mercoledì 26 novembre 2014

Fabio Giaretta su "Le vie del Ritorno"


È uscita oggi, su "Il Giornale di Vicenza", la prima recensione al mio Le vie del ritorno, scritta da Fabio Giaretta. Eccola.


Con la nascita e con il conseguente allontanamento dal grembo materno, da “quell’Inizio che è principio stabile e protetto, ma già da sempre perduto”, l'uomo sperimenta la dimensione dell'esilio e della finitudine in quanto essere mortale. Si sente spaesato e questo lo spinge a cercare incessantemente una comunione con il “centro del mondo” inteso come terra abitabile “in cui situarsi se non altro da nomade, da viandante” e in cui ricercare la pienezza del senso. Partendo da queste considerazioni, Stefano Guglielmin, nel suo ultimo saggio intitolato Le vie del ritorno (Moretti&Vitali, pagg. 135) indaga come questi temi, che il poeta e critico scledense chiama “tensioni aurorali della caducità”, ossia esilio e morte, vengano sviluppati in due generi letterari opposti, il comico e il tragico, e in tre autori dell’illuminismo francese quali Diderot, Voltaire e Rousseau.

Per quanto riguarda il genere comico, Guglielmin compie una scelta controcorrente: decide cioè di mettere al centro della sua analisi le “Rime” di Cecco Angiolieri con l’intento di smontare la visione di Pirandello che considerava i versi del poeta senese delle facezie prive di profondità e drammatizzazione. I versi dell’Angiolieri, invece, mostrano una profonda tensione drammatica legata per l’appunto al tema della caducità declinato sotto forma di un duplice esilio: dalla società e da Becchina, la donna amata dal poeta. A livello sociale, Cecco cerca accoglienza e riconoscimento tra gli uomini subalterni al potere e/o in conflitto con esso, in nome di una marginalità che diventa condivisione e da qui, dalla necessità cioè di essere accettato, nasce la volontà di usare il registro del comico. Becchina, invece, si pone come unica fonte di gioia, madre terribile che potrebbe salvarlo dall'esilio e che invece, con il suo rifiuto, lo getta in un immedicabile stato di mancanza.

Per quanto riguarda il genere tragico, Guglielmin si sofferma su “L’Orestea” di Eschilo in cui il tema della caducità si manifesta sia  in chiave individuale, in quanto tutti i singoli personaggi, soprattutto Agamennone, Clitemestra e Oreste, sono degli esiliati nel senso già specificato, sia in chiave sociale. In questa seconda accezione, “L'Orestea” permette di fare i conti con il momento della nascita della società e di dare una forma simbolica al suo inizio-esilio che nasconde sempre l’indicibile violenza da cui la civiltà proviene. In questo modo la comunità può guardare in faccia la condizione ferina, fatta di sangue e violenza, insita nella sua nascita e legata ad uno stato di natura, ergendola a monito di una nuova infanzia - lo stato di diritto - frutto questa volta dell'unione della sapienza umana e della sapienza divina.

La seconda parte del libro, invece, si concentra sul tema dell'altrove analizzato in Diderot, Rousseau e Voltaire. Altrove inteso come altra possibile via attraverso la quale rifondare una nuova nascita, caratterizzata da una pienezza individuale e sociale, da una verità insomma che scaturisce dal confronto con l’irrazionale e le culture dell’oriente, oltre che dall’istinto e dell’esperienza del corpo nello spazio. Secondo Guglielmin, infatti, “la verità illuminista non nasce né da un concetto astratto né dalla rivelazione divina; è invece l’incontro di forze molteplici e incontrollabili, che convergono verso un centro mai definibile a priori che spetta alla parola tenere nell’aperto del dialogo politico, là dove le scelte hanno luogo”.

In questo saggio molto denso e acuto, Guglielmin, facendo interagire differenti saperi, da quello filosofico e psicoanalitico a quello antropologico, dalla storia delle religioni alla critica letteraria, e usando il tema della caducità come grimaldello, ci offre un importante e originale contributo capace di aprire nuove prospettive critiche all’analisi delle opere e degli autori trattati.


giovedì 20 novembre 2014

Guglielmin, Maybe It's Raining (Chelsea Editions)


Fra qualche settimana uscirà, per le edizioni newyorkesi Chelsea, di Alfredo De Palchi, una mia selected poems dal titolo Maybe It's Raining, con traduzione di Gray Sutherland.

Questa che segue è l'autopresentazione.


Dopo le due prove giovanili (Fascinose estroversioni e Logoshima), ancora debitrici verso lo sperimentalismo italiano degli anni sessanta, sono passati quindici anni prima che uscisse il mio terzo libro, Come a beato confine, nel quale ho cercato di raccontare l’esperienza dell’identità nel suo passaggio da struttura forte a sostanza dialogica, aperta al prossimo. Se la poesia vuole davvero parlare agli uomini, ho pensato (anche sulla scorta di tante buone letture), essa deve mettere ai margini l’identità autoritaria, quella che sa sempre tutto e impone le proprie scelte agli altri. Per questa ragione, in Come a beato confine l’identità sceglie di essere debole per salvare lo spazio, il confine, che ci tiene vicini e ci permette di parlare, ciascuno con le proprie difficoltà. L’ultimo capitolo del libero, “Dappertutto”, mette in scena un mondo spaventato, dove i più deboli soccombono e la storia è governata dal terrorismo e dalla finanza internazionale. Il motivo ispiratore è la catastrofe del World Trade Center del 11 settembre 2001.

La distanza inmmedicata, attraverso l’allegoria dei fiumi, il loro differente modo di essere, è un libro che indaga l’impossibilità di essere stabilmente felici, di ricomporre la ferita originaria, indipendentemente sia dal luogo in cui si vive e dalla qualità degli affetti. C’è l’idea che l’origine sia perduta per sempre, anche se il desiderio di tornare nell’armonia dell’inizio ci spinge costantemente a scontrarci con le cose, con le persone e con noi stessi. La lotta è violenta e può portare alla morte oppure, quando ci va bene, a produrre un’opera d’arte, qualcosa che custodisce per noi quella separazione e la rende feconda di bellezza. È una bellezza moderna, figlia del terrore, del desiderio e della malattia, come in Baudelaire.

C’è bufera dentro la madre uscì in plaquette autonoma ed è stata poi ripresa tale e quale in Le volpi gridano in giardino. Quest’ultimo libro è diviso in due parti: la prima affronta, per la prima volta in modo così esplicito nel mio percorso poetico, il tema amoroso; la seconda parte continua la riflessione etico-civile sulla società contemporanea, in particolare su quell’area italiana industriale e culturalmente piena di pregiudizi che è il Veneto e la Lombardia. C’è bufera dentro la madre dice appunto la bufera che tormenta l’economia e la morale di queste terre, piegate dalla crisi economica attuale, ma già devastate in precedenza rispetto all’idea di solidarietà e di salvaguardia della natura. Al centro del testo c’è l’imprenditore, la sua famiglia, la fabbrica, l’ambiente, tutti macinati nel ventre della Madre, ora moribonda. Un altro testo esemplare, in questo senso, è “Voglio dire”, poemetto che parte dalla crisi culturale del’occidente, per poi fare i conti, anche attraverso giochi linguistici credo intraducibili in altre lingue, con alcuni maestri del canone italiano del novecento e con la possibilità stessa della poesia di essere significativa dentro un sistema che non crede più alla parola autentica.

Gli inediti non potevo che scriverli ora, che ho un’età in cui fare i conti con la mia giovinezza. Ciao, cari sono i testi più autobiografici che abbia mai scritto, sono un saluto affettuoso ai miei morti, a quei ragazzi e ragazze con i quali ho condiviso quasi tutto, e a qualche adulto, amico, che non è riuscito a vivere in questo freddo.


martedì 11 novembre 2014

Chelsea Editons a Milano


Biblioteca Sormani
Sala del Grechetto – Via Francesco Sforza 7  

e Milanocosa

invitano ad AttraversaMenti
 28 novembre 2014 – ore 17,30

serata nell'ambito di
Milano Cuore di Europa
con gli Autori di Chelsea Editions:
Rinaldo Caddeo, Maurizio Cucchi, Gabriela Fantato,
Giampiero Neri, Giovanni Raboni, Adam Vaccaro

coordina
 Adam Vaccaro
con contributi e testimonianze di:

  Sebastiano Aglieco, Stefano Guglielmin, Mauro Germani,
Sean Mark, Alessandro Rivali, Mary Barbara Tolusso,
Patrizia Valduga
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Chelsea Editions, New York, fondata e diretta da Alfredo De Palchi, svolge da decenni una funzione preziosa volta alla conoscenza in America della poesia italiana contemporanea.
Le Autrici e gli Autori di Milano delle prestigiose edizioni newyorkesi dedicano un incontro   di testimonianza e riflessione critica, in un momento in cui la cultura più attenta agli orizzonti internazionali impone anche all'espressione poetica aperture e rinnovamenti adeguati.   
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Entrata libera


Info:
Associazione Culturale Milanocosa – www.milanocosa.it – c/o A. Vaccaro, Via Lambro 1 – 20090 Trezzano S/N
T. +39 02 93889474; +39 347 7104584 – E-mail: info@milanocosa.it; adam.vaccaro@tiscali.it
Ufficio Conservazione e Promozione Biblioteca Comunale Centrale – C.BiblioPromozione@comune.milano.it



sabato 1 novembre 2014

Diana Battaggia su ZENIT POESIA


Buongiorno a tutti.
colgo volentieri l’invito per partecipare a questa interessante discussione (vedi in questo link), esponendo il punto di vista della casa editrice La Vita Felice.

IL PROGETTO [estratti dal bando]
1) Finalità
Nello scenario della poesia contemporanea, in cui si parla molto in generale evitando le prese di posizione, il progetto rappresenta un’assunzione di responsabilità con la volontà di mettere a disposizione del lettore poesia originale e di qualità di autori che la casa editrice desidera affiancare nel loro percorso poetico, al fine di consolidare le loro potenzialità mediante una capillare diffusione e visibilità.

2) Estensione temporale
Nato da un’idea di Marco Bellini, è stato accolto con immediato favore dall’editore che ha sviluppato ZENIT POESIA - Progetto 4x10<40 span=""> impegnandosi in un’iniziativa che si snoda sul lungo termine: “un percorso temporale di 4 anni che porterà l’attenzione complessivamente su 40 voci poetiche di età inferiore a 40 anni, distribuite in 4 antologie annuali che presenteranno 10 autori selezionati, aventi ciascuna due curatori diversi”.

3) Materiale richiesto
A differenza di altri progetti analoghi, agli autori viene richiesto l’invio di 8 testi (o di un poemetto di 6000 caratteri): una proposta articolata che consentirà ai curatori una migliore comprensione delle singole caratteristiche di scrittura e al lettore, nel caso di pubblicazione nell’antologia per avvenuta selezione, la possibilità di attraversamento di ampi spazi poetici.

4) Curatele
Sono previsti due curatori differenti per ogni antologia.
I curatori opereranno in completa autonomia ricevendo il materiale in forma anonima e la previsione di coppie diverse per ognuna delle edizioni è un’opportunità in più per i partecipanti di avvalersi di sguardi, competenze e gusti distinti.

Con riferimento al punto 1), LVF si mette in gioco, si espone eseguendo delle scelte, che non vogliono attestarsi come verità assolute, ma in quanto scelte saranno perseguite successivamente con la volontà di affiancare, seguire e promuovere la scrittura e gli autori selezionati, in quanto meritevoli di attenzione.
L’operato che la casa riserva agli autori in poesia del catalogo (mi riferisco per congruità dell’argomento unicamente a questo genere fra i diversi trattati da LVF) è visibile quotidianamente, per chi vuole seguire i costanti aggiornamenti del sito: nel 2014, 220 presentazioni; 20 partecipazioni a Fiere e esposizioni;
380 recensioni ricevute, pubblicate su riviste, quotidiani e web; ca. 40 partecipazioni a trasmissioni radio.
Per quanto attiene alla distribuzione, LVF è distribuita da Messaggerie Libri, il più importante distributore indipendente di prodotti editoriali in Italia e dispone di un proprio gruppo di agenti che presenta le anteprime nelle librerie. Qui confermo che la poesia stenta ad essere accolta con grandi entusiasmi dai direttori di libreria, ma l’approvvigionamento dei libri LVF, per le librerie nazionali “in ordine con i pagamenti” con Messaggerie, richiede al massimo 3 gg lavorativi.

ZENIT POESIA vedrà la realizzazione di un’antologia: non è una silloge personale, ma non è neppure un testo singolo. Ne vengono infatti richiesti 8 (punto 3) o un poemetto di 6000 caratteri che riteniamo sia comunque, per la poesia, una proposta ampia per il fruitore. E gli autori antologizzati diventano, a tutti gli effetti, autori del catalogo LVF, seguiti e supportati come sopra esposto.
Il punto 2) rafforza l’idea progettuale che non si risolve in un solo anno di osservazione, ma su 4 permettendo più possibilità ai partecipanti ai quali viene offerta l’opportunità di presentare il proprio lavoro in più edizioni e a curatori diversi (punto 4). Questi, ovviamente, avranno differenti parametri di valutazione secondo la propria formazione e sensibilità.

Ringrazio per l’ospitalità con l’augurio di un nuovo incontro “attraverso il verso”!

Diana Battaggia
Resp. Poesia LVF

domenica 26 ottobre 2014

Daniela Raimondi


La regina di Ica (Il ponte del sale, 2012) di Daniela Raimondi è un libro bellissimo perché capace di parlare di morte, di malattia e di violenza non in astratto o con piglio moraleggiante, bensì con la ricchezza metaforica e il mistero con cui Garcia Marquez ci racconta la vita e la morte a Macondo in Cent’anni di solitudine.
“Rubavo la saliva ai passeri” dice di sé la regina di Ica, mummia regale della civiltà Nazca, in Perù, e “ora riposo. Sterile, perfetta”. L’immagine lapidaria fa da totem al libro e dialoga, con fili quasi invisibili, con un totem della cultura contemporanea, un’icona maledetta perché suicida e per la scia di lutti che ha disseminato accidentalmente in seguito: Sylvia Plath. Con queste due matrone dell’altrove, Daniela Raimondi costruisce un discorso sulla morte e sulla malattia, sulla famiglia e le sue crepe, ma anche sui legami e la speranza, sulla volontà di vivere che pervade gli esseri malgrado tutto sia indirizzato alla sfacelo, tutto, come scrive Leopardi nel Canto del gallo silvestre, abbia come unico oggetto il morire. All’altro vertice del triangolo metafisico c’è Dio, in incipit Padre onnipotente, a chi chiedere “una morte bella”; nella chiusa, magnanimo benefattore che concede la vita, i “suoni tranquilli del mattino”. A parte questa presenza, che rimane nella cornice del libro, e qualche altra rara apparizione maschile avvolta in un alone mitico (il figlio Patrick nato dopo una corsa sorvolando i continenti; Nicholas, il figlio suicida della Plath, che “ogni sera tornava caricando sulle spalle / il cadavere di un cervo”, Ted Hughes, marito di Sylvia, che l’andava a trovare, ancora nubile, “con i tasca / pesci vivi, oroscopi e poesie”; Diego Rivera che sigillo le stanze private di Frida Kahlo, imprigionandoci le cose e le tracce degli amori vissuti), La regina di Ica è un viaggio nella natura complessa del femminile, alla sua forza ambivalente, che tiene le briglia al cielo, partorendo, accudendo i malati, sacrificandosi in nome di una parola libera (come la poetessa afgana Nadia Anjuman, assassinata dal marito) ma anche all’inferno, soprattutto all’inferno, governando la morte altrui – come faceva fino al 1952 la “femmina accabbadora” preposta in Sardegna, nel segreto fuorilegge degli affetti familiari, a donare una morte quieta al malato, stringendo “tra le gambe la testa moribonda”– ma anche la propria, come appunto la Plath e la sua sfortunatissima rivale, quell’Assia Wevill suicida e matricida con il gas, in un gesto simile alla poetessa americana.
“I’m fragile – Please Handle Whit Care” scriveva quasi in principio di Ellissi (Raffaelli, 2005), il suo primo tardo libro, in una poesia dove la madre depressa dell’amica Helga, “la domenica, tre pillole nella gola”, mette “un arrosto nel forno”: immagine in cui si specchia, in una poesia de La regina di Ica, la testa di Sylvia Plath dentro la bocca del forno, che “è un animale buono, / lo sbadiglio di un cane sdentato”. C’è dunque una coerenza profonda nella scrittura di Daniela Raimondi, uno scavo continuo dal silenzio mortale delle cose, per ricavarne un suono che sia condivisibile, qualcosa che dia un senso all’insensata corsa verso il nulla di ciascuno, come ci confessa in un corsivo preludiale di quest’ultimo libro: “la pagina che scrivo è per colmare il buio, il nero-nero che porta solo morte.” Ed è una pagina di luce, un lungo “viale di magnolie che ci riporta a casa”. In senso antropologico, quale via del ritorno che risolve l’esilio originario (e una poesia di Inanna – Moby Dick 2006 – lo dice con chiarezza: “Tornerò alla sorgente di tutti i fiumi. / Con le unghie scaverò la terra / per ritrovare il primo battito”), ma anche, per lei  che si muove tra l’Italia e l’Inghilterra da decenni, in senso biografico. Poesia come spazio reale, da abitare autenticamente. Ed è qui che lo stile soccorre ad arredare le stanze, a popolarle di oggetti, animali, persone, vestendole di un amorevole realismo, magico non per intervento divino, bensì per il potere demiurgico della parola, che vivifica il mondo, altrimenti neutro, freddo, lontano.


La regina di Ica 1


i.         

Rubavo la saliva dei passeri,
una malinconia di muschio e acacia.
La parola cantava
raccoglieva il vento, il seme, il polline.
A ogni luna moltiplicavo
l’offerta del grano e delle rose,
ma il vento ogni volta moriva.
In me cresceva la frattura del sangue,
e il gelo,
un’ampolla di vetro soffiato.

Oh le mie mani di cenere,
mia lingua poverissima!
Lasciavo nel mondo
una foglia d’argento, echi
terra rossa
e il germe della mia povertà,
due fanciulli dalla bocca vergine.

Di quei giorni ricordo solo
un caos di sogni e lune bianche
la scarsità dell’acqua,
la cura minuziosa dei giardini.
C’era una scia di luce conficcata nella carne
e in fondo agli occhi
un cielo siderale.


ii.

La morte è stata piccolissima:
una seta sul viso,
la carezza rovente della sabbia.
Hanno svuotato il corpo,
estratto le mie viscere.
Brillavano
fredde e contorte come serpenti.

Ho visto la forma esatta del cuore.
È un muscolo fatto di fiato e sangue.
Solo un organo rosso, ridicolo.
Qualcosa, credetemi,
non più grande di un pugno.

Ora riposo.  Sterile, perfetta.
Dormo rannicchiata nell’ombra
le ossa leggere, il viso verso l’Est.
I merli mi svuotano gli occhi
ma non importa.
Il dolore era altro, altra la pena.
Restava a cuocere nel sole,
estirpata dal rosso incantesimo.

Intorno a me i doni per il viaggio:
cocci, monili, la ciotola di miele
un tintinnio di giade e lapislazzuli.
Un uccello ha fatto il nido
nel buio centro del mio petto.
Ogni mattino batte le ali
e canta e canta
là, dove un giorno era il cuore.


iii.

Il tempo ha cancellato le impronte digitali.
La sabbia ha intessuto nella carne
la sua trama d’oro.
Non sento la fatica,
pascolo la mia morte senza nessun rimpianto.
Ora so che il paradiso non esiste
e rido, rido.
Senza più mani o piedi, rido.
Senza più cuore, o voce.
Sdentata come una vecchissima bambina
            io
            rido. 

Rido senza curarmi del disegno oscuro delle stelle,
rido brillando cieca nella polvere.
Ferma nel tempo come una pietra nera,
con i capelli in fiamme,
con i capelli in fiamme
io rido.



S’accabbadora 2


La chiamavano quando faceva buio
e la morte gridava
nel becco spalancato di un corvo.
Arrivava vestita di nero,
il viso nascosto da un lembo di stoffa.

Sotto il letto del moribondo
avevano messo il giogo dei buoi
e sopra il cuscino
immagini sante, pietre bianche del fiume.
Lei mandava fuori figli e parenti,
poi chiudeva la porta. 

Nascondeva i rosari,
le immagini sacre e i crocifissi.
Infine abbracciava il corpo martoriato,
gli offriva il suo povero seno. 

Oh notte d’inverno,
oh nerissima notte.
Il pane raffermo nella madia,
le stelle immobili nel cielo.

I figli attendevano nel campo.
Intagliavano cuori di legno,
piccole croci d’ulivo.

Era giunto il momento.
Lei s’accucciava al capezzale,
stringeva tra le gambe la testa moribonda.
Bastava poco per terminare l’agonia:
chiudere la bocca col palmo della mano,
stringere le narici con due dita.
Oppure un solo, secco movimento
ed era tutto finito.

Lei usciva e annunciava:
‘La casa è a lutto’.

Ripartiva coprendosi la faccia
e senza scambiar saluto.
Non riceveva compenso
se non un po’ di farina,
un gallo dalle piume d’oro.

Lasciava sul letto un corpo tranquillo.
Sul volto aveva solo l’ombra di un piccolo spavento.
Qualcosa che somigliava a un sogno,
forse un sorriso.



Le stanze segrete di Frida 3


La casa blu, la pioggia,
un fascio di calle e i quetzal. 4

Un piccone sventra la stanza murata,
strappa la carta dalle pareti.
Il raggio di luce cade su un mosaico di stelle.
Nella grotta segreta splende la lampada di Aladino:
perle e bracciali d’argento, la seta e il broccato,
ametiste e cristalli.

L’oro dei Maya trabocca dalla vasca da bagno.
Ci sono biglietti dell’autobus,
il ventaglio, il rossetto,
le piccole mani di Pablo,
un testo di Trotskij e parole d’amore.

Nel ritratto di nozze, Frida ha il viso di una vergine ebrea.
Alla sua festa di sposa il re sorrideva. 
En las calles corría una música alegre,
un canto suave de pajaros y niños.

Nella penombra, c’è l’armatura di ferro
di una regina dalla schiena spezzata.
Su una sedia, la sua sottoveste di raso
e scialli di lino, il rosso e il cobalto,
le ciprie e i gioielli.
Nell’aria una polvere bianca, una polvere bianca.
Odore di muffa.  Odore di urina.
Un gatto fugge dal vetro rotto di una finestra.

Sul tavolo, c’è il giornale stampato
nel giorno della sua morte
y la foto de un cuerpo de nacar y miel:
i suoi occhi da cerva,
il lenzuolo abbassato sui fianchi
e sotto il lenzuolo la gamba di legno.

Nel fondo delle pupille
Frida conserva il ricordo di un feto senza polmoni,
il dolore delle anche malate,
la neve a New York.
Ella cerraba los ojos del niño
y la nieve caía,
la nieve volaba en el cielo de Brooklyn.

Uno schizzo a matita.
La donna bionica cerchiata di ferro,
la foto di Georgia premuta sul cuore.5
Il capezzolo rosa e Parigi, la nebbia.
L’amore di Diego. 
L’amore e il dolore.

Nella stanza segreta
resta un poco di cenere sul fondo dell’urna.
Se ascolti, senti ancora il respiro,
il suo cuore che pulsa
fra i fiori e la colla della parete.



Alfonsina vestita di mare 6


Mi Buenos Aires querida, adesso smetti di cantare.
Alfonsina vuole dormire,
stendere le sue ossa fra il buio delle tue case. 
Fa’ chiudere le tangherie,
nascondi in cantina le scarpe coi tacchi,
i capelli di feltro, le tue fisarmoniche.
Lei ha aperto la finestra sulla tua selva di luci.
È nuda sul letto, i seni amputati.
                        
Mi Buenos Aires querida,
Alfonsina è tornata ai tuoi porti.
È tornata sola, come la prima volta.
Un tamburello batteva lungo le strade
E dentro la valigia lei portava solo
due vestiti a fiori, le prose di Ruben Darío. 
Aveva un corpo selvatico
e in fondo agli occhi
brillava l’ombra dei boschi ticinesi. 

Venticinque anni e i capelli tutti bianchi.
Una furiosa meraviglia
che schiariva la notte intorno al suo viso. 
La parola feriva il suo corpo,
lo apriva sulle note tristi di una milonga.

Adesso è leccata dal male,
tagliata da una lama pulita.
Una Santa Agnese
coi seni su un vassoio d’ospedale.
Due cicatrici le crescono sul petto
grandi, vive come pesci. 

Mi Buenos Aires querida, ora lasciala dormire.
Domani stringerà tra le braccia un fascio di rose,
avrà fra i denti l’azzurro degli oceani.
Solo poche parole scritte con l’inchiostro rosso
e poi camminare sul fondo del mare,
i piedi celesti,
in apnea.



I.         L’amante  7


                                                           Jealousy can open the blood
                                                           (Sylvia Plath)


Il suo corpo d’ariete mi lava e mi ingrassa.
Ha l’odore del sesso
il suo artiglio mi infilza la parte infetta del cuore.

Addenta.  Mi inghiotte boccone a boccone:
prima un dito, poi un occhio, la spalla;
risucchia un’arteria, il muscolo dolce.

Sua moglie è la lupa di Romolo e Remo,
il volo nuziale dell’ape regina.
Depone bambini grassi sulle rive dei fiumi;
è la grande madre terra – sempre pregna, pregna.
Per ogni amore
io partorisco piccoli gnomi di pietra.
Ogni volta che amo, impasto una nuova morte.
Non sono più vera
di un sogno che bagna il lenzuolo.

Il fauno mi chiama
batte lo zoccolo sotto la luna.
Lo aspetto da sempre,
appesa a un gancio nel retrobottega.



II.        Marionette


I saw the dreamer in her
had fallen in love with me and she did not know it.
That moment the dreamer in me
fell in love with her, and I knew it.
Ted Hughes



“Vede, Signora,
io sua figlia l’ho sempre amata.
Arrivavo ogni mattina con in tasca
pesci vivi, oroscopi e poesie.
Ma la sua bambina aveva nel corpo
lune insanguinate,
viveva nell’impronta infangata di uno stivale.
Il suo odio fermentava con le mele in cantina.
Il suo odio cresceva, strangolava la casa.

Vede, signora,
sono nato in una valle di fantasmi;
un paese di morti dove la notte
le divise dei soldati marciano vuote lungo le strade.
E ogni sera la sua bionda bambina
mi chiedeva di morire.
Ogni volta lasciava un cadavere nel letto.

È che un uomo ha in bocca la fame dei lupi:
ha sempre bisogno di mordere,
di succhiare il sapore selvatico.
Il mio sperma impazziva nei lombi.
Non cercavo un’amante, lo giuro. 
Fu lei a trovarmi
seguendo un’orbita errata di stelle,
nuotando e nuotando contro corrente.
Allargava i suoi occhi nel buio,
fiutava il mio odore col ventre.

La chiamai dalla riva.
Era un luccio gigante,
una cornucopia che splendeva
nella marea del mattino.
Guizzò nell’aria:
aveva un feto nell’iride dell’occhio,
si dibatteva con furia
contro l’uncino del mio sesso.
Non ero che un baco senza pupille.
Lei mi chiuse le palpebre,
mi avvolse con un filo di bava
nel suo bozzolo d’oro.

E a casa la sua bambina bella
cadeva fra i narcisi. 
Si rompeva in mille pezzi,
pura e dolorosa come un grido.
Un crack fra le mie mani, così. 
La vita le usciva da un fianco,
il sangue tornava alla terra.
Io non centro, lo giuro. 
Fece tutto da sola.”



IV.       Gas


                                                           and from our opposite continents we wave and call.
                                                           Everything has happened.
                                                           Sylvia Plath


La bocca del forno è un animale buono,
lo sbadiglio di un cane sdentato.
La cucina è igienica come un crematorio.
Il gas è una sciarpa di seta,
ha l’odore pungente delle ascelle di Ted.

Shura dorme attaccata alla mia schiena.
È il mio piccolo innesto,
una farfalla avvolta nel tepore della coperta.
Il suo respiro è una garza.

Fuori la luna imbianca
la potatura senza sangue degli alberi.
Il prato è cangiante come una pellicola esposta.
Due pastiglie, perfette come una comunione
e orbito fuori dal mondo.
Ultimo volo sullo Zeppelin
contro l’irriducibile flusso delle maree.

Apro le orchidee dei bronchi
e respiro, respiro.
Un airone mi picchia dentro il cervello.

La casa è un polmone chiuso.
Il dolore ha il sibilo azzurro del gas.



L’operazione


i.          Odissea Notturna

Un corpo un numero un nome.
Qui non ci sono fiori.
Non ci sono ombrelli, cappotti rossi, bambini.
È un mondo muto, puro come il sale.

Spengono le luci. 
I malati scendono nel ventre delle sotterranee.
Hanno mani bianche, orecchie di carta velina.
Trascinano lentamente i corpi ricuciti.
Sono fantasmi sotto le luci azzurre dei corridoi.
Osservano muti le file di cuori sotto spirito,
la solitudine dei feti nei vasi di cristallo.

Questa è una prigione di donne, 
un gineceo di lamenti e corpi sterili.
Le vecchie rantolano nei loro astucci bianchi,
si agitano come bambine nei vicoli dei sogni.

Qualcuno russa.  Muove nel buio la lingua di cenere.
Sento l’aprirsi e il chiudersi,
l’aprirsi
e il chiudersi             
faticoso         
dei polmoni.

Una donna grida.   
Gli angeli della morfina hanno calze nere,
mani preziose. 
Le portano in dono poche gocce d’amore.
L’ago entra nel braccio come una fiaba
e la donna si scioglie, è di zucchero.
La testa ricade soffice come una pesca.

Dormono le donne magre, gli anemici,
gli esseri soli della terra. 
Dormono i senza figli, i senza corpo,
i corpi di cera infilati nei pigiami.
Giù nel cortile i topi divorano foglie di cavolo,
garze, croste di pane. 
Le loro code guizzano dentro ai cassonetti.

Vegliano i portieri di notte,
gli occhi di scimmia dietro le tende a fiori.
E vegliano le bocche sigillate degli insonni,
i cuori inamidati delle infermiere.


[…]

(Homerton Hospital, Londra, febbraio 2007)



La città dei vivi


Torniamo sempre alle città dei vivi
lasciandoci dietro le porte sprangate,
e avanzi di cibo, le persiane aperte nel vento.
Torniamo di notte,
come le piccole luci dei presepi,
quando i cortili si riempiono di buio
e sentiamo il polso inalterato
immuni alla nostalgia dei nomi,
o al disordine lasciato nei letti dell’amore.
Torniamo soli,
come agnelli trascinati dentro ai fiumi
e cerchiamo la sosta sotto le grondaie
la fine della pioggia, l’odore dell’infanzia.

Di notte i corpi non fanno rumore.
I passi cadono come pezzi di pane nel latte.
E torniamo con le ossa stanche, il cuore azzurro.
Quel che resta
è  il cielo chiarissimo delle stagioni fredde.
Sono gli oggetti di rame,
la gioia dei piccoli gesti quotidiani.
Quel che resta
sono i mobili di noce che durano nel tempo,
le rughe profonde dell’acqua.

Torniamo nell’ora buona e splendida
ad aspettare alzati
l’impronta del sole sul muschio,
il gioco bianco del mattino
sulle lenzuola stese ai balconi.
Torniamo a cercare
le stanze di luce sulle rive del mare,
la tregua nel sonno tranquillo dei figli.
Lontano dal peso notturno dei sogni,
lungo il viale di magnolie che ci riporta a casa.

Note ai testi:

1.        La regina di Ica
Ad una trentina di chilometri dalla cittadina di Nazca, Perù, si può visitare l'affascinante Cimitero di Chauchilla, una pianura cosparsa di ossa, teschi, frammenti di vasi e mummie.  I reperti risalgono al periodo tra il 1000 e il 1300 D.C.  Fra loro, una mummia dalla bocca aperta e un ghigno terribile, simile a un’amarissima risata.

2.           S’Accabbadora

Da tempi antichissimi, in Sardegna era compito di sa femmina accabbadora procurare la morte a persone in agonia. E S'accabbadora era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva a ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del moribondo, ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti.  Negli stazzi della Gallura e nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo, questa figura serviva a evitare lunghe e atroci sofferenze al malato.  S'accabbadora andava via in punta di piedi, quasi avesse compiuto una missione, e i familiari del malato le esprimevano profonda gratitudine per il servizio reso al loro congiunto offrendole prodotti della terra. Quasi sempre il colpo finale era diretto alla fronte, da cui, probabilmente, il termine accabbadora, dallo spagnolo ‘acabar’, terminare, che significa alla lettera dare sul capo. In Sardegna s'accabbadora ha esercitato fino a pochi decenni fa, soprattutto nella parte centro-settentrionale dell’isola. Gli ultimi episodi noti avvennero nel 1952.
(Informazioni tratte e adattate dall’articolo le ‘Terminatrici’, dal quotidiano La Stampa del 1/5/52.)

3.           Le stanze segrete di Frida

Mexico City, 1954. È irremovibile Diego Rivera alla morte della moglie: la casa di Frida veniva trasformata in museo aperto al pubblico, tranne per due piccole stanze da bagno che lui stesso fece murare. Le “stanze segrete” di Frida.  Sigillate nel 1954, e rimaste tali per oltre cinquant'anni, le stanze murate della Casa Blu sono state riaperte nel 2004.  A partire dal 1930, e per più di vent΄anni, nella Casa Blu erano passati gli amici più cari di Frida e di Diego, artisti rivoluzionari e amanti segreti.  Fra questi Lev Trotsky, André Breton, Pablo Picasso, e con loro, un pezzo di storia artistica e politica del Novecento.  
4.      I Quetzal sono gli uccelli mitici dei Maya.
5.      La fotografa Georgia O’Kieffe, la sola donna di cui si sia trovata prova scritta che fu amante di Frida Khalo.

6.           Alfonsina vestita di mare

Alfonsina Storni nacque nel Canton Ticino, in Svizzera, il 29 maggio 1892.  Si trasferì in Argentina con la famiglia all’età di quattro anni. Alfonsina scriveva poesie, faceva l'attrice e studiava per diventare maestra.  A 20 anni ebbe un figlio ancora nubile.  Ragazza madre, femminista e socialista, pubblicò diversi libri raggiungendo molto presto un grande successo di critica e di pubblico.  Con le sue poesie ha cantato l’amore e la solitudine, ma anche l’ansia di vivere e la voglia di libertà e di emancipazione.  Malata di cancro al seno, si suicidò il 25 ottobre del 1938, all’età di 46 anni, lasciandosi trasportare dalle onde dell’Oceano Atlantico a Mar del Plata.

7.           L’amante

Assia Wevill viene menzionata nelle biografie di Sylvia Plath, come la causa del divorzio fra Ted Hughes e la poetessa americana.  È spesso considerata anche come l’artefice principale del suicidio della Plath.  Nonostante Assia Wevill abbia vissuto accanto a Hughes per sei anni (lo stesso periodo di tempo che il poeta inglese trascorse con Sylvia Plath), e nonostante gli avesse dato una figlia, è praticamente assente dalle biografie del poeta e non venne nominata nelle interviste che Hughes diede durante la sua vita.  La sua presenza fu praticamente cancellata dalla sua storia personale.

Assia nacque nel maggio del 1927 a Berlino, da una famiglia di origine tedesca, russa ed ebrea.  Trascorse la sua gioventù a Tel Aviv e in Canada.  Sposata al poeta canadese David Wevill, la coppia si trasferì a Londra dove Assia lavorò per un'industria pubblicitaria.  Nel 1961, la casualità volle che Assia e David affittassero l’appartamento degli Hughes in Chalcot Road, mentre Sylvia e Ted si trasferivano nella casa appena acquistata nel Devon.  Furono invitati dagli Hughes a passare un fine settimana in campagna e, poco dopo, iniziò la relazione tra Assia e Ted.  Scoperto l’adulterio, Sylvia cacciò il marito di casa. 
Al momento del suicidio della Plath, Assia era incinta di Ted, ma abortì.  Poco dopo, Ted e Assia si trasferirono insieme ai figli di lui a Court Green, la casa nel Devon acquistata per Sylvia. 
Assia era perseguitata dal ricordo della rivale.  Leggeva con ossessione i suoi scritti e cominciò addirittura a usare oggetti che erano appartenuti alla Plath.  Il 3 marzo 1965, diede alla luce una bambina, Alexandra Tatiana Eloise, soprannominata "Shura". Ma, nonostante questo, non fu mai accettata dai genitori di Ted che iniziarono una campagna di ostilità nei suoi confronti.  La situazione domestica a Court Green col tempo divenne insostenibile.  Assia fu spinta da Hughes a tornare a Londra con la figlia.  Qui visse il resto della sua vita insieme a Shura, figlia che Ted riconobbe ma che non trattò mai allo stesso livello dei due bambini avuti dalla Plath.

A Londra, Assia vedeva Ted solo sporadicamente, vivendo in uno stato costante di ansia e tormentata dal terrore di essere abbandonata.  Si trovò isolata, dovendo anche affrontare serie difficoltà economiche.  Negli anni scivolò sempre più profondamente nella depressione.  Spesso menzionava agli amici il suicidio come unica alternativa alla solitudine e alle difficoltà che vedeva costellare il suo futuro e quello di Shura.
Il 23 marzo 1969, Assia Wevill si uccideva insieme alla figlia di quattro anni in un modo che ricorda molto da vicino il suicidio di Sylvia Plath.  Dopo aver trascinato un materasso in cucina, sigillò porta e finestra, depose sul materasso la sua bambina addormentata, aprì il rubinetto del gas del forno e si stese accanto alla figlia ad aspettare la morte.  Il suo suicidio fu ignorato dalla stampa inglese, che mise a tacere ogni connessione fra la sua vita e quella dell’ormai celebre poeta.


Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ora divide la sua vita fra Italia ed Inghilterra, paese dove ha ottenuto una laurea in Lingue e Letterature Moderne e un Master in Hispanic Studies presso il King's College, University of London. 
Ha ottenuto il Premio Montale per una silloge inedita e numerosi premi nazionali e internazionali sia per la poesia che per la prosa e il teatro.  Suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, inglese, tedesco, ungherese e serbo-croato.  E' stata selezionata per rappresentare l'Italia all'European Poetic Tournment in Maribor (Slovenia), dove ha ottenuto il Premio Del Pubblico (2012).
Ha pubblicato: ELLISSI, (2005); INANNA (2006); MITOLOGIE PRIVATE (2007); il monologo in versi ENTIERRO (2009); il libro-CD DIARIO DELLA LUCE (2011) LA REGINA DI ICA (2012), SELECTED POEMS (2013) e AVERNUS (2014)