sabato 13 febbraio 2016

Francesco Tomada su "Ciao cari"



segnalo questa lettura di Francesco Tomada
uscita su

lunedì 8 febbraio 2016

Fulvio Segato


Nel sito della biblioteca Isontina, dice bene Giovanni Fierro quando legge, nel verso incipitario de La consuetudine dei frantumi (Fara, 2013) di Fulvio Segato, una dichiarazione di poetica: “L’odore, il corpo, i luoghi, il tempo”, in specie il tempo che non torna e al quale soccorre la memoria, pervadono in effetti questa silloge, premiata alla III edizione del Faraexcelsior. E accompagnata da un commento dei giurati, fra i quali spicca quello di Giuseppe Carracchia, il quale rileva “un giro sintattico ampio, scandito da incisi e giustapposizioni calzanti, e un verso mediamente lungo e descrittivo, le cui inarcature contrastano perlopiù debolmente la sintassi”. Questa scelta di moderata tensione deriva appunto dal primo piano dato alla volontà di dire, per sé e per gli altri, la verità intorno al tempo che fugge. Tempo che subisce una messa in scena emotiva, sempre attraversata da una leggerezza che si muove tra Pascoli e Saba. A farne da emblema è la campana, evocativa di un altro tempo, sempre vivo nella memoria: “la tua bocca / non può dire, lo fa la campana, ci spiega la storia / la storia che andavamo al fiume a bagnarci” e lo fa, come scrive Segato in un’altra poesia, con un “suono leggero” e lontano. Il tempo andato, insomma, non preme angosciosamente il presente, bensì lo accarezza, gli sta vicino, dandogli un senso. La vita, sembra suggerirci Segato, per essere sopportata abbisogna di queste due dimensioni; la prima, il passato, porta l’eterno fanciullo che è in noi, addolcendo il presente. Il futuro, in questo libro, passa invece di rado ed ha il nome del vento o nessuno.

Come molti poeti del Friuli Venezia Giulia, Segato si vuole testimone del territorio, parla per la comunità di appartenenza, ne condivide i tremori. Specie per quelli che non ci sono più e che hanno lasciato i segni del loro passaggio, anche i più minuscoli. Ed è proprio sui dettagli che l’autore triestino si sofferma: “Sono le cose minime, catturarle, che ci permette di dare la misura e il peso del vivere, non solo di quello personale. – spiega a Fierro nell’intervista, in coda alla recensione – Attimi che ci appaiono istantanei ma che dobbiamo fermare e decifrare, trascriverli, per poi lasciarli continuare nel loro fluire. E vanno accuditi con tenerezza, perché fragili come vetro e a volte riflettenti come specchi”.

I testi, che racchiudono più compiutamente quanto detto finora, mi sembrano le sei parti che compongono “Lettere che ti scrivo”, dove l’io femminile destinatario diventa non solo un’occasione a cui raccontare i misteri della vita, ma sembra prendere corpo, acquistare un’identità ben precisa eppure dal valore universale, come le figure montaliane negli Ossi e nelle Occasioni. E come in quest’ultimo libro, ne La consuetudine dei frantumi, gli interni dominano la scena, stanze attraversate dall’odore inquietante dell’oblio ma anche, nel contempo, luoghi familiari dove trovare un proprio centro: “Non potrò più immaginare di / essere in alte parti che non sia questa, / questa parte del mondo intero”.

Fulvio Segato scrive anche in un limpido dialetto (uscirà quest’anno, per Samuele Editore, Sta mia difesa, con prefazione di Fabio Franzin) e forse lì, nella lingua della terra, il verso risulta ancora più libero di coniugare la parola con il corpo, sotto il segno della comunità delle anime cari (“Pozada su un mureto, / la bici, de piera abagliante del Carso / e sudado andar a sentarme / fra de voi, Mario, Tina, / Giordano tartaion e un Claudio / picio picio. E rider e  parlar seri / finchè el sol no fossi sparì / e tuto intorno diventava incognita”) e delle amicizie, come si legge nella splendida poesia dedicata a Pierluigi Cappello, “L’aviator”: “Se pol svolar solo cussì, sentadi, / no gavemo le ali nostre, no nassemo / coi ossi sbusadi, no gavemo el beco gnanche, / cussì solo se xe aviatori, / in zima a la punta de quela pagina / a quadreti che la svola / e tuti quanti che i varda dove che la cascherà. / E i ridi”.



L'odore scavato



Questo odore scavato  che circola
fra strade rioni
salite di porfido disassato
si forma con calma
passando lentamente
sulle mura
sui tetti
sulle piccole pozze che si stanno asciugando
sugli occhi che si riflettono dentro
e cercano
poi qui s'accomoda,
vicino alla mia sedia -  con il suo silenzio-
scavandomi le ossa
scavandoci le ossa,
illudendomi di essere più leggero
dell'aria
- l'inganno  del volo,
ma fa solo una sosta
prima di riprendere il suo giro
prima di bussare alla porta accanto
d'infilarsi in un letto fra lenzuola pulite
che hanno quel leggero profumo di viole
di viole
che ci siamo portati dietro
con noi dietro
tanto tempo fa.



Nato in quegli anni e lì disperso


Sono nato in quegli anni e lì disperso,
- il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
- ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati,  con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell'acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.





Anche qui da noi


Anche qui  se soffi con le spalle al vento
o se gridi o se ricordi dei nomi
a voce alta nulla succede, niente
ti ritorna indietro in nuova forma
o colore, o come la vedi adesso,
nel momento in cui metti le mani
davanti alla bocca  come un imbuto di latta.
E se ti volti - se adesso ti volti -
è l'aria che ti riempie la gola,
che ti spinge sulle spalle
e la fronte - quasi volesse fermarti
per far passare tutti gli altri
- quelli che non vedi,
e qualcuno che non vedrai mai -
che fanno parte del già successo
senza peso come le cose morte,

un piccolo taglio col temperino
sul lenzuolo ben tirato.



***


Vedi che le prime avvisaglie
ci furono, le cassette vuote, la mia
e anche la tua, di idiomi vuote
come lo sono i buchi nei tronchi
dove si nascondono  per terrore o
per sfamarsi creature minime,
ma loro poi uscendo
fanno parte di tutto quel che vediamo,
che è cosa senza parola, senza sillabe o versi,
impastata col viola e bruno e ruggine.
E noi non siamo
senza dirci, chiamarci, nominando
e quel bianco che resta, quel bianco
che acceca  è quello che non abbiamo
detto -  ha costruito questo posto
dove non stiamo, senza eredi
così spogli, infreddoliti dal metallo
su cui appoggiamo le fronti.
Ma forse è solo così che deve andare,
così che si va in una casa vuota,
in una stanza qualunque, distesi in un letto
che non è nostro, e nostri non sono
i vestiti piegati, il libro aperto sulla sedia.
E guardiamo il soffitto bianco,
abbiamo le nostre braccia, le ossa,
gli incavi sudati dietro il ginocchio,
senza nessuna colpa e ancora senza
nessun rimorso,
abbiamo cinque anni e tutto
deve ancora cominciare.




Un cavallo rosso fatto con la plastilina


Un cavallo rosso fatto con la plastilina,
duttile docile, messo in centro alla tavola,
quattro alberi con poche foglie in controluce
luce e raggi dalla finestra, la debole
luminescenza di una lampadina quando
si fa scuro e una mela verde e brillante,
che rotola se toccata appena col palmo,
e una figuretta, sottile, sopra tutto,
più avanti del cavallo, della mela,
ma non più grande solo più vicina,
più vicina per riconoscere il viso, gli occhi
quello che c'è di liquido oltre gli occhi,
così da impastare e diteggiare una gonna,
o una giacca o un cappello,
nominare qualcuno per poi metterlo
ad arcione, farlo andare, farlo correre
e perdersi fra gli alberi che son diventati bosco
che sembra di sentire l'odore di umido,
perché è passato un temporale
ma ora è lontano e si odono appena
i colpi del tuono che scompaiono
e un ultimo tremare dei vetri.




Velocità dell'erba.


Con tutta dentro questa velocità
con essere dentro a sé il mondo,
nella parte minuscola dell'universo
che è erba, che è passo nell'erba e
grano, piede che calpesta e s'infanga
parola che dice del fango e della terra
asciutta. Terra spaccata guardandola
dall'alto, sembra pianeta appena nato,
erba in fili che sarà famiglia e poi fossile,
uccelli fra le chiome dell'erba che ritroveremo
nei sassi antichi aprendoli, effigi di pietra
e più avanti l'orma di piedi antenati,
un intreccio d'erba lavorato, un dono
d'amore, più avanti con i piedi
calpestando.




Da Sta mia difesa (in uscita presso Samuele Editore)


L' aviator

P. Cappello



Adesso legio de uno che voleva
diventar un aviator. Me domando cossa
che vol dir esser aviator, de quei coi ocialoni,
col motor a elica davanti o de quei che i pilota
i areoplani de carta che se fazeva a scola,
quando stacavimo le pagine de mezo
al quaderno, quele dopie e se sponzevimo
co' le grafete. Xe questo voler esser aviator?
E cossa altro senò?
Se pol svolar solo cussì, sentadi,
no gavemo le ali nostre, no nassemo
coi ossi sbusadi, no gavemo el beco gnanche,
cussì solo se xe aviatori,
in zima a la punta de quela pagina
a quadreti che la svola
e tuti quanti che i varda dove che la cascherà.
E i ridi.



 L' aviatore
Adesso leggo di uno che voleva/ diventare un aviatore. Mi domando cosa/ vuol dire essere aviatori, di quelli con gli occhialoni / con il motore ad elica davanti o di quelli che pilotano/ gli aeroplani di carta che si facevano a scuola, / quando staccavamo le pagine nel mezzo / del quaderno, quelle doppie e ci pungevamo/ con le graffette. E' questo voler essere aviatore? / E cos'altro se no? / Si può volare solo così, seduti/ non abbiamo ali nostre, non nasciamo/ con le ossa cave, non abbiamo nemmeno il becco / solo così si è aviatori, / in cima alla punta di quella pagina / a quadretti che vola / e tutti guardano dove cadrà. / E ridono.



Fulvio Segato è nato alla fine degli anni cinquanta a Trieste dove vive.
Negli anni ottanta ha pubblicato le sillogi "Io, Narciso" e "I Canti della Fenice". 
Nel 2013 pubblica "Vocativi in eco" (Edizioni Helicon) primo premio Casentino con nota di Silvio Ramat e "La consuetudine dei frantumi" (Fara Editore) primo premio Faraexecelsior.
In narrativa nel 2014 "Cadono i cormorani e altri racconti" viene  premiato e pubblicato con l'Editrice Progetto Cultura.
E' stato finalista e vincitore in varii concorsi letterari nazionali: Gozzano a Terzo d'Alessandria, Città di Massa, Giuseppe Malattia della vallata a Barcis,  Laurentum a Roma, Casentino a Poppi, Borgognoni a Pistoia e più volte il Leone di Muggia.
Con la  plaquette in dialetto triestino "'Sta mia difesa" vince il  primo premio inediti al Gozzano 2014, e l'intera silloge verrà pubblicata a breve per la Samuele Editore con prefazione di Fabio Franzin.
Suoi testi in dialetto triestino sono stati pubblicati nel numero 18 della rivista di cultura poetica "Smerilliana" di Enrico d'Angelo.
E' presente e recensito nell'Almanacco di poesia della Puntoacapo editrice.
Alcuni suoi testi sono pubblicati sulla rivista "Poeti Contemporanei" diretta da Elio Pecora.
E' presente in riviste letterarie su alcuni siti web.
fulvio08@libero.it




lunedì 1 febbraio 2016

Maria Grazia Insinga


Raccolta vincitrice di “Opera prima 2015”, Persica (Cierre grafica-Anterem Edizioni) di Maria Grazia Insinga, si inserisce nel ventaglio di poetiche presentate da anni da questa singolare collana veronese, sostenuta da un autorevole consiglio editoriale guidato da Flavio Ermini. Singolare perché il consiglio finanzia metà dei costi di produzione, ma anche per l’azzardo di scegliere sempre scritture difficili, non disposte a compromessi con un pubblico principiante o che cerchi diletto. Il premio è inoltre avvallato dal litblog “Poesia 2.0”, uno dei più autorevoli siti che si occupano di poesia contemporanea.

Esce dunque con le più felici premesse questo libro della Insinga, autrice siciliana, e lo si sente. Anzitutto per quel gusto del contagio plurilinguistico, dello parola usata come una vanga per scavare nel corpo della realtà, sempre intesa nella sua valenza tragica. Penso alla Insana e a tutti i grandi narratori, da Verga a Consolo a D’Arrigo, abili anzitutto nell’organizzare un discorso in cui il tragico si gioca nello stile ancor prima che nella trama. Ad essi va aggiunto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il cui tardo racconto, Lighea, costituisce il motivo ispiratore di Persica. Entrambi infatti mettono in scena il canto afasico della Sirena, il suo aprirsi nell’ambiguità dirompente di cui ogni silenzio è capace. “Lighea resa all’acqua / senza rudimenti di nuoto / – l’afasia – è un infrangersi / che soverchia la voce”.

Il gran rumore delle parole pronunciate da Maria Grazia Insinga, il suo canto spigoloso sembra galleggiare fra i marosi di un bianco mare abissale, silenzioso, del quale non possiamo che cogliere un flebile eco. Il senso dell’opera si produce in questo attrito, nello scontro fra l’immobilità silente del già stato, del perduto, dell’origine doloroso di ogni evento, e la superficie mossa, canora, della costruzione versale, che sembra procedere come ghiaccio artico alla deriva, con i suoi detriti (il senso residuale e in parte decontestualizzato di ciascun elemento) imprigionati dal freddo dello stile. Ecco un esempio: “isola persica bocca / di terra lilia e lingua di terra nera libro porta e / morso segno logo e nicchio anaïs femmina e / conchiglia”, dove la concatenazione analogica, qui e altrove, vira la storia in mito, sotto il segno della voce in guerra col silenzio, dell’hybris in lotta con la quiete.

A governare il canto è la sua parcellizzazione, la forza della sillaba in un viaggio senza riparo, sia per il poeta e sia per che dice io nel testo, spesso accostato a “l’altra” (“io, l’altra sobilliamo i nomi della luce”) in un conflitto che s’immette nel profondo dell’identità ed è fortemente legato alla necessità destinale, come ci rammenta lo stesso testo incipitario, “Partenogenesi”: “Leggevo a caso le fratture le strisce / il pellegrinaggio, la purezza fulva a me predestinata”. Una necessità che, modernamente, incontra il caso, e che trova, nella “purezza fulva”, l’ossimoro perfetto per nominare la condizione del Malpelo verghiano, innocente nella misura in cui non riesce a vedersi vivere, come direbbe Pirandello. Allo stesso modo, la Insinga agisce stando attaccata alla metamorfosi del reale, ne diventa la bocca parlante, che ci racconta lo sfacelo dopo la perdita degli orizzonti, tra Cibele e Proserpina, tra l’Orfeo antico e quello di Campana, una bocca che, mordendo la pesca (la persica), vede il futuro di tutti noi, e per noi inorridisce. Ma anche, come rileva Bruno Moroncini nella postfazione, ci indica dove andare, la meta a cui siamo destinati, ossia “verso il mondo che crolla, verso il buio, verso l’altro bestiale e divino”, in una visione in cui gli opposti agiscano con sinergia vitale.



Partenogenesi

La tigre voleva solo nicchiarsi nella mano
credo fosse gravida e non esisteva per questo
alcuna spiegazione. Capire da che parte
fosse entrata era impossibile e all’ora delle doglie
senza alcun mondo - se non un delta tra le schiuse -
spaccavo, leggevo a caso le fratture a strisce
il pellegrinaggio, la purezza fulva a me predestinata.




La drupa

Parlava e così fui sommerso, dopo quello del sorriso e dell’odore,
dal terzo, maggiore sortilegio, quello della voce.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Lighea”


Non s’apre la drupa carnosa
la forzi e fuoriesce la voce il sortilegio
argentea moneta a rovescio incuso il delfino
guizzante nel porto falcato fuori corso e prima e
dopo e in corso d’opera voce corriva o circospetta
nelle scorribande del timbro ode e ancora sigillo non
casuale occorrenza corre ricorre pietra sempre corrosa dall’acqua…

… e raffiche di realtà penetrano il sacro recinto di ulissidi per forza
io senza rumore a ogni punto di morte recito il nome
forzo la sbergia recido litanie isola persica bocca
di terra lilia e lingua di terra nera libro porta e
morso segno logo e nicchio anaïs femmina e
conchiglia fòlade risacca e lunaria cibele
lighea e luce e semenza e poesia.




Santa Maria dello Spasimo


Dai nomi falsi allo spasimo
io, l’altra sobilliamo i nomi della luce
sibilliamo tagli di confine
carnei allo scadere del mondo
e il carniere colmo al muro
- sublime doppio - al muro
dove finisce il mondo
permane di bene, male.

Implora d’indulgenza il tremore alla luce
chiedile qual è la paura, al panico di cosa
fa’ che mai più nomini
dai solo nomi falsi e lascia che fluttui
dentro il buio, riprenda il suo schianto
lascia che lei ti porti con sé in alto
lo sai? - in immagini rispondo ogivale
mia prima d’esser mia.


*


Cala a sgravare l’acqua
per i catusi e cala cala
su Calafarina la grazia
scabra di infanzie non più
immobili quando ancora
la luce non cala quando
ancora la rabbia ci frana.


*


Il corpo, la biblioteca
perduta a discriminare
tutto nell’indistinto:
gli occhi all’indietro
un rosso alla persica
la veggenza nel morso.



Lo squaglio


Il moto a comandamento di luce
la soglia dei brusii appena accennata
l’unità nell’occhio e il dettaglio ardito
che arde una cera ignara allo squaglio.




Salmo


Dentro il libro folle a marosi.
Qui fuori nessuno. E di nessuno
rosa di nessuno verso di nessuno direzione
di nessuno contro di nessuno vento di nessuno
corrente di nessuno voltare di nessuno andare
a capo di nessuno ultimatum di nessuno riguardo
di nessuno paragone di nessuno prossimità
di nessuno approssimazione di nessuno sangue
di nessuno denaro di nessuno acqua che precipita
di nessuno rovescio di nessuno pari di nessuno
pollice di nessuno dipinto di nessuno papiro
di nessuno moneta di nessuno credito di nessuno
gonfalone di nessuno salmo di nessuno nessuno.



Maria Grazia Insinga nasce in Sicilia il 20 aprile 1970. Dopo la laurea in Lettere moderne, il diploma in Conservatorio e in Accademia, l’attività concertistica e di perfezionamento e l’insegnamento nelle scuole secondarie, si trasferisce nel 2009 in Inghilterra per poi tornare in Sicilia quattro anni dopo. Nell’ambito degli studi musicologici censisce, trascrive e analizza i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo. Suona in un duo pianistico ed è docente di Pianoforte presso l’Istituto “Vittoria Colonna” a Vittoria (Ragusa). Nel 2014 la raccolta La porta meta fisica riceve la segnalazione al Premio Montano. Sempre nello stesso anno - con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura di Capo d’Orlando - idea il Premio di poesia per i giovani “Basilio Reale” La Balena di ghiaccio giunto alla seconda edizione e presieduto da Emilio Isgrò. È membro della giuria del Premio Internazionale di Poesia Don Luigi di Liegro, partecipa al Rito della Luce di Antonio Presti nel 2014 ed è ospite di Enzo Campi a Bologna in Lettere nel 2015. Alcuni testi si trovano nell’antologia Il rumore delle parole (Edilet) e in vari blog. Nel 2015 vince il concorso Opera prima iniziativa editoriale a cura di “Poesia2.0” con la silloge Persica.


lunedì 25 gennaio 2016

Mauro Caselli


Parlare di È veramente cosa buona e giusta (Battello stampatore, 2014), di Mauro Caselli, impone anzitutto di rilevarne il metro, l’endecasillabo, e la sua forma, il sonetto, quest’ultimo organizzato in un’unica strofa senza costanti rimiche. Struttura formale che confligge, per la sua ascendenza alta, con la fluidità discorsiva e sintattica, tanto che potremmo riordinare i versi in un’unica prosa e non perderemmo quasi nulla del messaggio di queste poesie, la cui intenzione è, mi sembra, ridurre all’essenza un discorso filosofico, un’ontologia che, come scriveva Tiziano Salari nella postfazione a Il giogo (Cierre grafica, 2004), ha scelto di portare alla luce le smagliature dell’ente “che ha obliato l’essere”. Se tuttavia in quell’opera prima Caselli cercava spesso la tensione lirica (“l’abitare dissolto nella pace / indugia in cima, nell’orlo affilato / insiste in leggero e continuo giacere”), nel suo secondo libro, Per un caso o per allegra vendetta (Battello stampatore, 2007), la scelta di combinare, entro la gabbia del sonetto (già strutturato in monolite), un discorso fluido e razionale trova già piena realizzazione. Il contrasto tra metro e intenzione comunicativa è radicale e chiede di essere pensata. Capita infatti un capovolgimento della scrittura saggistica contemporanea, di matrice heideggeriana (che troviamo, per esempio, in Flavio Ermini), dove il concetto diventa pensiero poetante, ossia lirico, ricco di tensioni, ma mantiene la sua condotta lineare, con le pause indicate dalla punteggiatura. Qui invece Caselli chiude il discorso entro gli a-capo e toglie il canto quasi del tutto. Ossia sembra lasciare alla lirica il suo guscio vuoto, la forma-sonetto appunto, per concentrarsi nel tema, che, in È veramente cosa buona e giusta, consiste nel cogliere le sfumature in cui il movimento eracliteo si dà a conoscere, declinandolo nella debolezza del sentire umano, frastornato dalla caducità. È come se Caselli non credesse più nella forza rigenerante del canto, nel valore aggiunto della retorica densamente praticata, per limitarsi a metafore d’uso o personificazioni elementari (alcuni esempi dalla terza poesia: le cose rimangono in attesa, il movimento della memoria, l’imbarazzo del vero, la maternità delle bellezza). Eppure il pensiero genera lo stesso il suo oggetto, per quanto esso sia impastato con la lingua, tanto che chi dice e cosa detta non sono facilmente distinguibili. Lo scrive esplicitamente l’autore triestino verso la fine del libro: “Si decide di stare con le cose / o, diversamente, con le parole. / Basta sapere che, qualunque sia, la migliore  scelta rimane l’altra”. È sempre sull’oscillazione che tiene nella vicinanza gli enti che Caselli si sofferma, su quel confine impredicabile e iniziale che genera, come la differenza derridiana, il molteplice. Questa posizione filosofica, il titolo la declina nella sua versione eucaristica, nella misura in cui anche nella teologia cristiana il Redentore costituisce l’alterità radicale, il nuovo per eccellenza, dandosi a conoscere in quanto inizio che fonda.

Siamo dunque di fronte a una verità generativa, a prescindere dall’artificio retorico e dal bello stile. Ed è qui, forse, che questa scelta poematica si scontra con il gusto moderno, laddove quest’ultimo ha fatto della lirica la regina dei generi poetici, il più verticale. La scrittura di Caselli – evidente anche nei suoi saggi, in particolare nello studio sull’Otello shakespeariano, Il banderato importuno (Battello stampatore, 2013) – segue invece l’orizzonte, si fa retoricamente minuscola per assecondare l’intenzione comunicativa, che non è mai solipsistica o sentimentale o concentrata sull’io, bensì in ascolto dell’alterità, del perturbante, del discontinuo che ripullula nell’onda del presente. Vuole essere insomma fenomenologia, prima che lingua della tecnica, pensiero, ma senza rinunciare alla messa a fuoco di un evento preciso, ontico; sotto questo profilo, la forma-sonetto serve a dare rilievo al tema, a circoscriverlo, a isolarlo, per una maggiore densità sintetica e drammatica.



Da È veramente cosa buona e giusta (Battello stampatore, 2014)

Ti sono accanto, come non ci fossi,
quando stai dormendo io vivo il segreto,
che se ne va, se lo vieni a sapere.
La verità è un’azione condivisa,
e il difetto la traccia d’un silenzio
che accade e che comunque non ha fine,
la circostanza dell’altra cosa,
effetto senza causa - e viceversa -
per chi conosce dei motivi e cerca
in qualche maniera di farne a meno.
Il presente smette così le attese
e si apre al tempo della meraviglia.
Solo io so il tuo nome, e non lo dirò
nemmeno a te, cara mia differenza.


***

E non si torna mai. Certo, una buona
volta sarà indifferente, lo sanno
tutti, quando gli eventi perderanno
importanza e le cose la corona
d’uso, per un consenso che perdona
ai contenuti di verità il danno
e la beffa. Lontani dall’affanno,
il mutamento ritrova la zona
che non esiste ancora, la figura
e l’estensione del tempo perduto,
il luogo in cui si fa finta di tutto,
confidando nel fatto che in chiusura
ci sarà l’occasione di un saluto,
così, per non andare via di brutto.


***

Ami te stesso in quel prossimo tuo
che sa rimanere dietro allo specchio.
Con la terza persona è differente,
perché con essa il caso singolare
si dissolve e al contempo viene meno
l’unità di misura per il bene.
Questo comporta, nella divisione,
che il sentimento faccia male i conti,
da cui la pena che ne manchi sempre.
Ci si consuma così, dolcemente,
senza colpi di coda e volentieri,
poco importa se poi è a fondo perduto,
l’amore è una figura di risposta,
perciò non ama far troppe domande.


***


Non lo so, o forse solamente credo.
Mi accorgo dopo d’avere sbagliato,
quando non si può più tornare indietro.
È sempre stato così, me l’aspetto
ogni volta in cui, nell’evocazione,
emerge la figura di qualcosa.
Impossibile far finta di nulla,
devo continuare a chiedere ancora,
è una questione di principio e fine,
dell’esistenza d’una direzione
che porti effettivamente lontano.
Un altro tentativo, è necessario,
per trovarsi nuovamente da capo,
a pensare che non so, oppure sì.



Inediti


Nella prima persona c’è un po’ tutto,
l’estensione sicura della forma
e il momento che torna su se stesso,
in una conoscenza dell’insieme
che di continuo fa quadrare i conti,
eliminando incertezze e segreti -
che a dir la verità vanno anche bene,
per dare un certo un effetto di rilievo,
un’impressione di profondità.
È il tentativo della completezza,
l’evocazione di quel che è accaduto,
al posto d’un presente che confonde
tempi, luoghi, che fa un tale casino
che guai se non ci fosse poi il futuro.


***


Non sarà mica la fine del mondo,
è l’evento di sempre, quotidiano,
ci si fa l’abitudine; che in fondo,
ad uscire, uno proverebbe invano.
Così, la distrazione d’un secondo
e il bene se ne va, via; non lontano,
solo un poco più in là, a girare in tondo;
basterebbe allungare un po’ la mano
e tutto quanto tornerebbe uguale.
Un gesto semplice, ovvio, naturale,
che non si fa, chiamati al proprio male
da un avvenire definito, assunto
come un’azione completa che, appunto,
deve esaurire ogni valore aggiunto.


Mauro Caselli è nato a Trieste nel 1961, dove vive. Dopo una fruttuosa esperienza nella fotografia - e presentando mostre personali a Trieste, Bologna e Parma - si è dedicato alla scrittura di radiodrammi per la Rai. Dopo la laurea in filosofia contemporanea - sul concetto di riso nell’opera di Friedrich Nietzsche, relatore Pier Aldo Rovatti, - e dopo aver seguito corsi di approfondimento in Francia e Inghilterra, ha iniziato la sua collaborazione ad alcune riviste letterarie. Il suo campo di indagine è quello di una critica letteraria di orientamento ermeneutico, dove l’indagine tende alla ricerca delle componenti eminentemente speculative dell’opera.
Per quanto riguarda la critica letteraria, ha pubblicato il volume La voce bianca (Campanotto 2004), a tutt’oggi l’unica opera di carattere monografico che indaga l’opera di Virgilio Giotti. Nel 2013 esce Il banderaro importuno (Trieste, Battello), studio critico-filosofico sull’Otello di Shakespeare.
In peosia ha pubblicato: Il giogo (Cierre grafica, 2004), Per un caso o per allegra vendetta (Battello stampatore, 2007), È veramente cosa buona e giusta (Battello stampatore, 2014).
La sua raccolta È veramente cosa buona e giusta ha vinto il premio «Lorenzo Montano», sezione opera edita, nel 2014. È stato invitato a festival di poesia e conferenze di filosofia. Sue poesie sono state musicate dal gruppo di musica contemporanea «Motocontrario ensemble».
In quanto cultore della materia in psicologia dinamica, gli sono stati affidati incarichi di insegnamento presso l’Università di Trieste. Nello stesso ateneo insegna tuttora Information literacy, e in qualità di esperto nella trattazione del libro antico, si occupa della catalogazione e censimento dei fondi di ateneo.