martedì 12 giugno 2018

Stefania Di Lino su Rita Pacilio




Rita Pacilio:“L’amore casomai”. 
Ovvero l’Alchimia del desiderio.


-Mito e utopia: come l'origine è appartenuta, così anche l'avvenire apparterrà ai soggetti in cui vi è del femminino.
(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

-Non posso dire “adesso”
senza averne nostalgia-
(Filippo Strumia , in Marciapiede con vista, Einaudi, 2016)



Quando trattiamo di poesia, trattiamo di un potenziale espressivo che si esplica frequentando una zona d'ombra non del tutto conosciuta, non del tutto consapevole. Spesso affatto. E poiché parliamo anche di soglia, di varco/liminis, nella dimensione poetica può accadere tutto. Anche l’imprevisto, l’inaspettato, il sorprendente. L’epifanico. Non solo per chi legge, ma anche per chi scrive.

La poesia, se è tale, al pari di altre arti, - anzi direi con un quid in più -, trova le sue complesse e articolate fondamenta  in uno scavo di tipo stratigrafico, - proprio come nell'archeologia o nella geologia -, che il poeta, strumento e fine, compie prima di tutto dentro di sé -, e nelle varie voci polisemiche che contiene, sincroniche e diacroniche, e che riesce a far convivere nello stesso testo, in un tempo sfalsato, non allineato, ma compresente.  A queste voci, il poeta presta la musicalità del suo orecchio diventandone al contempo esecutore e cassa di risonanza.

Il lavoro poetico non è da tutti. Non è da tutti metterlo in pratica, attraverso l’azione poetica, né tanto meno capirne la complessità. E, almeno chi scrive,  neanche pretende che tutti comprendano il lavoro/ lavorìo di un poeta. Essere un enclave ha anche dei lati positivi. Il linguaggio è iniziatico e l’incontro con la poesia è un incontro epifanico che lascia il segno solo a chi questo segno già lo porta dentro di sé. Lasciamo dunque la poesia alla sua dimensione misterica, la sua inspiegabile genesi, perché il mistero è ciò che più le appartiene  non dichiarandosi mai completamente, rimanendo sempre un po’ celata, in ombra come è  nella sua natura.

Il compimento della rivelazione nella poesia, sebbene esista, non è mai completo né esaustivo. Spesso la rivelazione (anche di sé), è più intuita che capita, poiché altri sono i canali che convergono per la comprensione. La poesia, e la sua scaturigine, non si spiega e l’arte, più in generale si auto legittima nelle emozioni provate mediante la forza che la spinta libidica suscita e con cui rade al suolo sovrastrutture di cartongesso; dilaga e si trasforma in vento sferzante, innova, senza altro cercare, senza il bisogno di ulteriori certificati di esistenza. La poesia e l’arte tutta , attingendo nel simbolico, hanno la capacità di auto significarsi. E’ cultura non solo nel significato più alto, ma lo è antropologicamente.

E che la scrittura in ogni sua forma autentica, - cioè non pilotata per coprire finte urgenze di un mercato già ampiamente dopato -, porti con sé quello stimolo inconfondibile, quell’energia insostituibile e propulsiva, chiamata Amore, è per me un fatto acclarato. Di conseguenza qualsiasi sia l’argomento “toccato”, si scrive sempre e comunque d’amore e proprio nella forma che l’amore detta. E se nel caso della poesia che parla della poesia, travalicandola e conducendola altrove rispetto alla sua collocazione conosciuta,  abbiamo la definizione di metapoesia, quando l’amore scrive d’amore, slittando e ricollocando il concetto d’amore stesso in una dimensione altra da sé, estrapolato e ricollocato in quell’altrove a cui il suffisso rimanda, saremmo forse autorizzati a parlare di  metamore”?


Dunque questa la premessa - che comporta anche un quesito già posto a voce all’autrice stessa, e la cui risposta lascio aperta a chi legge-, per introdurre il libro di Rita Pacilio, L’amore casomai ( La Vita Felice, 2018), un testo che mi ha riportato alla mente una citazione di  Massimo Recalcati, il quale in un’intervista  afferma :  “...i poeti la sanno lunghissima sul sesso”.
E’ vero, i poeti sul sesso la sanno lunghissima, ma perché, come pochi, sanno cogliere il senso tra il corporeo e la sua sublimazione, tra il reale e il simbolico. Perché i poeti sanno rendere contemporaneo ed eterno, il tempo della transizione.

Parlare e teorizzare di e sul sesso non è mai semplice senza ricorrere a categorie sociologiche e antropologiche, senza menzionare sistemi economici, avendo consapevolezza che, in tema di sesso, qualsiasi tipo di potere politico ha allungato i suoi artigli, tentando egemonia culturale  per controllare e trarre profitto. E questo tentativo egemonico è tutt’ora in corso e  prevede dei cambiamenti enormi rispetto al conosciuto sinora, perché nulla è più politico del sesso.

Per la psicanalista e filosofa femminista  Luce Irigaray, la differenza sessuale è la differenza per eccellenza, la principale basica diversità da cui partono tutte le altre. Solo attraverso il rispetto di questa  diversità primaria del femminile, molto sofferta in una struttura sociale gerarchica e patriarcale, - (ma anche questa è in transizione verso qualcosa di anonimo e di peggiore),  si dirama, per estensione, verso tutte le altre forme di diversità presenti nella comunità umana , ambiente e natura compresi.

E il sesso, attraverso il meccanismo del piacere, è il principale strumento di riproduzione della specie (ma anche in questo settore si annunciano novità di tipo trans-umanista), e di conoscenza profonda di sé in relazione all’altro, grazie alla sua perfetta complementarità anatomica.  Allora il poeta archeologo/geologo, che sonda orizzonti e abissi, profondità, crepe nel muro, nella terra, nel corpo e nell’anima, che annusa interstizi verticali umidi e colanti, torna. Anzi è la poeta archeologa/geologa Rita Pacilio a tornare.

In seconda istanza, e proprio in virtù della citazione riguardante Luce Irigaray, sento di dover (parzialmente) rassicurare quell’ala del Movimento Femminista Internazionale, che da tempo denuncia la minaccia sistemica su più fronti, dell’evaporazione del principio femminile (ma a mio avviso, anche quello maschile sta subendo la stessa sorte con la complicità di un’ala del movimento, o nella sua indifferenza, - poco importa, tanto il danno umano è il medesimo); da qui il timore (giustificato) della sparizione del femmineo finora conosciuto, e con esso dell’idea stessa dell’eterno femminino che pure ha accompagnato il demone creatore, preminentemente maschile, nell’iconografia dell’arte figurativa,  e nella nascita stessa di  molta poesia,  almeno fino alla prima metà del secolo scorso.
Das Ewig-Weibliche zieht uns hinan”, ovvero "L'eterno femminino ci trae in alto", sia usato nell’accezione corrente, e cioè il fascino che una donna esercita sull’uomo, ma anche nel senso più ortodosso inteso dal suo coniatore, Goethe, ovvero la redenzione e la salvezza del maschile, - avendo in mente anche la Genesi con l’albero della conoscenza, oggi potremmo dire della consapevolezza del discrimine tra il bene e il male - attraverso la complementarità insostituibile del femminile e mediante questo, la piena coscienza della finitezza umana.

Quel femminino esiste e resiste in ogni pagina di quest’ultima opera di Rita Pacilio, - un prosimetro  in cui i versi, come  linee spezzate dal punto che chiude,  si alternano  sapientemente alla prosa in una raffinata composizione che via via diventa sempre più organica e unitaria, con affondi da vertigine. Versi che vanno letti più che raccontati. Versi in cui l’autrice- Janara, assecondando il Genius Loci della sua terra, disegna e scolpisce, attualizza ed erotizza, canta e perpetua, il concetto di  femminino,  appunto, sino a far oscillare l’osservatorio usato come un pendolo della profezia, in mano alla Sibilla Cumana, dall’interno del proprio specifico femminile, verso un punto di vista più maschile, assumendolo talvolta, nel gioco delle parti, come proprio.

Inevitabile quindi, un richiamo agli archetipi junghiani di “anima” e “animus”, che nel testo della Pacilio, assumono le sensuali forme dell’Androgino per eccellenza, il Rebis che riunisce in sé i due principi opposti e complementari, l’Ermafrodito del Bernini: farsi al contempo desiderio e attesa, diventare simultaneamente, soggetto e oggetto di quel desiderio, spezzando la sequenza lineare del tempo.
Dello scarto temporale – (parlavo indietro di un parallelismo sfalsato) - nell’uso dei tempi verbali e in quello rarissimo delle virgole, (“Ciò che è stato non è mai accaduto se non ci sei”); entrare, a volte,  in una ulteriore oscillazione, disforica, come  con La stanza vuota.

 [“Il progetto non conviene alla condizione non saputa della poesia che viene. 
Il resto deriva da quella mera, e anche impensata, logica sensibile (il fluire ritmico della parola), in modo simile a come si produce la successione melodica di una composizione musicale.”

(Antonio Gamoneda)]

Dicevo dell’uso parsimonioso della virgola, a favore di un uso frequente del punto che traina il testo con una sonorità forte e impositiva,  e lo caratterizza con una cadenza ritmica sostenuta.  
È difficile, a questo punto,  leggere “L’amore casomai” di Rita Pacilio,  senza sentire il tono, le  sonorità ancestrali, talvolta labirintiche, della voce dell’autrice. Almeno per chi ha avuto l’esperienza di ascoltarla e vederla agire sulle tavole di un palcoscenico. Perché qui si parla di una scrittura che ha una voce. Quindi una scrittura corroborata, sostenuta, riconoscibile, al punto da dispiegarsi con abilità, proprio come fa la voce nel canto, con varie modalità espressive alternate, ( prosa-poesia, racconto-affabulazione, diario intimo - confessione, canovaccio - partitura), usando vari corridoi di risonanza,(testa, gola, seni paranasali e non solo, palato duro, e non solo, faringe, ecc...), poesia che diventa sempre più corpo (d’amore) e voce che si sdoppia all’interno di una. Una voce poetica immaginifica (produce e stimola immagini), una voce che contiene alterità. Una polifonia dunque, in un andamento discorsivo piano, distaccato, controllato che, alla stregua della poesia lirica dell’antica Grecia, qui si fa corale, ingoiando l’altro o dovendolo ancora partorire, assurgendo questa dimensione ad un indiscusso valore estetico.

E come nelle migliori sceneggiature, la sapiente mescolanza tra un ritmo, seppure incalzante, e pause, seppure brevi, di fiato, ansimanti, di tempi rubati e compressi, (Amore respirare, Il galoppo del respiro, Sussurò), colloca la lettrice o il lettore, in una forte dimensione dell’Eros, - inteso esattamente come energia cosmica primigenia e creatrice, in una introiezione-immedesimazione che non lascia scampo. E allora si abbandonano sovrastrutture, falsi pudori, una certa ostativa pruderie piccolo-borghese, per seguire il percorso indicato dall’autrice fino al parossismo di un sesso estremo, in cui Eros tocca Thanatos, per tornare poi a ricomporsi, lisciando la gonna sgualcita, pronta ad andare a prendere i bambini a scuola. Come descrivere dunque Eros? Come un dio o come un demone che ti coglie la nuca? Ambedue le cose, ragionevolmente, vista la forza vitale dell’amore, ma anche la sua capacità distruttiva (e quella di lasciarsi distruggere) non appena, varcata la soglia di un labile confine, tutto si ribalta. Allora il rapporto con l’Altro (e con se stesse) diviene patologia, confusione, distruzione, e si entra in una narrazione amorosa come nelle acuzie di un delirium che divide, una patologia che frammenta e sparge i pezzi; disconosce e smarrisce. Scompagina e rende estranei. Das Unheimliche, direbbe Freud, ovvero il Perturbante. E in questa narrazione, al contrario delle favole per bambini (“non invidiatemi, non invidiatemi!ho la pelle vecchia e stanca!”), (quella canzone, il vino rosso, un tavolo per due. E io non c’ero), non siamo neanche costretti dall’ipocrisia di un lieto fine:

(«Per avvicinare l'altro nel rispetto e nella salvaguardia della sua alterità, forse è possibile partire da questa realtà corporea, affettiva, intellettuale: l'altro è un mistero. Riconoscendo che l'altro è e rimarrà per me un mistero, posso rispettarlo come altro senza sottometterlo a una qualsiasi mia legge [...]» -Luce Irigaray, Essere due (Bollati Boringhieri)

Stefania Di Lino 9 giugno 2018


Senza orario
L’intelligenza rivoltata nel cerchio della noncuranza, la porta aperta. 

Lei lo amava a intermittenza, in modo irregolare, senza equilibrio.
Un rumore di sottofondo. L’inquinamento dei sensi. Voce indispensabile, un bisogno reale, fisico. Un sms al mattino che dà la sveglia. Lei ha spalle forti, quelle che sanno portare le montagne e i rami selvatici.

Parlava con le poesie sui muri.

Qualcuno si accorge della solitudine?

Raccoglieva le margherite lungo i marciapiedi. La gioia fragilissima di un tempo nuovo. Un tempo in cui il coraggio è in equilibrio funambolo nello spazio largo. Un suono.

Ho paura di quello che sto provando, sto chiudendo con il passato. Adesso sono un chirurgo. Chiudo con quei giorni e taglio i fili. Era felice.
Cantare le odi dell’amore nella tromba delle scale bianche. Le lingue lunghe, rubate alle ore che non durano. Fa paura. Si resta zitti quando si è lontani. Le spalle della mancanza sono segnate da un tatuaggio invisibile. Sotto pelle. Lei diceva di avere una lucertola. E la mente è fatta di rombi su rombi. Ci sono geometrie che non si possono dire. Semplificare. Scucire la mente. Ecco la mente conserva il ricordo del grottesco, delle stagioni passate, ma poi è facile dimenticare il poco prima.
Un attimo fa.
Si resta un nome senza nome. Una rinuncia. Tutto si ferma immortale sullo schermo. Le fotografie inviate sono richiami della forma muta. Diventare un talismano da portare nella borsa. Barricarsi nel bagno. Lasciare il mondo oltre la porta. Respirare le lunghe ore sistemate nell’armadio. Venerare le difficoltà emotive, essere sacerdotessa. Inginocchiarsi al piacere.

Cosa fai a quest’ora?

Digitare il nome. Regalare il fiato alle mani. Respiro veloce. Stessa ora. Guardare nel vuoto. Allargare i lati della bocca Spingere forze. Era il segreto a sostenere l'abito da sposa. Il tulle ingiallito. I matti cantano sotto le lenzuola credendo che il cielo si sia fatto basso. Basso sinonimo di greve. Il dito puntato. L’uomo dalle spalle fragili ha nostalgia di casa.

Con la lingua, con la voce ti ho baciato
ti ho sussurrato
Volevi che io impazzissi?
Mangiare ogni pietra, acqua o monte?
Come raggiungerti?
Ingoiare strade, rupi, alberi?

Le visioni. Nel video di pochi secondi il limite dei chilometri.
Così, senza altre parole di mezzo. Lui tacque. Il pellegrinaggio di settembre. Freud non avrebbe trovato meccanismi di difesa per sopravvivere al sogno. Stava accadendo lo sterminio dei viaggi.
Era cresciuto tra tante donne. Affinità elettive. Impressioni profonde. Andare con gli occhi sulla tomba di Novalis. Un giardino in cui Fritz punteggiava dal cielo l’incantamento.

Stanno arrivando, arrivano!
Questa l’intuizione di *Rosselli. Lo ammaliava. Un amico abitava di fronte alla piazza principale. Ospitava un duale. *Renata, invece, portava al polso il Cartier del marito. Si trasfigurava.

Cosa fai a quest’ora?

Spegnere la luce per la preghiera. Non ridete per piacere.

*( - Stanno arrivando, arrivano! Parole di Amelia Rosselli).


Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb)Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni, 2015) è la sua fiaba per bambini; Cantami una filastrocca è un quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018). È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in napoletano. A marzo 2018 la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: ‘L’amore casomai’.



lunedì 14 maggio 2018

Matteo Zattoni su Alberto Pellegatta



foto di Dino Ignani

UNA MAPPA PER DECIFRARE L’INFELICITÀ


Chiama in causa la felicità per poi subito relegarla a mera eventualità teorica, che avrebbe bisogno di riscontri concreti e di precise condizioni, il titolo del nuovo libro di Alberto Pellegatta (classe 1978), Ipotesi di felicità. Uscito dopo meditata gestazione per Lo Specchio di Mondadori, collana che ha visto negli anni sfilare i nomi più rilevanti della poesia del Novecento e di quella contemporanea – da Ungaretti a Montale, da Sereni a Raboni, passando per gli stranieri Dickinson, Shakespeare e Auden –, il prosimetro di Pellegatta è diviso in cinque sezioni, più un’appendice intitolata “La salute”, contenente le poesie dal 1996 al 2011, già edite nella plaquette Mattinata larga (LietoColle 2002) e in L’ombra della salute (Mondadori 2011). Proprio il concetto plurisenso di salute, intrecciandosi con quello di felicità, può costituire uno dei perni attorno a cui ruotano le sezioni-costellazioni del libro: come per la felicità ridotta a mera ipotesi, però, anche qui non ci troviamo di fronte allo stato di salute nella sua pienezza, bensì a un’ombra pallida e sbiadita, formulazione che finisce per negare ciò che afferma secondo il procedimento tipico dell’ironia.

La sezione che dà il titolo al libro è anche la più breve e concentrata con soli sei testi, ma di speciale densità, che hanno come scenario “l’azzurro ruffiano degli ospedali” (p. 73) dove “la pena ha un orario di visite” (p. 74): un luogo atroce dove la mano di un padre si tiene “in mano come un palloncino” (p. 75). La fine dell’esperienza umana o di qualcuno a noi caro – a cui si allude senza mai nominare, per scongiurare ogni tentazione biografica – è per ciascuno un momento tragico di bilanci e di rimorsi. Non abbandona, tuttavia, neppure le scene più intime un’affinata ironia esistenziale, quale cifra dell’autore, senza sottrarsi talvolta alle tinte più scure: “Non suda per il caldo/ ma per una diagnosi sbagliata” (p. 78). Di fronte al male, tutto diventa impossibile e il quotidiano si rovescia come in un quadro espressionista di Salvador Dalì (“La bici si stacca da terra e vola”, p. 78) forse a suggerire che l’unico rifugio alla mancanza di senso è la sua negazione in radice attraverso lo stretto sentiero dell’assurdo. Cercare un’alternativa, infatti, significa sentirsi addosso “il panico dei naufraghi” (p. 80) fino all’annegamento finale, difficile dire quanto liberatorio. Ed è a questo punto che le parole non reggono più e solo l’interruzione del discorso rende sopportabile il dolore. Pudore del dire eppure, al tempo stesso, anche clausola di stile: un preferire alla visione del film per intero il suo trailer fatto di spezzoni, immagini, allusioni per lasciare alla mente di ciascuno infinti possibili completamenti. A tale osservazione sullo stile fa eco un’altra, di poco precedente, che spinge oltre l’asciugarsi di ogni forma: “Senza verbi/ funzionerebbe lo stesso, puro stile senza significato” (p. 74), ripresa con variatio nella seconda sezione (“Come scriveremo tra decenni – in codice, senza verbi –”, p. 32).

Solo dopo esserci accostati al nucleo centrale, è possibile ora riaffacciarsi alle altre parti del libro, rispettandone l’ordine espositivo, ma tenendo altresì a mente che esse sono “autonome e parziali”, come da monito iniziale dell’autore. La prima sezione, di nove poesie, si serve prevalentemente della sinestesia per spiegarci cosa sia “Pensare male”: una sorta di cattività del pensiero che, segregato nelle strutture sociali del lavoro e della dittatura della maggioranza e in quella biologica del corpo, non scorre più, ma si contamina e imputridisce come “due grossi pesci” (p. 11) maleodoranti nel salotto. In questo clima angusto di doppia sorveglianza, esterna e interna, quale essenza più autentica può assumere la poesia se non l’ozio come sottrazione al meccanismo coercitivo? Eppure “anche la letteratura ha il suo basalto” (p. 14) – materia di cui è fatto spesso il piedistallo delle statue – e infatti riaffiora graffiante l’ironia, constatando come invece “altri diventano poesie pensando di essere poeti” (p. 12). Da segnalare le due dediche di questa sezione, entrambe assai significative: al poeta e maestro Maurizio Cucchi con un delicatissimo incipit quasi impressionista (“Si allunga, neanche fosse inchiostro, ma rimane un ciliegio”, p. 17) e al pittore Lorenzo Mazza con cui l’autore condivide l’arte della disgregazione e sovrapposizione delle forme “in attesa di significare” (seguirà quella a Mary B. Tolusso nella sezione successiva); ad esse si aggiunge una citazione da John L. Ashbery, ponte di dialogo con la sua idea di ricerca della felicità.

L’avvio della seconda sezione “Fine della geografia”, che consta di undici poesie, è nel segno di una presa di coscienza dei limiti delle risorse del pianeta, sistematicamente violati dal sistema di produzione di beni e servizi. In “Giacomo o dell’infanzia”, titolo di gozzaniana memoria, si mostra quanto presto sia svuotato l’idillio del fanciullino-poeta, che precipita quasi subito nell’arido vero: “Tanto non ci sono cose più importanti/ che spingere liquidi fuori dal corpo” (p. 26). La sezione prosegue con un tentativo laico di ascensione (“anabasi”, in senso interiore) che l’autore conduce attraverso la propria poesia definita “Magari gialla, come un fiume interrato, ma potabile” (p. 27), ribaltando l’antico tòpos della fonte incontaminata dell’opera d’arte. Forte è il richiamo montaliano all’essenzialità in “Vacanze non pagate” (“Di quattro cose al massimo ho bisogno”, p. 29) e il poeta ligure è esplicitamente richiamato – questa volta con riferimento alla celebre lirica “La casa dei doganieri” – nella sorprendente “Lunga lettera a A.P.”, in cui Pellegatta evoca le figure di due giganti del Novecento (l’altro è Sereni) con rimandi a elementi del paesaggio divenuti per essi caratterizzanti (tracce di animali sulla neve e robinie). L’apice di quel pessimismo che un tempo si sarebbe detto “cosmico”, radicato e non episodico, si raggiunge forse nella definizione di “quel fastidio tra le ghiandole che chiami pensiero” (p. 34) e nella riflessione tranchant sull’utilità dell’umanità intera (“Serviamo solo a consumare l’ossigeno in eccesso”, p. 34).

Notevole è senz’altro la terza sezione di prose brevi che deriva il suo titolo “Zoologiche” dalla centralità del mondo animale indagato con il taglio, a prima vista algido e neutrale, del manuale tecnico-scientifico. Si tratta, tuttavia, di un’apparenza che tradisce a sprazzi un suggestivo côté antropomorfo (“La socievolezza del tasso è proverbiale nelle mezze stagioni, ma si scontra con la diffusa perdita di valori”, p. 40). Il meccanismo analogico sotteso a questi testi è rivelato dallo stesso autore con un coup de théâtre nella chiusa di “La collera degli ermellini”, poesia dedicata contemporaneamente a Geoffrey Chaucer, ritenuto uno dei padri della tradizione poetica anglosassone, e a Jack Underwook, giovane promessa della poesia british (Faber nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta intitolata, non casualmente, Happiness) quasi a delimitare l’inizio e la fine di un ciclo. Altrove, nella medesima sezione, l’autore, senza declassare il registro, lo tende anzi al punto da ottenere un vero effetto “comico”: ciò accade, per esempio, con l’uomo-rana che “in ufficio gonfia il petto e salta da un argomento all’altro” (p. 42) o con l’uomo-orso il quale “pur essendo un solitario, con il sopraggiungere dell’inverno diventa inquieto, perde l’appetito e si mette alla ricerca di una discoteca” (p. 44) o, infine, dell’alce che, “al contrario della renna e dei crepuscolari, non ama i licheni” ma ha “gli stessi gusti delle capre e degli avanguardisti” (p. 48). La sezione si chiude con un autoritratto dell’autore, immortalato di fronte alla foto scattata insieme al maestro (o al compagno di versi) in “Vista felina e arte poetica”, dove si sancisce una volta di più il parallelismo classico tra lo sguardo di distinzione, affilato e preveggente, dei felini e quello dei poeti.

La penultima sezione “L’impronta della specie” è la più generosa di testi, ben quindici, e più vasta nei temi: il titolo è tratto dal verso di chiusura della poesia dedicata a Nada Pivetta, nota scultrice milanese, una delle cui opere (“Nulli Certa Domus”) è oggi collocata presso l’Idroscalo. In apertura di sezione, Pellegatta torna sul gesto dello scrivere – non tanto “eroico” quanto piuttosto “attento” –, la cui materia prima è “una filamentosa angoscia” (p. 52). L’autore mette in guardia dapprima dalla tentazione di sostituire o, rectius, occultare l’opera con il proprio comportamento, quindi dal rischio di una poesia priva del substrato forte dell’esperienza (“Il talento senza esperienza è malcostume”, p. 55). L’ironia però non cessa di trafiggere come un contrappunto infinito dai mille aghi, che siano quelli dell’amore (“C’è anche chi cerca per anni la donna giusta e finisce per vivere con la badante”, p. 54) o della caricatura sociale, con la tragicomica personificazione dell’inettitudine boriosa nel “Ritratto di Mario Allori”. Continua anche la lieve didassi dello scrivere, che accompagna sommessamente tutta l’opera, quando l’autore avverte che “Per scrivere un numero sufficiente di versi/ bisogna essere stati nervosi molti giorni/ in ulcerata gioia” (p. 58). Ma i corpi che si raffreddano riportano in bocca le domande ultime, rimettendo al centro del discorso i rapporti che fanno fumare le mani: “Parli così bene al mio dolore che lo fai parlare:/ pensando di guarire peggioravo” (p. 58) fino all’efficace epigramma del giorno più doloroso, dedicato ad Alice. Da notare a margine, in chiusura ormai di sezione, “La moltiplicazione dei comignoli, o dove accompagnare il lettore”, uno dei testi più immaginifici del libro in cui la forma poetica si ibrida con quella del noir con esiti finali quasi stranianti: “Togliti la giacca per entrare in questa poesia/ siamo qui solo per l’italiano e avremo aerei sufficienti” (p. 68).

Oltre la sezione “Ipotesi di felicità”, di cui si è parlato in esordio, conclude il volume una nutrita appendice che raccoglie poesie già assai note al lettore attento di Pellegatta. In quest’ultima sezione, tutt’altro che “giovanile”, si individuano i semi degli sviluppi futuri in una sorta di imbuto rovesciato che parte dai testi mondadoriani del 2011 scanditi da sentenze (“Mentre la salute è un mistero sconcio, meraviglioso/ e, finalmente, senza futuro”, Non c’è nessuna casa”, “La morte è una specie/ di cottura”, “Non è mai/ ciò che abbiamo scritto”) fino a quelli più antichi di “Mattinata larga” (LietoColle 2012). Si pone così l’ultimo mattone al nuovo, parziale tratto della “muraglia cinese” dell’autore, con i versi delicati di questo “animaletto accoccolato dentro la pupilla” (p. 105), già forse premonitori della tassonomia zoomorfa proposta in “Zoologiche”.

Matteo Zattoni

Alberto Pellegatta, Ipotesi di felicità, collana Lo Specchio, Mondadori, 2017, pp. 112, € 18,00.




La collera degli ermellini

                                                                          a Geoffrey Chaucer e Jack Underwood

L’ermellino assomiglia alla donnola, e quindi a un bicchiere di latte bollito o, per gli inglesi, alle caviglie di una ragazza castana. Detesta le zone agricole, passa le giornate nel buco di un muro a guardare il panorama immobile dei fiumi che scorrono. Lungo le pareti arcua il dorso ben più dei gatti. Un contadino, incontrandone due esemplari, ne ferì uno a sassate, per poi venire attaccato alla nuca dall’altro. Al loro grido ne sbucarono molti altri dai cespugli, e per poco il tizio non ci rimase secco. Il loro numero varia di anno in anno e le lumache sono responsabili di questo fenomeno: durante le annate piovose gli ermellini se ne nutrono, anche se a volte queste ospitano un parassita letale, l’analogia.

*

Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente –
pastiglie e terrazze meglio che fucili e rasoi.

Asciuga sotto cespugli di mirto.
Si inarca inconsolabile
l’azzurro ruffiano degli ospedali.
Non dorme mai
neppure quando cedono le bestie
sembra un cuore robusto.

La pena ha un orario di visite.
Non basta questa superficie
se pure si allungasse in un miracolo.
Troppo rudimentale, di poche pretese
ancora troppo acustica, ancora non
impronta di animali nella neve. Senza verbi
funzionerebbe lo stesso, puro stile
senza significato. Senza mani da lavare.

Sempre un bene di circostanza, una fantasia
su cotone. Dimentica di essere un telefono
per diventare affetto. Scrivimi indietro.

Sparirebbe anche da altri appartamenti
coperto da un bianco sfibrato – eccidi che accelerano
le armonie naturali. Pure con altri atteggiamenti.

Nei tuoi bicchieri l’acqua diventa asma.
Forse un esaurimento, su grandi ali
come un sollievo. Si battono i bisonti nella nebbia.

Il dolore esce oleoso dal rubinetto chiuso male.
Nell’incavo del ginocchio dove prude.
Per questo le scariche, il trauma, non per ritrovare
l’equilibrio, non per formare piazze o tendenze
ma per disobbedire alla natura, che poco a poco
diventi libertà. Dolci sparatorie rischiarano la notte.
Per ogni forma il suo contrario. Andare in pezzi
per migliorare.

*
La macelleria dell’angolo ha la sua vetrina sconcia.

La morte è una specie
di cottura. Devi essere vivo
per cuocere tanti anni.

Il sangue si fa crema, schiuma,
le gambe si allargano, si gonfiano le nocche
cedono i tessuti. La malattia produce acqua
e persino la nascita brucia.


Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

domenica 8 aprile 2018

Paolo Ruffilli su Raffaela Fazio

foto di Dino Ignani


Le poesie di Raffaela Fazio, anche e soprattutto in questo L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice 2018), tendono a significare una reciproca compenetrazione tra mondo umano e naturale. E lo fanno con una misura talmente precisa che la penetrazione (nel fondo oscuro, nelle sedimentazioni dell’animo e nel labirinto della mente) avviene attraverso la mappatura delle superfici, secondo un passo e secondo moduli che possiamo definire della messa a fuoco più nitida. Così che temi di vasta portata, e di costante implicazione esistenziale, si fissano in componimenti pieni di luce e di colori. 

I versi netti e rigorosi ci immettono, ogni volta di incanto, in una dimensione autoriflessiva che quasi inavvertitamente si interroga sul mistero delle cose e sul significato della vita mentre ne subisce il fascino, per la legge dell’inversamente proporzionale. E il taccuino degli appunti e delle annotazioni è, insieme, l’album della memoria critica, l’almanacco della propria condizione e il diario delle pagine privilegiate trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto esame) il senso di una vicenda e di una vita.

Tema centrale in tutta la poesia di Raffaela Fazio è, a ben guardare e oltre l’apparente silenzio (che è, poi, la voce del segreto e del mistero: “va riportata / ogni prova di amore / al mistero”), il tempo: termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l’altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita (“noi siamo vivi, fatti di tempo / e il tempo è fatto a nostra misura”). Perché l’orizzonte resta comunque aperto nella continuità ultraindividuale, in una dimensione che proprio l’improvvisa illuminazione poetica ci fa scoprire a un tratto con inattesa evidenza come indistruttibile.

Esiste una condizione psicologica di confronto consapevole con il vuoto che assedia l’uomo e sottrae credibilità alle sue fedi, che in poesia si esprime come tentativo di restituire alle funzioni verbali la razionalità altrimenti, nella vita, insidiata e smarrita. Senza, con questo, inibire alla parola le virtù liriche, evocative, fantastiche, anzi concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale esperienza di vita. È il caso appunto di Raffaela Fazio, in tutto il percorso di questo libro coinvolgente. Ma, rispetto al procedimento più “visionario” che caratterizzava certe sue prove precedenti, l’autrice è andata ricomponendo “l’instabile profilo del presente” come la consistenza materiale delle cose, degli oggetti e delle persone, proprio contro quello spettro del vuoto con cui si è sempre misurata la sua poesia e attraverso il progressivo uso oggettivante e oggettivato dei quadri delle sue immagini lampeggianti.


Qui una riflessione filosofico-religiosa dell’autrice.


Ti parlo
come l’erba
alle pietre
tra cui s’insinua

finché il muro
cede
dove lei cresce,
più umida la sera.

Nelle tue crepe
nella tua immota fuga
ch’io sia
quel corpo estraneo
vivo
attorno a cui ti sfaldi.
E sul confine
che segni involontario
sia dolce anche l’incuria
la rovina
il mio verde
abbracciato
alle macerie.


*

Nella vita pare che tutto
vada restituito.
Il crollo del corpo
alla sua lievità
il dolce di un labbro
alla prima matrice
il fuoco guerriero
al fodero di pace
la bellezza (sempre)
all’alterità
la verità di un’arte
all’insieme e l’insieme
alla più piccola parte.
Va riportata
ogni prova di amore
al mistero
e lasciata
fuori dall’inventario
una cosa soltanto
un fendente di gioia
assoluta insolente
non necessaria.


*

Quando un uomo
si sveglia
nella notte capisce
che non basta a se stesso.

Lo ferisce l’assenza
come un fianco strappato
che era argine al buio
e lo tenta un possesso
una terra abitata
la fortezza di un nome
scandito.

Ma salvezza
sarebbe al contrario
il donarsi – sorretto dal vuoto –
di un bordo
all’altro contiguo
stupito

come di barca in barca
passa la luce
dall’acqua
all’infinito.


*

(per i miei bambini, maggio 2016)

Il mio tempo
cammina sul crinale.
Ritenta l’equilibrio
tra gli opposti:
una valle nascosta lo precede
una piana gli succede
lo trascende.

Quando il mio tempo
                        pende
sul più azzurro versante
intravede
la sua stessa fine
il suo segno più in basso
come il rotolare
di un sasso
nell’erbetta nuova.

E nella vita
che senza me prosegue
forse un ricordo
di quel lieve
franare:
prova
in fondo
che oltre la morte
solo l’amore
è guardia di frontiera.


*

Al Dio ignoto

Lascia che dentro Te
integra sabbia
io pianti la punta
come anfora d’argilla nella stiva
un poco storta.
Ma fa’ che mai non abbia
la certezza
se sia d’amara oliva
o d’uva
il sangue
che in me questa natura
a un’altra meno labile pienezza
già trasporta.

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma come traduttrice. Laureata in Lingue e Politiche europee a Grenoble e specializzata in traduzione/interpretariato a Ginevra, ha poi conseguito a Roma un diploma in Scienze religiose e un master in Beni Culturali.
Ha pubblicato diverse opere di poesia. Gli ultimi tre libri sono: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015), “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017) e “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018).