domenica 27 settembre 2020

 E. Reginato intervista A. Rojas Guardia


ARMANDO ROJAS GUARDIA, IL POETA VENEZUELANO

CHE SOGNAVA vivere a Genova 

 

Di Erika Reginato

 

“Muoiono i poeti ma non muore la poesia perché la poesia e infinita come la vita”, ricorda Aldo Palazzeschi. Loro rimangono nella nostra visione come scintille. Ricordo l’ultima intervista che ho fatto al poeta venezuelano Armando Rojas Guardia (1949-2020). È stato invitato, a Genova, città incantata dal mare della penisola italiana, nella 24essima edizione del Festival Internazionale di Poesia. Parole Spalancate.

 

Scrive il poeta Rojas Guardia:

  

Posto comune

oggi l’umile luccichio

così ovvio

Solo nel silenzio

scopro

che Suoni

 

 

Questi sono i versi che ho seguito nel mio percorso del viaggio dal Venezuela fino Italia. L’incontro con la poesia mi ha segnato: paesaggi dell’anima dove percorrevo le curve polverose della mia patria. La poesia è un luogo segreto che ci unisce al cosmo: la esperienza che tocca tutti i sensi, gli istanti della vita.

La mia esperienza poetica ha cominciato a Caracas. Erano gli anni in cui ci trovavamo nella Casa de la Poesia Pérez Bonalde che dirigeva il poeta Santos López, e che organizzava tutti gli anni la Settimana Internazionale della Poesia. Ho potuto conoscere rilevanti poeti venezuelani come il poeta Armando Rojas Guardia e italiani come i poeti Milo De Angelis, Roberto Mussapi, Davide Rondoni, Giuseppe Conte e Alessandro Ceni che sono stati ospite nello scenario poetico venezuelano. Dopo, nell’estero, ho seguito lo studio della poesia scritta in due lingue e la traduzione come poeta e anche come lettrice. La poesia venezuelana è un salvataggio, è la ricerca individuale che ci unisce alla poesia dell’esilio.

Dice il poeta Armando Rojas Guardia: “Questa è la sfida morale, l’armonia che si deve mantenere. Vivere poeticamente è vivere nella resistenza, e opporsi all’orrore e la barbarie che soffre il popolo venezuelano…”

Il poeta Armando Rojas Guardia è stato invitato nella 24essima edizione del Festival Internazionale della Poesia di Genova (2018), organizzato dal poeta Claudio Pozzani. Nel Palazzo Ducale, abbiamo avuto l’onore di sentirlo quando diceva a memoria la sua poesia “Patria”, insieme al poeta venezuelano José Pulido e la poetessa Hebes Munoz.

 

 

Erika Reginato: dice Maria Cvetaeva: quando scrivo poesie è come si qualcosa dentro me, vuole essere.

Quell’essere vuole chiedere al peta Rojas Guardia: come nasce l’uso della parola nel poeta? E Chi sono stati i suoi maestri?

Armando Rojas Guardia: Mio padre era un poeta. Il suo esempio è stato cruciale per la mia vocazione letteraria. Una zia mia, mia zia Albertina, abituava a raccontare che avendo io, solo 4 anni di età, un giorno mi domandai: Armando, quando sarai grande, sarai poeta? Ed io risposi: Non è che lo diventerò, e che io sono già un poeta. Questo capitolo della mia vita è inspiegabile senza l’ombra del benessere dell’esempio paterno.

ER: Penso che la poesia nasce come una esplosione. È la somma di silenzi e suoni. Che è la poesia per il poeta Rojas Guardia?

ARG: La poesia è pensiero analogico e simbolo strutturato ritmicamente. Quando è pensiero, un tipo-altro di pensiero, non è un semplice impulso irrazionale: è la percezione specifica della realtà. Di questo fatto, si rende conto il poeta.

ER: Le letture di poesie che percorriamo dall’inizio della nostra ricerca, sempre ci hanno lasciato delle tracce nel nostro lavoro creativo. Chi sono i suoi maestri?

ARG: Ho avuto diversi maestri: Dante, Eliot, Ezra Pound e in Venezuela il poeta Rafael Cadenas (1930, nominato al premio Nobel di Letteratura 2020), e mi porta ad avere curiosità, il tono alto della dizione e la versificazione pronunciata dal poeta venezuelano Eugenio Montejo (1938+2008).  

ER: Uno studente cerca nei suoi libri qualche sentimento in comune con lo scrittore, un sentimento di inquietudine in quel momento sconosciuto nel quale scopre la sua vocazione o la punteggia. Cosa li potrebbe dire un poeta maggiore a un giovane poeta?

ARG: A un giovane poeta li direbbe che insista nel compito di scrivere a malincuore, anche negli istanti duri e dubbiosi: tenacia e impegno, che si traduce in quella stancabile e paziente capacità di riscrivere e correggere il testo. 

ER: Questa è una città di mare, un porto di ancoraggio nella penisola italica, come ha scritto il poeta Giuseppe Ungaretti.

Di visita nel Festival Internazionale di Poesia. Parole spalancate. Come si sente un poeta venezuelano per le strade di questa città?

ARG: Credo che già mi stia innamorando di Genova. È una città per vivere in lei: meravigliosa, pulcra, piena da angoli bellissimi e straordinari. Non tutte le città che si conoscono meritano queste parole che adesso devo ripetere coscientemente: Genova è una città per vivere.

ER: Il nome del compositore di musica classica che ama?

E un musico del ventesimo secolo?

ARG: Il musico classico che mi piace di più è Jean Sebastian Bach e un musico del secolo XX, Joan Manuel Serrat.

ER: Che pittore del rinascimento li piace e che pittore contemporaneo preferisce?

ARG: Pittore italiano del rinascimento: Caravaggio e pittore contemporaneo: Joan Miró.

ER: E per finire, mi può dire la sua canzone preferita?

ARG: Una canzone della quale ho dimenticato il titolo però che mi commuove fino le lacrime quando la ascolto nella voce di Nina Simone: il suo leit-motiv, il suo ritornello consiste nella ripetizione, ovvia delle parole in inglese di queste parole: “Non ho…”

                                                  

Ain’t go no / I got life

Ain’t got no home, ain’t got no schoes, / Ain’t got no money, ain’t got no class,

Ain’t got no friends, ain’t got no schoolin’, / Ain’t got no wear, ain’t got no job,

Ain’t got no man… / I got my hair, i got my head …

I got my brais, I got my ears, / I got my eyes, I got my nose, /

I got my mouth, I got my smile…

 

Nina Simone finisce cantando la canzone con la stessa umiltà che ha rivelato il poeta, cantando nel silenzio dell’anima la libertà di non possedere nulla soltanto la esistenza e di conquistare la totalità dei suoi sensi nella parola seminata lungo il cammino che ha percorso.

 

 

 

 

 

Poesie de Armando Rojas Guardia

Traduzione: Erika Reginato

 

poesia DELL’ARRIVO

 

Quando arrivi

tu il vuoto il niente il già

quel che io non so il suo nome

non interessa

quando arrivi

mi sento perdere la voce

mi secco le parole

suono

semplicemente come te

senza lamento senza colpo

senza scricchioli

suono come te

 

Quando vieni

ho fretta

per dire

per chiamarti di qualche modo

per chiamarmi

anch’io

per riconoscermi finalmente

nella tua presenza

mi getto precipito

scuoto la quiete

macchio il pulito

tutto è un po’ vuoto un po’ goccia

inapprensibile

un po’esattamente niente

un po’silenzio

 

Quando tu arrivi

apro allargo stringo

mi dilato

non so cosa dire

se non che apro

inutili clausure

Tu nel canto

tu il fischio il fragile il senza peso

giri delicati fili

i miei nodi

slacci

 

Quando tu arrivi

niente dici

e mi dici

Niente chiedi

Quel che sarai tu l’implacabile

l’sterminatore, il Nemico

Niente chiedi

Sei

Solo ascolto come sei

solo ascolto come sono

e voglio

essere

cosi quello che ascolto

mi abbandono

 

 Quando tu arrivi

c’è una coincidenza esatta

ti guardo

nel profondo

di quello che desidero

che bugia

che impossibile

che stupido

volere quello che non vuoi

volere quello che non voglio

e allora

già non è altro che la pace

la precisa ubicazione

l’essere breve

 

Quando tu arrivi

non sei venuto

ormai sei da sempre

 

 

 

POEMA DE LA LLEGADA

 

Cuando tú vienes

tú el vacío el nada el ya.

el que yo no sé su nombre

ni interesa

cuando tu vienes

me siento perder voz

me seco de palabras

sueno

simplemente

como tú

sin queja sin golpe

sin crujidos

sueno como tú

Cuando tú vienes

tengo prisa

por decir

por llamarte de algún modo

por nombrarme

a mí también

para al fin reconocerme

en tu presencia

me abalanzo precipito

sacudo la quietud

mancho lo limpio

todo es tan vacío tan gota

inaprehensible

tan exactamente nada

tan silencio

 

Cuando tú vienes

abro ensancho acojo

me dilato

no sé decir

sino que abro

inútiles clausuras

Tú en el canto

tú el silbo el suave el que no pesas

vuelves hilos levísimos

mis nudos

me desatas

 

Cuando tú vienes

nada dices

y me dices

Nada pides

Qué vas a ser tú el implacable

el exterminador, el Enemigo

Nada pides

eres

Sólo oigo como eres

sólo oigo como soy

y quiero

ser

así eso que escucho

me abandono

 

Cuando tú vienes

hay una exacta coincidencia

te miro

en lo profundo

de aquello que deseo

qué mentira

qué imposible

qué estúpido

querer lo que no quieres

querer lo que no quiero

y entonces

ya no es sino la paz

la precisa ubicación

el ser escueto

 

Cuando tú vienes

no has venido

estás ya desde siempre

 

 ***

 

FONDO NERO

 

Limpida e fredda, la notte di dicembre

è la immagine perfetta della mia anima:

Caracas brucia fuori, indifferente,

nell’attimo che io sono un nulla

Leggerissimo

dove cadono galleggiando i minuti.

Non penso a niente adesso. E niente mi manca.

Nessun obbligo. Nessuna agenda

un po’ di questa grave quiete

per riempire di musica (Satie, forse)

e lenti sigaretti e silenzi

e il nero sogno della pace, vuoto.

 

 

FONDO NEGRO

 

Limpia y fría, la noche de diciembre

es la imagen perfecta de mi alma:

Caracas arde fuera, indiferente,

mientras yo soy un hueco

Livianísimo

donde caen flotando los minutos.

En nada pienso ahora. Y nada añoro.

Ninguna obligación. Ninguna agenda.

Apenas esta ingrávida quietud

para llenar de música (Satie, acaso)

y lentos cigarros y silencio

y el negro sueño de la paz y el vacío.

 

 

***

 

POESIA

 

 

Fatto di croste,

di immagine naufraghe,

convesse,

refrattarie come un vetro cieco.

 

Fatto solo di nebbia

e polvere.

 

Vanità opaca, ostacolando.

 

 

 

Poesía

 

Hecho de costras,

de imágenes náufragas,

convexas,

refractarias como un vidrio ciego.

 

Hecho solo de bruma

y polvareda.

 

Opaca vanidad, interponiéndose.

 

***

 

Plegaria Matutina

 

Que esta luz sea en verdad el principio

y esta ropa limpia la manera

de vestir, agasajándolo,

al huésped sagrado e indiscreto

que soy yo de mí mismo;

que mis zapatos sean los zuecos de Van Gogh

inaugurando una jornada

donde el sol se demore

y sea rotundo el pan sobre la mesa;

que la bocanada fértil del cigarro

-la primera del día, la inocente-

coseche a la postre un dibujo fragante:

la rosa de los vientos

parecida a ti, desnudo.

 

PREGHIERA DEL MATTINO

 

 

Che questa luce sia il vero principio

e questi vestiti puliti, la maniera di vestire,

divertendo

 all’ospite sacro e indiscreto

che sono io da me stesso

che le mie scarpe siano come i zoccoli di Van Gogh

spalancando la giornata

dove il sole si rallenta

e sia clamoroso il pane sopra il tavolo;

che la boccata fertile della sigaretta

-la prima del giorno, l’innocente-

Ho raccolto di qualsiasi maniera un disegno fragrante:

la rosa dei venti,

simile a te, nudo.

 

Armando Rojas Guardia, (Caracas, 8 settembre1949 - luglio 2020), filosofo, poeta, saggista. Il suo lavoro è stato riconosciuto internazionalmente. È stato tra i fondatori del gruppo letterario di Caracas “Traffico”, (1981). Tra i suoi libri pubblicati in Venezuela: Del mismo amor ardiendo (1979), Poemas de quebrada de la virgen (1985), Yo que supe de la vieja herida (1985), Hacia la noche viva (1989), La nada vigilante (1994), El esplendor y la espera (2000), Patria (2008), Mapa del desalojo (2014), (Antología poética, Armando Rojas Guardia, Monte Ávila Editores). Tra i suoi saggi: El Dios de la intemperie (1985), El calidoscopio de Hermes, (1989), Diario merideño (1992), Crónica de la memoria (1999), La otra locura (2017), El deseo y el infinito (diarios 2015-2017).  Ha pubblicato il suo racconto Proserpina (2015). Premio di poesia del Consiglio Nazionale di Cultura del Venezuela (1986) e Premio di Saggi della Biennale Mariano Picòn Salas (1997). In Italia sono stati tradotto e pubblicati alcuni delle sue poesie nell’Antologia bilingue: Poeti Uniti per il Venezuela, (de Lisette Fernandez, Erika Reginato. Poetas Unidos por Venezuela, selezione di poesia venezuelana,2019). Membro della Academia della Lingua spagnola, (2016-2020). La sua opera è stata tradotta a diverse lingue.

 

 

martedì 14 luglio 2020

Cinque inediti di Cristina Annino



Nota (mia):

1 A differenza della goccia in un racconto allegorico di Buzzati, la presenza in Minaccia è reale, debordante e senza volto, essere fisico, cosa, che la metafora elettrizza o trasforma, forse, in ladro (“tensione da scasso”): figura centrale anche in Madrid. L’a-capo amplifica la tensione emotiva, dà la scossa al discorso.

2 A Nikola Tesla, Edison rubò il brevetto. Un derubato, forse. E ancora un ladro, in controcampo, dunque. Annino chiama lo scienziato in soccorso, metonimia del sapere?, contro la civiltà del Crodino e dei ruffiani, sineddoche dell’inciviltà dei consumi. Benvenuta la poesia che denuda il presente quando suona falso, senza rivestirlo da morale.

3 Una figura trafitta dal potere, San Sebastiano, e la finzione del teatro: il mondo è teatro dice il barocco, a inaugurare la modernità. E ancora lui minaccioso, l’Omone “tornato a illuminare / le travi”. Nel Gemello carnivoro era “l’ecce coso”. I sicari aspettano giù. L’io lirico non canta: straccia la sintassi come segno di impotenza rabbiosa.

4 Si parte da una giornata di lampi, con qualcuno che “ci stanca”, morde e fugge. Ancora un ladro di gioia? La scena è a spirale: siamo noi a morderci il garrese? Siamo disposti a tutto purché qualcosa accada? L’evento salva, ma quale? A un certo punto della discesa, arriva qualcuno, quello, che piomba sulla “nostra / faccenda” e la butta a fiume.
Fuori dalla lingua, non c’è futuro.

5 La caverna custodisce i tesori di prima: il ladro, le sigarette, le lampadine spente. Forse fuori ci stanno i poeti rupestri, che rubano ai ricchi per dare a se stessi. L’osservazione è feroce e Narciso nega fermamente mentre ruba da Eliot. Ma Eliot quante volte va letto? E che cosa: La terra desolata o i Quattro quartetti?



Minaccia


So ogni volta tre
cose: che forse
potrei impedire ciò
che farà. Magari
succede e non capirò
perché. Che mai però
sarà una colpa…
Quando lo
vidi salire le scale, tutto
sorrisi, centimetri, e fioca
intermittenza dentro. Fu
tensione da scasso o
lampioni di strada. Mi
fulminava la faccia
elettricamente, palo
da palo, con luce
compressa; era troppa
massa in un corpo
solo. Finché l’Ombra
intera mi fu sopra.




Cena con Tesla


Allora grazie per essere 
qui, noi che siamo
bottiglie. Si vive sul nostro
Crodino (ognuno il suo; ce ne sono
altissimi come pali). Noi
beviamo senza invidiarli. Caro
 il mio Tesla, vogliamo metterlo in
versi, lo sdegno sovrano della
carne per quella stracotta dei ruffiani? Mi       
guardi – falsi eredi, una
guerra!- Vero. Io fumo, ti stendi, mi
chiedi la sigaretta.



****


Pesanti gli scalini
come sono le scale;
Omone o Michlen, venga!
In ogni
stanza, passi di
noi due quasi
fosse lui solo, tornato a
illuminare
le travi. Ma laggiù
sulla porta, che fanno i
sicari? Infilzano doppi il 
Sebastiano vero poi 
via! Così
la dispersione scuce
molecolari: da una
parte i Fanti, dall’altra
i Santi del nostro cognome e
mettono il copione a
teatro. (Ma Ingresso del
pensiero, lui era dal
secolo annunciato come
cima delle due ali).
Creò
la casa
con frecce che sembrano
fari, balenii a squarci di
lampo. Luce,
dappertutto! In
tribunale
fece un atto così
di croce che
tradisce. Oggi ha
i più
perfetti nomi in mano come chiodi
di garofano.




Ultimi lampi


Malinconia geniale se arriva
fango alle porte di casa! Ma
quando piove così a lampi per
strada, neppure un compare di
danza potrebbe o la chirurgia.
Cerco
di capire chi sia che ci stanca
avanti indietro; s’attacca al
garrese, giro
eterno, poi scappa
volando sui tacchi coi nostri
volti. Forse ancora
ci tiene al mondo la voglia di
qualche evento.
Credo di
reincarnarmi o sia avvenuta una
grazia! nel lampo di
chiaroveggenza invece
penso: Quello
piomba
nella barca ferma di noi; ci
solleva una mano e sente
l’odore semivivo dei polsi. Ma
schiaccia
senza pena col piede la nostra
faccenda, la getta come niente dal
ponte. Rende insomma pulita la bomba.




La  caverna


Siamo seri. Lui sposta
scrivendo aria e basta. NON
leggere Eliot più d’una volta (se ci
riesci), i più mediocri furti
nascono dal tabaccaio. Tosa
con le mani ogni cosa dal
mondo. Hai presente le siepi?
Che altro!  C’è chi
starnutisce sinfonie celesti col
naso, ma ci sono lampadine
spente e bagliori fatui (Dal
tabaccaio ripeto, rubano
cartine fumando sigarette
curvi insieme sull’accendino,
come rupestri nella parete).