mercoledì 25 maggio 2022

Allì Caracciolo su Ranieri Teti

Ranieri Teti, La vita impressa, Book Editore, 2022, euro 14,00

IMPRIMERE 

La vita impressa. La parola impressa. Altro titolo. Similare. Dove vita è parola parola è identità di vita. E di scrittura.

Talora la scrittura compie l’ellissi del verbo reggente quasi a impegno di rigore etico: tacere l’azione, che determina la rete dei nessi logici, ne annulla il perimetro della circostanza, ne fa un’assenza allusiva e onnivora, una dichiarata omissione della presenza, che in tal modo, al contrario, diviene dominante, muta e infinita. E richiede di essere individuata. Che le sia riconosciuto il suo Nome profondo.

È la potenza linguistica del silenzio.

(Né la si può archiviare con la facile etichetta di ‘verbo sottinteso’).

Ne attestano le relazioni molteplici e labirintiche attivate da preposizioni camaleontiche e sublimi, abili a trasferire il senso dai con e da ai di e a e in, dai per e tra ai su. Insidiose preposizioni la cui grammatica sfuma ambigua in congiunzioni o avverbi senza mentre dovequando. Tutte, che si connettono tra loro e non a un verbo espresso, in un senso corposo e sfuggente, allusivo e potentemente invadente, che impone l’obbligo dello scavo alla ricerca del fondamento sintattico o comunque di qualcosa che sveli il segreto di una connessione tanto potente e tanto celata. Una archeologia paradossale e ineludibile, che dalle tracce visibili e ravvisabili recuperi la storia e il senso di quelle stesse.

Se vero è che centro pulsante della sintassi è il verbo da cui si instaura ogni nesso logico del discorso, qui l’assenza di verbo nella molteplicità dei connettivi testuali di varia valenza grammaticale, determina una sintassi criptica, che governa sotterranea ogni moto della superficie, ogni ramificazione della parola verso la connessione geometrica dei sensi, la sua -negata- aspirazione alla rappresentazione sistematica, al racconto.

E che, invece, richiede alla lettura l’aspra virtù dell’attenzione, l’impegno, la fatica dell’emersione, il tacito dovere del riscontro, il rigore di rintracciare l’identità “impressa”, di farla emergere senza la -elusa dalla scrittura- depauperazione di descriverla, col descriverla annullarla.

Un accesso negato all’abbandono, alle fluide occorrenze dell’avvalorato, per una scrittura che deve cercare, e trova, la forza poetica nella forza della tacenza.

Illuminante, allora, la cognizione che l’assenza di verbo principale non eclissa l’azione fondamentale. La scoperta folgorante è che l’azione esiste. In altra forma di dichiarazione, in altra inusitata modalità. Essa è il filo di ferro -sotteso- del reticolo di nessi e determina tutte le possibili flessioni del verbo non dichiarate ma riscontrabili dai legami istituiti da preposizioni congiunzioni avverbi locuzioni, i conseguenti intrecci di sensi, l’esatto labirinto della possente sintassi. La Storia Emersa.

Una sintassi “impressa”. Nel profondo.


Sogni

 

dove abbiano origine, se da un nostro accanto, da un’ora che inclina il capo, da un fronte reclinato in resa, dal ritmo degli inseguitori, da una cava e i suoi recessi, da un’istantanea controluce e quel profilo scuro, nell’improvviso del momento, nell’urna tra ruggine e tramonto, dall’epidermide tra le fibre di una corda, dall’ultima orma di un salto dimenticato a mezz’aria, dall’insegna di un secolo, da un nubifragio visto dall’oblò, da un calco di canto o da un’impronta di voce, dal vapore millesimato in stille, da uno scartamento aumentato, da strade prese d’assalto, dal sonoro di macchine calcate al massimo, dagli appunti per un distacco, da un sommario depredato, dagli assoli di orchestrali nel corale, da un lento dell’aria, da un acuto dell’imo, da un racconto dall’interno del buio, con l’anfratto farsi nel suo scuro, a frasi e crittografie del sentire, scorrendo veloce con la piena degli invasi fin dove l’acqua non è più fiume, con la pietra dentro la sua venatura, la forma di una trasparenza, la rifrazione di uno scavo, notturno d’insonnia e vocativo, tra la creazione di un senso e la sua rimozione, così tutto vedendo lo smarrimento, se questo tempo intorno, tra finzione e refurtiva, è l’inciso sul retro di un foglio, è quello che resta



 

Ranieri Teti è nato a Merano nel 1958.

Ha pubblicato le raccolte poetiche:

La dimensione del freddo, prefazione di Alberto Cappi, Verona 1987;

Figurazione d'erranza, prefazione di Ida Travi, Verona 1993;

Il senso scritto, prefazione di Tiziano Salari, Verona 2001; 

Controcanto (dalla città infondata), immagini di Pino Pinelli, nel volume collettivo Pura eco di niente, prefazione di Massimo Donà, Morterone 2008;

Entrata nel nero, nota di Chiara De Luca, Bologna 2011. https://www.anteremedizioni.it/ranieri_teti_entrata_nel_nero

 

E' compreso nelle antologie:

Istmi. Tracce di vita letteraria, a cura di Eugenio De Signoribus, Urbania, Biblioteca Comunale di Urbania, 1996;

Ante Rem. Scritture di fine novecento, a cura di Flavio Ermini, con premessa di Maria Corti, Verona 1998;

Akusma. Forme della poesia contemporanea, a cura di Giuliano Mesa, Fossombrone 2000;

Verso l'inizio. Percorsi della ricerca poetica oltre il novecento, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, con premessa di Edoardo Sanguineti, Verona 2000.

 

Ha collaborato, con testi poetici, alla realizzazione di libri d'arte prodotti per pittori e scultori.

Un suo radiodramma, "Ombre sotterranee", è stato oggetto di tesi di laurea presso il Conservatorio di Trento e Riva del Garda. 

Ha partecipato a vari festival, letture e incontri di poesia.

Si sono occupati dei suoi testi, tra gli altri, Davide Argnani, Mario Artioli, Alessandro Assiri, Vitaniello Bonito, Enzo Campi, Laura Cantelmo, Andrea Cortellessa, Ninnj Di Stefano Busà, Massimo Donà, Flavio Ermini, Federico Federici, Gio Ferri, Giovanna Frene, Mario Fresa, Marco Furia, Gabriele Gabbia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Francesco Marotta, Giuliano Mesa, Sandro Montalto, Romano Morelli, Umberto Petrin, Rosa Pierno, Roberto Rossi Precerutti, Enea Roversi, Jolanda Serra, Domenico Settevendemie, Antonio Spagnuolo, Adriano Spatola, Adam Vaccaro, Carlos Vitale.

Ha collaborato a riviste italiane e straniere, cartacee e on-line: "Osiris", "Schema", "La Corte di Mantova", "La mosca di Milano", "Pagine", "L'Ulisse", "Milanocosa", "Versante ripido", "Utsanga", "Formafluens", "Il Segnale", "La foce e la sorgente", oltre ai blog "Nazione indiana", "Via delle belle donne", "Blanc de ta nuque", "La dimora del tempo sospeso", "Poesia 2.0".

Suoi testi poetici sono stati tradotti in russo, spagnolo e inglese. Alcune sue poesie figurano nei volumi collettivi degli atti di convegni e festival.  

Fa parte della redazione della rivista 'Anterem' dal 1985. Per conto di Anterem Edizioni cura la collana "La ricerca letteraria".

Cofondatore e coordinatore del Premio Lorenzo Montano, ne promuove il periodico on-line 'Carte nel Vento' e la pagina facebook.

Vive a Verona.

giovedì 31 marzo 2022

Dispositivi, recensione

 



Una bella recensione di Silvia Comoglio su TELLUS folio 

a

S. Guglielmin, Dispositivi, Marco Saya Edizioni, 2022 

giovedì 3 marzo 2022

Stefano Guglielmin, Dispositivi (Marco Saya Edizioni, Milano 2022)

 


Stefano Guglielmin, Dispostivi, Marco Saya Edizioni, Milano 2022, euro 10,00

 

 

Quarta di copertina:

 

Questo libro evidenzia la centralità dei dispositivi nella nostra esperienza quotidiana, scegliendone alcuni di esemplari rispetto al poetico e alla salute. Essi si rivelano decisivi nella determinazione del soggetto che scrive e che vive, al punto da condizionarne la stessa possibilità di esistenza. Il poeta, infatti, si definisce attraverso lo stile, che altro non è che la messa in atto di specifici dispositivi retorici. Lo stesso vale per gli apparati che ci determinano in quanto esseri umani in grado di sopportare la precarietà del vivere: filosofie, processi biochimici, procedure sanitarie e scelte di campo definiscono il nostro modo di essere-nel-mondo, in un’età in cui del soggetto non è rimasto quasi nulla, giacché volontà e libertà si irregimentano secondo modelli di cui egli non dispone, ma che lo dispongono, anzi lo indispongono in un aperto già tutto mediato dal potere. Guglielmin prosegue la sua ricerca sulla finitudine, mettendo in scena un io plurale, contraddittorio eppure ostinatamente alla ricerca di un senso, ma tutto ancora da costruire e decostruire, dove gli opposti – autenticità / inautenticità, natura / cultura, elitario / popolare, interiore / esteriore – non sono che imprescindibili dispositivi del presente, spesso figli dell’alienazione.

 

 

 

Terapia

 

 

Si porta fuori un peso, con la parola,

ma c’è tutto un labirinto da fare, prima,

una salita temporale (e un temporale,

anche, da smaltire), che ci mette infine

il corpo quieto, nel suo porto, e la mente

pure. Per essere più precisi, è la psiche

a riordinarsi, non l’intelletto né il lucido

pensiero. Lo so

 

Spaccare il capello è una metafora pedante,

denota che ancora il peso non ha trovato

la via: qualcosa langue nel fondo, nel botro

(anch’essa parola malata, introflessa).

Nemmeno scrivere guarisce, anzi alimenta

l’intrigo, ammalia come Medusa, o la mia

terapeuta: una topolina bianca, da emporio.

 

 

 

Caterpillar

 

 

L’ermo colle, dice, sarà spianato

dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce

l’orizzonte con la biro e prevede,

per noi, un controllato naufragio.

 

Da ogni lato, tecnici piantano chiodi

e un pugno di tracce da seguire:

il futuro cresce sugli assi cartesiani

su siepi-silvie rase al suolo. Tace l’assiolo.

 

 

 

giovedì 20 gennaio 2022

Bando del Premio di poesia e prosa LORENZO MONTANO XXXVI edizione

 

ANTEREM

RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA

ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE SENZA FINI DI LUCRO

 

  

 

Premio di poesia e prosa

Lorenzo Montano

 

t r e n t a s e i e s i m a   e d i z i o n e

 

Il Premio è dedicato a Lorenzo Montano

(Verona 1895 – Glion-sur-Montreux 1958), poeta, narratore, critico;

tra i fondatori di una delle più importanti riviste

del primo Novecento, “La Ronda”

 

 

Il Premio è articolato in quattro sezioni: 

Raccolta inedita

Opera edita

Una poesia inedita

Prosa inedita

 

 

Presidente onorario

Flavio Ermini

  

Giuria del Premio 

Giorgio Bonacini, Laura Caccia, Mara Cini, Silvia Comoglio,

Stefano Guglielmin, Maria Grazia Insinga, Ranieri Teti

 

PREMIO «RACCOLTA INEDITA»

 

È la sezione storica del “Montano”, quella su cui si è fondato nel 1986.

Al Premio si concorre con una raccolta inedita di poesie, non inferiore a 20 e non superiore a 50 pagine di testo, considerando che il formato del volume sarà 21x15.

L’opera vincitrice sarà pubblicata da Anterem Edizioni, nella collana “La ricerca letteraria”.

La raccolta sarà introdotta da una riflessione critica. Potrà contenere immagini in bianco e nero.

Il volume verrà presentato nel sito di “Anterem” e nelle correlate pagine social; sarà inviato a quotidiani, riviste, critici, storici della letteratura e siti Web. All’autore saranno destinate 10 copie.

Le raccolte menzionate, segnalate, finaliste e quella vincitrice saranno designate dalla Giuria del Premio. Altre raccolte inedite, tra le finaliste, saranno considerate per la pubblicazione nella collana “Nuova Limina” di Anterem Edizioni, come avviene già dal 2020.

 


PREMIO «OPERA EDITA»

 

Inaugurato nel 1996, si rivolge al panorama editoriale contemporaneo.

Al Premio si concorre con un volume di scritture poetiche pubblicato dopo il 1° gennaio 2019.

Al vincitore sarà attribuito un premio in denaro.

I libri menzionati, segnalati, finalisti e quello vincitore saranno designati dalla Giuria del Premio.

 

 

PREMIO «UNA POESIA INEDITA»

 

Dal 2000 condivide illuminazioni, momenti unici.

Al Premio si concorre inviando una poesia inedita, non superiore a 50 versi, che costituisca per l’autore un momento privilegiato della sua ricerca poetica: un testo che proprio nell’unicità trovi la sua ragione.

Al vincitore sarà attribuito un premio in denaro.

Le poesie menzionate, segnalate, finaliste e quella vincitrice saranno designate dalla Giuria del Premio, coadiuvata da una Giuria critica composta dai finalisti di questa sezione e da tutti i vincitori al precedente “Montano”.

 

 

PREMIO «PROSA INEDITA»

 

Presente dal 2010, versatile e aperto a varie forme, comprese interazioni tra lineare e visivo.

Al Premio si concorre inviando un’opera breve e inedita in prosa, unica o costituita da una serie di parti autonome (considerando prose poetiche, narrazioni, atti teatrali, radiodrammi, testi in ricerca, anche di una libera interazione fra diverse forme espressive riproducibili su carta in bianco e nero).

Caratteristica di questo premio, nell’ambito della scrittura creativa, è una grande libertà stilistica. L’opera potrà essere compresa tra 14000 battute (7 cartelle) e 30000 battute (15 cartelle, inclusive di eventuali immagini).  

La prosa vincitrice sarà pubblicata nella nuova collana, “Piccola Biblioteca Anterem”, delle omonime edizioni.

Le opere menzionate, segnalate, finaliste e la vincitrice saranno designate dalla Giuria del Premio.

 

 

PER LE SEZIONI INEDITE

 

Vengono considerate come inedite poesie e prose pubblicate in rete (siti, blog, social, pagine personali) o in luoghi senza codice a barre. Per la sezione “Raccolta inedita”, singoli testi ivi compresi possono essere stati pubblicati in antologie, riviste o in rete.

 

 

PER TUTTE LE SEZIONI

 

I vincitori degli anni precedenti possono concorrere liberamente, ma non nella sezione in cui sono stati premiati, fatta eccezione per “Raccolta inedita” e “Prosa inedita” (vedi subito sotto).

Per le opere scritte in altra lingua, anche in dialetto, è necessaria la traduzione in italiano.

 

 

PER GLI EX VINCITORI DELLA SEZIONE “RACCOLTA INEDITA”

E PER GLI AUTORI PUBBLICATI IN “NUOVA LIMINA”

 

Dal momento che le pubblicazioni nella collana “Nuova Limina” sono strettamente destinate ad alcuni finalisti del Premio per “Raccolta inedita”, al fine di non precludere la possibilità di accedervi ai precedenti vincitori di questa sezione (già editati in un’altra collana), questi autori possono ancora partecipare esclusivamente per la valutazione dell’opera a scopo editoriale.

Viceversa, autori finalisti in precedenti edizioni e successivamente pubblicati in “Nuova Limina”, possono liberamente concorrere poiché, in caso di vittoria, l’opera sarebbe edita in un’altra collana, “La ricerca letteraria”, destinata in modo specifico alle raccolte inedite vincitrici.

 

 

PER GLI EX VINCITORI DELLA SEZIONE “PROSA INEDITA”

 

Con riferimento alla nuova collana “Piccola Biblioteca Anterem” dedicata alla prosa, al fine di non impedirne la possibilità di accesso ai precedenti vincitori, questi autori possono ancora partecipare alla stessa sezione unicamente per la valutazione dell’opera a scopo editoriale.

 

 

CERIMONIE, PREMIAZIONI, “CARTE NEL VENTO”

 

I poeti segnalati, finalisti e vincitori saranno invitati a leggere i propri testi nel corso del Forum Anterem 2023, manifestazione che coinvolgerà critici letterari e filosofi, musicisti, esponenti di case editrici, di riviste specializzate (cartacee o in rete) e di siti web.

 

Per ognuno di questi autori i giurati del premio scriveranno una riflessione critica, che sarà letta nel corso dello stesso Forum e successivamente pubblicata sul periodico on-line “Carte nel vento”. Con la nota saranno presentati il testo integrale per poesia inedita, brani scelti per opera edita, raccolta inedita, prosa inedita.

Inoltre, ciascuno di questi autori sarà invitato a produrre una audio-videolettura da inserire, oltre che in “Carte nel vento”, nel canale Youtube del Premio.  

Prodotto da Anterem Edizioni, il periodico trova spazio nel sito www.anteremedizioni.it

 

Agli autori che saranno ritenuti meritevoli di menzione d’onore, la Giuria del Premio darà evidenza sul sito di “Anterem” con la pubblicazione di un loro testo all’interno della sezione “Antologia poetica – Autori del Montano”.

Tutte le opere pervenute al Premio saranno catalogate e conservate, insieme ai manoscritti e ai volumi dei poeti contemporanei più significativi, presso il Centro di Documentazione sulla Poesia Contemporanea “Lorenzo Montano” della Biblioteca Civica di Verona, a disposizione degli studiosi e degli appassionati di poesia. Tale Istituto è stato fondato nel 1991 e raccoglie collezioni e lasciti di alcuni tra i più importanti autori del Novecento e conta più di ventimila opere, edite e inedite.  

 

Il compositore Francesco Bellomi, docente del Conservatorio di Bolzano, dedicherà un brano musicale a ciascuna delle opere vincitrici e ad alcune premiate con “Segnalazione speciale”.

Le musiche verranno eseguite durante la cerimonia di premiazione e inserite nel canale Vimeo del compositore, “vexation1960”, oltre che nel sito di “Anterem” e nel canale Youtube del Premio.

 

 

Modalità di partecipazione

 

L’invio dei materiali, per tutte le sezioni, va effettuato via e-mail entro il 30 aprile 2022 a entrambi i seguenti indirizzi di posta elettronica:

premio.montano@anteremedizioni.it

giuriamontano@gmail.com

 

Tutte le opere inedite vanno spedite con documento salvato in Word o in RTF o in PDF; quelle edite in PDF.

Su documento a parte va inserita la nota biobibliografica del poeta con indirizzo, recapito e-mail e telefonico.

 

Ai fini della conservazione presso la Biblioteca Civica di Verona, le opere possono inoltre essere mandate in cartaceo alla sede del Premio, in via Sansovino 10 - 37138 Verona, Italia.

 

Per partecipare al Premio è necessario contribuire all’attività dell’Associazione senza fini di lucro e per la promozione sociale “Anterem” con un versamento di Euro 34,00.

Il contributo dà diritto a partecipare a tutte le sezioni del Premio.

 

La rimessa potrà avvenire

• con bonifico bancario, intestato all’Associazione Anterem, al nuovo numero di conto

codice IBAN: IT49 V 05034 11750 000000006607 – codex BIC per l’estero: BAPPIT21001

• sul c.c. postale 10583375 intestato all’Associazione Anterem, via Sansovino 10, 37138 Verona

 

Prova dell’avvenuto versamento andrà allegata ai testi inviati, cui seguirà conferma.

 

Per l’invio delle opere disposto dagli editori, s’intende che l’autore sia a conoscenza della partecipazione.

 

L’esito del concorso sarà reso noto sul sito del Premio: www.anteremedizioni.it

Verrà inoltre pubblicizzato in rete, sui canali social e mediante comunicati stampa.

 

 

Segreteria del Premio: via Sansovino, 10 – 37138 Verona

tel. 335 1855073 / 045 567991 – e-mail: premio.montano@anteremedizioni.it

pagine facebook, instragram: Anterem Edizioni, Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano  

canale youtube: Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano

 

lunedì 17 gennaio 2022

Isabella Bignozzi su "Misura del sonno" di Federico Federici

 



Emissioni sulla soglia: a proposito di Misura del sonno, di Federico Federici


«L’écriture est une sorte d’usine. L’univers est sa première et dernière demeure. L’atmosphère contemporaine de la Terre renferme une grande quantité de molécules et de mots».

 

Così afferma Federico Federici, fisico, artista concettuale e poeta visivo, in Biophysique Asémique (LN, 2021), testo cui affida alcune riflessioni sul linguaggio come entità spaziale: dotato di insorgenza spontanea, vorticante in unità subatomiche autogenerantisi, il codice di comunicazione tra le creature è anche ineluttabilmente determinato da precise sequenze genotipiche che, abitando l’oscurità, custodiscono memoria del vivente, e codificano per la parola. Tali temi, resi in forma lirica, espansi mediante la composizione parallela in più idiomi, concretizzati in iconografie multisensoriali sono alla base di Misura del sonno, magnifica opera poetica e verbo-visiva edita da Anterem nella collana Nuova Limina.

In questo lavoro sorprendente, focalizzato sugli aditi a hypnos, il poeta riesce ad accendere nel lettore sentori intimissimi, che attingono a recessi dell’attività cerebrale normalmente non esposti all’indagine razionale. La forma di tale speculazione, dovendosi fare strumento di segnali che si autoproducono nella materia, è essa stessa elevata al di sopra dei canoni consueti della descrizione o del ragionamento, e utilizza invece pratiche familiari all’autore, come la scrittura asemica e la poesia visiva. In questi ambiti si prescinde dai significati dichiarati e convenzionali dell’armamentario lessicale, per utilizzarne l’aspetto grafico variamente lavorato, le risonanze sonore, le traslazioni in lemmi con guaina semiotica affine; facendo forse più riferimento alle suggestioni etimologiche, risalendo il corso fluviale del linguaggio fino alle radici della sillabazione primigenia, laddove le fonti dell’emanazione verbale erano profondamente congiunte all’espressione aurorale dell’essere.

Posto che alla base della materia, dilatata in osservazione microscopica o, ancor più, nell’elaborazione di modelli fisico-matematici di esistenza, la massa, nelle sue parti infinitesime, può sfumare, a livello immaginativo, in realtà onirico spirituali, allora dove sarà possibile, si chiede il poeta, identificare un confine di transizione, registrandone le derivazioni? Corpo-anima, veglia-sonno, parola-silenzio, emissione-quiete sono luoghi di frontiera, prossimi alla notte del pensiero. Ma se c’è un limen in cui la materia diviene spirito, allora può esservi altresì un eremo in cui il pensato è già figura: la concrete poetry è creazione verbo-visiva che scioglie i vincoli, e porge al lettore epifanie d’inchiostro: è segnale conoscitivo e percettivo insieme.

Nelle sue tavole Federici accosta scritture meccanizzate o calligrafiche a tracciati geometrici ripetuti o simboli ideografici, evocando la sensazione che la poesia visuale, grazie alla mediazione dell’artista, si autodefinisca sul foglio, secondo principi di casualità che, destrutturando l’enunciato, riproducono più fedelmente gli intendimenti liminari: ponendo in risonanza grafica la presenza atmosferica di elementi sonori e concettuali che gravitano nell’ambiente fisico come pulviscolo evolutivo, insieme a particelle, onde, molecole. In Biophysique Asémique l’autore afferma la presenza pervasiva di frammenti di linguaggio nell’ecosistema, aventi qualità proprie della materia e rispondenti all’andamento evolutivo dell’universo. Interessante a tale proposito è come anche il sonno-sogno, prodotto creativo dello stato fisiologico di assenza di veglia, abbia, secondo alcune teorie, nella sua genesi neurale, caratteristiche molto simili. C’è dunque analogia, in quest’opera, tra la forma artistica cercata, e la natura biologica del fenomeno stesso preso a oggetto: l’evento onirico, che si solleva da una concitazione elettrica basale, autoindotta in alcune parti dell’encefalo, e in particolare nel sonno di fase rem: «Notte – / un cardiogramma le onde / di balena addormentata».

Tale attività intrinseca cerebrale, simile a un evento meteorologico, è indicata da alcune teorie neuroscientifiche come preminente, al di là della storia personale e affettiva dell’individuo, nella creazione del sogno. Nello specifico, l’attivazione di alcune aree profonde, come tegmento pontino, talamo e amigdala, solleciterebbe il cervello dall’interno andando incontro a uno stato di autoattivazione neurale che, proiettandosi su prosencefalo e sistema limbico, verrebbe elaborato in contenuti onirici mediante funzioni quali recupero della memoria, costruzione della trama del sogno, assetto spaziale e partecipazione emozionale al vissuto: «Dagli angoli disabitati, viene / colui che ti accompagna mormorando / e che confonde le parole / come chi, parlando, / ne trattiene il chiarore. / Nei vuoti di memoria / non smette di frusciare / un bosco di betulle. / È là che si nasconde / quando ti sorveglia attentamente. / Protetto dal sonno / ti si para sempre / davanti alle palpebre serrate, / guida attraverso i venti d’autunno».

La forza primaria fisiologica che produce l’immaginato onirico è identificabile, originariamente, in un’operosità neurale pontina, determinata genotipicamente; in particolare durante il sonno Rem, per la presenza di una responsività corticale rapida, vi è una maggiore disponibilità all’attività cognitiva e all’organizzazione linguistica delle icone ricevute in sogno, poiché è massima l’efficacia dell’encefalo nell’elaborare i dati fenotipici derivati dall’esperienza in modo aderente alla matrice genotipica. Così la vibrazione spontanea delle presenze ambientali genererebbe una fraseologia, che è necessario per il poeta raccogliere e ripristinare sulla carta, quanto più è possibile: «Parola in una bocca buia / nido nella tenebra di un ramo / che si fa albero, bosco, / montagna, mondo».

In generale, il messaggio multiforme che Federici propone nei suoi lavori non è mai univocamente interpretabile, perché proveniente a volte da moduli danneggiati – si pensi all’opera Transcripts from demagnetized tapes – o da lingue sconosciute (A private notebook of winds), o dimenticate (L’opera racchiusa), il cui alfabeto è dato da vibrazioni presenti al paesaggio, non decodificabili attraverso le strutture della ragione. Un’ontologia fenomenologica, un accudire ciò che si eleva dalle «fessure» che aprono «un varco» sull’eterno, un restituire l’annuncio come esso si mostra ed emerge, adottando un avvisare ripensato in modo decostruttivo, come forse possibile evoluzione creativa anche delle meditazioni derridiane. La poiesis si rende ora esperibile dai sensi, e lo fa tramite una scrittura che a tratti si emancipa dal ruolo di significante, per effondere tremiti e ronzii di cui il poeta si fa ripetitore, e che si addensano in quei luoghi-soglia tra il conosciuto e l’inesplorato – «il varco di Tiresia» – tra l’essere e il non-essere: «Sono chiuse le pietre / l’invisibile impenetrabile. / Sentiero di pietra nel buio, / l’inconcepibile».

Nel venire alla luce dell’oggetto, o del pensiero, o nel suo ritornare in anfratti amniotici di buia immobilità, intrisi di non-espressione o di non-esistenza, l’emanazione di messaggi luminosi, sonori, energetici sulla riva dell’intuizione si mostra come un avamposto sottilissimo di ricerca: l’uomo che indaga sé stesso e il cosmo laddove svanisce ogni avviso fenomenologico, e si disarticola il reticolo spaziotemporale, a favore di una risonante assenza: «Sbocciano / gli occhi dal sonno / gemme dopo il temporale / domande / alla soglia dello spirito / dove attecchisce il mondo».

Il poeta accenna e amplifica, si lascia attraversare dalle ondulazioni delle più segrete e sterminate concavità, dove l’intelletto fluttua disciolto nell’incoscienza, immemore di sé stesso: «Prendine nota: / reali il vuoto e / il vento / pulviscolare / che attira la luce / nella fessura. // Vorticano astratte / miniature di astri / insetti / spiriti / e universi ventosi / agli angoli delle stanze».

Forse proprio a sottolineare il valore allusivo intrinseco del segno grafico e del suono, precedente il valore concettuale che lo appesantisce e lo aggrega in linguaggio strutturato, l’autore affida inoltre la sua locuzione artistica a diversi idiomi (inglese, tedesco, francese, oltre all’italiano), che, a suo dire, oscillano in efficacia parziale intorno all’asse della resa perfetta, senza raggiungerla mai; si genera un profluvio espressivo, da ricevere con facoltà uditive, visive e razionali, per esperirne l’annuncio sonoro, iconografico e semantico insieme.

Della primigenia pulsione alla comunicazione, la scrittura è la dimensione principe in cui ogni sostanza si commuta in notizia, a ragguaglio dell’interrelazione stratificata tra gli elementi: impensabile l’interpretazione capillare, il decriptare univoco con la sola umana logica. Non un nichilismo del comprendere, piuttosto una postura di relazione al complesso, un rispetto dell’autenticità del narrato, in cui è il poeta a farsi mediatore, in una tensione mai esaudita al non influire, non modificare, essendo esso stesso in irrimediabile esistenza, percezione, trasmissione: «Di chi le palpebre / sbattono e sbattono / sopra soglie di luce? // Di chi più profonde / ferite, le porte / che sempre di più / sbarrano il passo? // Un leggero morire / accarezza la cosa pensata».

Il trascendente meditato, che l’uomo cerca di applicare al reale, sembra dire Federici, corre il rischio della forzatura, e impedisce l’accesso alla metafisica vera, che si genera costantemente nell’oscurità retrostante la materia: «Ciò che non si afferra / dà corpo al vuoto / finché resta solo / movimento senza traccia». Ogni ampiezza, da quella macroscopica delle foglie percorse dal vento nel bosco, a quella cellulare, finanche alla subatomica o elettromagnetica, emette informazioni a livello biochimico e biofisico, movimenti, fremiti, corpuscoli, onde sonore, fasci luminosi, catene polipeptidiche, in un continuo movimento che oscilla tra quiete e caos, tra assenza e presenza, tra silenzio e asserzione.

Se l’intervento ermeneutico tende a flettere i significati secondo i paradigmi mentali di homo sapiens – creatura eretta, condannata all’autocoscienza, che non può non interferire con i contenuti puri, silenziandone alcuni aspetti, deformandone altri, soverchiando alcune grandezze – la ricerca verbo-visiva e la poesia asemica sono un tentativo di destrutturazione governata, nell’intento del poeta-artista di farsi trasparente all’eterna trasmissione, alla vibrazione perpetua: «Si addensa il silenzio all’orecchio / del mondo che si dichiara udibile / mondo indistricabile / delle cose mai dimostrate, taciute».

Laura Caccia, accompagnando l’opera con parole avvedute, sensibili, cita Paul Celan; ed è a una riflessione attenta che appare disvelato quanto i piani di attinenza siano molteplici; il primo e più immediato è la lingua tedesca, che è uno dei codici che l’autore ha scelto qui, per il suo dire: dunque i termini, le sonorità teutoniche, echeggiano come affinità tra i due poeti; ma c’è in comune molto di più: a partire dal cognome di Paul, che s’agglutina nei suoi fonemi definitivi dopo esser stato anagrammato e ancor prima trasfigurato attraverso gli idiomi ebraico, yiddish e rumeno; lui stesso poeta migrante attraverso nazioni e repertori linguistici, sospinto da vicende umane dolorose.

E ancora, Paul Celan poeta guardiano; anch’egli sulla soglia, custode della memoria, a esprimere l’indicibile; avendo cura di ciò che emerge da una notte «messa alla catena / tra oro e oblio», con «parola sorvolata dagli astri, / sommersa dai mari». Il parallelo tra sonno e memoria è evidente: due sponde appaiate, nella vastità, nebulosità, difficoltà esegetica di ciò che le abita, lambite dal rischio d’amnesia, localizzate in quello stesso brulicante vuoto che, per la memoria, è centro al cerchio della storia, per il sonno è centro al cerchio della coscienza.

E infine Celan poeta arcano e fluttuante, che fa del suo canto una sponda accidentata e voluttuosa, in cui significati plurimi, intrecciati e sovrapposti nel torrente sensitivo, convocano un’intensa risposta emozionale a completamento di quella logico-deduttiva. Anche in Celan la comprensione piena è sempre lontanissima, ma calandosi nelle profondità del testo si è inebriati dai diversi livelli di possibilità interpretativa, o anche solo dalla pura evocazione cromatica o acustica: «Nel mare è maturata la bocca / le cui parole qui la sera ridice / al cospetto dei suoi paesi. / Mormorando essa la ridice / con labbra rosse di tempo».

La parola, anche in Celan, insorge dalla natura: «ciò che albeggiando vuol crescere / insieme ai giorni»; detiene traccia della ferita dell’accaduto, e risorge a testimonianza, laddove la poesia si presta come territorio di ricezione e restituzione, flusso intuitivo ed elaborativo: come le aree encefaliche corticali, che ricevono e hanno cura del messaggio che proviene da ambiti sommersi, celati ma non sopiti, così il poeta-artista ha cura dell’avviso, con lealtà: «Guarda, le nostre labbra si fanno turgide, / anch’esse rosse di tempo come la sera, / mormoranti anch’esse – / e la bocca sorta dal mare / già emerge / al bacio infinito».

Nelle parole radicate di Federici, nel verso breve ma saldo, e nelle sue impronte verbo-visive, l’evocazione è potentissima: a volte una parola scivola nell’altra per assonanza, o somiglianza del tratto, prescindendo dal carattere semantico dell’oggetto: un portato poetico sensoriale, offerto a un visitatore che s’invita a essere percettivo, e non puramente o segnatamente intellettivo.

La parola, non solo nelle tavole, ma anche nei versi, sembra rapprendere per elettroforesi, aggregandosi in fraseggi e significati – spesso frantumabili o riassemblabili – che sono lo specchio e l’emanazione di un cifrario genetico; sequenza primordiale ma ardente, che continuamente si riconfigura, proiettando dal buio dei secoli il vissuto del creato, la sua reminiscenza spirituale e biofisica, insieme. Il codice asemico, in quest’ottica, è l’unico che può tentare di captare il senso energetico e molecolare che trema nel cosmo, e la parola si spoglia fino alla propria struttura primaria, diviene pura trascrizione del conio desossiribonucleico che l’ha generata.

È così, mediante questo linguaggio disciolto nell’universo, che il poeta propone un modello di relazione cognitiva tra il soggetto come entità fisica e i corpi che, nel reale, lo circondano, sul margine dell’antro del sonno.

In Appunti dal passo del lupo (KDP, 2019), Federici scriveva: «Hai portato il cuore dentro il bosco, un uccello in gabbia, frastornato dalla grazia dei fruscii e dai gridi in volo tra i rami, pieni del dolore della libertà. ora ha il peso del silenzio la parola – soffio di una fiamma, sola nel suo inferno; sbarra a cui si lega l’ala // giunti alla fine, il passo calpesta l’ultima foglia e non entra in un altro paesaggio. l’aria intorno al silenzio rallenta. giunti sul punto, al seme del mondo».

Il contatto tra armatura intellettiva e libera rivelazione va in conflitto, ma l’arte può indicare l’intonazione del trasmettere e del percepire, la via a quell’interminato rovescio del mondo, che è sorgente e origine di ogni cosa.

 

Federico Federici, da Misura del sonno, Anterem Edizioni, Nuova Limina, 2021

 

Ha piovuto e piove.

Piovere non cancella le tracce.

 

La pioggia forza i fiori

che il fiato non schiude.

 

Luce su palpebra

– dove s’illumina come pioggia.

 

Pioggia su bocca

– dove si agita come parole.

 

L’intera realtà

– una parola annegata.

 

 

Es hat geregnet und es regnet.

Das Regnen tilgt die Spur nicht.

 

Der Regen reißt an den Blüten,

die der Hauch nicht öffnet.

 

Licht auf dem Lid

– wo es sich wie der Regen erhellt.

 

Regen auf dem Mund

– wo es sich wie die Wörter regt.

 

Die gesamte Wirklichkeit

– ein ertrunkenes Wort

 

***

 

Gli sforzi della luce

sulla forma perfetta dell’occhio

e del regolo nero del sonno.

 

La luce si affaccia alla gemma

e la forza ad aprirsi, a soffrire

senza molte altre qualità

 

una forza e un impedimento

a formarsi in un’altra maniera

secondo il tempo infinito di una foglia.

 

 

Les efforts de la lumière

sur la forme parfaite de l’œil

et de la règle noire du sommeil.

 

La lumière se présente face à l’œil

et la force à s’ouvrir, à souffrir

sans beaucoup d’autres qualités

 

une force et une impossibilité

de se former d’une autre manière

selon le temps infini d’une feuille.

 

***

 

Un respiro profondo.

Si tace.

Nessuno

scolpito

in questo silenzio.

 

Il filo del sonno

cuce cicatrici di luce.

 

 

Man atmet auf.

Man schweigt.

Niemand ist

aus dieser Stille

geschnitzt.

 

Der Faden des Schlafes

näht Narben des Lichts.

 

***

 

Nel fiato del sonno

oltre la soglia segreta

l’anima soffre

unica sillaba dell’intelletto

soffiata attraverso atrii ventosi.

 

Non la metà

né l’intero.

 

 

Im Hauch des Schlafes,

jenseits der geheimen Schwelle,

leidet die Seele,

die einzige Silbe des Geistes,

weht durch windige Hallen.

 

Nicht die Hälfte,

nicht das Ganze.

 

*

 

Esodo dal sonno terrestre:

fracasso di ferraglia

sotto i riflettori.

 

Sibila dalle narici

una cosa la cui lingua

trema sui binari

prima di forare

l’occhio vuoto del tunnel.

 

Frastuono del marchingegno onirico:

sordo rimbombo di parola

su cui cade ombra il pensiero.

 

 

Exodus aus dem Erdschlaf:

blecherner Lärm

im Scheinwerferlicht.

 

Aus seinen Nüstern pfeift

etwas, dessen Zunge

auf dem Gleisbett zittert,

bevor es das leere Auge

des Tunnels durchbricht.

 

Lärm der Traummaschinerie:

so rau dröhnt das Wort auf das

ein Gedankenschatten fällt.

 

***

 

Giorno d’inverno. Rabbuia.

 

Sotto le palpebre a un morto

becca una folaga

occhi

ancora celesti.

 

La cosa pensata

ben salda

al cervello.

                                     (Il cielo.)

Lo spirito

all’orlo del

cranio.

 

 

Wintertag. Es Dämmert.

 

Unter den Lidern eines Toten,

pickt ein Wasserhuhn

zwei Augen auf,

die noch hellblau sind.

 

Gedachtes

hängt fest

in Hirn.

                                     (Der Himmel.)

Der Geist,

am Rande des

Schädels.