giovedì 2 aprile 2020

Paolo Gera legge Fabrizio Bregoli in chiave zanzottiana



DUE SÌ

Una brevissima parola straniera, tre lettere, arcaica, fulminante, è utilizzata da due poeti italiani in epoche diverse: naì, να. I poeti sono Andrea Zanzotto e Fabrizio Bregoli e la piccolissima particella verbale è rinvenibile in due componimenti appartenenti a “IX Ecloghe” (1962) e “Notizie da Patmos”(2019). Innanzitutto, le due opere generali si riferiscono a un modello di antica scrittura: in maniera diretta Zanzotto si ricollega alle egloghe o ecloghe della letteratura greca e latina, di cui l’esempio più illustre sono le “Bucoliche” di Virgilio; in maniera maggiormente simbolica Bregoli alla comunicazione epistolare dei primi apostoli. In tutti e due i modelli originari c’è un impianto di tipo dialogico, in tutti e due i modelli originari c’è inquietudine per i tempi difficili che si stanno vivendo e la speranza che si possa un giorno arrivare a un definitivo risanamento: l’età dell’oro per Virgilio, l’avvento del Nuovo Regno di Cristo per il Giovanni dell’Apocalisse.
Ma ritorniamo alle opere contemporanee e alla sottile sezione che ne vogliamo ricavare. In entrambe ritroviamo, come si è anticipato, l’adesione stilistica ad una tradizione, ma anche il travalicamento della norma linguistica, del canone poetico di riferimento. Questa vocazione aderisce a una riflessione metalinguistica che non è però scelta per pura astrazione intellettuale, per manifesto di intenti e applicazioni: il punto di partenza riguarda piuttosto temi biografici forti e nevralgici, quali possono essere l’amore non corrisposto fra padre e figlio e la discussione che si accende fra due insegnanti riguardo alla loro missione educativa.

Sia la parte di Zanzotto che quella di Bregoli si identifica non come poesia conchiusa in sé, ma come frammento o meglio congegno minimo, inserito in un meccanismo più ampio e complesso che si basa, per sviluppare il suo movimento linguistico e ideologico, su una dinamica colloquiale. Il nài di Zanzotto si inserisce in un contesto di contrapposizione dialogica fra due personaggi indicati semplicemente come a e b. I sopracitati sono due insegnanti ed è indubbio che nella Ecloga IX Andrea Zanzotto attinga alla sua esperienza di docente alle scuole medie di Pieve di Soligo. L’elemento indiziale risalta già nel titolo dato alla Ecloga IX: “Scolastica”.
 a è amaro e disilluso, riconosce il suo disarmo morale di fronte alle naturali richieste dei giovanissimi alunni: “vengono i bimbi, ma nessuna parola/troveranno, nessun segno del vero./ Mentiremo. Mentirà il mondo in noi,/anche in te, pura.” (A. Zanzotto, Tutte le poesie, p. 221, Mondadori Milano, 2018).
b è una donna, si può immaginare una maestra fresca di nomina, con tutto l’entusiasmo del primo incarico. Pratica una maieutica della pace: “Io forse insegno a tollerare, a chiedere/ciò che illumina/ più nel chiederlo che nella risposta.”  a ribatte allora in questo modo: “Tu forse insegni perché una risposta/hai generato in te. Sei poco, /un suono solo, una vocale un nài,/un sì (….)”. (ibid., p.222).
Il nài di Zanzotto come va interpretato? Come il rifugio già predisposto per tutti i dubbi che l’esperienza invece di sciogliere, accumula? Un atteggiamento fideistico, addirittura filisteo, oppure l’adesione ottimistica a un’etica della prassi, dell’impegno che non può lasciare spazi a perplessità e a tormenti elucubrativi? Lì davanti, seduti nei banchi, ci sono ragazzini che non si possono sacrificare nel nome del cinismo personale, l’educazione deve superare gli arretramenti dell’angoscia. Sì.

Sebbene non immediatamente riscontrabile pure il pezzo di Bregoli si inscrive nella struttura portante di un dialogo, anche se ‘in absentia’, ma la mancanza di relazione più che dolorosa e riscattabile, sembra propriamente costitutiva del rapporto tra padre e figlio, si potrebbe dire genetica e poi, nel solco della tradizione religiosa monoteistica, metafisica. Nel brano poetico precedente a quello che vogliamo prendere in considerazione, Bregoli afferma: “Ed anche qui/l’amore lo si è scritto in privazione/ipotesi che non si dà una prova. Il nostro, un dimostrarlo per assurdo.” (F. Bregoli, Notizie da Patmos, p.85, La vita felice, Milano 2019). “Notizie da Patmos” si regge sul tentativo proprio dell’algebra di avvicinare le parti, “Uno spazio dominabile. Finalmente nostro./Una paternità restituita.”(ibid. p.11) e sul dubbio quantico che le parti, per loro natura, scivolino via e non possano ricongiungersi.  Nella poesia successiva compare il να di Bregoli. È un segno fioco, ma indelebile, da proteggere nel vuoto dell’esistenza e della sua possibilità di trascrizione poetica: “Celato in quel mai, un να/il suo bianco fragilissimo (…)”. (ibid.p.86)
Anche qui, come in Zanzotto, prima dubbio, disperazione, inazione e dopo appiglio, resistenza, fede.

Nelle “IX Ecloghe” il padre, definitivamente perduto, è evocato nella poesia “Così siamo” e in “Notizie da Patmos”, la metafora didattica è diffusa in varie parti dell’opera e ne è sostegno indispensabile. Se vogliamo trovare però un collegamento veramente forte tra l’emozione testuale di Bregoli e quella di Zanzotto, bisogna risalire alla Ecloga I. Un altro ’a’ dice: “Ma io non sono nulla/nulla più che il tuo fragile annuire.” (op.cit. p.170)

Sono passati cinquantasette anni tra la pubblicazione di “IX Ecloghe” e “Notizie da Patmos”, ma il tempo è relativo di fronte alla comune capacità dei due poeti di cogliere piccoli segni di salvezza nella pomposa messinscena del Nulla. Una goccia, la neve. Il dire soltanto una parola. I due sì di Zanzotto e Bregoli arrivano sulla soglia di chiusura delle loro rispettive opere. C’è una consapevolezza molto forte della dialettica tra vuoto assoluto e presenza (mai, ναἱ). I due sì sono i reduci di una lunga e faticosa guerra che tornano per un’ora e subito devono ripartire. Si vorrebbero trattenere e stringerli, ma si conosce sin troppo bene la loro condizione di precarietà. I sì sono punti atomici che appaiono per un attimo nel laboratorio dell’esistenza e della poesia e subito si convertono in onde inafferrabili. Eppure nella vita e sul foglio di scrittura li si cerca, li si attende, ci si aggrappa per quanto si può al loro raro germoglio.


Andrea Zanzotto, da Ecloga IX

a-      Tu forse insegni perché una risposta
hai generato in te. Sei poco,
un suono solo, una vocale, un nài,
un sì: da fare grande
come l’iddio, un mondo tutto
di microcristalline
affermative sillabe.
Oh, una sola risposta: e tutto
Insegnerò, sed tantum dic verbo

Fabrizio Bregoli da Notizie da Patmos, in “Come in un inizio”.

Quando s’addensa, dove
trapana- è un vuoto. Dopo (dopo, quando?)
in quell’altrove, un oltre:
la resa necessaria, un
silenzio sull’arco della parola.
Celato in quel mai, un να
il suo bianco fragilissimo. La neve
delle sue mani.


Paolo Gera



lunedì 23 marzo 2020

Sebastiana Savoca



Riporto la mia nota introduttiva a questa opera prima di Sebastiana Savoca.


Senza grammatica (transeuropa 2019), pur essendo un’opera prima, già presenta risolti alcuni dei punti deboli tipici degli esordienti: il sentimentalismo, la propensione intimistica, l’esasperata coincidenza fra verso e sintagma, le immagini stereotipate, il ritmo monotono. A parlare, in questo libro, è invece un io collettivo, ma non omologato (“ho preso in prestito voci /scritte di donne, di uomini / inesistenti”, il quale, pur rinunciando a cantare, ad essere lirico, rivendica il proprio diritto d’esistenza e di resistenza all’annullamento per opera di un mondo, il nostro, che vuole identità passive, immobili alla vita, segnate da solitudine, frustrazione e violenza, un mondo senza regole, sgrammaticato, appunto, che disorienta il soggetto e lo mette in crisi. 


La prima sezione, “Il suono della neve”, indaga la difficoltà del dialogo amoroso, della comunicazione privata, dovuta al venir meno di un codice amoroso consolidato, della sua grammatica. Questo, tuttavia, non comporta una resa degli amanti al caso, alla contingenza, bensì alimenta in loro la reciproca accoglienza, una perseveranza di quieta tenerezza e d’incondizionato amore. Soltanto così, sembra suggerirci l’autrice, gli esseri umani possono rifondarsi nella relazione, uscendo da una solitudine non soltanto storica, dovuta alla condizione snaturante dell’Homo technologicus, ma anche sociale che è immediatamente ontologica, nella misura in cui il tardo capitalismo ha ridotto la vita a gioco in-fondato, di superficie, a scivolamento da un ruolo all’altro, privo di etica e teleologia, finalizzato alla sopravvivenza del sistema stesso, in cui il dolore e la felicità sono funzionali all’avere, al consumo. 
Nella seconda parte, “Solo punteggiatura”, la dimensione drammatica dell’essere-in-comune emerge con più chiarezza, attraverso l’allegoria dell’annegamento e della deriva dei corpi senza più bussola e orizzonte condivisibile. La difficoltà del dialogo non appartiene dunque solamente alla dimensione privata (gli amanti), ma è una malattia esistenziale, che porta ciascuno, come recita l’incipit della prima parte, ad “attendere invano il nulla” e a negare il passato, in nome di un eterno presente senza fondamenti. A questa morte-in-vita, non esiste antidoto se non amando “anche per chi amare non può più”.

Questa condizione di spaesamento e di ricerca di un centro che dia senso al vivere è un discorso, lo sappiamo, particolarmente caro ai moderni, ma non per questo la poesia contemporanea può ignorarlo; se lo facesse, suonerebbe inautentica, superficiale. Sebastiana Savoca ci invita a non passare oltre, a rimanere in questa sacca di degrado, per svelarla e trovarne i semi di un nuovo inizio, che qui ha la forma del non-ancora: “tra i fornelli e il focolare, sogni / - nel mezzo tavoli, abete regali - / una casa nel giorno di Natale”. Calore e accoglienza, dunque, che questo libro continua ad evocare, anche raccontandone l’assenza. È questo un modo per scrivere poesia civile che eviti la facile denuncia, l’afflato moralistico, è una pronuncia laica e antieroica, ma non per questo meno capace di dire il vero sulla condizione odierna degli esseri umani. 

Sotto il profilo stilistico, Savoca predilige la paratassi, che spezza talvolta con l’enjambement, usa una punteggiatura nervosa e metafore dominate dalla precarietà e/o dalla drammaticità (due esempi: “i fumi freddi s’assopiscono / nei miei polmoni” e “siamo un pugno di chiodi avanzati / fissati a una parete”), ottenendo con ciò un campo di tensioni retoriche assai efficace a rappresentare l’inquietudine sociale contemporanea. Inquietudine, ci racconta Senza grammatica, a cui far fronte con un’esistenza consapevole, che pensi alla morte quale condizione di ogni possibile esperienza umana: messaggio che si legge già nella clausola della seconda poesia, quando la rinascita donata dalle “primavere” e la quasimodiana solitudine dell’uomo nel “cuor della terra”, preludio della morte, si uniscono nel più aulico dei metri, l’endecasillabo, qui declinato a minore, quasi a sottolineare, della vita, la tonalità notturna che attraversa l’intero libro.



Sebastiana Savoca, Senza grammatica (Transeuropa, 2019)



Senza grammatica
                                   chi ti ama
senza domanda dubbio dilemma
ama
          l’ortografia delle tue labbra



*



«Questo Suo mondo è tutto un io
d’ansia… Non può dare risposta a questa
Sua domanda. Ora chiuda la finestra.

̶  conoscevo gli infissi, i loro scatti
anacronistica scienza dell’io

Non si può mettere ordine
nel vuoto di una stanza»


*

Ad una vedova con figli


Accogliere un defunto
(in una collanina
legata attorno al collo)
sfregia lo spazio che muore nel petto.

Non c’è lamento che salvi lamento.
Perdi tutti i respiri che rimangono
per annegare nella tua esistenza.
La tua salvezza non ha àncore in questo
mare, né remi per remare. Amare
anche per chi amare non può più
ti condanna alla vita,
al sapore aspro della limonata.


*

Una cometa in un cielo di nubi,
inattesa, attraversa i tuoi occhi verdi;
ancora forse non vedi il rumore
dei segni, né ne riconosci il tratto.
Accarezzi il tuo gatto, in questa notte
di ripetuti silenzi e altri vuoti,
e, tra i fornelli e il focolare, sogni
  nel mezzo tavoli, abete e regali –
una casa nel giorno di Natale.


*

Torna il solstizio
                       e la faccia della gente
torna per rammentarsi di esistere (negli altri)
torna a tornanti, a ondate
in montagna e nel mare
per chi vuole volare e chi annegare
l’importante è restare
                               quando qualcuno ti adocchia

«Che senso ha ballare nel tempo libero di un pittore?»

Spieghi le parole con le parole
come se potessi spiegare con la tua vita la vita


 Sebastiana Savoca, nata a Messina nel 1993, vive a Vicenza. Si laurea in Lettere nel 2015, con una tesi su Fortini e poi in Linguistica, sempre a Padova, su Enrico Testa.



giovedì 12 marzo 2020

Le parole viventi: il blog di Mario Fresa


Si apre, a cura di Mario Fresa, un nuovo spazio critico dedicato alla parola forte della poesia: Le parole viventi

Un archivio-laboratorio che ospiterà interventi teorici, veloci appunti di critica, materiali didattici, documenti audiovisivi. La scrittura d’arte vive a dispetto dell’ombra lunga che ci vuole sovrastare: è come il segno, vivace e disperato, di una contesa verticale che agisce contro il corpo deperibile del Tempo, contro la sua mortale guerra.

Segnalo con piacere questa nuova piattaforma di poesia e critica 




giovedì 27 febbraio 2020

Tre poete del Venezuela: Reginato, Bonnet, Verde



nel cielo del venezuela viaggiano
Tre poesie tra le nuvole

Introduzione di Erika Reginato

Sono nata e ho studiato a Caracas, città delle nuvole, quelli che sfiorano il monte Ávila che è nel nord della nostra città. Ho capito che ogni poesia è un viaggio, possiede una individualità, un attimo, un paessaggio. Ogni poesia ha un legame tra cielo e terra. Questo è il linguaggio del viaggio, dell’essere libero che si muove con la purezza della parola chiara, sottile, vera. Questa è la poesia che ci unisce in questa realtà venezuelana che viviamo con nostalgia e con molta attenzione. Dice la scrittrice spagnola Maria Zambrano che “la poesia è una confessione”. Di questa confessione parte la verità, quella immagine che non possiamo nascondere e che accade in ogni verso con la forza di un lampo. Questa è la poesía venezuelana, quella che attraversa il mare dei Caraibi, galeggia nel fiume del Amazzonia e vive ogni nuvola di quiete o tempesta di Caracas. Queste sono le mie traduzione delle poetesse che hanno condiviso con me questo istante della creazione in Venezuela  tra la  lontananza della patria che rimane negli angoli più amati: Graciela Bonnet (argentino-venezuelana) scrive nell’incontro con la poesia: “ricordi, immagini, ciò che sembra essere...”,  e  Carmen Verde che dice stupita:  “Sedermi a scrivere, tiene il mio mondo”.






Erika Reginato
(del libro En la costa de cacao, Sulla Costa di Cacao)

XI
DOVE NASCONO LE NUVOLE


Riconosco il luogo dove nascono le nuvole
il filo sottile che mi sostiene.

Soffio con la forza dell'infinito
il cuore delle nuvole,
la cicatrice sulla pelle.

Coprimi con il suono della mezzanotte
un viso misericordioso
aprirà il nostro cielo.

Entrerò nel proibito
per trovare la quiete nell’acqua
nell’ assenza del mio corpo
imparerò a respirare:   
                                lascia che tocchi
                                il marmo delle nuvole...

Allora arriverò un’altra volta
attraverserò la tempesta
per scriverti della perla
che ho visto quando sono stata assente
quelle notti.




XI
DONDE NACEN LAS NUBES


Reconozco el lugar donde nacen las nubes
el hilo delgado que me sostiene.

Soplo con la fuerza del infinito
el corazón de las nubes,
la cicatriz en la piel.

Cúbreme con el sonido de la medianoche.
Un rostro misericordioso
abrirá nuestro cielo.

Entraré en lo prohibido
para encontrar la calma del agua
en la ausencia de mi cuerpo
aprenderé a respirar:
      deja que toque
                              el mármol de las nubes...

Entonces llegaré otra vez
atravesaré la tempestad
para escribirte de la perla
que vi cuando estuve ausenté
aquellas noches.



Erika Reginato (Caracas, 1977). Poeta, saggista e traduttrice italovenezuelana. Laureata in Lettere (Universidad Central de Venezuela). Ha pubblicato in spagnolo Día de San José (1999-2001), Campo Croce. Antología poética (2008) e il saggio: Cuatro estaciones para Ungaretti (2004). In Italia, versione bilingue Campocroce 2000-2007(2008), Gli Eletti (Los Elegidos, Raffaelli Editore, 2013), Giorno di San Giuseppe (Raffaelli editore, 2016). Ha tradotto e pubblicato in versione bilingue: Antologia poética Milo De Angelis, (2007), Davide Rondoni. El bar del tiempo y otros poemas (2008),  Caminos del agua. (Antologia di poeti italiani contemporanei, 2008), El trazo infinito del universo. (Antologia di 28 poeti italiani del secondo Novecento, 2013). Borsa di studio dalla Ambasciata d’Italia in Venezuela (Centro di Poesia Contemporanea dell’Università degli Studi di Bologna, 2009-2010). La sua poesia è stata riconosciuta con il Premio Internazionale “Città di Marineo 2014”. Le sue poesie si trovano nelle antologie italiane: La nuova poesia dell’America Latina (selezione del poeta Loretto Rafanelli, 2015) e Giovane poesia latinoamericana (selezione di Mario Meléndez, Rafaelli editore, 2015). Il suo ultimo libro bilingüe è En la costa de cacao. Sulla Costa di Cacao. (Kalathos editoriale, Madrid, 2018).








Graciela Bonnet

LE NUVOLE 

Ci siamo sdraiate sulla spalla sul pavimento di cemento. Era un pomeriggio d’estate, quasi immobile. Non si sentiva nessun rumore. Le foglie degli alberi si battevano soavemente, in armonia perfetta.  
Per ore abbiamo visto il cielo altissimo e le nuvole correre una dietro l'altra con la brezza lieve.  
Un’ altra volta ho pensato che il cielo fosse l'oceano, e le nuvole, le onde che si ripetevano identiche una dopo l'altra, come il tempo che non importa se esista o sia una invenzione.
La vertigine mi prese e l’ho ricevuto con gioia. È stato bello sentirsi cadere verso l’alto, verso l’insondabile. Ero finalmente in quella spiaggia serena, dove nulla succedeva. Non poteva esserci niente di meglio o peggio, soltanto essere in quel luogo camminando sulla sabbia, affondando i piedi nella riva umida, disegnando le mie impronte.
A volte una sirena mi chiamava da lontano ed io le rispondevo, gioiosa come una bambina piccola.



LAS NUBES 
(poesía inédita) 

Nos acostamos de espaldas en el piso de cemento. Era una tarde de verano, casi inmóvil, no se escuchaba un solo rumor. Las hojas de los árboles se batían suavemente, en armonía perfecta.  
Durante horas estuvimos viendo el cielo altísimo y las nubes que corrían una tras otra con la brisa leve. 
Pensé otra vez que el cielo era el océano, y las nubes, las olas que se repetían idénticas una tras la otra, como el tiempo que no importa si existe o es una invención.  
El vértigo me atrapó y lo recibí con gozo. Era agradable sentirse caer hacia arriba, hacia lo insondable. Estaba por fin en esa playa serena, donde nada ocurría. No podía haber nada mejor o peor, sólo estar en ese lugar, caminando en la arena, hundiendo apenas los pies en la orilla húmeda, dibujando mis huellas. 
De vez en cuando una sirena me llamaba desde lo lejos y yo le respondía, alegre como una niña pequeña.


Graciela Bonnet (Córdoba, Argentina, 1958). Dottoressa in Lettere (Universidad Central de Venezuela). È stata curatrice di pubblicazioni editoriale Venezuela, Biblioteca Nazionale e Consiglio Nazionale della Cultura del paese venezuelano. Scrittrice, è stata ricercatrice in diverse aree della letteratura di classici. Ha pubblicato sempre in spagnolo la raccolta di poesia En caso de que todo falle (editoriale Eclepsidra, 1991). Nel 2013, la casa editoriale Lector Cómplice. e Libretas doradas, lápices de carbón. Lavora come assistente a e incaricata delle gallerie nel Centro August Wilson, en Pittsburgh, Pennsylvania. È anche disegnattrice amateur. http://graciela0bonnet.blogspot.com/






CARMEN VERDE AROCHA

 

CIELO INCOMPIUTO



Uno straccio bianco
Si estende o si arrotola dipendendo
Dall’apparire del desiderio

Il cielo proprio accanto a me
Sagoma trasparente
Conta pianino le dita dei miei piedi

 Ascolto la tua respirazione

L’usura delle fiere del bosco
trabocca la mia voce le mie mani
il mio viso umido

Un cielo incompiuto arriva per noi due
Dipinge i corpi di bronzo
Ci lascia brillanti con pudore ci vediamo

L’incompiuto del cielo
il desiderio di amarti
e non amare allo stesso tempo
è quando ci vediamo negli occhi e piove
Piove tutta la notte senza darci
il tempo di coprirci

Con diritto solo a sentire freddo

L’acqua a volte ci aiuta a finire
il pezzo di cielo che manca.




CIELO INACABADO
(del libro in spagnolo, Canción gótica)


Un paño blanco
se extiende o se enrolla según
aparezca el deseo

El cielo justo a mí lado
Figura transparente
Cuenta despacito los dedos de
mis pies

Oigo tu respiración

El desgaste de las fieras del bosque
desborda mi voz mis manos mi rostro húmedo

Un cielo inacabado viene por nosotros dos
Pinta los cuerpos de bronce
Nos deja brillantes con pudor a mirarnos

Lo inacabado del cielo
el deseo de amarte
y no amar al mismo tiempo
está cuando nos miramos a los ojos y llueve
Llueve toda la noche sin darnos
tiempo a cubrirnos

Con derecho sólo a sentir frío

El agua tal vez nos ayude a terminar
el pedazo de cielo que falta



Carmén Verde (1967).) Dottoressa in Lettere (Università Cattolica Andres Bello). Poeta, saggista, professoressa di lettere, dirige la editorial Eclepsidra dal 1994. Era la cordinatrice la Casa della Poesia Peréz Bonalde e organizzatrice della Settimana Internazionale della Poesia. Tra i suoi libri di poesía scritti sempre in spagnolo: Cuira (1997, 1998), Maddalena en Ginevra (Messico, 1997), Amentia (1999), Mieles (2003), Mieles poesía reunida (2005), En el jardín de Kori (2015), Canción Gótica (2016), Antología Juan Liscano, Poesía selecta (1939-2000 Carmen Verde e Rafael Arráiz Lucca, España 2015).  Tra i suoi saggi: Cómo editar y publicar un lidro. El dilema del autor (Come editare e pubblicare un libro. Il dubbio dell’autore, 2017), El quejido trágico en Herrera Luque, (L’urlo tragico dello scrittore storico Herrera Luque. 1992).