martedì 6 giugno 2017

Fabrizio Bregoli legge Elena Cattaneo


Il progetto poetico di Elena Cattaneo ne Il dolore un verso dopo (Puntoacapo Editrice – Collezione Letteraria, 2016) è ambizioso fin dal titolo dell’opera, perché è ben noto che in poesia scomodare gli assoluti come nel caso di “dolore” può risultare pericoloso, può portare ad un’asettica astrazione, eppure è proprio quel riferimento a “un verso dopo” che credo dia una maggiore chiave interpretativa, quasi a voler testimoniare la volontà di un superamento, di una via di fuga dal dolore che trova senz’altro nella scrittura un appiglio, per quanto precario. Quel dolore che è tuttavia pervasivo, latente in ogni gesto o azione, che sa operare a “tempo indeterminato”, come il perfetto impiegato di una fabbrica della follia, della consunzione, e assume di volta in volta nel lavoro poetico sembianze o simbologie diverse come quella del “diavolo” o della “melagrana sfatta” o di “brutti muri d’intonaco” portando sempre alla inevitabile conclusione, perentoria: “Più capisco e più ho paura”. È quasi superfluo dire che una poesia di questa natura non può se non prendere le mosse da forti, incisive esperienze di vissuto – e crediamo di non sbagliare nell’assumerlo come un dato di fatto - ma l’autrice riesce con accortezza (o forse per necessario pudore) a non esplicitarle e quindi evita di cadere in un autobiografismo che rischierebbe di trasformare la sua poesia in atto auto-consolatorio o solipsistico. Anzi è grazie al dono del transfert, alla virata percettiva quasi fino al simbolismo onirico che questa esperienza esistenziale – vera e dura al contempo – e con lei il cammino personale dell’autrice diventano – credibilmente – viatico dalla valenza universale ed hanno quindi quella necessità espressiva e contenutistica che la poesia pretende (come fa ben notare Ivan Fedeli nella illuminante postfazione).

La prima sezione dell’opera emblematicamente intitolata “Canti dell’insonnia” ci pare pervasa da un intreccio sotterraneo, da una costruzione quasi di tipo drammatico, senza che la trama sia mai dichiarata, sembra anzi procedere per frammenti di un poema non scritto: in un testo si dice infatti “e nessun attore sa, veramente, / cosa deve fare”. I vari testi hanno continui rimandi fra di loro, a tratti una sentenziosità che sembra al contempo interrogativa ed interlocutoria, lascia aperta la strada della soggettivazione per il lettore. Si vedano versi emblematici come “Nel tempo percepiamo un fuscello di noi. // Basta quello.”, “Domani lo stesso, e ancora, e poi di nuovo.” efficacemente ripetuto nel testo quasi a voler sottolineare la categoricità del pensiero, ma di converso anche una meccanicità che non dà via di scampo, e ancora “La circolarità perfetta non ha / bisogno di noi”. Un’umanità quindi che assiste come comparsa ad un dramma al di fuori della sua portata o nel ruolo di esclusa, che cerca di contrastare con armi spuntate l’accadere del mondo, alla ricerca di una possibile linea di galleggiamento, “il puntino stella” (e si noti la pregnanza di questo diminutivo che dice tutto) o un “dio” (non a caso scritto in minuscolo, con sapiente allusività) che altrove “Diventa subito un ghigno. // Mi è consono”. Ghigno come ineluttabile storpiatura di un ipotetico sorriso, di una felicità possibile. La verità è altra: “Nella morte la vita si nutre.” o ancora “si passa dai santi ai morti” – e si badi bene, non viceversa. Tutto procede per annichilimenti progressivi dell’essere, cancellazioni e liquefazioni dei tratti distintivi della persona (“la bocca cancellata”, “gli occhi bassi”), esperienze di dissoluzione (evidenti i riferimenti alla lezione di Eliot, alla morte per acqua o per fuoco, come in “Come un bambino che annega in silenzio, sott’acqua”: chiusa splendida e terribile). Un agone arduo in cui l’uomo si deve confrontare a denti stretti con la propria “imperfezione”, senza moneta di scambio durevole che la risolva, nella prospettiva unica e certa “Che la salita è lunga.”

La sezione "Sintesi I" amplifica questa poesia come drammatizzazione dell’essere: si vedano ad esempio “Jesi e le marionette” con i “corpi di legno farsi vivi” e ancora altrove “giullare scomposto”, “testa di pezza”, “Dalla volta / oscura / del teatro”. Le poesie “Il nemico”, “L’orafo” e “Stabat Mater dolorosa” – quasi una sacra rappresentazione in miniatura - sembrano procedere per dramaticae personae, sempre nel solco della lezione eliotiana arricchita dalla cifra personale dell’autrice. Anche la parola, strumento della poesia, può in questo mondo stravolto divenire inganno: si veda la splendida “Le parole” dove ogni verso è realmente necessario, il linguaggio scarnificato ed amplificato di senso. Memorabile la chiusa: “Le parole sono trappole / e ci si lascia / ammansire /per non uccidere / troppi predatori.”, con questo verbo impersonale che unisce all’altro, esclude di nuovo la poesia come consolazione, io che dunque si fa altro da sé. E tuttavia, nonostante la icasticità della chiusura della sezione, il titolo Sintesi I lascia intendere che sia prevista una seconda parte, ma non presente in questo libro, un deliberato omissis: questo elemento conferma ulteriormente la volontà di una poesia in fieri, genera quel senso di attesa funzionale a una poesia per frammenti, che come si diceva sopra è a nostro giudizio elemento caratterizzante di questa autrice.

La sezione "Piccolo Quaderno" comprende testi abbastanza eterogenei, molti dei quali probabilmente anteriori rispetto alla parte iniziale del testo. A poesie che traggono spunto da occasioni di viaggio in cui l’autrice dimostra anche la capacità del lampo impressionistico e dell’interiorizzazione del paesaggio, si aggiungono altri testi in cui si sviluppa ulteriormente l’altro leit-motiv dell’opera, ossia il tema della maternità. Soggetto che compare fin dall’avvio (“La mamma piange la notte” è il primo verso del libro) quello della maternità, come anello di giunzione fra non-essere ed essere, womb-tomb di dylaniana memoria, dono di vita che racchiude in sé il grumo della morte, maternità come strumento non-salvifico di conoscenza (si veda “grembo / lacerato” con caustico enjambement). Nascita anche come nominazione dell’essere, che si dà dunque nome ma pur sempre conscio della sua ambiguità, dell’incapacità di svelare il senso delle cose (si vedano “Genesi” e la efficace chiusa di “Io” dove il nome diventa quasi retaggio mitico, laccio inesplicabile: “Elena degli enigmi, / Elena dei sussurri, / Ileni persa in un vento di sogno.”). Tema questo che meriterebbe un’analisi a sé, più ampia che non è qui possibile condurre – data la complessità delle raffinate citazioni eliotiane. Merita rimandare il lettore all’approfondimento di testi come “Spingo forte” in cui la maternità sembra poter vincere il giogo di dolore, farne “pane nuovo” da un “cranietto di bimbina prematura” (dettaglio espressionistico che s’imprime nel lettore), o “Il Gioco” con il riuscito effetto dialogico a sorpresa, solo ingannevolmente condotto con un linguaggio per così dire ingenuo o quasi infantile, o “E adesso” dove ricompare il tema del nome come sbaglio / equivoco e merita ricordare la bella similitudine che dà colore al testo (“come una brutta mongolfiera / piena di vanità infiammabili.”). Magistrale l’incipit di “1998”, il verso “Agosto chimico.” inquietamente puro nella sua asintatticità.

Il libro si chiude con la riuscita poesia “Attraversamenti” (coincidente con il titolo della sezione) concentrato di potenza espressiva e linguaggio erosivo, detonante. A conferma della dedica iniziale (A Penelope, Molly e tutte le altre – e in questo “tutte le altre” sta il vero ganglio del messaggio) l’io poetico si astrae ad emblema del femminino come grumo di dolore e nucleo irrisolto, “Vecchia nave / allo sfasciacarrozze”, ripetizione incessante di un perpetrarsi d’errore ed inganno, di un’umanità relegata a un “altrove utile al collezionista”. L’esistenza – crediamo di poter dire - si sostanzia dunque nell’attesa, nell’ambire ad un ritorno che sia scoperta di sé, “ritrovata unità” e consenta il valico a quel “verso dopo”, l’attraversamento appunto. Sembra quasi volerci dire Elena Cattaneo, alla maniera del suo amato Eliot, che solo da un cumulo di macerie si può cercare di puntellare una ragione di vita, appunto da una “serenità trasfigurata. / E intanto una molly aspetta.” 


Da Elena Cattaneo, Il dolore un verso dopo, Puntoacapo Editrice – Collezione Letteraria, 2016


*
La mamma piange la notte,
stanca vaga tra
la strada sporca
che non rimanda
un sogno
ma solo la vita cruda.
Vede, così le pare,
una melagrana sfatta
di biglie rosse che fuggono tra i tombini
o si lasciano schiacciare
dalla velocità.
La mamma prega la notte,
oppressa da un amore ammalato,
così alto e rarefatto
da togliere all’amore pensieri che possano
zavorrare la mente.
La mamma piange la notte,
a orbite roteanti.
Cerca un puntino luminoso
nel suo cielo, il puntino-stella.
Come canta la mamma che piange la notte,
vuole conforto,
vuole che la dolce vita che le dorme accanto non finisca mai
Rispondile dio, falle sentire delle voci
e illudila che sia il tuo sibilo quel suono
che la tormenta.


*
Ogni sera parlo con il diavolo, quando stacca dal lavoro.
È stanco e sfatto, non ha un giorno di tregua.
Con me si rilassa, non deve recitare la parte.
Rotea gli occhi, si schiarisce la voce, ritira gli artigli
 e si liscia le corna.
A notte inoltrata, a volte, trovo mi assomigli.
Gli chiedo di stare un po’ al mio posto, gli porgo la chiave
 ma lui si rifiuta.
È furbo e scaltro.
Sa che rimestare il dolore e servirlo per cena è meno faticoso
 che farsi sfondare il cuore
dall’amore che sarà.
Col male ci campa a tempo indeterminato.
Aspetta che una lacrima scenda, mi accarezza soddisfatto
e in un soffio mi lascia chiusa in paradiso.
Ma prima o poi io scappo…


*
In fila la macchina
si avvicina, si schiaccia, bramosa
di arrivare.
Si arruffa e annusa chi la precede
con fretta, ha fame.
Un pezzo di asfalto, lo pneumatico caldo,
un metro, un metro, uno soltanto.
Defilata la macchina,
ha trovato un sentiero,
furba lo percorre,
certa dell’arrivo.
Illusa, baldanzosa e rapida,
scende e risale, ha fame, ha fame,
ha fame.
Si aggrotta il cofano, si avvilisce il faro,
la fila l’aspetta, calda e compatta.
Mesta s’infila, lasciandosi portare,
la meta è lontana, la fame dovrà aspettare.
Domani lo stesso, e ancora, e poi di nuovo.

Domani lo stesso, e ancora, e poi di nuovo.



Elena Cattaneo è nata a Milano nel 1971. Dopo la Laurea in
Lingue e Letterature Straniere presso la Libera università di lingue
e comunicazione IULM di Milano, con una tesi sul poeta inglese
Charles Tomlinson (Charles Tomlinson e la poesia americana, 1995,
relatore Edoardo Zuccato), si è specializzata in studi di traduzione in
Inghilterra e ha conseguito
un Master of Science allo UMIST di Manchester con una tesi dal
titolo Italian Literature in English Translation, 1996.
Opera nel mondo della musica classica e si dedica a progetti di
traduzione. È presente in diverse antologie e siti web. Il dolore un
verso dopo è la sua seconda pubblicazione preceduta, nel 2015, dalla
silloge Sopravvissuti (Prospettiva Editrice – pubblicazione premio
per la vittoria del concorso BrainGNU 2014).

mercoledì 24 maggio 2017

Le due poesie presentate a Bologna in Lettere

Le due poesie presentate a Bologna in Lettere. La prima versione, che qui è da ritenersi definitiva, la trovate in Le volpi gridano in giardino. Ringrazio Enzo Campi per l'ospitalità.

                     

                      Voglio dire


Batto il tempo con i chiodi e cerco rime
sopraffine come nice / camice, ano / gozzano
per fare festa freudiana e ancora godere
della parola fantola, per quanto crudele
forse, e malata. E poi, sia detto con chiarezza
rompe di più Caparezza, l'effervescenza
della sua catena non interrotta di motti, o l'odore
lungo del pastore, lurido d'erbe e d'animali
che la poesia civile, oggi, di più il camallo
stramazzato che la politica, spesso, io comunque
adesso, muovo da porta nuziale, attraverso il canto
cauto, lo sformo, seguo, della teoria dei giochi
il suo programma solidale, anche se poesia
tende a / stampa per / niente, a volte, come del resto
il tentacolo senza spettatore, il naufragio
di cui siamo spettri, fragili plettri.  


E dunque mi chiedo: meglio D'Elia, il poeta
che chiama padre Pasolini, o Lina, la bianca pollastra
di Saba, regina serena tra le braccia di Dio?
Ed è più degno il legno o l'amianto, il corpo teso
del discobolo o quello che muove all'obolo
il marmo o il karma, o la Marna, invece, che è roccia
sedimentaria e la prima forma di trincea precaria
dove ricevere la qualità dei tempi e far poesia
come ripete, in Laborintus, il caro estinto
alla vigilia della rivoluzione (linguistica, almeno
e meno fascista dunque) quando al cottolengo
si votava, e senza vergogna, pare. D'altro canto
nemmeno il comunismo s'ha da fare, in quel frangente
ma da dire, appunto o, meglio, in contrappunto
s'ha da smontare.


Però, davvero, ancora mi domando
se questo paravento abbia un senso, se questa messa
in pena valga la cera e quanto o invece
buchi meglio lo scherno l'impiego crudo del vero
con corpi monchi e scalpi o la ferocia
che fa da linfa alle feste del potere
dalle undicimila verghe alle centoventi
di Salò, baionette antiborghesi, vero, anche se poi
tutto rapprende in solida bolla e lancio editoriale.


Eppure la borghesia, forse, per quanto
piccola, e il proletariato e l'ospite indesiderato
sono comode figure, semplificazioni che sporcano
di meno. Ideologie, appunto, tare. O almeno, così pare
se questo il mondo teme e non invece
come credo, la bestia oscena, il maschio
disumano lanciato contro la femmina
motrice, chimera che spaùra perché più dell'uomo penetra
più di lui domina la scena. Forse di questo stiamo parlando
anche quando cantiamo l'amore o la vittoria al palio
quando chiediamo se val bene questo
quello o l'erba in mezzo, come a beato confine
poetando.


Come vedi mi cito, mi chioso
con tutto il corpo che posso, scopro la voce, le voci
che come a Giovanna mi sparlano dentro, per liberare
la faglia, così che spiffero e buio e quanto rimane da dire
come da botte larga escano fuori o da bottega
ch'è un fare felice, se campana, per esempio, nasce
da terra ed ingegno, come in un film di Tarkosvkij
o da una poesia di suo padre, dove "l’erba come un flauto
- d'improvviso - cominciava a suonare".


Io credo, davvero, che di traverso
si metta comunque l'uomo, non il verso
e che quanto piace al mondo sia greve, unto
come l'amaro Belice e la calce viva sui corpi
a Dachau. E credo, anche, alla complicazione
radicale, che non è un partito
ma un'idea, un segno d'affetto verso il vero
e, il mio, un omaggio a Sanguineti.
Complicazione, dico, non sabotaggio, ronda
o l'invasione del Sudeti, bensì il volo
suadente di Palomar dentro l'onda o il radente
suo scrutare l'infinito, l’ascolto dell'amore tuo
nervoso e di chi ancora respira laggiù, lumino
zoppo dei morti, cuore remoto.



Incanto



compro corpo smontabile per serate
a villa certosa. e termometro vaginale
pininfarina. cerco macchina per lavanda
gastrica, massima riservatezza.

regalo la primavera araba o permuto
con risorgimento italiano. compro regolo
ostetrico per gravidanza democratica.
parto domani: affittasi libertà vigilata.

Vendo foto di marilyn per atti impuri. regalo
se serve, vento e vasellina. compro la vita agra
senza ricetta o scambio con donna letale.
insegno a scendere le scale tenendomi al laccio.

smonto teoremi e piccole chiese. sbanco terra
promessa. cerco garanzie sulla morte di Dio.
offro collezione in plastica di falle e reliquie
praticamente eterne.

cerco tempo che non aspetti. e spazio nei cuori.
cerco a come amore, b come seconda chance.
offro correzione onanista a maternità sgradita.
presto le dita a personalità monca.

compro fumo afgano con rudere. no corpi
carbonizzati né madri o piccoli bastardi. vendo
gagliardetto fascista e ritratto del presidente.
missile intelligente cerca mina brillante.

seleziono razze. no negri o gialli. no ebrei.
seziono gemelli e profili ariani. cerco pelle
da conciare per magnifico gilè. e denti per
bottoni. elimino gratis vicini di casa.

offresi compagnia casta a signora perversa.
regalo topolino bianco sodomita, vera occasione.
cedo parete nord per carezze artiche.
cerco lingua ruvida che solluccheri. no yeti.

scrivo poesie e porcate. regalo balbettio
d'amore a legionario di bergerac. insegno carattere
orale, anale e cuneiforme. uomo pigro offresi
per pausa pranzo.

scambio glicemia con colesterolo. presto
referenze all'uomo invisibile. pratico inseminazione
padana. mezzano disposto ad ingoiare veleno,
vende storia commovente.

baratto collera di amleto con collirio. e ghetto
con gatto, gitto con altro verbo arcaico.
compro sentenza d'assoluzione o scambio
con la fine di questo incanto. cedo la parola.




Stefano Guglielmin






venerdì 5 maggio 2017

Raffaele Marone: Camminata contemporanea. A Beirut, ad esempio


Museo nazionale di Beirut (foto di R. Marone)

Una specie di deformazione professionale: chi per lavoro immagina spazi, quando arriva per la prima volta in un sito, sia esso antropizzato o di natura, andandosene in giro comincia a guardarlo come se dovesse abitarci, o come se dovesse pensare lì un disegno che lo trasformi, per abitarlo. La mente comincia a selezionare elementi da raccordare, fili ideali da congiungere, per istruire una interpretazione che è già immaginazione di una possibilità nuova di abitare.

Ma a Beirut quel tipo di sguardo, più o meno fecondo in altri luoghi,  sembra richiedere un cambio di attitudine.  Attraversando la città, innumerevoli cantieri segnati da altissime gru e scavi profondi, facciate bucherellate da migliaia di fori di proiettile esplosi durante i lunghi anni della guerra civile, vaste aree archeologiche, alti muri sovrastati da enormi rotoli di filo spinato, grattacieli scintillanti, grandi e desolati spazi vuoti, vecchie case cadenti, moschee e chiese… e poi lingue diverse che si incrociano ovunque, tante fedi diverse che si incrociano, soldati con i mitra spianati e mendicanti, donne all’ultima moda e sacerdoti di mille chiese… una moltitudine di strati di materiali e di immateriali diversi si affastellano, si sovrappongono, si giustappongono rendendo inestricabile l’accumulo di segni.
Così ti rendi conto che lo stereotipo di Beirut “soglia tra Oriente e Occidente”, che come uno slogan ha potuto spiegare in estrema sintesi il senso della città fino al secolo scorso, non può più essere il piano su cui fondarne un’interpretazione attraverso l’abitare oggi (ogni abitare è un interpretare).

Qui ogni volta che si tende un filo mentale tra un frammento di senso e un altro, il filo si spezza, o un capo non raggiunge quel che vorrebbe legare, oppure si attorciglia.
Ci vuole uno sguardo archeologico che scava, riconosce, pulisce, e mette da parte. Lo sguardo archeologico ha quel distacco dall’oggetto osservato che Agamben ritiene indispensabile per carpire la contemporaneità.

La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.
(da “Che cos’è il contemporaneo”, 2010)

Sfalsarsi. Chi abita la contemporaneità cerca non più solo tracce che possano ricostruire antiche narrazioni che, rendendone riconoscibili le differenze tra esse, restituiscano convivenze un tempo possibili. Chi abita la contemporaneità piuttosto cerca frammenti di elementi che appaiano potenzialmente dialoganti per tessere trame nuove tra gli uomini. Quindi può trovare forme nuove alle cose degli uomini e significati inattesi, generati dal solo desiderio di vivere in pace: un abitare allo stato nascente.

La capitale del Libano di oggi non è altro che un ingrandimento al microscopio, una zoomata profonda dentro l’indistinto ovvero quel che è gran parte del mondo contemporaneo. Anche là dove sembra che le identità sociali e culturali siano più circostanziate e stabili si possono ritrovare quegli stessi affastellamenti, sovrapposizioni, giustapposizioni di frammenti che spesso originano conflitti.

Beirut appare allora come paradigma di ogni città del mondo e torna in mente il Celati del “Bazar archeologico” (1975).

…frammenti, oggetti, relitti d’un passato ormai privo di contesto, rovine della storia oramai perdute per la storia: nuovi silenzi che sorgono là dove poco prima c’era un linguaggio capace di parlare dell’esperienza originale e delle motivazioni di quegli oggetti… oggetti segnati da un taglio storico che li rende spaesati o spaesanti, e in cui è proprio la perdita dell’origine a creare il loro interesse di oggetti di riflusso, finora dimenticati. È il bazar al posto del museo, nel senso che gli insiemi di oggetti di un bazar si organizzano secondo una tassonomia fluttuante, non consegnata alla logica di una classificazione che funga da autorità impersonale… è insomma l’oggetto dimenticato che emerge come scarto o detrito di un contesto inabissatosi, e di cui non si può raccontare la storia… Ma con questi oggetti non c’è identificazione possibile: le motivazioni che li hanno prodotti non sono quelle per cui noi li ricerchiamo e li disseppelliamo dall’oblio… raccolta di tracce di sistemi scomparsi, la cui testimonianza è solo testimonianza di un taglio.


Un possibile abitare la contemporaneità sta nel lavorare dentro quel taglio che ha generato quei “relitti d’un passato ormai privo di contesto”, senza l’imperativo concettuale di ricucire; con distacco, per quanto possa essere difficile.


Il lavoro di Raffaele Marone  (Napoli 1960) attraversa l’architettura, le arti visive, la musica, la poesia.
Sue poesie sono state pubblicate su “Le Voci della Luna” e, in rete, su “Blanc de ta nuque”.
Ha ricevuto dei riconoscimenti al Premio di poesia Montano.
Ha pubblicato libri, progetti e saggi di architettura, tra cui i più recenti Fare luoghi. Abitare come arte d’insieme (2015) e Architetture di terre con un mare in mezzo. La porosità come carattere mediterraneo (2016).

lunedì 17 aprile 2017

Roberto Martinez Bachrich su Erika Reginato



Erika Reginato, GIORNO DI SAN GIUSEPPE. Día de San José Versione bilingue. Raffaelli editore, Italia, 2016.


La grafia tremante della sua dedica ricorda l’ombra dello sguardo, contrario alla poetessa con cui, a volte, parlo. Ma è lei. Leggere il suo libro è confermare la sua logica paradossale. Le sue poesie sono tessute in quattro territori che hanno molto in comune: "Il lutto", "La malattia", "L'addio" e "L'incontro". Sorprende la voce di Erika, il suo dialogo aperto, a fronte dei fantasmi che la precedono.

Qua non c'è paura, non c'è contemplazione per assumere in famiglia le presenze sotto-terrene. L'oscuro segna il libro, però una striscia di chiarezza va tracciando il cammino. La voce di Erika Reginato, il suo modo di guardare intorno a sé, il suo modo di sentire quello che porta dentro senza paura, ha quella saggezza particolare di chi sa farsi un posto nella luce a patire dall'ombra per così salvarsi.

Vecchio topos: l'oscuro illumina, l'ombra riesce a lanciare le sue fiammate. Il padre e il nonno sono i personaggi protagonisti. Si dialoga direttamente con loro. Il filo che la unisce non è solo quello del ricordo o del sonno. La connessione e più profonda: la morte, sotto o sopra, fuori o dentro, sa mettere in ordine le parole. Il suo segno garantisce alcuni metodi della comunicazione.

La sezione iniziale del libro "Il lutto", è il primo canale di quel dialogo diretto, il dolore recente della perdita, obbliga l’essere a depennare quel dialogo. Si cerca il corpo a corpo, si rifiuta la distanza: ma da lontano / vedo la tua mano magra / avvicinala...E poi scrive: trascinami con te /fino al sepolcro...

Si sente la mancanza, si cerca di rafforzare (concludere), il non finito. L'essere si sente male per non aver potuto conoscere sufficientemente bene gli antenati. In quella voragine aspetta la parte che lo può unificare: Sotto lo spessore /nella terra /staremo insieme /Riceverai l'altra parte di me /un tesoro /Padre...

È "La malattia" la sezione più sensibile del libro di poesie. La delicatezza e la tenerezza di quando  parlava con il Padre non ci sono più. L'essere è da solo, davanti allo spessore del suo sangue, davanti alla sua propria ombra: "Comincio a toccarmi /l'inizio dell'errare /i frammenti del mio spessore..."

La sintassi perde sottigliezza, adesso è attorno al concreto, in un posto secco, già che la morte nel sangue non concede armonia: Vomito il mio vuoto /amo /imputridisco /in questa diagnosi...  Comincia il dubbio, la lotta tra la vita e la morte, il terribile suono del movimento della bilancia: Sospesa /su catene /sto in equilibrio... Ritorna la paura e se ne va via. La vicinanza delle ombre insinua una strana pace, una lucidità originale, una palpazione curiosa, cosciente del suo rischio: Con cautela osservo /le forme scure /che si fermano /sulla soglia...

Esistono metafore che uccidono, assicura Susan Sontang in alcuni dei suoi libri sulla malattia. La poeta Erika Reginato spoglia la malattia delle sue metafore non guarite e la ricostruisce dal proprio sentire, a partire della convivenza quotidiana con – la malattia - che smette d’essere, perché diventa parte di sé stesso: non è più un organo particolare è il proprio corpo ma è parte indivisibile del tutto. Assumere la malattia –assumerla, e vederla, vedersi per scrivere e descriversi, con la disposizione di sentirsi e palparsi a partire dalla parola più reale (in questo caso è la parola poetica) è in un certo modo, salvarsi. 

"L'addio" e "L'incontro" saranno variazioni dalla stessa partenza. L'essere saluta per ultima volta sua infanzia, suo padre e suo nonno. Da lontano quelle presenze abbracciano la poetessa, si avvicinano per consolarla o per aiutarla a ridere. L'essere rimane per fare le condoglianze a se stesso. L’annunzio del commiato è quasi amabile, la partenza è silenziosa, sottilmente musicale: In mezzo alla notte scopro /la fine della distanza/il passare dei giorni...

È anche un viavai dello sguardo davanti all'ombra che fa ritornare il dubbio: Potrò dormire lentamente/nel pozzo?...

Si cerca una semantica nuova, spoglia di cariche simboliche vuote, in favore di una dimensione significativa allo sguardo personale. Qua: I fiori non si muovono. Là: Non sei nel deserto /solamente ti riposi /dopo il cammino. Perché per l'essere: La tempesta non finisce //Avanza /nel mio ventre...

La lucidità assoluta arriva alla sentenza quando gli occhi si aprono davanti al mistero. Si prefigurerà così, il doloroso e desiderato incontro: Cerco nell'oscurità /le ceneri /la distanza /la fine.

La vita, la morte, la scrittura non sempre appartengono alla logica suprema: i paradossi, percettibili o no, si portano nelle vene.




Poesie da Giorno di San Giuseppe


La vita è una canzone d’amore
diceva Giuseppe.

Amore per un paesaggio,
per il sole che muove le sue ali
con lentezza.

Il tetto era il cielo,
la casa era la terra,
lui se ne andò
quando vide tra le sue mani
scorrere la nebbia.

Volle volare e si avvicinò
al rituale di morte.

Tese il collo
guardava il tetto dal balcone,
la quiete,
il fumo delle candele
da poco spente.

.-.-.

Oggi mio Padre
mi accarezza la spalla.

Mangia le zanzare
della tenuta L’Incanto,
fa il bagno nel fiume.

Dorme
sotto alberi di acacia,
trema
all’alba.

Mio padre ha sete,
getta spine di legno
dal cielo.




I fantasmi
pronunciano il mio nome.

Aprono e chiudono
le porte delle stanze,
sibilano le loro pene in corridoio.

In ginocchio
supplico Dio
per un istante di silenzio.

Abbasso la testa
con un po’ di fastidio.
In mezzo alla notte scopro
la fine della distanza,
il passare dei giorni.

I fantasmi fumano nella mia stanza.

Annunciano l’addio.


.-.-.


Le lenzuola di mio padre
non si potranno usare.

Quando si alzava la marea
dava ali alle vele.

Su la randa.
Giù la randa.

Non si fermava mai.

Ma una notte si fermò
cinque volte.

La prima
in cucina,
la seconda
vicino alla finestra,
la terza
accese la luce,
la quarta
con il petto aperto
si guardò allo specchio.

L’ultima volta
naufragò nella pena.

.-.-.-


I

La vita sfugge
dal mio fianco destro.

Ascolto le promesse
le preghiere per il ritorno
la voce della veglia
della fame.

Mi perdo
tra le mura grigie
di questa stanza.

Con cautela osservo
le forme scure
che si fermano
sulla soglia.

Comincio a toccarmi
l’inizio dell’errare
i frammenti del mio spessore.

-.-
III


Sospesa
su catene
sto in equilibrio.

Sola
in alto
lotto col freddo
sopportando le crepe.

In coma
ho sudato
la tua ubriachezza.






Erika Reginato è nata a Caracas, nel1977, vive attualmente nel vicentino. Poetessa italo-venezuelana, saggista e traduttrice. Si è laureata in Lettere presso l’Università Centrale del Venezuela. Tra i suoi libri di poesia: Día de San José (Caracas, 1999), Campocroce, 2000-2007 (edizione bilingue, Mantova, 2008),  Campo Croce, antologia poetica 1999-2008 (Venezuela, 2008). Il saggio in spagnolo Cuatro estaciones para Ungaretti (Caracas, 2003). In Venezuela ha pubblicato sue ricerche e traduzioni, tra cui Antologia poetica di Milo De Angelis, (versione bilingue, 2007), El bar del tiempo di Davide Rondoni (versione bilingue, 2008), la selezione di poeti italiani Caminos del Agua (versione  bilingue, 18 poeti del secondo Novecento, 2008),  El trazo infinito del universo, antologia di poeti italiani contemporanei (28 poeti, versione bilingue, 2013). Con Raffaelli ha pubblicato il libro di poesie Gli Eletti (versione bilingue, 2013) vincitrice del 40º Premio Internazionale della Fondazione Culturale G. Arnone “opera straniera tradotta in italiano”. Le sue poesie si trovano nelle antologie italiane: La nuova poesia dell’America Latina (selezione del poeta Loretto Rafanelli, 2015) e Giovane poesia latinoamericana (selezione di Mario Meléndez, Raffaelli editore 2015).



Roberto Martínez Bachrich (Valencia, 1977). Es profesor del Departamento de Literatura Latinoamericana de la Escuela de Letras de la Universidad Central de Venezuela. Magister en Técnicas de la Narración por la Scuola Holden (Turín), Magister en Estudios Literarios en la UCV. Ha publicado los libros Desencuentros (1998), Vulgar (2000), Las noches de cobalto (2002), Las guerras íntimas (2011), Tiempo hendido (2012), La voz del animal (2013). En 2010 recibió el X Premio Anual Transgenérico de la Fundación para la Cultura Urbana.