venerdì 5 maggio 2017

Raffaele Marone: Camminata contemporanea. A Beirut, ad esempio


Museo nazionale di Beirut (foto di R. Marone)

Una specie di deformazione professionale: chi per lavoro immagina spazi, quando arriva per la prima volta in un sito, sia esso antropizzato o di natura, andandosene in giro comincia a guardarlo come se dovesse abitarci, o come se dovesse pensare lì un disegno che lo trasformi, per abitarlo. La mente comincia a selezionare elementi da raccordare, fili ideali da congiungere, per istruire una interpretazione che è già immaginazione di una possibilità nuova di abitare.

Ma a Beirut quel tipo di sguardo, più o meno fecondo in altri luoghi,  sembra richiedere un cambio di attitudine.  Attraversando la città, innumerevoli cantieri segnati da altissime gru e scavi profondi, facciate bucherellate da migliaia di fori di proiettile esplosi durante i lunghi anni della guerra civile, vaste aree archeologiche, alti muri sovrastati da enormi rotoli di filo spinato, grattacieli scintillanti, grandi e desolati spazi vuoti, vecchie case cadenti, moschee e chiese… e poi lingue diverse che si incrociano ovunque, tante fedi diverse che si incrociano, soldati con i mitra spianati e mendicanti, donne all’ultima moda e sacerdoti di mille chiese… una moltitudine di strati di materiali e di immateriali diversi si affastellano, si sovrappongono, si giustappongono rendendo inestricabile l’accumulo di segni.
Così ti rendi conto che lo stereotipo di Beirut “soglia tra Oriente e Occidente”, che come uno slogan ha potuto spiegare in estrema sintesi il senso della città fino al secolo scorso, non può più essere il piano su cui fondarne un’interpretazione attraverso l’abitare oggi (ogni abitare è un interpretare).

Qui ogni volta che si tende un filo mentale tra un frammento di senso e un altro, il filo si spezza, o un capo non raggiunge quel che vorrebbe legare, oppure si attorciglia.
Ci vuole uno sguardo archeologico che scava, riconosce, pulisce, e mette da parte. Lo sguardo archeologico ha quel distacco dall’oggetto osservato che Agamben ritiene indispensabile per carpire la contemporaneità.

La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.
(da “Che cos’è il contemporaneo”, 2010)

Sfalsarsi. Chi abita la contemporaneità cerca non più solo tracce che possano ricostruire antiche narrazioni che, rendendone riconoscibili le differenze tra esse, restituiscano convivenze un tempo possibili. Chi abita la contemporaneità piuttosto cerca frammenti di elementi che appaiano potenzialmente dialoganti per tessere trame nuove tra gli uomini. Quindi può trovare forme nuove alle cose degli uomini e significati inattesi, generati dal solo desiderio di vivere in pace: un abitare allo stato nascente.

La capitale del Libano di oggi non è altro che un ingrandimento al microscopio, una zoomata profonda dentro l’indistinto ovvero quel che è gran parte del mondo contemporaneo. Anche là dove sembra che le identità sociali e culturali siano più circostanziate e stabili si possono ritrovare quegli stessi affastellamenti, sovrapposizioni, giustapposizioni di frammenti che spesso originano conflitti.

Beirut appare allora come paradigma di ogni città del mondo e torna in mente il Celati del “Bazar archeologico” (1975).

…frammenti, oggetti, relitti d’un passato ormai privo di contesto, rovine della storia oramai perdute per la storia: nuovi silenzi che sorgono là dove poco prima c’era un linguaggio capace di parlare dell’esperienza originale e delle motivazioni di quegli oggetti… oggetti segnati da un taglio storico che li rende spaesati o spaesanti, e in cui è proprio la perdita dell’origine a creare il loro interesse di oggetti di riflusso, finora dimenticati. È il bazar al posto del museo, nel senso che gli insiemi di oggetti di un bazar si organizzano secondo una tassonomia fluttuante, non consegnata alla logica di una classificazione che funga da autorità impersonale… è insomma l’oggetto dimenticato che emerge come scarto o detrito di un contesto inabissatosi, e di cui non si può raccontare la storia… Ma con questi oggetti non c’è identificazione possibile: le motivazioni che li hanno prodotti non sono quelle per cui noi li ricerchiamo e li disseppelliamo dall’oblio… raccolta di tracce di sistemi scomparsi, la cui testimonianza è solo testimonianza di un taglio.


Un possibile abitare la contemporaneità sta nel lavorare dentro quel taglio che ha generato quei “relitti d’un passato ormai privo di contesto”, senza l’imperativo concettuale di ricucire; con distacco, per quanto possa essere difficile.


Il lavoro di Raffaele Marone  (Napoli 1960) attraversa l’architettura, le arti visive, la musica, la poesia.
Sue poesie sono state pubblicate su “Le Voci della Luna” e, in rete, su “Blanc de ta nuque”.
Ha ricevuto dei riconoscimenti al Premio di poesia Montano.
Ha pubblicato libri, progetti e saggi di architettura, tra cui i più recenti Fare luoghi. Abitare come arte d’insieme (2015) e Architetture di terre con un mare in mezzo. La porosità come carattere mediterraneo (2016).

lunedì 17 aprile 2017

Roberto Martinez Bachrich su Erika Reginato



Erika Reginato, GIORNO DI SAN GIUSEPPE. Día de San José Versione bilingue. Raffaelli editore, Italia, 2016.


La grafia tremante della sua dedica ricorda l’ombra dello sguardo, contrario alla poetessa con cui, a volte, parlo. Ma è lei. Leggere il suo libro è confermare la sua logica paradossale. Le sue poesie sono tessute in quattro territori che hanno molto in comune: "Il lutto", "La malattia", "L'addio" e "L'incontro". Sorprende la voce di Erika, il suo dialogo aperto, a fronte dei fantasmi che la precedono.

Qua non c'è paura, non c'è contemplazione per assumere in famiglia le presenze sotto-terrene. L'oscuro segna il libro, però una striscia di chiarezza va tracciando il cammino. La voce di Erika Reginato, il suo modo di guardare intorno a sé, il suo modo di sentire quello che porta dentro senza paura, ha quella saggezza particolare di chi sa farsi un posto nella luce a patire dall'ombra per così salvarsi.

Vecchio topos: l'oscuro illumina, l'ombra riesce a lanciare le sue fiammate. Il padre e il nonno sono i personaggi protagonisti. Si dialoga direttamente con loro. Il filo che la unisce non è solo quello del ricordo o del sonno. La connessione e più profonda: la morte, sotto o sopra, fuori o dentro, sa mettere in ordine le parole. Il suo segno garantisce alcuni metodi della comunicazione.

La sezione iniziale del libro "Il lutto", è il primo canale di quel dialogo diretto, il dolore recente della perdita, obbliga l’essere a depennare quel dialogo. Si cerca il corpo a corpo, si rifiuta la distanza: ma da lontano / vedo la tua mano magra / avvicinala...E poi scrive: trascinami con te /fino al sepolcro...

Si sente la mancanza, si cerca di rafforzare (concludere), il non finito. L'essere si sente male per non aver potuto conoscere sufficientemente bene gli antenati. In quella voragine aspetta la parte che lo può unificare: Sotto lo spessore /nella terra /staremo insieme /Riceverai l'altra parte di me /un tesoro /Padre...

È "La malattia" la sezione più sensibile del libro di poesie. La delicatezza e la tenerezza di quando  parlava con il Padre non ci sono più. L'essere è da solo, davanti allo spessore del suo sangue, davanti alla sua propria ombra: "Comincio a toccarmi /l'inizio dell'errare /i frammenti del mio spessore..."

La sintassi perde sottigliezza, adesso è attorno al concreto, in un posto secco, già che la morte nel sangue non concede armonia: Vomito il mio vuoto /amo /imputridisco /in questa diagnosi...  Comincia il dubbio, la lotta tra la vita e la morte, il terribile suono del movimento della bilancia: Sospesa /su catene /sto in equilibrio... Ritorna la paura e se ne va via. La vicinanza delle ombre insinua una strana pace, una lucidità originale, una palpazione curiosa, cosciente del suo rischio: Con cautela osservo /le forme scure /che si fermano /sulla soglia...

Esistono metafore che uccidono, assicura Susan Sontang in alcuni dei suoi libri sulla malattia. La poeta Erika Reginato spoglia la malattia delle sue metafore non guarite e la ricostruisce dal proprio sentire, a partire della convivenza quotidiana con – la malattia - che smette d’essere, perché diventa parte di sé stesso: non è più un organo particolare è il proprio corpo ma è parte indivisibile del tutto. Assumere la malattia –assumerla, e vederla, vedersi per scrivere e descriversi, con la disposizione di sentirsi e palparsi a partire dalla parola più reale (in questo caso è la parola poetica) è in un certo modo, salvarsi. 

"L'addio" e "L'incontro" saranno variazioni dalla stessa partenza. L'essere saluta per ultima volta sua infanzia, suo padre e suo nonno. Da lontano quelle presenze abbracciano la poetessa, si avvicinano per consolarla o per aiutarla a ridere. L'essere rimane per fare le condoglianze a se stesso. L’annunzio del commiato è quasi amabile, la partenza è silenziosa, sottilmente musicale: In mezzo alla notte scopro /la fine della distanza/il passare dei giorni...

È anche un viavai dello sguardo davanti all'ombra che fa ritornare il dubbio: Potrò dormire lentamente/nel pozzo?...

Si cerca una semantica nuova, spoglia di cariche simboliche vuote, in favore di una dimensione significativa allo sguardo personale. Qua: I fiori non si muovono. Là: Non sei nel deserto /solamente ti riposi /dopo il cammino. Perché per l'essere: La tempesta non finisce //Avanza /nel mio ventre...

La lucidità assoluta arriva alla sentenza quando gli occhi si aprono davanti al mistero. Si prefigurerà così, il doloroso e desiderato incontro: Cerco nell'oscurità /le ceneri /la distanza /la fine.

La vita, la morte, la scrittura non sempre appartengono alla logica suprema: i paradossi, percettibili o no, si portano nelle vene.




Poesie da Giorno di San Giuseppe


La vita è una canzone d’amore
diceva Giuseppe.

Amore per un paesaggio,
per il sole che muove le sue ali
con lentezza.

Il tetto era il cielo,
la casa era la terra,
lui se ne andò
quando vide tra le sue mani
scorrere la nebbia.

Volle volare e si avvicinò
al rituale di morte.

Tese il collo
guardava il tetto dal balcone,
la quiete,
il fumo delle candele
da poco spente.

.-.-.

Oggi mio Padre
mi accarezza la spalla.

Mangia le zanzare
della tenuta L’Incanto,
fa il bagno nel fiume.

Dorme
sotto alberi di acacia,
trema
all’alba.

Mio padre ha sete,
getta spine di legno
dal cielo.




I fantasmi
pronunciano il mio nome.

Aprono e chiudono
le porte delle stanze,
sibilano le loro pene in corridoio.

In ginocchio
supplico Dio
per un istante di silenzio.

Abbasso la testa
con un po’ di fastidio.
In mezzo alla notte scopro
la fine della distanza,
il passare dei giorni.

I fantasmi fumano nella mia stanza.

Annunciano l’addio.


.-.-.


Le lenzuola di mio padre
non si potranno usare.

Quando si alzava la marea
dava ali alle vele.

Su la randa.
Giù la randa.

Non si fermava mai.

Ma una notte si fermò
cinque volte.

La prima
in cucina,
la seconda
vicino alla finestra,
la terza
accese la luce,
la quarta
con il petto aperto
si guardò allo specchio.

L’ultima volta
naufragò nella pena.

.-.-.-


I

La vita sfugge
dal mio fianco destro.

Ascolto le promesse
le preghiere per il ritorno
la voce della veglia
della fame.

Mi perdo
tra le mura grigie
di questa stanza.

Con cautela osservo
le forme scure
che si fermano
sulla soglia.

Comincio a toccarmi
l’inizio dell’errare
i frammenti del mio spessore.

-.-
III


Sospesa
su catene
sto in equilibrio.

Sola
in alto
lotto col freddo
sopportando le crepe.

In coma
ho sudato
la tua ubriachezza.






Erika Reginato è nata a Caracas, nel1977, vive attualmente nel vicentino. Poetessa italo-venezuelana, saggista e traduttrice. Si è laureata in Lettere presso l’Università Centrale del Venezuela. Tra i suoi libri di poesia: Día de San José (Caracas, 1999), Campocroce, 2000-2007 (edizione bilingue, Mantova, 2008),  Campo Croce, antologia poetica 1999-2008 (Venezuela, 2008). Il saggio in spagnolo Cuatro estaciones para Ungaretti (Caracas, 2003). In Venezuela ha pubblicato sue ricerche e traduzioni, tra cui Antologia poetica di Milo De Angelis, (versione bilingue, 2007), El bar del tiempo di Davide Rondoni (versione bilingue, 2008), la selezione di poeti italiani Caminos del Agua (versione  bilingue, 18 poeti del secondo Novecento, 2008),  El trazo infinito del universo, antologia di poeti italiani contemporanei (28 poeti, versione bilingue, 2013). Con Raffaelli ha pubblicato il libro di poesie Gli Eletti (versione bilingue, 2013) vincitrice del 40º Premio Internazionale della Fondazione Culturale G. Arnone “opera straniera tradotta in italiano”. Le sue poesie si trovano nelle antologie italiane: La nuova poesia dell’America Latina (selezione del poeta Loretto Rafanelli, 2015) e Giovane poesia latinoamericana (selezione di Mario Meléndez, Raffaelli editore 2015).



Roberto Martínez Bachrich (Valencia, 1977). Es profesor del Departamento de Literatura Latinoamericana de la Escuela de Letras de la Universidad Central de Venezuela. Magister en Técnicas de la Narración por la Scuola Holden (Turín), Magister en Estudios Literarios en la UCV. Ha publicado los libros Desencuentros (1998), Vulgar (2000), Las noches de cobalto (2002), Las guerras íntimas (2011), Tiempo hendido (2012), La voz del animal (2013). En 2010 recibió el X Premio Anual Transgenérico de la Fundación para la Cultura Urbana.


domenica 9 aprile 2017

Poesie di Stefano Guglielmin tradotte in bulgaro da Emilia Mirazchiyska


Sono uscite alcune mie poesie, tratte da Ciao cari, sul sito bulgaro Free Society Poetry
grazie alle buone parole della poetessa Beloslava Dimitrova 
e della traduttrice Emilia Mirazchiyska


mercoledì 15 marzo 2017

Pier Damiano Ori su Pierangela Rossi


Propongo un beve ragionamento sull'ultimo libro di Pierangela Rossi, Avventure di un corpoanima, appena uscito da puntoacapo con una introduzione di Filippo Ravizza; raccoglie i due libri,penso di esordio,Conchiglie (1993) e Crisolito, questo un vero e proprio poemetto uscito sulla rivista Steve fra il 2002 e il 2003.

Intanto il titolo: Corpoanima è un neologismo d'autore efficace, plurale, nuovo, ma anche di antica tradizione, dal Nuovo Mondo; nella mia lettura arriva dritto dritto dalla espressione "trascendentalista" di Emerson e Thoreau:quel sentire non solo forte ma certo che le cose che ci circondano, i fatti che accadono, ci riportano e soprattutto hanno a che fare con altro. Questo altro nella poesia di Pierangela Rossi è sia la materia, sia la capacità insita in essa di testimoniare (al di là dell'accadere delle parole) la propria, sempre remota origine.

L'autrice esegue questa impresa raccontando (e dentro il racconto evocando) i casi quotidiani, le abitudini, gli spostamenti di umore e desiderio, suggerendone sempre, però, la loro significante extraterritorialità. Questo, a mio avviso, il legame, più che tematico empatico, fra Conchiglie e Crisolito. Legame autentico, ma mobile, come vedremo.

Conchiglie propone una poesia "selvatica", sempre elegante nel linguaggio, ma molto diversa da quella che conosciamo ora dell'autrice; lontana, in particolare, dalla sorvegliatissima trama metaforica e filosofica di Carte del tempo, il suo importantissimo libro del, mi sembra, 2015.

Rilevo, in Conchiglie, una maggiore enfasi nella costruzione del testo, naturalmente indice di una ricerca, non di una lingua, (che già è salda e sofistica e efficace), di un posizionamento esistenziale, interiore con quelle "persiane messe lì / da chissà quale dio operaio".
Si avverte moltissimo, come poi sarà nel prosieguo di tutta la sua opera ,il peso specifico che l'autrice dona alle singole parole, al di là della composizione nel verso, per altro sempre rigoroso e molte volte sorprendente. Qui, Pierangela Rossi è come in attesa del suo discorso più ampio, lo evoca e lo prepara. Lo troverà pienamente, e con cifra personalissima, nei libri che seguiranno, mai tradendo però questa intima stringatezza di lingua ed emozione che crea un cortocircuito, appunto emotivo, che pochi poeti italiani sanno dare con altrettanta limpidezza.
"Mette la vita / in allarme di morte: / invisibile lo senti / lavorare di rincorsa."
E anche: "paracadute elicotteri e streghe / da bambini erano nomi di fiori."
E ancora: "della conchiglia tu / hai sentito l'abbraccio / io sento il sono del mare // il dentro del fuori conosco."

Crisolito è un'altra storia. Una diversa vicenda poetica, non solo un già differente posizionamento esistenziale. Dedicato al marito Paolo, inizia affermando: "voglio nominarti piano piano."

Rimanendo fermo il già acquisito senso fortissimo del peso specifico della singola parola, di cui dicevo, qui è la struttura della scrittura a diventa protagonista di una vicenda poetica e autoriale che, sempre, mi sembra di potere dire, ha variato negli anni fra questi due poli, facendo della poesia di Pierangela Rossi una scrittura di pluralità, pur rimanendo così fortemente fedele all'intenzione iniziale (mi verrebbe da dire ontologica) della presenza del trascendente nell'immanenza. Presenza educata, non invasiva, che non toglie nulla alla evidente materialità delle cose e alla certezza empirica dei fatti.

Il grande merito di Crisolito è appunto che mai gli occhi dell'autrice sono distolti dalla realtà, dalle cose, dalle persone che ne sono l’origine, ma il verso e con lui l’emozione e il pensiero che la sostiene iniziano a volare alto, molto alto.
"Impercepito e chiuso / fantasma dell'oltranza / leva del disessere svelata".
E anche: "Come inabitata dall'assenza mi dirigo / al centro intimo di me/guarda."
Qui suona Emily Dickinson, ma la musica di Emily è senza alcun dubbio suonata dal piano di Pierangela. È una influenza fertile, autonoma, destinata nei libri che seguiranno a portare una voce singolarissima, riconoscibilissima, elevata e semplice nella scena della poesia italiana di oggi.

Mi sembra che Pierangela Rossi, da Crisolito in poi, quindi quasi da subito, esegua un continuo passaggio dal pensare il fare poetico ad eseguire la poesia della vita quotidiana, la sua, governando però questa esperienza come all’interno di un più vasto spontaneo "sistema di pensiero" in cui collocare l'esiste. Conchiglie e Crisolito sono stati l'inizio di un percorso autoriale alto, dagli esiti plurali ma coerenti, che segnano da allora ad oggi una poesia sempre emozionante, ardita a volte e (questo è il grado di fusione che ne fa una poesia cruciale in questi decenni) consapevolissima.





Pierangela Rossi, Avventure di un corpoanima, puntoacapo 2017



da Conchiglie



tu eri l'oro maturo
io ero
la luna nera
che ti mancava

per amore ci siamo amati
per ridestarci fusi
al chiaroscuro una sera
occhi negli occhi belli,
castani

7 maggio 1984


***


della conchiglia tu
hai sentito l'abbraccio

io sento il suono del mare

il dentro del fuori conosco

28 novembre 1984


***


Dans les tournures de ma chair
demeurent mes coeurs
les yeux cachés 
les choses sans lieu
légères et frissonnantes: moi

(Nelle pieghe della mia carne / dimorano i miei cuori / gli occhi nascosti /
le cose senza luogo / leggere e scosse da brividi: me)

1985


***



dal poemetto Crisolito




quando ti sono postuma ti ritrai
negando il nesso
tra suono e pensiero pensato.
Era il corpo che parlava le sue voci 
sottili. Attutito, l'intorno
al greve 
che credevamo d'essere àncora e ancòra

stasera ti mostrerò i capelli
e smetterò di parlare con l'ingiro corpo
la voce se ricordi serviva per parlare
di cose inusuali: c'è oggi il sole
o il tempo del malumore (inesausta 
carezza certezza a rinfrancare i giorni)

tu custodivi dormendo
la figura in clausura

tenere i cancellati giorni a te
turista là dove più nascosto
è il dire a segno o verbo
diverbio dell'intercalare
confusivo eloquio di persone
ciononostante vivo o viva se

a cifra, segno insolito dell'abbandono a te
la costante presenza dell'uno all'altra
resa così che riscrivere dovrei 
la storia al lieto lietissimo indizio finale


***


lo scisma al punto interno
lacerato all'esterno si mostrava
nova salus nel silenzio rumoroso
dolore in ectoplasma, denunciato
infermo da similprotesi

questo sangue versato interno
fuoco fatuo peso del vuoto interstiziale
inedito  allusivo incorporo dei media
vene spazi opposti all'univoco del male


corpo dilemma divaricato
esito del respiro franto
un ancipite dislega


***


il tuo corpo a me si fa parola
o più sintagma e cerco
le sillabe che illudono il nulla
congruente ancora 
di numerose sedi metonimiche
assumendo a proprio evento i ritmi circadiani

a retroverso e crittografata
tu cominciavi dove io finivo


***


(il poeta) come tutti ha un corpo solo
fatuo o desolato traversato
dagli immensi meridiani
della terra, al centro un vuoto
esasperato nòcciolo di fuoco 
turbamento eventuale, logo
del vulcano un tempo.
Attardato ai sensi da accordare
in sentimento o ciclo o pelle o anima

più non si sa dove, più non sa che le parole
sono così spesso carne.
   (il poeta) è un corpo solo
arruffa speme
seme di inquietudini
dormienti il giorno
in un risveglio prossimo 
all'assenza o confusione
di pensieri in tracce 
(pensieri di pensieri)
  (il poeta) è un corpo solo
inesatto nell'accento e di parole 
trasformate ad arte più concreta
d'esser vivi- Quando scrive 
ha un corpo imperfettamente teso
all'apparire del sovrasenso bisbigliato
povero, già destinato

sempre al limite riprendersi
quel tutto dato a incanto
dispiegata forma dell'ineguale
all'esercizio del nascondere 
e parlare di tempo, di tempo, di tempo
di che tempo fa in questo esatto 
punto del continente australe
arrovesciato svolto il corpo dell'attesa




Pierangela Rossi è nata a Gallarate (Varese) nel 1956. Ha pubblicato le raccolte di poesia “Coclea e Kata” (Campanotto), “Zabargad” (Book editore), “Crisolito” (sulla rivista “Steve”), “Kairos” (Aragno, finalista nella terzina del Viareggio-Rèpaci), “Zenit” (Raffaelli), “Ali di colomba”, “Punti d’amore” , il libro di poetica “Intorno alla poesia” (Campanotto), “Euridice” (sulla rivista “Incroci”), “Euridice e l’Haiku” (LietoColle), (Campanotto) e le  plaquette “Conchiglie”,  “A Paolo” (Pulcinoelefante), “A Paolo” (M.me Webb,)., “Avventure di un corpoanima” (puntoacapo).  E’ autrice di saggi di critica d’arte, tra cui “La cucina del senso” (Martano), “Gli specchi abominevoli” (Dov’è la tigre), “Una promessa di felicità” (Cantoni), “C’era una volta” (Legnano) e “I limiti dell’arte” (Il dialogo). Ha collaborato con artisti con propri testi poetici. Vive a Milano, dove collabora ad “Avvenire” e a “Studi Cattolici”.


domenica 5 marzo 2017

Gabriele Pepe


Gabriele Pepe è un vecchio amico di Blanc, di cui mi sono già occupato nel 2006 quando uscì, a cura di Erminia Passannanti, il volume collettivo Poesia del dissenso II (Joker).

Pubblico ora questo suo poemetto inedito, costruito sull’attenzione alla parola e al ritmo – che si è fatto negli anni meno compulsivo, per dare invece spazio al discorso, che si vuole immaginifico anziché astratto, sintetico – e sull’infiammarsi della passione, che riempie l’attimo fugace. Passione per la vita, anzitutto, e per il piacere dello sguardo quando la interroga nel suo farsi e nel suo disfarsi, secondo parametri cari al razionalismo illuminista e, nel contempo, al gioco fonematico, che è proprio dell’orecchio fanciullo del poeta.



1.
Necessario, a volte, immergersi in un intimo spiraglio:
farsi frammento clandestino d'un calendario umano
il rintocco residuo di un tempo mai cronometrato

e immaginare meridiani e paralleli inquieti
fino all'estremo di un orizzonte obliquo
appeso all'attimo incoerente quando lo spazio
distorce la matrice e precipitano visioni
presagi archetipali di solstizi ed equinozi

ben oltre la dottrina dei nostri sguardi indagatori
che, come steli di pupilla, oscillano tra luce ed eclissi

Nel mito del concreto, frequenza e costanza d'onda,
di vita in  vita, la vita, vivendo, s'infiamma.
Fragile e densa carne di stella
nel fulcro dei sensi collassa e s'irradia
raggio per raggio, pigreco miraggio,
giostra e giostraio del palio mentale.

Il vento indifferente agita ancora
le dotte affermazioni di filosofi e scienziati
gli ultramondi sensibili di santi e sciamani.
Scende insolente la pioggia. Senza contegno liquida:
memorabili tesi, argute teorie, incrollabili certezze
nel luccichio sapiente d'acque dolci e salmastre.
Brucia assoluto nei campi del vuoto
il fiore quantico dell'infinito mutare:
da fiamme a fibre, bagliore di nervi
siamo un dardo cosciente di luce che genera forme
e polvere alla polvere, cenere alla cenere
ogni scintilla torna al fuoco originale

Ma conquistare l'ignoto alquanto ci costa:
un patrimonio faticosamente accumulato di gesti
fin troppo dissoluti, ineffabili crudezze, nodali
esperienze sperperate a braccia conserte e passi felpati

Forse se avessimo tentato un'altra insurrezione
una rivolta nuova senza mai  sfiorare il grilletto
incandescente delle parole dolorose;
se avessimo parlato una lingua accorta
senza  mai vendicare quel barlume a volte
insofferente a volte rassegnato che ci precede
tra il battere di ciglia e l'eco delle palpebre
forse staremmo tutti bene e ancora del tutto vivi



2.
Tra basso cielo e vasta terra  concedersi una tregua:
una promessa di purezza totalmente disarmata
il nostro armamentario inferno deposto per la resa

e aprirsi al perdonare come sempre fa la retina
ogni qualvolta che, nel suo duplice affabulare,
il mondo capovolge spacciandolo per vero.
Simulacro intellegibile tutto mirato a lucido
sottoposto a ragionevole interpretazione

ben oltre i sacri canoni del giorno e della notte
le ambigue  volontà del sonno e della veglia

Perché materia ardente materia oscura,
progetto sintomatico dell'endoverso,
qualunque fosse all'origine la causa del dividere
l'oggetto del comprendere, in conclusione
ignari come fragili conchiglie gettati a capofitto
tra le scabrosità dell'ego, guerreggiando, stiamo.

Sperduti a dismisura in ogni pianto nascituro,
e luogo alieno a qualunque verità di fuga
senza requie: respiro per singolo  respiro.
Un velo esteso dentro e fuori e tutt'intorno
come se al mondo fosse un altro del tutto estraneo
al ciclo circadiano a sognare l'umanità che erige
il sogno quotidiano dei fatti e dei misfatti.
Per tutto il resto di certo non bastano le  forze
che appena avanzano a porgersi domande
che ansiose tremano e volteggiano nell'aria
in trepidante attesa che oracolo risponda,
sperando, invano, che orecchio le raccolga

Istante per istante, sorge e risorge il moto
dei pianeti: e nel punto preciso, incrocio di creato
e ricreato, si compie l'ennesima illusione: il trucco
del coniglio che spunta dal cilindro del mago universale..

Forse se avessimo guardato da un altro punto d'osservazione,
diretto, con mirabile saggenza, l'intero caleidoscopio
su cieli assenti e galassie tra gli specchi
senza mai contestare il prodotto eterno lordo
del buio e della luce;se avessimo solo goduto
il senso univoco dei fiori e dei colori,
senza mai offuscare il lume dell'artista
forse staremmo tutti in pace, finalmente liberi



3.
Concedersi di tanto in tanto il dolce lusso
il sano dubbio : è meglio stare oppure andare?
Ma nulla a questo mondo è davvero bifocale

Se un passo segue l'altro, una è l'orma che lasciamo.
Che sia traccia indelebile impressa quasi in vuoto,
grande balzo del genio umano a spasso sulla luna,
che sia l'impronta fossile del pensiero vestigiale,
uno e soltanto uno è il calco che affondiamo

ben oltre le frenetiche scalate, le atroci scorribande,
le nevi, il fango, l'erba cruda, e il buio da squarciare.

Perché, a memoria d'uomo, le cause del partire
le contrastanti e solitarie ragioni del restare
di pari passo vanno lungo le anguste vie
che corrono e attraversano ogni dannata storia:
siamo le piste insanguinate dell'ultimo bisonte,
le irriducibili barricate prima dell'orrido sentiero

E dunque rinnegarsi a decifrare eventi:
soggetto oggetto; causa effetto; esterno interno.
Quel complesso intento, quel rito tutto biologico
che ad ogni costo vuole sempre travasare senso
in un compendio logico a misura di cervello
come se lingua e segni del cammino ci  appartenessero
incisi a fuoco tra le rughe della fronte, le valvole
del cuore, il vorticoso eccedere di formule e preghiere.
Le presunzioni, dicono, rendono l'uomo scaltro
perfettamente in grado di comprendere
con le dovute cautele il sonno delle rocce,
l'onore delle querce, il sapore delle nuvole

Ma infine scienza o metascienza quel che forse
a malapena emerge dall'utero del mondo
è un'esigenza chimica che aspira al cielo
una ghirlanda accesa tra le pieghe della sera



lunedì 20 febbraio 2017

Beloslava Dimitrova

photo©Antonia Antonova

Segnalo l’imminente uscita di un libro di una poetessa bulgara che piacerà ai lettori italiani. Tradotto magistralmente da Emilia Mirazchiyska e Danilo Mandolini, con il contributo della National Book Center di Bulgaria per Arcipelago itaca Edizioni, Natura selvaggia di Beloslava Dimitrova ha il fascino di una scrittura libera da incrostazioni retoriche, da strutture formalmente complesse, e questo non per l’inevitabile scarto fra le due lingue, bensì per lo stile asciutto e quasi compulsivo della poetessa di Sofia, che segue l’imprevedibilità ritmica dell’emozione, ma anche una precisa visione del mondo: l’idea che la felicità originaria sia perduta per sempre e che sia cominciata la fine del mondo. Una fine in progress, segnata dal caos, nella quale, ci racconta la  Beloslava, ogni forma di vita, umana e animale, fatica a sopravvivere, per quanto esista un codice parzialmente salvifico, una scrittura altrettanto originaria che fa da guida per tutti: è il corredo genetico che garantisce a ciascuno, darwinianamente, un margine di stabilità. Bastano cromosomi, “cibo e ossigeno” e il miracolo della creazione si compie. Un venire al mondo, che tuttavia è sia un consegnarsi alla morte (in Fetus: “La vita comincia / il miracolo muore”) e sia alla violenza del vivere, secondo la logica sadico-capitalistica del beneficio personale oppure, più in profondo, per la sopravvivenza della specie.

Talvolta la posta in gioco è più complessa, meno soggettiva, fino a rompere il principio di individuazione, e dare voce a figure indefinite, polimorfe, dicotomiche (a questo proposito, si veda quante volte il numero due è messo in gioco),  come in Per gradi affondiamo nel vuoto: “Il mio corpo è un formicaio / vedo una sequenza di piccoli dispiaceri / che ci sono di fronte / noi vogliamo fare del male / infilo la mano dentro, la tengo lì”. Cinque versi al centro del testo, dove chi dice io si dissemina nella pluralità del formicaio, per poi diventare noi e, senza soluzione di continuità, nuovamente io. Un io violento, che distrugge tutto, pur conservandosi. Prosegue infatti la poesia: “continuo entro in profondità / distruggo tutto / poi me stessa / poi tu / non sparisco”. Un finale che, probabilmente, dissolve l’uno nel tutto, come se, leopardianamente, fosse l’intero a prendere la parola, governato dal principio autoconservativo. Al Dio della rivelazione, infatti, la Beloslava preferisce l’energia anonima della materia, che, preservandosi, tiene nel medesimo alveo le singolarità, protese appunto a lottare per sopravvivere l’una contro l’altra, dai batteri ai mammiferi.

Questa lotta è raccontata secondo punti di vista originali, non lontani da quanto fece Italo Calvino nelle Cosmicomiche. La poetessa bulgara, tuttavia, in questo afflato ci trasmette maggiore inquietudine, come se il processo vitale, naturale in sé, le avesse  inciso la carne, lasciandole segni indelebili, soprattutto nell’esperienza amorosa.

Ad attraversare interamente il libro è un sentore di morte, che non viene tuttavia drammatizzato, bensì disteso sul ruvido della lingua, con strutture paratattiche, e per  questo massimamente incisive, senza punteggiatura e caratteri maiuscoli. Ne deriva un testo che sembra scritto precipitando, dove prevale la denotazione per tratti rapidi, sincopati, quasi che non ci fosse più tempo per approfondire il senso della caduta e nemmeno più la pazienza. Tutto questo si traduce in energia, ma anche in passione per la vita, per il suo resistere alla distruzione.

La natura selvaggia è insomma un bel libro non solamente per la modernità del dettato, fluido nel verso e tensivo nell’organizzazione della strofa, ma anche per i temi trattati, sovrannazionali, potremmo dire, fuori dalle logiche conflittuali di natura politica, bensì immerso in una filosofia del disincanto che fa i conti con la gettatezza degli esseri viventi, alle prese con il tempo biologico prima che storico, darwiniano prima che sentimentale.


Da La natura selvaggia, trad. in it. di Emilia Mirazchiyska e Danilo Mandolini, Arcipelago itaca Edizioni, 2017.


Sciagura

per non dimenticare la Pastarmà di bufalo[*]
aggredita dalle vespe che di essa si nutrono
come divorando, bucandole, le budella
sono contenta di ciò che sto osservando
poi il riavviarsi del pensiero
che non è giusto dividere
la voce di tua madre dal corriodoio
il rumore delle ciabatte trascinate
non gettare il cibo
lava le orecchie le mani la bocca
sii umile sii ubbidiente
togli questo ago dalla vena
il telefono è caldo
pieno di scarafaggi tedeschi



[*] Tipico insaccato bulgaro.




Sciocchi
                    «Il mondo era pieno di padri – dunque pieno di miserie
                               era pieno di madri – dunque anche pieno di perversioni
                              di ogni tipo – dal sadismo alla pudicizia; era pieno di fratelli,
                              sorelle, zii e zie – dunque pieno anche di follia e di suicidi.
               Aldous Huxley, Il mondo nuovo (Brave New World)


un’auto lungo la strada
l’autista è mio padre
incontriamo un disastro
un vero fallimento
dell’umano
abbiamo molta fretta
procediamo velocissimi
per evitarlo
entra comunque in auto
si siede sul sedile posteriore
ci trasporta su di un fiume
con mio padre siamo in una barca
il nostro compito è contare
i coccodrilli sulla costa
uno due tre quattro
cinque sette
c’è il pericolo reale
che ci mangino mentre contiamo
lui dice
fosse stato un rito antico
mi avrebbe insegnato qualcosa
mi dico va be’
non avere paura
l’hanno fatto
generazioni prima di noi
io faccio la mia parte
io sono solo una persona
questi sono i miei avi
non mi accorgo
che ci hanno circondati
che ormai spingono la barca
il quarto rosicchia il remo
il primo mi guarda sa
proprio dove e come
trovare il sangue
e non ci siamo aggrappati
l’uno all’altra e contiamo

alcuni minuti dopo
mi volto guardo
il sedile a sinistra
quando tutto è finito
quello seduto lì
non è più nemmeno
mio padre



Per gradi affoghiamo nel vuoto

Siccome non ho bisogni esigenze desideri
decido che la felicità è l’ozio
ne approfitto e mi sdraio
ci vuole un po’ di sporcizia per questo organismo
mi trovo su di un prato
sogno di riuscire a morire delle nostre malattie
ahimè è impossibile
il mio corpo è un formicaio
vedo una sequenza di piccoli dispiaceri
che ci sono di fronte
non vogliamo fare del male
infilo la mano dentro la tengo lì
continuo entro in profondità
distruggo tutto
poi me stessa
poi tu
non sparisco



Cuore

fino ad oggi è stato un ammasso dormiente
di cellule muscolari
da circa il ventiduesimo giorno una cellula
spontaneamente si è stretta
ha eccitato quelle vicine
provocato reazioni a catena
e tutto il contenitore ha cominciato a pulsare
sono necessari cibo e ossigeno
verso le vene sottili come capelli
ci vogliono molte più risorse
per battere tre miliardi di volte

[“Cuore” è uscita sul lit-blog Carte sensibili, ma con i verbi coniugati al passato remoto]


Beloslava Dimitrova è nata il 2 aprile del 1986 a Sofia, Bulgaria. E’ laureata in Lettere, Filologia tedesca e Comunicazioni.
Per alcuni anni ha lavorato alla Radio Nazionale bulgara come conduttrice di un programma pomeridiano orientato ai giovani ascoltatori; dal dicembre del 2016 lavora come giornalista per il sito "Sofia Live".
Alcune sue poesie sono state pubblicate in vari giornali e riviste on-line e cartacee (tra queste “Granta”, edizione bulgara della rivista internazionale) e lit-blog italiani come “Cartesensibili” e “Atelier” on-line. Alla fine del 2012 è stato pubblicato il suo primo libro di poesie, Начало и край (Inizio e fine) edito dalla Casa editrice dell’Università degli studi di Sofia.  Nell’aprile del 2014 è poi uscita la seconda raccolta di versi Дивата природа (La natura selvaggia. ed. Deja Book) che, nello stesso anno è staro prima nominata e poi premiata nell’ambito del Premio nazionale di poesia per un libro edito "Ivan Nikolov".