martedì 29 aprile 2008

Vicino alle nubi


Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto 2008) è curata da due autori (Enrico Cerquiglini e Luca Ariano) che hanno le idee chiare riguardo alla situazione catastrofica del pianeta. Si può dissentire sul fatto che oramai non possa salvarci "nessuno" e che la campagna italiana sia destinata all'annullamento totale (pp.10-11), ma non certo sulla serietà della preoccupazione, sul valore etico di una decisione: quella appunto di scendere in campo e organizzare un esercito di poeti disposti a sostenere la causa, di esserne i testimonials. Il vero oggetto del discorso è infatti racchiuso nei 5 saggi che corredano l'antologia, e mira a dimostrare come sia necessario ripensare l'organizzazione delle risorse e dei rifiuti, sotto la formula "Rifiuti Zero": "Se qualcosa non può essere utilizzato, riciclato o compostato" non va prodotto. Punto.

Qualche riga, forse, poteva essere tolta; in particolare penso al lungo saggio di Leonardo Mancino, che vuole parlare di tutto (poesia, filosofia, politica, linguistica, ecologia), rischiando di distrarre l'attenzione del lettore dall'oggetto primario: l'ambiente, appunto.


qui, nel sito di Enrico Cerquiglini, trovate i poeti che hanno aderito all'iniziativa. Ci sono nomi importanti, direi il fior fiore della poesia italiana emergente, con punte già consolidate, quali D'Elia, Buffoni, Annino, Bertoni e Lolini. Resta da capire quanti di questi fanno la raccolta differenziata, boicottano le multinazionali che sfruttano il terzo mondo, rispettano l'ambiente. Io cerco di farlo (lo dico perché c'è anche una mia poesia nel libro).


Fra tutti, ho scelto una testo di Alessandro Ansuini. Spero sia di vostro gradimento.



Lettera d'amore dalla banca del fango


Mentre ero ancora intento a digerire
una madrigale amorosa
Dura come uno stufato di somarino
ho considerato che uno zampirone
Mosso in senso circolare
potrebbe incantarmi
per i prossimi quindici anni ma poi

(sai dell'uomo che visse al buio
per mille anni con una sola
fessura di luce vicino?)

Tu sei arrivata dinanzi a me
Pura come un cane
E io sono morto una sera di fine settembre
Se non ricordo male
Mi pare ci fossero dei bambini
Che con le bocche spalancate
Erano intenti a raccogliere
Le gocce di pioggia che colavano
Come mercurio da una grondaia

(dissi bambini
bambini
che senso ha sapere
il significato
della parola grondaia?)

in ogni caso nella scena
non arrivasti per offrire un'immagine
mi contenesti
in una strana stanza dove potevi
togliere i rumori e io cercai
di spiegarti in sedici parole
il senso di Alice nel paese delle meraviglie
che è nelle bambine in chiaroscuro
e nei nomi dei personaggi presi
dai luoghi comuni

(ecco perché non porto
cappelli
per non essere scambiato
per il cappellaio matto
lo sai te
lo sai
che quelli col cappello guidano male?)

so già in elenco
le cose che dirai di me

che ti terrorizzo
che pare non abbia mai nulla
di cui preoccuparmi
e parlo come se sapessi
già tutto

(ma no
io non so tutto
considero semplicemente
una maggiore quantità di varianti
e ho una sorta di intuito
nel saper pilotare le scene)

così tutto ciò che possiamo dipingere
e che dovrei trovare la forza
di recuperare
è qualcosa di simile
alle lettere d'amore trovate disperse
nella banca del fango
ma voglio parlare delle poesie che ti regalai
di come so comporre un cavallo di troia
e lasciartelo detonare dentro
come i giapponesi che per punire
uno squalo reo di un aggressione
fanno ingoiare ad altri squali
ricci velenosi

lo so
ti terrorizzo
perché non ho la pietà negli occhi
e posso considerare degni d'attenzione
solo esseri di sofferenza simile alla mia
che è come gli spazi bianchi
fra una parola e l'altra
mi serve per dare un senso alla bellezza

(tu di che sofferenza sei?
Di quelle che hai imparato
A dimenticare
O di quelle che porti
Come un tatuaggio
Sul collo?)

ascolta, mia dolce
potenziale
suicida:

c'era una volta un uomo
(e quindi ci sarà sempre)
che per mille anni visse al buio
in un stanza in compagnia
di una fessura di luce.

L'uomo tastò con la lingua delle mani
Ogni centimetro di buio
Per trovare una via d'uscita
E alla fessura
Per mille anni non prestò mai
Attenzione
Perché cosa può mai esserci
In una cosa che hai già dato
Per scontato
Cosa può esserci
Oltre una fessura?

Quell'uomo un giorno
Si spinse oltre
(una volta fatta passare la testa
è come per i topi)
E dall'altra parte trovò.
Una stanza immensa che
La sua immaginazione
Non sperava nemmeno
Di contenere.

Oltre tutto questo
Considera
La mia morte
E la tua
Già avvenute
In qualche posto e in qualche tempo
Del duemila e qualcosa

Hai piantato un albero?

Hai fatto un figlio?

Ti ricorderanno per il tempo del sorriso
Ti custodiranno immagine
Dietro le volte specchiate della memoria
Sarai una voce
Sarai una scritta
Qualcuno dirà di te ancora una volta
Vedranno il tuo albero
O negli occhi di tuo figlio
Una vecchia riscontrerà
L'acquaforte antropologica
Che ci marchia nella carne.

E poi tutto ciò che hai fatto adesso
Sarà sabbia che sfiora altra sabbia.

E allora:

Posso portarti un fiore?

Posso legarti le mani?

Posso ucciderti piano?

Posso?

venerdì 25 aprile 2008

Poesia e storia


Tradotto in esclusiva da Stefania Roncari, posto questa pagina di Philippe Lacoue-Labarthe, tratta da La poésie comme expérience (Christian Bougois editore, 2004) e ispirata dal "Meridiano" di Paul Celan. Credo sia il modo migliore per festeggiare il 25 aprile.


L’esistenza consiste solo nell’“essere sul modo dell’essente”? Questa domanda prima di tutto vale per l’uomo che solo, come dice Rousseau, ha “il sentimento dell’esistenza”. Ora questo “sentimento”, come il proposito di Celan permette di avvicinarlo, si regge su tre “poteri”: il poter-morire, il poter-accogliere (rapportarsi a), il poter-pensare (percepire), tutti e tre si assomigliano nel poter-parlare, con cui si attesta in generale che c’è la presenza, ma anche l’uomo, dichiarando che è (presente), dichiara chi è, cioè colui che esiste quale essere capace di attestare in generale la presenza e l’assenza. L’esistenza sarebbe così il linguaggio. [...] La facoltà del linguaggio – il poter-nominare – è in realtà l’intimità stessa, la differenziazione intima di questo essente che è l’uomo. Attraverso questa differenziazione l’uomo, oltre ciò che è, corrisponde all’essere, nominando ciò che è, nominandosi, nominando chi non c’è (Dio). [...] L’uomo non è il linguaggio, nel senso del possesso o della proprietà: “ il linguaggio è ciò che è proprio dell’uomo” , significa innanzitutto che l’uomo è costituito a partire dal linguaggio, di cui non è in alcun modo il padrone (il linguaggio, al contrario, lo spossessa stranamente, l’attira – a sé – fuori di sé). [...] Il linguaggio è l’essenza – inumana – dell’uomo, la sua (in)umanità. Il linguaggio può anche essere pensato come l’origine dell’uomo. Non solo come Dio stesso, secondo lo schema onto-teologico esposto all’inizio del quarto Vangelo, ma come ciò attraverso cui l’uomo è necessariamente rapportato all’altro, dunque ad ogni altro, così che Dio non è il linguaggio, ma la supposizione del linguaggio, o almeno ciò che lo magnetizza irresistibilmente. Forse è ciò che abbiamo chiamato Anima. A condizione però di non sentire nulla, in questa parola, che rilevi una qualsiasi sostanza, un qualsiasi soggetto. L’intimità, nella sua différance stessa, è in disparte da ogni soggetto. Non è altro che l’aperto del soggetto. Il linguaggio è questa apertura. E’ l’interior intimo meo che l’onto-teologia confondeva con Dio. Da lì potrebbe forse venire questo: quando la poesia realizza il proprio compito, che è quello di sforzarsi verso l’origine del linguaggio, ed è un compito per definizione impossibile; quando la poesia si accanisce a “scavare” fino alla possibilità del linguaggio, ciò che incontra è, sull’orlo dell’aperto inaccessibile e sempre nascosto, la nuda-possibilità di rivolgersi. E da lì potrebbe ancora venire questo: se Dio esiste, esiste come un essere parlante – sottomesso egli stesso di conseguenza al linguaggio. Che faccia oggi silenzio, che si sia taciuto, ci libera forse dall’irresistibile attrazione che egli opera nel linguaggio (ci libera dalla preghiera). Si potrebbe allora scorgere un’altra poesia, ciò che forse Celan ha finito con lo scorgere e che lo ha ridotto alla disperazione".

martedì 22 aprile 2008

l'animale, la poesia


L'ottava è forse l'elegia più nota di Rilke. Ci dice che l'animale non teme la morte perché non esperiesce il tempo della finitezza. Invece gli umani sono incatenati a questo "non" di ogni cosa che è. Questo è il nostro destino: posare gli occhi sull'aperto inautentico, quello piagato dal nostro sentirci mortali. L'animale abita invece sul palmo dell'aperto, pur patendo anch'esso il tempo della memoria, l'esilio dall'origine. Beato chi vive nel grembo per sempre, "poiché grembo è tutto" ci spiega l'autore praghese. Noi viviamo sulla soglia, ma la paura ci costringe ad ordinare ciò che beatamente sta fuori, ad arginare la vastità dell'aperto, sino alla nostra morte. Siamo viandanti senza nido, "in continuo prendere congedo". Il messaggio rilkiano, che è la sostanza della grande poesia novecentesca, non ha paesaggio. La metafora fondamentale è l'incrinatura, il pipistrello che "incrina" la "porcellana della sera". Di tutte le sere.

Diversamente, Sull'ottava elegia di Rilke, poesia di Annamaria Ferramosca (in Curve di livello, Marsilio 2006) il paesaggio - quello mediterraneo in particolare, con la sua radice classica, omerica - diventa centrale. Lo spostamento è significativo: Ferramosca non canta l'animale, occhio della natura, bensì la natura vista dall'occhio di un umano che ha capito la lezione di Rilke, creando in tal modo un testo di secondo grado, una glossa che, per quanto verosimile e convincente, vivrà all'ombra dell'originale.

La scrittura dei contemporanei è terribilmente postuma: vive degli echi di una letteratura decadente nata sulle macerie dell'occidente. I nostri maestri hanno già detto tutto riguardo alla perdita, alla caduta, all'esilio prodotti dalla modernità. E noi, avendo letto tutti i libri, ci sentiamo al sicuro perché sappiamo che cosa scrivere e facciamo con stile. Il libro della Ferramosca mi pare sia consapevole di tutto questo e lotti per staccarsene, per uscire da una tradizione già consumata, già cantata. La sfida, non solo sua, consiste appunto nel dare forma al sentire contemporaneo, nel darla con la stessa forza di Leopardi, Rilke, Celan. Solo così scriviamo poesia, altrimenti non solo recitiamo una parte, ma oscuriamo la verità, diamo voce all'inautentico. Curve di livello mi pare stia sulla soglia di queste due dimensioni, e non è poco direi.


L'ottava elegia (R.M.Rilke)
(Dedicata a Rudolf Kassner)

Con tutti gli occhi vede la creatura
l'aperto. Gli occhi nostri soltanto
son come rivoltati e tesi intorno a lei,
trappole per il libero suo uscire.
Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
animale lo sappiamo; perché già tenero
il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
ciò che ha forma, e non l'aperto, che
nel volto animale è si profondo. Libero da morte.
Questa noi soli la vediamo; il libero animale
ha sempre dietro sé il suo tramonto
e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
nell'eterno; come le fonti vanno.
Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
lo spazio puro innanzi, nel quale in infinito
si dischiudono i fiori. E sempre mondo
e mai non-luogo senza non: il puro,
incustodito, che si respira,
si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
in questo si perde uno in segreto e
viene scosso. O un altro lo è morendo.
Poiché vicino a morte più non si vede morte,
si guarda {isso fuori, forse con sguardo grande d'animale.
Gli amanti, se non ci fosse l'altro che
la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore...
Quasi per una svista, per loro dietro l'altro
l'aperto si dischiude... Di là da lui però
nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.
Alla creazione rivolti sempre, vediamo
in essa solo rispecchiato l'aperto,
oscurato da noi. O che un animale, muto,
alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
Questo è destino: esser di fronte
e poi null'altro e di fronte sempre.

Se consapevolezza al modo nostro fosse
nel sicuro animale che ci viene incontro
in altra direzione -, via ci trarrebbe,
avvinti dal suo andare. Ma infinito gli è
l'essere suo, non còlto e privo della vista
sul suo stato, puro, come il suo guardar fuori.
E dove noi vediamo l'avvenire, là vede il tutto
e sé nel tutto, risanato per sempre.

Pure nell'animale caldo e vigile
è peso e cura di malinconia grande.
Che sempre anche su di lui grava
ciò che noi spesso soverchia, - la memoria,
come se una volta quello a cui si tende
ci fosse già stato più vicino, più fedele,
e il suo accostarsi infinitamente tenero. Tutto qui è distanza
e là era respiro. Dopo la patria prima
è la seconda ibrida e ventosa.
O beatitudine della minuscola creatura
che nel grembo che la portò sempre rimane;
o la felicità del moscerino che saltella dentro ancora
anche quando ha nozze; poiché grembo è tutto.
E vedi la mezza sicurezza dell'uccello che sa,
per origine sua, quasi entrambe le cose,
quasi fosse un'anima d'etrusco,
di un morto che uno spazio accolse,
ma con la quieta figura per coperchio.
E quando è costernato chi è costretto a volare
e proviene da un grembo. Quasi di sé
atterrito, guizza per l'aria come un'incrinatura
che traversa una tazza. Cosi la scia del pipistrello
la porcellana della sera incrina.

E noi: sempre, ovunque spettatori,
rivolti a tutto questo e fuori mai!
In noi trabocca. Lo ordiniamo. Si disgrega.
Torniamo ad ordinarlo e siamo noi dissolti.

Chi ci ha dunque voltati che,
in qualsivoglia cosa intenti, disposti siamo
come uno che parte ? Come quello, sull'ultima
collina che gli mostra per una volta ancora
tutta la sua valle, s'arresta, si volge indietro, indugia -,
cosi viviamo, in un continuo prendere congedo.

(trad. it. A. Lavagetto)



Sull' ottava elegia di Rilke

La casa ha finestre sul mare
per ricordare l'origine
il vortice la calma le vele millenarie
ritorni che volgono in commiati
odissee per altri oceani

Il giardino ha pini d'aleppo e olivi
per ospitare chi non sa della morte:
insetti e uccelli, volpi notturne
a volte - immobili ­
guardano anch'esse il mare
come per un abbaglio misterioso
- gli animali mai fissano
la morte negli occhi ­
noi l'abbiamo a fianco e miopi
vediamo il cielo accendersi di fuochi
e i luoghi dove
lei ciecamente piove

La rosa veloce sfoglia
in silenzio le spine si preparano a penetrarci le carni
il mare a sommergere il disordine
gli abbracci misti a spari nonostante
l'angoscia suonata a stormo
dalle cicale sui rami

Dai pini volano
rondini al sud, imperturbate



Annamaria Ferramosca vive a Roma, dove, accanto all’attività letteraria, esercita la professione di nutrizionista comportamentale. E' socia del Pen Club Italiano. Collabora con associazioni culturali romane per la diffusione della poesia e con l’Avsi-Adozioni internazionali. Ha pubblicato in poesia Il versante vero (1999, con introduzione di Plinio Perilli, premio opera prima “Contini-Bonacossi 2000”), Porte di terra dormo (2001, plaquette), Porte / Doors (2002, in versione bilingue, con prefazione di Paolo Ruffilli, versione inglese di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, premio “Forum 2003”), Paso doble (2006, coautrice Anamaría Crowe Serrano, tr. di Riccardo Duranti), Curve di livello (2006, premio "Città di Castrovillari-Pollino 2006", "Violetta di Soragna 2006", "Astrolabio"). Suoi testi ed interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi su numerose riviste italiane ed estere.

venerdì 18 aprile 2008

Daniela Cabrini



Il primo libro di Daniela Cabrini uscì nel 2001 con il titolo Tempo presente (LietoColle). L'idea strutturale che ne regola i testi mi sembra sia la seguente: dato uno spazio vuoto, riempirlo con caselle-parole ognuna dotata di particolare suono-ritmo-colore-senso. Il risultato è uno spazio mobile (sostenuto in particolare dai gerundi) e pluriprospettico, che si vuole metafora del tempo. Uno spazio con differenti fuochi, che graduano la temperatura del tempo, e con una fluidità differentemente coesa, tale da permettere al lettore di fare esperienza della durata. Anche in attraverso interni (Lietocolle 2007) il tempo è centrale. Esso domina attraverso l'avverbio "sempre", usato quale sinonimo di ciclicità naturale, di caducità, ma anche del nietzscheano eterno ritorno dell'uguale. A dare scansione regolare, a uniformare questa pluralità funzionale, sono le terzine, modulate da una voce temprata, tesa a distillare l'esperienza in frasi lapidarie e, perciò, classiche, alle quali tuttavia non manca il tremore per ciò che il tempo toglie, per le cicatrici che lascia. Il titolo del libro, attraverso interni, sintetizza questo doppio movimento, al tempo stesso, spaziale e intimo, racconto di un viaggio dove la natura (l'esterno vitale) è assente, e perciò realizzato in spazi chiusi, delimitati dalla relazione duale, ma anche un viaggio interiore fra le pareti dell'io, per ricavarne, dantescamente, virtù e conoscenza.



da Tempo presente

*

cosa distingue il fiato
dalla polvere nell'aria
a bocca aperta a nuvola
come fumo disperdendo
le orme i passi lasciati
e sassi


*

non dicono parole avvitate nel buio
orme coperte riportate in vita tutto
accade in gesti vivi all'interno
un nome parola scia luminosa evita
anni di vuoto inseguendo


*

non essere sospesa in altro
infinito scarto d'intesa nulla
simile al sentire gestito falso
strumento sguardo di resa invariante
l'attesa nel coro del tempo sconcerta




da attraverso interni


*

così seguo da molto vicino la fine del volo
non in prossimità non è soglia all'interno
il limite da te fissato era dove io ero infinito

sempre è durante e durata volge a fine
così sopravvive allo spavento chi vive
somigliante al respiro di un'ombra

sempre è durata e durante volge a fine
sotteso all'esistere certo
capovolge il tempo in gesto


*

sempre la disciplina è movimento e cura
attesa durata nelle solitudini delle presenze
di scarto attento si svuota non trattenendo


*

così non si vive così si trattiene acqua
amara è l'ora priva del desiderio
peccato è saperlo in ogni tratto di pelle

sempre è distanza e mai è non abbastanza
tengo la curva della tua voce atonale
sei nei versi una vicinanza di vuoti

sempre è onda riflusso riflesso d'ombra
risacca e spuma e l'onda torna con sé
lasciando nuova acqua al nostro fiume


*

vivere è continuo spostarsi
dove portare il mio nome
cosi lontano

sono le parole non dette
non accolte le parole non dette
ci sorprendono davanti al mare

così ti fermi al gesto compiuto
atteso da lunga stanchezza
disegna il tempo il mio viso


*

sempre è tempo che passa
nel sole ritorna il canto
offre la voce al segno

bersaglio spostato ruota
la freccia a distanza guidata
rovescia il dolore in attesa


*

così non è cura muovere
il tempo in clessidre diverse
le mani per togliere sabbia

sento l'affanno interno agire
in accordo col proprio disegno
perturba lo sfondo non entra



Daniela Cabrini è nata a Cremona nel 1961. Compie studi scientifici e si laurea in Matematica. Inse­gna e vive a Cremona. Ha pubblicato Tempo Presente (LietoColle, 2002). È presente con un suo intervento di Matematica in I nomi propri dell'Ombra (Moretti&Vitali, 2004). Sue poesie compaiono in: Rane, un dito nell'acqua (I Qua­derni di Correnti, 2004) e I mondi creativi femminili (Lie­toColle, 2006). È co-curatrice dell'edizione 2006 de Il segreto delle fragole.

martedì 15 aprile 2008

Le mosche del capitale


Prima di ripartire con la poesia, due parole sulla politica occidentale.
Il fatto che il capitalismo sia pensato quale sostanza imprescindibile sia dai liberali che dai socialisti d'ogni latitudine, mi fa credere che l'unica forza anticapitalistica attualmente in gioco nel mondo sia l'Islam. Come dire che la storia del pensiero occidentale, dopo il marxismo-leninismo, non è riuscita ad elaborare un'alternativa allo stato delle cose. Alternativa, quella marxista-leninista, assai grossolana in merito al fondamento del processo diveniente e non più credibile dopo Nietzsche, Wittgenstein, Popper, la fisica dei quanti, la teoria della complessità e del caos. D'altro canto, il progetto islamico è teocratico ed ignora il valore che libertà ed uguaglianza hanno nella tradizione occidentale. Ne consegue che se il capitalismo sta affamando il mondo, l'anticapitalismo islamico lo vorrebbe sprofondato in una teocrazia maschilista, che ci porterebbe a rimpiangere le democrazie moderne.
Entro questo quadro, che la sinistra non sia nel parlamento italiano disturba più il sistema politico che la società civile, più le gerarchie di partito che gli operai. Anche perché la stessa sinistra è un guscio vuoto, perduto il riferimento internazionalista e il modello sovietico. La sinistra, infatti, non è più comunista dalla svolta di Salerno. E comunista, prima, significava statalismo sovietico, violenza di regime, gestione autoritaria del potere. Negli anni della modernizzazione, sinistra diventò - e qui ha ragione Bertinotti - stato d'animo, vocazione alla solidarietà. Il che significa, per me: liberalismo illuminato.
Non sarà dunque la sinistra a rifondare l'occidente; non sarà il centro a trasformare il capitalismo in un umanesimo integrale. Saranno forse le destre mondiali ad assecondarne l'indole prevaricatrice, gestendo le risorse attraverso una legislazione d'apartheid nei confronti della forza lavoro, dei migranti, degli analfabeti, dei contadini urbanizzati (se ne prevedono 500 milioni nei prossimi anni in Cina), dei dissidenti, di quei soggetti, insomma, capaci di produrre attrito nella macchina mondiale. Gli strumenti della comunicazione permettono di gestire tale emarginazione demagogicamente, dando l'illusione che i deboli possano ottenere il riscatto, appoggiando i sistemi politici vigenti o i partiti di opposizione. In realtà è un modo ulteriore di controllo sulle risorse umane, di gestione del voto di scambio, e che serve ad incanalare energie potenzialmente pericolose.
Il capitalismo è un sistema senza teleologia, è un buco nero che assorbe le differenze per trasformarle in prodotti differenziati; esso nutre l'informazione e la controinformazione, la superficie e la profondità, ed ha una natura subdola, che incatena nel momento stesso in cui libera. Adorno lo aveva capito, ma l'hanno capito anche le mosche del capitale, abilissime a spartirselo a brani prelibati.

sabato 12 aprile 2008

Artur Blord


Dopo più di un anno dalla sua morte - lo ricordò a suo tempo, con tenerezza, Erminia Passannanti su Absolute - riporto al centro della rete il blogger Tonino Manzoni (nick name Artur Blord), postando un poeta che gli piaceva tanto, certo Pietro Coccoluto Ferrigni, garibaldino e scrittore ironico come pochi. Come il Ferrigni, anche Artur aveva una personalità complessa, ma che amava semplificare, per la delizia dei nostri frettolosi palati.


Quando talor frattanto
forse sebben così
giammai piuttosto alquanto
come perché bensì?

Ecco repente altronde
quasi eziandio perciò
senza altresì laonde
purtroppo invan però.

Ma se perfin mediante
quantunque attesoché
ahi! sempre nonostante
conciossiacosaché.

martedì 8 aprile 2008

Casa d'aquila


E' uscito il nuovo libro di poesia di Cristina Annino, Casa d'aquila (Levante editori). Se in Gemello carnivoro la casa raffigurava l'identità travagliata, espropriata dalla selva, dal caos, e dalla tirannia del principio maschile, in quest'ultimo libro, essa perde l'indole labirintica e angosciante, per trasformarsi in «speranza», in pericolo che non spaventa, in «mistero glorioso», in spazio dove sfogarsi o lottare contro la follia, in tempo vissuto, sfinge, in «casa dolorosa», governata tuttavia dal principio rigenerante dell'aquila. Un principio talmente fondante, da informare l'intero libro, titolandolo: Casa d'aquila, appunto. È come se il libro più triste della poetessa, pervaso dal sentimento della prossimità alla fine, mutasse proprio all'ultimo di segno e il lettore dovesse rileggerlo a partire da questa inaspettata acquisizione.


Nel Blog di Francesco Marotta trovate alcune poesie.




La presentazione si svolgerà giovedì 10 aprile, ore 17,00 presso la Biblioteca Vallicelliana, a Roma. Interverranno, oltre al sottoscritto, la direttrice Maria Concetta Petrollo Pagliarani e il prof. Stefano Giovanardi.


domenica 6 aprile 2008

Antologia di LiberInVersi


E' uscita

Leggere variazioni di rotta

l'Antologia di LiberInVersi.


Ringrazio

Fabrizio Bianchi e Le Voci della Luna per l'impegno editoriale

la redazione di LiberInVersi per averci creduto

Gli autori per avere accettato la proposta

I lettori

Il pubblico che verrà alle presentazioni



Qui ulteriori informazioni

giovedì 3 aprile 2008

Elisa Davoglio





Lethal Dose 50 corrisponde alla quantità radioattiva necessaria per uccidere il 50% della popolazione entro 60 giorni. Un titolo che ci getta senza mediazioni in un mondo laboratoriale, in un mondo-lager, moderno perché razionale, reale perché esistito, esistente.
Lavorando 'in levare', Elisa Devoglio posa l'occhio nelle pieghe della pelle, sulle labbra secche di due creature umane esposte alle radiazioni, cavie tenerissime, non lontane dai Yukel e Sarah jabesiani, che si muovono in uno spazio-tempo acquoreo, indeterminato, fuori asse, capace di amplificare il dolore degli esseri: uomini, cose, animali.


Da Lethal Dose 50
(inediti)

“Poesia è l’immediato nella ruminazione orale d’uno scritto già estraneo a noi dicenti”

Carmelo Bene


prima composizione - Frizione


*

Più non mi stringi
sete
acqua sgorga gialla
dall'angolo di un fiato
di un pesce quasi morto
al mercato
non si ha più voglia di bere
da annegati
si scioglie l'aspetto composto
impettito in piedi
davanti a un boccheggiare
che si rovescia calmo
uno, uno, uno
e più ultimi respiri

caldo, prova di uno
stagno privo di riflesso
grigio di putredine argento

ritira il piede bagnato,
inzuppato di tutta la sete
ora incolore
questa è la morte mi spiego
convessa nella pupilla
di un pesce artico

- poco prima hai massaggiato
la pelle delle spalle
portava le tue tracce
un'impronta dal vero
la riconosci nel fondo della pozza-



*

il groviglio ti suggerisce amore
una delizia tutta prosciugata nell'asola
che si restringe

tendili, i fili

prosegui lungo il villaggio
zitto, dici
i fili cedono e cade un bottone
sotto i piedi
roba da tenere nelle mani
dita che sono
e frangente dove inghiottire
altra pelle

lei, dove?
Ha la schiena che si tende
come il filo
quando lo lavora e chiude
asole di nuovo

stringile le hai detto
tempo di acqua negli occhi
nodi forma
nei capelli e non vedi bene
per questo lacrimare

batte una campana
una e una e una volta

contali
fa un numero che ti sfugge

lei è più facile da toccare
dietro la legna
cade tutto ma il rumore è lento

quando arriva è già notte
si chiudano tutte le porte


*

si chiudano tutte le notti
rimane il giorno da masticarsi
anche se il bottone rimane, lento

l'odore chiude il naso, credi
si spinge direttamente dietro l'asola
e costringe i fili
in file di numeri primi

da guardarsi allibiti
quale parte trattenere per prima,
e come si forma un nodo

con le parole
vuol dire cappio nel quale passare
una e una volta
l'altra estremità

crosta nel dito
e altro per le mani
lattice ordine di molecole in fila

il filo inciampa se non incontra la pelle,
disorienta


*

lei si chiama
Judith, e non è ebrea.
Intinge le dita
in un succo blu
e le conduce verso una lavagna
dove scrive
acetilene e sottolinea
non guardarmi durante l'esperimento

la frizione della carne
ci indurrebbe nell'errore
di un peso ingenuo inglobato
ad altra massa
quella dello spazio che dobbiamo porre
su una bilancia a nanogrammi

la carne va indotta neutra
per essere misurata
senza incidenti a parte il bottone

l'acetato ci aiuta a sotterrare i colori
e adesso Judith siede di fronte a me
e non la vedo
è solo un brusco passaggio d'aria
ma la finestra
la chiuderemo


*

Tutte le palestre del mondo
Ci guardavano soffrire
Mentre stringevi il freddo nel legamento nudo
Soffiandoci sopra

Ribalti il margine
del dolore
e non ostacoli
una ferita da ortiche casuali
nel prato

dici
è solo uno di tutti i verdi possibili

-Leibniz avrebbe detto
Il palazzo dei verdi-

E il legamento e diventava verde
Ribaltava la sua frazione di luce
Diventando caldo
Uno dei verdi destino



*

Elemento primo
Della passeggiata a ritroso
È stato il paesaggio rilevato
Dalla sua consuetudine

Stormi che andavano
Alla rovescia
Smarrivano la direzione
Del verso corretto delle stagioni

Muggivano a dicembre
Roteando il cielo
Sopra la città
-Tornavano quando noi si partiva-

Poi gorgogliava
il giorno successivo
Noi andavamo indietro
Colmi di futuro con le gocce dei giorni
Che ci ballavano dentro gli occhi

(Andavamo a tavola
a spezzare in due
gli angoli del banchetto)



*

E Judith mi dice
Basta preparare
Con il sangue
Il giusto condimento al laboratorio

Le tue braccia si abbassano
giuste
Sotto il bordo del tavolo

bastano
Gli occhiali caduti
per gemere

Annusa l'orma del corpo
non è distratta quando afferma
Qualche fiocco bianco
raggiunge Torino



Elisa Davoglio è nata a Livorno, vive a Roma. Ha sempre lavorato come curatrice e promotrice di eventi culturali, fra i quali in particolare festival internazionali di poesia e letteratura. Attualmente è assistente presso la galleria di arte contemporanea "Monitor", Roma.