venerdì, maggio 09, 2008

Mario Fresa


Scrive Mario Fresa ne Le tentazioni di Marsia, in perfetta sintonia con il pensiero di Tiziano Salari: "Crediamo che la prima cosa di cui si ha bisogno è che la poesia abbia un senso e che quel senso provochi tensioni e lacerazioni in primo luogo nello stesso poeta, e poi nei suoi lettori" (Nuova Frontiera, 2007). Uscire dunque dall'avanguardia ma non dallo sperimentalismo, inteso quale nucleo fecondo in cui esperienza, tecnica, emozione e pensiero si incontrano, diventando stile. Il bene (Edizioni Marocchino Blu, 2007) organizza questa complessità in un unico poemetto di 243 versi, strutturato in differenti lasse dal metro e respiro lunghi, un carme amoroso dove il meriggio antico e l'inquietudine moderna si mescolano nel pharmaco di una scrittura che non sa decidersi a diventare voce. Su questa soglia, il poeta apre sentieri che divergono, capaci, allo stesso tempo, di incandescenza e di ricamo, sfiorando - nella corsa verso il bene - la servitù d'amore provenzale, l'arme pietose e, salendo le rapide contemporanee, "biscotti" forse gozzaniani.
Originale anche la veste grafica: la copertina, in cartoncino di un rosso vivo, custodisce l'immagine di un bassorilievo raffigurante una Menade danzante, "violenza luminosa" e, probabilmente, già perduta.




Qui di colpo si annuncia un altissimo cielo bagnato
di colori: così passandoti vicino le mie vene
fanno moltiplicare, adesso, fontane sconosciute
sulle mani. Le braccia poi risplendono avidissime
di favole sottili e già discendono, vedi, sulla fresca
sostanza delle stelle precipitate ancora sulle dita:
ma sulla soglia della voce si respira
una visione che tenta e che sorride; che inventa e che
ricade; ma dentro un gioco di così dolci impasti noi
ci destiamo e già ci carezziamo.
Dentro quei nuovi flutti si disperde all'improvviso
un sole così gonfio di lame e di sorprese;
ma poi tu guardi al fiume nel riflesso di questo pieno
intendersi che subito rinasce ma non parla di giustizia;
ma custodisce morbide sostanze che inventano una
vincita di farmaci segreti e di timori.
Le leggi del volere riferiscono: gite annunciate
sopra la luce delle parole nuove.

[...]

«Io sfioravo coi gesti dissennati i più fieri annegamenti,
i celesti bisbigli. Tu sei proprio nella guerra di questo
affusolato splendere, sei nel fine ritrarsi
di quelle sacre piume».
Ecco per te un'offerta, un inventario: tocca, stupisci.
Sulla lingua discendono, adesso, laghi e battaglie.
Questa nuova tranquillità che impone fazzoletti
sul cammino, diademi che inventano perfino
una superba luce rinnovata.
Ma dimmi, ascolta: quale ventaglio di sonniferi
concederà la pace a questo vetro di visioni
che ci osserva, che ci ricorda l'arte di separare
il campo delle intese e delle feste,
quella virtù di prendere e lasciare?
Ma intanto un ramo scende e poi sospira
quando scruta quei tuoi passi, quando ti
mostri, quando vieni: e quando poi
ti mostri, il mondo non è
che una richiesta vana di tranelli.
E quando vieni, tutto il paesaggio ascolta.
E quando ascolti, la distanza si smarrisce,
dimenticando risse, martelli di sentenze,
prigioni e ritornelli.
Ora è un legame, dici, così pieno di
sacrificio: e il sacrificio è bianco, e il bianco insegna
l'inquietudine amorosa delle dita fittissime di miele:
e il tuo sorriso che si addormenta e muore;
e ancora l'innamorata impara i più feroci colpi e
ridisegna il dono, la tua memoria
inventa: e il gesto accade come un sussurro accade.

[...]

Così si è stabilito, allora: ascolta me. Ripara.
C'era il fumo che s'inchiodava sul dormiveglia
che mai nessuna gioia sfiora; e impara dunque a
ricadere, attenta: io sarei stato te, se questo è
vero? Ma è proprio la ferita che invece impallidisce,
che poi restringe i visi tutti
amici, quasi nemici. Eppure, attenta: è proprio
il gesto che ha inventato questa fine.
E adesso sulla carta dei miracoli una veglia
già parlava e ricamava porte
mai divise, sere inesperte di guarigione.
E un'altezza pericolosa è questo abbraccio:
anzi è un annuncio di frutti, di virgole
tentate, di curve riflessioni.

E invece, intorno a quella tua figura: solo battaglie;
solo nuvole e corone. La raccolta dei baci riscattava
una vera, una indecisa vocazione
al bene. C'era dunque un ansioso
contraffare le stagioni per durare, per colorare
i firmamenti e il viso.

Ed ecco la distruzione che in me diceva amore:
come la furia disciolta nella corsa; come il sole
penetrato nelle dita; come il sonno distillato
nel respiro. Davvero è nei colori
che il movimento sceglie, sogna distanze.
Non si rimane vivi, dice: non si rimane. Io viva
li ho lasciati nella memoria immensa: e tu, dicevi?
dicevi tu, che adesso? E in questa tua caduta io mi
riparo; e mi divido; e mi trasformo nella tua veste
che dice allora d'imparare; di risanare e di
toccare. Non si rincorre, dunque: si è solo presi da.
Però questo incessante muoversi fa trasformare la tua
insonnia in un tramonto nuovo: ed in sonno nuovo.
Ma se tutto questo è vero, lo specchio
significava, allora, solitudine felice e vera gioia.

Così gli uccelli mischiano le carte della luce
e queste dita poi fioriscono imbrogliando
crudeli precisioni, un'ambiziosa ressa di regali.
E tu non risvegliarti: adesso camminiamo.
Non rivestirti ancora: ma perdonami, rinasci.
Attorno a questo luminoso scialle
sia fatta luce e infanzia.

[...]

Mario Fresa è nato nel 1973. Vive a Salerno. Ha pubblicato due raccolte di versi: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto) e L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso Città di Bisignano per l’inedito). È autore, insieme con Tiziano Salari, di un saggio in forma dialogica sulla poesia, Il grido del vetraio. dialogo sulla poesia (postfazione di Flavio Ermini, Nuova Frontiera, Salerno 2005), e ha curato, con lo stesso autore, Le tentazioni di Marsia. Quel che resta da fare ai poeti e ai loro critici (Nuova Frontiera, Salerno 2007)
Sue poesie e prose poetiche sono apparse sulle riviste Paragone, Gradiva, Caffè Michelangiolo, Semicerchio, Il Monte Analogo, Le Voci della luna, Specchio della Stampa, Capoverso, Erba d’Arno, L’Ortica, L’area di Broca, Nuova Prosa e La clessidra.
È presente in varie antologie, tra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004).

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domenica, maggio 04, 2008

Andrea Raos


Le api migratori (edizione Oedipus, 2007) di Andrea Raos (illustrazioni di Mattia Paganelli) è dedicato ai "bambini vuoti", ma anche alla terra che mai riposa, al tempo che rompe dall'interno le forme della vita, che le squarta per naturale vocazione. Le api-assassine sono un prodotto del laboratorio umano, troppo umano, a cui il libro - poema in versi che fa tesoro dell'intera gamma linguistica novecentesca, non disdegnando gli sperimentalismi paronomasici della neoavanguardia – dà voce: spesso a parlare, infatti, è lo sciame migratore, l'io-sciame caosmico, moltitudine orientata ma imprendibile, dualità non ricomponibile che dà forma ad uno spazio-tempo inevitabilmente entropico, destinato alla polvere. Non c'è forza universale in questa weltanshauung, nessun "Amore" che tenga l'unità in eterno, che la conservi per una sostanza superiore: ogni cosa mostra la pelle lesa, la ferita che s'incolla alla medicina secondo il dettato della biologia, della chimica, a quel processo che, illudendoci, chiamiamo "amore", inevitabilmente con la minuscola.
"La vita è oscena" ci dice Raos, citando il Bellum civile di Lucano, oscenità conseguente non soltanto all'impossibilità di accettare eticamente le morti che la vita sparpaglia sulla terra, ma anche per la radice fangosa di osceno, per la sua etimologia, che in Raos diventa impasto di polvere e acqua senza soffio divino. Lo sciame assassino diventa così emblema di una sciagura che è la vita stessa, ma non solo: all'autore preme infatti mantenere un certa corrispondenza entomologica, sottolineata dalle copiose note di lettura poste in appendice, quasi a voler recuperare una tradizione di poeti competenti in ordine alla natura; penso a Lucrezio, ma anche, più vicino a noi e nello specifico entomologico, alle Farfalle di Gozzano.



Fuori dal laboratorio.


La terra esplodeva, ancora una volta. Sono milioni di millenni
in piena, per completa frantumazione
si riversano per terra – esplode, esplosa:
“nella dolcezza, nell’amore,
né la dolcezza né l’amore
stanno – non sopporta più niente,
la vita, non sopporta niente”
“venite, attraversiamo” – traversando
“volo d’animali,
l’immenso il più disteso
non ho mai visto un altro fiume” – con l’amore
come l’acqua, com’è acqua,
colma di leggera, come fuga
a malapena, a stento volo, che non vuole,
che non prende il volo. Sprofondano dentro la terra,
cascate di roccia che la roccia, voragine che dentro la voragine,
da quella stretta che, dentro, alleva,
morso dalla morsa della pietra:
“trasvolando che sento, che cadrò”.
La roccia si solleva, esplode il suolo,
si fa lava, bolle, folle:
è trasvolando che cadendo, sciame dopo sciame,
tutto passa.
Ed ora che passato
passava tutto, intero, per intero,
e su ciò che diventa, si avventa:
l’orso piccolo strappato, che confuso, dalla madre,
alla madre, ombra,
l’orso da poco nato che spaventa
ancora il mondo (che da adulti rende muti senza spaventare, è lì e
basta, è cosa che succede, uccide),
che zampetta e uggiola un po’ debole, un po’ mite – è via
dalla madre
ombra, d’ombra
“ti ho sognata ma eri già morta,
ti ho sognata ma non eri niente, un agitare
di follicoli, estinzioni, di parentesi”
cosa, oh cosa di sangue e di niente, ad annerire ora,
cosa significa restare in vita?
che cosa strazia ora questa
mano, mano che non tiene? questa gola?
capivi che ne usciva suono, nel frastuono,
non perché la vibrazione arriva,
non vedi il battere
e ribattere laringe, strepito –
è il corpo intero che si chiude esplode,
ricontrae, riesplode, nel riaccelerare che il respiro,
per respirare, spira, che i polmoni,
nel vibrare, emettono, riemettere
con tutta la carne che li chiude
mentre, ancora (e come morde, come tremito, che trema)
e nuovamente, intanto,
affollano il nascere i morenti, si affollano, al disnascere, smorenti
- l’orso piccolo, già morto, muore ancora,
cosa nasce?
l’ape pazza che attraversa, il corpo,
cosa non nasce?
sono soli, ora, il vuoto, accerchia l’erba,
verso cui, già piega, verso dove
la terra serba il pianto che le spetta,
cosa nasce e non nasce?
allontana, l’allontanarsi altrove, il numero
di api-sciame, innumerevole –
cosa né nasce né non nasce?
“Non posso, pure, non passare, vero?”



Cammini disegnati di calcare.


Api pensano, ci pensano.
Sciame che divisi, due divide.
“Non sono più gentile, anche più solo?
Se vedo quel neonato fatto a pezzi – come piena, come strazio –
e guarda e dice «non guardare»
la collettiva, mente che né guida
né non guida,
cosa farò di questo vuoto di materia, carta non graffita
e non-memoria, non-niente,
e tutta, questa, quanta pena?
So cosa devo dire. So che dico:
«La terra è scossa da vene invisibili
di materia vuota e di solida
aria. Massa
che fibra per fibra. Le sento
pulsare, che trema, terra mai così solida, mai così ferma
come quando completamente vibra.»”
È sempre così – sciamava, sciame – che urla la vita.
Animali per placche si distraggono,
che rinunciano alle ali.
Esistono
cammini disegnati di calcare,
città sfiorate punto a punto: e non
collegano.
L’estraneo
permane, microscopico:
ogni uomo, che spreco, ogni astro.
C’era l’amore, ma era con l’amore.
C’era l’amore, ma non era altrove.
Dove i giardini pendevano
e l’acqua rallenta – dove sta disarticolata, strappo
e ruga di roccia incisa, divisa – dove l’aria è cancrena
guarda le api passare, guardare:
“Lo diremo gli uni agli altri:
«ti vedo come gli animali, che nella preistoria
erano agitati,
continuare continuare
eppure fascinati dal fuoco»”
Roccia, piaga delle ere.
Niente più riguarda l’uomo.
Api, fascìna, fuoco.


[...]

“Così, quando – disciolta la compagine
del mondo – ora suprema chiuderà i secoli tanti
l’antico ripetendo ancora caos, tutte complodono
stelle mischiate ad altre stelle, ignei al mare
astri crollano, terra non vuole da sé stendere spiagge
e scuoterà il mare – al fratello contraria Febe
andrà e, nell’orbe per obliquo di condurre le sue bighe
…la morte è tragica, ma la vita è oscena…"



Andrea Raos, nato nel 1968, ha esordito con la raccolta Discendere il fiume calmo nel Quinto quaderno italiano diretto da Franco Buffoni (Crocetti, Milano 1996). È presente nel progetto ákusma. Forme della poesia contemporanea, (Metauro, Fossombrone 2000). Ha pubblicato Aspettami, dice. Poesie 1992-2002 (Pieraldo, Roma 2003) e Luna velata (cipM - les Comptoirs de la Nouvelle B.S., Marsiglia 2003). Ha curato l’antologia bilingue di poesia contemporanea italo-giapponese Chijô no utagoe - Il coro temporaneo (Shichôsha, Tokyo 2001). Presente nel VI Quaderno della rivista on line "Poesia da fare" di Biagio Cepollaro. Con Andrea Inglese ha curato Azioni poetiche. Nouveaux poètes italiens, in Action poétique, 177, settembre 2003 e Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità, in "Nuovi Argomenti", dicembre 2005. È membro di Nazione Indiana. Suoi testi sono apparsi sull’antologia Il presente della poesia italiana a cura di Stefano Salvi e Carlo Dentali (LietoColle, 2006). Suona il basso elettrico nella band del poeta francese Eric Suchère, di cui ha tradotto numerosi testi.

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sabato, maggio 03, 2008

Elia Guglielmin


Ogni tanto fa bene parlare d'altro. Magari della propria famiglia. Allora vi presento mio figlio Elia (è suo l'avatar). Sabato scorso, a Parma, è arrivato secondo ai campionati italiani di karate shotokan kumite (combattimento a mani nude nello stile shotokan). Nella foto è con la sua allenatrice Daniela De Pretto, maestro 6° dan.
Potevo non fargli questa sorpesa?

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martedì, aprile 29, 2008

Vicino alle nubi


Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto 2008) è curata da due autori (Enrico Cerquiglini e Luca Ariano) che hanno le idee chiare riguardo alla situazione catastrofica del pianeta. Si può dissentire sul fatto che oramai non possa salvarci "nessuno" e che la campagna italiana sia destinata all'annullamento totale (pp.10-11), ma non certo sulla serietà della preoccupazione, sul valore etico di una decisione: quella appunto di scendere in campo e organizzare un esercito di poeti disposti a sostenere la causa, di esserne i testimonials. Il vero oggetto del discorso è infatti racchiuso nei 5 saggi che corredano l'antologia, e mira a dimostrare come sia necessario ripensare l'organizzazione delle risorse e dei rifiuti, sotto la formula "Rifiuti Zero": "Se qualcosa non può essere utilizzato, riciclato o compostato" non va prodotto. Punto.

Qualche riga, forse, poteva essere tolta; in particolare penso al lungo saggio di Leonardo Mancino, che vuole parlare di tutto (poesia, filosofia, politica, linguistica, ecologia), rischiando di distrarre l'attenzione del lettore dall'oggetto primario: l'ambiente, appunto.


qui, nel sito di Enrico Cerquiglini, trovate i poeti che hanno aderito all'iniziativa. Ci sono nomi importanti, direi il fior fiore della poesia italiana emergente, con punte già consolidate, quali D'Elia, Buffoni, Annino, Bertoni e Lolini. Resta da capire quanti di questi fanno la raccolta differenziata, boicottano le multinazionali che sfruttano il terzo mondo, rispettano l'ambiente. Io cerco di farlo (lo dico perché c'è anche una mia poesia nel libro).


Fra tutti, ho scelto una testo di Alessandro Ansuini. Spero sia di vostro gradimento.



Lettera d'amore dalla banca del fango


Mentre ero ancora intento a digerire
una madrigale amorosa
Dura come uno stufato di somarino
ho considerato che uno zampirone
Mosso in senso circolare
potrebbe incantarmi
per i prossimi quindici anni ma poi

(sai dell'uomo che visse al buio
per mille anni con una sola
fessura di luce vicino?)

Tu sei arrivata dinanzi a me
Pura come un cane
E io sono morto una sera di fine settembre
Se non ricordo male
Mi pare ci fossero dei bambini
Che con le bocche spalancate
Erano intenti a raccogliere
Le gocce di pioggia che colavano
Come mercurio da una grondaia

(dissi bambini
bambini
che senso ha sapere
il significato
della parola grondaia?)

in ogni caso nella scena
non arrivasti per offrire un'immagine
mi contenesti
in una strana stanza dove potevi
togliere i rumori e io cercai
di spiegarti in sedici parole
il senso di Alice nel paese delle meraviglie
che è nelle bambine in chiaroscuro
e nei nomi dei personaggi presi
dai luoghi comuni

(ecco perché non porto
cappelli
per non essere scambiato
per il cappellaio matto
lo sai te
lo sai
che quelli col cappello guidano male?)

so già in elenco
le cose che dirai di me

che ti terrorizzo
che pare non abbia mai nulla
di cui preoccuparmi
e parlo come se sapessi
già tutto

(ma no
io non so tutto
considero semplicemente
una maggiore quantità di varianti
e ho una sorta di intuito
nel saper pilotare le scene)

così tutto ciò che possiamo dipingere
e che dovrei trovare la forza
di recuperare
è qualcosa di simile
alle lettere d'amore trovate disperse
nella banca del fango
ma voglio parlare delle poesie che ti regalai
di come so comporre un cavallo di troia
e lasciartelo detonare dentro
come i giapponesi che per punire
uno squalo reo di un aggressione
fanno ingoiare ad altri squali
ricci velenosi

lo so
ti terrorizzo
perché non ho la pietà negli occhi
e posso considerare degni d'attenzione
solo esseri di sofferenza simile alla mia
che è come gli spazi bianchi
fra una parola e l'altra
mi serve per dare un senso alla bellezza

(tu di che sofferenza sei?
Di quelle che hai imparato
A dimenticare
O di quelle che porti
Come un tatuaggio
Sul collo?)

ascolta, mia dolce
potenziale
suicida:

c'era una volta un uomo
(e quindi ci sarà sempre)
che per mille anni visse al buio
in un stanza in compagnia
di una fessura di luce.

L'uomo tastò con la lingua delle mani
Ogni centimetro di buio
Per trovare una via d'uscita
E alla fessura
Per mille anni non prestò mai
Attenzione
Perché cosa può mai esserci
In una cosa che hai già dato
Per scontato
Cosa può esserci
Oltre una fessura?

Quell'uomo un giorno
Si spinse oltre
(una volta fatta passare la testa
è come per i topi)
E dall'altra parte trovò.
Una stanza immensa che
La sua immaginazione
Non sperava nemmeno
Di contenere.

Oltre tutto questo
Considera
La mia morte
E la tua
Già avvenute
In qualche posto e in qualche tempo
Del duemila e qualcosa

Hai piantato un albero?

Hai fatto un figlio?

Ti ricorderanno per il tempo del sorriso
Ti custodiranno immagine
Dietro le volte specchiate della memoria
Sarai una voce
Sarai una scritta
Qualcuno dirà di te ancora una volta
Vedranno il tuo albero
O negli occhi di tuo figlio
Una vecchia riscontrerà
L'acquaforte antropologica
Che ci marchia nella carne.

E poi tutto ciò che hai fatto adesso
Sarà sabbia che sfiora altra sabbia.

E allora:

Posso portarti un fiore?

Posso legarti le mani?

Posso ucciderti piano?

Posso?

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venerdì, aprile 25, 2008

Poesia e storia


Tradotto in esclusiva da Stefania Roncari, posto questa pagina di Philippe Lacoue-Labarthe, tratta da La poésie comme expérience (Christian Bougois editore, 2004) e ispirata dal "Meridiano" di Paul Celan. Credo sia il modo migliore per festeggiare il 25 aprile.


L’esistenza consiste solo nell’“essere sul modo dell’essente”? Questa domanda prima di tutto vale per l’uomo che solo, come dice Rousseau, ha “il sentimento dell’esistenza”. Ora questo “sentimento”, come il proposito di Celan permette di avvicinarlo, si regge su tre “poteri”: il poter-morire, il poter-accogliere (rapportarsi a), il poter-pensare (percepire), tutti e tre si assomigliano nel poter-parlare, con cui si attesta in generale che c’è la presenza, ma anche l’uomo, dichiarando che è (presente), dichiara chi è, cioè colui che esiste quale essere capace di attestare in generale la presenza e l’assenza. L’esistenza sarebbe così il linguaggio. [...] La facoltà del linguaggio – il poter-nominare – è in realtà l’intimità stessa, la differenziazione intima di questo essente che è l’uomo. Attraverso questa differenziazione l’uomo, oltre ciò che è, corrisponde all’essere, nominando ciò che è, nominandosi, nominando chi non c’è (Dio). [...] L’uomo non è il linguaggio, nel senso del possesso o della proprietà: “ il linguaggio è ciò che è proprio dell’uomo” , significa innanzitutto che l’uomo è costituito a partire dal linguaggio, di cui non è in alcun modo il padrone (il linguaggio, al contrario, lo spossessa stranamente, l’attira – a sé – fuori di sé). [...] Il linguaggio è l’essenza – inumana – dell’uomo, la sua (in)umanità. Il linguaggio può anche essere pensato come l’origine dell’uomo. Non solo come Dio stesso, secondo lo schema onto-teologico esposto all’inizio del quarto Vangelo, ma come ciò attraverso cui l’uomo è necessariamente rapportato all’altro, dunque ad ogni altro, così che Dio non è il linguaggio, ma la supposizione del linguaggio, o almeno ciò che lo magnetizza irresistibilmente. Forse è ciò che abbiamo chiamato Anima. A condizione però di non sentire nulla, in questa parola, che rilevi una qualsiasi sostanza, un qualsiasi soggetto. L’intimità, nella sua différance stessa, è in disparte da ogni soggetto. Non è altro che l’aperto del soggetto. Il linguaggio è questa apertura. E’ l’interior intimo meo che l’onto-teologia confondeva con Dio. Da lì potrebbe forse venire questo: quando la poesia realizza il proprio compito, che è quello di sforzarsi verso l’origine del linguaggio, ed è un compito per definizione impossibile; quando la poesia si accanisce a “scavare” fino alla possibilità del linguaggio, ciò che incontra è, sull’orlo dell’aperto inaccessibile e sempre nascosto, la nuda-possibilità di rivolgersi. E da lì potrebbe ancora venire questo: se Dio esiste, esiste come un essere parlante – sottomesso egli stesso di conseguenza al linguaggio. Che faccia oggi silenzio, che si sia taciuto, ci libera forse dall’irresistibile attrazione che egli opera nel linguaggio (ci libera dalla preghiera). Si potrebbe allora scorgere un’altra poesia, ciò che forse Celan ha finito con lo scorgere e che lo ha ridotto alla disperazione".

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martedì, aprile 22, 2008

l'animale, la poesia


L'ottava è forse l'elegia più nota di Rilke. Ci dice che l'animale non teme la morte perché non esperiesce il tempo della finitezza. Invece gli umani sono incatenati a questo "non" di ogni cosa che è. Questo è il nostro destino: posare gli occhi sull'aperto inautentico, quello piagato dal nostro sentirci mortali. L'animale abita invece sul palmo dell'aperto, pur patendo anch'esso il tempo della memoria, l'esilio dall'origine. Beato chi vive nel grembo per sempre, "poiché grembo è tutto" ci spiega l'autore praghese. Noi viviamo sulla soglia, ma la paura ci costringe ad ordinare ciò che beatamente sta fuori, ad arginare la vastità dell'aperto, sino alla nostra morte. Siamo viandanti senza nido, "in continuo prendere congedo". Il messaggio rilkiano, che è la sostanza della grande poesia novecentesca, non ha paesaggio. La metafora fondamentale è l'incrinatura, il pipistrello che "incrina" la "porcellana della sera". Di tutte le sere.

Diversamente, Sull'ottava elegia di Rilke, poesia di Annamaria Ferramosca (in Curve di livello, Marsilio 2006) il paesaggio - quello mediterraneo in particolare, con la sua radice classica, omerica - diventa centrale. Lo spostamento è significativo: Ferramosca non canta l'animale, occhio della natura, bensì la natura vista dall'occhio di un umano che ha capito la lezione di Rilke, creando in tal modo un testo di secondo grado, una glossa che, per quanto verosimile e convincente, vivrà all'ombra dell'originale.

La scrittura dei contemporanei è terribilmente postuma: vive degli echi di una letteratura decadente nata sulle macerie dell'occidente. I nostri maestri hanno già detto tutto riguardo alla perdita, alla caduta, all'esilio prodotti dalla modernità. E noi, avendo letto tutti i libri, ci sentiamo al sicuro perché sappiamo che cosa scrivere e facciamo con stile. Il libro della Ferramosca mi pare sia consapevole di tutto questo e lotti per staccarsene, per uscire da una tradizione già consumata, già cantata. La sfida, non solo sua, consiste appunto nel dare forma al sentire contemporaneo, nel darla con la stessa forza di Leopardi, Rilke, Celan. Solo così scriviamo poesia, altrimenti non solo recitiamo una parte, ma oscuriamo la verità, diamo voce all'inautentico. Curve di livello mi pare stia sulla soglia di queste due dimensioni, e non è poco direi.


L'ottava elegia (R.M.Rilke)
(Dedicata a Rudolf Kassner)

Con tutti gli occhi vede la creatura
l'aperto. Gli occhi nostri soltanto
son come rivoltati e tesi intorno a lei,
trappole per il libero suo uscire.
Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
animale lo sappiamo; perché già tenero
il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
ciò che ha forma, e non l'aperto, che
nel volto animale è si profondo. Libero da morte.
Questa noi soli la vediamo; il libero animale
ha sempre dietro sé il suo tramonto
e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
nell'eterno; come le fonti vanno.
Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
lo spazio puro innanzi, nel quale in infinito
si dischiudono i fiori. E sempre mondo
e mai non-luogo senza non: il puro,
incustodito, che si respira,
si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
in questo si perde uno in segreto e
viene scosso. O un altro lo è morendo.
Poiché vicino a morte più non si vede morte,
si guarda {isso fuori, forse con sguardo grande d'animale.
Gli amanti, se non ci fosse l'altro che
la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore...
Quasi per una svista, per loro dietro l'altro
l'aperto si dischiude... Di là da lui però
nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.
Alla creazione rivolti sempre, vediamo
in essa solo rispecchiato l'aperto,
oscurato da noi. O che un animale, muto,
alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
Questo è destino: esser di fronte
e poi null'altro e di fronte sempre.

Se consapevolezza al modo nostro fosse
nel sicuro animale che ci viene incontro
in altra direzione -, via ci trarrebbe,
avvinti dal suo andare. Ma infinito gli è
l'essere suo, non còlto e privo della vista
sul suo stato, puro, come il suo guardar fuori.
E dove noi vediamo l'avvenire, là vede il tutto
e sé nel tutto, risanato per sempre.

Pure nell'animale caldo e vigile
è peso e cura di malinconia grande.
Che sempre anche su di lui grava
ciò che noi spesso soverchia, - la memoria,
come se una volta quello a cui si tende
ci fosse già stato più vicino, più fedele,
e il suo accostarsi infinitamente tenero. Tutto qui è distanza
e là era respiro. Dopo la patria prima
è la seconda ibrida e ventosa.
O beatitudine della minuscola creatura
che nel grembo che la portò sempre rimane;
o la felicità del moscerino che saltella dentro ancora
anche quando ha nozze; poiché grembo è tutto.
E vedi la mezza sicurezza dell'uccello che sa,
per origine sua, quasi entrambe le cose,
quasi fosse un'anima d'etrusco,
di un morto che uno spazio accolse,
ma con la quieta figura per coperchio.
E quando è costernato chi è costretto a volare
e proviene da un grembo. Quasi di sé
atterrito, guizza per l'aria come un'incrinatura
che traversa una tazza. Cosi la scia del pipistrello
la porcellana della sera incrina.

E noi: sempre, ovunque spettatori,
rivolti a tutto questo e fuori mai!
In noi trabocca. Lo ordiniamo. Si disgrega.
Torniamo ad ordinarlo e siamo noi dissolti.

Chi ci ha dunque voltati che,
in qualsivoglia cosa intenti, disposti siamo
come uno che parte ? Come quello, sull'ultima
collina che gli mostra per una volta ancora
tutta la sua valle, s'arresta, si volge indietro, indugia -,
cosi viviamo, in un continuo prendere congedo.

(trad. it. A. Lavagetto)



Sull' ottava elegia di Rilke

La casa ha finestre sul mare
per ricordare l'origine
il vortice la calma le vele millenarie
ritorni che volgono in commiati
odissee per altri oceani

Il giardino ha pini d'aleppo e olivi
per ospitare chi non sa della morte:
insetti e uccelli, volpi notturne
a volte - immobili ­
guardano anch'esse il mare
come per un abbaglio misterioso
- gli animali mai fissano
la morte negli occhi ­
noi l'abbiamo a fianco e miopi
vediamo il cielo accendersi di fuochi
e i luoghi dove
lei ciecamente piove

La rosa veloce sfoglia
in silenzio le spine si preparano a penetrarci le carni
il mare a sommergere il disordine
gli abbracci misti a spari nonostante
l'angoscia suonata a stormo
dalle cicale sui rami

Dai pini volano
rondini al sud, imperturbate



Annamaria Ferramosca vive a Roma, dove, accanto all’attività letteraria, esercita la professione di nutrizionista comportamentale. E' socia del Pen Club Italiano. Collabora con associazioni culturali romane per la diffusione della poesia e con l’Avsi-Adozioni internazionali. Ha pubblicato in poesia Il versante vero (1999, con introduzione di Plinio Perilli, premio opera prima “Contini-Bonacossi 2000”), Porte di terra dormo (2001, plaquette), Porte / Doors (2002, in versione bilingue, con prefazione di Paolo Ruffilli, versione inglese di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, premio “Forum 2003”), Paso doble (2006, coautrice Anamaría Crowe Serrano, tr. di Riccardo Duranti), Curve di livello (2006, premio "Città di Castrovillari-Pollino 2006", "Violetta di Soragna 2006", "Astrolabio"). Suoi testi ed interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi su numerose riviste italiane ed estere.

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venerdì, aprile 18, 2008

Daniela Cabrini



Il primo libro di Daniela Cabrini uscì nel 2001 con il titolo Tempo presente (LietoColle). L'idea strutturale che ne regola i testi mi sembra sia la seguente: dato uno spazio vuoto, riempirlo con caselle-parole ognuna dotata di particolare suono-ritmo-colore-senso. Il risultato è uno spazio mobile (sostenuto in particolare dai gerundi) e pluriprospettico, che si vuole metafora del tempo. Uno spazio con differenti fuochi, che graduano la temperatura del tempo, e con una fluidità differentemente coesa, tale da permettere al lettore di fare esperienza della durata. Anche in attraverso interni (Lietocolle 2007) il tempo è centrale. Esso domina attraverso l'avverbio "sempre", usato quale sinonimo di ciclicità naturale, di caducità, ma anche del nietzscheano eterno ritorno dell'uguale. A dare scansione regolare, a uniformare questa pluralità funzionale, sono le terzine, modulate da una voce temprata, tesa a distillare l'esperienza in frasi lapidarie e, perciò, classiche, alle quali tuttavia non manca il tremore per ciò che il tempo toglie, per le cicatrici che lascia. Il titolo del libro, attraverso interni, sintetizza questo doppio movimento, al tempo stesso, spaziale e intimo, racconto di un viaggio dove la natura (l'esterno vitale) è assente, e perciò realizzato in spazi chiusi, delimitati dalla relazione duale, ma anche un viaggio interiore fra le pareti dell'io, per ricavarne, dantescamente, virtù e conoscenza.



da Tempo presente

*

cosa distingue il fiato
dalla polvere nell'aria
a bocca aperta a nuvola
come fumo disperdendo
le orme i passi lasciati
e sassi


*

non dicono parole avvitate nel buio
orme coperte riportate in vita tutto
accade in gesti vivi all'interno
un nome parola scia luminosa evita
anni di vuoto inseguendo


*

non essere sospesa in altro
infinito scarto d'intesa nulla
simile al sentire gestito falso
strumento sguardo di resa invariante
l'attesa nel coro del tempo sconcerta




da attraverso interni


*

così seguo da molto vicino la fine del volo
non in prossimità non è soglia all'interno
il limite da te fissato era dove io ero infinito

sempre è durante e durata volge a fine
così sopravvive allo spavento chi vive
somigliante al respiro di un'ombra

sempre è durata e durante volge a fine
sotteso all'esistere certo
capovolge il tempo in gesto


*

sempre la disciplina è movimento e cura
attesa durata nelle solitudini delle presenze
di scarto attento si svuota non trattenendo


*

così non si vive così si trattiene acqua
amara è l'ora priva del desiderio
peccato è saperlo in ogni tratto di pelle

sempre è distanza e mai è non abbastanza
tengo la curva della tua voce atonale
sei nei versi una vicinanza di vuoti

sempre è onda riflusso riflesso d'ombra
risacca e spuma e l'onda torna con sé
lasciando nuova acqua al nostro fiume


*

vivere è continuo spostarsi
dove portare il mio nome
cosi lontano

sono le parole non dette
non accolte le parole non dette
ci sorprendono davanti al mare

così ti fermi al gesto compiuto
atteso da lunga stanchezza
disegna il tempo il mio viso


*

sempre è tempo che passa
nel sole ritorna il canto
offre la voce al segno

bersaglio spostato ruota
la freccia a distanza guidata
rovescia il dolore in attesa


*

così non è cura muovere
il tempo in clessidre diverse
le mani per togliere sabbia

sento l'affanno interno agire
in accordo col proprio disegno
perturba lo sfondo non entra



Daniela Cabrini è nata a Cremona nel 1961. Compie studi scientifici e si laurea in Matematica. Inse­gna e vive a Cremona. Ha pubblicato Tempo Presente (LietoColle, 2002). È presente con un suo intervento di Matematica in I nomi propri dell'Ombra (Moretti&Vitali, 2004). Sue poesie compaiono in: Rane, un dito nell'acqua (I Qua­derni di Correnti, 2004) e I mondi creativi femminili (Lie­toColle, 2006). È co-curatrice dell'edizione 2006 de Il segreto delle fragole.

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