domenica 11 novembre 2018

Stefano Guglielmin, La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi



In questi due anni di assenza da Blanc, non ho dormito. Ho scritto invece un lungo saggio sulla poesia italiana contemporanea, verificandone le radici e la tenuta testuale. Sono circa 400 pagine, s’intitola La lingua visitata dalla neve (è un verso di Eugenio De Signoribus). Posto per ora l'indice.


INDICE



Introduzione         
PRIMA PARTE

1        Questioni preliminari

1.1  La deriva del soggetto
1.2  Poesia e inconscio
1.3  Le insidie sociali del linguaggio
1.4  Comunicazione, ideologia, archetipi (un esempio)
1.5 La creatività    

2 La tecnica e le regioni del poetico                                                                

2.1  Simbolo, metafora, allegoria
2.2  L’allegorismo debole del secondo Novecento
2.3  Precarietà identitaria nel sonetto contemporaneo
2.4  Il verso libero (ma da che cosa?)
2.5  Lirica vs Prosa?          
2.6  2.1  L’oralità


            
SECONDA PARTE
3 Praticabilità della linea simbolista

3.1 Introduzione
3.2 L’essenziale e la sordina                    
3.3 Un analogismo ben temperato
3.4 Milo De Angelis: Salvarsi dalla deriva della contingenza
3.5 L’ineluttabilità del simbolico
3.6 Originalità, creaturalità, lateralità dell’io, discorsività
3.7 Quando la biografia preme                             

4 Dentro la lirica (non simbolista)

4.1 La lirica gode di buona salute dentro il suo ghetto
4.2 Il tragico nella lirica contemporanea
4.3 L’impronta morale sulle ceneri della Storia
4.4 La lingua degli affetti
4.5 L’io mestamente lirico di Stefano Dal Bianco          
4.6 Accettare l’ordinario per ridare dignità all’io piccolo-borghese
      
5 Sperimentare vie d’uscita dal lirico  
5.1 Sullo sperimentare e sullo sperimentabile
5.2 Qualcosa continua a mettersi in scena, qualcosa di mobile e opaco
5.3 Una scrittura dalla “memoria corta” e un possibile passo indietro
5.4 Tre modi canonici del prosaico contemporaneo
5.5 L’impersonale dello spazio cavo dove la lirica s’acquieta nella prosa
5.6 Altre soluzioni di poesia in prosa

Indice dei nomi

mercoledì 7 novembre 2018

Anna Untitla (prosa)



A Trevìco, sul finire del 2014, nasce la prima Casa della Paesologia, sorta di moderna comune fondata programmaticamente nel paese più alto della Campania, in via di spopolamento come molti altri paesi dell'entroterra irpino. L'idea fu del poeta Franco Arminio, e per realizzarla si scelse di fondare un’associazione che avrebbe gestito le iscrizioni, con presidente Grazia Coppola, vicepresidente lo stesso Arminio, e segretaria Annamaria Palladino, più nota in web col nome di Anna Untitla. Fu quest’ultima, in veste di architetto prima che di poeta o “paesologa”, ad accollarsi fin da subito e molto volentieri un ruolo di spiccia esecutrice materiale: cercare la casa adatta, arredarla, dotarla di una nuova caldaia, ma anche redigere statuti e contratti.
Un samba a Trevìco raccoglie, nella forma di 26 piccoli verbali (ognuno corredato da una minuscola figura), gli entusiasmi costruttivi e le incertezze distruttive dell'autrice, autodefinitasi "la più eretica delle segretarie".
Libro pieno di amore e diffidenza, oltre che sequenza di libere riflessioni sulla modernità, sull'essere meridionale e sulla creatività nelle aggregazioni sociali. Diario di cantiere ma anche malinconica riflessione sulla natura effimera dell'entusiasmo, specialmente in alcune persone votate, per maledizione sembrerebbe, a "rendere possibile l'esistenza di ciò che gli altri inventano". Come dire: la parte più eccitante e insieme quella più ineluttabile dell'edificazione, raccontate da chi nella posa del mattone vede anche, e non riesce a non vedere, il crollo.
Il samba del titolo si rifà al Canto de Ossanha (1968), una delle più impressionanti e magiche composizioni di Vinicius de Moraes e Baden Powell, che ispirandosi al rito afrobrasiliano del candomblé trovarono il modo di mettere in canzone l'eccitazione e la disperazione dell'andirivieni fra il fare e il non fare, fra il fidarsi e il non fidarsi, fra il costruire (appunto) e il distruggere.
Oggi Anna Untitla non è più parte attiva della Casa della Paesologia, che peraltro conta ancora centinaia di iscritti in tutta Italia. Un samba a Trevìco fu scritto all’epoca della fondazione, ma viene pubblicato solo oggi, in occasione del trasferimento della Casa da Trevico a Bisaccia, paese natale di Franco Arminio.
Il 15mo “verbale”, qui riportato, parla della sera in cui a Benevento venne siglato il contratto di affitto della grande casa di Trevico, di proprietà del magistrato Pietro Cuoco, già Presidente della Corte di Cassazione, anch’egli incuriosito e in qualche modo affascinato da Arminio e dalla sua nascente comunità paesologica.

(premessa di Anna Untitla)


***

15. Del Magazzino Arminio, della giornata contrattuale in una penombra blu, di come si produsse questa penombra africana.

Siamo dunque andati a Benevento a fare questo contratto. Prima, a Bisaccia, siamo passati dal magazzino dove Franco tiene le cose della vecchia casa, tipo un garage. Mi ha fatto un effetto curioso perché io sono anni che le cose le tolgo da una parte e le metto dall'altra, e le aggiungo anche se non c'è spazio e faccio, più che arredamenti, configurazioni di equilibrio molto complesse e non sempre riuscite, se avessi un deposito come il Magazzino Arminio (che come dice giustamente Fabio Nigro sarebbe già un bel titolo per qualcosa) penso che lo appiccerei. Tanta è l'attitudine in me di costruire, fondare, elevare, tanta è quella di sgombrare, levare di mezzo, come con un braccio si ripulisce una tovaglia con quel gesto lì, rotante – oppure appunto, appicciare. Altra impressione mi ha fatto casa Cuoco, quella loro di residenza l'appartamento dove vivono, non quella di Trevico. Già entrando l'ho vista come una casa nobilmente invecchiata, senza restyling: una casa “da architetto”, anni settanta penso, un grande tondo pieno, e blu, al centro della casa fra l'ingresso e la sala pranzo, come un tronco gigante di baobab, strano pensare a un baobab guardando un muro tondo, e rivestito di granigliato blu, tutto anni settanta in una casa di Benevento, tutto mi aspettavo fuorché un baobab blu... e poi il muretto divisorio sagomato a controcurva, rifinito di legno massello sulla parte curva gran lavoro di modanatura, il tavolo in marmo ovale... Dopo, lo stesso signor Cuoco (che dovremmo chiamare “presidente”, lo sappiamo, ma non ci viene per la sua grande cordialità, e per i suoi occhi vivi) ci ha raccontato di quanto fosse squisito, credo che abbia usato questa parola, l'architetto che progettò per loro quella casa, il baobab blu, e quella penombra sinuosa... un ragazzo, purtroppo morto assai giovane (qui un fermo-respiro, gli occhi davvero umidi nel ricordo): il giovane figlio, architetto e squisito, di un magistrato il cui nome dice qualcosa a tutti gli uomini di legge, Principe, colui che in Italia inventò, possiamo dire, la magistratura di sinistra.



venerdì 19 ottobre 2018

Lina Salvi su Alfredo Panetta



Alfredo Panetta  Thra Spirali e Sònnura (Tra Rovi e Sogni), puntoacapo Editrice, Pasturana,  2018

Ho pensato spesso, leggendo questo libro, di trovarmi su un percorso accidentato, colmo di trappole e insidie; tra rovi spinosi, acuminati, come sembra suggerire il titolo e agognati sogni. Dapprima la trappola, il sanguinamento, lo scacco, la sequenza più ovvia, severa, a tratti annunciata, per questo forse meno temibile, o forse, più salvifica. Difatti l’autore ci conduce in una sequenza di avvenimenti che tracimano sulla pagina come la più ovvia delle realtà. Si parla qui di elementi rurali, contadini, coltelli, accette; potremo dire quasi arcaici, poiché le poesie traggono linfa da circostanze attinenti la terra di Calabria, in particolare della zona di Locri, ma riconducibili a qualsiasi altra atmosfera abbacinata di acqua e fango. Si parla di   fiumare, dove il terriccio, lo stesso scorrere dell’acqua è spesso ostacolato dal terreno fangoso, insidioso per chiunque osi affrontarle. Qui la mano umana si svela non distruttiva, devastatrice, ma attenta a preservare il corso delle cose. Chi per governarle, dovrà necessariamente assecondare la natura, andarle incontro, in un gesto di sicuro soccorso, in una sorta di simbiosi naturale, a tratti in una lotta.
Molte figure e personaggi emergono dal libro come emblemi di una storia, di vite fiere della loro sorti e del destino che sembra accadere di lì a poco intorno.


CATA, AERI E OJI   

Stacìa ssettata pè nteri jornati
nnanzi o’ focularu, si scialava
u guarda a ligna chi si cunzuma
thrappa thrappa ‘nta ll’arria.

Cocciulijava ‘u rosariu c’a fedi
ngenua d’i figghjioli, menthri
‘u fumu nci sciucava i palpebri.
E se trasìa inta ncocchjiunu
scifulava l’occhji nta ll’ìsthracu
tenendu arrè, pe’ picca, ‘u rispiru.

Nuju ‘i chiju chi succedia
nto mundu potia smoviri ‘i sò gesti
l’usanzi nci davanu na forza
chi tenia inta na pricisa lentezza.

Cu ll’anni l’asma nci accurcià
l’ossa, e ‘a so facci diventà ‘a carta
‘i na generazzioni minata, ma’ vinciuta.

Na sira a vitti appojata sup’a spallera
du letthu, fissava ‘i singazzi ‘i nu vacanti
chi tandi n mi toccava minimamenti.

Oji è ccà, nta sti palori Catarina
cchjiù viva ca mà, ‘a sò guc
duna mangiari a’ mè, sempi cchjiù
ngolfata nto fracassu d‘i claccson.

A cu mporta se fudi mè nanna
o se mbeci na fimmana a modu sò
du temphu abbasata?

Caterina ieri e oggi
Stava seduta per intere giornate/ davanti al focolare, guardava/ la legna consumarsi lentamente nell’aria.// Sgranava il rosario con la fede/ ingenua dei bambini, mentre/ il fumo le asciugava le palpebre. Se entrava qualcuno/ lasciava scivolare lo sguardo sul pavimento/ trattenendo per poco il respiro./ Nulla di quello che accadeva/ nel mondo poteva turbare i suoi gesti/ le abitudini le davano una forza/ che concentrava in una essenziale lentezza.// Con gli anni l’asma le accorciò/ le ossa e il suo viso divenne la mappa/ d’una generazione battuta, mai vinta.// Una sera la vidi appoggiata alla spalliera/ del letto, fissava le crepe d’un vuoto/ che allora non poteva lambirmi.// Oggi è qui, in questi versi Caterina/ più viva che mai, la sua voce/ nutre la mia, sempre più ingolfata/ nel frastuono dei clacson./ Cosa importa se è stata mia nonna/ o invece una donna a suo modo/ baciata dal tempo?

Se la vita è ricordarsi della fiumara, come intitola Manuel Cohen, nell’introduzione del libro, il mondo è rappresentato come un coacervo di asprezze e durezze, di ferinità primordiali dove coesistono realismo e surrealismo, dove l’agognato sogno,   annunciato, sembra avere l’odore del bucato o sublimarsi in un incontro inaspettato. Non importa se vale per quel momento o se la vita condurrà altrove. Ciò che conta è essere lì, saper guardare anche i poveri al di là del Torbido con la loro cruciale dignità.

DIGNITA’

“La Calabria sta perdendo la ricchezza della sua povertà” (G. Berto)

Jivu ‘i l’atthra sponda du Trubbulu
a cogghjiri agulivi. Jà m’agustai
na murra ‘i povari chi si stuja
‘u culu cu frundi d’abbruvera.

Povaru ènnu chiji, mi dissi unu d’iji
cu si spara pugnetti c’a sidura ‘i sò pà
e dassa mpurriri  sònnura
e gudeja nta potiha du zziu Mi.

Po’ nci vitti mentiri i mani nta fissa
d’a fimmana cchjiù beja, tirà fora
nu panaru chjinu ‘i giarasa, favi, poseja
fica calijati, cujuri ‘i pani e vinu ‘i Cirò.

Se cerchi ‘ a sthrata p,a casa
mi dissi, ndà u sa ca nuju ò mundu
teni ‘a vista longa com’un pòvaru
chi stringi nt’è pugna ‘a sò dignità.

 Dignità
Sono andato sull’altro versante/ del Torbido, a raccogliere olive./ Lì ho visto un branco di poveri/ pulirsi il culo/ con foglie di brughiera.// Poveri sono quelli, mi disse/ uno di loro, che si masturbano/ col sudore dei padri/ e lasciano marcire i sogni/ e le budella nell’osteria di zio Mi.// Poi gli vidi mettere le mani nella vagina/ della femmina più bella, estrasse/ una cesta piena di ciliegie, fave, piselli/ fichi secchi, ruote di pane e vino di Cirò.// Se cerchi la strada del ritorno/ mi disse, sappi che nessuno al mondo/ ha la vista più acuta di un povero/  che stringe nei pugni la sua dignità.

I ricordi intrecciati alla memoria tra realtà e presente, si stagliano anche lungo le arterie di città o le tangenziali, dove sembrerebbe quasi impossibile accoccolarsi all’ombra di un faggio e ascoltare il cinguettio di un cardellino che pure si scontra con le sconcezze della vita.  Si resta avvinti dalla morte di una quercia: (La quercia spezzata), dove persino i ragazzi, di solito intenti in altre scaramucce, assistono alla fine, del tutto o del niente, dove un tempo c’era un nido per giocatori di carte.

A CERZA RUPPUTA

Abbastà menz’ura, Cristu!
‘N corpu siccu e nu schjiantu
a sbigghjiari menzu pajisi.

Ndi vitti e sentì, nta dducent’anni
e passa. Malipalori e jestimi,
stringiuti ‘i manu, figghjioli
chi currinu e criscinu….I carti
i briscula nta ll’umbri fìciaru folì. 

Mo’ è jà, curcata nnanzi a nnu
cretini chi spettamu cusapichi.
Ija non di voli sapiri u s’a coja
e mancu è giustu, propia mo’
chi ncigna a hjiuriri ‘a primavera.

Mastro Ntoni, ‘a serra nte vrazza
‘a guci severa ma arrahata
pe’ faghuri, cotrari, ndi dici
votativi ‘i n’authra vanda
non nc’esti nenti ‘i guardari ccà.
Propia nenti ‘i vidiri.

La quercia spezzata

È bastata mezz’ora, Cristo!/ Un colpo secco e uno schianto/ a svegliare mezzo paese.// Ne aveva viste e sentite, in duecent’anni/ e passa. Parolacce e bestemmie, strette di mano/ bambini correre e crescere… Le carte/ da briscola sotto la sua ombra/ ci avevano fatto il nido.// Adesso è lì, sdraiata sul prato/ e noi davanti come cretini/ aspettando chissà che cosa./ Lei non ne vuole sapere di andarsene/ e non è giusto, proprio/ adesso che sboccia la primavera.// Mastro Ntoni, la sega in braccio/ la voce severa ma roca/ per favore, ragazzi, ci dice/  giratevi da un’altra parte/ non c’è niente da guardare qui./ Proprio niente da guardare.


Di un sapiente impatto, a mio avviso, le figure materne e femminili, madri coraggiose, donne fiere nella loro sudditanza al mondo, ma statutarie, simbolo ed emblema, oserei dire, maestre di una dignità più universale, dove chi sembra soccombere, alla fine insegna.
Lina Salvi

Alfredo Panetta è nato nel 1962 a Locri (R.C.). Nel 1981 si trasferisce a Milano dove tuttora vive e lavora nel settore infissi in alluminio. Scrive nella lingua madre, il dialetto calabrese del basso ionico reggino. Suoi testi sono apparsi su varie riviste tra le quali Nuovi Argomenti, Tratti, Il Segnale, Capoverso, La Mosca di Milano, Gradiva. Vincitore del premio Montale Europa per inediti nel 2004, con il suo primo libro, Petri ‘i limiti (Pietre di confine, Moretti& Vitali, 2005) si è aggiudicato i premi Albino Pierro, Lanciano-Mario Sansone e  Rhegium Julii. Nel 2011 è uscita la sua seconda raccolta Na folia nt’è falacchi (Un nido nel fango, Edizioni CFR) vincitrice del premio Pascoli. E’ del 2015 la raccolta Diricati chi si movinu (Radici Mobili, Ed. La Vita Felice). Nel 2018 pubblica il suo ultimo lavoro, Thra sipali e sònnura (Tra rovi e sogni, Ed. Punto e a capo). Tra i concorsi vinti con poesie singole o con sillogi: i premi Lago Gerundo, Noventa-Pascutto, Guido Gozzano. È membro di giuria dei premi letterari “Città di Galbiate” (LC) e “Daniela Cairoli” (CO).  In una scuola primaria di Lecco coordina un laboratorio di composizione poetica.



mercoledì 17 ottobre 2018

Elio Grasso su Gabriele Borgna



Gabriele Borgna
Artigianato sentimentale (pref. di Giuseppe Conte)
Puntoacapo, Pasturana 2017


Irriducibile Liguria, in tempi di scarsa considerazione del viver bene, ammesso che il termine non produca ancora irritazione e pensieri tutt’altro che favorevoli. Ma li produce. Voci ancora svelano le valenze e i significati di certi luoghi marini, su cui sono appoggiate colline ricche di fasce abbondanti d’ulivi, vigne e bergamotto, e poi Alpi che non vedono l’ora di scivolare nel mare. Se seguissimo le strade (e le regole) del Mito, le stesse professate da Giuseppe Conte (non a caso prefatore del libro di Gabriele Borgna) per molti decenni, sapremmo come addentrarci in questi territori con la sacca dei libri giusti: Camillo Sbarbaro, Mario Novaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Giovanni Boine, Pierangelo Baratono, Angiolo Silvio Novaro, Eugenio Montale. Perché qui siamo nella Riviera di Ponente, fra i lavoranti dell’oleificio Sasso nei primi anni del Novecento. E infatti la “Riviera ligure”, la rivista letteraria di quei luoghi e di quell’epoca, nacque come bollettino pubblicitario dell’azienda. E ospitò gran parte della poesia italiana allora in crescita. A distanza di un secolo sarebbe opportuno legarsi alle parole attecchite nei litorali dove Porto Maurizio si eleva e trattiene voci da ascoltare con attenzione. Le nuove leve dove stanno? Domanda spronante, prima di accettare i consigli delle Muse. Sempre più infuriate e quindi ostili per l’abbandono (tranne rari casi) a cui sono state sottoposte. Bisogna intendersi sul significato da riporre in loro, e nella disfunzione tecnica che ci ha consegnato a terrorismo e folklore. Le prime non stanno troppo bene, e si vestono volgarmente, mentre il disordine digitale abbatte i flâneurs dell’anima. Chi è ancora capace di curare queste Muse, lasciando perdere il commercio? E chi può resistere, con libertà di spirito e di gambe, all’assurdità tecnologica? I poeti, ma non tutti i poeti. Certamente non coloro che pretendono di esistere dentro i monitor presi in ostaggio dalle pagine social. Il sensibile, oggi, è il peggior nemico della poesia, e dunque delle Muse. I cataloghi ne sono pieni. Ma siamo fiduciosi nella cattiva qualità della carta, presto ingiallita, in breve tempo si polverizzerà. Gabriele Borgna, abitante di Porto Maurizio (paradigma necessario a quanto detto), attrezza il proprio esordio di tutte le intenzioni “storiche”, nulla sprecando dell’onda lunga giunta dal secolo scorso ai suoi piedi. Il linguaggio, il dialogo continuo con chi c’è e con chi se n’è andato, le svolte verso la realtà, e la ricca cordigliera di “fatiche civilizzatrici”, tutto questo sta nei confini di Artigianato sentimentale, confini di larghe vedute e di continui rimandi alla voce alta, non tiranneggiata dalle rumorose officine. Sono molti, lì dentro, i richiami al dialogo e alla compagnia ricercata, voluta e presa tra le braccia. Tenendo a cuore le sorti famigliari, giammai lasciate indietro, fosse anche per un solo giorno o per rincorrere sul gozzo branchi di pesci al largo. Uomo di civiltà romantica, Borgna vuole su di sé tutta la vitalità di una lingua inseguita nelle pagine giuste. Sbarbaro sorriderebbe per tale impresa, vedrebbe prospettive a lui care. Tra mareggiate e calma di vento, l’Onda lunga è la scelta giusta per un autore che fa della sopravvivenza linguistica la misura del suo scrivere, fra inattesi scorci lirici (o se mai largamente dimenticati dai più) e brevi formalità discorsive intorno all’amore, senza trascurare frammenti idilliaci riecheggianti un altro mare dalle parti di Recanati. Varie tutele a cui Gabriele non si sottrae, anzi vi trova un conforto riguardoso verso il lettore, spinto con gesto fermo a un ambiente nello stesso tempo dentro e fuori casa. L’interesse per la ricerca è insieme apprendistato e desiderio di prendere a sé le passioni umane voltate in una lingua capace di cambiare la condizione della poesia e delle poetiche. È accaduto durante il Novecento, Borgna è qui per ricordarcelo, tenace ma lontano dalla lusinga. D’altronde se le generazioni liguri hanno avuto (e preso per sé) inviti da consegnare al resto dell’Italia letteraria, sono proprio i Murmuri ed echi (Mario Novaro) che rifiutano il bel canto in favore di repertori di un tocco ben più rugoso. Voce bassa ma continua, esito d’artigianato, frammenti come in un erbario di Sbarbaro: in fondo, dalla “Riviera ligure” a oggi, possedendo i giusti mezzi, gli infiniti spazi potrebbero benevolmente flettersi.

Elio Grasso


A ca’ de Jose
(au Portu)

Sdraiamoci nel ventre di questa cesta
d’aspra terra, dove i nostri amori
in bianco e nero dormono ancora
senza respiro, senza passare.
Lo senti l’odore del silenzio?
Esso ti ascolta. E tutto di te
scopre ed impara accovacciato,
baro nascosto
tra l’agave e il rosmarino.
Attraverso nuvole
cariche d’incognite la natura ci parla
dentro agli occhi, scrivendo il cielo
con rondini e ideogrammi.
Aiutami a impiccare ogni
singola afflizione ai fili
delle stese, educate all’inchino
duro della tramontana.
Riportami per mano
agli albori dei sogni di sabbia
quando respirando con lentezza il mare
ci promettemmo salsedine a vita…


Onda lunga

Non come il torrente confusionario
e sprecone nella ripida giovinezza
o il fiume nella sua sola possibile
meta che per uscire deve fare male.
Nemmeno come il lago
troppo dipendente
da intriganti emissari.
Non come lo stagno torbido dall’acqua
tersa in superficie
dove basta un tocco di libellula
a svelarne la natura melmosa.
Io per te sarò un oceano, un eterno
flusso senza fine, dall’onda lunga…


Sguardi

Occhi ciechi, prigionieri delle orbite
adagiati nel cosmo dentro ellissi stanche.
Comete fallite, mancati soli
mancate vite…
Chissà quale smisurato orrore
vi ha impietrito così tra le infinite
architetture del possibile,
facendovi buio in piena luna
dove tutte le stelle del cielo
talvolta sono meno dei baci
affannati di certi amori ritardatari.



da La vita è un giorno

I
Alba

Tumefatto prima di cadere.
Totalmente dipendente, piangente, appena nato.
Nessun piccolo sole puntato alla mia bocca.
Solo luce nel riflesso d’altri occhi
che in me vedono un foglio
non ancora scritto, dove tutto
può ricominciare.

II
Mattino

Padre a ore – tu – tu troppo presto
perduto, che con voce profonda m’avvolgevi
leggendomi d’oceani, e di tempeste
e di terribili naufragi sulle isole
bianche, le isole della fantasia…
A quell’oggi orfano
del passato e senza ancora un domani
apparivi così, altissimo, imponente,
uguale alla realtà,
fuori portata.

V
Tramonto

Resti umani appesi a una finestra
che seguono distratti la piena del mondo.
Tra avanzi di lucidità mi riconosco.
Per me, non è più tempo di credere ai miracoli
né all’ultima ora, che salva e redime.
Una siffatta verità è l’anticamera delal polvere.
Però la morte non pretende verità, ma vita.


Simulacro

Cammino. Passo e respiro.
Mi sono lasciato alle spalle
i grappoli d’auto, le teche d’ossidi
silicei e il cemento
che avviluppa uomini e cose
fondendo i giorni in un solo blocco.
L’occhio è già alla montagna
che vi vide tentare la scalata
in quella nuziale, mendace cordata.
In vetta – ai piedi della croce –
dove anche il pensiero va dosato,
qualcosa sfuggì ai can del soccorso…
È ciò che fu con voi dal primo campo base
e ancora e sempre dondola
sull’infernale abisso, simulacro
di una passione inusitata
appesa alla sua fune.


Erosione

Il mio dolore è una pietra,
un pianeta senz’orbita
che chiama tutto sole, purché bruci.
In lontananza,
barbagli di tempesta
scorticano dal buio
la pelle dell’istante
che s’inventa il mattino.
Mi chiedo che ora è, adesso,
mentre qualcosa dentro scivola, degrada,
lasciando spazio al vuoto
deserto che mi cresce e si distende
sotto lo sguardo che scruta l’orizzonte
e vede un campo di croci.


 Gabriele Borgna (Savona 1982).Artigianato sentimentale è la sua opera prima.


mercoledì 19 settembre 2018

Un po' di autobiografia del secolo scorso

Articolo, di Gianpaolo Resentera, uscito in un quotidiano locale nel 2002. Lo riporto perché è l'unico a riprendere la mia biografia delle origini, sconosciuta ai più.


GUGLIELMIN. NON SI È MAI DOVE SI È

[...] Forse la poesia non ha oggi che uno scopo negativo, in un mondo in cui le parole son troppe: di infondere malessere, di suscitare disorientamento nel casuale e distratto lettore, instillandogli il dubbio che le cose non stiano così come le gazzette bugiardamente assicurano ogni giorno con perseverante malizia. Ma farlo non in una prospettiva ideologica, o, peggio, politica, come pare facessero Nanni Balestrini o Elio Pagliarani, quasi si trattasse di una lotta contro il sistema. No, niente sistemi da abbattere, solo servire modestamente la verità dell’uomo e dire le cose sgradite che ormai nessuno dice più. Per esempio: «S’invecchia, si muore, sai? Intendimi: non gli altri soltanto, ma noi, ma tu…»; oppure: «Le passioni, eh, caro, svaniscono, e spaesata parola è l’amore, oggetto feriale e disadorno in un paesaggio oggi più che mai dominato dall’estetismo di Krizia e compagni…».
Forse allora le cose stanno anche peggio. Non è la scarsa leggibilità dei poeti d’oggi a togliere lettori alla poesia. Infatti non è che la riforma liturgica abbia fatto ritornare le folle alle chiese. È che sono parole sommamente sgradite quelle sillabate dal poeta, il quale è solo un prestavoce: c’è chi dice all’inconscio, c’è chi dice all’Assoluto…
Quale sia la verità, questi pensieri, davvero poco allegri, mi ha prodotto l’incontro con Stefano Guglielmin, pur più giovane di me. Mi è parso infatti di capire assai bene la posizione senza sbocchi del suo essere poeta. E tuttavia egli mi è parso ben determinato a perseverare nella quotidiana operazione della testimonianza.

2.
Nato nel 1961, originario di Magrè, da ragazzo o poco più Stefano Guglielmin praticava il mezzofondo con l’Emar di Mirko Gresele e voleva inserirsi nel mondo dello sport: un diploma qualunque e poi frequentare l’“Istituto Superiore di Educazione Fisica”. Ai geometri però, quando già la sua adolescenza spingeva all’involuto e alle letture che t’illudono spiegare gli enigmi con lo svelamento dell’inconscio, trovò un’insegnante che lo indirizzò a letture anche più costruttive. Fu così che per merito di Lilia Pino, finite le superiori, Guglielmin seguì i corsi filosofici del “Liviano”, fino a laurearsi con una tesi sul pensiero debole in Nietzsche ed Heidegger.
Ormai però da tempo le scuole s’erano assiepate d’insegnanti. E dopo la laurea egli non ebbe il coraggio d’insistere. Invece di attendere il suo turno pur d’insegnare filosofia, si adattò ad entrare nelle graduatorie di lettere. Ne derivarono i passati 9 difficili anni, mandato a insegnare lontano da casa, in sedi diverse ma sempre disagiate e di poca soddisfazione: ogni ottobre assunto, ogni settembre licenziato.
Abbandonato lo sport, per socializzare gli restava la musica, studiata per merito del nonno, Piereto Guglielmin, il quale si era fatto un nome suonando il violino nelle orchestrine e il violoncello nei matrimoni. Il nipote invece suona il pianoforte, ma da 6 anni fa anche parte del “Danny Rose”, un gruppo rock nel quale suona il basso elettrico.
Prima ancora però ci fu la poesia, un modo forse più nobile ed elitario per sciogliere o sublimare i propri nodi esistenziali. Debitore com’era delle sue letture freudiane e degli studi sul rapporto linguaggio-essere, non poteva che scrivere in modo illeggibile, anche perché c’erano già dei modelli, ammiccanti dalla loro marginalità, a professare l’affascinante (per un giovane solitario) avanguardismo della poesia come lotta al linguaggio istituzionalizzato, profeti disarmati ma ben determinati a combattere il sistema con la pratica di un trobar clus tra i più serrati. Forse qualcuno ricorderà i Novissimi e il “Gruppo 63”.
Marginale alla cultura “dominante” in città, Guglielmin vide in quel tipo di militanza la sua strada, sicché anche quando entrò a far parte degli “Amici della Poesia”, circolo animato da Danilo Faccin, non poté che restarci pochi anni, collaborando però, oltre che ad alcune antologie (Certo la pioggia, 1986), a qualche attività pubblica. Sua è l’organizzazione di una mostra delle riviste italiane di poesia, di cui nell’87 riuscì a portare a palazzo Toaldi Capra un centinaio di esemplari. Mostra andata deserta, com’è immaginabile…
Guglielmin, il quale nell’85 aveva pubblicato la sua prima raccolta (Fascinose estroversioni), accettò l’isolamento, cercando fuori di Schio qualche contatto, qualche colleganza, anche partecipando ai premi letterari, selezionati tra quelli dalle giurie di valore. Nel ’90, dopo aver pubblicato Logoshima (1988), colse il successo più significativo, vincendo con una silloge di 10 liriche il premio “Poesia” di Cologno Monzese che aveva in giuria, insieme con i più giovani Milo De Angelis e Roberto Pazzi, Giancarlo Majorino e Maria Luisa Spaziani. Subito dopo una sua poesia sonora, costruita insieme con Giacomo Bergamini di Arzignano, fu accolta nel n. 21 di Baobab, rivista diretta da Adriano Spatola.
Oggi Guglielmin ha momentaneamente detto basta alla poesia. C’è nel cassetto una raccolta (Le parole che al vento) con gl’inediti di un quadriennio (89-93) che Jolanda Insana gli ha promesso di pubblicare. L’autore me ne ha parlato come dell’opera più matura, più importante. Divisa in 3 sezioni (Dell’angelico, Dell’erotico, Del dolore) è una storia d’amore esposta da 3 voci, narranti in 3 stili diversi. Abbandonata ormai la ricerca linguistica dell’avanguardia, Guglielmin è convinto di aver superato la frattura tra lingua materna e italiano attraversando in modo sperimentale i linguaggi della nostra letteratura. Così, senza riecheggiamenti ma per via allusiva, ha trovato la propria voce.
Nell’attesa della pubblicazione, da 3 anni Guglielmin si è intanto indirizzato alla prosa ed ha già scritto 2 romanzi. Il primo, completato nel 93 in 110 pagine, s’intitola Buon Natale, bambini!; il secondo - Il giardino di Shaiho-Jo [finalista al premio Calvino del 1996, n.d.r.] - è appena finito ed è lungo una trentina di pagine in più. Di entrambi ignoriamo la trama e la scrittura; sappiamo solo che ora l’autore sta dandosi da fare con le case editrici per “collocarli”.
Lasciandolo, gli abbiamo augurato buona fortuna: per i figli, c’è, alla peggio, l’orfanatrofio: ma per gl’inediti?

3.
L’idea che sta alla radice degli studi raccolti da Stefano Guglielmin sotto il titolo di Scritti nomadi è chiara ma niente affatto allegra: è la solitudine la caratteristica intima dell’uomo. La differenza tra il passato e la modernità (o la postmodernità, cioè l’oggi) è che nel passato Dio non era ancora morto nel cuore e nella mente dell’uomo, per cui l’uomo trasferiva il proprio senso, la ragione della propria esistenza in Dio e a lui faceva sempre riferimento, col rischio che il fideismo annullasse razionalità e responsabilità. Posizione decisamente difficile da sostenere, se non con un forte equilibrio tra cuore e ragione, tra fede e ragione (Agostino, Pascal). Cresciuta patologicamente la ragione (Umanesimo? Illuminismo?), le lamentele del cuore sono state tacitate, in quanto l’uomo tentava di farsi dio a sé stesso. Da qui invece le tragedie dei vari totalitarismi otto-novecenteschi. In fondo, il dramma dell’uomo moderno è che, avendo dissociato la libertà dalla verità, si è trovato in mano un attrezzo inservibile e nel cuore il totale spaesamento: perché mortale era prima e mortale è rimasto anche dopo. Insomma, come aver gambe e non aver terra sotto i piedi.
Il merito del libro però non deriva solo dall’utilità che se ne può ricavare per una interpretazione sistematica, quantunque univoca, di vari autori del Novecento sia italiani (Campana, Fenoglio, Calvino, Volponi, Sanguineti, Giuliani, Porta, Balestrini, Zanzotto ecc.) sia stranieri (Camus, Beckett, Ionesco, Borges, Trakl ecc.). Questo vale per chi s’interessi di letteratura in senso professionale. No, c’è un altro merito, che per me vale di più ed è che il libro è legato da un resistente filo d’oro, fatto ad un tempo di coerenza e di nobiltà. Voglio dire che nella ricerca di Guglielmin - personaggio socialmente defilato - c’è stretto rapporto tra esistenza e coscienza: egli vive coerentemente la propria condizione, non importa se ad essa è arrivato passo passo, oppure per folgorazione agnitiva (quasi una Damasco all’incontrario, così ben descritta da Montale in Forse un mattino andando).
Dalla drammatica e immedicabile scoperta di essere «un altro» perfino a sé stesso, ecco le quotidiane lacerazioni, vissute sotto il profilo esistenziale (solitudine, spaesamento) e sotto il profilo creativo (il “più in là” della parola) e analitico, sezionando l’arduo simbolismo della letteratura dell’oltranza. L’altra cosa che apprezzo di Guglielmin è che non per questo sente ingiustificata l’opportunità del dialogo e dell’attenzione, perfino della compassione. Lui lo dice in modo meno semplice, ma il concetto è chiaro: essere «un altro» col desiderio di essere «in altro», avendo cioè in sé stessi una propensione ai compagni di strada e di pena.
Va da sé che, eliminato il postulato/pregiudizio dell’esistenza di Dio, niente più si potrà mai assolutizzare, se non - paradossalmente - la relatività. Pensiero debole? Altroché, visto che non c’è più centro, né noi siamo centro a noi stessi; ma anzi siamo periferici e spaesati, per cui niente di ciò che avviene davanti ai nostri occhi c’interessa davvero. Stranieri, dunque. Eppure…
Eppure c’è nell’intimo di tale disposizione “disperata” al vivere una incongruenza grande e misericordiosa: lo dimostra lo stesso Guglielmin quando cerca sinonimi alla «erranza» del sottotitolo e di sé: dice di volta in volta «straniero» «spaesato», «viandante», «nomade», «pellegrino». Sì, dice anche «pellegrino», a significare che il perenne nostro camminare in ricerca di un senso che non abbiamo, ha - forse - una meta, o la speranza di una meta: una umile, pascolianamente patetica o leopardianamente eroica («e mi sovvien l’eterno e le morte stagioni») aspirazione all’arrivo, all’accoglienza e, infine, al riposo.

lunedì 10 settembre 2018

Giuseppe Samperi



Segnalo L’ora mora del giorno (Mascalucia – Catania, Edizioni Novecento, 2018) di Giuseppe Samperi: una scrittura che ha fatto tesoro della deriva dell’io, pur senza rinunciare a nominarlo. Il suo mi sembra un passo creaturale, che cerca il canto per dare valore all’esperienza ma soprattutto al sentire, di natura filosofico-esistenziale. Bello il saggio introduttivo di Giacomo Cerrai.


Non scriveremo più versi
e allora un ramingo nostalgico
fra carcasse di gasolio e ferrugine
andrà a caccia della parola
rimasta.
Troverà, all’esplodere del sole, questi
miei scarni versi, troverà
in e-book collettivo
i tuoi illuminanti, i nostri tutti sudditi
versi, un quadro smorto di chissà chi
un vinile postbellico
una tromba un’armonica
e una cipolla marcia.


*

Non sappiamo dove finisce e se
il tempo, quando e se lo spazio,
blogghiamo e riblogghiamo
codici elettrici e il cuore,
noi che la morte è un nomignolo,
un soprannome funesto l’io
da improvvisarci stelle.

E il firmamento, le stragalassie
un pollaio dialettale.


*

Da qualche giorno il nulla
mi precipita addosso e l’io
recalcitra per viadotti
e simulacri spinosi.

Io siciliano io sanguigno
nei vent’anni che furono, voi
nei cementi nelle arsure vostre
− sempre il sole, il battito − noi
che dagli occhi non sfamiamo
mai luce …

Quale nulla? Eppure un dio
lo aspettiamo ancora. Io l’aspetto.

Oggi il menu dice
delle maschere e dei coriandoli.

Mia figlia sulla passerella
prima del ritorno dentro casa.



*

Scomparire e via, dirlo soltanto
alla finestra di un sito, semmai
qualcuno ti cercasse, scomparire il tempo
che ci vorrà alla crosta
di diventare carne
− che siano mesi anni domani bisestile −.

Nessuno è necessario sarà l’ora pro nobis
del mattino. A sera ricrearmi nel tetto
scovarmi scoperchiarmi
nei piagnistei e nelle esaltazioni
di mia figlia bimba. Non altro all’alfabeto.
Tornerò dopo la pioggia. Dopo l’afa.

Tenaglie e asparagi mi aspettano.

Nessuno è necessario. Non altro all’alfabeto.

Arrivederci.

Amen.


*

POSTSCRIPTUM

Ti ho perso quando,
se non confondo favi e favaiani,
in salita sventatamente un viottolo
giungeva al diruparsi lesto e pietroso.

Ti ho perso quando
la biologia mi disse fatti ranni.

Ti cerco oltre quel calle, nella
scoscesa ora mora del giorno,
nel degradare dolorante
quietarsi dell’arresa.


Giuseppe Samperi è nato nel 1969 a Catania e vive tra Castel di Iudica e Faenza. Ha pubblicato poesia in dialetto: Sarmenti scattiati (Prova d’Autore, Catania, 1999), Aria sbintata (Prova d’Autore, Catania, 2002), Dialettututtu (, Edizioni Cofine, Roma 2014) e in lingua: Il miliardesimo maratoneta (Edizioni del Calatino, Castel di Iudica, 2011), L’ora mora del giorno (Edizioni novecento, Mascalucia, 2018). Del 2003 è una raccolta di prose, aforismi, versi, dal titolo Alice dell’Amore (Prova d’Autore, Catania). Nel 2012 ha esordito in narrativa con un ebook che raccoglie racconti giovanili e prose più recenti, La bottega del non fare & altri racconti (Edizioni del Calatino, Castel di Iudica).