venerdì 28 settembre 2007

La magnifica bestia

E' appena uscito La magnifica bestia di Anna Maria Farabbi, per conto della meranese Travenbooks, che ha fatto la coraggiosa scelta di un testo a fronte in tedesco, per i mercati della mitteleuropa. Copertina colorata, che rinvia ad un antro, nel quale, immaginiamo, la magnifica bestia dimora. Un antro-ventre, dai contorni azzurri come l'oceano, o un occhio che custodisce il segreto della propria origine, del mito che l'ha creato. La parola vi sosta, esattamente sul bordo dove s'incontrano il terrestre ed il divino, testimoni essi stessi della nascita della poesia, che Anna Maria, Madre del Principio Costantemente Iniziale, lascia essere per Santa Dispersione Cosmica.
Chi ama il canto di Sainkho Namtchylak sa di che cosa sto parlando.
********
*
Sono presenti in me:
quel bambino cieco, privo di braccia a causa della guerra, che sta leggen­do con le labbra, fotografato da David Seymour (Roma 1948), e Jean Dominique Bauby che, non volendo arrendersi alla malattia, scriveva con le palpebre. Uno mi in/segna a leggere e l'altro a scrivere. Entrambi, con­temporaneamente: la preziosità del ricevere e l'estenuante pratica di ogni relazione, la profondità del sentire e la parsimonia, la cerimonia, del se­gno.


*


L'invisibile multiforme uccellina
affonda nel mio petto
con leggerezza precisa e sibilante.

Non so chi sia da dove
la figura dell'arco......Sento

muoio e mi moltiplico.

*

Porto con me la bestia e la foresta intera
battendo la mia pelle di tamburo.

Il dolore è basso. Cammina
dentro le piante dei piedi.
Mi bruca la pancia.

Ma nell'ombelico profondo
mia madre canta.


*

C'è un'alba in cui l'uccellina maestra ha dolore
e sceglie di tacere.
Di lavorarsi dentro il becco.
Nell'intensità del sole non dice: risponde
con l'intensità zitta nel becco.

Come si sta soli né mani né piedi.
Come si sente la storia biologica
del proprio corpo....offrendosi al sorgere. Orientandosi.
L'osso della fronte es/posto all'alba
e la polpa alle radici.

Il dolore non può fare altro
e non guarisce con la poesia.
E la poesia non sta nell'osso ma nella polpa.

Chi sta zitto per immersione e per forza
si trasforma. Coltiva umilmente il proprio orto.
Impara a divenire nel battito. Ad abitare la cellula
del suo sangue la trasparenza del fiato:

nel passaggio che è paesaggio
tra l'inspirazione e l'espirazione.



*

Comunque sia....ovunque
è in terra con me: presente:
il fatto è questo.
Vicina o lontana non conta.

Io non sono figlia del dio del lutto.....ma della madre.
Non creo per compensare. Non canto separazione o esilio
ma l'appartenenza profonda

la gioia tessendo il baratto.


*

Il m'io poema esce.
S'in/china. S'interra profondamente diventando terra:
vocali consonanti rosso cardiaco
fiato bacio e bestia.

giovedì 27 settembre 2007

Censura birmana


Sito oscurato di un blogger afghano: me-jade

Brevi notizie sulla rivolta del 1988


Pagina aggiornata sugli eventi birmani

lunedì 24 settembre 2007

il Caos di Pepe

Nel recentissimo L'ordine bisbetico del caos (LietoColle) di Gabriele Pepe, annoto: "Se da un verso il proposito che guida L’ordine bisbetico del caos sta nel convertire «l’organico scottante alla sua brace», dall’altro, il processo alchemico qui sotteso pare governato da un mago debordiano, tutto teso a salmodiare l’introspezione, spettacolarizzandola con «sonagli luminosi, sussurri ottici, radiosi strepitii». Approfondendo la linea tragica di Parking Luna (ARPANet 2002) e Di corpi franti e scampoli d’amore (LietoColle 2004), ma con maggiore attenzione all’effetto complessivo, quest’ultimo libro fa seriamente i conti con lo sfacelo contemporaneo, effetto, ci dice, di una progressiva secolarizzazione che ha sradicato i moderni dall’insegnamento primo degli antichi: quello che riconosce all’uomo una natura essenzialmente mortale. La Madre arcaica che ci deve guidare in questa rieducazione alla caducità, in quest’esercizio di umile riconoscimento, è Lucy, l’australopitecus Afarensis, che diventa, in Pepe, la «madonna delle ossa», la «genitrice oscura», l’«esigua patriarca della specie / di pelle e muscoli scimmieschi», cui egli si rivolge affinché c’insegni «dalla cattedra selvaggia» appunto «l’onere inconoscibile del transito»."
Scrive Luigi Metropoli, nella postfazione, che in questo libro troviamo "un moto vertiginosamente discensionale, uno scivolamento verso il basso e il corporeo ad accompagnare la regressione quasi archeologica alle origini dell'uomo e del cosmo, condito da un'esibizione dell'organico e del disfacimento. Con questa mossa Pepe mette in scacco ogni compromesso sentimentale ed elegiaco (senza risparmiare afflati spirituali), privilegiando lo sberleffo, l'ironia che guarda a Pulci e a Rabelais. Nello stesso tempo s'insinua nelle pieghe del mondo (siamo di fronte, a volte, a dei veri e propri bivacchi nei pressi dello Stige), denunciandone tutta la devastazione e il degrado. Da qui si erge anche un monito etico, che tende a sottolineare l'essere transeunte che è l'uomo («sul filo arnniotico dell'arroganza/ che il fine rende vana la carcassa»). Tuttavia i suoi versi conservano una inaspettata cantabilità, senza che vi sia contraddizione. L'alto controllo ritmico sottende una grande partitura musicale, per voce non solista: la variabilità insistita degli accenti, la tensione metrica (fino a contemplare misure quantitative e barbare) si prestano ad una esecuzione polifonica ad alto tasso di sperimentazione. Si tratta, pertanto, di poesia spiccatamente votata alla performance, in ragione di un surplus sonoro che cerca corpo nella corde vocali di un interprete."
Lucy
1.

Vigilia in luce etiopica
adorna mondi per commedia d’uomini
ricurvi su un proscenio informe della vita:
reincarnando tracce stazioni erette
........reami a dislocare
................che genitrice oscura,
madre irsuta dal cuore indecifrabile
caduta tra le melme o forse un lago
in un cielo risorta all’improvviso
........di acustici diamanti
..................allucinati voli
bizzarri idiomi e ciglia a spennellare,
tornando adombra un grembo di sequenza
ad archiviarci in ossa e cranio calibrato
.......ornati per frammenti
canini i denti ed altre connivenze


5.

Se inferno o paradiso era l’istante
...........l’organico scorrente
l’instabile confine tra le foglie
oh esigua matriàrca della specie,
di pelle e muscoli scimmieschi
tracimata sull’incrocio progredito
delle tibie dei femori smaltati
sulle quattro patelle d’ossa in oro
e argento, sul granello dell’altare
...........vessillo della polvere
che dentro questo vento di tumori
...........questo teschio roboante
obliquo sventola,
conforta di grazia l’eretto
..........elettrico cosciente
assiso sotto l’albero di luce
comprese le falene ed altre provvidenze


6.

Che sia groviglio fitto di radici
...........o ramo che biforca all’infinito
che sia linfa o latte del tuo seno
...........corteccia fiore o frutto maturato
fogliame di giaciglio
...........albero del nostro bene
ovvero l’albero del nostro male
...........invero resina
ambra che ingemma i tuoi pensieri arcaici
...........residua dottoressa del pliocene
insegna dalla cattedra selvaggia
a questi corpi tossici
..........a questi lombi passeggeri
a questi spazi inconsistenti
l’onere inconsolabile del transito
che ad ogni passo l’alluce si piega
..........dal mondo ci solleva
...................per ricondurci a terra
compresi i troni e nuove tracotanze


In corso di espiazione

3.

Sopravvivono brandelli faville d’ombra
sgranati fotogrammi esposti al cielo pigro
sul mucchio abraso delle rètine sdrucite
scarnografie catodiche d’avanzi umani
residuali lampi d’apparenza che sul ciglio
di strade ambite vagano: scintille d’ossa
bagliori della morte scheletriti sguardi
dell’umor vitreo tra le precarie viste

di un occhio che di lacrime straripa a gloria
d’intrepide rivolte e crude repressioni
che gravido d’amore porfido non duole
scagliato col cervello e cuore scintillante:
sogno sbranato da fameliche illusioni
cometa lacerata a coda transitoria
passaggio mistico che ancora stilla sangue
e di reliquia sboccia: miraggio d’altro fiore

tra le scabrose aiuole al centro dei deserti
polline che incendia polveri d’un rito
eroso dalla furia del suo stesso oltraggio
cadente simulacro di un pensiero a corte
vermiglia cenere dei fuochi del giardino
luce smarrita nell’intrico dei cipressi
che il sol dell’avvenire imploso all’orizzonte
di schianto illumina la neve nel crepaccio

Il taglio della scienza

Genesi

Caos che nasce dalle fondamenta
vacilla sfrigola e concreto cristallizza
sintetizzando in scopi ignoti un universo
esposto e risoluto che nel guscio
dell’alte forze e delle discipline tribola

Accado nel sottrarmi o sottostare
a quel congegno lucivago dell’erranza
incanto della fisica compiuta
radice quadra della legge e del disordine
acqua della placenta accelerata
che il nulla mal s’accosta
al pieno che sprigiono

e sono tenebra che luce inchioda
all’esistenza
e sono il raggio che s’espande
e la dissipazione in sé trasporta

lucerna dello spirito
e della stella rosa
morte impietosa che si fa dimora

sabato 22 settembre 2007

Paralipomeni della Spera

Grazie alla gentile collaborazione di Antonella Pizzo, che mi ha inviato un paio di poesie di Raffaella Spera contenute in Poesie d’amore: l’assenza, il desiderio: le più importanti poetesse italiane contemporanee presentate da trentasei critici (a cura di Francesca Pansa e Marianna Bucchich, Roma, Newton Compton, 1984), volume acquistato per un euro al supermercato, possiamo approfondire la conoscenza della poetessa in questione.
Scrive fra l'altro Giuliano Soria nella presentazione: "Il ritmo, soprattutto, è l'elemento che definisce la poesia di R. Spera. L'esperimento forse più avanguardistico dell'autrice forse sta nel volume Il vantaggio del tratto: tutto in un gioco di metafore, con ricorsi ad anglismi (che ritornano in tutte le sue poesie); una scrittura continua-automatica, quasi spasmodica, frutto di un delirio di pensiero. Questa dimensione di delirio e di psichismo ci immette nell'altra costante della Spera: la ricerca, la mancanza. Questa si realizza a volte nel ricordo di un amore che è vissuto come lacerazione; a questo spirito sono intonate gran parte delle poesie de Il doppio misto. Sono frammenti di ricordi ambientati in luoghi lontani geograficamente: Londra, New York, Gedda, Amman, Praga ecc. Amori sfioriti o fugaci, ricchi molto spesso di erotismo (tema prediletto delle Spera). Dietro le quinte [...] la sensazione di una mancanza, di una ricerca psichica, di un lasciarsi andare. "
Verticale
mi esilia il vento, mi ringhia tra le dita
e fugge, a spezzate cadenze
Vieni, da un luogo certo,
in un lampo, in un "a solo"
illusorio finale, a chiarimento,
ti aspetto, mi pesa il tuo sorriso
lisa chiaroveggenza, candida,
a cedere, a redimere,
nell'arco reclinato: sono deperite
le magnolie, a stento mi sottraggo;
l'appartenenza del mio volto adonti
in conto del tuo disuso seme
temo l'estasi, le tenebre, il sopore
in questo segno, tempo verticale
e rimiro, spoglia il mio delirio
e fiori, e spine, e soffio, e piego,
e piago memorie,
dove spavento lambe, nell'intesa
e tardo,
e lento,




*

ora che il corpo codifica il riflesso
tutta la solitudine si arrende
luci dense
................................."rovesciami, Jean Paul
....................................stringimi ai fianchi"
ovvero
il minimo (non c'è) ho calcolato
nemmeno lo steccato in ondato
......................................................."è mio"
......................................................."è mio"
.......................................per ogni oscillazione
oh ti masturbi con preciso segnale
non male il fotogramma che registra
il mio flusso (mentre alzo le gonne)

ora che l'alba ripiega sul mondo
appena dietro i fili: la collina
il riflesso è indomito leggiadro
dov'è azzerato il cielo di mirtilli

la memoria è ferma in questo esilio
in questo crocicchio rapido di eventi
una voce canta su fogli quadrati
I giorni sono lunghi.
I giorni sono inutili.

però trattenere le sere
è un gioco forte
........................."sai gli manca il linguaggio"
........................."gli manca il dolo; solo rimane..."
il tempo (spazio-causa) è nella rete
forse un profilo di mani levate
....................................................di fiato
...................................................mai un labbro
al margine rimango, affranta
sorrido, scelgo l'attesa, la presenza segnata
a decantati tempi, all'impazienza,

mercoledì 19 settembre 2007

Raffaella Spera

Una poetessa di cui vorrei leggere altre poesie, se soltanto fossero reperibili, e della quale non so quasi nulla, è Raffaella Spera. Praticamente rimossa dalle patrie lettere, ne ho trovato traccia in un'antologia curata da M. Lunetta nel 1981, che scrive: "Una poesia [la sua] il cui punto nodale è il «soggetto» che certe volte vive rigidamente staccato dall'oggetto, divenendo l'unico polo attivo, altre volte va incontro a decentramenti e dislocazioni molto «casuali», di lucidità o di emotività distruttiva o di leggerezza perfino «frivola». Il vissuto è afferrato a brandelli, a frammenti irricomponibili, con febbrile nevrosi. L'angoscia tenta di irridersi: donde un linguaggio saltellante, che spesso si fissa in ossessive elencazioni: tentate quasi come una possibile fuga, una via d'uscita (impossibile), un esorcismo un po' maniacale..."



1.

Come potrei................. dolcemente astratta
dal finestrino del treno capire mimati bambini
..........pronti a carpire
così pazienti così impauriti..... vengono a cercarmi
con calore di cagna... (che inutile collage!)
me futile vanesia snidata sniffata datata
mi risalgo lentamente
............attentamente.......... cupamuta
sul ponte di Angkor ...Vat.. intrappolata
tra le scaglie di drago / maschere spezzate / alberi furiosi
/ strabici templi / la dea millemanimillecuori... mi
rutta in faccia contumelie / serpenti dalle code di pietra /
le lingue si alzano respirano nascosto /
............................................POICHÉ
qui l'amore è libero
né reggiseni né giarrettiere
.................................(donne scaltre come l'ultima
..........................................Thulin)
uggiosamente spalancate, poppe al vento
senza alcuna pretesa di narrazione-statistica-critica
schivano tutte le...
..................................e tu?
in una solida norma di deliri falliti
gli occhi sigillati (fili delle ciglia nelle orecchie)
(dita arrampicate ai peli della dea)
(sbiancato) (pseudovermizzato)
imbambolato con la faccina di topo
............................................................tu..-


2.

...deserto senza un pugno di erba
materie... prigionie... croste
inutilidisinquietanti ...........(allucinanti) spessori
rumori in una stanza
fasciata di stracci e di sughero
..................il giardino è un fascio di ortiche
rimbalzano piume
schizzano insetti
le serrature sempre più piccole
la sabbia gonfia come cenere:
in questa muta dirczione di ombre/dove
non diventa buio / la duna non riempie Ie braccia
.............................................................je suis malade
.............................................................je vais mourir
fuori del cancello astronomie segnate a carbone
.....in uno schermo ........................................gigante
.......................................................................beffarda
...............................................................incontenibile
........................................................................violenta
con futuro fibrillare
insidiosamente squarcia le gomme
scardina il pipe line
cancella le piste
sventra cammelli assetati
lacera veli neri
.........................ahimè! mancanza assoluta di pietas!
nonostante tutto...
la storia è lunga....... più lunga.... ...grido:
incomprensibile per me e per voi...
«me ne frego — rispondi impassibile — un amico giusto
è il solo privilegio».


Nata a Potenza, Raffaella Spera ha compiuto i suoi studi di Storia e Filosofia a Napoli, dove si è laureata. Dopo una lunga esperienza in Medio Oriente e in Africa, dove per vari anni ha insegnato Lettere nelle scuole italiane all’estero, vive e lavora a Roma. Ha collaborato con la RAI-TV con poesie, servizi e testi radiofonici, ed a numerose riviste. Ha diretto con Mario Lunetta e Dario Puccini una collana di poesia italiana per la casa Ed. Carte Segrete ed ha, per molti anni, curato cicli di incontri fra letterati e pittori.

domenica 16 settembre 2007

Viadellebelledonne


Segnalo, a chi ancora non lo conoscesse, il blog viadellebelledonne. Antonella Pizzo ha messo in youtube una mia poesia tratta da La distanza immedicata.

Molto gradito il dono e il risultato.

venerdì 14 settembre 2007

Saba e i contemporanei


Qualche mese fa, Luigi Nacci mi ha proposto un questionario sull'importanza di Umberto Saba nella poesia italiana contemporanea. Ecco le risposte.



1) Ritieni che Umberto Saba possa essere considerato uno dei poeti maggiori del Novecento italiano? Che tu risponda sì o no: per quali ragioni?

Il Novecento è un secolo dove la poesia italiana ha stilisticamente allentato i ponti con una tradizione plurisecolare, montando sulle spalle di Leopardi e di Pascoli. Credo che sia stato però Montale a creare il verso emblematicamente novecentesco. Saba, dal canto suo, diventa italiano dopo la prima guerra mondiale, quando cioè ha già scritto molte poesie di valore, composte confrontandosi con la cultura mitteleuropea e con una lingua (l'italiano scritto) che a Trieste faceva ancora i conti con l'Ottocento sentimentale, come egli stesso ricorda in Storia e cronistoria del Canzoniere. Di fatto, tuttavia, egli è poeta italiano novecentesco sia per l'accentuato autobiografismo e sia per l'ambizione a diventare un classico ossia di liberarsi dal peso dello sperimentalismo romantico. La sua influenza sugli autori delle successive generazioni (in particolare, come ci ricorda Mengaldo nella sua celebre antologia, Bertolucci, Penna, Caproni e Sereni), ne fanno inevitabilmente "uno dei poeti maggiori del Novecento italiano".


2) Che cosa hai letto di suo?

Non ho letto Ernesto perché, quando ne ebbi l'occasione, stavo cercando emozioni differenti ed ora, purtroppo, ho poco tempo rispetto a quanto mi rimane da leggere d'altri importanti autori.


3) Hai deciso di leggerlo per caso, curiosità, perché ti è stato imposto a scuola o all’Università, dietro consiglio di altri, o per qualche altro motivo?

Ho preparato un esame su Saba quando studiavo Filosofia a Padova, con Polato. Era l'85. Già allora leggevo con entusiasmo i Novissimi, per cui, dapprincipio, fui un po' titubante. Ma poi, Leopardi, Nietzsche, la psicoanalisi, la nevrosi del poeta, mi hanno convinto a leggerlo seriamente. Non me ne sono pentito.


4) Quali sono, secondo te, i punti forza e le debolezze della sua opera?

I punti di forza stanno, appunto, nell'aver coniugato il fanciullino pascoliano con il piccolo Berto, ossia innocenza e inquietudine, consegnando alla misura metrica e alla scansione ritmica il compito di preservare quell'armonia che la storia ha dilaniato. Un altro aspetto rilevante è la struttura del Canzoniere, continuamente rimessa in gioco, a formare un'autobiografia letteraria assai moderna e ancora più rigorosa di quella petrarchesca. E ancora: in Saba gli oggetti concreti definiscono lo spazio dell'umano, danno tono alla "calda vita", smettendo di essere, per un attimo, prodotti del capitalismo incipiente. I punti deboli stanno sia nelle diseguaglianze formali, in quelle licenze poetiche con troppa disinvoltura acquisite, e sia, talvolta, in un eccesso melodrammatico, che si sente anche nella dizione (tono che non mancava nemmeno a Montale, del resto).



5) Quale verso e/o lirica ritieni particolarmente significativo/a?

Amo particolarmente le sezioni Trieste e una donna e La serena disperazione: lì ci trovo un uomo che fa i conti con l'origine (seriamente eppure con leggerezza tipicamente sabiana), mettendola in scena nei conflitti antico-nuovo, infanzia-giovinezza, libertà-autorità, noia-impegno, piacere-dovere. Conflitti che si ritrovano, nel corso dei decenni e senza soluzione di continuità, nel suo rapporto con Lina, sorta di Giocasta cui donare versi infantili come A mia moglie, ma anche figura mediterranea dal "piccolo / bianco puntuto orecchio demoniaco" come scrive in Donna, una poesia dei primissimi anni Trenta, fino a diventare una "povera, / vecchia e stanca gallina" alla fine degli anni Quaranta.


6) Cosa pensi della sua produzione in prosa? Ritieni abbia una rilevanza perlomeno pari a quella in versi? Che tu risponda sì o no: per quali ragioni?

Direi che Scorciatoie e raccontini siano un gioiello della modernità già dalla «grafia». l'incipit testimonia infatti la lacerante officina dalla quale il libro è nato: le Scorciatoie, scrive, «sono piene di parentesi, di "fra lineette", di "fra virgolette", di parole sottolineate nel manoscritto e che devono essere stampate in corsivo, di parole in maiuscolo, di "tre puntini", di segni esclamativi e di domanda». E aggiunge: «Che il proto prima, e il lettore poi, mi perdonino. Non so più dire senza abbreviare; e non potevo abbreviare altrimenti». Molto interessanti anche i saggi, in particolare il famosissimo Quello che resta da fare ai poeti, specie dove afferma che l’originalità di un poeta si deve piegare all’approfondimento di se stesso, alla conoscenza delle proprie radici, e Poesia, filosofia e psicoanalisi, laddove egli ribadisce l’importanza, per un poeta, dell’esperienza diretta.


7) C’è, secondo te, un aspetto della sua opera che non è ancora stato messo ben in luce dalla critica?

Credo che possa rispondere solo il critico allorché interroghi "onestamente" il poeta. Il mestiere del critico, infatti, è assolutamente creativo (già lo diceva Benjamin) e dunque capace di scartare il prevedibile e il già detto per il temporaneamente impensato. A me piacerebbe che fosse indagato ulteriormente il suo rapporto con l'ebraismo, ricercandone gli agganci nell'opera.


8) La lettura delle sue opere ha inciso nella tua formazione letteraria? Se sì, in quali zone della tua poetica e della tua scrittura credi che ciò sia ravvisabile?

Mi pare che l'influenza sabiana sia quasi esclusivamente di tipo culturale: Freud e Nietzsche, gli autori insomma che rendono originale la prima metà del Novecento e che tutti, in qualche modo, tengono in considerazione. Niente di specifico, dunque, anche se la sua poesia mi emoziona sempre rileggendola.


9) Chi è oggi in Italia, secondo te, il poeta che ha raccolto il suo magistero, e perché?

Stilisticamente, ritrovo Saba in Claudio Damiani di Fraturno, in Beppe Salvia di Cuore, in Gabriella Sica di Poesie familiari, in Eugenio De Signoribus, in particolare ne La ronda dei conversi e in Enrico Testa di In controtempo. Se poi teniamo conto della lettura caproniana di Saba l'elenco si allarga, talvolta naufragando in una prosa senza scansione ritmica e tensione fonetica. Per quanto riguarda i temi (la donna - madre, moglie, balia, figlia – la città, il nido, la poesia come approfondimento di sé, la relazione erotica, ma non panica, con la natura), direi che, per un motivo o per l'altro, gli dobbiamo tutti qualcosa.


10) Saba è ancora attuale, nel 2007?

Vedi la risposta n. 7: spetta alla critica mettere in luce le "ucronie" in grado di vivificare la lingua e l'esperienza presenti. Personalmente, credo che l'insieme delle informazioni a cui abbiamo accesso siano tutte attuali, ossia capaci di mettere in atto l'energia potenziale dell'agire pratico e poietico, da Gilgamesh al web.

martedì 11 settembre 2007

Caro Stefano, come va?


Invito tutti a leggere l'e-mail di Alessandro Broggi relativa a La distanza immedicata, linkando soprattutto i riferimenti ai suoi scritti, assai interessanti.

domenica 9 settembre 2007

Amici blogger al Montano


sabato 13 ottobre ci sarà, a Verona, la premiazione del "Montano"


i poeti che leggeranno saranno i seguenti

(colorati gli amici che passano per questo blog)




Lucianna Argentino, Alessandro Assiri, Dino Azzalin, Armando Bertollo, Giorgio Bona, Maria Grazia Calandrone, Luigi Cannillo, Allì Caracciolo, Viviane Ciampi, Tiziana Colusso, Silvia Comoglio, Erminia Daeder, Tino Di Cicco, Edgardo Donelli, Anna Maria Ferramosca, Angelo Ferrante, Mauro Ferrari, Aldo Ferraris, Michele Fogliazza, Lucetta Frisa, Adelio Fusé, Mauro Germani, Alessandro Ghignoli, Ermanno Guantini, Stefano Guglielmin, Giovanni Infelìse, Maria Lanciotti, Alfonso Malinconico, Francesco Marotta, Sandro Montalto, Massimo Orgiazzi, Gabriele Pepe, Alexandra Petrova, Luisa Pianzola, Nicola Ponzio, Claudia Pozzana, Gaby Ramsperger, Jacopo Ricciardi, Stefania Roncari, Giacomo Rossi Precerutti, Luca Sala, Massimo Sannelli, Luigi Solimine, Pietro Spataro, Elio Talon, Giorgio Terrone, Iole Toini, Guido Turco, Giovanni Turra.

venerdì 7 settembre 2007

Bianca Dorato

Segnalo l'uscita sul numero di settembre di "Poesia" della mia recensione a Bianca Dorato, Signaj (Interlinea 2006). Ne riporto l'incipit.


Quanto mai ricco di echi verbo-sonori, frutto della mistura del franco-piemontese con la lingua materna di Bardassano e il ruvido delle valli di Susa, Po e Varaita, questo libro di Bianca Dorato (Torino 1933-2007) racconta l’esperienza del passare, del raccogliersi finale di ciascuna vita nell’ignoto, e lo stupore che questo cammino porta con sé. Similmente ad Antonia Pozzi, l’ebbrezza dello sconfinamento, proprio di chi cerca un altrove abitabile, lotta con l’amarezza del sogno irrealizzato, ossia con un presente al quale il buio ed il gelo umiliano sempre più le passioni, piegandole alla notte, all’inverno perpetuo, alla morte. E, come la Pozzi, anche la Dorato legge tutto questo nel poliedrico emblema della montagna, luogo del sacro e dell’improvviso guizzo di sole, del rivo che scintilla, ma anche cuore di tenebra, dimora dell’ombra e di ogni più remota lontananza: “stërma për tùit ël moment / che ’l ghërmì ’d top as fa sleva. / Ancò për mi la s-ciandor / ’d na rajà neuva sle ròche, / për mi ’n cit bërluse d’eva / sot la giassa tocà ’d sol” (per tutti è nascosto il momento / che il grumo di tenebra si scioglie. / Ancora per me, è lo splendore / di un raggio nuovo sopra le rocce / per me, un piccolo sfavillare d’acqua / sotto il ghiaccio toccato dal sole). [...]


Neuit

Da la tos-cia dl'ambrun-a
ora a monta '1 singial
e la teppa as arversa
sot la slòira nuitera.

A l'ès-cianch dla rumà
as dreub muta la tèra,
camp laurà per èl top
sensa lerma ni bram.

Un ciusion, pen-a, '1 vent
a leve odor ed mota
sle ferie doleurie.
Àute a scoro féstèile.

Notte - Dal bosco fitto dell'imbrunire / ora sale il cinghiale / e si rovescia la stoppia / sotto l'aratro notturno. // Dove la zanna lace­ra / si apre muta la terra, / campo arato per la tenebra / senza la­crima né grido. // Un sussurro, appena, il vento / a sollevare odo­re di zolla / sulle ferite dolorose. / Alte scorrono le stelle.



Signaj

A l'ha 'd signaj l'invern
- erba d'or angrumlìa
drinta '1 cristal dia glassa,
o vos sombra 'd crovass
sola per tut èl cel:
póer ed fiòca an ven
dzora, e a la possa '1 vent.

O 'nt l'anima na mal
èspersa che as arvìa:
an costa lus d'ambrun-a
pogne 'd feria stèrmà.

E '1 bèich a cor amont:
già 'nt l'èscur dia tormenta
l'alpagi e 1 pastural,
nìvola e recherà ansema
ant èl turbi] mès-cià.

Pi anans, i 'ndroma pa.
Pi nen per noi, de st'ann,
Belavarda zolìa:
da l'Arch e da l'Isère
a-i riva la fìocada.

Segnali - Ha dei segnali l'inverno / - erba d'oro raggrumata / den­tro il cristallo del ghiaccio, / o cupa voce di corvo / solitària per tutto il cielo: / pulviscolo di neve ci viene / sopra, e lo sospinge il vento. // O dentro l'anima un dolore / struggente che si ridesta: / in__ questa luce di crepuscolo / pungere di ferita nascosta. // E lo sgua'r-do corre lassù: / già nell'oscurità della tormenta / sono l'alpeggio ed il pascolo, / nuvole e rupi insieme / mescolati nel turbine. // Più ol­tre, non andremo. / Non più per noi, di quest'anno, / l'amabile Bel-lagarda: / dall'Are e dall'Isère / giunge la nevicata.



Còl

Nen àutr che pòca fiòca
mugià sei còl - e tut
a l'anviron mi i diso
le becche e le valade
minca 'n nòm coma spluva
che 'nt l'anima as anvisca,
minca 'n nòm a ciamé
vers rochere daleugne
e vos e bèich ansema
'nt èl pi daleugn sfrandà

E mach silensi e azur
belessì 'nté ch'i ston
sbalucà 'nt la s-ciandor
e ij brin d'erba che '1 vent
a vest ed giassa e 'd lus.

Colle - Null'altro che poca neve / ammucchiata sul colle - e tutto / all'intorno io dico / le vette e le vallate / ogni nome come scintilla / che nell'anima si accende / ogni nome ad invocare / verso rupi lon­tane / e voce e sguardo insieme / nel più lontano lanciati // E solo silenzio e azzurro / qui dove io sto / abbagliata nello splendore / e gli steli d'erba che il vento / veste di ghiaccio e di luce.



Carema

Dzora ij topion
ij bòt ed la passa
dasiant a van
de dlà dij bòsch a monto
'nté ch'a-i è erba e fiòca

Ciuto i marcioma
a l'è 'n pior che an compagna
- o bin, la neuva
ed na gòj che as cumpiss
ed na mira vagnà

A l'è per noi,
èdcò, sa vos ed cièca
sclinta as espantia
tant pi amont che nòst pass
as fa lus che a tèrmola


Carema — Sopra i vigneti a pergolato / i rintocchi della sepoltura / vanno lenti / salgono al di là dei boschi / dove c'è erba e neve // Camminiamo in silenzio / è un pianto che ci accompagna / o piut­tosto, la notizia / di una gioia che ha compimento / di una meta rag­giunta // È per noi, / anche, questa voce di campana / limpida si diffonde / tanto più in alto del nostro andare / si fa luce che trema.



I son sarà

I son sarà
ant la stansia solenga
e '1 bèich del cheur
a va lontan - amont
a-i è 'd leuve antèrdìe

Tan strach me pass
per esperé 'd vagneje
da tan ampess
la fatiga a lo crasa
a lo ferma '1 dolor

Tan spersa i viso
là 'nté la susta am tira
i-j sai, antlora,
le raie bele, longhe
sle còste dia montagna

I sento alvesse
drinta 'd mi na paròla
- o a l'è na vos
che da là dnans am ciama
che a mia susta as anlìa

Mi i son là amont
tra pere e erba i marcio
urosa i scoto
- le mistà freme 'd pera
a son spìrit, e a canto

Sono chiusa - Sono chiusa / nella stanza solitària / e lo sguardo del cuore / va lontano - in alto / vi sono luoghi proibiti // Tanto stan­co è il mio passo / per sperare di raggiungerli / da tanto tempo / la fatica lo opprime / il dolore lo ferma // Così bramosa io guardo / là dove il desiderio mi attira / le so, allora, / le "raie" belle, lunghe / sulle pendici del monte // Sento levarsi / dentro di me una parola / oppure è una voce / che di là di fronte mi chiama / che al mio desi­derio si lega // Io sono lassù / tra pietre ed erba cammino / felice ascolto / - le immote figure di pietra / sono spirito, e cantano



Nata a Torino nel 1933, Bianca Dorato aveva interrotto gli studi classici per motivi di salute. Da allora ha sempre lavorato come contabile in un'azienda piemontese, coltivando parallelamente la poesia. In volume ha pubblicato le raccolte di versi «Tzanteleina. Canzone di luce, d’aria e di sorridere d’acqua» (Centro Studi Piemontesi, 1984), «Passaggio (Boetti editori, 1990), «Sentieri di luce» (Edizioni El Peilo, 1990), «Neve e oro» (Edizioni El Peilo, 1998), «Sentiero di valico» (La Sloira, 2003). Ha al suo attivo anche opere teatrali: «Due giorni a luglio» (1989), «Il cervo» (1997), «I nibbi» (1999); «La notte del vento» (2001). Una scelta di suoi versi uscì nella «Storia della letteratura piemontese» (sezione «Nuova voce femminile») di Camillo Brero, pubblicata dall’Editrice Piemonte in Bancarella, 1983. Di recente il poeta Franco Loi ha incluso Bianca Dorato nell’antologia pubblicata a sua cura, «Nuovi poeti italiani», da Einaudi nel 2004.

qui trovate la sua foto.

martedì 4 settembre 2007

La parola infetta


Il n. 4 di Trickster, rivista del master in studi interculturali (dipartimento di italianistica dell'Università di Padova) ospita la mia recensione a La parola infetta (Nuova Editrice Magenta) di Giampiero Marano. La lettura ripercorre l'interessante saggio del giovane critico italiano, soffermandosi sui pregi, ma anche su alcuni punti problematici, in particolare quelli riguardanti il concetto di "intramontabile" e il ruolo della poesia nella contemporaneità.



Ricordo poi che è uscito il nuovo numero di Poesia & Blog dove presento i blog di FaraEditore e di LietoColle.


Buona lettura

sabato 1 settembre 2007

Sergio La Chiusa

Sergio La Chiusa, nato a Cerda (PA) ma vive a Milano, è un nome noto in rete e meritatamente, non fosse altro perché Biagio Cepollaro gli ha prefatto I sepolti (Lietocolle 2005) e pubblicato in e-book Il superfluo. 1999-2003. Presento qui alcuni testi usciti nell'antologia La coda della galassia (FaraEditore 2005) e contenuti nelle ultime due sezioni dell'e-book.
Scrive Cepollaro nella postfazione al libriccino Lietcolle: "La poesia di Sergio La Chiusa si muove con cadenze narrative, anche quando il respiro del verso si contrae. Si tratta di una narrazione che esplora l’immagine, anche quella già data e glorificata, l’interroga ancora una volta per restituirne il senso, per riattualizzarlo". In effetti, mi pare sia il punto di vista straniato la leva sulla quale egli decostruisce le certezze del mondo civile, seguendo il modello dei viaggiatori Gulliver e Micromega: tutti personaggi illuministi, tutti dunque mossi dal tentativo, nobilissimo, di mettere armonicamente insieme morale e ragione. Ora ci dice tuttavia l'autore, viviamo "al capolinea della storia" e lo spazio per il selvatico, tanto caro al Settecento, è scomparso. Anche "il senso sembra / rappreso" e le future sorti progressive le abbiamo dietro le spalle, sepolte. L'unica certezza è di vivere in stato di guerra permanente, nell'atemporalità di un conflitto che non porta in nessun luogo, se non nella resistenza che ad esso possono fare l'impegno civile e la scrittura, quella scrittura che non si lecca le piaghe, bensì rilegge lucidamente il dato, l'evento.


Se sapessimo che siamo solo
lillipuziani in una città-giocattolo
da diversa prospettiva per una volta
istruiti dal volo vedremmo dall'oblò
come da un eden privilegiato la pianura
regolata dai nani e l'altrove allontanato
che si gonfia a dismisura che minaccia
di franare; dal crinale l'occhio sa
che sono in pericolo i nostri mondi
progettati con la riga e la matita
i confini fittizi cederanno
a una nuova civiltà d'erbacce e di ramarri



I

è sempre un riscrivere confini sconfinare occupare
e circoscrivere: anche le nostre saghe di famiglia
sono cicli di fughe e d'invasioni generazioni d'emigranti
che s'espandono a confondere le carte ridisegnare le cartine


II

ora, al capolinea della storia, tutto il senso sembra
rappreso in venti metri quadri da spartire, in una lotta
estenuante di domini: il nostro campo di guerra
è un riparo di muri un'esegesi eterna di leggi e di confini


III

nascono nelle nostre case guerriglie rappresaglie:
il male, che sguscia come biscia dalle griglie
dei tombini dagli spiragli delle porte si trascina
nei cantieri nelle catene di montaggio nei campi di sterminio



VI

non conosciamo i confini che andiamo intagliando
nella carne le mancanze che annodano corde e poi recidono:
potessimo staccarci da questo corpo forse ci vedremmo
come mappa frammentata, tagliata da cicatrici senza scampo



VII

qui non si vedono i caduti ma si sollevano con la polvere
per le pulizie di primavera: c'è una censura
che li cancella, come i sepolti di falluja i corpi
non mostrati che si agitano immedicati tra i detriti



IX

il male, che ridisegna le mappe del mondo
ha messo radici in questa casa alligna nelle piastrelle
negli specchi che ci svelano intrappolati i segni
del ragno nel contorno degli occhi a tessere l'assedio



X

cadono come granate inesplose le parole come mine
o schegge depositate sui tappeti: cammina lieve
sul margine dello scoppio sgrava il passo
dalle antiche alleanze dalle scaramucce di frontiera