lunedì 30 luglio 2007

Fatos Arapi


Fatos Arapi, nato nel 1930 a Zvernec, Valona, è autore di versi filosofici, liriche d’amore ed elegie di morte. Studiò economia a Sofia (Bulgaria) dal 1949 al 1954 e lavorò poi a Tirana come giornalista e lettore moderno di Letteratura Albanese. Nelle sue prime due raccolte “Passi poetici”, Tirana 1962, e “Poemi e poesie” Tirana 1966, fece uso del verso moderno e mise le basi della poesia contemporanea albanese. È autore di più di 25 libri e la sua produzione letteraria comincia già durante la dittatura comunista albanese.



Mai sognata mia


Mi serve metà d’un sogno,
mai-sognata mia.

Appoggio la testa sul tuo seno
ed or ora scontro la tua nuca.

Mi serve metà d’un sogno.

Le lancette dell’orologio alla mano
spingono oltre i passanti,
negli erti giorni di Tiranna.
Anime non anime che vanno…
Vicino a me qualcuno parla da solo,
senza capire credo al suo dire.

Qualcuno, d’un aspra delusione,
abbottona nuove croci.
Gli lancio mezzo soldo
e compro la mia croce.

Ora per alzarla
Mi serve metà d’un sogno,
mai-sognata mia.



Non riescono a chiudersi

Non ho più forza neanche a rattristarmi
siamo navi senz’ancora
in mezzo ai venti aspri che si scontrano.
I pesci chiacchieroni assordano il cielo.
Datemi voi uno strappo d’ironia,
ché non riesco a trovarla in me,
un pezzetto d’ironia
quanto metà d’ala d’uccello, -
per scaldarmi dalle giallicce piogge
delle preghiere degli apostoli privi di senno.
Tutti hanno colpa e nessuno:
abbiamo voluto crearci nel nostro nulla.
Ora tutte le finestre dell’anima
sono aperte, spalancate e marce
dalle piogge di lacrime, -
e non riescono più a chiudersi.

Può entrare chiunque voglia.



Perché non t’ho amato un po’ di più


L’ho amata oltre la morte,
così ho amato io
e comunque non riesco a parlare a me stesso:
perché non l’ho amata di più…

Un po’ di più dove si spezza l’anima,
parlo all’abbandono: - aspetta, un poco.
Per illudere la nostalgia che non si spegne,
illudere il ricordo un po’.

Oltre la morte, oltre i mondi,
là dove inizia qualcos’altro –
a colei che se ne sta tra gli dei:

“perché non t’ho amato un po’ di più…”



Gloria Victis

Perché siamo noi i grandi perdenti.
L’arte magnifica della perdita
l’abbiamo fatta diventare fortuna.
Perché noi, solo noi, sappiamo sbagliare.
Noi sbagliamo in amicizia, e perdiamo.
Noi sbagliamo in amore, e perdiamo.
Noi sbagliamo nelle nostre speranze, e perdiamo.
I dadi bianchi del nostro fato
li lanciamo per primi – e continuiamo
a lanciarli anche dopo aver passato il Rubicone.
Tutti hanno colpa e nessuno.
Gli altri solo vincono,
noi siamo un popolo perdente,

delle grandi perdite. Il nostro cuore
è una mela d’oro di dolore.
Non vogliamo conoscere il potere nero dell’invidia,
e sbagliamo, non conosciamo
la brama scorpione del potere, e sbagliamo.
Perché noi, noi soltanto! Sappiamo sbagliare.
I nostri piedi scalzi sono quelle foglie gialle d’autunno
che cadono e camminano per strada; la nostra anima
è di qualcosa d’umida tristezza,
tutti possono ucciderla.
Gli altri no, sono vincitori per sempre,
loro non perdono mai, perché
mai sbagliano.

Invece noi sbagliamo – come sappiamo solo noi!
L’arte magnifica della perdita
l’abbiamo fatta diventare fortuna.
E abbiamo spezzato le ali all’elogio della vittoria.
Noi conosciamo solo l’elogio del popolo
delle grandi perdite. Perché noi
soltanto noi
siamo veri.



La patria

La patria è dolore, è dolore.
Un aprile afflitto all’anima.
La patria è la croce, è la croce.
La tieni – e lei tiene te – nell’anima.

La patria è la terra promessa.
Tu ci cammini come un dio e non l’hai sotto i piedi.
La patria non ha parole, ha occhi rattristati.
Muore l’amore in quell’amore che ti fa impazzire.

La patria è il pane affamato,
ti sfugge dalle mani e non riesci a sfamarlo;
sogno ed ansia e speranza tormentata
che con gli occhi nel buio, cerca se stessa.

La patria è una tomba aperta, è una tomba.
Una vita verso di lui va, giuro che convince.
In una lacrima annega la lacrima sciagurata.
In una lacrima partorisce la libertà.

La tua patria piccola, piccola,
quella divino immortale – la lacrima.



Nella tomba della libertà

Soffia vento con pioggia, sorella mia.
Si sono spente le candele delle tombe vicino.
Vento con pioggia…
La tua candela accesa
proteggo con i miei pugni;
ci incontriamo solo in questo giorno:
siamo diventate lacrime di candele, sorella mia,
tremiamo come questa fiammella schiva…
tu mi parli; sotto c’è gente.
C’è un vecchio qui vicino.
Cerca un coltello per sbucciare una mela.
La cerca, non la trova, questo poeta, amico mio
Ha scordato di scrivere intero il suo verso
“un caffè senza di te a Tirana”.
Ad una sposa è caduto l’anello;
lo cerca col timore da sposa giovane:
vi è buio lì sotto…
l’inferno conosce solo la lingua della luce.
Con la tua candela tra le mani
passo tomba su tomba e accendo
le candele spente:
un po’ di luce dall’anima.
Un bambino lì vicino
cerca i giocattoli persi,
sorella mia.



Coprifuoco

I passi della ronda picchiano nel corpo metallico della notte.
Fino a terra curvano e si sbattono le case per terra.
I pensieri si coltivano nelle teste della gente
e si frantumano poi in bisbigli dalle labbra pendenti
intorno al focolare.
Quest’ora viene carica di fiamme e ferro.
Come un gendarme aspro, si ferma di fronte alle porte di casa.
Solo chiede: “perché aperte”
ed in risposta muove la testa, l’elmetto,
ed in minaccia metallica pattuglia il buio.
Le porte rimangono aperte:
può entrarvi la libertà illegale dell’Albania.





Scrive Anila Resuli: "I versi di Fatos Arapi si tormentano da soli. Il richiamo sempre alla patria, alla libertà, all’essere uomini che si portano delle croci sempre addosso, è una costanza nella sua poesia. Le poesie qui proposte racchiudono quello che per il poeta ha forma marcia, ha dolore incastonato nella vita degli uomini: quel che il dolore procura all’anima e quello che l’anima attende da esso. Una costante nella poesia albanese è la ricerca della libertà, l’angoscia nel cercarla, nel sognarla: così è anche per questo poeta che in molte delle sue poesie si racconta; racconta l’amore per la sua patria, per l’amata, per i suoi famigliari che, ad ogni sua poesia, sembrano incontrarsi soltanto nel dolore. Una poesia pessimista forse, oppure solo uno squarcio di vita umana piena di errori e sbagli".

giovedì 19 luglio 2007

Hvar


Alla prossima settimana!

lunedì 16 luglio 2007

Franca Mancinelli


"Lasciami come un gatto lontano / alla svolta, sul ciglio di una strada / dove s'aprono valli / di viti e ulivi e non trovano la casa" scrive Franca Mancinelli in Mala Kruna, il suo primo libro, in uscita presso Manni editore. Eppure la casa -quale spazio insieme del bene e del male, della sofferenza e dell'intimità amorevole, quale cosmo dove la vita cerca legami e ragioni per non estinguersi - è centrale in questo libro, così come in questi inediti, scritti di recente.

La Mancinelli, qui, racconta alcuni scorci di una crisi di coppia, scegliendo il passo di chi è più preoccupato del mesaggio, che a costruire un'opera d'arte, quasi che il destinatario potesse porvi rimedio, volendo. La dimensione corale che attraversa Mala Kruna, il "ritmo della specie" cercato per "coprire la paura" della solitudine, in queste nuove poesie perciò scompare, così che il dramma individuale sia più netto: "dimagrisco / come una pesca ridotta all'osso". La materia per la poesia c'è, in effetti, ma consiglio Franca di non perdere lo sfondo plurale, oggettivo, che illumina il libro, quel distacco dall'oggetto che sempre Leopardi raccomandava: risalteranno meglio gli scarti soggettivi.




***


un cortocircuito, un piccolo scoppio
e la mattina che l’addormenta
con la guancia sul tavolo, nella cucina
le braccia a pescare nella luce tiepida,
dove un dito scrive nel fondo
mimando l’amore che muove la sabbia



***

tornare nel tuo accappatoio
senza fine accarezzare
il tuo lobo di velluto,
la barba di campo
sintetico da tennis.
E continua la doccia
a riempire le nostre acquasantiere.



***

la coinquilina di sventrati
casolari torna oggi
dall’assenza come un rovo a consolarti.
Annaffierete insieme
le piante di plastica.
Dimenticato il freddo
scambiandovi le mani come guanti
affiorate nella rete
dorata del sudore.



***

con migrazioni oltre le tue mani
abito dove dimagrisco
come una pesca ridotto all’osso.
Vado fedele al tuo guinzaglio
all’arco teso, ai teneri
vulcani delle dita.
Cercando te la lingua è un francobollo,
un’antenna nell’aria tesa.



***

tutto quello che sono è una finestra
il peso che avevo l’ha raccolto
in sacchi scuri l’alba.
Anche l’asfalto spazzolato
e umido si è aperto,
con l’albero del parco che comincia
a tradurre le nuvole alla terra.

Ora ogni movimento oltre la stanza
può trasportarti.
Camminano le ruote sulla strada
e si fermano con gli occhi tuoi a guardare
il mordersi dei cani che si trovano;
e luminoso il traffico rallenta
perché il cappello rovesciato
contenga una moneta.

venerdì 13 luglio 2007

blog, libro e San Francisco



Parto dal libro: è appena uscito per la Moretti & Vitali, I nomi della Sincronicità (a cura di S. Baratta e F. Ermini). "Anche questo volume - scrive l'editore - così come i precedenti dedicati a I nomi propri dell'Ombra, I nomi comuni dell'Anima e I nomi della Trasformazione, si avvale di una vastissima collaborazione interdipliscinare, allo scopo di ottenere un dizionario minimo di "immagini" che rivisitino e attualizzino il concetto junghiano di Sincronicità. jung ideò un nuovo principio che affianca e completa quelli già esistenti di tempo, spazio e casualità. Lo definì sincronicità e , solo per fare qualche esempio, tra gli eventi sincronistici comprese: intuizioni, fantasie, visioni, precognizioni, sogni veridici, profezie ecc. La definizione si basa sulla contemporaneità psicologica che caratterizza questo fenomeno; giàcchè se si trattasse solamente di contemporaneità fisica sarebbero stati sufficienti vocaboli già in uso, come sincronicità o sincronismo". Il mio contributo riguarda la nascita del concetto di Principio: VI secolo a.C. per i greci, i cinesi, gli indiani, i persiani.






San Francisco: dal 27 al 29 luglio, nella città americana, si terrà The International Poetry Festival. Sono invitati 15 poeti from around the world, che leggeranno assieme ai poeti locali e ad alcuni ospiti, quali Ferlinghetti e Jack Hirschman. Per l'Italia ci saranno Alberto Masala, Ferruccio Brugnaro e Anna Lombardo (redattrice de "Le voci della Luna") la quale, fra l'altro, farà conoscere La distanza immedicata.





Poesia & Blog: in Tellusfolio presento Vertigine, di Rossano Astremo e Nello scantinato, l'alveare, di Iole Toini.

mercoledì 11 luglio 2007

I segni i suoni le cose

Malgrado Lello Voce sia lettore attento in rete, soprattutto attraverso Absolutepoetry, non credo che i suoi testi siano sufficientemente conosciuti nella blogsfera. A tal fine, invito a leggere I segni i suoni le cose (Manni 1995), ottimo esempio della sua idea performativa.
Sul plurilinguismo che la caratterizza, scrive Niva Lorenzini, nella "presentazione": Voce utlizza "il plurilinguismo all'interno di una oralità testuale che non coincide con nessuna comunità definita di parlanti né con i consueti veicoli del comunicare, quelli che ritagliano i confini tra pubblico e privato, interno ed esterno. Qui tutto si ibrida e contamina, seguendo una carica vitale materica ad espansione infinita, in un continuum che affianca al linguaggio intermediale la memoria di voci perdute, di tradizioni represse e negate dal corso di una storia che manipola e falsifica: di fronte all'attacco conclusivo sferrato contro la stessa memoria, ecco il recupero attivo, in esplosiva miscela verboacustica, di dialetto napoletano e tradizione di poesia satirica, giocosa, popolare, espressionistica o da bassoparlato, dal d'Aubigné al Burchiello, dal Fidenzio allo Jahier, passando attraverso gli artifìci marinistici di un Leporeo o la deformazione eversiva di Corrado Costa o Emilio Villa, per non ricordare che alla rinfusa le tante citazioni testuali.
Una medesima istanza emerge da questa tradizione soccombente, rimossa: quella di riconsegnare il dire al fare, di trasformare la lingua, la sua vocalità repressa, in comunicazione in atto, che si realizza nel testo e col testo. La partitura che ne deriva, irta ed efficacemente disarmonica, diviene così anche un modo per non eludere il divario che si è aggravato nel tempo tra la sublimazione della beltà e la verifica della crudeltà".


pubblico i primi versi del secondo poemetto, Il paesaggio, dietro.


Cirri e peli di ciglia bisbigli nuvoli platani pupilleparole e poi
lungo le linee i limiti della forma delle linee la forza lenta
che descrive la profondità in algoritmi oscuri in segni e tratti
e punti in sunti d'essere formulaico e gremito affollato et donc

tout-tout au tour de Vaduzil n'y a rien, rien du tout du tout au
tour de Vaduz, Monsieur, tout au tour de moi il n'y a che vacuità

(ora aspettiamo la passione che darà fine all'abitudine / ma dopo vivremo franeremo nella vita all'apice del frinire d'ogni desiderio e
rammenteremo il dolore le ore dure mure muteavare tutte da lavare da nasconderei cancellare dal paesaggio: ma io mi compongo deluso / sto negli aloni assai fatati della delusione / ma mi considero come annesso a un vano retroscena e sovrascrivo questo file di poesia alle parole vere all'impronunciabile di senso all'afasia che è senso e direzione e
biologia alla voce porosatroce come prosa ch'assorbe che forbe l'orbe)

non c'è virgola che possa tranciare la gola a questa voce che croia
s'espande in onde e risponda fluttofiato e sangue d'ogni sintassi

(c'è una forza muta ch'assorda e lingue fioriscono affascinano / in-
selvano e tradiscono in mille / aghi di mutismi e sordità / spro-
fondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti al fondofondo del
fumo filtrano fuori e coprono il paesaggio (l'agio che è aggio del
reale) il male delle vene tese sprofonda globulo globulo gorgoglia
giù si glua tutto in glottidi e glosse glissa e grunisce gratta
il grigio del sentimento d'essere altrove all'altrove il dove
che squatra atro la materia dei gesti e un ricordo di durata all'epa)

tout-tout au tour de Vaduz il n'y a rien, rien du tout du tout au
tour de Vaduz, Monsieur, tout au tour de moi il n'y a che vacuità

c'è una forza muta e c'assorda c'ammorda c'assurda c'allurda e ci
stronca oui il y a une force qui nous assourdit nous enmorde nous
enabsurde nous ensalit qui nous arrache oui c'assorda oui assurda
ammorda sì qui nous arrache y si falta la palabra se è ubriaca e se

non c'è virgola che possa tranciare la gola a questa voce che croia
s'espande in onde e risponda fluttofiato e sangue d'ogni sintassi
...

domenica 8 luglio 2007

videgioco 4


A futura memoria e monito per lo stato delle cose poetiche, Fabrizio Bianchi mi invita a postare questa immagine, scattata il 6 luglio alla prima serata di presentazione dei giurati del Premio San Pellegrino, "dove si documenta - mi scrive - lo scarso rispetto giovanile verso i mostri sacri della poesia: casualmente è il bravo e tenero Loi che legge, ma la stessa cosa accadeva con De Angelis, Pecora, Rondoni e tutti gli altri giurati in lettura. Vi sono documentati i due responsabili della regia audio che, protetti [ma neanche tanto] da una pianta, giocano spudoratamente a carte sul computer di controllo durante l'Intensa Lettura del Poeta".


Naturalemente non tutti giovani sono così. Non solo i giovani, lo sono.

venerdì 6 luglio 2007

Margherita Rimi


La cura degli assenti è il terzo libro di poesia di questa autrice siciliana. Edito da LietoColle, contiene 30 poesie e una breve prefazione di Maurizio Cucchi, il quale parla di "una parola arcaica e ricca di energia... Una parola spesso ruvida che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo".

Al di là di qualche passaggio ancora legato all'immaginario standardizzato ("Coprimi / avremo notti da seminare / lungo i nostri sogni / nel nostro reggere il volo / delle stelle", dove la catena notti-sogni-volo-stelle è assai prevedibile) o ad un'urgenza biografica eccessivamente esposta ("Lasciata in piedi / non so più ricadere / né rincorrere / una croce che manca"), questa silloge contiene alcuni testi degni d'essere letti e meditati.





*


E' la memoria della mani calde

il vuoto degli assenti

le sere che non potevano aiutarci.


Di tutta l'impotenza

il posto delle cose

ferma

avanti

nel buio di uno stampo.




Ma questa è


Ma questa è

la misura

Questo dolore tutto

da attraversare


con occhi

che sganano il distacco

che spaiano il mistero

alle carezze


Partenze consapevoli

dal corpo

in cambio di niente

compongono distanze


Ricompense e furti


Misera di me

minacciata

pelle.




*


Talìa talìa

è l'ummira ca passa

e occhiu unn' arrisedi


Me matri facia tanti pinzera

cummigliava la notti e lu spaventu


E ora

abbissa stu mmurmuriarisi

di corpu

di fogli

a li spartenzi.


(Guarda guarda / è l'ombra che passa / e occhio non si ferma // Mia madre faceva tanti pensieri / copriva la notte e lo spavento // Ed ora / indovina questo lamentarsi / del corpo / di foglie / ai distacchi.)



Margherita Rimi nata a Prizzi (PA) nel 1957 risiede a Casteltermini (AG). Laureata in Medicina, svolge l'attività di Neuropsichiatria Infantile. Ha pubblicato: Traccia d'interiorità (Cultura Duemila, Ragusa 1990); Per non inventarmi (Kepos, Castelvetrano-Palermo 2002), La cura degli assenti (LietoColle 2007). Si sono interessati alla sua poesia Gianmario Lucini, Lucio Zinna, Giacomo Bonaggiuso, Giovanni Nuscis, Nuccio Mula, Marilena Renda, Marco Scalabrino.




martedì 3 luglio 2007

Gianmaria Giannetti


Ho incontrato Gianmaria Giannetti ne La coda della galassia, l'antologia curata da A. Ramberti per Fara, che contiene altre chicche di cui parlerò ancora. Per intanto: Giannetti, in questi versi, mette nel cono di luce Vera Blu, vecchia barbona della stazione di Bologna, sorella degli immobili vagabondi beckettiani. Di sé, lei dice: amo ripetere, amo dimenticare e fa pensieri sulla divinità assai intriganti: dio è sorto dall'uva dei campi......dio ha la velocità di un pavimento.


"poi alle 24.01: - lei la lei come cascata nella pancia, lei la braccia l'aria, lei della poltiglia si muscola, lei maschia e cadavere, lei gregge e foresta, lei giganteggia nana, lei matta, lei sputtana e sputacchia il sole nero al più nero, lei si gode di lei."


"Le tue mani consorte verso il punto luminoso covano un fiordo. Mani consorte di lei sporche, detrito di lei, di lei atomo, di lei atollo. Lei è la lei, e si monda di cenere e si stende alle nuvole e ha i polsi di spazio, e nelle vene i suoi fiumi.

.......................................................Lei dona uova al divino. Vera mettiti i guantini bianchi, le scarpette rosse, vai alla stazione e grida, grida Vera un po' il vero un po' il falso."


...

e io Vera Blu avanzo alla collanza ancorpiù della mia morte della mia non morte, odio la vicinanza odio la lontananza, vivo forse?


...

noi siamo fiumane e femminino siamo il tremolio di davide e simone


"Lei pensa uno spillo è freddo e il pino gracida. Lei pensa sono io la biologia bianca. Lei il planetario, il teschio. Lei dà al Re da bere la sua piscia colorata."



è il mio corpo bruciato, è il mio corpo di un fiore, e vomito tutto vomito tutto il nero che dio è il fuoco, il vomito, 50% di acqua, 50% di fuoco, e l'elefante muore nel forno degli dei, e la zingara nera prega S. Francesco, e il forno è fatto per morire di fame come se dal pane si potessero togliere le spine, come se da ogni testicolo la divinità coincida con la planimetrìa ài un occhio. Il sangue brucia, il rene spurga kerosene, tigri mangiano gazzella. C'è la prima comunione. C'è il tutto compiuto e qualche motivo per morire:


-
il soldato si toglie il metallo e cammina a quattro zampe, 50% di aria, 50% di zanne da Mozambico al Friuli, aspiro fiamme. Combatterò nella vagina di cristo, il cristo ateo che traballa, mi manca di nuovo la mia pancia nella bocca, mi manca il mio corpo.



Di sè, lui dice: sono nato a Milano nel 1974. Ho studiato filosofia estetica all’Università degli Studi di Milano. Il mio metodo ricerca l’ignoto, l’errrore e la contemporaneità. Uso deliberatamente sia la pittura che la poesia, la fotografia o l’istallazione. L’artista è il tramite tra l’ignoto e il noto, e può utilizzare qualsiasi forma per esprimere l’incontenibilità dell’arte. Ho curato con Nicola Monti, in collaborazione con la Galleria Pio Monti di Roma (Flash Art Fair di Milano), serate di poesia sperimentale. Ho pubblicato tre raccolte di poesie, Escatologia di (una piuma), (Edizioni il Filo, Roma), La storia di Vera Blu (primi appunti) (Fara Editore, Rimini), Appunti di un terrestre, (Giulio Perrone Editore, Roma). Vivo e lavoro tra Bari e Finale Ligure.