domenica 5 maggio 2019

Stefano Guglielmin, La lingua visitata dalla neve


Qualcosa sulla poesia italiana contemporanea.
Il mio lavoro più completo e complesso.


di prossima uscita presso
Aracne

lunedì 22 aprile 2019

Marco Guzzi legge Raffaela Fazio



Midbar di Raffaela Fazio (Raffaelli Editore, 2019)

Nota dell’autrice

Ho voluto leggere l’Antico Testamento attraverso la poesia, dopo essermi accostata, negli anni, a varie interpretazioni, da parte cristiana e da parte ebraica. Ma la mia è una lettura laica, di chi crede che la Bibbia sia un testo prezioso innanzitutto dal punto di vista umano e relazionale. Il suo linguaggio va naturalmente decodificato (attraverso categorie sia teologiche, sia archetipiche/mitologiche), senza la pretesa di ridurlo a un unico filone di senso; lo si può accogliere non solo tramite uno sforzo esegetico, ma anche grazie a un piacere estetico, emotivo. Gli approcci sono dunque potenzialmente illimitati. Al riguardo, riporto le parole di Marc-Alain Ouaknin, rabbino e filosofo francese, che, alla domanda “si può leggere la Torah e non credere in Dio?”, risponde: Certamente! In ogni caso, bisogna almeno dubitare. I Maestri della Tradizione insegnano perfino che in ebraico la radice della parola “Dio” è el/ulay che vuol dire “forse”. […] Dio è un “forse”, un’apertura della mente!


Una lettura di Marco Guzzi

Midbar di Raffaela Fazio inizia con questo verso: “Ogni parola è un passo”, e quindi con una rivelazione sull’essenza stessa della parola. Ogni parola segna, direi incide, un passo, lascia una traccia lungo un cammino che, dunque, non sussiste in sé, ma è proprio costruito parola dopo parola. È il nostro parlare a procreare il cammino, e noi parliamo per di più senza controllare né in fondo conoscere l’abisso da cui la nostra parola trae origine: “L’origine ci sfugge”. Noi infatti parliamo, e procreiamo il cammino della vita e della storia, trovandoci di colpo già dentro una lingua, che ci viene trasmessa, e che in un certo senso è già tutta data: “il bambino/ di colpo sa parlare”.

L’essere umano perciò parla e procrea, è cioè un inizio, senza possedersi, senza possedere questo atto creativo, ma ricevendolo di colpo, e sempre di nuovo: ascoltando la parola che pronuncia: il suo diktat è in altri termini un dettato.

La poesia davvero contemporanea è sempre più consapevole di questa natura misteriosa e gloriosa della parola umana, ci rivela che il nostro parlare è sempre una ricerca, un cammino appunto, ma nel senso di un itinerario di ricerca. Che cosa cerca la parola? È come chiederci: ma perché parliamo?

Parliamo in quanto ricerchiamo il senso del nostro essere, cerchiamo di comprendere Chi in realtà parli, e quindi Chi in realtà siamo.

Ma come possiamo imparare a parlare affinché il nostro dire diventi ricerca del nostro essere? In quanto non ogni parlare costruisce un cammino di ricerca. Spesso il nostro parlare è un semplice vaniloquio, e cioè un vagare nelle tenebre del labirinto della mente, che non possiede alcuna direzione.

È ancora la pratica poetica autentica che ci offre ottime indicazioni: “allena/ la vista/ oltre quello che vedi.// Ascolta da dentro”. Bisogna perciò parlare non per riprodurre ciò che ci offrono i sensi corporei, ma dando voce ad una luce che illumina le cose da un più profondo, da una dimensione che in un certo senso è “prima” del mondo, è la luce che lo proietta.

Questo parlare dalla profondità sorgiva dell’essere ci apre alla vera speranza, in quanto ci offre panorami inediti di possibilità creative, liberandoci dalla gabbia sensoriale delle leggi di necessità: “Io vi bacio/ e vi estirpo i sepolcri/ da dentro/ gli sterpi del senso/ ormai chiuso./ Vi conduco/ alla terra/ che è vostra, a un diverso/ riposo”.

Chi parla? Chi dice Io con tanta assoluta autorità? Qui sembra parlare l’Autore stesso, l’Io Sono che rivela il suo Nome a Mosé (Es 3,13). E infatti “Dal roveto” Egli dice: “Io-ci-sono-io-ci-sarò://non ti lascio/ e non sono ancora tutto.// Come un nido/ è il mio Nome/ che cresce con l’uomo”.

Il Nome di Dio è l’Io che parla in noi? E che intesse con noi un dialogo attraverso il quale tutto viene creato, lungo un cammino? È Dio che ci parla, che ci rivolge la parola, dandocela così la parola?

Tutte le figure bibliche che Raffaela Fazio attraversa in questo volume mi sembrano figure di questo dialogo, che è insieme cammino e ricerca. Tutta la Bibbia anzi si configura come il dispiegarsi della relazione dialogica tra Dio e l’uomo, tra un Appello e una Risposta, che, nella loro incessante dinamica, sono tesi ad un compimento che incarni, nella pienezza, il senso dell’umano.

Il compito dell’uomo, in questa fase del tutto inedita della storia del pianeta terra, sembra consistere in una presa di coscienza nuova della propria natura, e del proprio destino. È come se dovessimo realizzare in modo molto più personale e diretto di essere i Porta-voce del Creatore, i Profeti della salvezza: “Ti aspetto/ dentro la tua voce”.

Questa presa di coscienza d’altronde non è per nulla facile, è anzi una sorta di transizione antropologica, che si dipana nelle nostre esistenze con tutti i travagli che le vicende di Agar o di Isacco, di Giuseppe o di Rut ci mostrano. Ma solo questo travaglio, questa assunzione della Voce come guida della nostra esistenza può farci compiere la nostra vocazione, e quindi realizzare il nostro destino: “Ogni uomo/ ha un peso di stelle/ dentro il sonno/ un destino”.


Dabar[1]

Ogni parola è un passo.
Cambia nel dirsi e nell’ascolto
come una distanza
raggiunta con il corpo
e superata.
Fonda flessuosa luce le cresce dentro
se in alto
o nella misura dell’appoggio
più spazio riesce a separare
l’immagine dal nome.

E il nome pronunciato
è già percorso.
Non c’è certezza di un inizio
sul cammino.
L’origine ci sfugge
come l’istante
in cui tutta la lingua si dispiega
e il bambino
di colpo sa parlare.

Ogni parola è un balbettare
forte dell’inciampo
con cui il suono
l’invera mano a mano.

Nasce dal deserto e non lo lascia:
mentre lo attraversa
ne spinge il confine più lontano.
E nel silenzio si vede
riflessa, incinta di echi
come il profeta
che muore
carico di futuro
sulla soglia
della terra promessa.

*

Babele

Cercammo un nome
per paura della morte
squadrammo la parola.
E la parola-argilla
scordò che era terra
reclamò l’altezza di una torre
divenne più preziosa della vita.
Per lei
rinunciammo al tempo del riposo
alla carezza, allo spazio
che differenzia il senso.
Finché
fu il mondo un’evidenza
senza volto
- rumore
di fondo
che nessuno ascolta.

Ma nella dispersione
capimmo
che il nome dura solo
se dalla voce affiora
l’uomo.

*

Ossa

“La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa […] Egli mi disse: «Profetizza al soffio, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia al soffio: «Così parla il Signore Dio: soffio, vieni dai quattro punti cardinali, soffia su questi morti ed essi rivivranno» […] Ecco, essi vanno dicendo: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti»” (Ez 37,1.9.11).

Su te la mia mano.
Perché tremi come in una fossa?
Non staccare lo sguardo
dal bianco delle ossa.
Ma nella piana
di resti scomposti, di sassi dispersi
allena la vista
oltre quello che vedi.

Ascolta da dentro:
il midollo rilancia la corsa
come il seme sotto la scorza.
Questa valle
è solo paura, una tomba
che non vi conviene.

Io vi fascio di vene
vi rivesto di lembi
di pelle
di muscoli e nervi.
Crescete!
Aprite la bocca
allo spazio più arioso
unite la voce!

Io vi bacio
e vi estirpo i sepolcri da dentro
gli sterpi del senso ormai chiuso.
Vi conduco
alla terra
che è vostra, a un diverso
riposo.

*

Dal roveto

“Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?»” (Es 3,13).


Io-ci-sono-io-ci-sarò:

non ti lascio
e non sono ancora
tutto.

Come un nido è il mio Nome
che cresce con l’uomo.
In me
c’è spazio per il grido
la lode
il dubbio.

Torna se vuoi.
Se puoi spicca il volo.
Se anche mi scordi
non sarai mai
solo.

*

Rut
  
Nell’aia

“Booz mangiò, bevve e con il cuore allegro andò a dormire accanto al mucchio d’orzo. Allora essa venne pian piano, gli scoprì i piedi e si sdraiò” (Rt 3,7).


Il calore
dei campi e del vino
 nei corpi
distesi – silenziose sementi.

Ogni uomo ha un peso di stelle
dentro il sonno
un destino.

Ma tu sei leggera
e profumi muovendo i capelli.
Chiedi pace
al respiro. Scegli il posto
che la notte non nega.

Nessuna carezza:
solo scopri i suoi piedi

e aspetti la brezza
dall’alluce al cuore
il risveglio.
Lui saprà che ti spetta
la parte migliore.

Per amore la terra
è fatta di tempo
e la storia
di vento, ruah.

*

Un popolo
(il canto di Mosè)

“Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua»” (Es 4,10).

Quante volte ti ho guardato
              dall’insonnia
come si cerca 
di tenere insieme 
nella mente una parola
e invece 
quella si spezza nel chiarore
                           balbuziente.

Quando la voce sogna
riunisce
il gregge dei suoi suoni
e il tempo le obbedisce.

Ma tu, popolo mio
ti spargi

come il mio nome
confuso si divise
tra il seno e il fiume
il trono e poi il deserto.

Adesso
in te
esco dai miei confini.
E non rinuncio

perché ti vedo:
sei tu, popolo incerto
che mi pronunci
passo a passo.

Infinito, incompiuto
             il cielo
ci presta un tetto provvisorio
come il palato
su cui la lingua batte
e sfiora 
il senso.


Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, è poetessa e traduttrice (tedesco, francese, inglese). Dopo aver vissuto dieci anni all’estero, si è stabilita a Roma. Laureata in lingue e politiche europee (Grenoble) e specializzata in interpretariato (Ginevra), ha conseguito a Roma un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, con particolare interesse per l’esegesi biblica e l’iconografia cristiana. È autrice di Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2011) e di diversi libri di poesia. Raccolte recenti: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015); Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017); L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018); Midbar (Raffaelli Editore, 2019). Nel 2019 è prevista anche la pubblicazione di Silenzio e Tempesta, con Marco Saya Edizionipoesie d’amore di Rainer Maria Rilke.  




[1] Dabar in ebraico significa sia parola, sia evento. “Deserto” invece è detto midbar, che si scrive aggiungendo una sola lettera, la “mem”, a dabar (la scrittura ebraica è solo consonantica). Il deserto, dunque, come luogo della parola.

lunedì 15 aprile 2019

Cristina Annino



L'Arcipelago Itaca pubblica Le perle di Loch Ness, di Cristina Annino. Il libro contiene anche alcuni brevi racconti inediti riguardanti l’esperienza spagnola della poeta.
Le poesie ci confermano l’unicità della scrittura anniniana, il coraggio dei piccoli editori e la miseria della grande editoria, che predilige solamente una via del poetico italiano, quella in cui il parlato e il letterario si incontrano a mezza strada. Anche Annino, invero, fugge la retorica, ma nemmeno si fida della lingua che abbia l’urgenza di essere compresa. Con lei, nessun a-capo è scontato; il suo periodare coniuga surrealismo e biografia, dadaismo e abilità figurale nel dare forma nuova all’evento ordinario. Questa è poesia, non c’è dubbio, ossia quanto di più lontano dall’epigonismo contemporaneo.



Resurrezione nella musica


Mi scollai per estasi, entrai
in teatro con gli altarini. Erano così
gli ottoni che fanno
piangere? cannoni d’estremo
fiato. Saltai sulla testa di loro
con la bacchetta in mano. Oh, stato
divino, ho in mente di nuovo
un’orchestra! Chiesi
perdono ai pianisti in piedi,
alle code lisce, al muto pesce
del suono. Facevano acqua senza
me, le candele spente? davo
la mano persino
ai clarini. L’orchestra che poco
mancava andasse a fondo, oddio! 
ritto la dirigo ora sull’orlo d’un
cratere spento, mentre il mondo,
prego, diffonda pure la nostra cenere.



Paglia a volo con Céline 

Non guardarla mai, non somigliarla
nemmeno; è fumo, un gran                                  
fuoco di paglia che abbaglia tutto.
In tale insonnia va avanti, poi
le scope lo fanno saltare chi l’ha
messe lì? Nessuno può capirne
il senso, ormai fuori com’è
dal vaso di Pandora.
       
**

Io gli credo. Noi spavaldi
nella nostra salute; quando
gonfia le gote viola, e a vanvera,
dice il traffico dell’emicrania
e la gara col sonno. Che gli tranciano
il viso con la pala sinistra.
    
**

“É il Novecento un’aurora?”
Macché! Non è vero, nessuno
è importante. Coi paragoni
ingrandisce anche un nano. Punto.
Poi perde, scappando, semini                               
di carne.
     
**
                                     
Che dire?  Anche fuori dall’universo,                            
Céline tossico in astinenza, palleggia                            
occhi a terra, due mine. L’aurora                                  
l’aveva con sé, tra le mani, come pure                                    
la paglia. Con quei pigiami di notte,                                                        
ogni volta un canestro.


L’amico della volpe

Trecento triste, gli amici!
Spalancano porte nelle ore
che sono in orario. Cattivi né
buoni col fermo del sorriso a metà
e frasi di pallottole
per la caccia; convinti
che parlare sia umano, il silenzio
meno. Fugge ogni senso. Poi
frullando il bicchiere della staffa,
a piombo le scale fino al
mento, ridanno al monaco l’abito
che lo fa. Mai
puntare il mondo su un cavallo solo.

**

Non li ricordo più fino
in fondo, i nomi scorrono dal
rubinetto. Uno solo guizzò tra le sedie
colpito dal fulmine; baloccava le frasi. Era
un gioco col tele comando, magari
finzione; però zitto fissava il
piancito come fa
l’universo cavo. Quasi uno sparo
gli salisse le scale interne sopra
il menisco. Svaniva piano
la sua faccia a velo nel sibilo delle mani
su un corno. Avvisò
la volpe dei cani, forse, scacciando
morte da quelle frasi, perché
poi si torse così, di fronte: è troppa
carne per il mio spirito!


Pina Bausch

Seduti al bar della stazione Termini, l’uomo le diceva da circa un’ ora di non amarla più; l’aria passava sulle loro teste come anice liquido. Faceva un gran caldo.
  Finalmente tacque. Tra poco lei avrebbe preso il solito treno. Ci stava pensando. L’uomo di nuovo le chiese.
-Vuoi ancora qualcosa?
-Sì! Che tu te ne vada.
Allora lui sollevò con delicatezza i suoi novanta chili di peso e prese ad allontanarsi come un mobile pieno di roba, un armadio che si stacca dal muro di casa. Restò del vuoto. Ma così  preferiva, non gli sarebbe piaciuto discutere e poi perché ad obbedire provava una specie di eccitazione.
Era un uomo colto, gelidamente, mortalmente colto. Era tanto colto da non farcela a mettere in fila quattro parole sincere senza per questo morire di vergogna. Mentre sapeva scrivere un romanzo in tre mesi. Dentro la metropolitana pensò: posso combattere da peso massimo contro tutta la letteratura italiana, ma vinco sempre ai punti. Mai un ko.  Perché questo era davvero il suo nemico, che ogni sensazione evidente gli risultasse intrattabile. Sapeva lavorare ai fianchi, ma non colpiva mai al viso la verità. Era come se questa l’abbagliasse o fosse imprendibile, al pari di tutte le cose semplici.
   Uscì alla stazione Lepanto. Lea era certamente salita sul suo treno, e lui andava verso il solito bar. Si sedette tra amici altrettanto colti sentendosi rilassato come un pugile nello spogliatoio dopo un incontro di prova. Gli sarebbe piaciuto fare una doccia. Disse al primo che lo salutò:
-Meglio così. Ci fossimo sposati avrei passato tutta la vita a esprimerle dei sentimenti.
L’altro rispose-Perfetto!- tanto per dire.
   Verso l’una di notte tornò a casa. Andò in camera e fissò tutti i suoi libri dentro gli scaffali, poi si mise in piedi davanti allo specchio. Aveva trentadue anni. Infine accese il televisore tenendo basso il volume. Trasmettevano una danza di Pina Bausch. Pina Bausch gli comunicava sempre disagio. Stese le forti gambe sul basso tavolino. Scriverò sempre- si disse- Per tutta la vita. Poi concluse, guardando il teleschermo, che Pina Bausch era troppo espressionista. L’espressionismo, tutto sommato, non era neppure una forma d’arte perché ovvio, infantile, e già nella natura. Che addirittura sembrava soltanto una persona: il signor Tal dei Tali, cioè l’Espressionismo. Lo vide amare, soffrire ed essere sincero. Così si addormentò.


Cristina Annino (nata ad Arezzo e laureatasi a Firenze in Lettere Moderne con una tesi sulle prose di César Vallejo), vive attualmente a Roma dopo un breve periodo trascorso a Milano. Esordisce nel 1969 Con Non me lo dire, non posso crederci, edizioni Tèchne,Firenze, dove ancora compare con il cognome anagrafico di Fratini.
Seguono molte pubblicazioni con editori minori. 
Nel 1984, una sua raccolta di versi, L'udito cronico, viene pubblicata dal collettivo Nuovi Poeti Italiani (Einaudi) n°3, a cura di Walter Siti.
Nel 1987 pubblica Madrid (ed.Corpo 10, premio Russo-Pozzale, assegnatole da Giovanni Giudici), opera centrale nella sua produzione poetica,e riedita nel 2013 con  Stampa2009, Azzate (Varese).
Tra le sue opere più recenti, Magnificat. Poesie 1969-2009, PuntoaCapo editore, Novi Ligure 23010 (vincitore del Premio Montano dello stesso anno), Chanson turca (Lietocolle, 2012), e le due plaquette Céline (edb, 2014), Poco prima di notte, Edizioni L’Arca Felice, Salerno 2013. Una raccolta di 200 testi tradotti in inglese, Chronic hearing (Chelsea Editions, New York), esce nel 2014. Inclusa nell'antologia Il  pensiero dominante. Poesia italiana 1970-2000 (Garzanti, 2001) di Franco Loi e Davide Rondoni, è anche presente, tra altre collettive, in Antologia di poeti contemporanei -Tradizioni e innovazioni in Italia- a cura di Daniela Marcheschi (Murzia,2016), alla quale rimandiamo per conoscere approfonditamente dati biografici e avere una completa bibliografia di Annino.
E’ autrice del romanzo giovanile Boiter: l'affarista della sua pace, edito molti anni più tardi, nel 1979, da Forum/Quinta Generazione.
Nel 2016 pubblica Anatomie in fuga, Donzelli Edizioni, Roma, 2016.
Sempre nel 2016 pubblica il romanzo Connivenza amorosa con l’editore Grego&Greco.
In un’epoca più tarda della sua vita , si dedica all’attività di pittrice, ma in modo saltuario, avendo tuttavia al suo attivo numerose personali e collettive sia in Italia che all’estero ed essendo compresa in alcune collezioni private.


mercoledì 6 marzo 2019

Alessandra Paganardi legge Carla Mussi




DALLA SCENA ALLA NARRAZIONE: AMORE DI FRODO (Puntoacapo, 2019) di Carla Mussi

Fabbrica desideri la memoria. Questo endecasillabo a maiore sereniano, messo ad esergo della prima sezione, dice molto del percorso di questo libro bipartito in due sillogi, che si presentano intenzionalmente differenti – come spiega la prefazione di Giancarlo Pontiggia. Sin dal libro del maturo esordio - o più propriamente quasi-esordio - Il Cattivo Dono, la poesia di Carla Mussi si presenta estremamente elaborata e stratificata, con un rapporto molto forte con la narrazione (che si vede ancor meglio nel secondo Sconto di pena). Ragionando cinematograficamente, si può dire che questa prima parte L’invenzione del ricordo funzioni con la classica tecnica del decoupage e del montaggio. L’autrice vede se stessa, si stacca dal corpo e lo osserva dall’alto: molte sono le metafore che si riferiscono a strappi, fratture, stacchi, tagli; l’io osserva e costruisce frammenti di scena che restano fedeli al vissuto, ma vengono montati e smontati. L’intensità carnale delle scene, spesso erotiche ma non solo, è violenta. ma lo sguardo è stranamente disincarnato come se l’io fosse diviso, un po’ alla Ronald Laing; un io lirico totalmente situato nell’io incorporeo ma per scelta poetica, non per patologia, che guarda vivere l’io fisico e ne trae scatti elaboratissimi, mai autobiografici. A livello psicanalitico questo corrisponde all’esperienza della scotomizzazione o rimozione, ma a livello artistico crea un effetto chiaroscurale molto forte, moltiplicativo e straniante. Sono scatti di posa che somigliano più a giochi di parole, talora ad aforismi o ad enigmi, che a ricordi o racconti. Come se la scrittura fosse stata lasciata seccare al sole e ne restasse l'osso nudo, ma con tutta la struttura dell’articolazione che dal senso passa al suono e dal suono al senso. Ecco allora i componimenti brevi e aspri, le chiuse spesso rimate, i rinvii molto sofisticati fra parole centrali e finali, a concludere e richiamare: assonanze, ripetizioni e perfino anagrammi, nodo/frodo, ricordo/ sordo, doppio/cappio, erba/preda, (un quasi anagramma assonanzato) alto/falco, ladra/brada (altro anagramma imperfetto), e così via, quasi a ogni pagina. Appunto perché il ricordo non è un’operazione semplicemente emotiva e spontanea, ma si inventa (cioè si trova): e trovare significa aver cercato, aver selezionato. Ma nella seconda sezione I luoghi accade qualcosa di diverso. Si riprende una narrazione o quasi-narrazione più fluida e continua e la tecnica diventa più simile a un piano sequenza, con campiture allungate. Dal fallimento della contestazione sessantottina – rivelato anche dall’esergo, la canzone di De André Coda di lupo – si passa per gradi dagli scatti istantanei ai luoghi, luoghi di macerie industriali, inquinamento, mare spesso degradato; l’elettricità salta, come in certe esperienze di occupazioni scolastiche note a parecchi di noi, e si attraversa letteralmente la notte: una notte che è eclissi ma anche grembo, rinascita, àpeiron di tutto ciò che sembra essere dialetticamente negato. Ecco allora la memoria del giudizio e della coscienza (pag. 52-53), ecco la notte del giudizio (pag. 73); in un’altra poesia di questa raccolta, l’autrice scrive io che non ho giudizio non ho temperanza e nella precedente Sconto di pena confessava: io che non ho pudore. I luoghi attraversano la notte, il racconto e la narrazione – la memoria – tornano possibili; torna possibile condividere una diegesi dopo l’invenzione del ricordo e dopo la divisione dell’io. Certamente l’autrice vuole dirci che il libro è anche in qualche misura un percorso di riconciliazione con il Sé, un percorso terapeutico: ma non c’è lieto fine, non c’è uno sviluppo banale dal malessere al benessere. Tant’è vero che alla fine, ed è proprio l’ultimo verso, torna lo spaesamento e i luoghi ci abbandonano. Siamo pronti per un altro viaggio, per un altro straniamento, per un altro corpo a corpo con l’angoscia e con il suo doppio semantico, la parola della poesia - di questa poesia. Siamo pronti per un altro libro. 
 (Alessandra Paganardi)



I

Sul prato secco
al confine del bosco
il richiamo dell’aquila è il segnale,
dal primo tocco
al terzo bacio
si fa liquido il nodo,
perché qui non è vietato
l’amore di frodo.



II 

Per un libero volo
tocchi l’umida erba,
poi infili la vita nella preda,
amore catturato senza caccia
senza riserva.



III

Case dimenticate
nella luce che abbaglia
sollevano le ombre
quando l’amore stride
irriverente
e inventa il suo ricordo
perché il tempo si spogli
di un Dio sordo.



IV

Se lo sguardo è nel corpo
nuota, beccheggia, preme,
monta in alto,
ha il cromosoma di un falco.



V 

Quando si è spalancata la radura
sotto cerchi di volo
mi piaceva la paura delle api,
se bevevo alla fonte nel chiarore
leggera mi voltavo
per il  tuo occhio affamato,
da disertore.



VI

Di voce e di respiri
le parole proibite
seminate sui fianchi,
parole dell’amore
dell’umore
per coltivare un cantico,
selvatica euforìa
campo semantico.



VII

Nessuna geometria,
solo il passo di tango d’un artiglio
il mio sorriso da ladra
la tenerezza dura, brada.



VIII  

Qui siamo stati lupi
l’amore nella schiena,
umani solo
nel mangiare seduti,
poi soltanto viandanti, lupi.



IX

Mi prendevi  alle spalle
mi prendevi alla gola
eri il dolore che conviene
la bussola impazzita,
garza che accoglie il taglio,
senza ferita.



X

Entravi nello sguardo
con la dolcezza barbara
che insiste per un grido,
dove palpita acquatica
una medusa di rose.



XI 

Il rosso di una volpe
è la lucerna in fuga sulle labbra,
dentro i tuoi occhi nudi
l’orbita dei miei fianchi,
baccanale celeste
per saltimbanchi.



XII

Ritrovarsi per nulla
e perdersi del tutto.
La vita non ha sponda
non ha lutto.


Memoria del giudizio

Per la mascella inutile
d’un lascito sporgente
il morso sta nei denti del giudizio
spicchi di pleistocene
masticati a digiuno
chicchi di oscenità
che degradano piano
verità che non miete
nessun grano

    -  Senti come cospira
        come scocca
        la violenza che siamo. –



Memoria della coscienza

Spacca tenera il guscio
prende forma
spinge fuori la testa
ad occhi spenti

un barlume di piuma
un petalo di unghia
la schiusa scivolosa
del torace

poi schiocca la voce,
sgomita senza storia
uccide i padri

frattura le radici
con la zampa sinistra
la sporca zampa dei ladri.



Notte del giudizio


Nei ballatoi
niente che danzi
cigola un’altalena

il vento tenta una calligrafia
scrive nei corridoi
cerca l’uscita

e niente
niente che danzi
in fondo ai ballatoi

solo il brusìo del muro
un volo di sentenze
e di avvoltoi.



Carla Mussi è nata nel ’62 e vive a Piombino.  Ha pubblicato “La vera morte del pesce viola” (Gazebo, Firenze, 2000), il racconto “Il filo freddo” in “Scene da una storia mai scritta” (Moby Dick, Faenza 2003). In poesia ha pubblicato con Puntoacapo Editrice “Il cattivo dono” 2014, (Premio Energia per la vita 2014, Premio Internazionale letteratura Napoli 2014), la plaquette di foto poesie “La notte delle faine” 2015, "Sconto di pena"  (Premio Il Sigillo di Dante  2016,  Premio città di Latina 2018 ).
Ha partecipato a numerosi festival di poesia, tra cui il Festival del pensiero In/verso, Venezia 2017, il Festival Internazionale “Palabra en el mundo”, Venezia 2018, “La piuma sul Baratro”, Piacenza 2018, e a varie edizioni della Biennale di poesia di Alessandria.

Vincitrice e finalista di altri premi letterari, è presente su varie pubblicazioni tra cui “Il fiore della poesia italiana.  I contemporanei” (a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano), “Dove va la poesia? Riflessioni sul presente” a cura di Mauro Ferrari, e su riviste e antologie.