mercoledì 6 marzo 2019

Alessandra Paganardi legge Carla Mussi




DALLA SCENA ALLA NARRAZIONE: AMORE DI FRODO (Puntoacapo, 2019) di Carla Mussi

Fabbrica desideri la memoria. Questo endecasillabo a maiore sereniano, messo ad esergo della prima sezione, dice molto del percorso di questo libro bipartito in due sillogi, che si presentano intenzionalmente differenti – come spiega la prefazione di Giancarlo Pontiggia. Sin dal libro del maturo esordio - o più propriamente quasi-esordio - Il Cattivo Dono, la poesia di Carla Mussi si presenta estremamente elaborata e stratificata, con un rapporto molto forte con la narrazione (che si vede ancor meglio nel secondo Sconto di pena). Ragionando cinematograficamente, si può dire che questa prima parte L’invenzione del ricordo funzioni con la classica tecnica del decoupage e del montaggio. L’autrice vede se stessa, si stacca dal corpo e lo osserva dall’alto: molte sono le metafore che si riferiscono a strappi, fratture, stacchi, tagli; l’io osserva e costruisce frammenti di scena che restano fedeli al vissuto, ma vengono montati e smontati. L’intensità carnale delle scene, spesso erotiche ma non solo, è violenta. ma lo sguardo è stranamente disincarnato come se l’io fosse diviso, un po’ alla Ronald Laing; un io lirico totalmente situato nell’io incorporeo ma per scelta poetica, non per patologia, che guarda vivere l’io fisico e ne trae scatti elaboratissimi, mai autobiografici. A livello psicanalitico questo corrisponde all’esperienza della scotomizzazione o rimozione, ma a livello artistico crea un effetto chiaroscurale molto forte, moltiplicativo e straniante. Sono scatti di posa che somigliano più a giochi di parole, talora ad aforismi o ad enigmi, che a ricordi o racconti. Come se la scrittura fosse stata lasciata seccare al sole e ne restasse l'osso nudo, ma con tutta la struttura dell’articolazione che dal senso passa al suono e dal suono al senso. Ecco allora i componimenti brevi e aspri, le chiuse spesso rimate, i rinvii molto sofisticati fra parole centrali e finali, a concludere e richiamare: assonanze, ripetizioni e perfino anagrammi, nodo/frodo, ricordo/ sordo, doppio/cappio, erba/preda, (un quasi anagramma assonanzato) alto/falco, ladra/brada (altro anagramma imperfetto), e così via, quasi a ogni pagina. Appunto perché il ricordo non è un’operazione semplicemente emotiva e spontanea, ma si inventa (cioè si trova): e trovare significa aver cercato, aver selezionato. Ma nella seconda sezione I luoghi accade qualcosa di diverso. Si riprende una narrazione o quasi-narrazione più fluida e continua e la tecnica diventa più simile a un piano sequenza, con campiture allungate. Dal fallimento della contestazione sessantottina – rivelato anche dall’esergo, la canzone di De André Coda di lupo – si passa per gradi dagli scatti istantanei ai luoghi, luoghi di macerie industriali, inquinamento, mare spesso degradato; l’elettricità salta, come in certe esperienze di occupazioni scolastiche note a parecchi di noi, e si attraversa letteralmente la notte: una notte che è eclissi ma anche grembo, rinascita, àpeiron di tutto ciò che sembra essere dialetticamente negato. Ecco allora la memoria del giudizio e della coscienza (pag. 52-53), ecco la notte del giudizio (pag. 73); in un’altra poesia di questa raccolta, l’autrice scrive io che non ho giudizio non ho temperanza e nella precedente Sconto di pena confessava: io che non ho pudore. I luoghi attraversano la notte, il racconto e la narrazione – la memoria – tornano possibili; torna possibile condividere una diegesi dopo l’invenzione del ricordo e dopo la divisione dell’io. Certamente l’autrice vuole dirci che il libro è anche in qualche misura un percorso di riconciliazione con il Sé, un percorso terapeutico: ma non c’è lieto fine, non c’è uno sviluppo banale dal malessere al benessere. Tant’è vero che alla fine, ed è proprio l’ultimo verso, torna lo spaesamento e i luoghi ci abbandonano. Siamo pronti per un altro viaggio, per un altro straniamento, per un altro corpo a corpo con l’angoscia e con il suo doppio semantico, la parola della poesia - di questa poesia. Siamo pronti per un altro libro. 
 (Alessandra Paganardi)



I

Sul prato secco
al confine del bosco
il richiamo dell’aquila è il segnale,
dal primo tocco
al terzo bacio
si fa liquido il nodo,
perché qui non è vietato
l’amore di frodo.



II 

Per un libero volo
tocchi l’umida erba,
poi infili la vita nella preda,
amore catturato senza caccia
senza riserva.



III

Case dimenticate
nella luce che abbaglia
sollevano le ombre
quando l’amore stride
irriverente
e inventa il suo ricordo
perché il tempo si spogli
di un Dio sordo.



IV

Se lo sguardo è nel corpo
nuota, beccheggia, preme,
monta in alto,
ha il cromosoma di un falco.



V 

Quando si è spalancata la radura
sotto cerchi di volo
mi piaceva la paura delle api,
se bevevo alla fonte nel chiarore
leggera mi voltavo
per il  tuo occhio affamato,
da disertore.



VI

Di voce e di respiri
le parole proibite
seminate sui fianchi,
parole dell’amore
dell’umore
per coltivare un cantico,
selvatica euforìa
campo semantico.



VII

Nessuna geometria,
solo il passo di tango d’un artiglio
il mio sorriso da ladra
la tenerezza dura, brada.



VIII  

Qui siamo stati lupi
l’amore nella schiena,
umani solo
nel mangiare seduti,
poi soltanto viandanti, lupi.



IX

Mi prendevi  alle spalle
mi prendevi alla gola
eri il dolore che conviene
la bussola impazzita,
garza che accoglie il taglio,
senza ferita.



X

Entravi nello sguardo
con la dolcezza barbara
che insiste per un grido,
dove palpita acquatica
una medusa di rose.



XI 

Il rosso di una volpe
è la lucerna in fuga sulle labbra,
dentro i tuoi occhi nudi
l’orbita dei miei fianchi,
baccanale celeste
per saltimbanchi.



XII

Ritrovarsi per nulla
e perdersi del tutto.
La vita non ha sponda
non ha lutto.


Memoria del giudizio

Per la mascella inutile
d’un lascito sporgente
il morso sta nei denti del giudizio
spicchi di pleistocene
masticati a digiuno
chicchi di oscenità
che degradano piano
verità che non miete
nessun grano

    -  Senti come cospira
        come scocca
        la violenza che siamo. –



Memoria della coscienza

Spacca tenera il guscio
prende forma
spinge fuori la testa
ad occhi spenti

un barlume di piuma
un petalo di unghia
la schiusa scivolosa
del torace

poi schiocca la voce,
sgomita senza storia
uccide i padri

frattura le radici
con la zampa sinistra
la sporca zampa dei ladri.



Notte del giudizio


Nei ballatoi
niente che danzi
cigola un’altalena

il vento tenta una calligrafia
scrive nei corridoi
cerca l’uscita

e niente
niente che danzi
in fondo ai ballatoi

solo il brusìo del muro
un volo di sentenze
e di avvoltoi.



Carla Mussi è nata nel ’62 e vive a Piombino.  Ha pubblicato “La vera morte del pesce viola” (Gazebo, Firenze, 2000), il racconto “Il filo freddo” in “Scene da una storia mai scritta” (Moby Dick, Faenza 2003). In poesia ha pubblicato con Puntoacapo Editrice “Il cattivo dono” 2014, (Premio Energia per la vita 2014, Premio Internazionale letteratura Napoli 2014), la plaquette di foto poesie “La notte delle faine” 2015, "Sconto di pena"  (Premio Il Sigillo di Dante  2016,  Premio città di Latina 2018 ).
Ha partecipato a numerosi festival di poesia, tra cui il Festival del pensiero In/verso, Venezia 2017, il Festival Internazionale “Palabra en el mundo”, Venezia 2018, “La piuma sul Baratro”, Piacenza 2018, e a varie edizioni della Biennale di poesia di Alessandria.

Vincitrice e finalista di altri premi letterari, è presente su varie pubblicazioni tra cui “Il fiore della poesia italiana.  I contemporanei” (a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano), “Dove va la poesia? Riflessioni sul presente” a cura di Mauro Ferrari, e su riviste e antologie.


giovedì 28 febbraio 2019

Risultati premio di poesia UMBERTIDE 2019


RISULTATI FINALI 
Premio di Poesia Umbertide XXV Aprile Edizione 2019 
Totale partecipanti n. 239

Autori premiati
SEZIONE A - Poesia Edita (Autori partecipanti n. 77)

1° classificato:
ANDREA INGLESE, Poesie e prose 1998-2016, un’autoantologia (Dot.compress, 2017)

2° classificato:
GABRIELA FANTATO, La seconda voce (Transeuropa, 2017)

3° classificato:
FRANCO BUFFONI, La linea del cielo (Garzanti, 2018)

Autori segnalati:


• MARCO SIMONELLI, Le buone maniere (Valigie Rosse, 2018)
• GIOVANNA CRISTINA VIVINETTO, Dolore minimo (Interlinea, 2018)
• SARAGEI ANTONINI, La passione secondo (Edizioni Forme Libere, 2017)
• MARIA GRAZIA CALANDRONE, Il bene morale (Crocetti, 2017)
• NICOLETTA NUZZO, Eccesso di luna (Rupe Mutevole, 2017)
• FRANCESCO SCARAMOZZINO, Preghiere, padre (Orizzonti Meridionali, 2016)


SEZIONE B - Poesia Inedita (Autori partecipanti n. 159)

1° classificato:
• PIERO MARELLI

2° classificato:
FABIO FRANZIN

3° classificato:
• SILVANO SBARBATI


Autori segnalati:

• GABRIELLA BIANCHI
• IOANA CRISTINA NUTA
• FABRIZIO BREGOLI

(Giuria: Anna Maria Farabbi, Sebastiano Aglieco, Marco Bellini, Stefano Guglielmin, Rita Pacilio, Paolo Pistoletti)


lunedì 11 febbraio 2019

Fabrizio Bregoli su Doris Emilia Bragagnini





cerco la nota distorsiva - quella - capace di cancellare il nesso
l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo
[non spero]

scrive Doris Emilia Bragagnini in una delle prime poesie che aprono questo suo libro, a testimonianza di un fare poesia che è soprattutto scrivere della poesia e, per il suo tramite, indagare gli interstizi sottoluce dell’esistenza, scandagliarne un senso, o sperarvi. Claustrofonia è un’opera che si potrebbe definire metalinguistica in divenire se è l’essenza stessa del poetabile ad essere messa in continua discussione, ora come necessità di fare riaffiorare una sua natura ctonia, un che di imperscrutato che cerca voce

Splendeva una stele sotterranea e
fu talpa farsi sorda di clausura
tremando poi – tellurica – nel raggio d’oltremondo

ora come la riappropriazione di un linguaggio altro, tale da consentire l’escissione di tutto ciò che vi è di falso, il canone stesso di una poesia che deve prima sapersi negare per ritornare a un balbettio, una lallazione che sia all’origine del suo ruolo fondativo

ne ho abbastanza di metafore seriali
- catenazione - degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno

Siamo allo stadio zero del dire, quel nulla impresidiato e incubatore di ogni voce possibile, quello dove può esservi concepimento, poesia. Ma quest’ultimo non è un territorio definito, quello di una visione chiara e strutturata che lo sa dire, ma piuttosto uno sfarfallio, intermittenza della parola che cerca di svelare occultandosi, sottoluce dunque, emendandosi dall’inflazione del linguaggio, e così può intraprendere la guerra per la riappropriazione del senso, quasi in un polemos eracliteo dove è necessaria la sintesi fra divergenti prospettive, affermare ed omettere insieme, armati nel rapportarsi con il mondo. Non si può non pensare alle Variazioni Belliche della Rosselli, e sicuramente il fare poesia della Bragagnini, tutto fondato sul conflitto, sulla strozzatura della voce (claustrofonia per l’appunto) che si esplica con una versificazione ordinatamente sovversiva, quasi senza punteggiatura, per accumulazione successiva e dissezione semantica, deviazioni improvvise e deragliamenti logici, crea delle possibili analogie fra le due scritture.

il silenzio chiama tutte le connotazioni belliche
le convoglia in feroci passerotti duri di becco
il miglio perso sulla strada e nel piumaggio goffe vettovaglie

Il linguaggio cessa di essere “la casa dell’Essere” come vorrebbe Heidegger, la poesia è il guardiano di una casa dove ”il muro tace, non risponde più / si lascia guardare angolandosi”, “le parole mancanti quelle – vere - / si fingono morte di uso e consumo”, “resta uno spazio sempre / fra l’essere di ora e la parola”, ed è in questo interstizio, in questo “mondo stretto”, che la poesia può farsi strada, incunearsi nel varco, nel “dispetto conquistato d’alfabeto”. Si tratta di estirpare le inutili stratificazioni corrosive del linguaggio, iniziare il viaggio dalle macerie della Genicht – la nullesia di Celan –, per restituire la poesia a un suo spazio per quanto precario ed equivoco. È affascinante il percorso che la Bragagnini ci propone: la poesia si mette sul banco degli imputati, certa di una colpa che le è già stata imputata, con l’insufficienza delle prove che sa offrire, l’incapacità di ritrovare pur anelandone la strada “un luogo dell’ascolto indisturbato”, la sua impossibilità di dare evidenza al corpo del reato.

Resta la coscienza dello scacco e, insieme, la coerenza del cammino: poesia come etica formale, fede nella dignità della parola, sperimentazione ma senza lo stereotipo di certi sperimentalismi, che hanno tutta la sostanza della retroguardia. Ecco allora che la Bragagnini ci dice: “evito parole così a me uguali da risultarmi ovvia” e ancora irride a certa ostentazione delle parole eclatanti definite “le non comuni porcelle dell’aia” perché non sanno dire “niente del niente che tiene”, proprio quando questo Niente inteso come categoria esistenziale ha messo radici nell’albero stesso dell’Essere, lo ha compromesso fino quasi a renderlo indicibile. Ecco ancora la Bragagnini a certificarlo in questi versi altrettanto espliciti: “continuo a spergiurare di non avere nulla da dire / è così falsa la diceria dell’intelletto / che tento il crederci per volontaria ambientazione”, qui e altrove, dove sembra ricordarci che il male della poesia è in sé stessa, nel tarlo di certa poesia di maniera, anchilosata nei suo stilemi, nella falsità del linguaggio, verosimilari versi per asporto. La poesia di genere è essa stessa un inganno, il corpo diventa feticcio, si svilisce in topos letterario.

Sfuma anche la rabbia parole come stillicidio dei giorni
chiaroveggenze figurate di: vene, slabbramenti agli orli
e silenzio - ombra - vuoto - anima - grumo come
stelle - luna - cattedrali - gabbiani sì, anche loro

mi fanno vomitare
gli spalancamenti sgocciolati, non per voyeurismo di misura
ma nel ventre ripetuto così tanto, oh tanto di tanto in tanto
da perdere diritto di dimora gli organi interni {*femminili*}

Il compito della poesia è invece rivoltare le zolle, azzardare l’assurdo, inarcarsi fino al massimo della tensione deformatrice e necessaria della parola: per questa via si possono avvicinare le nascoste storie cifrate, consapevoli però che le “parole non dette / valgono più di un’aurora di maggio”,  e che si fa poesia “come un foglio sulla bocca spinto dal vento / incollato al posto delle sillabe inevase”. Allora la strada è forse la regressione allo stadio primordiale della parola, prima ancora della sua alienazione in significante, nel suono stesso (si veda in tal senso anche il ricorso all’onomatopea e al bisticcio fino al divertissement), lì dove essa si forma e dove il significato autentico vi resta imprigionato, proprio quello che la poesia sa restituire alla sua musica primigenia, al fiato singultato.

Picchio il rumore dentro l’orecchio
e prego ancora un altro colpo

_ho creduto a Dylan Thomas, all’ordine del topo delle cose
un rumore in costruzione nell’orecchio antecedente il verso
ora – crollo – senza stordirmi valuto il nome, orgia del suono

È significativo infine che l’autrice abbia scelto di affidare la chiusura del libro a un poemetto in frammenti quale “nonnulla da tenere”, ben definito dal prefatore Perilli come un breviario in versi e che noi preferiamo chiamare un libro d’ore a rovescio, un diario sull’inanità del vivere, che non è più un mestiere - con tutto l’affanno che questo termine comportava - come in Pavese, quanto piuttosto un contratto interinale, “ho un’ora di tempo per darmi tempo”, come si denuncia al suo avvio. “Avevo un corpo un tempo lo sentivo contro il vento”, dice ancora l’autrice, alludendo con questo imperfetto al fatto compiuto della vita come vicolo cieco, come se il futuro fosse un passato che abbiamo dimenticato essere già accaduto: ecco allora alcuni termini sintomatici come sinopia, lontananza, inascoltato, kamikaze, che denunciano questo sentire traumatico al quale solo la parola sa dare una sponda, arginare.
Affidiamoci dunque alle parole dell’autrice, ad alcuni di questi ultimi versi per concludere questa nota a un libro senz’altro difficile, a tratti lessicalmente aspro, dissacratorio, mai accomodante e sempre pronto a gettare il proprio guanto di sfida: insomma un libro per coloro che sanno che la poesia è soprattutto ferita aperta da condividere, che il valore sta nella salita più che nella attingibilità della cima, per sua stessa natura aguzza, subdola.

mendico di me le pause tra i pensieri fatti a imbuto
sulla pioggia dei nonnulla da tenere per domani
domani saprò vederli sentirli nominarsi
e si sapranno dire, in questo inesauribile fragore

in fondo sono così belle le stelle
nel blu solare di un giorno che non può vederle




dalla sezione sfarfallii - armati - sottoluce


Sol_a Gratia


cerco la nota distorsiva - quella - capace di cancellare il nesso
l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo
[non spero]

giù nel basso declivi imbarbariti e calmi
una luce così tonda da cingermi nei passi del novembre eterno -
sbaragliando bianconigli facile spogliare il mondo di sentori d’erba
ruminata viva, senza muovermi di un giorno [o suono]




L’amaca fenice


nulla chiama forte da farsi udire, è un movimento sotterraneo
il dispetto conquistato d’alfabeto e ho un piccolo lobo d’orecchio
o forse meglio un lobo piccolo
c’è sempre un modo migliore di dire le cose per esempio
c’è un posto che non so quando dovrei dire quello che c’è
ma che non trovo - lo faccio scomparire

vorrei trovarlo per intero mi manca almeno quanto l’aria
tutta intorno se ci si sveglia nei giorni come crisalidi abbozzate
in un futuro pocket che pesa d’eterno
piccole dosi di massiccia confettura è limacciosa la sostanza
congetturale stringe sugli arti come carta moschicida
ti dondola sul nulla il palinsesto della vita, a favore di vento

il gancio - sospeso -  al diritto d’uscita




La banchina


Se penso la piccola soglia quando fingo di credere vere
le scuse battute come piste, sentieri verso il mio nome
quanto ignorante e infetto suturare la striscia smarrita
come Pollicino ho tentato di filo perduto
smangiucchiato scomposto in percorsi più sciapi

Consegno al tratto il rio del fosso
il salto nel pantano, ho estratto dal fodero la penna stilo
(quella feticcio partoriente pensieri) ho inciso di punta
sperata capace invece era secca, sillabe asciutte
senza solco peso dimora - e - sei tornata nella mente

nell’espressione nella voce nel gesto nel polso piegato, la mano
che mormora il dire la tua voglia di stare quel buio profondo
lo sguardo ritorto all’interno, cieco di chi non crede altro lato
qualcuno



Settima pagina


si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
- catenazioni - degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi - fuori l’estate sigillava i contorni



dalla sezione nonnulla da tenere


certi pomeriggi sono cortine di pioggia dentro un bavero slavo

*

cosa potrei pungere di me
che non abbia già estirpato il senso fin nella più antica cellula
il silenzio chiama tutte le connotazioni belliche
le convoglia in feroci passerotti duri di becco
il miglio perso sulla strada e nel piumaggio goffe vettovaglie


*

desiderio la parola da dire
o bramosia di parole mancanti
questa inutile leggerezza dei pensieri
il vuoto è in alto in basso ai lati e in un dentro
che mi assopisce ogni vivere intatto. pressappoco


*
sinopia disgregandomi
al contrario essere traccia
transitorio è il mare come berbero
assordato dall’azzurro teme il giorno


*

mendico di me le pause tra i pensieri fatti a imbuto
sulla pioggia dei nonnulla da tenere per domani
domani saprò vederli sentirli nominarsi
e si sapranno dire, in questo inesauribile fragore



Doris Emilia Bragagnini è nata e vive in provincia di Udine. Suoi testi sono presenti in alcuni periodici on line e cartacei. Ha partecipato ai poemetti collettivi “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” e “Un sandalo per Rut (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). La silloge inedita “Claustrofonia” è stata premiata con segnalazione al Premio Lorenzo Montano 2017. Il suo libro d’esordio è “OLTREVERSO il latte sulla porta” (ed. Zona 2012).


sabato 26 gennaio 2019

Sergio Zanone su Manuela Cerisara



Il suono nomade
di
Sergio Zanone
- pensieri su Un nome da stella (apuntozeta edizioni), di Manuela Cerisara -


Nome sonoro, il soffio di un flauto chiama le cose all' esistenza: semplice come la magia dell'infanzia, castelli di fiaba sotto cieli di cartone: Chi cerchi, disperato e voluttuoso Pan? Ecco le cose danzare in-esistenza: al di fuori, l'ex-stasi dello sguardo lunare sopra il deserto brulicante di vita: al tuo canto ora, le cose da sotto dovrebbero cantare:

rane desolate perdute
in un sottobosco di stelle

i tulipani scarlatti

ora dovrebbero cantare il liquido colore del mondo; non si scompone, nell'oggi che declinando sorge – così lieveil caos: nessun cataclisma sconvolge l'asse del mondo: stella muschio nord coincidono. In espansione, in circumnavigazione – nonostante lo smembrarsi della memoria - l'ago inquieto della bussola è un amico fedele, segna il ricordo. Sembrano depositarsi leggeri sul terreno i sommovimenti della notte, al canto dei grilli: nell' attesa, uno sguardo all'orizzonte, una domanda:

Sentinella, quanto all' alba, quanto ancora?


Chi cerchi, disperato Pan? Nell'attesa il tempo si dilata, nel riserbo più assoluto - pudico segreto nello scrigno della notte - il cerchio partorisce, si moltiplica: piovono le parole, deposita la polvere (di stelle?)  sulla tovaglia: lasciala così, non togliere le macchie dal velo del cuore, non toccare il campo dei fiori, qualcosa rimane – una parola scampata alla deportazione - profumata, incolta disperazione e rivoluzione. Sconvolge le cose - salvala dalla falce del contadino, dalla mano del vendemmiatore – erotica, con lei ti sei nascosta tra i solchi del campo. Amore antico, amore esuberante, apri quest' uscio, porta fuori la spesa: quanta luce in così poco nella terra di nessuno, sotto il nero mantello delle cose / la possibilità di aprire stanze: le cose, da sotto il buio dei campi a distesa cantano – in questa dimora – ci vengono incontro con il loro nome / non si fermano più, scintillano come lucciole sotto il bicchiere , le cose sono lucciole ( miracolo delle sinestesie),  si capovolge  il loro  destino:

non c' è regola più violata nel dettaglio
l'imprevisto è previsto, la tragedia puntuale


Dagli archi delle persiane il nome sonoro si espande penetrando gli spazi trasparenti, attraversando tramonti leonardeschi del tempo immemoriale: tutto è forse già avvenuto in questa mensa dipinta, oppure deve ancora accadere? Del Pane e del Vino, di Demetra e di Bacco, lo spazio del ricordo o la loro premonizione? L' Enigma: Ogni volta che succede però non diventa più chiaro. Nel presente del cuore in cui il rito assorbe la storia, le maschere sono assenti; “il pensiero in quanto effettività di un luogo che si apre alla presenza ... apertura del luogo che dà luogo a ciò che non ha luogo...  la presenza offerta a una Visitazione che fa la prova dell'invisibile nel suo materno seno” (Jean-Luc Nancy) assurge ad emblema cosmico: visitata / da una luna di passaggio – un cambio di luna già scritto – il segno del bacio è più giù – luna incapace di mentire la distanza / va a prenderla, è esausta – a mezzanotte accadevo/ con l'incantesimo di     luna e stelle e nuvole. Ha scritto Lévinas: “Tale presenza    consiste nel venire  a noi, nel fare  il suo ingresso: il che si può enunciare in questo modo: il fenomeno che è l' apparizione di un Altro è anche viso... l' epifania del viso è visitazione”. «Altro» è  «Tu» e  verrà a riparare il tetto e  la crepa del muro - «Altro»  è l' enigma  da sciogliere, il principio di preghiera ,  “la presenza enigmatica , l' enigma di una presenza reale che   si piega e si dispiega nel piano della quadro”; il suo  incontro con la Samaritana  -  lo porterò sulla testa come un vaso – attua   la liquida  restaurazione   e fusione della duplicità Io/Tu  nell' unità del Sé : che cambia ogni volta / la mia prospettiva dell' esistere ... e persistere persistere ... dolcemente assecondare la fusione / corpo a corpo con il cosmo, parola desueta (attraverso l' erotismo della parola poetica),  a pensarci frazione infinitesima e concorde di (un) Altro.  Imparare la dimensione liquida e circolare, dilatarsi, espandersi come un cerchio nell' acqua: un’onda va dritta al tramonto / va sola come se non avessi avuto un padre/ come se non avessi avuto una madre – la preghiera: slegami, libera il significante  non “dall” ma nell' esilio: rendi   nomade questo mio nome.



Da Un nome da stella


curi con lo sguardo il lombrico sulla foglia
la farfalla più gialla

stella muschio nord coincidono

non si scompone il caos nell’oggi così lieve


***

circumnavigazione delle quattro case
l’ago inquieto riaffiora dagli smottamenti della memoria

si accuccia ai tuoi piedi come un cane
il dettaglio disperso nel trasloco

***

nel riserbo più assoluto biancofiori sul ciliegio
margherite partorite nella notte
giorni lenti a percorrere distanze
treni e cipressi
geometrie sottese

parole come macchie sulla tovaglia

***

       magistralmente non sposti nulla
non sfiori la polvere

       né un pensiero sotto le ciglia

una lettera

una parola scampata alla deportazione

***

non cercare i cedri esplosi d’estate siamo
usciti
dal seminato

spettinati, appena ricomposti dopo l’amore

al colpo di tosse, al segnale
(la traccia di profumo, i fili che
tengono insieme nuvole e vele nel celeste lago)


Manuela Cerisara è nata a Schio nel 1965. Consegue il diploma scientifico e magistrale, quest'ultimo conseguito da privatista. Laureata a Venezia nel 1991 in Lingue e letterature straniere, in particolare Anglo-americano e Tedesco.