martedì 26 agosto 2014

Paolo Pistoletti


Legni (Ladolfi Editore, 2014) è opera prima di Paolo Pistoletti, cinquantenne umbro, maturo in fatto di buone letture e consapevolezza di sé. Il libro presenta un’approfondita nota critica di Marco Beck, tesa a dimostrare la sua pregnanza religiosa, disseminato com’è di “segnali discreti, più o meno allusivi a un atteggiamento di fede”. Verità sacrosanta, ma alla quale può essere accostato, senza incoerenza, un’immersione nel finito, tesa a interrogarne il senso, che sembra sempre sul punto di svanire, se non fosse per i legami parentali, che lo stesso Beck mette in luce. “Stiamo per affacciarci a volte / ma qualcosa di noi si perde a terra” recita il secondo verso della poesia incipitaria, a segnare un movimento verso l’esterno (natura, cultura, Dio) che non può compiersi pienamente. Il corpo è ingombrante infatti, la materia tutta – di cui il legno (che misteriosamente “si muove / senza vera vita”) è l’emblema – diventa casa, spazio non ineludibile, che ci tiene ancorati in un orizzonte che vorremmo decodificare, una foresta di simboli che Pistoletti non si accontenta baudelairianamente di attraversare, ma di cui vorrebbe cogliere la radice trascendente, tra un cigolio di una porta e una speranza, nata “appena sopra il lampadario”. Vorrebbe farlo non da solo, ma con quel nucleo etico, kierkegaardiano, che è la famiglia, vissuta all’insegna della scelta e della responsabilità. E tuttavia le crepe sono in agguato, soprattutto nel racconto coniugale (Viaggio di nozze: “Allora adesso ti posso lasciare / indietro a setacciare il ventre della baia / fino a quella luce capovolta / sotto la barca / dove oramai già tu sembri scomparsa”; “perché il buio avanza” recita Acqua, “e la legna che siamo si è spenta”, chiosa Foto in bianco e nero II). Crepe che trovano parziale rimedio nelle figure della figlia, della madre e del padre, soprattutto di quest’ultimo, nel quale l’io lirico si riconosce, sino a immedesimarsi nel medesimo destino (Bosco), e verso il quale ha una riconoscenza infinita per averlo coccolato e trattato come un principe (Vecchio); crepe che tuttavia non aprono alla deriva, ma diventano chiodi da comprendere nella loro necessità esistenziale perché in terra si cade, si saltella, al massimo, ma non si vola. E anche quando si agisce, sembra sempre, a ben vedere, un fare e un dire “di paglia”, per quanto in cuor suo Pistoletti sia convinto che ci sia una ragione più alta per la quale noi esistiamo. E qui ha ragione Beck a ricondurre questa poesia nell’ambito cristiano. Di un cristianesimo alla Pomilio, come il prefatore ci ricorda, laddove in Scritti cristiani lo scrittore abruzzese ci parla di religiosità “che si esplica non nei proclami, ma nella giustezza delle opere, non nel parlare in nome di Dio, ma nel fare quanto si fa come se si fosse al cospetto di Dio”.



Imbronciata


Dal parcheggio alla casa dei nonni
saranno duecento passi. Mi tieni
imbronciata la mano. Sento                    
che all’abbraccio del sangue sfugge
la luce quando non è nei tuoi occhi.
Lo so che resti accesa
dietro quello sguardo da lupo
e là mi conduci ancora.                                                                   
Dicono che la retina fissi così per sempre
quelli che arrivano da scie invisibili.
Padre e figlia
                      insieme
dovrebbero gridare
strappare a quattro mani le bambole
quando le cose vanno via
non avere pace
non dare senso troppo in fretta
al vuoto perché noi                                    
si sta qui
come chi vede la brace nell’aria.
                                                  



Legno di casa


Conoscere il legno di casa
gli spacchi le età i cerchi
la traccia della resina.
Chiedersi come mai si muove
senza avere vita,
se la linfa veramente manca
dentro tutta questa povertà
che ti guarda
che ti fa ombra
quando il fuoco avvampa
sulle mura o sul tetto
al fumo della cappa
alla fuliggine delle stelle.




Bosco


Come un bosco è cresciuto mio padre
giorno dopo giorno.
Le radici ora circolano
dove non sono mai stato
nella bocca nera della terra.
Il cuore del legno viene da lontano:
lui qui c’è arrivato prima della guerra.
Ma poi gli anni dai cerchi
dai rami sono passati tutti
per la linea delle mani                                            
e foglia dopo foglia                                                       
la linfa nelle vene
ha ripreso la via
della luce che non si vede.                                                          
La sera del derby di Milano
un’onda accesa da dentro
l’ha portato via dalla poltrona
come un fiume contromano.
Solo dopo il medico ci ha detto
che c’era nato                                            
con quella voragine nel petto:
e da allora qui intorno
aspetto sempre di sentire il tonfo
la fine di questa fame senza fondo.




Legni                                                                    

                                                
Non mi ricordo più quante volte si muore,
quante stagioni di legni
ci pesano sulle mani
prima di rovesciarci il cuore.                                   
All’ospedale di Careggi c’è il bianco                                 
delle mura che in mezzo ci passa
chi non ce la fa più a stare qua.
Quelli che invece tornano
nelle vene hanno sentito
tutto il risucchio che viene dagli aghi
dal tubo della flebo
fino alla luce del neon
dove a un certo punto
uno non è più niente
tutto lì nel mentre,
tanto che a sorpresa
non avendo più materia
si smette di tremare
senza cassa senza risonanza               
la mancanza ricompone tutto
porta a zero la distanza.

Da bambini si arriva ogni volta
al momento giusto
come una bolla al centro del lago,
la memoria poi torna dopo                                
quando un giorno d’estate
il sole spacca le pietre     
e allora si esce.
In corsia si dice che un giro                 
moltiplicato per sempre sia l’eternità. 


Firenze, ospedale di Careggi, reparto di rianimazione, aprile 2001.




Pensare


Alla fine quando sono qui rivedo
la giornata trascorsa
le persone le sedie gli alberi.
Ecco è tutto qui il mio pensare,
come in auto quando dallo specchietto
alle spalle vedi che passa dietro
la strada, e allora lo senti
che a reggerti sulla schiena
è tutto quello scorrere
quel grande fiume di asfalto
e mondo che ti porta
dritto a casa
fin dentro al garage.
Lì dove c’è sempre
una serratura da girare
lì dove in punta di piedi
sottili si passa per quell’unico
punto che conta.
                  



Amico


Caro amico mio quando uno come te
si ammala in giorni come questi
di una tacca tutto si abbassa
pure i nostri corpi. E solo adesso                                             
vedo tutto il bianco della mia barba
l’alba che mi cresce fitta pallida sulla faccia.
E allora rimane poco qui quasi niente
del respiro che va sotto va più giù,
mentre fuori si riaprono nicchie lucernari
si riapre la stanza che ora riconsegna reperti
ripone unghie nei cassetti
lettere e capelli nelle scatole
come pelle lasciata indietro nei giorni i guanti spaiati.
E le stagioni tra le persiane passano
tornano ai loro maglioni alle loro scarpe
e nella foto appesa al muro poi
tutto quel ricomporsi di cose.




Bentornata


Come un fiume mia madre scorre piano
una dopo l’altra le foto sopra al tavolo
risale i ricordi fino al fondo dell’argilla.
E sembra più bella adesso che la guardo
un’impronta sulla sedia che non sa niente,
poi la voce che si incrina con tutti quei nomi
come acque che si rompono dopo il bene.
Che a dire il vero si sperava che dopo il flash
cascasse il velo dal letto di magra
che in un lampo fosse nudo il dolore.
Invece non si vede uno scatto che possa                                  
fissare qui il lenzuolo di chi ci lascia
solo sulla carta che vedessi mamma           
quello che succede mentre parli. Che guardalo laggiù 
il vecchio lido dove una volta dice che si ballava
con tutti quanti quelli che va a sapere
adesso quale buon vento se li porta.
E poi noi che chissà come faremo
che non bastano più gli argini a tenerci qua
l’erba che sale dalle sponde
per i crinali fino al monte
dove il babbo ruzzolava come un matto
a rompere i pantaloni a chilometri
e poi una valanga di risate da crepare la pelle
ci faceva uscire fuori per sempre
bentornati a noi. E bentornata pure a te.




Dentro


Sembrava tutto a posto, poi quello che ci teneva qua
s’è rotto come un coccio. La terra s’è mescolata con la terra.
Capita che si cresca nell’impasto più sottile del dolore.
In un campo non lontano da qui i rom hanno perduto
la loro battaglia accerchiati dal fuoco
un rogo di fiori in mezzo alla notte.
Tanto che alla fine sarebbe stato tutto
tiepido di cenere. Ma si dice che c’è
buio e buio e c’è il fosco più nascosto.
Eppure fino a un certo punto era stato tutto così chiaro
il freddo e il gelo che la sera s’era fatta piccola
nel carro come un fagotto. Che solo dopo
tanta tosse il fumo aveva coperto la paura
la culla di un bambino ladro dentro
una fiamma che ruba. E su tutto puzzo
da scansare oltre l’ombelico come uno zingaro
infilato in un vicolo, colpa come roba normale
un cartoccio di giornale una pagina con un pezzo
sul guadagno del male fatto così bene                                           
con una foto dei fratelli di Abele.                                                  
Mentre dopo l’ultima colonna a destra
intanto uno scafo portava un carico
con le spalle girate la sorte verso il futuro.




Paolo Pistoletti è nato nel 1964 a Città di Castello e vive e lavora ad Umbertide in provincia di Perugia. Dopo gli studi in giurisprudenza e in teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali. Dal 2010 cura e conduce un programma di letture e poesia a RadioRCC, proponendo anche testi propri. 

giovedì 14 agosto 2014

lunedì 21 luglio 2014

Buone ferie con sassolino


Anche quest’anno Blanc de ta nuque va in vacanza. Riprenderà a fine agosto continuando a recensire fino a esaurimento scorte. Decine di libri interessanti aspettano, tanto che arriveremo al nono compleanno (maggio 2015) con una certa facilità. 

Dopo sarebbe il caso che mi fermassi, soprattutto perché mi sembra che la funzione divulgativa dei lit-blog possa procedere anche senza Blanc. Semmai ci fosse ancora bisogno di divulgare, di mappare (a questo potrebbero pensarci gli editori, come già stanno facendo – mi riferisco, per esempio, a Poesia in Piemonte e in Valle D’Aosta, puntoacapo editore), di far conoscere libri che, detto tra noi, talvolta sono carini, ma non abbastanza per giustificare 6 – 7 ore di lavoro per un’adeguata lettura e recensione.

Direi che nove anni di vetrina siano abbastanza, per me e per i poeti che ho ospitato. Circa 250 e non tutti caratterialmente facili: chi ha ringraziato e chi no, chi si è illuminato e chi si è offeso pensando che una recensione dovesse per forza diventare un panegirico. È stato bello, però le rinunce a scrivere d’altro, a leggere altro, pesano.

Sisifogugl si ritirerà in modo asintotico, non si preoccupi chi già sente la lacrimuccia sulla soglia dell’occhio. Che poi in rete si piange per ogni cosa, nei primi cinque minuti, almeno; poi ci si consola con cento altre cosette intelligenti che la ingolfano.

A quelli che hanno ignorato volutamente Blanc non dico nulla perché tanto continueranno a sostenere che la critica letteraria è morta o a mandarmi gli inviti a partecipare ai loro convegni, ad ascoltare le loro interviste, a comprare i loro libri, a difendere il loro clan, sempre evitando accuratamente di nominare questo sito, non addomesticabile e soprattutto inadeguato a promuoverli negli ambienti giusti (editori che contano, baroni universitari, premi).

Ai poeti che intendono mandarmi il loro libro per una recensione dico: non prima di maggio 2015, e pochi, per cortesia, che fuori di qui ci sono tanti altri bravi lettori, che non vedono l’ora di poterlo dimostrare.

Buone ferie a tutti!

martedì 15 luglio 2014

Libri di Versi 6, con il nome dei poeti che leggeranno


Venerdì 18 luglio
ore 18.30
Portogruaro
Museo Nazionale Concordiese

Inaugurazione mostra Libri di versi 6
A cura di 
Silvia Lepore e Sandro Pellarin
Libri di versi è un’esposizione di libri oggetto, o libri d’artista, nati ciascuno dalla collaborazione di più di 40 tra artisti visivi e poeti.
Presentazione di Katia Toso. La mostra rimarrà aperta dal 18 luglio al 31 agosto, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Per concordare le visite guidate all’esposizione telefonare ai numeri 340 6144702–349 3808384.

Venerdì 18 luglio
ore 21.00
Portogruaro
Piazzetta Pescheria

Reading sull’acqua
con i poeti di Libri di versi 6
Suggestivo reading sulle acque del Lemene, che coinvolgerà i poeti che con i loro versi hanno ispirato le opere esposte in Libri di versi 6.
Paesaggio sonoro a cura di Paolo Pascolo.
I poeti:

Maurizio Benedetti
Roberto Ferrari
Guido Cupani
Piero Simon Ostan
Luigina Lorenzini
Marina Giovannelli
Dome Bulfaro
Ivan Crico
Luisa Gastaldo
Fabio Franzin
Michele Obit
Daniele Maraviglia
Francesco Targhetta
Francesco Tomada
Stefano Guglielmin
Donato di Poce
Marko Kravos
Andrea Zuccolo

giovedì 10 luglio 2014

Marco Bellini


Vincitore dell’European poetry Tournament 2013, Marco Bellini è un poeta lombardo che cerca una parola nitida, un verso che, nominando il visibile, intessa i fili segreti, i non detti, e quel tempo reticolare che ci tiene in piedi, a consistere in quanto “corpo e gesti sopra le suole”, senza pretese, se non quella di mantenere dignità e passione verso la natura e gli esseri viventi. Sotto l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013) esprime questa poetica, raccontando un viaggio lungo l’Adda, dalla sorgente predatrice (nasce infatti “dalla morte dei ghiacci”) a quando il fiume confluisce nel Po. Un viaggio, questo del libro, anche temporale, un lambire memoria e lutto, innocenza e superstizione, toccando toponimi raffigurati in una cartina liminare, a garantire concretezza allo spazio, verità dei luoghi, per quanto, nel profondo, tutto sia bagnato dalla precarietà della morte: dal ponte dei suicidi (il San Michele) al cadavere del lago, dal gioco infantile del calcio all’ombra di via Cesare Battisti, alla casa operaia di Crespi D’Adda, un tempo parte di un quartiere simbolo dell’industrializzazione e ora vuota, per la dipartita di un uomo senza nome, naufrago della storia.

Tutto il libro, invero, è un lungo peregrinare ai margini della modernità, nella fatica della navigazione a vista, laddove manca certezza lavorativa o futuro comunitario. La seconda sezione in particolare, “Sotto l’ultima pietra”, può essere letta come una serie di canti dell’estinzione, della sopravvivenza residuale: c’è un campo profughi, ci sono le “rose” di Sarajevo, che “hanno il colore di un’emorragia” perché tracce ineluttabili dei bombardamenti, e ci sono le ombre dei morti, come la macchia d’uomo a Hiroshima e la gattara, straniera tra gli umani e madre dolcissima delle creature selvatiche. Le due sezioni sono complementari, a raccontarci un presente in perdita, inautentico, da cui fuggire, per quanto possibile, tornando alla natura. Ecco allora che “il sentiero di montagna sembra il rimedio”, un’oasi temporanea, così come osservare la gente vivere, coglierne i dettagli come un entomologo pietoso, che sa leggere le vibrazioni più intime nei gesti quotidiani e ce le restituisce asciutte, nella loro rarefatta imprendibilità: “Il bambino sul cavallo a ogni giro / saluta l’incontro con i genitori / che a ogni giro rispondono, sorpresi: / conferma dello stesso poco, / di un’appartenenza […]”.

La terza sezione, “DNA”, allarga il tema ad altre figure umili (il muratore, il fruttivendolo) e a figure parentali, nelle quali l’io lirico si specchia: “A me – scrive in chiusa a una poesia sull’orto del padre – manca solo la cicatrice che lui portava”. E, a proposito del figlio “che sta ancora dentro l’imbrago”, osservandone “le scarpe da jogging sul balcone”, vede se stesso adolescente, la stessa grinta e forse gli stessi sogni.

La quarta sezione, “Geometrie liquide”, rimette al centro sia la natura (con la sua memoria conservativa, anziché distruttrice come capita nell’età della civilizzazione), e sia l’abitare intaccato dal tempo dell’abbandono: le case “di un giallo malato” sono ora prede di insetti e piante, che si riprendono lo spazio antropico. E un tremore caro a Leopardi, per come nulla resti, passa improvviso, “un fiato scuro / che non penseresti mai sul tuo davanzale”, un tremore che aleggia in molte pagine, con un pessimismo che si dava più attenuato in Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010) dove non mancano “un portico acceso di pannocchie”, una polenta e un “contadino che legge le piume / del tordo, segno buono per attaccare l’aratro / e ricominciare il vapore”, per quanto sia già chiaro al poeta che noi comunque sfioriamo entro una cornice gelida e minacciosa, un misto di destino labirintico e civilizzazione disumana. Alla quale contrapporre relazioni umane cercate nella loro forza creaturale, in sintonia con la “calda vita” di sabiana memoria, e parole nate dall’esperienza ordinaria e rimesse in ordine con la poesia, per districarsi un poco dal rumore della chiacchiera e dal caos che la vita è per natura.


                Sezione: Seguendo l’acqua
                       (L’Adda)


Le nuove abitudini

Essere una moglie per trent’anni
era stata una buona scuola: aspettarlo sempre.
Le mattine che si aprivano sulle domeniche, portavano
il suo ritorno con il bosco sotto i piedi;
allora toccava a lei, i funghi da seccare o le castagne da incidere.

Ricordava esattamente dove si trovava
quando aveva ricevuto le telefonate; la prima,
il chiasso dell’incrocio, un piede rimasto giù dal marciapiede:
non era tornato al punto concordato. L’altra
al supermercato, la musica diffusa nelle corsie:
piegato, stava tra i cespugli, fermato
nei suoi boschi; così il ritrovamento.

I pochi giorni in cui
si era definita la situazione, come un cardine,
sarebbero stati un appoggio
per il tempo messo dopo, senza più pensare
ai cespugli, quel sentiero pericoloso, lui piegato, lui
che non la faceva più aspettare.
Gettare via i vestiti usati, il bastone curvo
(ci spostava le foglie), la rabbia
come un odore pesante nella casa,
i disguidi accettati come normalità.

Le nuove abitudini premute sopra.



Scomposto il braccio

Il lago portò un corpo, una restituzione
incerta, una confessione tra le barche
a riposo. Scomposto, il braccio piegato
a indicare le case di Pescarenico, il lavatoio
le mani di donne chinate e il sapone
a levare i sogni, le bottiglie d’acqua
appena discoste dalle porte, così
per la distanza dei gatti. La somma del tempo
in quella carne faceva ventidue anni
il nome non si leggeva.

Domani ne avrebbero parlato
se non c’era altro.

                Nota:
Pescarenico è un piccolo borgo, affacciato sul fiume vicino a Lecco, che  conserva le atmosfere e i  profili di un tempo lontano.


“Arimo”
                                               a Vittorio


“Arimo”: quando l’infanzia viene a trovarti,
dentro una parola rimasta senza voce.
E la riconosci, ti apre, torna feconda.
“Arimo”: era per tirare il fiato
mettere una pausa nella corsa dei giochi.
Davanti a questa parola anche le lucciole
posavano la lanterna. Poi si ricominciava.

E penso a Vittorio, a quando il fianco
di un prato ci nascondeva
e “arimo” era una possibilità di festa
e morirai una parola nella sua tasca.
Lui che da grande, finiti troppo presto
gli amori, alla vita disse “arimo” e alla tasca
l’ascolto. L’ultimo gioco fu in un bosco
a tagliare legna e il suo futuro.
E adesso come una figurina
si stacca dalla memoria, da quel bosco
battuto da un vento arido, adesso
che a dire “arimo” ci siamo noi.

                 Nota:
espressione convenzionalmente in uso tra i bambini durante i loro giochi; l’intento è quello di richiedere una pausa. La versione estesa è “arimortis”.


Sezione:Sotto l’ultima pietra

Le dita sulla rete
(Un campo profughi nel terzo millennio)

Alle spalle, fermate con i sassi lungo linee regolari, le tende;
sotto: la terra sbagliata, quella che nessuno chiama casa.
Stanno in piedi, lo sporco dietro le orecchie, le mosche
sulle pieghe sudate; tengono le dita sulla rete, guardano
lo spazio, una linea diversa che sia una proposta.

Chissà se provano a fare il conto: la distanza dalle colline
che ogni notte si spengono e mettono a letto le cose, una sedia,
una coperta piegata di fretta. Oggetti lasciati nell’urgenza del distacco,
o forse per appartenere ancora. Là tra i ciuffi e le rocce, si tiene
la possibilità di tutte le direzioni, un’altra luce, un ritorno.
Lo sanno, domani niente sarà più vicino e la coperta ancora perduta.

A qualcuno toccherà fermare lo sguardo, tenerlo sopra,
 misurare il perimetro, la rete che tiene fuori la paura
e dentro li fa stranieri. Si dovrà mettere qualcosa al servizio:
un passo, o l’avanzo sporcato del tempo gettato. Lo sappiamo,
qualcuno dovrà guardare sotto l’ultima pietra.




Dietro la fisarmonica

Tutti abbiamo un urlo pronto in tasca
tra le monetine rimaste di un caffè
e un biglietto con un numero:
“chiamami” disse al bar.
Dietro la barba, all’angolo tra le due strade
 parlarono delle urla che sostano
che ti prendono alle spalle.
Disse che le conosceva, lui aveva
l’Albania che non gli taceva dentro,
disse che raccontavano la fine delle cose
e che per fare bene il loro mestiere
chiedevano silenzio e le pance aperte.

Lui afferrava una fisarmonica.



                Sezione: DNA

*


Non basta accettarli all’offerta un po’ esitante
devo chiederli più spesso i pomodori
che combatti alla terra e prepari
sulla notizia del giorno incartati appena vedi
l’auto al cancello e arrivi che quasi disturbi
e dovrei dirtelo che non è vero. L’orto
come uno specchio dove ti confermi
è il tuo dire che ci sei che la pensione
e quella mattina reumatica
tutta un problema dentro il nome
non l’hanno vinta e tuo figlio grande
deve chiederli più spesso i cetrioli
che stasera alla sua tavola
crescerà ancora un dito.  




*

La pianta grassa alta ventidue centimetri
un paio di volte l’anno spingeva fuori
di mezzo le spine, un fiore viola. Nella venatura:
la linea del costato, il filo delle vertebre.
Sotto la ghiaia a sassi bianchi, il morto
un paio di volte l’anno, si specchiava.


       
*


Quell’appartenenza sospesa
tra l’uomo che mi ha dato
e lui che si è preso
ancora dentro le mie mani, ad incarnarsi
un pezzo alla volta, una spina dorsale
che si fa. Non posso fingere
il riflesso che sono stato
e tu cominci ora
anche se non riconosci
quel tuo sistemare l’orologio
quello stare sospeso sui talloni che è mio
cominci e ritorni
una luce che è già stata.


Marco Bellini risiede in Brianza dove nasce nel 1964. Oltre alla lirica “Le parole” (Edizioni Pulcinoelefante 2008), sue raccolte di poesia edite sono: “Semi di terra” (LietoColle 2007), la plaquette “E in mezzo un buio veloce” (Edizioni Seregn de la memoria 2010), “Attraverso la tela” (La vita felice 2010) e “Sotto l’ultima pietra” (la vita felice 2013). Ha ottenuto riconoscimenti  in numerosi concorsi. Sue poesie sono state inserite in diverse antologie, sono apparse sui blog “La poesia e lo spirito”, “Blanc de ta nuque”, “La presenza di Èrato” e sulle riviste “Ali”, “Le voci della luna”,  “La mosca di Milano”e “Incroci”. E’ risultato vincitore della selezione nazionale “European Poetry Tournament” 2013.