giovedì 23 aprile 2015

Gorizia, Piovene, Milano, Mantova


Alcune prossime occasioni dove incontrarci


Venerdì 24 aprile 2015 - ore 20.45

wine café AL CANTUCCIO
via Marconi, corte S.Ilario, Gorizia
incontro con Stefano Guglielmin
per la presentazione della sua raccolta poetica
Maybe it’s raining. Poems 1985-2014 (Chelsea Editions)

a cura di Francesco Tomada

e letture di
Andrea Tomasin

musica di
Mauro Radigna, chitarra

espone il pittore
Stefano Marchi



***

Sabato 9 maggio ore 14,30
(ritrovo presso la Birreria Vecchia di Piovene Rocchette)

Il bosco, tra disvelamento e labirinto
Percorso sui sentieri del Monte Summano
(a cura della Biblioteca civica di Piovene)

Si tratta di una passeggiata che incontrerà alcune declinazioni filosofiche e letterarie del bosco, scelte, lette e commentate da Stefano Guglielmin e accompagnate dalla musica di Giuseppe Dal Bianco.

Presenta Armando Bertollo



***

Martedì 12 maggio 2015
Ore 18,00

AttraversaMenti ( a cura di Adam Vaccaro e “Milanocosa”)
Presso La Casa dei Diritti (Via De Amicis, 10 – Milano)


Incontro con gli Autori di Chelsea Editions, New York
Cristina Annino, Stefano Guglielmin, Adam Vaccaro

Con contributi di Maurizio Cucchi e Vincenzo Guarracino



***

Sabato 23 maggio
 Cortile Casa del Mantegna (via Acerbi, Mantova)

Festival internazionale di Poesia Virgilio 2015

Dalle 16,15 leggeranno: Gabriele Gabbia, Rosa Pierno, Giorgio Bonacini, Domenico Brancale, Mauro Caselli, Stefano Guglielmin


Per ulteriori informazioni, leggere qui

domenica 19 aprile 2015

Daniele Maria Pegorari, Il fazzoletto di Desdemona

Questa mia recensione è uscita nel numero 286 de "l'immaginazione", marzo-aprile 2015 (Manni editore). 

Il titolo esatto del libro è Il fazzoletto di Desdemona. La letteratura della recessione da Umberto Eco ai TQ (Bompiani 2014) 


Pegorari è un raro intellettuale che ha fatto tesoro del disincanto vittoriniano laddove, nell’editoriale al primo numero del “Politecnico”, invita gli scrittori a occuparsi anche “di pane e lavoro”. Il fazzoletto di Desdemona, infatti, racconta la disfatta politico-economica italiana del XXI secolo e gli incalcolabili danni, sotto il profilo esistenziale e dei diritti di cittadinanza, delle fasce deboli, primi fra tutti i giovani salariati e il ceto medio. Questa realtà emerge attraverso l’analisi delle opere narrative (una quindicina, uscite fra il 2004 e il 2013) dei trenta-quarantenni, fautori di una rinascenza civile antiepica, da leggere sia come espressione autentica di una generazione senza futuro, consegnata alla precarizzazione professionale e identitaria, e sia come effetto dell’industria culturale, che, dagli anni sessanta, assorbe le spinte antagoniste per metabolizzarle nel mercato.

L’indagine sociologica e l’analisi letteraria sono i due fili che tessono il fazzoletto di questo giovane studioso, uno dei pochi accademici a seguire seriamente lo svolgersi della produzione estetica delle nuove generazioni, qui intersecata con le motivazioni socio-economiche e con il processo storico in atto, particolarmente colpito dalla crisi del 2008.

La domanda d’apertura mette subito in chiaro l’obiettivo del saggio: che ne è della letteratura in un’epoca di recessione? E, ancora più profondamente: che ne è della realtà nella fase postmoderna, laddove il moltiplicarsi delle agenzie culturali, l’evoluzione tecnologica e l’ipertrofia dell’informazione agiscono sui fenomeni, deformandoli, creando con ciò una “postrealtà” dentro la quale finzione e verità tendono a confondersi? Domande che Pegorari usa come grimaldelli per  smascherare la narrazione capitalistica e la falsa liberazione annunciata della new economy, quel discorso totale di una globalizzazione del mercato che è racconto senza alternative, “ordine unico del mondo”. Tesi che trova un riscontro filosofico nel recente libro di Diego Fusaro, Minima mercatalia (Bompiani), e dalla quale forse è possibile ripartire per un discorso sul postmoderno che non sia una resa al labirinto costruito dal mercato, bensì una via per ripensare le categorie fondamentali (soggetto, oggetto, relazione, verità, realtà) dopo che la modernità liberal-capitalista le ha svuotate di ogni relazione con il finito.

Lo sganciamento dalle coordinate spazio-temporali ordinarie, con il suo carico fecondo di futuro, ha trovato nei giovani scrittori una necessità esistenziale prima che stilistica e/o ideologica: ce lo racconta bene Pegorari analizzando, nel primo capitolo del libro, i romanzi sul lavoro, dando particolare spazio a Michela Murgia, Silvia Avallone e Mario Desiati, senza trascurare la poesia operaia, dove emerge, per completezza e sensibilità, Fabio Franzin.

Il secondo capitolo mette al centro il ‘libro’, come prodotto mercantile e quale risultato ultimo di una filiera di una manovalanza intellettuale, chiamata da qualche anno “cognitariato” (traduttori, operatori culturali, insegnanti, redattori ecc.). La crisi dell’editoria, ci spiega l’autore fornendoci un dettagliato resoconto statistico, poggia sulla svalutazione della cultura umanistica, vero volano della democrazia, in quanto capace d’insegnare il pensiero critico e il confronto non belligerante. È evidente la motivazione civile del Fazzoletto di Desdemona, che peraltro esiste solo come ebook, a riprova delle critiche dinamiche di trasformazione dell’attuale editoria.

Il terzo e ultimo capitolo sintetizza e approfondisce le acquisizioni teoriche precedenti, prendendo spunto dall’Opera di Umberto Eco, considerato il miglior fabbro e al tempo stesso studioso acerrimo del “capitalismo informazionale”, ossia di quell’ente capace di riformulare l’orizzonte di senso a partire dalla fabulazione onanistica del reale. Questa scelta è particolarmente interessante, nella misura in cui Eco incarna, con Calvino, una certa idea di postmoderno che non si lascia trascinare dall’equivoco per il quale, essendo tutto interpretabile all’infinito, la realtà si dissolve: c’è un punto solido, infatti, un nodo al fondo di ogni fatto che resiste al suo dissolvimento (ne parla anche Maurizio Ferraris sin da Ricostruire la Decostruzione). Ne consegue che l’Opera dell’Alessandrino, analizzata con grande maestria e ammirazione da Pegorari, lungi dal fare propri i tic del postmodernismo più à la page, giunge al cuore delle debolezze postreali contemporanee, tentando una ricomposizione della totalità, di “un principio d’ordine conoscitivo” per quanto impossibile; un tentativo via via segnato, in Eco, da un crescente pessimismo nei confronti dei poteri costituiti, primi fra tutti quelli legati alla retorica politica e mediatica, capaci ormai di un racconto totalmente menzoniero eppure convincente, come accade appunto ne Il cimitero di Praga in cui si racconta la nascita dei cosiddetti Procolli dei savi di Sion, presupposti teorici falsi della purtroppo realissima Shoah.

Chiudendo il cerchio, Il fazzoletto di Desdemona ritorna al fondamento civile che ispira il lavoro del suo autore: se infatti, nella prima parte, la falsificazione diventata realtà si mostra nel tessuto sociale, attraverso alcuni romanzi, non tutti straordinari, della giovane letteratura italiana, l’ultimo capitolo ci conduce per mano dentro il labirinto rizomatico di Eco, in cui il disvelamento infinito della verità dentro la menzogna (e viceversa) costituisce l’approccio della demagogia contemporanea, raccontato in sei romanzi esemplari; uno studio, questo di Pegorari al semiologo, che è anche un invito a riconoscere la sua qualità creativa, troppo spesso liquidata come il lavoro di un intellettuale erudito in prestito alla fiction.





venerdì 10 aprile 2015

Francesco Tomada


Due nuclei compongono l’universo poetico di Francesco Tomada: la famiglia e il luogo natio, entrambi terre madri dove piantare radice, che “ti fanno sempre  sentire al centro esatto del mondo” a patto che siano abitabili. È nel desiderio di ricomposizione di quei nuclei, franti per necessità storica e biografica, che si gioca la sua parola poetica, nucleo terzo e finalmente centrato sull’ordine comunicativo, sulla disambiguazione sintattica, tale da farlo sentire a casa, al centro del mondo, nel senso antropologico di luogo in cui avviene l’epifania del sacro e, dunque, del senso.

Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli, 2014), “chiude e completa […] un trittico prezioso”, scrive nella bellissima postfazione Fabio Franzin, riferendosi ai due precedenti libri dell’autore goriziano, L’infanzia vista da qui (2005) e A ogni cosa il suo nome (2008), nei quali, appunto, padre, madre, sorella, moglie e figli – creature della terra, ciascuna in un travaglio proprio, che egli racconta con partecipata compassione, a volte, o rabbia, o amore – e confine geopolitico, che tiene insieme Mediterraneo e Mittleuropa, Triveneto e Slovenia, Caporetto e lotta partigiana, sono messi in scena per necessità esistenziale, identitaria, prima che estetica e civile. Tutto questo nella consapevolezza che “la vita è una somma algebrica di piccole salvezze” ossia che sia compito di ciascuno assumersi la responsabilità della relazione felice con l’altro, senza aspettarla da una decisione superiore: non c’è infatti rivoluzione né redenzione collettiva, bensì un camminare insieme, riconoscendoci mortali, creature sempre in bilico fra il sacrificio di sé e l’atto egoistico, tra la fortuna e la scelta.

Torniamo all’assunto di partenza ossia alla discrepanza fra reale e ideale quale movente della scrittura tomadiana entro una prospettiva sacrale, dove il cerchio armonico salva mentre le crepe (domestiche e sociali), per quanto minuscole, lasciano spazio alla solitudine, all’incomunicabilità, avvertita in tutto il suo dramma esistenziale e perciò esorcizzata nella vita come nella poesia, che qui ha il compito di tradurre per tutti la verità della vita ordinaria. Non ci sono infatti eroi tragici nei sui libri eppure, egli ci dice, tutti meriterebbero di essere almeno nominati, per avere vissuto tra miseria e gloria, come dei gesù crocifissi dalla natura o dalla storia e a volte salvati dall’amore di qualcuno.

Il nucleo familiare è il più denso e commovente del libro. Se, nei precedenti, qualcosa rimaneva non detto e il racconto sui genitori si fermava a un’età ancora salubre, ora padre e madre sono raffigurati nei loro ultimi giorni, con le piaghe e gli odori dei loro corpi che trasmettono la bellezza dei vivi nella loro fragilità. Splendida la poesia sulla vecchia madre, lavata come una bambina e finalmente conosciuta, senza vergogna: “Ho imparato prima ad essere padre”, scrive il poeta ricordando nei versi precedenti il cambio dei pannolini ai suoi piccoli, “e solo dopo figlio / appena in tempo, mamma, ma ce l’ho fatta // adesso puoi andare” . Un addio secondo natura, crudele ma inevitabile “come dirsi buonanotte” quando è l’ora di separasi. Un addio che chiude il cerchio, trasformando il dolore in seconda nascita per il figlio, ora pronto a diventare uomo.

Più conflittuale il saluto al padre in “A te papà non racconto”, organizzato nei modi elencativi cari a Eros Alesi quando scriveva: “Caro Papà tu che ora sei nei pascoli celesti […] Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo Bello – forte – orgoglioso – sicuro – spavaldo rispettato e temuto dagli altri, che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo”. Scrive Tomada: non ti racconto “di come da piccolo mi sembrassi invincibile / quando indossavi la divisa militare / quando stendevi le malte / quando sparavi con la carabina / e lo sentivo che mi avresti protetto per sempre // di come crescendo le cosa siano cambiate / e tu mi abbia prima trascurato e poi dimenticato / perché non ero il tipo di figlio che volevi”. Due strofe che vogliono essere limpide nel dettato e crude nel messaggio, anche se poi, per il padre, tutto stempra in una vita coniugale difficile da gestire, che ormai il poeta, padre a sua volta, ha compreso e forse giustificato.

Dei propri cari, Tomada ha sempre parlato. Come in una dialogo privato, a cui noi partecipiamo quasi fossimo vecchi amici di famiglia. Veniamo a sapere molto della moglie Paola, dei sui tre figli, qui e nei libri precedenti. E mai che traspaia un sentire piccolo borghese, una meschinità. Se c’è, quella resta fuori dalla poesia perché questa non soltanto mette in forma a chiare lettere e per tutti ciò che sentiamo, ma vuole anche, e ci riesce, calcare la sua funzione classica, diventare sapienza: parecchie sono le chiuse dalla forza aforistica (per es. la già citata “la vita è una somma algebrica di piccole salvezze” e: “Siamo capaci di disegnare il percorso di un fiume, // non la sua ira” oppure: “Non è detto che chi ti sta aspettando / sia sempre qualcuno che ti vuole bene”). Sapienza che nasce da una sensibilità acutissima, che vede l’ombra anche là dove la gioia splende. Ed è qui lo scarto fra desiderio e biografia cui riferivo all’inizio: se con il padre il conflitto è nominato, nella propria famiglia non accade nulla di straordinario, se non l’inevitabile distanza che ciascuno chiedere per crescere o per respirare, riconosciuta dal poeta come crepa potenzialmente distruttiva. Un’ansia che la disfunzione cardiaca del figlio maggiore (“Le apparenze ingannano”) e la scomparsa prematura della sorella hanno sicuramente contribuito a creare, sorella mutata in spirito della puerpera, in “letovana”, alla quale dedica due poesie centrali, dominate dal suo fantasma domestico, indimenticabile.

Il tema della memoria, principalmente covato nel nucleo familiare, ha una sua consistenza ineludibile nell’adolescenza: “Qualcosa che ti porti sempre dentro / anche se non sei più tu”, scrive nella poesia che dà il titolo al libro, un chiodo di gioia e ingenuità, di scoperta e lotta, piantato per sempre nella personalità adulta. E con quegli occhi, Tomada guarda il suo mondo, che ha anche una memoria storica, leggibile nell’intricata vicenda dei confini italo-sloveni e, prima, italo-austroungarici. Un tema presente sin dal primo libro, a ribadire l’importanza di una terra comune dove aspettare, operosi, il futuro. La sua poesia vuole infatti avere anche questo compito: farsi terra dove benedire le creature che l’attraversano, i lettori e gli  uomini che la vivificano. Anzi, le molte donne, vere protagoniste di questo libro: madri, operaie, mogli, amiche, tutte a portare un carico di fatica e di sopportazione (a volte di rassegnazione), ma nel profondo mai sconfitte. E perciò portatrici di vita, per sovrabbondanza di essere. Lo dice benissimo questa poesia coniugale, che riporto integralmente: “Lo puoi vedere anche nei miei occhi: / sono stato un bambino con poca gioia // invece il tuo sorriso esplode spesso senza alcun motivo // allora ho pensato che ne potesse avanzare per me / e anche per altri // per questo è nel tuo ventre / che ho cercato i miei figli”. Il verso finale parla del dono e dell’accoglienza, parla dello spirito d’avventura e del pericolo che ogni viaggio comporta. E parla dell’amore, che riassume dono, accoglienza, pericolo e avventura, a partire da un fuoco conosciuto nell’infanzia e che ci tiene vivi in seguito. Se poi, come Francesco Tomada, hai il dono della poesia, non puoi sottrarti a questa responsabilità, che rende conto dell’umano tremore dei viventi ai viventi stessi; animali compresi, direbbe Rimbaud.

Due parole sulle immagini che corredano Portarsi avanti con gli addii: 8 disegni a china dello scenografo Anton Špacapan Vončina, lirici per la carica analogica e il segno sospeso, di un surrealismo delicato, che accompagnano con garbo le sezioni del libro, ben impaginato da Raffaelli.



Sez. prima: Penso sempre a tante cose

III.    La grammatica

Quando i bambini cominciano a parlare
non pronunciano frasi intere
ma singole parole ridicole e imperfette
però palla è palla
gatto è gatto
ed è una cosa imparata che resta per sempre

a me di tutto l’italiano basterebbe poco
soltanto qualche vocabolo, ma da dire con quella sicurezza
come madre padre figlio
e la parola casa come una parentesi che chiude
la parola noi



IV.     Gli anni di piombo


Quando ritrovarono il corpo di Aldo Moro
nel bagagliaio di una Renault rossa
oppure
quando il Partito Comunista alle politiche
prese più voti della Democrazia Cristiana

ricordo il silenzio assoluto di mio padre
credo pensasse che cosa accadrà adesso?
ma non lo diceva

è lo stesso silenzio con cui ci guarda oggi
suo fratello i miei figli e me
ormai senza capire chi siamo

la vita intera passata a combattere
contro il nemico sbagliato

alla fine non è stato il comunismo
ma la malattia
che ci ha resi tutti
spietatamente uguali



VI.     L’Italia (è un melograno)


Io in vita mia ho comprato e trapiantato un unico albero
un melograno

ho scelto un angolo del giardino
da dove si vede la ghiera dei monti
dal San Gabriele fino al Nanos
quella cresta è stata Italia e Jugoslavia e poi Slovenia
è stata terra dolorosa e di rancore

i confini dovrebbero essere come gli orizzonti
quando ti muovi si muovono anche loro
se ti fermi si fermano con te
ma ti fanno sempre sentire al centro esatto del mondo

e patria è dove
un uomo pianta un melograno
e può aspettare di mangiarne i frutti


Sez. seconda: Terra di nessuno


I.       Le donne della Seleco



Le ho viste uscire alla fine del turno
camminando ma senza toccare il suolo
guardando i lampioni ma senza vedere
la luce e mentre svanivano le ho
immaginate aprire la porta
baciare i figli scaldare in forno
la cena e poi ripulirsi e a volte
giacere sotto un marito qualsiasi
con l'aria di chi da anni ha imparato
che manca sempre mezz’ora di troppo
alla fine del giorno


Sez. terza: Otto polaroid da Campoformido

II.

Eravamo questo:
le partite a calcio nel pomeriggio
borc di sore contro borc di sot
nel campetto dietro l’Osteria al Trattato

io giocavo in porta
ero proprio bravo a tuffarmi ma soltanto verso destra
sarei potuto diventare davvero un buon giocatore
però a metà, senza simmetria

non ho rimpianti, questo no
l’unico segno rimasto
è che sorrido senza un motivo apparente
se capita che in mano mi resti
un calzino spaiato



Sez. quarta: Portarsi avanti con gli addii

VIII.    Portarsi avanti con gli addii, pt. II


Il silenzio è la materia di cui sono fatti i tronchi degli alberi
i sassi
e spesso anche mia madre

è il pettirosso ucciso dal gatto
che si decompone nella terra del giardino

il silenzio cementa le malte dei muri
si stringe sui chiodi piantati
abiterà le stanze quando i nostri figli
saranno andati via

io e te quel silenzio
dovremo vuotarlo come un salvadanaio
per vedere se prima
lo avevamo riempito


Sez. quinta: Via Degli Orzoni (a mia madre, a mia sorella)

II.      Il nono anniversario


Le donne morte di parto diventano spiriti
Letovane, si chiamano così
di notte le puoi sentire lungo il fiume Stella
lavano i vestiti della famiglia che era loro
insomma aiutano per quanto
possono aiutare

perché mi viene in mente questa storia
della Bassa adesso

Stefania ci sono giorni in cui riesco quasi a non pensarti
non oggi
non oggi che nostra madre
ha chiesto di celebrare una messa per te
sicuramente ti ha anche portato dei fiori
non oggi che guardo il disordine in casa
il mucchio di biancheria sporca che trabocca dalla cesta
                                              e comincio a lavare



VI.     Anime salve


Dieci anni fa cambiavo i vestiti ai miei bambini
lavavo la loro nudità e lo sporco
prima di averli pensavo che mi avrebbe impressionato
e invece no

oggi faccio lo stesso con te
e quel pudore assoluto che ci ha sempre accompagnati
non esiste più, non c’è vergogna
in nessuno dei due

ho imparato prima ad essere padre
e solo dopo figlio
appena in tempo, mamma, ma ce l’ho fatta

adesso puoi andare


Sez. sesta: E poi, noi

II.      A te papà non racconto


di come da piccolo tu mi sembrassi invincibile
quando indossavi la divisa militare
quando stendevi le malte
quando sparavi con la carabina
e io sentivo che mi avresti protetto per sempre

di come crescendo le cose siano cambiate
e tu mi abbia prima trascurato e poi dimenticato
perché non ero il tipo di figlio che volevi

di come tu mi abbia fatto scavalcare
una rampa intera di scale con un unico calcio
avevo sbagliato ma la tua rabbia
non era soltanto contro di me

di come io poi ti abbia scoperto misero e meschino
di come fra le poche cose che mi hai insegnato
la più importante sia stata l’odio, quello vero

di come io fossi un adolescente presuntuoso
dunque convinto di avere sempre ragione

di come tu non mi abbia telefonato per più di vent’anni
e io ti chiamassi solo per le ricorrenze
dimenticandone qualcuna ma senza sentirmi in colpa

di come ormai ci siamo solo io e te
di come io sia ancora convinto che avevo ragione

di come adesso che sei vecchio tu abbia perso tutto il tuo potere
non sei più invincibile anzi
sei già vinto

di come mi guardi con gli occhi troppo trasparenti
di chi non ricorda più nulla
chiedendomi le cose importanti e quelle banali con lo stesso tono

di come non sono capace di perdonarti
ma almeno mi sforzo di dimenticare e spero che basti
ho aspettato per tanto tempo una possibile vendetta
che adesso non mi serve più

di come tu ora ti fidi unicamente di me

di come non so se questo sia il tuo modo di volermi bene
o soltanto aggrapparti a me perché ti sono necessario
se questo sia il mio modo di volerti bene
o soltanto accudirti per puro senso del dovere

di come sia inutile anche domandarselo
perché qualsiasi cosa sia dobbiamo tenerla stretta
è tutto quello che ci resta



Francesco Tomada è nato a Udine nel 1966 e vive a Gorizia, dove insegna Biologia e Chimica nelle scuole superiori. Ha partecipato a letture ed incontri nazionali ed internazionali, così come a trasmissioni radiofoniche e televisive in Italia e all’estero. I suoi testi sono apparsi su numerose pubblicazioni, e sono stati tradotti in una decina di lingue straniere.
La sua prima raccolta, “L’infanzia vista da qui” (Sottomondo, 2005), ha vinto Premio Nazionale “Beppe Manfredi” per la migliore opera prima; la seconda raccolta, “A ogni cosa il suo nome” (Le Voci della Luna, 2008), ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi a carattere nazionale. Ma i premi che non ha vinto sono molti di più.
Recentemente ha curato, per le Edizioni Biblioteca dell’Immagine, un’antologia sulla produzione letteraria della Provincia di Gorizia dal 1861 ad oggi.


giovedì 2 aprile 2015

Pianzola su Enrico Marià


La preghiera di Enrico
Pensieri liberi sulla poesia di Enrico Marià


Come il poeta vero, Marià va oltre il libro e la poesia scritta. Mette in gioco anche se stesso. «Poesia non sono io, siete voi venuti ad ascoltare», dice la sera del 17 gennaio 2015 alla presentazione del suo libro Cosa resta, Puntoacapo Editrice, alla libreria Falso Demetrio di Genova.
Marià non sa  – non vuole – scrivere del bello, ne ha pudore.
Marià ama terribilmente la vita, per questo teme il buono e il bello e scrive del male e del dolore. Per tenerli, il buono e il bello, al caldo del non detto, nel cantuccio protetto del non esibito.

Confesso che quando lo sento leggere i suoi versi senza scampo e chiusi in una vertigine di eventi dolorosi enumerati con dedizione-disincanto, la mia natura mercuriale mi fa pensare «ma la poesia è di più, la poesia è anche altrove». Poi però, immancabilmente, quando vado a cercare i suoi libri, i suoi versi scritti, cambio idea e ritrovo quella libertà assoluta di cui la poesia ha un bisogno famelico. E non avverto più quel leggero senso di claustrofobia, ritrovo i crismi della poesia vera, alta.
Quindi il mio consiglio è: ascoltate Marià ai suoi reading (numerosi, tra l’altro, la sua magrezza compunta si offre generosa alle platee) ma ricordate che lui sceglierà sempre, in quelle occasioni, i testi più tetri e mortali, perché è così che vorrà colpirvi, è così che chiederà il vostro sostegno (il poeta, l’artista fanno del gesto poesia, e della poesia gesto). Dopo di che, andate a sfogliare un suo libro e la sua parola, per uno strano miracolo mediatico, verrà fuori liberata, trasparente, cristallina. Si distaccherà come crisalide, come corpo fluttuante dal carapace esistenziale, e prenderà il volo.
«Tu carne,/ anima, sangue,/ il posto/ più bello e lontano/ dove sia mai stato».
«Serva da due parti/ incrociarci solo a cena,/ in tre sul divano letto/
la notte spiarla, analfabeta/ che cerca di sentire Dio/ appoggiando l’orecchio a un santino».
Il mestiere di Marià è elevare a classicità il trucido, lo scarto, la nausea del nulla più definitivo, di un’umanità al di sotto della soglia di umanità.
La sua poesia è preghiera, non terapia (il poeta Ercolani al Falso Demetrio gli chiede con lieve apprensione: «Ma la poesia per te non è solo terapia, vero?», facendo intendere che ciò sarebbe una diminutio inaccettabile. Ma a me è venuto da pensare «e anche se fosse? Questo inficerebbe automaticamente il valore di un’opera?»).

Ogni poeta quando scrive sceglie il giardino in cui poggiare i propri passi. E per tutta la vita il giardino più o meno resta lo stesso, anche se il poeta vaga per il mondo. Il giardino di Marià è il sottobosco di vite al margine, di morti per overdose, di ragazzi uccisi dall’emarginazione, forse il riflesso (perché qui non c’è che in parte autobiografia, il resto è empatia del poeta che si confonde tra le zolle del giardino) di una vita affettivamente sregolata che un padre problematico gli ha caricato sulle spalle.
Ma sulle pagine del libro lindo e ben stampato, di versi puliti e ben scelti, la realtà più infima e disperata si innalza a un livello superiore. Un verso come «lì ragazzi con occhi da vecchi danno il culo per mangiare» è di un’eleganza (perché eleganza è liberare dal superfluo e anche non aver paura di chiamare le cose con il loro nome) assoluta.

Questa è la preghiera di Enrico che con la sua poesia torna al mondo, partito dal buio della disperazione, come il delfino torna a galla per riempire i polmoni d’aria e poi tornare nell’abisso. Una preghiera laica.

Scrivo di Enrico e della sua poesia perché c’è una sostanza poetica che ci accomuna. Una su tutte, quell’idea di “marginalità” che personalmente ho sempre sentito precipuamente ligure.
E non è un caso che quei caruggi di Genova dove Marià ha presentato il suo libro, che appena dietro l’aria ripulita di Palazzo Ducale brulicano di un vissuto storico, urbano, architettonico, umano che non ha paragoni in Europa, siano un luogo significativo per entrambe le nostre scritture.
La mia, per esempio, non è nata lì, vaga per le strade larghe e razionali della Lombardia e del Piemonte, ma in quelle strettoie oscure e scintillanti ritrova, cavandola da giorni adolescenziali, la propria energia.



Testi
(da Cosa resta, Puntoacapo Editrice 2015)



*
Tu carne,
anima, sangue,
il posto
più bello e lontano
dove sia mai stato.




*
Alì impara l’italiano leggendo i necrologi –
si esercita davanti ai manifesti;
negli spiazzi muti di periferia
non giocano bambini
lì ragazzi con occhi da vecchi
danno il culo per mangiare.
Del primo uomo
conservo l’immagine di me
che si rimette a posto i capelli
riflesso nello specchietto di un’auto.
Da quella notte non riesco più
a farmi toccare la testa,
ogni volta mi tiro indietro
balbetto scuse;
così macella il mondo
senza spargere sangue
in un silenzio dove niente
riporta indietro dalla morte.




*
La tomba di Claudio
è lapide nel fango.
In tasca la sua ipodermica –
per farmi non uso altro;
uccidere la morte
penso questo su ogni buco.
In riformatorio a mio padre
sfondarono i denti
perché non mordesse
mentre succhiava;
con me ha fatto lo stesso,
sussurro soffocato
che non arriva a parola
solo nell’eroina
non tremo
davanti alla vita.




*
Se quando esci sei solo
torni a rubare;
corpi annichiliti
sordi a ogni cosa
ti scarcerano a mezzanotte.
Alle pensiline di Marassi
Stefano senza denti
si mastica le gengive;
il desiderio è essere
dimenticati dal mondo,
infiniti nessuno
per sempre cadere
niente nel nulla.




*
Cristina vende i capelli
e il suo latte materno,
da cena ci spartiamo
una latta dei cani;
intuire la verità
è peggio che saperla,
amore della morte madre
ti prego stringimi
facendo di me l’istante
di un tuo bianco frammento.




*
Fuori dal San Martino
dimesso da un’overdose
mia sorella mi abbraccia,
mi stringe a sé
tentando di tenermi insieme
come quando si cerca
di trattenere l’acqua
con le mani a scodella.


Enrico Marià è nato nel 1977 a Novi Ligure (AL), dove risiede.
È redattore di Puntoacapo Editrice, dove figura nello staff di CollezioneLetteraria. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (Puntoacapo Editrice 2010, II ristampa); Cosa resta (Puntoacapo Editrice 2015). Presente in numerose antologie tra cui Genovainedita (Galata 2007); Dolce Natura, almeno tu non menti (Editrice Zona 2009); La giusta collera (Edizioni CFR 2011); Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (Puntoacapo Editrice 2012); Poeti di Corrente (Le Voci della Luna 2013); Cronache da Rapa Nui (Edizioni CFR 2013; Poesia in provincia di Alessandria (Puntoacapo Editrice 2014); Bukowski. Inediti di ordinaria follia (Giovane Holden Edizioni 2014); Ad limina mentis (deComporre Edizioni 2014). Nel 2013 è stato inserito da Pordenonelegge nel censimento della giovane poesia italiana dai 20 ai 40 anni. Nel 2012 ha partecipato all'e-book scaricabile gratuitamente La droga: un’ispirazione? O l’ispirazione: una droga?. Suoi testi compaiono su riviste e nel web. Collabora con il blog "Corrente Improvvisa".