giovedì 25 giugno 2015

Francesco Maria Tipaldi


Si apre con “Angelus” il nuovo libro di Francesco Maria Tipaldi, e non poteva essere diversamente: Traum (Lietocolle, 2014, prefazione di Maurizio Cucchi) indaga infatti il mistero dell’incarnazione, qui affrontata nella sua più cruda terrestrità, nell’impasto di orina, terra e doglia che ci costituisce in quanto esposti al massacro di Kronos. Uno stare sofferto nell’ibrido animale, nel “tanfo della natura che si rigenera”, in attesa dell’Apocalisse, che chiude (come “compimento” dell’amore divino per le sue creature) questo viaggio dantesco nella terra di mezzo, dove veglia e sonno, vivi e morti, fisiologico e patologico, altezza e precipizio s’incistano nella parola del poeta, nitida nel raccontarci la vita zoologica prima che diventi società umana (cfr. la differenza, nella cultura greca, tra zoé e bios), la vita nel suo indistinto muoversi per tensioni e distensioni, per boccioli e tumefazioni, per fluorescenze e diarree, quando ancora non si è organizzata in un moto di condivisa e patinata civilizzazione.

Tipaldi interroga la materia e i suo interstizi, quel nulla che, dice bene altrove Tommaso di Dio (“Premio Castello di Villalta” 6/05/14), “non è il non-ente della tradizione parmenidea, ma il nulla che permette il transito vitale, il nulla rigenerante, il nulla eccessivo e sempre eccedente che è potenzialità del divenire e, al contempo, giuntura vuota dove giocano gli assi della trasformazione della materia”. Un nulla in ogni caso inquietante, che si muove nell’impensabile, nell’impraticabile: i personaggi di Traum infatti, contadini e animali, soprattutto, vivono nell’eccesso di pienezza e nella fatica dello svuotamento, inconsapevoli della logica economica, per accumulazione e minimo dispendio, del sistema in cui sono inseriti, e presi invece, anzi prigionieri, dei loro umori, fisici e psicologici. Sembrano uscire da un Cristo si è fermato a Eboli dopo essere però passati per le lavande gastriche dell’espressionismo tedesco (e il titolo ne porta memoria; penso al Sebastian im Traum di Georg Trakl) e de La parte maledetta di George Bataille, dove appunto la dissipazione (la dépense) costituisce l’essere naturale, il modo in cui stiamo al mondo, prima di ogni finzione progressiva e conservativa.

Come nel filosofo francese, anche nel poeta campano il sesso contende sovranità alla morte, per quanto la morte vinca inesorabilmente. Ciononostante, l’amore, che “mette le ortiche nelle mutande” e fa impazzire gli uomini, trionfa nell’accadere, è Kairos, non più Kronos, “momento opportuno” in cui il senso torna senza resto e l’identità non piange la separazione originaria raccontata da Platone nel Simposio.

Anche la scrittura, per Tipaldi, assume la stessa funzione: contende il tempo alla morte, tenta di sopravvivere alla cancellazione, incidendosi nella carta, inventando immagini memorabili, potenti e precise, asciutte nella struttura sintattica ma ricchissime di richiami simbolici e culturali. Cito per intero forse la più bella poesia del libro, quasi additandola a modello di un percorso che ha fatto tesoro della cultura tragica novecentesca e dell’antisublime, che non cade nell’inganno della resa al quotidiano: “Dicono sia la morte questo senso / di spossatezza / questa stazione zuppa / di mosche // si dorme quasi sempre / uno sull’altro / sui corpi fiorisce l’edera della casa / – io lo so che verrete / madre / il nulla ci mangia nella mano / come fosse un cane”. Due versi finali splendidi, forse debitori del celaniano “L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici”?



POESIE DA TRAUM (2009–2012)



novella seconda o del trauma


Da quando i maiali l’hanno caricato nel ‘92
il poveruomo è diventato demente,
passa il giorno a letto; di tanto in tanto
picchia a sangue l’albero di pere.




glory hole


siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo




219


Erano labbra reali
parole reali nello stesso posto
e tu eri bianca come pane bianco
e ti ho toccata come un cieco
t’avrebbe toccata, avevi i capelli bagnati,
i capelli bagnati
anima



Angelus


Via dai culoni delle contadine
dove finisce l'orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
-Sia lode alle molli latrine dei maiali-
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
-Dio presenta al mondo le sue lattughe-
Ai petti tumefatti degli alberelli
una giostra di fieno, e l'anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà




264



Quella non fu una giornata
pregiata.
Angelino perse i suoi
tenimenti, l’oro e divenne cieco, sordo
e impotente.

fu molto morto Angelino,
fu morto come prima che il padre e la madre
facessero cose,
prima che il nonno facesse cadere la zuppa
nell’erba e prima ancora
dei laghi di Garda e delle rane
nei laghi

dove si trova, dove si trova adesso
il cortisone è un fiore, le api hanno la testa
nel muco e le foglie pregano




novella quarta o della distrazione



e fuori una canoa sopra gli uomini
i fiori, la morte che aveva riempito l’androne di casa

bisogna arieggiare la stanza dopo la malattia
far scolare, fare brodo
di pesce


passarono i vecchi, nell’erba del poggio
una capra era esplosa




stazione pioggia


dicono sia la morte questo senso
di spossatezza
questa stazione zuppa
di mosche


si dorme quasi sempre
uno sull’altro,
sui corpi fiorisce l’edera di casa
- io lo so che verrete
madre
il nulla ci mangia nella mano
come fosse un cane



Francesco Maria Tipaldi è nato a Nocera Inferiore il 29/III/1986. Laureato in farmacia. Ha pubblicato “La culla” (Lietocolle 2006), “Humus” (Arcolaio 2008) e con Luca Minola “il sentimento dei vitelli” (EDB 2012) con il quale si è aggiudicato il premio Mauro Maconi sezione giovani nel 2013. “TRAUM” (Lietocolle 2014) è la sua ultima raccolta.



giovedì 18 giugno 2015

Ercolani sul "Rilke" di Flavio Ermini


UN LINGUAGGIO ULTERIORE

 […] l’essere si può pensare anche come abbandono. Ciò fa emergere l’esperienza dello smarrimento come valore costitutivo del canto [...]

Ermini 




In un libro di circa dieci anni fa, Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità Flavio Ermini scriveva un trattato poetico-filosofico sull’uomo e sulla parola, sulla magia dell’inizio e l’ineluttabilità della fine, dominato non tanto dal nichilismo della finis quanto dalle strategie che l’“uomo immaginoso” (Leopardi), l’uomo delle “illusioni”, contrappone all’inevitabile e comune mortalità inventando attraverso l’opera artistica i segni originali della sua lotta.

Quel discorso ora si riapre nel nuovo libriccino Rilke e la natura dell’oscurità. Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti, AlboVersorio, 2015, breve saggio in cui l’autore scandaglia alcune opere di Rilke, dalle Elegie duinesi a Worpswede, con una particolare concentrazione sulla consapevolezza, centrale nel poeta, di essere-per-la-morte: attento a fissare il punto in cui “la scrittura accetta di celarsi nell’ombra”, nel “gesto incompiuto della scrittura”, Ermini perlustra il tema dell’oscurità rilkiana, che non esige illuminazione ma sottomissione. L’illuminazione sarebbe come un tradimento della notte del linguaggio: sottomettersi a questa notte è un gesto più sovversivo. Non opporsi al destino naturale dell’uomo; trovare la vita necessaria non nella prima nascita, dalla quale siamo lontani, “modello plasmato da mani estranee”, voluta da altri per noi, ma nella seconda nascita, nel nostro vero “inizio”, quando ci inoltriamo nell’indicibile della scrittura e lì lavoriamo con pazienza la nostra morte, entrando in colloquio e non in opposizione con la fine.

“Poeta è chi oltrepassa (colui che deve oltrepassare) la vita” scrive Marina Cvetaeva a Rilke, che proprio su questo tema dell’andare oltre incentra alcune delle pagine più intense del suo Malte. Ermini sottolinea la necessità di un “terzo spazio”, fra vita e morte, dove tutto si compie, dove il visibile viene varcato, dove alla fine è il linguaggio a trovare il suo vuoto e non l’io a soddisfare i suoi desideri. E lo scrittore si trova a essere sentinella e custode di questo passaggio.

Ermini, da sempre, continua a scrivere il suo libro ininterrotto, dove  linguaggio poetico e filosofico, inestricabili l’uno dall’altro, si generano uno dall’altro, in un moto di costante avvicinamento. E qui affiora la verità inseguita dal poeta: “l’essere si può pensare anche come abbandono. Ciò fa emergere l’esperienza dello smarrimento come valore costitutivo del canto”.  Un canto che è ora e qui, frammento del nostro abitare poeticamente la terra anche in assenza di canto, come testimonia la lacerante esperienza dell’ultimo Orfeo contemporaneo, Paul Celan, maestro di oscurità e di dolore.

L’analisi di Ermini dell’oscurità rilkiana, coerente con la sua ricerca di poeta e di critico, non ci guida verso un nulla indifferenziato, da cui la vita è assente, ma verso un nulla da assecondare docilmente, cercando sempre nuovi inizi. Questa docilità, gentile ma inflessibile, non è forse la stessa che ha generato le pagine migliori di Robert Walser? O, per restare a Rilke, è la docilità dello sguardo, quella da cui si fa totalmente pervàdere: «Ma di Cézanne volevo ancora dire: mai si era visto prima quanto la pittura sia da sola in mezzo ai colori, come la si deve lasciare sola, perché quelli si spieghino a vicenda. I loro rapporto reciproco: ecco tutta la pittura». Un rapporto, ma anche una solitudine: su questo contiguità riflette Rilke. E la scrittura, in modo non dissimile, è, e resta, ossessione e pervasione. “Con l’avvento della seconda nascita la scrittura emette un grido liberando insieme la sua passione e la sua fatica”.

Il tema centrale di tutto il libro è l’accettazione della morte e della necessità fondante e mitopoietica della scrittura. Si scrive per continuare a vivere, per lasciare tracce che sconfiggano l’orrore della nuda mortalità, oppure si scrive perché la scrittura è, rilkianamente, la morte al lavoro dentro la lingua e chi scrive non è abbastanza vivo e conosce, più di questo mondo, l’“altra parte” del mondo? Ermini sceglie una via intermedia: scrivere per lasciare sì delle tracce, ma tracce lievi, che non dureranno mai troppo a lungo, perché la strada resta tracciata e non tracciata. L’arte della parola è sempre un orizzonte aperto, un linguaggio vivente, metamorfico, ulteriore, nonostante la certezza della finis terrena.

La penultima pagina dello Zibaldone leopardiano (4525) ci orienta verso le ragioni più segrete del suo pensiero: “Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”. Trasformare questa certezza, che può sprofondare lo scrittore nell’afasia creativa, in un silenzio fertile, carico di digressioni, domande, aforismi, interrogazioni, parabole, è il progetto utopico e ossessivo di Ermini. Che in quest’ultimo libriccino, dedicato allo spazio intermedio fra i vivi e i morti, raggiunge un acme di illuministica chiarezza. Lo scrittore ha proprio questo compito di traghettatore: di aiutare a colloquiare, dal mondo dei vivi, con filosofi e artisti.



Flavio Ermini, Rilke e la natura dell’oscurità. Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti, Alboversorio, Milano 2015.


Incipit del libro


Con la sua scrittura, Rainer Maria Rilke si assume il compito di posare lo sguardo sul lato umbratile dell’anima, al fine di nominarne la natura. Ciò avviene grazie a una nominazione che non pretende luce, bensì sottomissione.
Scrive Rilke nel 1907 all’amata Clara: «Dove persiste oscurità, là è un’oscurità del tipo che non esige illuminazione, ma sottomissione». Così Rilke rifletteva durante il suo pellegrinaggio quasi quotidiano – durato almeno due settimane – al Salon d’Automne, a Parigi, nelle sale che esponevano i lavori di Cezanne.

Proviamo a darci anche noi questo compito, aderendo con il nostro sguardo allo sguardo cui Rilke si affida con la sua scrittura. Noi stessi, dunque, nell’accostarci all’opera di Rilke non richiederemo illuminazione, né seguiremo vie maestre, bensì sentieri obliqui, laterali, in ombra. Probabilmente correremo in tal modo il rischio di smarrirci; di inoltrarci per strade senza uscita, per sentieri che d’un tratto potranno assumere un volto diverso o appariranno ingannevoli oppure minacceranno di scomparire. Correremo forse il rischio di cadere in un pozzo, com’era un tempo accaduto a Talete di Mileto, mentre camminava osservando il cielo stellato.
Accogliendo la “sottomissione” all’oscurità, inevitabilmente passeremo tra terre ignote o non riconoscibili. Per lunghi tratti ci avventureremo in spazi comunemente inaccessibili. Sarà faticoso; ma la vera fatica sarà in fondo accettare di perdersi senza tornare in vista di Itaca.
Va riconosciuto che il pensiero non potrebbe addestrarsi a pensare l’impensabile se, a sua volta, non si educasse alle tenebre. È quindi possibile che ci riservi delle sorprese questo modo non convenzionale di accostarci alla poesia di Rilke. In fondo un mutamento prospettico non può lasciare inalterata l’indagine.

Facendo nostra questa prospettiva, inizieremo da un dato biografico estremo, prossimo alla morte del poeta e segnalato da una data: maggio 1926. Marina Cvetaeva scrive a Rilke: «Poeta è chi oltrepassa (colui che deve oltrepassare) la vita». Ovvero, poeta è colui che nella sua opera apre uno spazio che non è più vita né è più morte, ma una «nuova terza cosa», che entrambe – la vita e la morte – comprende e in pari tempo supera. Ciò che risulta stupefacente, come evidenzia Franco Rella nella sua introduzione alle Elegie duinesi, è che quando Marina Cvetaeva scriveva queste righe ancora non aveva letto i Sonetti a Orfeo e nemmeno le stesse Elegie duinesi; libri che avrebbe ricevuto solo successivamente. Cvetaeva, dunque, leggendo le prime opere di Rilke aveva subito individuato ciò che il poeta avrebbe compiutamente scoperto solo dopo anni di ricerca, quando sarebbe giunto a nominare questa «nuova terza cosa»; quando sarebbe giunto finalmente a respirarne lo spazio, accogliendo in sé lo spazio stesso, quale dimensione interiore dell’aria in movimento; apprendendo che la realtà esteriore si aspetta sempre qualcosa da noi, tanto che – quando noi oltrepassiamo la vita – il nostro dimorare nello spazio ulteriore può trasformarsi in un esistere nella sua essenza. Qui i vivi e i morti, infatti, convivono gli uni di fronte agli altri; si guardano, si osservano, si affrontano, si scontrano.



mercoledì 10 giugno 2015

Nicola Ponzio


Lo spettacolo osceno del corpo femminile in putrefazione corre lungo tutta la modernità, da Baudelaire di “tu sarai simile a questo / immondo grumo, a questa peste orrenda” a Gottfried Benn, che ci descrive minuziosamente una ragazza riversa sul canneto, “tutta rosicchiata” dai topi, fino alla liquefazione del corpo nella Valduga di Donna di dolori e, ancora più di recente, nella donna morta in discarica, di Paolo Donini in Ablazione. La luminosa postfazione di Gianpiero Marano a Il mio nome nel tuo nome (Oèdipus, 2014) di Nicola Ponzio ci ricorda altresì Douve di Bonnefoy e il racconto Il signor Münster di Alberto Savinio, ai quali si potrebbero aggiungere alcune pagine di Houellebecq delle Particelle elementari o la scena dell’obitorio nel racconto Un corpo di Camillo Boito. Insomma: l’argomento affascina i moderni, sia per la pregnanza metamorfica del corpo e sia per l’enigmaticità scrutabile che lo caratterizza. 

Eppure, malgrado quest’affollata schiera di cantori della materia in disfacimento, che farebbe supporre una saturazione tematica ed emotiva, Il mio nome nel tuo nome è uno dei libri più originali che ho letto negli ultimi anni, capace di tenere insieme tradizione gotica (diventata, in autori più modesti, maniera e gusto del macabro) e visione lucida, scientifica del processo diveniente, di quel continuo scambio di energie atte a mantenere l’unità dell’insieme, che non ha nulla di edificante o di salvifico, essendo il naturale lavorio dell’organico, dove la forma leggibile emerge in temporanea precarietà, per essere poi riassorbita nell’amalgama del tutto. Ovviamente Il mio nome nel tuo nome è molto di più. Per esempio un catalogo delle specie animali coinvolte nel riciclo biologico dei cadaveri, e di piante che da quest’ultimi traggono nutrimento: decine di nomi mai sentiti e altisonanti, che sono una dichiarazione di poetica sul valore del canto per la sopravvivenza della specie, come se il disfacimento avesse un suono nato nelle parole che lo raccontano prima ancora di essere l’effetto, come nel Baudelaire di Una carogna, del brulicare di mosche e vermi veri nel ventre: “soprofagi, lividi, antreni / decremento del calore / e del pH: ipostasi, fenoli ammoniaca. / l’apparire annualmente di foglie”; è la  prima strofa della prima poesia, l’incipit di un’autobiologia in prima persona della donna-spartita-dal-creato, spartizione a cui partecipano, poco più sotto, anche l’aggregato stellare Tarantula Nebula e l’orneoblenda, un silicato: nulla infatti fugge all’interconnessione degli elementi, ma soprattutto, sembra dirci Ponzio, che gran piacere pronunciare questi suoni!  

Del resto il “nome” appare due volte nel titolo, a cancellare il corpo, il mondo: il libro sui nomi trova qui la sua dizione, l’humus che lo incrementa, come recita la poesia di pagina 16, il luminoso nome che dona l’essere alle cose e il non essere, che parla al posto delle cose, oramai tutte artificiali o derelitte, se non fosse appunto per la poesia, che le rimette nell’ordine del linguaggio, fianco a fianco al sole che splende, all’estate, alle qualità della luce, alle muffe, alle placente. Si capisce che Ponzio ama il barocco soltanto perché è in lutto rispetto alla semplicità del paradiso, perduto da sempre; ama il barocco come lo amava Manganelli, per perdersi scetticamente in quel grembo labirintico e specchiarsi come un Narciso cieco, ora che viviamo nella palude definitiva.

In questo gioco di sguardi, entra anche un secondo personaggio nella storia, che Marano chiama “voyeur”, ma anche “coro e anghelos tragico”, che parla a tondo, laddove il cadavere usa il corsivo, e che “riferisce le fasi della putrefazione senza adesione”; è una figura maschile, perduta quanto il suo contraltare femminile, che agisce in uno spazio appena accennato, ma che a volte diventa cornice che riordina l’accadere in un’immagine emblematica, tesa a unire l’eterno e transeunte, l’intatto del paesaggio con il corrotto dell’umano, come in questa terzina: “la dorsale del cielo ti separa / dalla luce dell’estate / attraversandoti la schiena rosicchiata”.

Oltre al barocco, e il gusto per l’anamorfosi (da intendersi come guardare il mondo da un’altra prospettiva, quella del cadavere, appunto, e dell’osservatore neutrale) mi sembra importante sottolineare la passione di Nicola Ponzio per il rizoma, che qui si mostra nel corpo senza organi della donna, del molteplice centrifugo, le cui linee di fuga, come ci spiega Deleuze in Dieci piani, sono già parte dell’intrico, nel tentativo di annullare il principio di non contraddizione ossia la supremazia dell’Uno tiranno. Che sia questa una delle lenti con cui leggere Ponzio, ce lo dice anche una sua Nota teorica, presente nel sito di “Anterem”:  “Nell’aperto l’universo metamorfico della poesia si manifesta in tutta la sua crudeltà e bellezza. L’aperto, ovvero la natura ignota e liberatrice, ci espone al rischio dell’erranza totale, al nomadismo definitivo e inafferrabile. La coincidenza degli opposti si fa esplicita, nel fuoco dei possibili alfabeti”. 

Spiace davvero che un autore così significativo passi quasi inosservato. Fanno eccezione, in rete, le letture di Giacomo Cerrai, Viviana Scarinci, Mariangela Guatteri e, in postfazione a un altro libro, Marco Giovenale. Guatteri e Giovenale si soffermano su Scanning (Corraini Edizioni, 2014), un “viaggio on the road” compiuto con Paolo Mussat Sartor; fotogrammi di quest’ultimo, testi-catalogo di Ponzio: scansioni del visibile e del dicibile, organizzazione e disorganizzazione del possibile in segmenti misurabili, catalogazione / accumulazione dell’onda cromatica, stando nei paraggi della poesia concreta, come già (e ne do appena un assaggio) ne Il mio nome nel tuo nome: “rosso squama, rosso chiaro, rosso cielo. / rosso ambra, rosso ribes, rosso cadmio. / rosso milza, rosso fuoco, rosso eosina. / rosso carne, rosso airone, rosso magma” ad libitum.




da Anamorfosi

saprofagi, lividi, antreni.
decremento del calore
e del pH: ipostasi, fenoli
ammoniaca.
l’apparire annualmente di foglie.

poi mi sono seduta. ho aspettato.
ho aspettato che il buio
venisse da me.
traiettorie di api, metano,
autolisi.
le radici vicine s’impiantano nelle ossa.

Tarantula Nebula, ortiche
orneblenda.
iniziavano i nomi, i fenomeni
e le sembianze, – l’invisibile etc.

---

combustioni solari
sulle vertebre,
mentre incedi traballante tra le talpe.
penuria alla penombra, acidità
disfacimenti minuziosi delle gonadi
nel giubilo ipogeo.

immanenze boschive.
cellule alterate dalla crescita
precoce delle ife, –
dai sali che ne limitano il peso. 

la dorsale del cielo ti separa
dalla luce dell’estate,
attraversandoti la schiena rosicchiata.


da Imago picta

varcato l’intrico
di rovi che chiude il fondale,
sono entrata nel bosco.
riconosco il sentiero
dal buio che induce all’erranza.


mi rincorro mi perdo.
ripercorro le vie del ritorno
irradiate dal corpo.
mentre l’acqua compenetra
l’erba tingendo i vestiti.

mi rincorro nel buio alla cieca
ricerca di tracce, 
che conducono a un nome.

---

mani pietose raccolgono
fiori dagli occhi dei morti.
parole dalla crescita
di un mirto.

lievi conservano l’ombra
degli ultimi gesti, – i colori,
la brama.
come l’ambra condensa il ricordo 
di un’ape assopita.

---

…rosso arboreo, rosso cuore, rosso chimico.
rosso bacca, rosso acceso, rosso agata.
rosso nube, rosso legno, rosso cimice.
rosso spento, rosso minio, rosso fragola.

rosso squama, rosso chiaro, rosso cielo.
rosso ambra, rosso ribes, rosso cadmio.
rosso milza, rosso fuoco, rosso eosina.
rosso carne, rosso airone, rosso magma.

rosso areola, rosso terra, rosso resina.
rosso smalto, rosso piaga, rosso fegato.
rosso arteria, rosso arancio, rosso ruggine.
rosso fungo, rosso ardente, rosso acaro.

rosso scuro, rosso Sole, rosso porfido.
rosso foglia, rosso labbra, rosso acero.
rosso autunno, rosso grumo, rosso fard.  
rosso bosco, rosso veste, rosso muffa. 

rosso aurora, rosso ife, rosso acido. 
rosso vulva, rosso sangue, rosso croco.
rosso intenso, rosso Marte, rosso globulo.
rosso alga, rosso brace, rosso porpora.

rosso mestruo, rosso stigma, rosso afide. 
rosso rame, rosso lipstick, rosso spora.
rosso quarzo, rosso argilla, rosso oro.
rosso volpe, rosso Luna, rosso incendio…


da Dell’acqua

dell’acqua profonda è sodale
la lingua che dubita, annaspa 

e s’incava – che duplica
e inquieta, abitando l’erranza. 

---

nel catino di zinco sbiancato
galleggia una chiazza
oleosa, un residuo di resina.

sono accanto al pontile.
sto lavando i miei piedi.
il larice specchia i suoi rami
nell’acqua increspata.

non c’è ancora nessuno.
soltanto un cielo cavo
che si stinge.
tuberi che stringono
le tube rimediandone una lingua.


da L’urna e la Luna

c’è un tappeto nell’atrio.
una piccola stuoia 
di plastica, iperico e vetro.
tra i ritagli di tetrapak.

c’è una quercia oltre il fosso.
un libro aperto sulla terra.
ricicli gli avanzi di cibo,
e convochi i morti.

c’è una finestra accanto al letto.
una lavagna che delimita
la notte.
senti il bosco, la Luna.
                                  ti alzi.
coi gessetti rimasti disegni
i rilievi dell’argine,
intorno alla casa.
---

lunula, valvola, tuorlo e bisillaba.
magma, cerniera, molecola
e vulva. trottola, enigma,

ghirlanda e cervice. sfera 
errabonda, albedo e matrice. malva
corolla, Selene ed ovario. bussola

prua, eone e diatomea. cenere
assiolo, pupilla e bivalve. femmina
spora, albume ed aureola.

lucciola perla, clitoride e cellula. mix 
di materie che culla e germoglia.
acino bocca, Navicula e arnia.

nottola, arnica, alveolo ed anello. rotta
notturna, falena e baccello. cruna,
nottambula, ovulo e specchio.

capsula, maschera, epistola e urna.
cardine, origine, botola e iride.
ciclo, dimora, gibbosa lanterna.

pagina, sposa, vocabolo e ala. globulo,
falda, vestale e semenza.
argine, opale, placenta e scintilla.


da Agnizioni 

spazi in tentativi di unità,
date le locuzioni, le mucose
sul muschio, – nella crescente acidità
dell’uvaspina che scompagina le ovaie.
ecco il corpo, il telaio: l’agnizione
dettata dall’aporia,
nel processo che segue.

generando all’interno altro seme, vigore
e dissidi. vere necrofanie,
se fiorisce nell’utero.
nell’olio che tornava a colare
impregnando i colori, – l’icona
residua in funzione di un nome, di un’alba
più fertile.
fonte viva nella quale si lava.

---

finiva così la stagione invernale.
la fedeltà delle sostanze.
premono il grembo allestendo un amplesso.
mi tramuto in ortica.
circostanza prevista da un modello teorico.
gusci, – genealogie dell’universo.
un cieco ti guida mostrando il dipinto.
sorprendente scoperta della notte.
fedele alle matrici più spietate.
nella luce che cela ogni traccia.
sequenziamento del linguaggio.
buio simultaneo alla mia veglia.
trasparenza, parole, orditura.
tempo che diventa infiorescenza.



Nicola Ponzio (Napoli,1961), vive e lavora a Torino. Poeta e artista visivo, dal 1987 ha esposto i propri lavori in diverse mostre personali e collettive sia in Italia sia all'estero. Sue poesie sono apparse su Nuovi Argomenti, L’Ulisse, Nazione Indiana, Blanc de ta nuque, gammm, eexxiitt e Lettere Grosse.

Ha pubblicato Scanning, con le fotografie di Paolo Mussat Sartor, postfazione di Marco Giovenale (Corraini Edizioni, 2014), l’e-book Breve storia del blu, 2014: http://gammm.org/wp-content/uploads/2014/09/Ponzio_Blu.pdf, Il mio nome nel tuo nome, postfazione di Giampiero Marano (Oèdipus, 2014), 10 Wunderkammern (La camera verde, 2012), L’equilibrio nell’ombra (LietoColle, 2007), Esercizi del rischio (e-book, Biagio Cepollaro e-dizioni, 2007), Gli ospiti e i luoghi (Nuova Editrice Magenta, 2005). È presente in antologie e testi critici.