mercoledì 16 aprile 2014

Ramona Ciucani traduce e commenta Mahmud Darwish



Omaggio a Mahmud Darwish



Il 13 marzo scorso dodici città in tutta Italia hanno omaggiato l’icona della poesia contemporanea palestinese, Mahmud Darwish, nel giorno del suo compleanno.
La proposta, lanciata dall’Associazione Arabismo di Roma e raccolta da molti, aveva lo scopo di sottolineare una grave mancanza editoriale: le sue traduzioni italiane sono ormai fuori commercio.
Venezia era tra le città che hanno partecipato all’iniziativa e ha offerto un reading poetico memorabile grazie alla partecipazione degli studenti del Master MIM (Master di Mediazione Inter Mediterranea) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e alla collaborazione della Biblioteca Querini Stampalia. Mettere in sinergia due diverse istituzioni, l’università e la Biblioteca Querini, ci è sembrato un modo positivo per raggiungere più direttamente la cittadinanza e far sì che la poesia dell’autore circolasse in uno spazio culturale allargato e di tutti.
Nella splendida cornice della rassegna queriniana in omaggio a Mario Stefani, otto studenti si sono alternati sul palco e hanno letto i testi di Darwish in otto lingue: arabo, ebraico, persiano, turco, inglese, francese, spagnolo e italiano. Altri loro colleghi hanno allestito un video per presentare l’autore, una bibliografia ragionata multilingue messa a disposizione degli intervenuti e una scenografia con immagini e traduzioni italiane delle poesie. È stato un grande lavoro di concerto, non sempre facile, che ha raggiunto gli obiettivi prefissati: coinvolgere e incuriosire non solo il pubblico ma anche gli studenti. Abbiamo tutti imparato com’è possibile fare mediazione culturale attraverso la letteratura e la poesia.
Da coordinatrice veneziana, ho partecipato all’allestimento del reading in ogni sua parte (costruzione del percorso poetico, selezione dei testi, cura delle traduzioni italiane, lettura di un inedito, introduzione al recital, organizzazione tecnica). La cosa di cui sono stata più orgogliosa è stato l’entusiasmo e la soddisfazione degli studenti alla fine dell’evento.
Mi auguro che, in Italia, come è stato fatto in Spagna, Francia, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, si torni presto a tradurre la poesia di Darwish, dando ai lettori l’opportunità di conoscerlo e gustarlo in italiano e all’autore la voce poetica che merita nel nostro panorama editoriale.
Per condividere con voi parte di questa festa di parole ed emozioni, Stefano Guglielmin ha accettato di ospitare alcune mie traduzioni inedite e parte dell’introduzione poetica letta durante il reading del 13 marzo. A lui e al suo instancabile lavoro di passeur, il mio sincero grazie.

*** 

Il criterio che ci è sembrato più efficace a restituire una breve panoramica della produzione poetica di Mahmud Darwish è stato quello cronologico, poiché ci permette di spaziare nell’immaginario retorico del poeta dai poemi giovanili della resistenza a quelli d’amore, dai testi intimi e autobiografici della maturità alle riflessioni faccia a faccia con la morte. Grazie a questo criterio, si è venuta delineando una geografia poetica che corrisponde alle fasi che scandiscono il percorso umano ed estetico dell’autore, spesso intenzionalmente in contrasto e rottura l’una con l’altra. Sicuramente non potremo qui approfondire l’evoluzione stilistica e retorica dell’intera sua opera poetica, che diviene sempre più complessa nello stretto legame tra poesia e pensiero, tra parola e ritmo. Cercheremo solo di farvela intuire. Darwish ha attraversato più di cinquant’anni di storia del Medio Oriente e li ha interpretati e condensati nella sua poesia (dalla Questione Palestinese, alla guerra civile libanese, dalle vicende dell’OLP, agli accordi di Oslo e al dopo Oslo). Ha però deciso di rifugiarsi nella sua lingua, la lingua araba, per non restare ingabbiato nell’etichetta di “poeta palestinese”, e ha eletto la poesia a sua patria. È l’universalità che ci piace e vogliamo sottolineare stasera. Le sue poesie hanno parlato tutte le lingue del mondo e continuano a parlare alle nuove generazioni di poeti e lettori, non solo arabi. Con la sua opera, Darwish ha aperto un orizzonte poetico nuovo, trasformando la sua poesia da affermazione di identità in eterna presenza nelle parole. Come ha detto Yasir Suleiman (Cambridge University) “where politics fails, literature succeds”. […]
La raccolta del 1995, Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (trad. di L. Ladikoff, S. Marco dei Giustiniani, 2001), segna un punto di svolta nello stile dell’autore: da qui inizia l’identificazione totale con la lingua e la poesia araba (“Io sono la mia lingua” dice Darwish in un’intervista), che si caricano dei riferimenti intertestuali e delle allusioni alla tradizione araba classica, ai mistici persiani, alla mitologia del Medio Oriente oltre che a quella greca. Forse, il poeta greco Yiannis Ritsos nel definire l’amico palestinese un poeta “lirico-epico”, si riferiva a questa fase, in quanto il nostro autore fonde l’epica classica con il lirismo della poesia moderna, e addirittura si definisce un “poeta Troiano”, ossia un poeta che racconta la sconfitta, gli sconfitti/il suo popolo, in contrapposizione a chi da millenni ha raccontato i vincitori, ma che attraverso la poesia della perdita trova la via per trascendere la sconfitta. […]
A conclusione di questo viaggio sonoro, ci sarà un estratto da “Il giocatore d’azzardo” (Lā‘ib al-nard) dalla raccolta Lā ’urīdu li-haḏihi al-qaṣīda an tantahī (Non voglio che questa poesia finisca), poesia postuma pubblicata nel 2009. Una summa biografica che potremmo definire una “poetografia”, per riprendere una definizione del poeta iracheno Sinan Antoon, ossia una biografia in forma di poesia. L’ho tradotta per questa occasione e la ascolterete in anteprima nazionale, visto che è ancora inedita. La metafora che veicola ossia che la vita è un gioco d’azzardo, ci pare una degna conclusione di questo percorso nelle parole e nella vita di Darwish, e rappresenta l’abolizione della differenza tra poesia e vita raggiunta dall’autore.





Carta d’identità
Haifa, 1964
tit. orig. Biṭāqat huwīya
                                                                                                                                      dalla raccolta Awrāq al-zaytūn (Foglie d’ulivo)

Scrivi!
Sono arabo
carta d’identità numero cinquantamila
ho otto figli
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti fa rabbia?

Scrivi!
Sono arabo
lavoro con i miei compagni di miseria
in una cava
ho otto figli,
per loro, dalla pietra
cavo pane
abiti e quaderni.
Non vengo a mendicare alla tua porta
e non mi abbasso
davanti alla soglia di casa tua.
Ti fa rabbia?

Scrivi!
Sono arabo
sono un nome senza titoli
sono paziente in un paese
pervaso da fremiti di rabbia
le mie radici
sono ben salde da prima che nascesse il tempo
da prima che avessero inizio i secoli
da prima del cipresso e degli ulivi
da prima che germogliasse l’erba.
Mio padre è della famiglia dell’aratro
non discende da signori,
mio nonno era un contadino
senza stirpe né lignaggio!
Mi ha insegnato l’arroganza del sole
prima di insegnarmi a leggere libri.
La mia casa è un capanno
di legni e canne.
Soddisfatto della mia posizione?
Ho un nome senza titoli!

Scrivi!
Sono arabo
capelli:     neri
occhi:       marroni
segni distintivi:
una kefiya in testa
e il palmo rugoso come pietra
che raschia quel che tocca.
Indirizzo: 
un lontano villaggio dimenticato,
dalle strade senza nome
in cui tutti gli uomini lavorano nei campi o alla cava.
Ti fa rabbia?

Scrivi!
Sono arabo
defraudato delle vigne dei miei avi
e della terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
A noi e a tutti i nostri posteri
non hai lasciato
che queste pietre.
Le prenderà forse il vostro governo, come dicono?

Dunque,
scrivi
in testa alla prima pagina:
non odio la gente
e non aggredisco nessuno
però, se avessi fame,
mangerei la carne del mio usurpatore.
Attento, sta attento
alla mia fame
e alla mia rabbia!




Vengo da laggiù

Parigi, 1986

tit. orig. Anā min hunāk
dalla raccolta Ward aqall (Meno rose)


Vengo da laggiù. E ho dei ricordi. Sono nato come nascono tutti. Ho una madre.
E una casa con molte finestre. Ho fratelli, amici e una prigione con una gelida feritoia.
Ho un'onda ghermita dai gabbiani. Ho una vista tutta per me. Ho un prato smisurato.
Ho una luna ai confini delle parole, semi per gli uccelli e un ulivo immortale.
Sono passato sulla terra prima che le spade passassero su di un corpo e lo rendessero pasto.
Vengo da laggiù. Rendo il cielo a sua madre quando è lui a piangerla,
e piango affinché una nuvola di ritorno mi riconosca.
Ho imparato tutte le parole degne del tribunale del sangue per poter infrangere la regola.
Ho imparato tutte le parole, poi le ho smontate per ricomporne una sola:
Patria.



Il giocatore d’azzardo
tit. orig. Lā‘ib al-nard
dalla raccolta Lā ’urīdu li-haḏihi al-qaṣīda an tantahī
(Non voglio che questa poesia finisca, 2009)


Chi sono io per dirvi
quel che vi dico?
[…]

Io sono un giocatore d’azzardo,
a volte vinco, a volte perdo,
sono come voi
o poco meno.
Sono nato di fianco al pozzo
e a tre alberi solitari come monache,
sono nato senza fanfare né levatrice.
Mi hanno dato questo nome per caso,
ho fatto parte di una famiglia
per caso,
ereditandone fattezze, caratteri
e malattie
[…]

Non è affatto dipeso da me quel che ero,
è stato un caso che fossi
maschio
[…]

Non è dipesa da me la mia vita
[…]

Avrei potuto non essere rondine
se il vento l’avesse voluto,
e il vento è la fortuna del viaggiatore.
Sono andato a nord, ho percorso il mondo da est a ovest,
quanto al sud, era lontano e riottoso,
perché il sud è il mio paese.
Così sono diventato una metafora di rondini per librarmi sopra i miei resti,
in primavera e in autunno,
ho battezzato le mie piume nelle nuvole del lago
e ho prolungato il mio saluto
sul Nazzareno che ha vinto la morte
poiché, in Lui, c’è il soffio di Dio
e Dio è la fortuna dei profeti.

Per mia fortuna sono il vicino della divinità,
per mia sfortuna è la croce
la scala eterna verso il nostro futuro.

Chi sono io per dirvi
quel che vi dico?
Chi sono io?

L’ispirazione, fortuna dei solitari,
avrebbe potuto non allearsi con me.
Il poema è un lancio di dadi
su uno scampolo di tenebra,
luccica a tratti
e le parole cadono
come piume sulla sabbia.

Non dipende da me il poema
se non quando ubbidisco al suo ritmo […]

Non dipende da me il poema se non
quando l’ispirazione s’interrompe
e l’ispirazione è la fortuna del talento che si mette all’opera. […]

Così nascono le parole. Alleno il cuore
all’amore affinché contenga le rose e le spine.
Mistiche, le mie parole. Carnali, le mie voglie.
Non sarei quel che sono ora
se quei due – l’io e l’io femminile -
 non si fossero incontrati.
O amore, cosa sei? Quanti tu sei
e non sei?  [...]
Tu sei la fortuna degli infelici.

Per mia sfortuna sono scampato più volte
alla morte con l’amore
e, per mia fortuna, continuo a essere fragile
per farne ancora esperienza.
[…]



Solo il giorno dopo, ho scoperto che mentre noi onoravamo Mahmud Darwish, in Arabia Saudita – alla Fiera del libro di Riyad – le sue opere venivano censurate con l’accusa di blasfemia.
Nella convinzione che la vera poesia sia un patrimonio universale che va celebrato e non censurato, riporto qui una delle poesie incriminate:





Dio mio perché mi hai abbandonata?


tit. orig. Ilahī limāḏā taḫallayta ‘annī ?
dalla raccolta Ward aqall (Meno rose, 1986)


Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonata? Perché hai sposato Maria?
Perché hai promesso la mia unica vigna ai soldati, perché? Io sono la vedova.
Sono figlia di questo silenzio, sono figlia del tuo verbo trascurato.
Perché mi hai abbandonata, Dio mio? Perché hai sposato Maria, Dio mio?
Come parola sei disceso in me, e hai tratto due popoli da una spiga.
Mi hai sposato a un’idea e io ti ho ubbidito. Ho ubbidito ciecamente alla tua previdente saggezza.
Mi hai ripudiato? O sei venuto a guarire un altro, il mio nemico, dalla ghigliottina?
Una come me ha il diritto di chiedere Dio in sposo? O di domandargli:
Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonata?
Perché mi hai sposato, Dio mio? Perché hai sposato Maria?



Mahmud Darwish (1942 – 2008)
Unanimemente considerato tra i più grandi poeti contemporanei.
Tra le sue raccolte di poesia pubblicate in italiano si ricordano: Come fiori di mandorlo, o più lontano (trad. di C. Haidar, Epoché, 2010); Il letto della straniera (trad. di C. Haidar, Epoché, 2009); Murale (trad. di F. al-Delmi, Epoché, 2005); Perche hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (trad. di L. Ladikoff Guasto, San Marco dei Giustiniani, 2001); Meno rose (trad. di G. Scarcia e F. Rambaldi, Cafoscarina, 1997). Interessante la raccolta di interviste Oltre l’ultimo cielo: la Palestina come metafora (trad. di G. Amaducci, E. Bartuli, M. Nadotti; Epoché, 2007).
Tre sue opere in prosa a sfondo autobiografico (Diario d’ordinaria tristezza, 1973, Memoria per l’oblio, 1987 e In presenza d’assenza, 2006), saranno pubblicate a breve nella collana Comete di Feltrinelli a cura di E. Bartuli con trad. di R. Ciucani.



Ramona Ciucani

Lavora come traduttrice letteraria dall’arabo. Tra le sue traduzioni poetiche: “Il viatico dell’esule” [cinque poesie di S. Antoon] in ITALIAN POETRY REVIEW, VII, 2012, (SEF), pp. 197-211; alcune poesie di ‘Ali Ja‘far ‘Allaq e Sinan Antoon pubblicate nel blog poetico Blanc de ta nuque. Ha tradotto i romanzi: Rapsodia irachena di S. Antoon (Feltrinelli, 2010), Dunyazad di M. Telmissany (Ev Editrice, 2010) e Il gioco dell'oblio di M. Barrada (Mesogea, 2009).

venerdì 11 aprile 2014

Mia Lecomte

foto di Carlo Acerboni

Intanto il tempo (La Vita Felice, 2012) di Mia Lecomte si apre con una bambina che scrive poesie, accesa emotivamente nel più candido e dolente dei balconi, la scrittura, e dimentica del grigio paesaggio intorno: è un “miracolo piccino picciò”, che diventa destino, ma anche compito, progetto, che si prefigge di raccontare le ombre attraverso la luce delle cose, il disequilibrio salutare, parlando della trasformazione delle pietre in nuvole e delle nuvole in pietre. L’esergo del poeta portoghese Casimiro de Brito annuncia la strada: Prendo in mano una pietra / e penso: una nuvola / un poco meno effimera”. L’effimero, in questo libro, non è l’inessenziale, ma il contrario: è la verità cangiante degli esseri, il loro stare insieme prima di ogni comprensione, è la relazione io-mondo messa in piedi dalla fenomenologia husserliana, la quale, in Partiturina, diventa poesia, in cinque sequenze esemplari: “Le cose come ci circondano  esitano / a volte così poco che possederle / significa sottrarsi” dice la prima, aprendo uno spazio senza soggetti, dove “ le cose” e “noi” si coappartengono, espropriandosi reciprocamente e così mostrando la vera natura dell’abitare autenticamente il mondo. Quando l’io prevale, in verità prevarica. E Mia Lecomte ce lo dice in uno stile dove il sintagma pesa come piombo, obbligandoci a una sosta di riflessione, per incontrarlo nella sua verità a volte ontologica, a volte socio-affettiva o psicologica. La sommatoria dei tasselli, che spesso e volutamente non torna, come il calcolo dei dadi di montaliana memoria, ci restituisce la violenza maschile e la tenerezza della donna, ma anche l’assenza di “azzurro” che pervade la terra e la sessualità, consumata in una stanza buia – ci racconta una breve lirica –  odora di morte.

“La vita è un aggregato di materia organizzata” scrive Lecomte in Inventario; la sua pesantezza ci tiene in piedi, per terra. Vivere, infatti, qui, non ha grandi pretese, non vuole il volo, il salto mortale, bensì il passo quieto e pieno di pietas verso le cose, che ci guardano e ci accompagnano e, talvolta, ci consolano. La casa, in questo senso, è decisiva perché dovrebbe delimitare lo spazio del viaggio, tenendoci al sicuro, consentire alla vita di rimanere nuvola e pietra, senza ferirsi. E invece, come in molta poesia femminile contemporanea, la casa diventa selva, dove la ragione si perde e “comincia il dolore”: il tema è drammatico e Mia Lecomte lo affronta con originalità stilistica, ora usando la paratassi e l’appunto da taccuino (casa di bambola) ora adottando la voce della favola (“queste poche ferite a stanare / la bestia tra le piante il cappuccio strappato”, Cappuccetto rosso), ora aprendo all’autobiografico, come in Musical chairs, dove l’uno (il padre) e l’altro (il marito / il compagno) si “competono”, ossia gareggiano tra di loro, per avere l’esclusiva su di lei, ma anche le  “competano”, per cui le spettano chiedono cure. E tuttavia, come ci dice il gioco a cui il titolo fa riferimento, le sedie non sono mai abbastanza e qualcuno resterà in piedi, game over. A diffondere la musica, qui, sono i legami parentali, dai quali non si può prescindere perché la solitudine è una condizione ancora più penosa, come ci ricorda Funamboli: “quaggiù quel / che è solo viene meno / vive appena sopra il filo sospeso / ma atterrato barcolla”.

Intanto il tempo contiene una prefazione di Gabriela Fantato e una Nota ai testi di Elio Grasso, due autorevoli e attenti lettori che scommettono giustamente su questa opera, scritta da un’autrice e traduttrice impegnata tra l’altro nella letteratura della migrazione e nelle tematiche del confine. Anche questo libro si muove lungo la linea che congiunge e disgiunge, nel contempo, maschile e femminile, esseri umani e cose, razionalità e irrazionalità, con risultati senz’altro riusciti.



Diploma

La bambina che scrive poesie
si accende tra gli ultimi banchi
con tutto l’inchiostro
la gomma sbriciolata un elastico
scivolato dal biondo la bambina
sai scrivo poesie ci dice
e colora gli occhiali sul naso
gonfia il nome con le piume arrossate
libera le grammatiche, un miracolo
piccino picciò, libera il dolore
in bell’ordine nell’astuccio di raso
poi si piega ad allacciare il passaggio
quattro stringhe da un intero destino
e così quando rialza la testa
la bambina che scriveva poesie
è già un’altra si dimentica oramai
di affinare il suo lapis sorride
e spegnendosi non dice più oltre
non si accorge



Casa di bambola

Sezione della casa.
Frontale. Mezza in ombra.
Il terzo piano è soffitta.
Rotola una palla, costante, e la polvere è viola.
Il secondo piano si flette.
Tutti i passi dei figli, a migliaia. Dei gatti.
Si flette.
Al primo piano comincia il dolore.
Lei è tutta sul letto, decomposta.
Lui la aspetta nella vasca da bagno.
Al piano terra è cominciato da giorni.
Lei ora è in cucina. Ha già pianto e si affretta.
Lui l’ha seguita con le sue lenti tabacco.
Fuori un groviglio di spade. Il prato col box.
C’era il nome.
La sezione non mostra le scale.
Si passa da dietro, tra i piani.
I figli lo sanno tutti in fila.
In salotto lei ha perso l’età.
Lui la ragione.
Scricchiola un osso qualunque, un molare.
La polvere si è fatta celeste e riflette.
Non si aspettano strade



Darkroom

Significa che la stanza è nera
e i corpi ci stanno da morti
stretti fra loro in genitale malinconia
buoni a succedersi in un presepe impagliato
o una scacchiera senza misericordia
significa che l’odore nel buio
è quello dell’origine privata del verbo
quello che la carne sa dare
quando è così sola



Funamboli

Quando ritorneranno bipedi
dovranno ripensare alle formule
per convergere su tracciati reciproci
appaiati speculari a se stessi
valutarsi in due ipotesi analoghe
due di tutto,
occhi e mani
con il resto,
se quaggiù quel
che è solo viene meno
vive appena sopra il filo sospeso
ma atterrato barcolla
è già perso in un nuovo equilibrio
si confessa



Musical chairs

                         perché si è figlia e moglie

Sono attualmente due
gli uomini che mi competono
se l’uno è passibile di morte l’altro
mi sputa nell’angolo tra due pagine
ruga dopo ruga dopo ruga
non ricorda l’uno ma lo pettinavo
ero una voce in ascolto traducevo
mi appartiene l’altro come la pulce
al cane sbagliato cerca affanno va
sputando sul resto che basta di me
corpo a corpo che l’uno ha
lasciato sperduto indeciso per
l’altro che ha bisogno di offendere
persino con lo sguardo gentile



La sirenetta

La mia prima sorella ha un giardino che
affiora rotondo di spighe lavanda ranuncoli
si siede la sera a osservarlo appassire
torna allo scoglio il mattino e fiorisce
la seconda sorella contorna il giardino
a triangolo con siepi di petali amati e
non amati e corolle che non cercano luce
o steli durevoli a tentare radici
la sorella che è terza in una scatola
ripone il giardino di forma quadrata come
fosse una torta da tagliare in porzioni
lungo le aiuole tracciate con cura
nel mio giardino c’è la statua di un principe
tra male erbe liquami cartacce lui
me lo chiede con lo sguardo distante non
sei che coda vuoi imparare a restare



Bella

Ti comunico brevemente
che ho deciso di lasciarti morire in
quel tuo giardino lontano due parole
per dirti che arriverò solo quando
non lo potrai più sapere certa
che non mi avrai odiato tanto da
volermi aspettare per sempre

ti scrivo per informarti
che vorrò riprendermi il miele
e il ginger e il muesli croccante
la vestaglia le babouche
libri carte computer i cd brasiliani
mentre tu andrai spegnendoti
in quel tuo giardino deserto
tra playback di cicale e
una fila di formiche a ritroso

ti vedrò amore caro
solo quando non sarai più
la valigia appoggiata nell’erba
scorrerò attentamente la salma
a ricordare altri corpi nel tuo
l’artiglio di questo le fauci di quello
e un qualunque dolore peloso
di mostro che è stato per tutti
tra una lacrima e una nenia a starnuto
una manciata di terra e un inchino
me ne andrò con in spalla un bastone
la valigia sospesa da un lato viandante
con un tot adeguato di passi
come qualcosa che nessuno più aspetta
e può finalmente arrivare


Mia Lecomte è nata nel 1966 e attualmente vive a Roma. Poeta, autrice per l’infanzia e di teatro, tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: le raccolte poetiche Autobiografie non vissute (Manni, 2004) , Terra di risulta (La Vita Felice, 2009) e Intanto il tempo (La Vita Felice, 2012) ; e i libri per bambini Come un pesce nel diluvio (Sinnos, 2008) e L’Altracittà (Sinnos, 2010).
Membro onorario dell’Associazione francese “Confluences poétiques”, le sue poesie sono state pubblicate all’estero e in Italia in riviste e raccolte antologiche tra cui Confluences poétiques («Mercure de France», 2007-2008, nn. 2-3) e Italian poets in translation (John Cabot - Univ. of Delaware 2008). Nel 2012, a Toronto, presso Guernica Editions, è uscita la sua silloge antologica bilingue For the Maintenance of Landscape.
È ideatrice e membro della “Compagnia delle poete”, un gruppo teatrale composto da poetesse straniere e italo straniere, che mette in scena spettacoli incentrati sulla contaminazione poetica di lingue, culture e linguaggi artistici diversi (http://www.compagniadellapoete.com/).
Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della comparatistica e in particolare della letteratura della migrazione: è curatrice delle antologie Ai confini dei verso. Poesia della migrazione in italiano (Le Lettere, 2006), Sempre ai confini del verso. Dispatri poetici in italiano (Éditions Chemins de tr@verse, 2011) e con Luigi Bonaffini A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy (Legas, 2011), e tiene numerose conferenze sull’argomento in Italia e all’estero.
È redattrice del semestrale di poesia comparata «Semicerchio» e di alcune riviste letterarie online, fra cui il trimestrale di letteratura della migrazione «El Ghibli». Collabora all’edizione italiana de «Le Monde Diplomatique».