domenica, luglio 05, 2009

Graziano Polese


L'amore fraterno ha reso possibile che queste poesie siano in rete da qualche giorno. l'amore di una famiglia che ha perduto un figlio, suicida. Un figlio che dava il meglio di sé scrivendo, forse. Se non il meglio, il pensiero più lucido. Nessuna colpa per nessuno. Semmai un accadere che non sta in nessuna spiegazione, che smentisce ogni tentativo di ricostruzione causale. "Ci vuole umiltà, non orgoglio" per farlo, scriveva Pavese poche ore prima di morire, lasciando poi questo biglietto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate pettegolezzi.” L'autoironia non basta per salvarci, però rende meno doloroso il tempo a chi resta.
Le poesie di Graziano Polese - che si possono leggere qui, nel blog aperto da Daniele, suo fratello minore - sono gridate da uno spirito adolescenziale, un "fanciullino" già corrotto dal gelo della modernità, che non sottomette il talento alla ragione, ma nemmeno alla musica: si muove talvolta incerto, come un uccello fra le vie spigolose di una città troppo stretta, e talaltra sicuro, consapevole del proprio oggetto e della miseria che lo avvolge.



Ghiaccio e fuoco

Fa freddo in questa città, o in questa casa
che chiami giovinezza
fredde parole, freddo suono, fredde persone, freddo parlare

è freddo e nessuno se ne accorge,
carta frusciante fredda, fredde vetrine,
compro freddamente il capotto per tener lontano il freddo

e freddamente trovo una donna che non ama il freddo
anche lei tenta di proteggersi…ooops
il cappotto era per proteggermi dalla donna o dal freddo?

…In napoletano qualcuno direbbe:

“Mttite e criatur o sol pcchè anna sapè aro fa fridd e a ro fa chiù calor”

TRADUZIONE:

METTETE I BAMBINI AL SOLE PERCHÉ DEVONO SAPERE DOVE FA FREDDO E DOVE FA PIU' CALDO

Per parlare poi dei freddi treni ammassati
che si scontrano per un freddo sbaglio

non credo che la città sia fredda
non credo alle stupide dicerie che contrastano con la bellezza
di dipinti e chiese, e di storia millenaria,

ma mi chiedo, perché il mondo sappia di voi dovete gridare
altrimenti nessuno si volterà
niente nasce per caso

e niente muore per caso
un comandamento a ogni passo
una legge che sa di condanna, ma……SOPRAVVIVERE…

che rassomigli a un grido
che faccia voltare le stelle del cielo.


luce e gravità

Strani giorni, in cui si cresce
agli angoli delle strade, si rimane esterrefatti
dalla potenza dei fiori, e degli insetti saltellanti che attorno a essi girano
non c’è condizione, o posto, in cui rifugiarsi, e il potere dall’alto ride
assumendo la forma di meteorequando lo spazio non ha gravità apparente.

Conosco scarpe consumate, per riuscire a capire il perché di foglie
tanto fracassose o disubbidienti, che alle tre di notte
allarmate da troppi sentimenti, fuggono parlando dell’Inferno

o di strade che si sdoppiano.

Giorni di guerra essenziale;
giorni di morte, di assoluta circostanza;

dopo tanto sfiancante camminare, vedo dei sorrisi
rari come stelle alpine,

di colpo mi ricordo il mio, di sorriso,
forse questa generazione, ha dimenticato delle cose,
cose come l’onore, il dolore, o l’essere al mondo,

è una sorta di torpore, e di sballati vincoli che non saziano di quella fame
per poi prepararsi al botto
la nuova poesia, o la nuova morte, è questa;

svincolato dalle mani di un chirurgo troppo fiorito
giro per tutta la città, guardo il sole, sopra i palazzi,
guardo i prati curati, e dimentico labbra nere, e tatuaggi dipinti;

l’innocenza è parte integrante della colpevolezza!

così di giorno e di notte, combatto anch’io una segreta guerra, in nuove vesti,
lasciando il niente alle spalle
e alle cicatrici dell’essenza non penso.

Penso piuttosto all’enigma che in te vedo,
e la sottile domanda che ti fai ogni giorno;

la luce del sole esiste anche per me,
mentre le scarpe si consumano.


Musa

Disperazione è il mio grido, ora lo so
non ti conoscevo, o credevo a un’ immagine
Condizione: rincoglionimento totale

disperazione, o disperazione, quanto mi sei mancata!
Credevo a me, a me, e a me
l’infinito Me

non ascoltavo voci
Il lato oscuro dell’amore
io non ti ho cercata nel mio abisso, non avevo soldi da spendere

O disperazione… quante sere siamo stati a letto insieme!
Ora so dell’intrigo
e dell’annata d’oro
ora so di te e della maschera di cera costosa, eh?
È questo giorno, un giorno come il Sole
solo come il Sole

non mi piace parlare di me
non mi piace parlare di me
non mi piace parlare di me

non al supermercato…


Discorso

Ehm…
…e sapete, ho visto i vostri marciapiedi puliti
a lavarli erano le lacrime di madri troppo discrete
che credono a un mondo diverso ogni volta che il loro figlio abbassa la testa tra quattro mura
…e ho visto i marciapiedi del sud zozzi, difficile non rimanerne unti
sotto c’erano lastricati romani e spesso si ha paura solo a nominarli,
lì ci sono madri che urlano e piangono tirandosi i capelli, nessuno se ne accorge…

forse le rivoltelle allo stomaco alleviano il peso
di famiglie troppo discrete…il dolore non è tanto per la bara e i fiori…
ma quella maledetta stanza vuota: lo chiamavi amico, ora lo chiami morto…

…e sapete, ho una storia da raccontare per quanto mi riguarda,

ho visto una rosa su quei marciapiedi, il lavoro è molto meticoloso
staccare i petali con un ago volta per volta
e infine tranciarle la testa e lasciarla lì, sotto un cielo, quello degli angeli

mia madre ha conservato la rosa e l’ago destinato
gli dava acqua quando si contorceva, e poi ha lasciato che i petali diventassero forti,
mentre correva ottocento chilometri via

e allora l’ago si mise a correre come un pazzo in Cadillac,
mutando e assumendo cruna, l’inseguiva in sartoria dove lei lavorava, gli raccontava i suoi perché
e la madre capiva, assieme al padre operaio, schegge di ferro nelle forti mani…
forse erano dell’ago

quando la madre capiva l’ago, c’era qualche lacrima sul raso, che lei teneva nascosta ai capi,
ma i capi vedevano la polvere di diamante che impreziosiva la sorte,
capiti i perché, l’ago rimase a farle compagnia,

la rosa tra le mani di un angelo ora luccica
i suoi occhi come zirconi attenti
e non spenti

…e sapete, a volte, solo a volte, la vita è meravigliosa
chiedi il perché, quando ti regalano una rosa…



Graziano Polese, nato a Benevento il 22 Gennaio 1979, consegue il diploma di perito elettronico nel 1999 ; il suo approccio alla poesia comincia in giovane età influenzato dalle letture beat che accompagnano la sua adolescenza. Studia per qualche anno recitazione a Benevento.Ama il fumetto, di cui colleziona rarità. All’età di 22 anni è costretto a causa delle sue condizioni di salute a trasferirsi a Padova, dove ha l’occasione di presentare per la prima volta le sue poesie e i suoi scritti. Pubblica nel 2006 “Poesie dell’attimo” (Ibiskos). Intanto deve fare i conti con un nuovo peggioramento del suo stato di salute. Nel giorno del suo ventinovesimo compleanno, Graziano decide di porre fine alla sua vita.

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lunedì, giugno 29, 2009

Ivan Fedeli



Uscito qualche mese fa per puntoacapo editrice, nella collana Format, la più prestigiosa, Teatro naturale di Ivan Fedeli colpisce anzitutto per la scelta del doppio endecasillabo, assai rara nella tradizione nostrana. Ne troviamo traccia in Pagliarani (Narcissus pseudonarcissus e ne La ragazza Carla) e, più vicini a noi, in Gabriele Pepe (cfr. Di corpi franti e scampoli d'amore, libro lietocolliano di cui ha scritto lo stesso Fedeli). Il metro snodato consente al poeta monzese di sviluppare differenti registri, facendoli convivere complessivamente in una prosodia cantabile, in cui innumerevoli personaggi (tendenzialmente pirandelliani) "hanno dentro un po’ di noi, nessuno escluso. [Essi] cercano di resistere al mondo, forse per poco, però parlano, lasciano una traccia" (Fedeli, in Lapoesiaelospirito del 19/03/09). Il punto di vista, venato da pietas, è quello dell'autore, che – come scrive Mauro Ferrari nell'ultimo numero de "La Mosca di Milano" – vira in "commedia" una materia essenzialmente tragica, consapevole che "tutto è un gioco". Un gioco crudele, naturalmente, governato un poco dal destino e un poco dalla mediocrità valoriale del contesto, degradato per eccesso di presunzione e vanità. La Milano da bere ha insomma digerito e sputato i suoi figli, eppure loro sopravvivono ancorati a dettagli privati: memorie delle piccole cose di pessimo gusto postmoderno, come le figurine Panini, e minuscoli fatti, senza importanza per la storia universale, ma per loro vitali, nel ribadire con insistenza: ho vissuto, io c'ero. Modelli lombardi potrebbero essere Giampiero Neri e Tiziano Rossi, in specie il Rossi di Gente di corsa. Ma anche Iannacci si trova in queste canzoni popolari, e, forse, il ritmo leggero del signor Bonaventura, con le sue rime facili ed il finale azzurro (o quasi).




Dal balcone

Amava il vento e i giorni a cielo pieno Attilla stesi i panni sul balcone
e voci che conosci dalla faccia di sotto tutte insieme a fare razza.
«Invento una canzone e poi la canto per chi si spinge avanti scomparendo;
in alto si sta meglio, vedi il mondo, un pezzo sempre in forse d'orizzonte.
Chissà quando si arriva dopo al punto». Chiamava i nomi a caso per capire
se c'erano gli sguardi coi cappelli o un popolo di piedi lì a morire
in cerca di una pioggia per gli ombrelli. «Le vedi teste e scarpe in una gara
a scomparire in fretta, darsi al niente: la donna con il seno ben rifatto
felice della nuova permanente, il vigile in divisa, la paletta,
il giovane di un tempo in bicicletta. La vita ben compressa in un istante».
Lanciava fogli scritti a penna rossa con frasi un po' d'amore dei poeti
sperando che qualcuno le leggesse o almeno le appendesse alla parete
«per ricordarsi di essere passati da questa strada che non ha padrone.
Non vale che un momento, l'emozione. Per me, voli di rondini e aquiloni
pazienti nell'attesa di planare. Importa immaginare almeno un sole,
trovare l'anestetico al dolore». E ripassava i luoghi dell'infanzia,
i tetti conosciuti e gli altri all'ombra attenta a calcolare la distanza
tra quello che è ormai stato e ciò che sembra. «E ritrovarsi almeno nell'odore
di pelle e di cucina della nonna; soltanto per morire ma di meno,
resistere alla corsa verso il nulla. Il bruco nel pensiero è già farfalla».
Si sbilanciava come a salutare lampioni e passeggini nella folla
sperando sconfiggessero la nebbia che chiude cuori e cose in una gabbia.
La sera, lo si sa, non indietreggia.


il numero otto

Campione di faccette e dei ricordi per tutti si chiamava ancora Sandro
e come il suo Mazzola del pallone, Luigi già ambidestro micidiale
mezzala a centrocampo e sotto il sole dal fiato di chi corre che non muore.
«La palla ci dormivo pure a scuola nell'ora delle lettere mai scritte,
sognare non si deve che un momento il tiro di un rigore che si para.
Il tempo mette poi la museruola». E conservava sempre ben stirata
la maglia tutta a strisce verticali, lui l'otto come numero sociale,
la foto di una vecchia nazionale. «Sorridono soltanto per dovere
allo scudetto al petto e al capitano, chissà dopo che guerra che frontiera
li ha visti ormai dispersi con la vita. Li prego nelle sere di fatica
di stare sull'attenti per il mondo. Lo zero a zero è il rischio esistenziale,
che perdere già un attimo e si muore». Ma lucidava ancora gli scarpini
convinto di scartare giorni e sorte e zitto per rispetto all'avversario
di spalle lì a difesa della porta, «perché si fa così si guarda dritti
negli occhi per vedere chi è il migliore, qualcuno dopo cede nello stretto
di un dribbling di una finta di un errore. Il resto viene come l'alba al sole».
E ti mostrava l'album di Panini completo dalla data del settanta,
le formazioni i capocannonieri di un'epoca tenuta ormai a distanza
«che servono gli eroi più che i pensieri. Ognuno certo ai suoi, che starne senza
è accorgersi dell'ombra quando manca». Indovinava dopo i risultati
dell'Inter dell'Herrera e di Moratti, felice di cantare in bicicletta
dell'inno di Mameli alcune parti. Ci credi che si segna ma in disparte
a nome dei compagni e dei tifosi che il ciclo non li metta fuori fuoco
i cori e i campi ancora polverosi. Che tanto lo si sa che è giusto un gioco.


Tributo a Veccia Aulenti

Chi ce l'aveva messo il Veccia Aulenti là sotto, lui nemmeno di vent'anni
in pasto al sommergibile Riscossa sorriso eternamente nella foto
da giovane soldato di marina? Chi ce l'aveva conficcato
in qualche oceano freddo di che nord al buio a latitudine polare
di guardia e sottovoce lì a pregare di ritornare a galla sì ma in piedi
e per baciar ragazze e far peccati ed imprecare contro il mondo e i preti?
Contava i giorni per la sua licenza la prima tra i siluri ed il silenzio
che prende quando inghiotte il mare il sole, contava e ripensava alla partenza
lo zaino con le cose la divisa stirata ad esser bella che si deve
saluto militare quanto basta lo sguardo dei parenti in finta festa
e dopo a scivolare col motore con gli altri per disperdersi in un dove
in cerca dei nemici di un perché sapendo la risposta che non c'è
soltanto coordinate avvistamenti il folle scivolare verso un niente
di carne che non chiede ma annuisce che prima o poi si affonda si finisce
a diventare muti come i pesci. Chi dunque l'ha tagliato dal futuro
di notte nel novembre quarantuno la festa dei già morti e di chi muore
tradito dalla patria e l'ideale che adesso c'è qualcuno che lo vede
raccolto la bandiera il gagliardetto la data e la preghiera al dio dell'acqua
che ci protegga tutti se fa notte. Rimane nel millennio ormai scordato
tra tanti che non sanno cosa è stato e adesso fanno dubbio sulla colpa,
nemmeno fosse scesa un'altra nebbia su quanti non ce li hanno messi in gabbia.


Il Sandro alla finestra

Lo sguardo un po' incrociato sulle cose, Sandrino stava lì, quasi stupito
di come poi crescessero le rose di sotto senza fare una parola.
«Mi affaccio alla finestra se c'è il sole a ripassare strade e chi ci passa,
ai gatti tiro i sassi e alle vecchiette in coda coi rosari e i panni sporchi,
a volte grido forte attenti all'orco per i bambini in cerca di pallone.
Resisto per i vivi e per i morti che tanto tutto quanto è un'illusione».
Provava a mascherare l'occhio strano spostandosi di lato sulla vita,
pensando che rimane già un balcone a dare ospizio ai sogni e alle ferite.
«Combattere si fa per la bandiera, per me nemiche le formiche e i passi;
difficile tirare fino a sera, immaginare ormai un tramonto rosso.
Lo prego questo mondo fatto a scosse, che renda quanto prima è stato dato.
Per questo non confesso i miei peccati». Chiamava con un fischio e mai col nome,
si nascondeva dopo per timore che rispondesse il cane o lo spazzino,
ma giusto per restare allo spioncino a dare alla pupilla la sua gloria,
al resto la certezza che lui c'è. «Le stelle, quelle dicono del ciclo,
contarle e addormentarsi fino in fondo, magari nel risveglio c'è uno scambio,
si scopre che rimane un girotondo da prendersi per mano e andare a terra.
Finire questa guerra contro ignoti». Bussava alle altre porte ma in segreto
fingendo di sbagliare l'indirizzo e zitto si smarriva contromano
in cerca di panchine sulla piazza, «magari trovo un pezzo di me stesso
e l'orologio perso a camminare; qualcuno chiede l'ora ed io non posso
capire quanto manca a non morire. Rientrare è più difficile di uscire».
li riprendeva come a mosca cieca un posto in questi giorni a prova d'afa,
immaginando facce da profeti ed il profumo in forse dell'acacia.


Voci e giorni del Giordano allenatore

Ci camminava comodo il Giordano a scarpe appese al chiodo con la cetra
in vicoli che portano lontano, lo sguardo a tutto cielo, il mondo dietro.
«Palloni ne ho toccati a mille a mille, il cuore lì granata al Valentino,
Superga come un vento sulle spalle, il resto che precipita in declino».
Mediano lo era stato col Mazzola, sinistro quel suo piede a grazia piena,
poi il tiro della sorte un po' mancina, la suola coi tacchetti sulla schiena.
«Immagina tu il verde, la pianura, la corsa che diventa prateria.
Calciare dritto, non aver paura, smarcare almeno il cuore, la poesia»
andava ripetendo nel rumore, e i giovani a scarpini da allacciare.
«La palla si conquista col sudore, pazienza sì ci vuole e stare a galla.
Il bruco porta sempre alla farfalla». E s'arroccava il giusto a non tradire
il tono della voce che si spezza, morirci solo il giusto in questa terra
di sogni e giorni della stessa razza. «Alleno e ciò mi basta, non m'arresto.
Saluto a testa alta chi sorpassa». Un mondo in bianco e nero, a due canali,
la radio sempre in tasca e Ameri pronto a vendere alle orecchie già i finali.
«Ma siamo il catenaccio, la difesa: la vita alla moviola, quell'impresa
di darsi il passo giusto, il tocco a lato. Sapere per davvero se è peccato
la finta che t'inganna, il pallonetto, la maglia già afferrata, lo spintone
o tutto si declina in un difetto di falli da rigore mai fischiati.
Di certo non ti basta, l'espulsione». E lo vedevi giovane per sempre
tra campi d'oratorio e spogliatoi cercare un nuovo Sivori o gli eroi
di un giusto zero e zero da salvare perché si va in trasferta e non si sa
il modulo azzeccato ad aggirare il tempo che c'imbianca o le preghiere
a ritardare il buio quando affonda. Importa il giusto guizzo, il gol di sponda.


L'arte del fiorire

«Ricordati di me se c'è memoria - diceva chiuso dentro il suo giornale -
la storia è della gente senza forma, non servono campane né fanfare,
soltanto il peso incerto che è dell'ombra». Giuseppe già Peppino senza età
agli atti coltivava giorni e campi pensando al suo Torino di Graziani
e a rendere giustizia ai giusti tempi. «Il mondo va così, che il frutto è il seme:
la mano poi lo coglie già maturo. Incerta stagione quando è nuova,
e il pezzo un po' mancante del futuro. Per me, calco la terra che mi tiene
e l'occhio resta vigile per prova». Si stuzzicava il rosso della barba
a rendere propizi cielo e sorte «bisogna separare ortica ed erba,
le foglie ancora vive dalle morte. È legge di una razza che non scrive,
e giudici lo siamo per noi stessi». Guardava un orizzonte alla deriva
ingarbugliare piante a fusto basso, incerto se sorridere all'inverno
o fingere un'estate esclamativa «che lasci il caldo a chi lo vuole
e un sole democratico per tutti. La paglia va col fieno e le parole
in bocca a quelli che le sanno dire. Qui radice è muta e resta sotto.
Missione è sì lasciarla ben protetta: domani l'ora adatta per fiorire».
E stava da moderno paladino lo scudo sollevato contro il vento
«ma l'acquazzone è un attimo e finisce: rimane una pozzanghera di cento.
La guardia è alla bonaccia che tradisce, al fermo di palude ristagnante.
Trovarli allora in paradiso, i santi». Andava via in disparte in mezzo ai tanti,
pregando a tratti i lari e il focolare che rendano serena anche quell'ora
in cui non si rimpiange il dì natale. Ridendo ti osservava nel rumore,
felice delle stelle e della luna calante per declino generale.
Questione di virtù più che fortuna, di selezione certo naturale.



Ivan Fedeli è nato a Monza (Mi) nel 1964. Insegna materie letterarie e si occupa di scrittura creativa. Ha pubblicato diversi percorsi poetici: Abiti comuni (Il Ponte Vecchio), Una religione di parole (La Fenice), Dialoghi a distanza nel volume “Sette poeti del Premio Montale” (Crocetti), Vie di fuga (Biblioteca di Ciminiera - GED edizioni), Un mondo mancato (Il Foglio), Inventario della specie Opaca (LietoColle), Esercizi per la felicità (Il foglio). Sue poesie sono apparse su alcune riviste letterarie. È redattore della rivista "Le Voci della Luna".

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mercoledì, giugno 24, 2009

Massimo Orgiazzi



Le poesie di Reliqua Realia (lampi di stampa 2009) sono state scritte tra il 2005 e il 2007, nel pieno della vita reticolare di LiberInVersi il blog messo in piedi da Massimo Orgiazzi per mappare scientemente il panorama poetico italiano, anche quello del sottobosco. Proprio nel 2005, egli postò un breve saggio di Marco Giovenale, già uscito sull'"Almanacco del Ramo D'oro", intitolato Freddezza e persistenza del senso, nel quale il poeta romano rifletteva sulla contaminazione delle arti e sulla scrittura «a freddo», quale «forma di senso-non-senso, ossia come eco familiare dell'enigma che chiamiamo "oggetto estetico"». La definizione ha sicuramente agito sulla poetica del Nostro: l'opacità dei testi e la quasi assente tonalità affettiva, frutto di una ragionata decantazione sintattica e di una colatura versale cesellata, appunto, a freddo, ne sono il frutto più evidente. Reliqua Realia porta tuttavia incisi nel corpo tanti altri segni, attinti da ambiti differenti e utilizzati al fine di sostenere, da fedeli amici, il viaggio dell'autore tra le pieghe di «un essere minimo e tragico», che, a suo dire, «ci conduce nel franto». La stessa struttura portante è assegnata a cinque nuclei arcaici, alcuni esagrammi del Libro dei Mutamenti, ciascuno messo in esergo dei capitoli, ad indicarne la formula, la chiave di lettura. A questi, egli accosta citazioni mutuate da decine di autori, specialmente poeti, cui attribuisce il compito di incanalare meglio la traccia aperta dall'esagramma. Complessivamente, ne esce un progetto teso a fissare le metamorfosi attraversate da un soggetto in fieri prima di abbracciare il proprio destino; Reliqua Realia racconta insomma l'inferno gelido di un uomo, che cerca il coraggio per superare la contingenza, avendola percepita come qualcosa che è giunta al tramonto.






Hell in repeating


Eccolo l’inferno, libro chiaro:
l’ho allineato amaro
goccia a goccia di pioggia
di selciato estivo
di schiene morte in pietre
di enormi vomeri animali in selce
e vivo, di fuoco umido, d’odore
spento, di recedere e ridarsi sempre
in circolari cecità irredente
di gole aperte e schianto.

Eccolo: a me presente,
figlia: il tuo fiato d’occhi d’osso
segue un padre storto,
malandato. Certo: lo era.
Lo è nel muoverti, le medicine
in mano: un volto lo si sceglie
ed è le doglie di via: la frontiera.


***

Ci siamo già detti di quel cielo bianco, dell’aria più fredda
delle date in partenza, la fine d’agosto, la nostra auto stretta?
Mai detto di niente, di quei pomeriggi di prima dei secoli,
del sole di perla, in centoventisei, finiti i miracoli ?

Di quel mazzolin, cantato, provato per giorni
e poi singhiozzato su un’utilitaria, fingendoci eterni.
E via le montagne, la scabra autostrada per centro-città,
il sonno bambino stendeva una sua serena pietà.

Ed anche stasera che mi sono arreso, ho ammesso la vita
la serie di storie che tornano sempre, la sera imbastita
al sole di adii, (vedi la luce, si guarda più indietro)
un sonno più adulto distende distanze – di ghiaccio, di vetro.


Affondo


Si termina a valle un’estate con l’odore di fieno
bagnato ed è la sera a condurre, con la sua luce
di arcobaleno scaduto, al caldo dei muri,
alle formiche, alle corse fuori e dentro
le crepe, ignari del conto,
del dato e mai preso in ritorno.

Ci si siede. Una panca di roccia granitica
ingrigita alle notti
..................................settentrionali
all’ombra ai lenzuoli (sventolavano
a vela matrimoniali gli orli di pizzo,
le doti promesse e le canfore)
ha su di sé le topologie più sbandate – come la storia,
le date, le curve –
......................e sottoinsiemi ennesimi
per ere separate in vissuto e larve
lacrime d’ambra e quasar di quarzo ialino
in ammassi stellari infinitesimi.

Un gatto non rosso non nero che guarda
da oltre la strada, si attarda e aspetta che il rumore
di un auto lo spinga nell’una o nell’altra corte.
E anche: è un computare la sorte, prima
i semi, poi le figure sulle carte, finire
investiti, guadagnarsi la morte, o sostenere
gli stilemi del tempo e del mondo
dando a questo il suo peso molare e a quello
il ripetuto tono di strage che sta nel cercare.


La vita liquida


Qui si sta ad ascoltare
giorni strisciare sul fondo abrasivo,
sul pavimento del bagno mai pulito, si perdono
chili, nozioni di cinema e fisica
vecchie canzoni di quando s’era marinai
insieme bambini, eroi – i nastri rossi ai capelli.
Perdite idrauliche
unità di tempo arbitrarie
più danni di mesi, meno di anni
piastrelle crepate
“le so fissare per ore”

“ma è ora di pranzo”
grazie ancora di cuore di queste misure
la vita che liquida cola nelle fessure





Semplice la fine


Non ci sono: ho raggiunto il tono labile, la trasfusione
di pensati, concetti esatti che tu passasti alle mie labbra
un bacio, un’emulsione di pellicola e la messa a fuoco
perfetta dell’immagine, anamorfica del buio che fosti
abile a raddrizzare: insieme in cima a respirare mosti
a vento, l’infinito non è che accostamento di spezzoni,
la scelta non casuale di contrasti, variazioni di stupore all’ora
in cui ritorna il tempo, declinato astratto, senza sentimento;
il cuore (tu lo dici) è solo la versione precedente di un contratto
asintattico, scritto calligrafico (come scrivi bene, mi dicesti);
e la tua guancia affiora dal cuscino ancora intriso
di primo tentativo, sfondo cielo, inviso – vivo – gelido
di luce olivo chiara come ci apparvero i paradigmi
delle distanze lunghe, pomeriggi in fondo al sole, muri
screpolati, infiggersi d’avventi attese: come
mi guardavi, partendo. Una leggenda di silenzio.

Vorrei vederti scendere le scale sola, nel crocicchio
di questi capodanni. Ce l’avranno i freddi di qualsiasi
stagione uno scalino che ne ferma la discesa.
Com’è semplice la fine, la sua accoglienza.





Messaggi non inviati


Di cose se ne va: di un lento
che non è proprio, steso alla campagna
che nella spiegazione perde tanto;
ne è, di silenzio sopra e frana
ma non chiude – rimane aperto a nuvole
di fianco bianche per analogia.

Risaie: voi le vedete così instabili
nell’oretta viola che precipita emorragia,
nell’andare svelti, ingrati tra un’implosione
e l’altra, in fini tiri e flussi solitudini:
memorie sono le file sfoglie e buone
di ciò che sfugge a brezze radiofoniche,
che torna su a giri liberi, leggeri e sfiora
immagini richiuse dentro i margini di icone
poi nei mattini: quel che manca è l’ora.

Ecco a noi andare di stanza in stanza
a volo di comete e scorrere di sere
violette ed io e te più certi d’essere più fermi
quantunque viali vadano distali a velocità
costanti, in stati consci e rem dispersi,
in viaggio come messaggi non inviati:
la stanchezza è in stasi ritrasmessa
di vecchi ed operai stare tristi agli steccati
di ridere a vedere soli infosforire il verde
pizzicando l’acqua piovuta tardi non in fase
.
mettere il punto per concludere una frase.


Massimo Orgiazzi è nato a Torino nel 1973, ma vive e lavora in Valsesia, nel vercellese, dal 1990. Ingegnere meccanico, nel tempo libero scrive e si occupa di rassegne e attività cinematografiche. Nel 2003 ha pubblicato la raccolta di racconti brevi Gli aerei volano ancora per l’Editice Clinamen di Firenze. Sue poesie sono state raccolte in riviste e rubriche on-line (tra cui Sinestesie, L’Ulisse, Dissidenze, Rotta Nord Ovest e Absolute Poetry) e in alcune antologie, tra cui Dedicato a… Poesie per ricordare, Aletti Editore, 2005; Il Segreto delle Fragole – Poetico Diario 2006, Lietocollelibri, 2005 e Verso i bit, Lietocollelibri, 2005. Ha creato nel 2005 il blog LiberInVersi, muovendo dall’esperienza maturata nei gruppi di discussione di Usenet e che ha come fine la divulg(azione) poetica e la diffusione di letture critiche essenziali sui testi contemporanei. Collabora con le riviste "Atelier" e "Pagina Zero." Nel 2006 ha fondato la rivista letteraria on line "L’Attenzione".

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mercoledì, giugno 17, 2009

io non respingo



Respingimenti, clandestino, Lampedusa, sicurezza, le parole usate per "informarci" e disegnare lo sfondo sul quale far crescere razzismo e xenofobia. Accoglienza, conoscenza, tutela, rispetto sono le parole che dovrebbero riguardare "persone vere, veri bisogni”.


L’Italia attualmente ospita circa 38 mila rifugiati, risultando il paese europeo con il minor numero (la Germania ne ha 600 mila, la Francia 150 mila e la Gran Bretagna 300 mila).
Nel 2008 hanno chiesto asilo in Italia 31.097 persone, circa la metà ha ottenuto il riconoscimento di una protezione (solo il 15 per cento è entrato dalla frontiera di Lampedusa). I maggiori Paesi di provenienza sono Somalia, Nigeria, Iraq, Afganistan, Eritrea, Costa d’Avorio.


qui alcune informazioni utili per la celebrazione del 20 giugno, giornata del Rifugiato.

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giovedì, giugno 11, 2009

Giovanna Fozzer


I libri delle Edizioni L'Arca Felice sono schegge rosse e preziose, leggere e mai prevedibili. Il catalogo comincia ad essere sostanzioso (ne ho già parlato qui). Fra gli ultimi autori pubblicati ci sono Marco Furia e, appunto, Giovanna Fozzer. Il primo, autore genovese da sempre impegnato in una ricerca che ha nella sillaba e nell'endecasillabo il suo centro, mi invia questa recensione che pubblico con entusiasmo.





Intensi contatti

Accompagnata da due raffinate immagini di Sergio Rinaldelli, in cui elementi astratti e figurativi coesistono secondo i ritmi di vivide luminosità né soffuse né accese, la breve raccolta Sette lettere a Enzo (Edizioni L'Arca Felice, Salerno, 2009), di Giovanna Fozzer, si presenta quale poetica presa d'atto d'intime condizioni d'esistenza.
Dalla figura (qui non retorica) della domanda senza risposta, ossia da enigmatici grumi di sentimenti, parole, immagini, scaturiscono versi piani, lineari, eppure esposti sull'abisso dell'indicibile.
L'àmbito definito classico è sufficiente ad un'autrice molto attenta nei confronti d'una metrica che mai sfugge ad acute esigenze ordinatrici indissolubilmente unite a lucida affettività: versi come "immagini, nell'intenso contatto" e "Tu che tutto coglievi / ogni suono, ogni idea / con fulminea grazia / facendolo tuo / (poiché era già tuo)", ben rappresentano una poetica per nulla scossa dalla presenza d'entità ineffabili ritenute non ostili, bensì naturali, comuni a tutti gli uomini.
Da territori muti, in cui nemmeno possono essere costruite immagini poiché l'espressione ancora non sgorga, Giovanna estrae l'energia necessaria a far nascere, quasi per (fecondo) contrasto, una lingua precisa, equilibrata, partecipe.
I toni, così, rivolti tanto ad episodi quotidiani, quanto ad inediti lineamenti ("benevolo infinito"), risultano sempre ricchi d'una pregnante leggiadria in cui lievi sfumature s'intrecciano a sequenze descrittive interrotte da improvvisi bagliori, da repentine pronunce d'ampio respiro, dall'insistere su quesiti semplici e, appunto, privi di risposta.
Il tutto senza freddezza, con quella passione che alla sapienza sa accompagnarsi parola dopo parola, mai perdendo di vista (ora non più tacite) complessità ritenute irrinunciabili elementi d'una poesia che della vita non aspira ad essere specchio, ma vero e proprio tratto costitutivo.
Una poesia che s'illumina di luci policrome, calde, in grado d'indurre chi legge a percorrere itinerari lungo i quali poter riconoscere significative parti dell'esistenza interiore, altrimenti a rischio d'oblio: una poesia, insomma, che affascina e assieme aiuta.




ORECCHIO ASSOLUTO

Tu che tutto coglievi
ogni suono, ogni idea
con fulminea grazia
facendolo tuo
(poiché era già tuo)

nei tuoi versi, nei pensieri, nelle lettere

Tu
che il Poggio Pratone non salisti mai
ma trovasti cantato in certi piccoli versi

Oggi che dopo tanto vi ritorno
questo culmine, visione d'orizzonte totale
dedico a te
al tuo alto dei cieli (che mai negasti)


Nel silenzio autunnale opposto
a zirli trilli gorgheggi di primavera
sotto un volo di rondini tardive senza canto

Tu
ritorni ancor più
nella mente che abiti sempre


INFANZIA

Preda dei tuoi umori obliqui
mentre grondava sul vetro la pioggia
e l'inverno
bruciava grani di aromi
a rinvigorire una memoria stanca
che pure ancora riaccendeva
riti e miti (quasi sempre mortuari)
d'una infanzia ossequiosa, attenta e stupefatta,
affascinata
dal mistero dell'incomprensibile.

Il vivo viso del calciatore dodicenne
o più il suo sguardo
già tutto diceva il sapere e il capire
del poeta, del professore, del politico,
l'innocenza e il fascino
dell'uomo bello come un dio greco
(così dice il tuo fotografo amico),
del giovane che (dicevano in molti)
sembrava un attore.

Pure, poteva il tuo volto
esprimere duro il tremendo;
o invece un benevolo infinito
nelle labbra dal bel disegno
(che la fossetta del mento completava)
e nello sguardo - tenerezza impercettibile
celata nello 'strabismo di Venere'.


FANTASIA

Mobili forti e lievi le tue
immagini, nell'intenso contatto
tra fantasia e cose.
Nelle poesie, nelle lettere, nel tuo
parlare
(quando, per pochi anni, parlammo),
ricche fiorivan dal mare, dalla terra, dal cielo:
l'alba saliva lungo scale d'aria,
la luna, impigliata sulla fiumara
- 'a luna mpiccicàu sup' à hjumara -
è n'affetta, ì meluni, 'na lampara
e u' celu è seru, e' i nùvuli ricotti;
e quando cade
Non è cchjù luna, mo esti nu farcigghju
chi meti hjuri russi, ranu e migghju
e 'mbratta 'ì sangu u' saccu d'a' furtuna

Rifugio t'era buio
'u scuru ti era luci,
la notte ti cullava nta lu firmamentu,
nta 'na cònnula fatta 'i hjarvi e canti.Fiori e canti a consolarti
l'anima di eremita
prigioniero di testesso e della sorte,
ferutu d' u' distinu, e chi la morti
aspetta, e 'u gira 'rota di la vita.

Cantava ogni tuo verso,
nella tua solitudine, la più nobile,
lucida, amara disperazione.



biobibliografia: vedi qui

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domenica, giugno 07, 2009

Alessandra Conte


E' finalmente uscito Breviario di novembre (Raffaelli 2009) l'opera prima di Alessandra Conte, con una mia nota introduttiva, della quale riporto le prime righe e che parte dall'immagine evocata nella poesia incipitaria:



La suora bambola chiama
nel suo letto di noce che sale
con le pareti che si perdono
ancora più in alto, dove i rondoni
gridano e circondano di voli
i morti, fatti di scritture
e guano seccato.
I muri di Galugnano esalano
foglie di tabacco e voci
di donna grossa,
che gioca a domino con le lupe
e vince, e ha già perso.



Il breviario che recita "suora bambola" sospesa nel vuoto, in compagnia di morti "fatti di scritture/ e guano seccato", e circondata dalla rosa dei rondoni in volo, si alimenta della volontà di ricondurre il Cielo alla Terra, il miracolo dell'immortalità al suo punto di rottura, affinché divini e mortali possano affacciarsi al medesimo "balcone": altra via, infatti, non è tracciabile qui per salvarsi, se non quella che vuole reciprocamente in prossimità il mistero della nascita immacolata e l'incipienza della morte di ogni creatura terrestre. La voce orante convoca perciò il fantasma di Dio e di sua Madre, donna infinitamente piagata da un destino subìto, "Signora delle acque rotte", "Madonna dei tagli alle dita", affinché riportino lo sguardo e la mano sul labirinto della storia, così che sia possibile rifondarne il senso. Diversamente, la gravità schiaccia la nostra vita, tanto da costringerci a vivere infelici e "con gli occhi vuoti".
Ricomporre l'unità perduta, la stretta salvifica che rimetta in moto il presente, dandogli direzione, chiede tuttavia un formulario adeguato, una parola che attraversi civiltà e selva, una lingua ruvida e feconda, capace di aprire e stare in contatto con la vastità muta che ci sovrasta. E' appunto il compito che si assume Breviario di novembre, invocazione pietosa e delirio blasfemo, canto sacro e bestemmia, messi in opera sinergicamente per fuggire l'horror vacui, quell'inerzia senza vento che ci inchioda al suolo, inteso quale materia inerte e contrapposto alla "madre di terra", energia che fa fiorire le parole dall'anima.


Alcune altre poesie tratte da Breviario di novembre le avevo postate il 3 luglio 2008. Le potete leggere cliccando qui (sono da includere anche quelle indicate come "inediti", tranne l'ultima). Interessante notare come il commento di allora, esercitato su pochi testi, metta in luce la necessità di leggerne altri, così da concepirli all'interno di un'orchestrazione più articolata, in grado di evidenziare l'ispirazione profonda dell'autrice. Cosa che accade appunto in qesto libro, davvero potente.

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lunedì, giugno 01, 2009

Piero Simon Ostan


Il salto del salvavita (Campanotto 2006) è opera prima di Piero Simon Ostan che vale la pena segnalare per la freschezza di alcune immagini, per l'ironia leggera che lo attraversa e per l'originale commistione di lingua e dialetto, rilevata anche da Giacomo Vit nella prefazione. Mi sia concessa tuttavia qualche riflesione critica, vsto che Simon Ostan ha trent'anni e dunque non è più poeta imberbre. Anzitutto l'ambiguità con cui usa il dialetto, secondo me ancora troppo legato al sentire locale, a quell'alone di cose vecchie e nostalgicamente perdute che, già in Gozzano, sapevano di stantio. Forse gli è necessaria un'ulteriore riflessione su questa leva, che porta con sé madre e profumo di bucato, ma anche un'aprioristica adesione ad un mondo che forse autentico non lo è mai stato. Il secondo aspetto che segnalo è un certo automatismo negli a-capo, spesso coincidenti con la scansione logico-grammaticale; l'effetto è una rigidità della strofa che il poeta di Portogruaro riesce a limare attraverso una lettura modulata. Ciò non toglie che un'articolazione più complessa del dettato ritmico gioverebbe alla scrittura.



[PASTROCIARSE INSIEME]

pastrociarse insieme
sporcarse e
mis'ciarse
e impantanarse 1

Sbrissiar ogni tanto
come savon
de sora l'onto de pele
grassa,
come polastro in tocio. 2

Io mangio le vite più paffute
rotonde, con le mani,
maleducato, senza forchetta
e coltello

e poi... non ingrasso mai,
sono magro, molto,
mangio solo quello
che mi piace.


1 Pasticciarsi insieme/sporcarsi e/mischiarsi/ e impantanarsi
2 Scivolare ogni tanto/come sapone/sopra l'unto di pelle/grassa/come pollo con il sugo



ORGOGLIO


La postura scorretta
della spina dorsale
rannicchiata
nella sedia.

Servirebbero muscoli
forti e allenati

(E) cuscini morbidi
dove accomodare
il sedere.

Sedute di fisioterapia
alla mattina presto.

Quando (ormai)
me ne andrò ingobbito
a cercar parcheggio
più vicino possibile
al supermercato
sarà troppo facile
incolpare i libri.




ACQUA III - Liquido Amniotico


Oto ore le impinise el stomego
de man bianche che no se sfiora più,
de Parole, Putane dai denti marsi,
a forsa de rosegar el sol
chel scampa come bisatel
prima de finir in tecia. 1

Dietro la scrivania
dotata di personal computer
che non screpola la pupilla

imposto il Salvatore dello
schermo:

scelgo una bella giornata d'estate

quele che fa madurar pomodori e sucheti...
e scrodega i xenoci 2

Applica. Ok.


1 Otto ore riempiono lo stomaco/ di mani bianche che non si sfiorano più/di Parole, Puttane dai denti marci/a forza di rosicchiare il sole/ che scappa come anguilla/prima di finire in padella
2 Quelle che fanno maturare pomodori e zucchine/ e sbucciano le ginocchia.



CERCHI IL VERSO PELO D'OCA?


..........Avere molto scritto / conta poco /
..........Serve ascoltare sempre / e lesti a negoziare i /
..........Verso buono / per un giorno di sole. / Ma più ancora /
..........Serve esser pronti a scrivere / sotto tutti i governi /
..........Quando la voce viene come un tuono.

...................Andrea Temporelli


Cerchi il verso
Pelo d'oca?

Mordicchiare...:.penna che scrive parola
Scarabocchiare: foglio che riceve parola

La punta della
Lingua....pesa

In un vocabolario sbilenco
Trovi solo un lessico "imberlato"

Sera la pena
.........la porta
.........el pensar

prima de corer
impara a caminar 1


1 Chiudi la penna / la porta / il pensare / prima di correre / impara a camminare



COLLOQUIO I


I nove puntini da unire
e il resto dei test
psicoattitudinali
mi fanno perdere
il posto di
addetto contabile...

...e le ragazze
dai vestitini estivi
che incrocio
tra i portici.



[È BELLA LA VITA, COME MULINO BIANCO]



E' bella la vita, come mulino bianco
quando l'anticiclone delle azzorre
concede ritocchi alle nostre
abbronzature a settembre inoltrato.

È accartocciando un pacchetto di biscotti
con mani di pastafrolla
che ci si accorge di essere
assassini di vite indifese.

Mentre sogni la casa dalle ali di pietra
sai, che non mi denuncerai mai!

Tuo figlio avrà il mio sistema nervoso,
forse anche i miei occhi neri
ma tu, non mi denuncerai mai!

Ti ho portata a vivere in appartamentini
dati in prestito dai genitori:
in mezzo ai loro passi insonni
e lo sciacquone del bagno a farci da sveglia.

Il sabato sera,
nel bar del centro, sopporterai
il risolino del tuo amico
- piangerai di nascosto –
sognando l'aiuola tenuta bene
con corteccia d'albero
e la casetta in canadà.

Ho predicato le mie verità, dal pulpito, come
prete noioso,
ti sei fatta rubare il cervello
e mettere in lavatrice,
centrifugato con omino bianco.

Ecco la tua confortevole e tiepida
prigione che ho costruito con amore
dove ti ho torturato con pazienza.



Piero Simon Ostan è nato nel 1979 a Portogruaro dove vive. Attualmente svolge la professione di assistente alla comunicazione a favore di bambini e ragazzi non vedenti. Nel 2005 si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Trieste e sempre nello stesso anno ha vinto il Premio Nazionale di Poesia "Barba Zep". Fa parte del gruppo di artisti che ruota attorno al Porto dei Benandanti - spazio di socialità - con i quali collabora e organizza eventi culturali.

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