martedì 16 dicembre 2014

Stefania Bortoli su "Gli Eletti" di Erika Reginato


La visione, l’ascolto delle voci degli eletti, il viaggio interiore, sono le misteriose presenze del nuovo libro di Erika Reginato  (poeta italo - venezuelana), intitolato appunto Gli Eletti - Los Elegidos (Raffaelli 2013, pref. di Milo De Angelis).
Invisibile e visibile, vita e morte nella loro complementarietà, ricevono e danno vita alla dimensione visionaria dell’esistenza attraverso la poesia. La poesia che getta un ponte tra l’origine, noi, l’Altro.
In questo cammino silenzioso e solitario si delinea una mancanza dolorosa. Quella mancanza che prende corpo nelle voci interiori che abitano i luoghi dell’anima. Quest’anima abitata da due paesi lontani, il Venezuela e l’Italia, che tracciano il percorso dell’esistenza. Danno respiro alla delicata e profonda poesia di Erika che parla del suo viaggio di ritorno lungo i sentieri della vita e delle persone incontrate, lasciate e amate.
Talvolta siamo in una prospettiva temporale e spaziale che rimane sospesa. Forse l’attesa dell’angelo: “un sottile silenzio” custodirà il mistero e l’età delle ferite. La figura dell’angelo appare spesso nel libro ed è presente anche nella raffinata incisione della pittrice Graziella Da Gioz, scelta per la copertina.
Spazio e tempo si intrecciano tra l’origine e gli arcani legami “con gli spiriti antichi, con gli antenati, con i portatori di una suprema saggezza: gli eletti, coloro che sono stati scelti per indicarci la via dell’amato, coloro a cui ci volgiamo per placare la nostra sete”, come scrive Milo De Angelis nella prefazione.

Nella poesia d’esordio leggiamo:
“Gli Eletti/sanno a che ora danzano le spighe,/il viso del vento,/quelle delle fiere.
[...] Gli Eletti viaggiano senza corpo.”

La ricerca poetica custodisce questo misterioso cammino degli eletti, che si svela nell’istante dell’apparizione. Parole, figlie e sorelle dell’acqua, che annegano e rinascono a contatto con la natura e il respiro del mare.
Leggere “Gli Eletti” è come immergersi in un mondo d’acqua, materno, femminile, sacro. Troviamo frequenti parole liquide: mare, marea, oceano, mare dei Caraibi, grotta d’acqua, delta del fiume, e altre ancora.
L’acqua, la luce, il vento sono alcuni elementi vitali e vibranti delle sue liriche. La percezione visiva e uditiva si offre al respiro dei versi lievi e assorti che fluiscono come l’acqua lasciando passare “la forza del vento” e il respiro dell’aria.
Poesia dell’ascolto di un silenzio che scorre tra le immagini e gli occhi del poeta che vede l’invisibile nel visibile; sono i luoghi dell’anima che tracciano corrispondenze emotive “e l’orizzonte sommerso/degli abitanti dell’acqua.”
Se la memoria dell’acqua e dell’origine non ancora alla terra, il luogo dell’anima è impermanente e nomade, altrove e ovunque.
Lo evidenzia bene Santos Lopez, che viene ricordato in “Manto d’acqua”, l’ultima sezione del libro:
“L’istante della vita è quello, acqua luminosa.”

E nella poesia “Rivelazione” leggiamo questi splendidi versi di Erika:

“La mia casa è di neve,
si trova sulla cima dell’albero,
nel percorso di un fiume.”

Come la fragilità della condizione umana ha molti volti e stati d’animo, la poesia che parla della fragilità appartiene alla vita e alle emozioni fragili che la attraversano: attesa e inquietudine, gioia e dolore del corpo nell’anima.
Il suo sguardo visionario sfiora l’indicibile e l’invisibile che risuonano tra i confini dell’esistenza. La natura interagisce con l’umano che sente “il sottile silenzio” e la solitudine feconda del vero ascolto. Come nell’esperienza mistica che accoglie una differente prospettiva temporale e spaziale dove rivivono le ombre e il dialogo con Dio.
In questo prezioso libro non mancano ispirati cromatismi che diventano specchio dello sguardo interiore e delle apparizioni. Vengono invocate nell’attimo dove tutto va oltre , al di là. L’eco di significati ulteriori scorre nella luminosità dell’oro, non soggetto all’ossidazione, materiale nobile, che contrasta con l’opacità del bronzo.
La visione, il cromatismo, quel torrente di voci che evoca anche Dino Campana, poeta straordinario ricordato da Erika Reginato, in epigrafe alla prima sezione del libro intitolata “Porte di bronzo”.

Nel viola della notte odo canzoni bronzee.
La cella è bianca,
piena di un torrente di voci che muoiono
nelle angeliche cune.”

L’origine, la visione, il viaggio interiore ci prendono per mano ...
“Per essere più che un ricordo/un uccello di mare nella memoria”.


Erika Reginato è nata a Caracas, Venezuela, nel 1977. Figlia di padre italiano.E' Poeta, saggista, traduttrice. Si è laureata in Lettere presso l’Università Centrale del Venezuela. Ha pubblicato: Campocroce (Archivio della Poesia del ’900, Mantova 2008); Día de San José (Caracas  1999), Campo Croce, Antologia poetica 1999-2008 (Venezuela 2008). Il saggio Cuatro estaciones para Ungaretti (Caracas 2004). Ha tradotto: Antologia poetica di Milo De Angelis, (Monte Ávila 2007), Caminos del agua. Antología de poetas italianos del segundo Novecientos, (Monte Ávila 2008), El bar del tiempo y otros poemas de Davide Rondoni (Monte Ávila 2008), El trazo infinito del universo. Antología de poetas italianos contemporáneos (Ventotto poeti italiani contemporanei, Monte Ávila 2013). Sue poesie sono state tradotte in catalano, libanese, inglese e italiano.

mercoledì 10 dicembre 2014

Sulla poesia (mia, non mia)


La primavera scorsa Maria Grazia Insinga mi ha invitato a preparare una breve video-conferenza sulla mia poetica (che potete ascoltare qui sopra), da presentare al Laboratorio “La Balena di ghiaccio”, rivolto agli studenti del liceo “Lucio Piccolo” di Capo d’Orlando, in Sicilia. Dev’essere stato un laboratorio davvero interessante, visti i poeti poi approfonditi (da Artaud  ad Anedda, da Beckett a Pasolini, da Cappello a Pizarnik). L’elenco completo lo trovate nell’esile pubblicazione uscita di recente, a cura della Biblioteca comunale di Capo d'Orlando. Libriccino che contiene una nota di Emilio Isgrò e le poesie dei ragazzi vincitori del concorso, con il quale si è  concluso il Laboratorio, dedicato al poeta Basilio Reale.


Il progetto è stato ideato dalla Insinga, giovane docente di pianoforte presso L’istituto “Vittoria Colonna” di Vittoria (Ragusa)

lunedì 8 dicembre 2014

Enzo Lavagnini su "The Italian" (un film americano del 1915)


Dal numero di dicembre 2014 di "Diari di Cineclub" della Federazione Italiana dei Cineclub, riporto questo interessante articolo di Enzo Lavagnini su The Italian. Buona lettura.

Si avvicina il centenario de “The Italian”, regia di Reginald Barker, scritto e prodotto da Thomas H. Ince (uscito sugli schermi americani nel gennaio del 1915).
Ispirazione riconosciuta, sia per Mario Puzo che Francis Ford Coppola per le ambientazioni de “Il Padrino”, “The Italian” è un film muto conservato dal 1991 presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per il suo particolare valore artistico e sociale. Si tratta di un'opera davvero ragguardevole, ed andrebbe riproposta e studiata, sia per le rare ed innovative capacità di racconto cinematografiche sia perché consente al contempo di comprendere meglio l'immagine che degli emigranti italiani aveva l'America di allora; immagine che da questo film spartiacque in poi si è radicalmente modificata, cominciando quanto meno a contingentare rappresentazioni fatte solo di macchietta e maniera.

La storia è davvero essenziale, emblematica di tante altre, e l'italiano del titolo è ovviamente un emigrante; cos'altro potrebbe essere, in quei primi anni del secolo scorso nel corso dei quali milioni di connazionali varcavano l'oceano in cerca di fortuna?
Ecco la sinossi: il gondoliere Beppo ama Annette. L' America è quello che gli serve per guadagnarsi il rispetto sociale che consentirà al padre della ragazza di dire si al matrimonio. A New York Beppo trova da fare il lustrascarpe grazie al boss irlandese della zona in cui abita, Corrigan: non fa fortuna, ma può comunque far venire Annette a stare con lui. La ragazza lo raggiunge, innamoratissima, si sposano, hanno un figlio. La loro condizione economica però era e resta precaria. Al punto tale che il latte pastorizzato prescritto dal medico e necessario per il bambino diviene una spesa davvero ingente per le loro finanze. Per giunta Beppo viene derubato. Cerca l'aiuto di Corrigan che cinicamente si nega. Beppo non ha soldi per il latte, finisce addirittura in carcere per qualche giorno per rissa, nel mentre il figlioletto muore. Disperato, Beppo torna al suo lavoro di lustrascarpe, oramai senza più ragioni per vivere. Gli si presenta però subito l'occasione per la sua “vendetta”: da un giornale scopre che il figlio di Corrigan è molto malato e che un qualunque rumore potrebbe ucciderlo. Mentre sta per compiere il delitto, si accorge che il bambino fa con la mano un gesto che faceva sempre anche suo figlio. Desiste, scappa. Va al cimitero a piangere sulla tomba del suo bambino.

La prima impressione sul film, relativa alla parte “italiana” è quella di trovarsi difronte ad un vero, ancorché “affettuoso”, scempio a base di eccessive dosi di folklore per giunta davvero volutamente confuso e disinformato: come è stato notato, l'idilliaca ambientazione è quella di una Venezia fuori dal tempo, finta (girata infatti a Venice, California), mal riprodotta, situata in mezzo ad improbabili colline e vigneti, attraversata da asini ed ovini, abitata poi da contadini vestiti alla maniera sarda, e con Beppo che fa il gondoliere ovviamente sempre allegro e per giunta suonatore di chitarra (vestito però come un siciliano).
Si è insomma al cospetto di quella tale, almeno apparentemente, insormontabile quantità di affastellati luoghi comuni, che però costituisce inevitabilmente gran parte della descrizione indifferenziata che il cinema “americano” fa all'epoca della comunità italiana agli “americani”.

Come da una tale congerie di ben esibite “italianerie” venga fuori, nel corso della narrazione, un film significativo ed importante, e certo affatto banale, è cosa che lascia davvero il campo alla sorpresa. O che, meglio ancora, fa riflettere sulla costruzione ingegnosa che lo sostiene.

Scritto, prodotto ed accuratamente supervisionato da quel gigante del cinema hollywoodiano che è stato Thomas H. Ince, il quale appare molto più autore dello stesso regista, a cominciare dai titoli del film (dove il nome del regista non c'è proprio), secondo un ben architettato schema “The Italian” si riscatta infatti decisamente dal cliché nella seconda parte, la parte ambientata in America – a New York, nel Lower East Side- , da quando cioè l'ex gondoliere Beppo mette piede sul suolo americano.
Qui accade come se il racconto precipitasse d'un tratto da una favola a tinte pastello fin dentro la più cruda realtà. Cambiamento repentino di registro che conferisce ancora maggior forza al verismo del racconto nelle strade di New York.

La variazione nel racconto avviene sia con una recitazione naturalista, soprattutto quella del protagonista, George Beban/Beppo, che con la descrizione fotografica inclemente, diretta, non mediata della grande città, frettolosa e senza anima, dei suoi abitanti elettrizzati dalla fantomatica ricerca del successo: strade che colano di ectoplasmi, di anime emigrate, vestite con panni che sembrano uniformi da lavoro, finite, nel caso degli italiani, dal paese del sole dritti dritti in una città a chiazze bianche e nere: enorme, gelida, crudele e disorientante. Una città in cui bisogna soltanto cogliere l'attimo ed afferrare la fortuna al volo, se passa. E se non passa, sopravvivere.

In questo modo, con questa incalzante e brutale sequenza narrativa, lo stereotipo arcaico dell'Italia, appena descritto dallo stesso film, comincia a cedere dalle fondamenta: quel mondo definito, rassicurante, conosciuto, non esiste già più: la realtà è un'altra cosa. Quel vecchio mondo è solo una cartolina illustrata dai bei colori sgargianti che si smaterializza per far posto al suo rovescio: l'indefinito, il non rassicurante, lo sconosciuto: i frutti contemporanei e selvaggi della metropoli.
Con questo scarto narrativo, il mondo in cui abita l'italiano tutto gondola e chitarra, ingenuo e operistico, -il suo naturale palcoscenico- viene relegato nell'album dei ricordi. E' un mondo bello, ma andato, come nelle favole. Un mondo che non appartiene al reale.

Cliché nel cliché, nel gioco di ricalchi e rimandi che fa Thomas H. Ince, è interessante davvero soffermarsi sul fatto che “The Italian” del film non è affatto un italiano: per interpretare un italiano ci vuole qualcuno che ne replichi gli atteggiamenti più consueti, quelli più “riconoscibili”: qualcuno che questi atteggiamenti li guardi appunti da fuori.
Infatti, George Beban, il protagonista, scelto da Ince, si cala in questo “personaggio”, come si calerebbe in un qualsiasi altro ruolo. E' un bravo attore, piuttosto noto, cresciuto sulle tavole dei palcoscenici del vaudeville di San Francisco. Beban fa dunque la sua adeguata “full immersion”, passando settimane ad osservare gli operai italiani impegnati nella costruzione del tunnel tra Manhattan e il New Jersey e in tal modo, imitandoli, si “specializza”, per così dire, nel ruolo dell'italiano, per questo film e in altre opere che seguiranno.

All'epoca il “ruolo dell'italiano” per certo doveva corrispondere a precise caratteristiche, anzitutto somatiche, con i capelli, gli occhi e la pelle scuri e poi tutto un corredo fatto di gesti caricati, primitivi, teatrali, eccessivi.

Ma come appaiono gli “spaesati” emigranti italiani intorno a quegli anni nei film americani coevi, mentre cioè Rodolfo Valentino è appena sbarcato dal piroscafo a New York e si guadagna da vivere ballando, mentre appena pochi anni prima Joe Petrosino ha ingaggiato una lotta senza quartiere alla Mano Nera composta da italiani che taglieggiano altri italiani?

Nell'immaginazione comune ed anche per gli sceneggiatori, l'“italiano” era un “personaggio” sempre dentro la propria comunità, in relazione autentica solo e soltanto con la propria famiglia, quasi mai in grado di integrarsi, quasi mai disponibile a fidarsi delle istituzioni locali, diffidente, con un perenne senso di perdita del  legame comunque inscindibile col paese d'origine, con le sue tradizioni, con la religione, con il cibo, con la musica, con la lingua. Ed aveva anche una certa, naturale, predisposizione alla criminalità; questo, come pregiudizio molto diffuso.

Era, l'italiano, un emigrato, un disperato senza futuro, spesso senza arte né parte (e se l' “arte” l'aveva, doveva comunque adattarsi ai lavori disponibili) e, allo stesso tempo, incredibilmente, il rappresentante di quella terra favolosa, a buon diritto orgogliosa e piena di sole. Lasciava, con tutta la malinconia del caso, una terra bellissima, ma povera, ricca “solo” di storia, di arte, ma arcaica, destinata ad essere solo un museo.

Aveva, l'italiano, per convenzione, attitudine al melodramma. Viveva di passioni smodate, di forti amori, di grandi amicizie, di famiglie incrollabili, di fedeltà, di onore, di tradimenti, di riconciliazioni; e quando subiva “male azioni” si vendicava, anche con ferocia inaudita; il coltello a serramanico, l' “italian stiletto”, sempre a portata di mano, la “vendetta” -parola italiana che finisce a buon diritto nel vocabolario americano (come ci ricorda “V for Vendetta” dei fratelli Wachowski ), quasi fosse davvero una “specialità” italiana- col suo carico sempre fatale, come unica soluzione per mettere riparo ad un torto subito. L'unico modo per pareggiare i conti. Bagaglio sanguinario che, nel pregiudizio imperante, definiva i sempre più numerosi membri della comunità italiana come non proprio raccomandabili.

La vera forza de “The Italian” sta nel mettere in disparte con un sol colpo questa grande quantità di stereotipi sugli italiani. Li evidenzia e subito dopo li rende poco credibili. Li mostra e già li archivia, allo stesso tempo: fa capire che sono, possono essere, retaggi del passato. Soprattutto quelli meno “accettabili” socialmente.
Quando nella narrazione si arriva al capitolo della “vendetta” di Beppo, “The Italian” distrugge col resto anche questo luogo comune dell'italiano non placato altro che da quella. Lo fa per amore del plot o per dare giustizia ad una comunità? Ad ogni modo accade.

Succede sul finire del film, quando Beppo si introduce furtivamente nella bella villa del boss, dell'irlandese Corrigan, il quale gli ha negato l'aiuto che poteva salvare il figlio: la villa è piena di servitori in livrea e con ricchezze ben in mostra, con un medico in doppiopetto che si prende cura del figlio di Corrigan.

Beppo è accecato dall'odio, un odio che qui diviene anche “sociale”, ed ha un solo proposito: la camminata è lenta, il corpo ripiegato su se stesso, le movenze un poco animalesche, viene da temere il peggio: è davanti al bambino che dorme. Beppo vorrebbe e ora potrebbe compiere il suo delitto, per brutale istinto, e consumare così la sua “vendetta”; “replicare” quello che proprio tutti si attenderebbero da un emigrante italiano nelle sue condizioni di spirito, come è anche troppo facilmente prevedibile dal cliché.

E invece no. Ecco invece che accade qualcosa di nuovo, che non ti aspetti in un italiano da stereotipo, qualcosa che apre una gamma più complessa di sentimenti in un personaggio finora storicamente unidimensionale: un piccolo gesto del bambino che sta per sopprimere gli ricorda con nettezza un gesto che faceva anche suo figlio. Beppo improvvisamente si immobilizza. Di botto non è più uno stereotipo. Prende coscienza della propria unicità. Ora si vergogna di se stesso, dei suoi stessi istinti ancestrali. Non sa più capacitarsi di quell'orrendo delitto che stava per compiere: è come se avesse osservato un suo doppio che agiva per conto suo: cerca, confuso una distanza dalla scena che ha visto. Capisce piuttosto solo una cosa: che non troverà mai pace. Uccidere e così vendicarsi non gliela darà.

L'unica cosa che gli resta è tornare alla tomba del suo bambino, quello è il suo posto: tornare a piangere il suo dolore, che nessuna vendetta potrà mai placare. Non si pone nemmeno il problema di uscire dalle tenebre, vuole solo considerare quella morte, vuole solo stare lì.

Ora, nella tremenda solitudine della sua vita, chino su quella tomba, “The Italian” è un uomo come tanti altri, non importa da dove provenga: come tutti deve affrontare la vita coi suoi carichi fatali, le sue disperanti difficoltà; in fondo, il Nuovo Mondo gli ha dato, come a tutti, sensazioni eterne, millenarie, che dovrà vivere appieno e in profondità. Non c'è Nuovo Mondo che ne tenga al riparo.

E' solo, in una terra che è di tutti, dove tutti sono soli: ciò lo rende paradossalmente già compartecipe del sogno americano, agli occhi di chi guarda. Dietro quella sofferenza, c'è un altro giorno e -forse- un altro uomo. Di sicuro dietro quella tragedia, che gli si legge sul volto, c'è ora una “immagine” nuova dell' “italiano”.


domenica 7 dicembre 2014

Comunicazione di servizio: Cambio mail


Ne approfitto di questo spazio, 
l'unico pubblico rimasto dopo la chiusura di "About blanc", 
per informare che la mail

 info@stefanoguglielmin.com

non è più attiva.

Chi desiderasse contattarmi, lasci qui la sua mail o passi per facebook, grazie.

mercoledì 3 dicembre 2014

Giuseppe Nibali


È bello leggere un libro di un giovanissimo esordiente, Giuseppe Nibali, accompagnato da una postfazione precisa e competente di un altro poeta nuovo, Bernardo Pacini. Il siciliano Nibali, ci spiega Pacini, si muove nell’aspro e nell’arso della canicola siciliana, facendo tesoro dell’insegnamento “implacabile” di Bartolo Cattafi, un poeta che in effetti, come Nibali, perfezionò “l’arte della sottrazione”: “Togliamo anche / l’acqua l’aria il pane. / Giunti all’osso buttiamo / fuori della vita / l’osso, l’anima” scriveva Cattafi  in “Tabula rasa”, proponendo un ermetismo materico, di contro a quello rarefatto fiorentino. La scrittura siciliana, d’altro canto, si riconosce anche da  questa spigolosa tragica movenza, da Verga a Bufalino, da D’Arrigo a Consolo, sino alla poesia di Angelo Rendo, classe 1976, del quale scrivevo, a proposito di La medietà, “raramente un’opera prima sa fondere l’urgenza biografica nel solido di una scrittura essenziale, smussata intorno alla forma-periodo e venuta a galla perfettamente asciutta dopo aver attraversato il diluvio dell’interiorità.

Giuseppe Nibali in Come Dio su tre croci (Edizioni ae, collana diretta da Davide Rondoni) si racconta con questi strumenti umani, ficcando i piedi nella miseria della vita messa in scena attraverso la metafora del mare, fra mito e storia: mare origine e mare morte, mare madre che prende e che dà, cosmo preso dal risucchio del tempo e della memoria, due tiranni a cui egli affida la penna con la stessa ansia a cui si darebbe la mano alla medusa. Nibali si getta nella scrittura come da un precipizio, affidandosi all’intreccio metaforico, rete in cui l’analogia non lascia passare l’orizzonte, mescolando appunto l’urgenza ermetica d’intimità con l’assoluto e una poetica degli oggetti di radice più siciliana che lombarda, più esistenziale che culturale. L’effetto è labirintico, uno spazio claustrofobico eppure ricchissimo di sensualità, dove l’espressionismo, il gusto barocco per l’eccesso, il piacere di sentire la parola nei suoi elementi tattili, fonici e olfattivi, si concretizzano in figure guizzanti eppure potenti come pietre. Un esempio: “Mentre le mani pescavano / nella mattanza dell’inchiostro / le ossa pesanti del tonno / i rigurgiti, i libri / i giornali freschi del mattino”. Talvolta il giovane Nibali si fa prendere la mano, l’adrenalina corre, pesca nei fondali, portando a galla un rimosso che ci parla per enigmi: i “ricci giustiziati / fra i tuoi seni” o “gli occhiali della resa / inforcati sul mutismo / sul Cristo, il bambinello / il fango crollato sul letto” o “Estirpa quest’ortica / dalle corde. Tagliami / il prepuzio osceno / delle vene / ché esplode ché morde” o “Questa terra tanagliata / piange tre ronzii di ratto / da ogni punta”. Quest’ultima immagine, tuttavia, più che enigma è stemma, emblema di una Sicilia martoriata, Trinità in croce nelle fogne dell’illegalità e dell’ingiustizia. La responsabilità, pare dirci Nibali, è autoctona: “Siamo noi adesso / a chiodarci i polsi / alle croci – noi ladroni / con la noia domenicale / che copre la televisione / spegne l’urlo al Golgota // e non vogliamo deposizioni”.

Il tema cristologico attraversa il libro apparentemente sottotraccia, ma invero in una triangolazione analogica che fonda il libro stesso: il padre di Giuseppe, Salvo, fu poeta, tanto che lo potremmo pensare quale primo maestro di metafora e di responsabilità. Tra i due si istituisce infatti un dialogo segreto, fra colpa e liberazione, che si muove parallelo a quella trinitario, dove, in Giuseppe, è la scrittura stessa ad essere lo Spirito Santo, il sacro legame con il padre, che sotto questo profilo diventa Padre, causa prima. Il sottotitolo del libro, affinità elettive, dice questa relazione decisiva, per combinazione chimica, naturale, e per cultura, per condivisione di un progetto, quello di essere uomini e non caporali, “uomini senza padrone – scrisse Salvo Nibali – che sanno / ai Saraceni strappare una croce una brace / per morire”. I Saraceni di oggi Giuseppe Nibali non li nomina, ancora non è pronto a rivelarne pasolinianamente i nomi, ma del poeta di Casarsa sceglie la strada più intima, esistenziale, mettendo in esergo una citazione in friulano che ci dice, in estrema sintesi, il pensiero tragico che costituisce nel profondo Come Dio su tre croci: “Vuei a è Domènia / domàn si muore” (“Oggi è domenica / domani si muore”). Ed è bello anche questo legame fra il profondo sud e il profondo nord, due terre di confine, che hanno sempre dato molto alla cultura italiana. 


Da COME DIO SU TRE CROCI

Faccia chiusa
e lo strascico vedovale
che mi regalava il sole e la chiesa
nei giorni che mancavano al tuo nome

gli occhiali della resa
inforcati sul mutismo
sul Cristo, il bambinello
il fango crollato sul letto

un bacio un vento
una parola sola ancora
cruenta sul ventre cercato come il seno
dal tuo figlio

poi  vera come ai primordi a palmo
a palmo risalisti i mesi
i rosari e i comò di gioielli

su tutto si stenda la materna croce            
                                      e bene in vista.


A Mariuzza
Brucia gli occhi
questo esplodere
l'erosione che a notte 
richiama ai sudari

gli altari freddi come balconi
e la tua libertà che aspetta
che aperta ancora trema

Tuo un giorno d’isola pura
Che stringerai ai rosari
– sicura – Nel vestito della domenica
Due labbra serrate, neanche una bestemmia.


Ti vedo in vita
in vitreo andare in cerca
sulle basole sconnesse
che dall’arsura del paese vanno
ai monti incanutiti

Un’insegna introduce i ricordi
la ruggine dei fratelli sui muri diroccati
dalla chiesa uno sbuffo
chiuso in una parola da rosario
 “ora pro nobis” – il tuo cattolico viandare –
E donaci un vangelo crudo:

“a cu da – a cu leva lu distinu
    e nun ci pari mai lu nostru dunu.”


Non di te, mai di te

crocefisso che squadri
noi penosi dietro ai muri
tutti sporchi di pensieri
senza spalle dove appendere
quelle voci, quel colore
di gesso.

Siamo noi adesso
a chiodarci i polsi
alle croci – noi ladroni
con la noia domenicale
che copre la televisione
spegne l’urlo al Golgota

e non vogliamo deposizioni.


INEDITI

Forse meno della vita Di tutta la mia Anna
vestita coi Gioielli dell’infanzia, m’interessa
una svista sul cemento, il tuonare dal giardino
qui davanti ché c’è un merlo alla ringhiera, forse due,
o te, o me a rinunciare col becco a tutto il futuro.
Sul muro a un passo lì dalla catastrofe si svolge
all’occasione una fontana.
E ci beve e non sente tutta la rovina. Che violenza
l’avere – come noi – solo piccole ali e scendere i pozzi
per risalirli.

Poi il merlo ritorna, nel neo della sera, magari
– mi dico – diretto alla Maceria e col becco, ma
spaventa e gonfia e scappa via.



Tutto questo rumore umano che ti canto
è il dolore bambino dei giorni nel sorriso
da rivista, col rossetto ora mi parli sicura
dei treni e hai la mano a coprire la luce del
viaggio, dei baci alla fronte nel segreto delle vie.
Io faccio tutto per dirti, per chiamare lo spicchio
di sole sui tuoi occhi e penso sia fisso in te  
il bene che si muove per il mondo.

Come ti chiudi a tenere il reggiseno nel volo
dell’acqua o sui balconi dove si svolge una
solitudine che non senti ma spaventa,
spaventa chiunque, anche gli altri (ed erano molti)
a buttare il dolore dalle ringhiere, e sporti
anche noi, amore, in questo alveare guardiamo
insieme la partita, ora io sono tornato,
ma forse è più importante la partita, non rimane
altra metafisica, neanche la finzione
della risposta, della domanda:

«ti disturba questa storia?»

«No, aspetto ancora tutto il tempo E poi dopo, altro tempo, per abbracciarti. Tu rilassati Ti porto qualcosa, qui sul balcone, un’insalata di mare Ma divertiti, guarda la partita, ché ha ripreso a piovere, e c’è un silenzio perfetto, non dobbiamo annaffiare il giardino, si sta bene così oggi, i bambini sono a scuola, dopo magari, più tardi, sarebbe bello fare l’amore».


Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. Dopo avere conseguito la Maturità presso il Liceo classico “Don Bosco” di Catania nel 2010 col voto di 87/100, si iscrive in Lettere Moderne presso l’Alma Mater Studiorum, Università degli studi di Bologna dove si laurea nel novembre 2013.
Iniziando a collaborare con giornali periodici e quotidiani già da ragazzo, oggi vanta collaborazioni con il settimanale “Prospettive” e il bisettimanale “Il mercatino”; con il mensile dell’associazione Mettiamoci in gioco e con quello dell’ Associazione etnea di studi storico-filosofici, rispettivamente “Prospettive giovanili” e “Timeo”; Nel 2012 entra a far parte della redazione del quindicinale “Avviso ai naviganti”, promosso dalla Fondazione CEUR  e inizia l’attività di corrispondente per la pagina culturale del quotidiano La Sicilia. Nel 2013 scrive un programma radiofonico per l’emittente siciliana: “Radio voce della Speranza”, intitolato “Spes Publica” di cui è autore e voce.



mercoledì 26 novembre 2014

Fabio Giaretta su "Le vie del Ritorno"


È uscita oggi, su "Il Giornale di Vicenza", la prima recensione al mio Le vie del ritorno, scritta da Fabio Giaretta. Eccola.


Con la nascita e con il conseguente allontanamento dal grembo materno, da “quell’Inizio che è principio stabile e protetto, ma già da sempre perduto”, l'uomo sperimenta la dimensione dell'esilio e della finitudine in quanto essere mortale. Si sente spaesato e questo lo spinge a cercare incessantemente una comunione con il “centro del mondo” inteso come terra abitabile “in cui situarsi se non altro da nomade, da viandante” e in cui ricercare la pienezza del senso. Partendo da queste considerazioni, Stefano Guglielmin, nel suo ultimo saggio intitolato Le vie del ritorno (Moretti&Vitali, pagg. 135) indaga come questi temi, che il poeta e critico scledense chiama “tensioni aurorali della caducità”, ossia esilio e morte, vengano sviluppati in due generi letterari opposti, il comico e il tragico, e in tre autori dell’illuminismo francese quali Diderot, Voltaire e Rousseau.

Per quanto riguarda il genere comico, Guglielmin compie una scelta controcorrente: decide cioè di mettere al centro della sua analisi le “Rime” di Cecco Angiolieri con l’intento di smontare la visione di Pirandello che considerava i versi del poeta senese delle facezie prive di profondità e drammatizzazione. I versi dell’Angiolieri, invece, mostrano una profonda tensione drammatica legata per l’appunto al tema della caducità declinato sotto forma di un duplice esilio: dalla società e da Becchina, la donna amata dal poeta. A livello sociale, Cecco cerca accoglienza e riconoscimento tra gli uomini subalterni al potere e/o in conflitto con esso, in nome di una marginalità che diventa condivisione e da qui, dalla necessità cioè di essere accettato, nasce la volontà di usare il registro del comico. Becchina, invece, si pone come unica fonte di gioia, madre terribile che potrebbe salvarlo dall'esilio e che invece, con il suo rifiuto, lo getta in un immedicabile stato di mancanza.

Per quanto riguarda il genere tragico, Guglielmin si sofferma su “L’Orestea” di Eschilo in cui il tema della caducità si manifesta sia  in chiave individuale, in quanto tutti i singoli personaggi, soprattutto Agamennone, Clitemestra e Oreste, sono degli esiliati nel senso già specificato, sia in chiave sociale. In questa seconda accezione, “L'Orestea” permette di fare i conti con il momento della nascita della società e di dare una forma simbolica al suo inizio-esilio che nasconde sempre l’indicibile violenza da cui la civiltà proviene. In questo modo la comunità può guardare in faccia la condizione ferina, fatta di sangue e violenza, insita nella sua nascita e legata ad uno stato di natura, ergendola a monito di una nuova infanzia - lo stato di diritto - frutto questa volta dell'unione della sapienza umana e della sapienza divina.

La seconda parte del libro, invece, si concentra sul tema dell'altrove analizzato in Diderot, Rousseau e Voltaire. Altrove inteso come altra possibile via attraverso la quale rifondare una nuova nascita, caratterizzata da una pienezza individuale e sociale, da una verità insomma che scaturisce dal confronto con l’irrazionale e le culture dell’oriente, oltre che dall’istinto e dell’esperienza del corpo nello spazio. Secondo Guglielmin, infatti, “la verità illuminista non nasce né da un concetto astratto né dalla rivelazione divina; è invece l’incontro di forze molteplici e incontrollabili, che convergono verso un centro mai definibile a priori che spetta alla parola tenere nell’aperto del dialogo politico, là dove le scelte hanno luogo”.

In questo saggio molto denso e acuto, Guglielmin, facendo interagire differenti saperi, da quello filosofico e psicoanalitico a quello antropologico, dalla storia delle religioni alla critica letteraria, e usando il tema della caducità come grimaldello, ci offre un importante e originale contributo capace di aprire nuove prospettive critiche all’analisi delle opere e degli autori trattati.


giovedì 20 novembre 2014

Guglielmin, Maybe It's Raining (Chelsea Editions)


Fra qualche settimana uscirà, per le edizioni newyorkesi Chelsea, di Alfredo De Palchi, una mia selected poems dal titolo Maybe It's Raining, con traduzione di Gray Sutherland.

Questa che segue è l'autopresentazione.


Dopo le due prove giovanili (Fascinose estroversioni e Logoshima), ancora debitrici verso lo sperimentalismo italiano degli anni sessanta, sono passati quindici anni prima che uscisse il mio terzo libro, Come a beato confine, nel quale ho cercato di raccontare l’esperienza dell’identità nel suo passaggio da struttura forte a sostanza dialogica, aperta al prossimo. Se la poesia vuole davvero parlare agli uomini, ho pensato (anche sulla scorta di tante buone letture), essa deve mettere ai margini l’identità autoritaria, quella che sa sempre tutto e impone le proprie scelte agli altri. Per questa ragione, in Come a beato confine l’identità sceglie di essere debole per salvare lo spazio, il confine, che ci tiene vicini e ci permette di parlare, ciascuno con le proprie difficoltà. L’ultimo capitolo del libero, “Dappertutto”, mette in scena un mondo spaventato, dove i più deboli soccombono e la storia è governata dal terrorismo e dalla finanza internazionale. Il motivo ispiratore è la catastrofe del World Trade Center del 11 settembre 2001.

La distanza inmmedicata, attraverso l’allegoria dei fiumi, il loro differente modo di essere, è un libro che indaga l’impossibilità di essere stabilmente felici, di ricomporre la ferita originaria, indipendentemente sia dal luogo in cui si vive e dalla qualità degli affetti. C’è l’idea che l’origine sia perduta per sempre, anche se il desiderio di tornare nell’armonia dell’inizio ci spinge costantemente a scontrarci con le cose, con le persone e con noi stessi. La lotta è violenta e può portare alla morte oppure, quando ci va bene, a produrre un’opera d’arte, qualcosa che custodisce per noi quella separazione e la rende feconda di bellezza. È una bellezza moderna, figlia del terrore, del desiderio e della malattia, come in Baudelaire.

C’è bufera dentro la madre uscì in plaquette autonoma ed è stata poi ripresa tale e quale in Le volpi gridano in giardino. Quest’ultimo libro è diviso in due parti: la prima affronta, per la prima volta in modo così esplicito nel mio percorso poetico, il tema amoroso; la seconda parte continua la riflessione etico-civile sulla società contemporanea, in particolare su quell’area italiana industriale e culturalmente piena di pregiudizi che è il Veneto e la Lombardia. C’è bufera dentro la madre dice appunto la bufera che tormenta l’economia e la morale di queste terre, piegate dalla crisi economica attuale, ma già devastate in precedenza rispetto all’idea di solidarietà e di salvaguardia della natura. Al centro del testo c’è l’imprenditore, la sua famiglia, la fabbrica, l’ambiente, tutti macinati nel ventre della Madre, ora moribonda. Un altro testo esemplare, in questo senso, è “Voglio dire”, poemetto che parte dalla crisi culturale del’occidente, per poi fare i conti, anche attraverso giochi linguistici credo intraducibili in altre lingue, con alcuni maestri del canone italiano del novecento e con la possibilità stessa della poesia di essere significativa dentro un sistema che non crede più alla parola autentica.

Gli inediti non potevo che scriverli ora, che ho un’età in cui fare i conti con la mia giovinezza. Ciao, cari sono i testi più autobiografici che abbia mai scritto, sono un saluto affettuoso ai miei morti, a quei ragazzi e ragazze con i quali ho condiviso quasi tutto, e a qualche adulto, amico, che non è riuscito a vivere in questo freddo.