domenica 30 marzo 2008

Scritti nomadi


Nel 2001 pubblicai, per le edizioni Anterem, Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento. Le copie sono andate presto esaurite ed ora riposano qui e là nelle librerie domestiche, nei mercatini a metà prezzo e in qualche biblioteca. E' il destino dei libri. Però il loro desiderio, la loro "funzione", è di essere letti e riletti. Mi fa dunque piacere che Francesco Marotta abbia inserito nel suo blog, La dimora del tempo sospeso, un paragrafo tratto dal primo capitolo, riguardante l'elemento nomadico nelle biografie di autori come Canetti, Borges, Camus e Jabès. Ringrazio lui e coloro che andranno a leggere.

giovedì 27 marzo 2008

Matteo Fantuzzi


Un libro molto atteso, Kobarid (Raffaelli 2008) di Matteo Fantuzzi. Se ne parla da parecchi anni in rete ed alcune poesie sono già conosciute. E' un amico, Matteo, per cui mi permetto di partire da una notazione critica, l'unica invero cui mi sento di metterlo in guardia: quando la parola si traveste, parla in vece di, se l'autore non mette in atto una distanza di sicurezza - che è di natura sostanzialmente affettiva - rischia di sprofondare nella polpa più penosa del personaggio raccontato. Ciò capita, per esempio, nella canzone melodica italiana. E capita anche in Kobarid, allorché lo Spoon River-Caporetto fantuzziano si popola di voci che impudicamente gettono sul piatto l'intero loro dramma, sino al patetico: "E a tua moglie? Che cosa vuoi dire / a tua moglie legata a una sedia a rotelle da anni / che di peso sorreggi e accompagni ogni giorno?" O si legga In televisione rivedo Pier Carlo, che ricorda il male di vivere gucciniano, del Guccini di Keaton, pervaso dal mito delle speranze vane e dei sogni eroici, frustrati dalla vita. Mi chiedo: salvare il "male di vivere" montaliano, evocando il poeta in sogno, è suficiente per uscire dall'impasse? Intensissime, invece, le poesie in cui l'occhio straniato di Matteo osserva il consorzio umano, mentre la sua parola dà voce all'inetto che è in noi. Un inetto innocente, che coglie le minime vibrazioni del senso e dell'animo, con un pathos che, appunto, evita le trappole del sentimentalismo. Il tutto eseguito con una voce in sordina, che canta l'incomunicabilità e la solitudine quali emblemi della miseria contemporanea.




*

Il portiere di riserva non esulta come gli altri
rimane fermo abbarbicato alla speranza
che quell’altro in calzamaglia se lo stracci un legamento
per entrare tra gli applausi, conquistare il proprio posto,
avere donne, case al lago, delle macchine potenti.

Avere gloria finalmente. Il portiere di riserva
se ne gira col cappotto anche di luglio per non prendere un malanno,
perché una volta era il suo turno, ma lui era a letto
con la febbre, ed entrato il ragazzetto degli under 18
strappò un 9 alla Gazzetta, e oggi gioca in Premier
nel Newcastle, ed ha fatto anche la Champions.

E due réclames per gli shampoo.



*

Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

“Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,
e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,
di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.




*

Devo prendere gli antipsicotici,
è quello che ha detto Nazzoli alla clinica.
I motivi già li conoscete:
ho reazioni scomposte ed attacchi di panico.
Alle volte mi pare qualcuno mi fissi
sull’autobus, è a quel punto che cerco
di sfondare il vetro scappando per strada.

Fingo d’essere un terrorista due volte ogni anno,
minaccio l’autista con il tagliaunghie,
gli dico di portarmi in Piazza dei Servi:
lui ormai mi ha presente (è lo stesso da anni)
in fretta mi lascia nel luogo richiesto,
chiede scusa alla gente sul mezzo

e riparte. Ridendo.



*

In televisione rivedo Pier Carlo,
cuoce una bernese di sgombro.
Quello che presenta domanda:
“anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente?”
Ed ecco che lui gli risponde. E sorride.

Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti,
era la grande promessa, il nuovo Leopardi.
Montale perfino voleva cenasse con lui
ogni volta possibile, lo chiamasse “nonno”:
lo amava come fosse un figlio.

Ma un giorno una tv privata gli chiese
di partecipare a un dibattito:
e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare,
“è perfetto” dicevano
“sa proprio bucare lo schermo”.

Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi:
scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini,
camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di rutti.
Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro, ragazzo di Sondrio
pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta.

A volte Pier Carlo mi chiama
la notte, mi dice che ancora una volta
Montale gli è apparso nei sogni
ai piedi del letto
e lo ha preso a schiaffi.
Risponde mia moglie,
gli dice che sono a Milano,
o Varese per qualche convegno,
che è solo un fattore nervoso, di prendere
un bel latte caldo e rimettersi a nanna.



*

Tutti quei campi – quei fiori –
bianchissimi. Quei campi,
quei fiori, tu che stai
dormendo. Bianchissimi.



*

Dovrai pensare a tenere un riporto,
oppure tagliarli i capelli.
E a chi dirlo, se piangere in pubblico
o in forma privata, nel bagno magari.

Dovrai chiederti se vuoi lasciare il lavoro
o darti la forza con quello. Quante ore
potranno fiaccarti, se i clienti se ne accorgeranno.

E a tua moglie? Che cosa vuoi dire
a tua moglie legata a una sedia a rotelle da anni
che di peso sorreggi e accompagni ogni giorno?




*

Ogni anno almeno un giorno
lo passo a Cesenatico d’inverno
per vedere la battigia vuota
le assi per coprire i bagni

i pezzi di lamiera arrugginiti
le farmacie con la saracinesca
in basso, le vetrine senza manichini.

È questa la mia stanza
quando manchi, sei al lavoro
o esci coi tuoi amici, sei lontana,
non m’è possibile vederti.




Ode al Lexotan®

Forse li avremmo avuti per più tempo
i Dino Campana o gli altri con quei farmaci:
io ad esempio, previdente, per entrar già ora
nella gloria ho iniziato con 10 gocce al giorno
prima di coricarmi; e ho intenzione
di protrarre tutto questo fino a quando
non saranno conclamati i tempi di dosaggio cronico
o non sarò riuscito più a trovare
un medico ben disposto nel prescrivermene.

Vedi, pure il mio testo in questo modo si modifica,
ora è più lento, non fa male. Non mi assale nel protrarsi
della notte. Ora questo testo non mi sbrana.



[Porta portese]

24enne poeta. Davvero dotato,
1.80, bel fisico asciutto,
capelli neri, piacente, nuovissimo:
concedesi a case editrici purché facoltose
scopo pubblicazione e sollazzo
reciproco. No narrativa oppure pagamento.
No perditempo. Telefonare ore pasti al 376.415…


Matteo Fantuzzi (1979) è nato e risiede a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. È redattore della rivista "Atelier", collabora con la rivista "Le Voci della Luna", con l’Annuario di Poesia edito da Castelvecchi e tiene una rubrica settimanale sulla Poesia Contemporanea ogni lunedì sul quotidiano "La voce di Romagna". Suoi testi sono apparsi su molte riviste tra cui "Nuovi Argomenti", "Yale Italian Poetry", "Specchio", "Gradiva" e "Atelier", ricevendo numerosi riconoscimenti sia in Italia che all’Estero, in tutto una quindicina di Paesi tra l’Europa, le Americhe e l’Asia. Ha creato il sito UniversoPoesia e curato La linea del Sillaro (Campanotto, 2006) sulla Poesia dell’Emilia Romagna.

domenica 23 marzo 2008

Poeti vs. Tellus?


Che i poeti siano una razza dannata, lo si vede da quello che scrivono. Che siano poco riconoscenti lo scrive invece Claudio Di Scalzo su Tellusfolio(precisamente qui). L'occasione è la mia uscita dalla rubrica Poesia & Blog, che gentilmente Claudio mi aveva offerto di gestire. Se posso aggiungere qualcosa, dico: ci sono tanti modi per frequentare la poesia, in rete; io posso giustificare il mio, non quello degli altri; tuttavia, l'aspro giudizio di Claudio sui poeti ("Quanti minuscoli dannunziani in questi Blog! E quanti Majakovskini meschini in questi Blog") mi sembra espressione di un problema diottrico (o di prospettiva) anziché della natura dell'oggetto: la rete infatti è assorbente, succhia dalla realtà melma e nettare, inchiostro e pane. Infine: a leggere bene l'invettiva di Tellus, direi che la vera questione, che emerge in ogni riga, sia la riconoscenza che i poeti dovrebbero avere nei confronti della rivista, che si prodiga a sostere la pluralità, la bellezza, la cultura eccetera. Chiedo: in questa lotta, che cos'è mezzo, che cos'è fine? I poeti dovrebbero sostenere la rivista o sostenere la cultura? Tellus, al fine di sostenersi, si prodiga per la poesia? La poesia è un mezzo per la sopravvivenza della rivista? Il fine è l'autoconservazione? Ciò che conta è triplicare le visite? Aumentare gli abbonamenti alla rivista cartacea? Mescolare Moana Pozzi e Palazzeschi, così da allargare il bacino d'utenza?

giovedì 20 marzo 2008

Fabia Ghenzovich



Veneziana, Fabia Ghenzovich ha dato alle stampe Giro di Boa, opera prima edita da Joker nel 2007. Le migliori poesie della raccolta esprimono la consapevolezza di vivere sul confine tra luce ed ombra, in "bilico" tra "cemento" e "lillà", e la traducono con leggerezza molto femminile, governata com'è da un'autoironia che, oltretutto, bene attesta la pacatezza dell'autrice. Meno convincenti sono invece le poesie in cui l'urgenza del dire prende il sopravvento, sfiorando la retorica (in Irak, per esempio, là dove parla dei "morti che cadranno / nel nuovo assetto di pace"), o quelle troppo vicine all'ermetismo ungarettiano filtrato dalla canzonetta sanremese ("Vorrei essere / pescatore di stelle // raccoglierle / sul fondo del mare // attingerle / nel riflesso dell'onda // o cercarle nascoste / nell'azzurro d'un cuore"). Il libro si legge comunque con piacere e non sono poche le poesie dove l'illuminazione dell'esperienza risvegliata si mostra.






Vita e morte

Campo di battaglia è il mio corpo
fazioni opposte in lotta ne fanno scempio
ne fanno bello e brutto tempo
in aperta contesa vita e morte
si sfidano a duello con inevitabile resa
finale e morte non ha uguale
nell'opera demolitrice dell'equilibrio
imperfetto o per somma o per difetto
di sinapsi di neuroni vasi sanguigni globuli e ormoni
flussi riflussi piastrine filamenti e budelli
cellule staminali e altri potenziali
lavorii di invisibili abili mani.
Restasse almeno una traccia un indizio
che non sia carne soltanto e indifesa
che sia il cuore centro motore del domani.



Luoghi senza tracce

Lo specchio al mattino conferma il rituale
d'ogni giorno ieri neutrale cede all'oggi
un giorno o un secolo
dissolvenza del tempo non spiega contorni celati
ordinari di una vita sospesa.
Sono donna di frontiera dico fiera
all'uguale mio riflesso non cerco certezze
IO sento e subito dell'azzardo mi pento
con rincrescimento dissento.
Niente di personale confini possibili
luoghi senza tracce un disvelarsi in noi
d'altre regioni anche quando vediamo
carne e ossa sabbia e sassi su fondali bassi.



La piccola morte

Sto solo aspettando l'ora
che ogni destino riserva
senza espressione di gioia
dolore né commento
sto solo aspettando la piccola morte
momentanea ma totale ordinaria ma lucente
come tocco di mani precise al varco
col niente come stella cadente
al porto sicuro dove e quando
un regno approda di pausa
arretra l'ombra disfatta
in risucchio del peso feroce
uguale da sempre atomo di proterva mente.




***

Viviamo alla soglia dell'assenza
senza margine di bagliore

la viviamo dove siamo

al bordo della luce.


***

Tre biciclette
rossa verde blu
non troppo nuove strette alla staccionata
e fuori contesto in bilico
sul cemento un'oasi di lillà.



***

L'azzurrino funerale
dei petali caduti
al primo sbuffo di vento



Fabia Ghenzovich ha ricevuto riconoscimenti e premi e ha partecipato a numerose antologie nazionali. Suoi testi sono apparsi nelle riviste Le voci detta luna, selezione Premio Renato Giorgi 2006, e Poesia, nella rubrica "per competenza" di Roberto Carifi. Nel 2004 è presente alla prima Biennale di poesia "Officina della percezione", e nel 2005 e 2006 al Festival Verona poesia, entrambi promossi dalla rivista Anterem.
È interessata alla poesia e alle sue possibili interazioni con i linguaggi dell'arte, in particolare con quello musicale, come nel caso di Metropoli, testi poetici indirizzati verso il rap.

martedì 18 marzo 2008

Sul feudalesimo tibetano


Mi si chiede di specificare meglio perché, nel post precedente, ho parlato di "feudalesimo lamaista". A tal proposito, visto che in rete non ho trovato informazioni adeguate, riporto una pagina tratta da Segreto Tibet, di Fosco Maraini. A detta dell'autore, questa organizzazione politico-economica sopravvisse sino al 1959.


"Non bisogna di­menticare che nel Tibet solo un deci­mo della popolazione (percentuale già altissi­ma) è legata professionalmente alle varie chiese; e che, se il Dalai Lama è capo dello stato e del governo, se il Panchen Lama ed i trul-ku («Corpi fantasma») hanno voce in ogni decisione di qualche importanza, anche i laici occupano posti di grande conseguenza nella condotta degli affari pubblici.
Al Dalai Lama fanno capo tanto gli affari ecclesiastici che quelli civili. Immediatamen­te sotto di lui stanno infatti i due principali organi di governo, da una parte il Concilio Ecclesiastico (Yik-tsang) di quattro membri del clero, dall'altra il Consiglio dei Ministri (Kashag) di quattro membri detti Sha-pe, tre laici ed uno religioso. Fra il Dalai ed i due consigli fanno da intermediari, per quello re­ligioso (Ytk-tsang) un Primo Ministro Eccle­siastico (Cbikyap Chempó), per quello civile (Kashag un Primo Ministro di stato (Lón-chen); queste due figure però sono meno im­portanti di quanto potrebbe sembrare; la ve­ra sede del potere è nei due consigli. I Mini­stri (Sha-pe) del Consiglio laico (Kashag) non hanno portafogli distinti, esercitano un con­trollo generale su tutti gli affari politici, giudiziari e fiscali del Tibet. Recentemente è stato creato un Ministero degli Esteri, retto dal Chigye Lòn-chen, ma pare abbia funzioni soltanto consultive. La politica estera è stata sempre condotta direttamente dal Dalai La­ma o dal Reggente.
Esiste infine un'Assemblea Nazionale (Tsong-du) che si raduna solo in casi gravi od importanti; ne fanno parte una cinquantina di personaggi fra i più influenti di Lhasa. [...]La cen­tralizzazione del potere è dunque fortissima.
Nelle province il governo è rappresentato da cinque Chikyap; U-Tsang (Lhasa e Shigat-se), Gartok (Tibet occidentale), Kham (Chamdo, Tibet orientale), Chang (Nagchu-ka, Tibet del nord), Lhoka (Lho-dzong, Ti­bet del sud). Dai Chikyap dipendono poi tut­ti gli Dzong-pòn («capitani di fortezza»). Le funzioni dello Dzong-pòn sono, da una parte, quella di mantenere l'ordine, dall'altra, quel­la di versare all'erario, per lo più in generi di natura, il gettito fisso delle tasse locali. Gli Dzong-pòn hanno grande indipendenza; non solo, ma tutto ciò che riescono ad incamera­re oltre il limite fissato dal governo per le tasse, è loro proprietà personale. Per questo i posti vacanti vengono ceduti all'asta! Ri­cordo ancora che i funzionari tibetani nei posti importanti, lontani da Lhasa, sono sempre due, in modo che uno sorvegli l'altro.
Oltre i monaci, la classe più importante nel Tibet è quella dei proprietari terrieri (gyerpa), i quali costituiscono la nobiltà, pic­cola e grande. E molto interessante notare che, in teoria, il loro possesso della terra non è assoluto; prima condizione da rispettarsi è questa, che la famiglia fornisca regolarmente uno o più dei suoi membri al servizio gover­nativo. Il giovane nobile segue per alcuni an­ni l'apposita scuola a Lhasa, dove completa la propria istruzione, poi viene ammesso in uno dei «ministeri»; se ha qualità necessarie potrà salire rapidamente dal settimo grado, con cui principia il suo servizio, ai gradi più alti (De-pòn, Sha-pe, Chikyap, ecc.). Nella storia tibetana si ha un solo caso di laico che sia divenuto per breve periodo Reggente. Se un ragazzo appartenente alle classi più umili (contadini, artigiani) desidera farsi strada nel mondo ha sempre aperte le vie della chiesa; entra in un monastero e, se si fa notare e benvolere, verrà inviato ad una scuola spe­ciale per funzionari ecclesiastici in Lhasa. I funzionari di governo (eccetto gli Dzong-pòn) ricevono una piccola paga annuale (che può andare dalle 100.000 alle 150.000 lire), per il resto si suppone che provveda la famiglia, o che il funzionario stesso integri accettando doni e mance, normalissimi, anzi d'obbligo, nel costume degli affari tibetani.
La nobiltà più importante del Tibet è co­stituita da un numero limitato di famiglie. Un nucleo chiuso ed antico è quello dei di­scendenti dai re del Tibet (VI-Vili secolo); a questo gruppo appartengono i Lhagyari, i Rakashar ed alcuni altri, i cui capi hanno di­ritto ad onori non solo civili ma religiosi. Poi vi sono le famiglie fondate da uomini di umi­li origini che resero, in vari periodi, grandi servizi allo Stato e che ricevettero come compenso terre, nome e rango; alcune sono Un terzo gruppo di famiglie nobili è co­stituito dai discendenti di famigliari del Da­lai Lama. I Podrang, per esempio, discendo­no dal fratello del settimo Dalai Lama (1708-1758), i Pùnkang, dal fratello del decimo (1819-1837); i Lhalu (una delle famiglie più influenti) dall'unione di due ceppi, uno di­scendente dalla casa dell'ottavo, l'altro da quella del dodicesimo Dalai. Un'unica fami­glia per ora, quella di Pangda-tsang, ha rice­vuto i privilegi dei gyerpa in seguito all'im­portanza che aveva assunto nei commerci. Oggi i Pangda-tsang sono, si può ben dire, i banchieri del Tibet; la recente Missione Economica tibetana negli Stati Uniti (1948) è stata un'iniziativa di Pangda-tsang; nelle loro mani sta, per gran parte, la lucrosa esportazione della lana".


La conclusione è chiara: "La vita tibetana nel suo insieme ci offre un quadro tipicamente medievale. Prima di tutto: prevalenza della chiesa e della nobiltà. Poi fondamenti economici: l'agricoltura e la pastorizia, qualche attività commerciale, l'artigianato. Del medioevo europeo nei suoi mo­delli più perfetti (Borgogna, Francia) vi sono il colore e le incredibili superstizioni, ma vi sono anche la fede, la visione dell'universo co­me un vastissimo dramma in cui atti terreni si alternano ad atti celesti, in cui esiste una gerarchia che sale, sale, si accentra in un uo­mo, passa all'invisibile, alla metafisica, come un grande albero solenne con le sue radici fra le pietre e le fronde perdute nell'azzurro; e vi sono le feste, le cerimonie, lo sporco, i gioielli, i cantastorie ed i supplizi, i tornei e le cavalcate, le principesse e i pellegrini, i briganti e gli eremiti, i signori ed i lebbro­si, le rinunce, le ubriacature, i maghi, i me­nestrelli, i profeti.

domenica 16 marzo 2008

Disordini a Lhasa


L'occupazione del Tibet dal parte della Cina maoista, nel 1949, è un esempio di esportazione forzata di un principio considerato indiscutibile: l'organizzazione sociale senza classi. Nei Discorsi alla Conferenza di Yenan sulla letteratura e l'arte, Mao afferma: "Un vero amore per l'umanità sarà possibile soltanto quando le classi saranno state eliminate in tutto il mondo. Le classi hanno diviso la società in gruppi antagonistici, e soltanto dopo l'eliminazione delle classi si avrà l'amore universale, non ora. Noi non possiamo amare i nostri nemici, non possiamo amare i mali della società, il nostro obiettivo è distruggerli." Il feudalesimo lamaista disturbava il fondamentalista Mao tanto quanto, oggi, l'occidente democratico non sopporta le tirannie nei Paesi islamici. Peccato poi che la natura paradossalmente tirannica della democrazia, la sua indiscutibilità ontologica, rimanga un tabù tutto ancora da pensare. Ciò che fa davvero paura agli ideologi (orientali quanto occidentali) non è tanto l'insubordinazione, bensì la forza del pensiero buddhista, la sua imprendibilità o, in termini moderni, l'impossibile sua colonizzazione.

lunedì 10 marzo 2008

Alessandra Palmigiano


La seconda natura (LietoColle 2008) di Alessandra Palmigiano pare nascere da una stanza vuota, che l'autrice ordina con ragione, verso dopo verso. Il passo è controllato perché sembra che la catastrofe sia imminente, anzi, sia già innescata dal principio dei tempi. Si tratta solo di aspettare: alla fine, anche il ferro brucia. Anzi: la catastrofe è sotto gli occhi, in ogni cosa che incontri, basta saper guardare. Con quest'orrida premessa, la "stanza magra" viene riempita, ma sono sempre le cose, la prima natura, a reclamare i posti migliori, ad infilarsi con il loro ingombro domestico, i loro rumori di guerra, con i segni della fine visibile in ogni scorcio. All'irruenza del mondo, la Palmigiano cerca di contrapporre la seconda natura ossia la disciplina della parola e l'architettura del verso, della strofa, della "macchina non biologica" come la chiama Sannelli nell'esergo, "armatura animata e internamente vuota, ma perfetta". La formazione scientifica della poetessa alimenta con metodo questo progetto, tanto che la seconda natura ingabbia, in effetti, la prima, lasciando tuttavia intravedere un margine vuoto, una slabbratura dove – non ora, non qui – la felicità è ancora possibile. Di quest'ultima il libro, nel profondo e pudicamente, ci parla.




Proiettili


Ti chiedo se riesci a immaginare
cosa scrisse Gardini ai familiari
prima di farsi esplodere la testa
Mentre ci pensi ti faccio l’esatta
carezza che ti serve a dirmi: Grazie



*

Quando finisce l'idrogeno
sarà la volta dell'elio
Ed esaurito l'elio toccherà
al carbonio. Così in avanti
fino a bruciare il ferro.


Sleeper

Si tende ad essere poco per volta
nel minimo continuo fra tesa e sopracciglio
nell’inverno dell’estate. Lontano
dalle albe belligeranti, dentro il crogiolo
del ritmo che non cambia il silenzio
Ritrovando il codice della guarigione
attendendo la parola d’ordine
che arrivi la natura, da un’altra parte.



Pattern Recognition

L'apocalisse è la somma di tutte le soglie
generate e varcate sotto la percezione
dove il futuro si incendia sul passato
È la misura del successo, l'ottimismo predicato
ai martiri: il loro inferno è il tuo paradiso
Ed è il discorso delle stanze magre:
nel silenzio delle unghie che crescono
non si trova niente che non vi abbiamo messo
l'oggetto e il suo posto rassicurato
il corollario della assoluta disciplina
della vita reclusa nel crogiolo, la nervatura
dell'intangibilità. E abbiamo ricordato l'armatura
piovere a placche sul corpo dell'eroe
La vestizione segreta, dicevo — declinata in codici
e protocolli della missione svelata tra digiuni
e preghiere, mentre accudiamo al fuoco dell'offesa
la hybris domestica, il laser del supermercato.



In limine

Dietro quest'aria, l'alba che si fa
(come tutte le altre che la chiamano)
ferale nella durezza e nel fosforo
della sua idea di guerra, e solo per poco
ancora si potrà scegliere
di non guardarla, non considerare
la sua necessità, di rimanere
tra gelsomino e stenditoio, intatti.



Mrs & Ms Black


Mia madre ed io e due tazze uguali
con dentro qualcosa che assomiglia
al buonumore di un giorno di guerra
di mani rovinate uguali, ma è lutto
sepolto e rifiorito uguale, e si porta
tra le risate, a celebrare chi siamo.


Alessandra Palmigiano (Catania, 1973). Dal 1996 la sua vita compie oscillazioni di lustri tra Amsterdam e Barcelona. Ha conseguito un dottorato in logica a Barcelona, dove gran parte delle poesie di questa raccolta sono state scritte. Questa raccolta, sua opera prima, è l’evoluzione della silloge omonima apparsa nel 2005 su Atelier n. 40.

giovedì 6 marzo 2008

Fabulosi parlari


I Fabulosi parlari di cui Alessandro Ghignoli ci fa partecipi nell'omonimo libriccino (Gazebo 2006) non hanno per oggetto l'immaginario fabulistico provenzale o galego, bensì l'impasto della lingua così come opera nella testa di un uomo senza qualità, quella sua testa-mondo, crocevia spaziotemporale in cui musica e silenzio si succedono in una scansione fondante: "una teoria delle pause" recita un testo della raccolta, un sapere il cui metodo consiste nell'aprire e chiudere il flusso del discorso, come se poesia consistesse nel regolare le chiuse, dosando quantità e qualità della materia, quella "mondizia della parola", che in Fabulosi parlari proviene da più discariche. Latinismi, arcaismi medioevali, spagnolo, neologismi, ogni scoria s'incanala in un sottotono in cui talvolta ribolle un suono tondo, eccessivo, un "fabulare fabuloso", che galleggia sul magma apparentemente piatto del pensiero, tutto teso a mostrare i propri meccanismi analogici e ad annunciare quell'ombra inquieta che lo trasforma in poesia.



*

fosse somma cosa il fabulare fabuloso insieme de come li poeti deono parlare de l'amistade de i viaggi andati si todo fuera la vita vera del dire sfinita e todavia in questa curva via ancora scriventi ancora cercando una sola una palabra mia


*

non altro tempo se non pozzanghera dopo pozzanghera un andare avanti in circolo il detto caduto in un'eco il sonno in un filo di voce di luce nel profilo dei ritardi i ritorni i giorni


*

subitamente in tutto lo corpo lo foco di doglia crebbero nell'anima labile andamenti esempli di tanta tristizia di tanta allegorica provedenza d'imperfetti satisfacimenti


*

si contorce piano nell'umido penetra la sera il lento cambio il canto duro della terra le sue voci tutto è madre l'inizio il principio il tintinnio delle croci l'indizio


*

tutti i passi evaporati nel doppio andare la caduta il piacere delle ore il fragore della nebbia sul volto quel lento riprodursi di passaggi di paesi su una superficie sottile d'impronte su impronte su impronte


*

un die de li miei andari passati in un disfogare di vocabuli si cominciaro a vedere ragioni ne lo mio intendimento triema l'intendere de le cose tutte di dire parole si dicerò con dubitazione de la partita mia in orme parte in cotanto travagliare mi sia conceduta la prova de lo mio ragionamento


*

in questo istante continuo la crisi del pensiero il dato linguistico i segni della memoria i caratteri del tempo nell'inventario degli scarti somma e vicinanza al piacere di un'entrata una porta una parola d'accesso


*

una teoria delle pause dei parlati il discorso non esiste dentro la scrittura la mondizia della parola resiste l'assenza della voce l'interdizione del suono tutte le asme intorno un silente silenzio



Alessandro Ghignoli (1967) ha curato e tradotto una decina di volumi di poeti spagnoli e portoghesi, fra cui: Luìs Garcia Montero, Tempo di camere separate (Le Lettere, 2000), José Hierro, Poesie scelte (Raffaelli, 2004) e l’antologia La notte dell’assedio. Quattro poeti spagnoli contemporanei (Orizzonti Meridionali, 2005). Collabora a numerose riviste italiane e straniere e codirige per le Edizioni Orizzonti Meridionali la collana “Quaderni di poesia europea”. E’ redattore della rivista di letteratura e conoscenza “L’area di Broca”. Ha pubblicato la raccolta di versi La prossima impronta (Gazebo, 1999) e il libro di prosa Silenzio rosso (Via del Vento, 2003). Insegna all'Università di Alcalà de Henares e collabora al dipartimento di Letteratura spagnola e Teoria della letteratura dell'Università di Vigo. Vive a Madrid.

lunedì 3 marzo 2008

Omaggio a Celan


Scrive Luigi Pingitore su Nazione Indiana: "Sono passati 38 anni da Il Meridiano di Paul Celan. Quel discorso, pronunciato in occasione dell’assegnazione del premio “Büchner”, fu tra le tante cose una riflessione lucida, tutt’altro che dogmatica, e piena di strazi, sul significato che Celan attribuiva al proprio fare poesia; in un’epoca in cui la poesia aveva ampiamente dismesso la propria identità millenaria.
Otto poeti italiani. Oggi. Che abbiano già esordito (quindi con almeno una pubblicazione alle spalle che li abbia consegnati all’esterno).Tracciano il proprio meridiano, seguendo le coordinate intime delle proprie necessità, dei propri slanci e delle proprie abiure.La scelta di questi poeti è puramente arbitraria. Ne mancano altri. Potevano essere altri. Ma è una scelta. Non ci sono note bibliografiche. Di ciascuno di loro è possibile rintracciare in rete molteplici informazioni. Qui basti il testo."




Qui il mio Meridiano.