venerdì 17 maggio 2013

Sinicco vs Ostuni: oralità o scrittura?



Qualche giorno fa, su facebook, c'è stata un'interessante discussione sulla poesia performativa e sulla marginalizzazione della poesia italiana. L'occasione è stato l'incontro che si sta svolgendo a Rieti, tra oggi e domenica, dal titolo "Poesia 13", a cura dell'associazione ESCargot.
qui il link dell'evento.

A partire da "Poesia 13", sul sito di Vincenzo Ostuni, curatore dell'Antologia Poeti degli Anni Zero e uno dei teorici di "generazione Trenta - Quaranta" (qui il link del suo manifesto), si è sviluppato un serratissimo confronto tra quest'ultimo e Christian Sinicco, cofondatore degli "Ammutinati" di Trieste e poeta performativo.

Siccome non tutti gli ospiti di Blanc accedono a fb, mi sembra utile riportare il contenzioso.

Quando la polemica prenda l'avvio non mi è chiaro; tuttavia, nella pagina fb di Ostuni, in data 8 maggio si estrapola quanto segue:
SINICCO Credo che [Luigi Nacci] intendesse, Vincenzo [Ostuni] che c'è un gruppetto autoreferenziale di critici e poeti che girano attorno a tq. [riferimento al manifesto "generazione Trenta - Quaranta]
OSTUNI Caro Christian, ho capito che intendeva questo, ma è un giudizio patentemente falso, e se esteso al mio lavoro sull'antologia è anche offensivo. Gli ho chiesto di articolarne i motivi e si è rifiutato dicendo a un di presso che avrei dovuto capirlo da solo. La poesia non è questione di grandi coalizioni: la poesia, esteticamente parlando, o è contesa, guerra, o non ha interesse, per me. 
SINICCO Vincenzo, ho capito, ma la guerra è un'altra cosa no? Quello che penso io è che ci sono modi di affrontare dal punto di vista selettivo e motivare le inclusioni o esclusioni sulla questione dell'oralità o della performance migliori della tua, che è del tutto arbitraria 
OSTUNI Migliori sì, arbitraria no. Scelta di metodo, direi; ci sono autori che letti su pagina perdono interesse, non acquistano complessità ecc. È un assunto non indimostrabile, quello della maggiore complessità e se vuoi della superiorità della fruizione su carta o schermo ed è anche una forma di protesta rispetto alla marginalizzazione dell'editoria cartacea. Ho sentito troppi performer mediocri di testi mediocrissimi perché non sia un punto sensibile.


Visto che la discussione si era spenta, ho pensato di ravvivarla sulla mia pagina fb, rilanciando il post di Ostuni. La riporto qui sotto. 


SINICCO Non ho messo in discussione le tue scelte, Ostuni; nel tuo lavoro antologico ho visto del buono, e in un altro post ho detto che l'antologia era utile per seguire il percorso di alcuni poeti; ho solo esplicitato che la parte riguardante la performance in introduzione non è utile a motivare il percorso degli autori (anzi, crea una frattura inevitabile tra questi autori e il loro modo di porsi sul lato comunicativo e altri autori) che citi, che hanno una formatività avulsa da quel contesto, dato che la parola performace non ha lo stesso valore della parola recita. Indistintamente, tu prendi tutta la mia produzione, e dici che è retrograda, roba da internettari e da premietti. Al contrario, io seziono la tua introduzione, scindo questa produzione critica dal tuo essere poeta, suggerisco delle riflessioni. [...] Non mi sfugge la problematicità di una generazione di trenta quarantenni che ha paura di non so cosa e si rintana in circoli e seminari, incapace di rispondere alla marginalizzazione della cultura poetica, e fa di tutto per imporsi col marketing, sia come poeti che come critici; ed è una cosa che non riguarda solo le pratiche che abbiamo potuto ammirare recentemente, ma è testimoniata da 14 anni di antologie, e anche di eventi, che vorrebbero imporre una visione a 360° - e senza un metodo di indagine sul territorio, che oggi sarebbe possibile. Possiamo chiamare in causa il gruppo 63, ma la marginalizzazione rimarrà finché non si inaugura un metodo diverso.[...] Di recente ho riletto l'intro di Brevini alla Poesia in dialetto del novecento, ed è chiaro che qualcuno manca (forse per questioni anagrafiche e di spazio), ma l'introduzione è un esercizio di stile e di indagine tra le categorie... Ponderata l'estetica di riferimento e l'epistemologia, lavorare su una grande mole di materiali da tutto il territorio amplia le possibilità di rilevare fatti di critica, anche profondamente diversi; e hai anche la possibilità di una comparazione della critica tra passato e presente. Purtroppo osserviamo che la critica utilizza altra critica, per questioni normative, e in generale manca l'epistemologia... magari fosse soggettiva Davide. I filosofi per fortuna evolvono le teorie estetiche... anche se a me piace roba vecchia, ma ancora buona, tipo Pareyson.[Sull'antologia di Brevini, si  veda l'ultimo commento di IVAN CRICO]
OSTUNI alla questione della performance ho dedicato semplici riflessioni, dicendo, in buona sostanza: intendo contrastare l'eccesso di influenza che la performance della poesia ha avuto in questi ultimi anni (per altro, questo è un altro dei sintomi della progressiva marginalizzazione della poesia! parallelo, e conseguente, alla crisi dell'editoria di poesia), mettendo sugli altari testi, e autori, che sulla pagina non reggono, a mio parere. Quindi, ho proseguito, qualcuno sarà sorpreso di non trovare in quest'antologia autori che hanno avuto successo come performer. Viceversa, in alcuni di casi, ho continuato a scrivere, ad esempio Ventroni, inserirò autori che sono stati, da altri critici, sottovalutati in quanto, si presumeva, troppo legati all'aspetto performativo. Cosa diamine hai da dire? Ho dato un assioma e ho proceduto secondo questo. Vuoi criticare l'assioma? Ne hai diritto! Fallo in maniera intellegibile! Continui a creare un accumulo di pseudoargomentazioni basate sull'ansia di prestazione, o non so che cosa. Ti suggerisco io? Potrei suggerirti, ad esempio, che l'idea di considerare la poesia come distinta dalla sua performance è errata perché apodittica [...]. Io risponderei: non sto suggerendo di dare prevalenza assoluta alla lettura della pagina scritta, ma credo proprio che all'analisi dello scritto la ricezione sia generale sia critica della poesia di questi anni non sia in molti casi neppure arrivata ecc.
SINICCO Ostuni, non riesco a capire perché "contrastare l'eccesso di influenza". I poeti performativi sono così pochi e non so dove vedi l'eccesso di influenza. Capisco l'utilizzo del termine contrastare, che è legittimo, ma dove vedi l'influenza della poesia performativa in Italia? Poi l'assunto che l'emergere della poesia che sperimenta anche grazie alle tecniche performative sia sintomatico della marginalizzazione è inspiegabile. Piuttosto il contrario: se un'opera è re-impiegabile in una performance, ha qualità molteplici. Sul testo sfondi una porta aperta, però non è detto sia l'unico supporto, anche se gli esempi di opere di poesia su altri supporti sono poche in Italia, e molte di queste hanno anche la parte testuale, che solo in alcuni casi non coincide proprio con la resa performativa, mi riferisco a Frangione, ma anche al poema disumano di Nacci, che è un'istallazione.
OSTUNI Sinicco, io vedo proprio questo, un eccesso d'influenza. Credo che il punto sia difficilmente contestabile: la poesia viene sempre più fruita, anche, in certi casi, dai critici, in forma di lettura pubblica. Per quanto riguarda il testo: intanto non parlo solo di testo, ma di pagina: la gran parte degli esperimenti istallativi sono comunque fruibili su pagina. Tanto è vero che sono il primo a parlare di "poesia fuori di sé", di importanza di altre forme d'arte nell'attività di ciascuno degli scrittori. E' un aspetto di cui non potevo rendere conto appieno in quell'antologia, ma che ho considerato probante. ALtro è invece imputare all'eccesso di ascolto, a scapito della lettura, una fruizione valutativamente errata, o distorta, dei testi. [...] Io penso che il fatto che la poesia sia meno pubblicata da editori nazionali (fatto innegabile) e sia dunque meno letta (fatto innegabile) faccia sì che sia sempre più fruita dalla voce del poeta. Il che modifica la fruizione, e può modificare, non sempre per il meglio, i giudizi di valore. Il fatto che alcuni ottimi poeti (Lo Russo, nonostante proprie in queste ore mi stia prendendo a parolacce per difendere il suo Nacci; o ancor più Frasca, che per me è con Magrelli il miglior poeta italiano vivente) siano anche ottimi performer è proprio quello che io affermo, inserendo un'ottima performer come Ventroni (ma anche altri degli antologizzati non scherzano) come ottimi poeti. Ma dico che non basta essere ottimi performer per essere ottimi poeti, il che è ben diverso; e dico che nella ricezione generale la poesia di alcuni autori è stata sopravvalutata, nel suo aspetto testuale, a causa della loro bontà di performer. A me sembra un punto semplice e cristallino. Sul quale si può dissentire, certo, ma in maniera più articolata, per favore. [...] La cosa che sappiamo per certo è che Feltrinelli ha smesso di fare poesia; Garzanti e Guanda l'hanno ridotta drasticamente; Mondadori pubblica quasi solo poeti over 70 (tranne l'esperimento degli "specchietti"); Einaudi anche pubblica meno italiani. Che altri dati ti servono? Non la chiami una marginalizzazione, questa? Il consumo di poesia in rete è importante, ma non è probabilmente diffuso come altri. Per quanto riguarda milanesi, romani ecc.: non ho fatto una statistica, può darsi abbia ragione tu, ma questo sarebbe un altro problema ancora, che non c'entra nulla con quello di cui stiamo discutendo.[...] La fruizione di poesia si rifugia in spazi fuori dal mercato: ad esempio, questo, quello della performance. La performance ha aspetti positivi (e l'ho detto tre volte) ma non si può non considerare anche come un effetto della crisi dell'editoria di poesia, della riduzione di spazi più tradizionali della fruizione della poesia.
SINICCO La performance la faceva anche Ungaretti. Per non parlare di Sanguineti? Lì ancora la poesia veniva pubblicata o no?
OSTUNI la performance certo che la faceva anche Ungaretti (Sanguineti meno, che era impedito a leggere). Ma all'epoca la loro fortuna si basava sul testo scritto: la performance era una fruizione secondaria. Oggi è il viceversa: i poeti vengono fruiti per lo più oralmente. Io sono stato ascoltato da centinaia di persone, credo anche tu, se non migliaia: quanti hanno comprato i miei libri? Molti di meno. Questo comporta una modifica nelle modalità di fruizione e di valutazione. Ho cercato di sostenere questo, non sono andato a fondo, ma non era neppure la sede per farlo. Ho solo dato un'indicazione generale, che a me sembra piuttosto saldamente argomentabile. O quantomeno, tutti gli argomenti che tu le hai opposto cadono al primo soffio di logica.[...] Ho detto anche qualcosa di più: che alcuni aspetti del testo, e alcuni dei fondamentali, incontrano un'adeguata possibilità di analisi solo se fruiti con calma, nella lettura su schermo o pagina. Anche questo mi sembra inevitabile. Aspetti semantici, formali, persino visuoverbali, che stanno diventando sempre più importanti nella poesia contemporanea... Niente contro la fruizione in performance, ma bisogna accostarla ad altre forme di fruizione. Per me, alcuni poeti, se letti su carta, perdono moltissimo.
SINICCO La performance della poesia di Mariangela Gualtieri è il sintomo della marginalizzazione della poesia? La performance della poesia di Rosaria Lo Russo è il sintomo della marginalizzazione della poesia? La performance della poesia di Gabriele Frasca è il sintomo della marginalizzazione della poesia? Finché era vivo, la performance della poesia di Sanguineti era il sintomo della marginalizzazione della poesia? E così via via per autori come Lello Voce, dome Bulfaro... Oppure la performance è studio formativo, tentativo, della/nella propria poesia, indipendentemente dal supporto, che attraversa le condizioni storiche, sociali?
OSTUNI non la performance in sé, ma il fatto che alcuni poeti siano fruiti quasi solo in performance, è - questo ho detto - sintomo della marginalizzazione della poesia. A me pare non faccia una piega... Continui a insistere con Gualtieri, Lo Russo, Frasca, Voce, Bulfaro... come se io stessi dicendo che chi è un bravo performer non può essere un bravo poeta. NON STO DICENDO QUESTO. E' chiaro? Ho detto una cosa diversa: che non bisogna lasciarsi ingannare da un bravo performer deducendo ipso facto che è un bravo poeta. Che bisogna tornare alla lettura dei testi. Che esiste un dovere critico di giudicare la poesia su più livelli, di cui quello performativo può non essere il principale, ma solo una fra i vari. Chiaro? Certo che esiste un problema metodologico e storico della poesia performativa e dell'oralità, della poesia sonora ecc.; ma esiste anche un problema delle qualità strutturali di un testo che possono e debbono valutarsi sulla pagina (o sullo schermo). Io solo questo ho scritto; e questo, secondo me, si regge abbastanza.[...] Sinora, il rinato aspetto performativo della poesia, fra tutti gli effetti che può aver avuto, non ha avuto quello di un rilancio della poesia pubblicata dagli editori nazionali, con l'eccezione probabilmente della Gualtieri. Perché? Un'ipotesi è che il fenomeno promuova un'idea di poesia come forma d'arte che va appunto fruita in modo separato dalla carta, e dunque non promuova una domanda di lettura di poesia su carta (o schermo). 3. La mia analisi si indirizza a testi che non appartengono, per così dire intrinsecamente, a tradizioni, vecchie o nuove, che escludono una fruizione separata come possibile e raccomandabile. Le poesie di Voce, Frasca, Gualtieri ecc. non sono poesie sonore, sono molto legate alla dimensione semantica, e anche la loro dimensione sonora (in Gualtieri per altro piuttosto scarsa; più accentuata ad es. in Bulfaro ecc.) può per altro essere "eseguita", almeno in parte, dal lettore solitario, mi sembra. E' chiaro che se provassimo ad esercitare strumenti testuali "puri" a poesie che non solo siano nate per la performance ma escludano una fruizione su pagina, commetteremmo un'ingenuità. Non direi che fra i poeti che ho preso in esame ci siano casi del genere.[...]
potrebbe darsi che la lettura su schermo riceva impulso nuovo dagli ascolti; ma finora non sono certo che stia accadendo in maniera ingente, e soprattutto sta accadendo a scapito della possibilità di fruire concretamente ed efficacemente di progetti complessi, ampi, strutturati: anche la poesia su web, come quella ascoltata dal vivo, privilegia di forza sondaggi, carotaggi per pochi testi, alle complessità di un libro.
IVAN CRICO Sulla defenestrazione della poesia impegnata dalle collane delle grandi case editrici. La cosa mi è stata spiegata così, nel 2009, da un pezzo grosso (e uomo di grande cultura) che lavorava per la Garzanti. Secondo lui, e gli credo perché fin poco prima di andare in pensione, era lui con l'editore a decidere alla fine se mandare in stampa un autore o no, tutto sarebbe imputabile all'influenza nefasta dell'approccio manageriale nella selezione e promozione dei testi proposto negli ultimi anni dalla Mondadori. Una casa editrice che vende e che viene vista, anche dai nemici, alla fine come un modello imprenditoriale che funziona. Per questo motivo, mi diceva, oggi a determinare le scelte editoriali sono dei manager (al posto di grandi critici) a cui, spesso, del valore letterario di un testo poco o nulla importa. Se poi alcune case editrici grosse continuano a tenere qualche collana di poesia è perché non si può non avere un po' di poesia in catalogo; ma, in realtà, a nessuno gliene importa niente, perché si tratta di un prodotto che non vende, con cui, se va bene, si va in pareggio. Questo cosa comporta, mi ripeteva? Che di solito la persona a cui si affida quel settore propone i suoi amici e, in mezzo, ogni tanto gli amici dell'editore o di chi lavora nella casa editrice, facendo finire all'interno di collane un tempo serissime autori che, a volte, nemmeno i critici più attenti avevano mai sentito nominare. Cose non impossibili ma piuttosto rare, un tempo. Parole di uno che lavorava nel commerciale ma formatosi collaborando con i grandi della letteratura italiana del Novecento. Parole brutali ma in cui, credo, c'è del vero, molto, purtroppo.
SINICCO Ostuni, anch'io come Ivan Crico, penso che il problema nelle grandi case editrici sia di critica e management. Il dato dimostra inequivocabilmente che i numeri delle pubblicazioni di poesia/teatro (anche se la categoria in questione poesia e teatro non ci spiega esattamente la portata delle sole pubblicazioni di poesia contemporanea; i classici sono infatti in un'altra categoria) sono passate da 1400 circa a 2400 circa in 5 anni. I poeti che di solito usano performare (che è diverso da leggere, e forse anche la parola spettacolarizzazione non è esattamente sovrapponibile alla parola performance) in Italia sono pochi, se consideriamo la mole di pubblicazioni. I festival che ospitavano performance di poesia: "Absolute Poetry" è fallito qualche anno fa (tre/quattro anni fa) e "Poesia Presente" quest'anno, con pochissimi fondi ha prodotto pochi interessantissimi lavori, proprio grazie a  Dome Bulfaro. Questi festival non ospitavano solo performance, ma anche letture, dibattiti, presentazioni di libri, cioè un universo di eventi funzionale all'ambiente della poesia, con scelte trasversali, cercando di favorire il confronto anche tra espressioni diverse. Le letture in Italia, immagino siano in crescita o lo siano state, per via del fatto che c'è stata anche una sovrapproduzione rispetto il periodo precedente, e il dato potrebbe essere chiarito anche dalla comparsa dell'editoria on demand, che ha abbassato i costi. Il fatto è che le letture, che sono cose normali (il poeta da molti secoli usa la voce), possono non avere a che fare con le performance, anzi di solito non hanno a che vedere. Di conseguenza gli eccessi di performance che vedi tu, sono una cosa campata in aria, come la questione di una performance di poesia, sintomatica della marginalizzazione della poesia stessa. La parola lettura, nella tua spiegazione, non ho capito se unifichi l'universo delle espressioni vocali, ma ammettiamo che sia così... Con tanta sovrabbondanza di pubblicazioni (e non sto nemmeno pensando a ciò che accade in internet, e la sovrabbondanza di poeti che si affidano solo al web), ci sarebbe anche una sovrabbondanza di letture. Di conseguenza ho cercato in modo chiaro di spiegarti che le espressioni che usi sono frutto delle tue convinzioni particolari, ma non hanno a che vedere con il mondo dei dati, anche a una loro primissima "lettura". Quello che voglio dirti è che sì ti puoi affidare a una credenza, a una convinzione, per una questione critica, ma se il dato è facilmente falsificabile come ho cercato ripetutamente di spiegarti, avresti potuto almeno verificarlo.[...] Trovo difficoltoso, oggi, il tuo tentativo di dar vita a un progetto che gira attorno ad alcuni poeti, cercando di neutralizzare con asserzioni non approfondite, ciò che sta fuori la tua critica, e in questo caso proprio perché le qualità dei testi dei poeti che hanno sensibilità performative sono alte. 
OSTUNI Per quanto riguarda gli esclusi, ne ho menzionato pur uno, che è Ghezzi. Non vedo perché bisogni menzionare gli esclusi: lo scopo di un'antologia non è escludere, è scegliere e parlare degli inclusi. Io non sono sicuro che ci sia tanta altra poesia meravigliosa, in Italia. Continuo a pensare che i migliori siano inclusi o almeno citati. In questi due anni non ho ancora scoperto null'altro, oltre a quel manipolo di bravissimi poeti, che meritasse d'essere incluso.
CRICO Ho letto in questi giorni un infuocato dibattito, ospitato qui su FB da un bravissimo critico come Stefano Guglielmin, tra due giovani poeti e critici. Discutere va benissimo, figuriamoci, specialmente se si tratta di persone preparate come queste e che amano con tanta passione la poesia, ma tutta questa smania di catalogare, antologizzare nuovi autori, quando gli autori spesso sono ancora giovanissimi ed hanno pubblicato poco o in contesti poco strutturati (diciamo così..), arrabbiarsi perché non c'è Tizio o Caio o perché si parla troppo di Tizio o Caio, non riesco - perdonatemi - proprio a capirla. Io ho avuto l'onore di pubblicare, poco più che ventenne, su riviste storiche, riviste con comitati di redazione che oggi sono un puro miraggio, dopo una lunga e attenta discussione (e a volte revisione) dei miei testi. Un percorso legato anche ad incontri fortunati, non lo nego, ed anche ad una certa benevolenza (troppa, a volte) nei confronti di testi che io oggi giudico con severità, che non ripubblicherei. Ma, si sa, ai giovani si perdona ciò che ai più vecchi nessuno perdonerebbe mai. Bene, tra i venti ed i trent'anni, gli anni in cui mi sono dedicato con maggior impegno alla scrittura poetica, ho conosciuto e frequentato (anche stringendo dei rapporti di fraterna amicizia) alcuni fra i più importanti critici e letterati italiani. Tra cui Franco Brevini, citato da uno dei due interlocutori, ad esempio. Con cui abbiamo discusso, chiacchierato, passato assieme molte ore in questi decenni. Nonostante questo, del mio lavoro, nelle principali antologie di Brevini, fino a quella monumentale, per la Mondadori, del 1999, non c'è alcuna traccia. All'epoca avevo già pubblicato numerosi testi, su riviste e in volume, testi recensiti tra l'altro dalle più importanti riviste di poesia italiane, a partire da "Poesia". Non le mie cose migliori, i testi più maturi, però. Ovviamente, conoscendolo e non trovando citato niente di mio, come tutti credo, ci sono rimasto un po' male, sul principio. Ma poi, da subito, ho apprezzato molto l'onestà intellettuale di questo grande critico che, pur facendo i suoi sbagli come tutti, ha sempre aspettato di trovarsi di fronte a prove davvero convincenti, capaci di sfidare le mode, l'erosione spietata del tempo. La nostra reciproca stima e conoscenza personale, che dura ancor oggi, non lo influenzò minimamente, e questo me lo rende ancor più degno di ammirazione e caro. Ripeto: in quei lavori vi sono autori non eccelsi a cui fu forse dato un eccessivo risalto, che evidentemente egli sentiva più vicini, dal punto di vista anagrafico ed emotivo, non avendo forse del tutto compreso quel che di nuovo e sincero (senza voler esagerare) si celava, ancorché ancora in fase germinale, nel lavoro mio e di altri miei conterranei, come Villalta o Cappello, ad esempio. Altre persone che conosceva bene, tra l'altro. Sì, a tutti farebbe piacere essere riconosciuti subito, essere amati e citati a spron battuto. Ma nella poesia il valore di un autore lo si capisce con il passare degli anni, non c'è niente da fare. Potrei citare decine di nomi che negli anni Ottanta erano additati come dei geni e di cui, oggi, nessuno si ricorda più. Perché non scrivono più, non compaiono più sulla scena, il loro versificare era troppo legato ai gusti del tempo e, con quel tempo, è andato a fondo. Quando mi incontro con Cappello, ogni volta ci ripetiamo che Kavafis ha pubblicato, sconosciuto ai più, poco più di un centinaio di poesie in tutta la sua vita. Queste cose ce le dicevamo quando ancora Pierluigi non lo conosceva quasi nessuno. Io ho seguito nel frattempo anche altre strade ma siamo rimasti fedeli a questo principio, alla fine: pubblicare soltanto quando siamo convinti di ciò che abbiamo fatto, lasciando passare anni tra un libro e l'altro, se serve. Più di lui, la cui vita da sempre è appesa ad un filo, nessuno forse conosce bene la vanità dei riconoscimenti, dell'essere presenti ad ogni costo, e, insieme, il sentirsi a posto per aver cercato, in un verso, di dare il meglio di quanto noi, con i nostri limiti, nella nostra vita, possiamo offrire a noi stessi e agli altri.



21 commenti:

  1. nel mio piccolo pensiero, concordo con Ostuni qui:
    'intendo contrastare l'eccesso di influenza che la performance della poesia ha avuto in questi ultimi anni (per altro, questo è un altro dei sintomi della progressiva marginalizzazione della poesia! parallelo, e conseguente, alla crisi dell'editoria di poesia), mettendo sugli altari testi, e autori, che sulla pagina non reggono, a mio parere.'
    Perché per me la poesia è fondamentalmente da leggere. Può far parte magari di performance di cui è un tassello (mi è capitato di vederne di molto appaganti), ma l'oralità accanita.. no grazie, preferisco leggere.

    e poi non posso che abbracciare in pieno queste parole di Crico:'(...)il sentirsi a posto per aver cercato, in un verso, di dare il meglio di quanto noi, con i nostri limiti, nella nostra vita, possiamo offrire a noi stessi e agli altri.'
    ché restare alla storia è davvero di pochi, ma quello che dice lo si può fare a prescindere.. per quella che è la nostra storia breve.

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    1. molto lucido questo commento, gentile Amara.
      Io credo che la poesia si dia in molti modi. non per forza la scrittura viene prima. A meno che non si ami Derrida o privilegiare l'occhio anziché l'orecchio.

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  2. su Derrida, purtroppo, non so.. probabilmente il mio rapporto con la parola, anche quella d'altri, è troppo intimo e preferisco 'ascoltarla' così come io la leggo..
    o forse è la mia scarsa cultura o non viverla a sufficienza negli ambienti giusti..
    ma, ad ogni modo, si parlava di eccessi e sono questi che non gradisco,
    tutto, in modo e misura congrua, può dare molto..
    e con questo non intendo porre limiti alla poesia

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    1. credo sia importante la consapevolezza, se vuoi scrivere. Gli ambienti sono relativi. l'oralità ha a che fare con la bocca, la scrittura con la mano, l'oralità è una forma della continuità, la scrittura della discontinuità.
      Ti consiglio di leggere il bellissimo saggio di Ida Travi "l'aspetto orale della poesia" Moretti & Vitali 2007.

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  3. prendo nota del saggio...:-)

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  4. "... esiste un dovere critico di giudicare la poesia su più livelli, di cui quello performativo può non essere il principale, ma solo una fra i vari"

    cb

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    1. mi sembra un'affermazione di principio su cui è difficile transigere, in effetti!

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  5. La poesia è nata quando si battevano i piedi per terra per dare un ritmo e prima della scrittura: credo che sia ragionevole ritenere importante anche la sua componente orale/recitativa.
    Un autore che, oltre a scrivere, sa anche recitare i suoi versi ha, secondo me, un merito che va pesato nel formulare un giudizio.

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    1. se il testo nasce "scritto" non va pesato con il metro della performatività dell'autore. Se nasce "orale" invece sì. Es: non sappiamo se Dante fosse bravo a rendere con la voce la sua Commedìa, ma non per questo abbiamo dei dubbi sul valore di quell'opera.

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    2. La Commedia di Dante è un'opera certamente di alto valore, ma credo che, recitata, ottenga un surplus. Del resto Boccaccio fu incaricato di leggerla pubblicamente e tutti i giorni nella chiesa di S. Stefano di Badia, persino dietro compenso.

      Certo, poiché la Commedia è scritta con un metro piuttosto costante (endecasillabi, pur non tutti della stessa natura), la sua recitazione è agevolata rispetto a una poesia scritta in versi liberi.
      Però, almeno questo è il mio pensiero, ci sono poesie in versi liberi perfettamente recitabili (mi viene in mente subito "La pioggia nel pineto) e credo che queste poesie abbiano un valore aggiunto rispetto a quelle refrattarie a tale approccio.

      Non voglio però dare l'idea che, nel valutare una poesia, io ponga in primo piano la recitazione: credo semplicemente che sia un aspetto dell'opera che merita il giusto riconoscimento.

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    3. le parole sono (anche) suono, ritmo, immagine. Ognuno di questi aspetti conta. sotto questo profilo hai ragione. La questione potrebbe essere, d'altro canto: il valore aggiunto qualità-voce-recitante va attribuito all'orecchio del fruitore o all'intrinseco del testo? io sono per la prima possibilità. E poi, più profondamente: sono convinto che qualsiasi qualità-voce-recitante sia sempre un'interpretazione del suono originario del testo, che ne porti insomma in seno la traccia ma mai l'originale. Originale già da sempre perduto nelle trame della parola, essa stessa traccia di una pienezza sonora che la vorrebbe solo musica, solo vibrazione.. il problema è complesso.

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    4. Concordo sulla complessità della questione ed è vero che l'orecchio del fruitore non va dimenticato.
      Forse, quando la poesia era spesso recitata e/o accompagnata dalla musica, il pubblico poteva avere strumenti più adeguati per dare un apprezzamento abbastanza limpido alla recitazione, strumenti che credo derivino dall'abitudine dell'orecchio: quanti, oggi, saprebbero recitare fedelmente una lirica, facendo sentire le cesure, dando l'enfasi al momento giusto, cogliere una dialefe piuttosto che una sinalefe ecc. ?
      E quanti saprebbero accorgersi se il recitante sbaglia o meno?
      Secondo me meno persone di una volta, per una questione di "educazione dell'orecchio," se posso usare questa espressione.

      Secondo me sarebbe bello riuscire a recuperare questa dimensione, senza per questo voler togliere nulla al piacere della lettura.

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    5. sì, sono d'accordo sula fatto che, nella lettura, raramente si sentono rispettate le regole metriche. Ciò sarebbe importante soprattutto se leggiamo il verso chiuso, dove il rispetto di quelle regole è fondante. Con il verso libero l'emistichio, per esempio, si perde. E allora conta di più l'interpretazione, che sostituisce del tutto la regola. Anche con il verso chiuso l'interpretazione conta, ma ha meno spazio di libertà.
      L'educazione dell'orecchio è una pecca della scuola italiana. E ciò implica, tra l'altro, una ignoranza in campo musicale e quindi, indirettamente, nella consapevolezza che l'armonia non è un'opinione, bensì deriva da precisi intervalli di suono. E così per il ritmo, che l'orecchio disallenato coglie soltanto quando è scandito a marcetta

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  6. che il testo sia recitabile è una cosa.. che sappia farlo l'autore stesso un'altra..
    non credo che un bravo autore debba essere per forza un bravo attore..

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  7. Quasi tutti i testi sono dicibili. Il "recitabile" è un modo particolare del dicibile, a propria volta articolabile in differenti registri. Io preferisco che io poeta dica il suo testo piuttosto che l'attore reciti il testo di un altro, per la ragione espresse sopra.

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  8. sono molto d'accordo su quanto hai espresso sopra, l'importanza della musicalità, dell'ascolto, e del rispetto della propria metrica quando il verso è chiuso...
    però capita (come a me ieri) che una mia poesia letta da un'altra persona, sia giunta più chiara proprio in forza di un modo diverso di scandire le pause...e poi mi è stato detto che certe poesie sono più adatte a una lettura silenziosa...è tutto molto soggettivo in campo poetico, io tendo a dare una certa cadenza ai testi che forse non dovrei dare ma del resto mi è impossibile mantenere un timbro amorfo.

    al di la di come leggere è importante credo, la sicurezza nella propria voce, io sto acquisendola ora, piano piano...con l'aiuto di persone squisite quali Gianmario Lucini, Fiammetta Giugni, e Ivan Fedeli.

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  9. credo che ogni poesia abbia un massimo di dicibilità orale, che va ricercata comunque. La sicurezza nella voce si deve accompagnare a una poetica della pronuncia. ultimamente, alcuni poeti tendono a neutralizzare l'elemento emotivo della voce, affinché emerga con maggiore chiarezza la materia con cui è fatta la parola (vedi Calandrone)

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  10. ho sentito la Calandrone tempo fa, e non posso che inchinarmi al suo ascolto...da brivido.

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    1. aveva il timbro emotivamente neutro?

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  11. se ti ho risposto da brivido, non credo...

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