Mario Fresa

Originale anche la veste grafica: la copertina, in cartoncino di un rosso vivo, custodisce l'immagine di un bassorilievo raffigurante una Menade danzante, "violenza luminosa" e, probabilmente, già perduta.
Qui di colpo si annuncia un altissimo cielo bagnato
di colori: così passandoti vicino le mie vene
fanno moltiplicare, adesso, fontane sconosciute
sulle mani. Le braccia poi risplendono avidissime
di favole sottili e già discendono, vedi, sulla fresca
sostanza delle stelle precipitate ancora sulle dita:
ma sulla soglia della voce si respira
una visione che tenta e che sorride; che inventa e che
ricade; ma dentro un gioco di così dolci impasti noi
ci destiamo e già ci carezziamo.
Dentro quei nuovi flutti si disperde all'improvviso
un sole così gonfio di lame e di sorprese;
ma poi tu guardi al fiume nel riflesso di questo pieno
intendersi che subito rinasce ma non parla di giustizia;
ma custodisce morbide sostanze che inventano una
vincita di farmaci segreti e di timori.
Le leggi del volere riferiscono: gite annunciate
sopra la luce delle parole nuove.
[...]
«Io sfioravo coi gesti dissennati i più fieri annegamenti,
i celesti bisbigli. Tu sei proprio nella guerra di questo
affusolato splendere, sei nel fine ritrarsi
di quelle sacre piume».
Ecco per te un'offerta, un inventario: tocca, stupisci.
Sulla lingua discendono, adesso, laghi e battaglie.
Questa nuova tranquillità che impone fazzoletti
sul cammino, diademi che inventano perfino
una superba luce rinnovata.
Ma dimmi, ascolta: quale ventaglio di sonniferi
concederà la pace a questo vetro di visioni
che ci osserva, che ci ricorda l'arte di separare
il campo delle intese e delle feste,
quella virtù di prendere e lasciare?
Ma intanto un ramo scende e poi sospira
quando scruta quei tuoi passi, quando ti
mostri, quando vieni: e quando poi
ti mostri, il mondo non è
che una richiesta vana di tranelli.
E quando vieni, tutto il paesaggio ascolta.
E quando ascolti, la distanza si smarrisce,
dimenticando risse, martelli di sentenze,
prigioni e ritornelli.
Ora è un legame, dici, così pieno di
sacrificio: e il sacrificio è bianco, e il bianco insegna
l'inquietudine amorosa delle dita fittissime di miele:
e il tuo sorriso che si addormenta e muore;
e ancora l'innamorata impara i più feroci colpi e
ridisegna il dono, la tua memoria
inventa: e il gesto accade come un sussurro accade.
[...]
Così si è stabilito, allora: ascolta me. Ripara.
C'era il fumo che s'inchiodava sul dormiveglia
che mai nessuna gioia sfiora; e impara dunque a
ricadere, attenta: io sarei stato te, se questo è
vero? Ma è proprio la ferita che invece impallidisce,
che poi restringe i visi tutti
amici, quasi nemici. Eppure, attenta: è proprio
il gesto che ha inventato questa fine.
E adesso sulla carta dei miracoli una veglia
già parlava e ricamava porte
mai divise, sere inesperte di guarigione.
E un'altezza pericolosa è questo abbraccio:
anzi è un annuncio di frutti, di virgole
tentate, di curve riflessioni.
E invece, intorno a quella tua figura: solo battaglie;
solo nuvole e corone. La raccolta dei baci riscattava
una vera, una indecisa vocazione
al bene. C'era dunque un ansioso
contraffare le stagioni per durare, per colorare
i firmamenti e il viso.
Ed ecco la distruzione che in me diceva amore:
come la furia disciolta nella corsa; come il sole
penetrato nelle dita; come il sonno distillato
nel respiro. Davvero è nei colori
che il movimento sceglie, sogna distanze.
Non si rimane vivi, dice: non si rimane. Io viva
li ho lasciati nella memoria immensa: e tu, dicevi?
dicevi tu, che adesso? E in questa tua caduta io mi
riparo; e mi divido; e mi trasformo nella tua veste
che dice allora d'imparare; di risanare e di
toccare. Non si rincorre, dunque: si è solo presi da.
Però questo incessante muoversi fa trasformare la tua
insonnia in un tramonto nuovo: ed in sonno nuovo.
Ma se tutto questo è vero, lo specchio
significava, allora, solitudine felice e vera gioia.
Così gli uccelli mischiano le carte della luce
e queste dita poi fioriscono imbrogliando
crudeli precisioni, un'ambiziosa ressa di regali.
E tu non risvegliarti: adesso camminiamo.
Non rivestirti ancora: ma perdonami, rinasci.
Attorno a questo luminoso scialle
sia fatta luce e infanzia.
[...]
Mario Fresa è nato nel 1973. Vive a Salerno. Ha pubblicato due raccolte di versi: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto) e L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso Città di Bisignano per l’inedito). È autore, insieme con Tiziano Salari, di un saggio in forma dialogica sulla poesia, Il grido del vetraio. dialogo sulla poesia (postfazione di Flavio Ermini, Nuova Frontiera, Salerno 2005), e ha curato, con lo stesso autore, Le tentazioni di Marsia. Quel che resta da fare ai poeti e ai loro critici (Nuova Frontiera, Salerno 2007)
Sue poesie e prose poetiche sono apparse sulle riviste Paragone, Gradiva, Caffè Michelangiolo, Semicerchio, Il Monte Analogo, Le Voci della luna, Specchio della Stampa, Capoverso, Erba d’Arno, L’Ortica, L’area di Broca, Nuova Prosa e La clessidra.
È presente in varie antologie, tra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004).
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