeti del Sud (a cura di Giorgio Linguaglossa), Edizioni EdiLet 2015, Sud – Viaggio nella poesia delle donne (a cura di Bonifacio Vincenzi) Edizioni Macabor 2017.
Con il libro “Storie Minime e una poesia per Rocco Scotellaro” nel 2015 ha vinto la X Edizione del Premio Letterario “Gaetano Cingari”; nel 2014 il Premio Internazionale della Migrazione – Attraverso L’Italia  e il  Premio Letterario Città di Cerchiara – Perla dello Jonio (con un testo tratto dalla raccolta); nel 2009 il Premio “Tremestieri Etneo” (Targa Antonio Corsaro).
Ha fatto parte di diverse giurie letterarie, è presente in numerosi cataloghi e riviste di settore.
È presidente dell’Associazione Culturale LucaniArt e su internet cura lo spazio web 
lucaniart.wordpress.com