venerdì 13 settembre 2019

Il "Piccolo Museo della Poesia" di Piacenza cerca casa



Mi scrive la poeta Carla Mussi, già ospite di Blanc:

«Caro Stefano,
vorrei segnalarti una iniziativa che mi sta molto a cuore. Sono stata più volte ospite del Piccolo museo della poesia di Piacenza, e ho avuto modo di apprezzare il grande amore per la poesia che vi abita. Ho potuto tenere fra le mani la prima edizione di Ossi di seppia, documenti autografi di Ungaretti, molti numeri di riviste storiche, testi introvabili, e ho anche donato qualche vecchio libro e qualche preziosa rivista.
Il piccolo museo non ha più fondi, anche se ultimamente si sono aperte alcune possibilità».

Leggo dal sito del museo: «Il Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure è stato istituito a Piacenza dall’associazione culturale con lo stesso nome. I membri fondatori dell’associazione hanno tenacemente perseguito il loro sogno di vedere la creazione del primo museo Poesia in Europa. Per quanto riguarda la natura specifica della collezione, il museo si concentra principalmente sulla poesia italiana del Novecento (ma ci sono anche splendide incursioni nella poesia di varie epoche, da Dante a Leopardi, da Goethe a Baudelaire, fino alla poesia contemporanea), con i libri, le antologie, le riviste letterarie (alcuni testi sono molto rari); senza dimenticare le lettere, dischi, dipinti e sculture che conferiscono a questo luogo un’ambientazione unica».


Scrive il quotidiano piacentino “Libertà” il 5 agosto 2019:
«Il “regalo” è infiocchettato e pronto per essere consegnato. Destinatario: qualsiasi città sensibile ai versi di Montale, alle liriche di Ungaretti e a tutto l’inchiostro versato nei secoli di poesia. In questo pacco speciale c’è il “Piccolo museo della Poesia – Incolmabili Fenditure” di Piacenza, che il proprietario Massimo Silvotti ha deciso di “donare a qualunque realtà istituzionale garantisca una sede in comodato d’uso gratuito e un budget annuale di almeno 20mila euro per l’organizzazione di iniziative culturali e per l’ampliamento della collezione”.

Forme di sostegno che in questi anni, stando alle parole del fondatore, il Comune di Piacenza non sarebbe stato in grado di assicurare, tanto da condurre alla scelta di provare a cedere il “Piccolo museo della Poesia” a un ente pubblico su scala nazionale interessato a “un’eccellenza unica nel panorama mondiale”. Più che un omaggio spensierato, quindi, il gesto di Silvotti pare una misura emergenziale per salvare questa realtà: “Piacenza, ovviamente, avrebbe un diritto di prelazione. Ad ogni modo, ho già disdetto il contratto d’affitto negli attuali locali di via Pace. Dal 31 dicembre, il “Piccolo museo della Poesia” non avrà più una sede».
Se qualcuno ha delle proposte, contatti il Centro.




domenica 8 settembre 2019

Bertolini, Nava, Sulle punte



È uscito sulle punte, poesie di Maddalena Bertolini, acquerelli di Silvia Nava. Riporto la mia introduzione.


la sacralità della montagna-labirinto

Nella montagna-labirinto di Maddalena Bertolini, c’è sempre un versante sconosciuto in agguato, che pur bisogna sperimentare, mettendosi in gioco senza fingimenti, tenendo strette paura ed esperienza; è esattamente lì, ci dice, che l’autentico di ciascuno si manifesta, spogliandolo delle apparenze, riconducendolo alla sua natura mortale.

La montagna-labirinto è metamorfica come la neve, che trattiene e mescola il principio e la fine, il maschile e il femminile, l’intimità più profonda e l’estranea lontananza che ha per sorella la morte. Nella montagna innevata, infatti, vita e morte si scambiano i doni e sono entrambe necessarie. Ce lo dicono anche le trincee, quelle tracce-cicatrici che il viandante bertoliniano riconosce nella loro irriducibilità e, una volta superate, se le porta dentro nel cammino, a segnare di rosso il bianco della neve.

Nel labirinto, spazio e tempo si condensano nell’istante: nelle poesie sull’ascesa alpinistica, la finitezza dell’aderenza alla parete e l’infinità dell’abisso sottostante sono la perfetta allegoria della vita, che tiene l’alto e il basso, il bene e il male sulla punta delle dita, in un corpo a corpo che dà piacere. La montagna bertoliniana infatti è anche l’amante, che la vede viaggiatrice minuscola sul corpo della gigantessa, Natura leopardiana che combatte e ama, di stagione in stagione e sempre più profondamente, fino all’incontro mistico con essa, al pasto sacrificale (“guardavo le bestie al pascolo / mangiavano di me, io crescevo”), in una ciclicità che è acquorea e geologica, come il fondo dagli oceani diventati picchi nevosi nel corpo mistico della Madre-Matrigna, che ad ogni primavera rinasce.
Bertolini in effetti è una sciamana, che parla con gli animali e i sassi, e conosce il segreto della sorgente; ma ci traduce per lampi minimi quel suo dialogo profondo, lo custodisce nel silenzio delle crepe, che sono anche nelle strutture del verso, in quegli scarti improvvisi che la frase intraprende per portarci altrove, per distrarci da quell’intimo colloquio, che non tollera la chiacchiera o estranei non altrettanto disposti alla meditazione.

La montagna-labirinto è, infine, l’indomabile, l’alterità animale che obbliga, per sopravvivere in sua compagnia, a decodificarne i segni, sapendo che nessuno di essi potrà contenerla, rinchiuderla in gabbia; così come indomabile è il senso della poesia lirica quando questa attinge dai recessi di un corpo in contatto con la lingua della carne. In questa festa dei sensi in balia del desiderio, il sacro di nuovo si muove, convocando gioia e martirio, libertà e gesto osceno della crocifissione. Tutto questo Maddalena lo sa e ce lo dice con grazia, per non spaventarci troppo, per accompagnarci sul bordo del precipizio, là dove la luce che salva ci attende.


Da Maddalena Bertolini Silvia Nava, sulle punte, Publistampa edizioni, Pergine Valsugana, 2019


Per quanto mi riguarda
cammino sulle punte
di tutte le montagne

pianto i denti tatuati dei ramponi 
le intenzioni appese ai fianchi
come esche vive a fare
uscire bestie dalle creste

l’occasione della vita in quel
leone - sbrana ogni domanda
brama la sua preda                                                           
e ritorno intera.                                                                  


467




Come guarda la luce i profili
la montagna che può tenere un uomo
o i bordi di una bestia
perché le linee hanno tracce comuni alla stessa
mano apparteniamo.
Carne e pietra, bosco o pelle, terra
o sale - la differenza solo materiale

il prima o dopo dei tuoi occhi, la luce
che ne risale.


402




la Nord

Tu sopra e io aerea
nella coda di una cometa
legata e pulviscolare. Non devo cadere.
Mi battezza il ghiaccio della piccozza
batti due volte i ramponi
per scalinarmi in questi anni di
matrimonio quanto ho voluto
ribellarmi. Guardami adesso
ancora nell’onore di salire
di starti dietro. Da solo 
potresti morire, ti servo.


367




Le montagne sono piene di costole
hanno schiene glabre e vertebre
sorgenti da offrire ai piedi
ai ramponi ai chiodi alle corde
non chiedono uomini ma ne ricevono e
non ascoltano. Le montagne non crescono
non battono cuori rocciosi sono presenti
nei nostri sentimenti sono belle
quando ci accorgiamo di vederle.

366

Die Berge sind voll Rippen   
haben nackte Rücken und spitze
Wirbel für die Füße
die Steigeisen die Nägel die Seile
sie verlangen nicht nach Menschen aber bekommen sie und
hören nicht zu. Die Berge wachsen nicht
schlagen keine felsige Herzen sie befinden sich
in unseren Sinnen sie sind schön
sobald wir sie zu sehen beginnen.




Un’alba di lana ha preso le montagne
soffoca gli uomini infilati alla vetta

se andassero incontro a una donna
così armati  - ramponi e piccozze
e legati  - in vita l’uno all’altro
da un appuntamento

arrivano dove più su non si può andare
lassù non c’è più niente - ogni cima sola
è vuota e luminosa - allora
dimmi che sali per scendere.

297




a casa

Ritorno a casa nei vestiti

mi tolgo il mare dalla fronte
rimetto le nuvole negli occhi

il vento nei cavi auricolari
e i laghi sulla piana dei polmoni

infilo le valli nelle maniche
sulle punte le dita del Brenta

tutte le cime avvolte come lane
marroni e pesanti di boschi

per ultime tiro fuori dal cassetto
le calze bianche e celesti della neve

le srotolo in un brivido di freddo.


437

Nach Hause

Ich kehre in meine Kleider zurück nach Hause

ich wische mir das Meer von der Stirn
setze die Wolken wieder in die Augen

den Wind in die Ohren
und die Seen auf die Ebene der Lungen

ich stecke die Täler in die Ärmel
die Finger auf die Spitzen des Brenta

alle Gipfel eingehüllt wie braune
und von Wäldern satte Wolle

zuletzt ziehe ich aus der Schublade
die weißen und himmelblauen Strümpfe des Schnees heraus

ich entrolle sie im Schüttelfrost.




Dolce alba sguscia le montagne
le paure di nevi e mari sciolti

luce lenta bianchissime
ossa di roccia

scivola lo sguardo del sole - riprendimi
sull’orlo dell’ombra

hai fatto l’istante
perché mi raggiunga.


454




Le bianche croste costole del mare

non possono i cuori stare fuori
esposti alle intemperanze ai lampi

battono contro piedi stanchi lottano
sotto il sentiero esultano

quando uno di noi - lo trova.


1.




Ciampedie

Adopero queste cime e volentieri
me ne nutro: atterro sui Campi di Dio
affronto il loro abbraccio di cetacei
mammiferi di pietra che filtrano
il plancton della luce

gigantesche branchie grigie rendono
il mare tollerabile - abitabile
fortezza - la dolcezza immobile
del loro movimento: restano in piedi
venendomi incontro.


403




giovedì 29 agosto 2019

La lingua visitata dalla neve news


La lingua visitata dalla neve è ora disponibile
 presso  Aracne Editrice e le librerie ad essa convenzionate.

giovedì 22 agosto 2019

La lingua visitata dalla neve


È uscito!

sto programmando presentazioni a
Padova
Milano
Gorizia
Vicenza

(e anche in città con più o meno di tre sillabe) :-)

venerdì 19 luglio 2019

martedì 18 giugno 2019

Pegorari su Giacomo Leronni



Segnalo l'uscita di Scrittura come ciglio (puntoacapo, 2019), di Giacomo Leronni, con la prefazione di Daniele Maria Pegorari, che riporto integralmente.

IL BRUSIO DELL’ABISSO: LA POESIA DI G. LERONNI

Dopo aver lungamente coltivato con discrezione e riservatezza la sua scrittura (comunque già ben notata e premiata al “LericiPea” del 1998 e anticipata su diverse riviste, come «L’Area di Broca», «incroci» e «Atelier»), Giacomo Leronni, nato a Gioia del Colle (Bari) nel 1963, giunge finalmente a un bel volume organico solo nel 2008 con Polvere del bene, seguito da Le dimore dello spirito assente e da L’ufficio del vuoto. Altre prove della sua ricerca di tono sono state anticipate nelle brevi suite apparse nel 2011 in tre antologie, nonché nel secondo numero dell’almanacco «Punto» nel 2012[1]. Proprio l’esordio così ritardato di questo ottimo autore pugliese ha fatto sì che il suo linguaggio e la sua postura di poeta siano apparse immediatamente mature, come se l’apprendistato giovanile fosse stato tutto risolto nella semisegretezza o semiclandestinità di un lavoro privato, coltivato con una discrezione e un pudore non inferiori al rigore della sua autocensura.

Leronni esce allo scoperto (a differenza di troppi suoi colleghi) solo quando avverte che il suo cammino ha raggiunto effettivamente un nuovo traguardo, una tappa sì provvisoria, ma necessaria a tracciare un bilancio della costruzione del sé; e si tratta, ogni volta, di un regesto serissimo, stilato con un rigore e un giudizio che non lasciano molto spazio all’estetismo e al compiacimento, per porsi lucidamente nel solco della tradizione otto-novecentesca europea e, in particolar modo, di quella francese, sulla quale egli ha condotto la sua formazione e poi il suo impegno come docente di lingua francese nella scuola secondaria e come infaticabile organizzatore culturale nella cittadina natale. Anche quest’ultimo libro, Scrittura come ciglio – e tanto più per il fatto che recupera molti testi ‘antichi’, addirittura di un ventennio fa, alcuni dei quali apparsi nelle antologie più su ricordate – si pone sotto il segno di una complessissima parabola metafisica, vibrante di una sete conoscitiva e religiosa perennemente accesa, avversa a ogni quietismo, eppur rattenuta sotto la fredda superficie di una scrittura che fa della concentrazione lessicale e dell’esattezza sintattica i suoi punti di forza e le sue costanti stilistiche. Disinteressata nei confronti dell’oggettività del mondo e delle dimensioni tanto private quanto collettive della storia, la sua scrittura è quella di un veggente del ventunesimo secolo che scommette sulle potenzialità rivelatrici di quel buio che l’uomo teme sia il nulla, il vuoto privo di senso. È certamente ardua la sfida che Leronni lancia nei confronti dei suoi lettori, costretti a non adagiarsi in una sintassi mai placida e diretta, bensì spiazzante, continuamente dislocante su un piano di pensiero puro che lascia del tutto in ombra la realtà e per il quale sarà il caso di richiamare alcuni modelli impegnativi, forse quelli di Matteo Bonsante, Flavio Ermini e Milo De Angelis, senz’altro quello di Cesare Viviani, non a caso richiamato nell’epigrafe che apre il volume[2].

Questa modalità di scrittura potrebbe apparire respingente, se non fosse che l’io empirico che la origina riesce a far sedimentare nell’algido ritmo dei suoi versi la traccia di un calore autentico, di una mitezza d’animo, di un’intelligenza umile che quasi vuol chiedere perdono di questa oscurità, predicandone la necessità, l’inevitabilità, la consustanzialità alla natura stessa della poesia, in quanto ricerca delle ombre, della profondità[3], di uno spazio pre-linguistico e, dunque, pre-comunicativo. Basterebbe fermare l’attenzione sui lemmi più fortemente caratterizzanti i titoli dei suoi quattro libri per avere una piccola pista ermeneutica: polvere, spirito assente, vuoto, ciglio sono tutti termini che si oppongono alla concretezza della vita fenomenica, si riferiscono a ciò che non c’è più o non c’è ancora o, meglio, l’una e l’altra cosa insieme. Si tratta di mettersi in ascolto di un Significato che è all’origine dell’esistenza, ma che in essa si riverbera solo in forma di vertigine, di flebile e incomprensibile eco, sovrastata dai rumori della vita quotidiana e della grande storia, eppure cercata, desiderata, inseguita quale approdo finale.

La poesia di Leronni, così, è l’aspirazione a un Nulla in cui si ha fede di ritrovare il Tutto, a un silenzio di tipo mistico e, dunque, semanticamente pregno. L’io lirico che la agisce è un acrobata, erede di quello ungarettiano – cento anni fa al guado di un Isonzo metafisico, ora in bilico sul ciglio di un abisso – e, dunque, un uomo invitato a riconoscere la propria «inconsistenza» (come si legge in Camminare; ma converge in questa direzione anche «il nulla sulle spalle» di Un antico messale). Spogliato della propria corporeità, egli può camminare «su una pista incerta», in cui «nulla raggiunge l’equilibrio / tutto giace dissipato», i dati di realtà sono deformati («i nomi / sono scompigliati») e lo stesso destino (il «compito» del poeta) non è mai chiarito. Da queste parole di Avvertenza che Leronni pone ad apertura di libro, inizia una farandola di immagini mai parafrasabili, mai traducibili, mai denotative, che corrispondono a un viaggio verso quel punto che può essere, a un tempo, la fine o l’inizio di tutto.

Può essere utile qualche esempio di questo virtuosismo concettuale: «Incappavi / in sguardi di pietra feconda / con qualche sera nel petto / fra vene e vento» (Antipoesia del millennio); «domani / con l’io scucito, le dita cupe // sullo scudo del mattino / il superstite poserà la gemma / del suo turbine / gioie miti, già corrose» (Una vendetta per le rose); «Più giù / al quotidiano mercato / delle menti, le vene / intercettavano un silenzio asciutto» (Fino all’elezione); «I capelli possono passare / i fianchi gemere la loro luce. / Questa città di lusinghe / esposta al canto, al fasto febbrile / solleva i suoi cristalli» (Deporre la cicatrice); «e alla fine t’inabissi / per qualcuno che non conoscerai // prega che sia invano / che la nudità verso il fuoco / sia perfetta» (Quando la notte); e si noti in questi ultimi versi l’eco luziana del distico finale di Presso il Bisenzio: «Prega che la loro anima sia spoglia / e la loro pietà sia più perfetta»[4]. Conforta e avvalora teoricamente la lettura di questa densa raccolta un’importante riflessione di Roland Barthes, intitolata Scrivere, verbo intransitivo?, che risale al 1966, e fu poi inclusa in uno dei suoi più celebri volumi, Il brusio della lingua: in particolare nel quinto paragrafo, La diatesi, Barthes suggerisce che «la definizione dello ‘scrivere’ moderno» (e si riferisce più precisamente all’età contemporanea, cioè post-positivistica, come s’intende dal complesso del suo ragionamento) sia da cercare nel «passaggio» dall’uso attivo del «verbo ‘scrivere’», quello per cui «lo scrittore» è «chi scrive qualcosa», all’uso «intransitivo» o, meglio ancora, ‘medio’, che sarebbe la forma di diatesi più radicalmente distante dall’attivo (più dello stesso passivo).

Infatti, mentre «nel caso dell’attivo, il processo si compie al di fuori del soggetto» e questi è «anteriore al processo scritturale», cioè preesiste all’opera che realizza e da questa non è messo in discussione, non è coinvolto e non è trasformato (e questo sarebbe valido, secondo Barthes, almeno fino a una stagione della scrittura che ha salvaguardato la «soggettività, come quella romantica»), «nel caso medio, invece, il soggetto, agendo, coinvolge se stesso, rimane sempre interno al processo, anche se questo comporta un oggetto», cioè anche laddove stilisticamente la scrittura fosse realistica, narrativa e denotativa: «oggi – prosegue il teorico –, scrivere è sempre porsi al centro del processo discorsivo, è realizzare la scrittura coinvolgendo se stessi, è far coincidere l’azione e il coinvolgimento, è lasciare lo scrivente all’interno della scrittura». Così facendo, «il soggetto si costituisce in quanto immediatamente contemporaneo alla scrittura, attraverso la quale si effettua e si coinvolge»[5].

Questo, a mio modesto parere, spiega molto della poetica di Leronni, soprattutto in quanto poeta lirico. La prolungata concezione di ciascun libro, la dilatazione dell’arco temporale a cui risalgono i testi scelti e allineati a creare il macrotesto, nonché l’oscurità stilistica che colpisce e affascina il lettore sono l’effetto conseguente non a uno sforzo cerebrale, bensì alla scelta di uno statuto letterario per cui comporre è innanzitutto scriversi: si badi bene, non si tratta di scrivere di sé, come avviene normalmente nella scrittura autobiografica, che maschera una distinzione di funzioni fra un soggetto antecedente (l’io empirico dell’autore che assevera un’interpretazione univoca della propria vita e per questo compie un’operazione decisamente ideologica) e un oggetto (il personaggio narrativo in cui l’autore ha deliberato di costituirsi). A fugare un possibile fraintendimento possono soccorrere questi esempi d’introspezione[6] tutt’altro che transitiva e autobiografica: «Lì sospesi, riluttanti / attendiamo la ruga estrema / il tempo che non ha bisogno / del tempo» (La ruga estrema); «l’incanto degli anni spossato / dalla febbre fino al velluto estremo» (La meraviglia sospesa); «È stato un acuto viaggiare / gli occhi perduti / nella luce demente // i fianchi spossati, il corpo un tappeto / gualcito dagli astri» (Un acuto viaggiare). Comprendiamo, allora, che si tratta di una scrittura mediale o riflessiva, in cui il soggetto scrive se stesso, cioè si compie progressivamente e infinitamente, mentre cerca una verità invisibile e profonda che giustifichi la vita e la proietti su uno stabile orizzonte di senso.

Daniele Maria Pegorari
Università degli studi di Bari “Aldo Moro”

AVVERTENZA


In questa prova
nulla raggiunge l’equilibrio
tutto giace dissipato
su una pista incerta

tracciata appena tra le gole.

In questa opera i nomi
sono scompigliati
si dà contezza del compito
senza definirlo

i fatti sgusciano
in ogni direzione
non approdano

e i fatti non sono fatti
noi non siamo noi
nessuna fine conclude alcunché

bisogna disabituarsi
dividersi, frangersi

la parola è più dell’opera
la parola è cruda
non fa sconti

alle prime avvisaglie
dell’ordine, della regola
si ritrae nell’eterno.



**


Scrivo carnali poesie
corolle che non incontrano il cielo
mosche chiuse in bottiglia
sul fronte dell’aridità.

Un croco rimuginato dal vento
nel casolare della notte.

In villaggi, tutto intorno
brecce per l’attesa:
l’ustione
si spaccia nel mio cuore
per complice giardino.





CAMMINARE


In un vicolo
un pugno di buio dentro.
Le costole a sorreggere il pensiero
la tenuta adiposa dello sguardo.
Intorno morsi, briglie.
Nel dubbio, se dover scendere
se accostare una bocca confidente.

Pavidi a parte, o vicini
forse a fianco.

La torre è superata
la piazza lasciata indietro, varcato
l’anello del cosmo.
Da una finestra
spunta non si sa come un volto
(Lazzaro in festa, Lazzaro
decomposto). Non ti fermi.
Non dai peso agli annunci, ai fari
non ti lasci fiaccare. La luna
ti chiede udienza. Le fai posto
schiarisci la voce.
Poggiala lì la tua inconsistenza.





UN ANTICO MESSALE


Condividere il corpo
grazia obsoleta

lavare gli squarci
benedire la polvere

dondolare in gola
il chiarore che ci ha sconfitti

un fregio le vene
il respiro che recita i suoi nomi

condividere il corpo
la rima dei capelli
le volte dell’iride

venti prosperi
il nulla sulle spalle
le mani che sognano
che stringono incensi

i gesti che incitano
la gioia di un regno ferito
una casa
in cui si addormentano
pietre fluide

un antico messale
in cui la luce
si consegna discreta allo spirito.





ESCA, NASCONDIMENTO


Un cielo inclemente
siede sulla pietra
canta la prossimità

una pelle di fosforo
ritma la sera.

Ripongo l’urna: emergono
incontri non vissuti, cerimonie
alluse, tensioni.

Mi sposto sotto la cappa
del giudizio

la pietà mi evita.

Attraverso la cruna
del cibo sconveniente
un poco mi dischiudo:

mormoro con le cicale
propago lo sferzante
bacio della notte.





IL DOMATORE DI SEGNI


Lento è il magistero
di chi scrive, penoso
il suo fiorire

di convolvolo bruno
ardito, lancia in resta
per fiumane sfatte

vibra invaso dalla febbre
torvo se gli recano
ormeggi distanti dalla domanda

corde percosse dal vuoto.

Lento
trascorre il domatore di segni:
in silenzio pianta le fragole
    del suo dire
senza l’angelo
di un saluto.

A poco a poco
si deposita la poltiglia, magma
della dispersione:

congegni sdentati
brandelli di pasque senza lume

semine preziose, misconosciute

nient’altro che sangue
sangue che s’aggruma.





L’IMPERCEPITO


L’ordine inganna
la comprensione disunisce

non si argina la pioggia senza tagli

nel colmo
s’acquattano verità incresciose.

Sui colli qualcuno
depone la sua pace
il ceppo dei suoni.

Non violare
la bava dell’oscurità:

tutt’intorno sensi
piste che non immagini

un filo d’agonia rappresa
che giustifica l’invisibile.





LE COSE INVISIBILI


Onorando il grano
nel pozzo della sera
incerte le luci
il mare un alabastro peccatore

ricevi il telo del silenzio, scuoti
le foglie del mistero

tutta l’acqua è per te
il desiderio impacciato
l’indice acerbo della stella.

Passeggiare, leggere: non ricordi
cosa ti ha condotto lì

labbra o frane

tutto può espandersi, risucchiarti
in un’insana cadenza.
Il tuo sangue non è lì

nei tuoi occhi
  splende
una soave idiozia.

Giacomo Leronni è nato il 22 luglio 1963 a Gioia del Colle (BA), dove vive. Laureato in lingue e letterature straniere presso l’Università di Bari, è insegnante di lingua francese nella scuola secondaria. Il suo primo libro è “Polvere del bene” (Manni, 2008). Il libro è giunto semifinalista al Premio “LericiPea” 2009 e ha vinto il Premio “Alessandro Contini Bonacossi” 2009 per l’opera prima. Un suo testo inedito è inserito nel volume “Puglia in versi”, guida turistico-poetica della regione a cura di L. Angiuli e D.M. Pegorari (Gelsorosso, 2009). Le sue poesie sono già state pubblicate, negli anni, sui seguenti periodici e riviste: “Hebenon”, “l’immaginazione”, “Avvenimenti”, “clanDestino”, “il Cobold”, “L’Area di Broca”, “Frontiera”, “Pagine”, “incroci”, “ATELIER”, “Il Giornale”, “Vernice”, “Le Méridien – Stanze”.



[1] Le precedenti raccolte sono dunque: Polvere del bene, prefazione di Francesco Giannoccaro, Manni, San Cesario di Lecce 2008; Le dimore dello spirito assente, postfazione di Massimo Morasso, Puntoacapo, Novi Ligure 2012; L’ufficio del vuoto, con dodici fotografie di Ilenio Celoria, Puntoacapo, Novi Ligure 2015. Le antologie cui ho fatto riferimento sono: Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria, a cura di Roberto Maggiani, L’Arca Felice, Salerno 2011; Frammenti imprevisti. Antologia della poesia italiana contemporanea, a cura di Antonio Spagnuolo, Kairós, Napoli 2011; Dentro il mutamento, a cura di Maria Lenti, Fermenti, Roma 2011.
[2] Il magistero del poeta tosco-milanese è espressamente dichiarato dall’esergo non solo di questa quarta raccolta, ma anche di quella esordiale, che attingeva a Cesare Viviani, Passanti, A. Mondadori, Milano 2002. Ma ‘adiacenze’, se non debiti, sono ipotizzabili anche nei confronti di Matteo Bonsante (almeno Poesie 1954-2004, Aliante, Polignano 2004; Dismisure, Manni, San Cesario di Lecce 2010), Flavio Ermini (almeno Ali del colore, Anterem, Verona 2007; Il compito terreno dei mortali. Poesie 2002-2009, Mimesis, Milano-Udine 2010; Della fine. La notte senza mattino, Formebrevi, Caltanissetta 2016) e Milo De Angelis (Poesie, A. Mondadori, Milano 2008).
[3] Salutava questo carattere della sua poesia già F. Giannoccaro nella prefazione a Polvere del bene, cit., p. 8: «[L’autore accetta] la sfida dell’esistere, si logora nel confronto, sapendo che si può anche soccombere. Purché si salvi almeno un’idea o un’emozione, all’insegna di una ricerca conoscitiva compiuta passo dopo passo».
[4] Mario Luzi, Nel magma, All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1963; edizione accresciuta Garzanti, Milano 1966; ora in Idem, L’opera poetica, a cura di Stefano Verdino, A. Mondadori, Milano 1998, pp. 311-352: 319 (apparato critico alle pp. 1526-1559: 1532).
[5] To Write: An Intransitive Verb? apparve dapprima in inglese, data la destinazione del Convegno The Languages of Criticisism and the Sciences of Man. The Structuralist Controversy, tenutosi a Baltimora dal 18 al 21 ottobre 1966, i cui atti furono editi a cura di Richard Macksey ed Eugenio Donato, The Johns Hopkins University Press, Baltimore-London 1970, 19722, pp. 134-145. La stesura francese fu poi raccolta in Roland Barthes, Le bruissement de la langue. Essais critiques IV , Seuil, Paris 1984; ed. it. Il brusio della lingua. Saggi critici IV, trad. di Bruno Bellotto, Einaudi, Torino 1988, pp. 13-22.
[6] Su questa oltranza linguistica insisteva qualche anno fa il postfatore di Le dimore dello spirito assente, cit., p. 143: «la carica eversiva della migliore poesia visionaria del Novecento italiano, e non solo, appare come sospesa e trattenuta in un limbo infralinguistico».