martedì 17 febbraio 2015

Luisa Pianzola, Inediti


In questi inediti di Luisa Pianzola sento l'abbraccio alla calda vita, per quanto lacerata dai bloody Sundays, e una scrittura che cerca la comunicazione sciolta dagli intoppi retorici, ma non troppo: l’enjambement tra secondo e terzo verso della prima poesia, “gaia / fratellanza”, ci riporta subito negli snodi cari al montale degli Ossi e aa molti altri poeti del secondo Novecento, che disarticolano i sintagma nome-aggettivo per meglio essere fedeli ai rumori e alle crepe di fondo del secolo.
La tradizione come fratellanza, forse, la relazione con il tempo della parola già data quale imprescindibile pane su cui fondare la possibilità di una lingua piena d’umori terrestri. Una lingua capace di trattenere fra le sue maglie anche il “nulla / che si protende poco oltre la spiaggia”, consapevole che altro non c’è, se non il “chiarore infinito” e irraggiungibile, la suggestione vaga e indeterminata del non-ancora, ma priva dell’assoluto leopardiano e di certo compiacimento sentimentale. Certo l’ingenuità non pertiene a questo canto, il quale semmai, con vigor rude, si muove tra saggezza e amara constatazione che tutto è consegnato alla morte. Verità che si sopporta recuperando un fanciullino vagamente pascoliano, una leggerezza che sa di memoria e orco e benedizione. Versi maturi, dunque, questi di Luisa Pianzola, lavorati a lungo, prima dalla vita e poi dal mestiere, che non prende mai la mano, bensì retrocede un attimo prima di diventare artificio, fa un passo indietro affinché ci sia spazio anche per noi, che siano nella stessa zattera, tra luce e tenebre, e senza patria. La chiave di lettura è perciò esistenziale, piccolo testamento di “quella che non crolla” e che riparte dopo una manutenzione ordinaria del sistema, probabilmente lunga e dolorosa.



Manutenzione ordinaria (Inediti 2015)



*

Bella vita che passi
dal mormorio infantile alla gaia
fratellanza agli scontri quasi adulti
bella vita di pane
e menta, di suoni e significati chiari
bella domenica
pure la bloody sunday che spaccava
e il sudore e l’energia buona
delle gare campestri

ti ho ritrovata, cara vita
e non ti cerco, ma ti somiglio.




*

Il tempo è un servo silenzioso
che consegna la comanda con lentezza
ma al punto di arrivare svolta all’improvviso
e tu non sai più di che ti piaceva saziarti
allora rifai l’ordinazione, ma il sapore è cieco
il ricordo non soddisfa
pronunci scandendo a chi non sente
con leggerezza arrivi a sperare che l’ora del pasto
passi in fretta.




*

Venite giù con me
alleniamoci insieme a questo nulla
che si protende poco oltre la spiaggia,
se vogliamo trovargli un luogo
oppure nell’androne di casa mia,
il tuo ritiro amichevole.
È tutto ciò che abbiamo nell’età piccina
delle risorse serali, dei fantasmi
di piccolo cabotaggio.
Da qui ci assale un chiarore infinito.




*

Perdere il contatto a poco a poco
simulare un dolore ma nell’ombra
chiedersi allora perché
e se c’è da scrivere anche poco
anche dopo letture immani, saperla intatta
la parola, la panacea diurna.

Registro questa fine e ciò che va detto
qualcosa di anodino e informe
una lecita preghiera al contrario
onda ancora senza nome che rischia il crollo
a magnitudine zero.




*

Resto quella che non crolla
ma nemmeno sale passo passo
resta un nome non mio
da urlare a mezza altezza, a medio termine
l’unica è attenersi alla regola
del bar sotto casa la cui magìa consiste
nel liberarti invisibile dalle scarpe di cemento
che prontamente indossi ogni mattina.




*

Sapremo accogliere nella morte
anche Raffaella, che se n’è andata
con le sue sciocchezze
la accoglieremo nel tribunale dei piccoli
e dei graziosi, dopo una lieve istruttoria
la terremo ancora un po’ con noi
a non capire, a scaldarsi al fuoco
a non tremare per un nonnulla.




*

Il racconto si espande oltre i confini
del monitor e un paesaggio rupestre,
un’istantanea marina, un sogno offuscato
di prime albe ti sfiorano ti svegliano
e riaddormentano, srotolando
un bandolo di esordi sconosciuti.

Terreno viaggio mio, eccoti all’erta
affamato di partenze anche false.




*
Certe sere sento la libertà molto forte
si capisce dal suono quasi nullo
degli orologi e del traffico in sottofondo
che si azzera.
Le braccia temono una sparizione
ma in quel momento di libertà assoluta
credo cieca la traiettoria del proiettile
che pure qualcuno ha in serbo per me
e le cedo volentieri il passo.




Luisa Pianzola (Tortona 1960) è poeta e giornalista, laureata in storia dell’arte contemporanea. Libri di poesia: Una specie di abisso portatile (in uscita per La Vita Felice), Il ragazzo donna, La Vita Felice 2012, nella classifica di qualità di Pordenonelegge 2012; Salva la notte, La Vita Felice 2010, selezionato da Dedalus-Pordenonelegge tra i libri di poesia italiani 2001-2011; La scena era questa, LietoColle 2006; Corpo di G., LietoColle 2003; Sul Caramba, Sapiens 1992. Plaquettes: In un paese straniero a volte ospitale, Fiori di Torchio 2013; Miniserie, Da>verso_coincidenze, 2013. Cocuratrice de Il Segreto delle Fragole 2006, LietoColle, suoi testi sono usciti su riviste, siti online e in varie antologie. Alcune sezioni di Salva la notte sono state tradotte in inglese da Anthony Robbins per “Conversation Poetry Quarterly”, 2012, e in francese da Angèle Paoli. Ha collaborato con la rivista letteraria “La Mosca di Milano” e cura per LietoColle la collana Serre di Poesia. Sito internet www.luisapianzola.it.


mercoledì 11 febbraio 2015

Spot: OSSI DI SEPPIA


Ossi di seppia di Eugenio Montale non solo soltanto il libro che apre alla poesia del Novecento italiano ma anche un occasione di coniugare poesia e pensiero come non si era fatto dal tempo di Leopardi. Leggere questo libro significa cimentarsi con una visione nichilista dell’Essere, che tuttavia non rinuncia alla speranza di “un varco” che renda possibile la speranza, l’altrove salvifico.  In un percorso dove paesaggio scarno e parola asciutta concorrono a delineare la condizione di inettitudine dell’uomo novecentesco, Montale inventa un’idea nuova di bellezza, dove paesaggio e figura s'incorniciano nell'emblema della terra desolata, in linea con la migliore poesia europea, e dalla quale nessun poeta contemporaneo può prescindere.


Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

lunedì 2 febbraio 2015

Ranieri Teti


Ranieri Teti, in questi inediti usciti nel n.89 di “Anterem” (dicembre 2014), punta sulla forza estrema della parola, sul peso che ogni parola può avere quando la si organizzi in una sintassi essenziale, al fine di delineare l’impalpabile, che qui ha la forma del soffio sotteso al dire, del senso tra il grafema e il seme, della “luce terminale”, del margine.

Fuori dalla piazza che sbraita o che si contende il primato sull’impegno, lontano dal culto del quotidiano, scevro da tentazioni neoromantiche, questo poeta riservato (per quanto sia promotore dell’importante premio letterario “Lorenzo Montano”) prosegue una ricerca che coniuga l’irrinunciabile dialogo con il silenzio – irrinunciabile da quando Mallarmè e Ungaretti lo hanno semantizzato, rivelandone la carica metafisicamente espressiva – con un materialismo teso a tenere i segni nello spazio terrestre della creatività umana, dell’artigiano che, pur organizzando la sua struttura con sapiente consequenzialità degli elementi, dialoga e lotta con l’imprendibile silenzioso di ogni progetto, con lo scarto che ogni fare ha rispetto al pretesto e al contesto che lo ha generato. In questo modo, il misticismo implicito in ogni operazione simbolista si attenua, per lasciare alla scrittura, concepita nella sua natura di artificio, ma anche di struttura non arbitraria, un non-detto che pare nascere dal corpo dello scrittore, dall’esperienza diventata sua materia biologica, prima ancora che dalla sua scienza. Tale profondità viene a galla tramite la memoria che, per frammenti semantici e ritmici, per agglutinazioni di senso e di suono, ci racconta un presente che avrebbe bisogno di un’attenzione sottilissima verso i dettagli laterali, verso quei luoghi fondanti eppure poco illuminati dal sistema della comunicazione, pena l’angoscia che un tempo gramo come il nostro trasmette. siamo in presenza di una poesia che disturba, dunque, nella misura in cui ci invita a un viaggio senza paesaggio e privo di cornice, a una navigazione a vista. Una poesia che ci chiama “dall’oscuro senza custodia” per riflettere sulle lacune alle quali ogni a-capo rinvia, per toglierci dall’inganno che l’esperienza davvero universale sia quella comunicabile. È invece nella riserva di senso, nell’esser-possibile del non-ancora (stilisticamente reso qui nell’a-capo) che l’umanità riconosce il proprio legame con l’assoluto, che non è pienezza, bensì interrogazione continua alla quale ciascuno, dalla propria dislocazione, è chiamato a rispondere. In questo senso la bellezza non è data dalla forma stabile, dall’equilibrio atemporale del vero, bensì è la risultante mai risolta di interrogazione e determinazione, di desiderio e limite, di arte del fabbro e natura  indomabile. Lo si capisce anche dal lessico, che deve molto al romanticismo europeo, non ultimo Baudelaire. E ciò non perché sia inattuale la scelta poetica di Teti, bensì, al contrario, perché l’oggi ci trasmette sussulti simili a quell’età di passaggio: quando Schelling, nel necrologio a Kant (1804), parla del proprio tempo come di “un’epoca spiritualmente e moralmente decomposta e liquefatta”, possiamo non sentirci solidali con lui?



Doxa


*
dove si incide
il soffio riproducibile         
nel rivelarsi della voce
 
dal costato alla gola
l’ingranaggio del respiro         
il prensile dell’aria

dove erano suoni
a sillabate distanze        
possono essere cenni

frammenti dispersi
numerosa presenza
nello stesso nome                


*
tra materia e verbo
insonne l’inchiostro          
la china contraria

come si inietta
il dire l’infettarsi
                
tutto quello che trema
nella veglia della frase


*
non ogni bagliore                           
è analogo giorno
la terra interiore
di ossa indifese              
                                               
ogni presa di fiato
è placenta che assorbe
la notte dalle rive       
la luce terminale


*
dista nella parte
esposta alle piene
la cerchia dei gorghi           

la muta dei relitti      
tra onde straniere
e prove di abbandono

in continuità di fuga
l’acqua tornata vena
vigilia dopo vigilia


*
dove sta per cadere                                   
arreso al moto il fiume           
proseguire è solo
cosa si diventa

nello sguardo prolungato        
da un silenzio corrente    

la parte più profonda             
origina affioramenti
introduce in disparte                   
il dire nei capoversi              


*
restituite alla trama
decimate alla meta
le ore che portano
rifugi dove ognuno
è lontano sul limite
di bosfori e colonne
che in un varo di foci 
nel finimondo legano
la lingua al taciuto
di orfane cose erme
spogliate in tenebre


*
dall’oscuro senza custodia
l’azione dell’alba destina
una congiura di margini

l’argomento trapassante    
un altro a capo della vita




Ranieri Teti è nato a Merano nel 1958.
Ha pubblicato: La dimensione del freddo, prefazione di Alberto Cappi, Verona 1987; Figurazione d'erranza, prefazione di Ida Travi, Verona 1993; Il senso scritto, prefazione di Tiziano Salari, Verona 2001; Controcanto (dalla città infondata), immagini di Pino Pinelli, nel volume collettivo Pura eco di niente, prefazione di Massimo Donà, Morterone 2008; Entrata nel nero, prefazione di Chiara De Luca, Bologna 2011.
È presente nelle antologie: Istmi. Tracce di vita letteraria, a cura di Eugenio De Signoribus, Urbania, Biblioteca Comunale di Urbania, 1996; Ante Rem. Scritture di fine novecento, a cura di Flavio Ermini, con premessa di Maria Corti, Verona 1998; Akusma. Forme della poesia contemporanea, a cura di Giuliano Mesa, Fossombrone 2000; Verso l'inizio. Percorsi della ricerca poetica oltre il novecento, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, con premessa di Edoardo Sanguineti, Verona 2000.
Fa parte, dal 1985, della redazione della rivista “Anterem”.
Collabora a riviste, cartacee e on-line, italiane e straniere.
Per conto delle Edizioni Anterem cura la collana "La ricerca letteraria".
Fondatore e responsabile del Premio Lorenzo Montano, ne cura il periodico on-line “Carte nel Vento”, presente nel sito  www.anteremedizioni.it 
Vive a Verona.

lunedì 26 gennaio 2015

Chi è il poeta più bravo del reame?

Dai, giochiamo un poco, se possibile, con la poesia, e soprattutto con i poeti, giochiamo a dire chi è il più bravo del reame, ma seriamente, proviamo a dire dei nomi, vivi, ovvio, e italiani, perché dei morti non è difficile sospettare che Montale e Ungaretti, che Luzi e altri due o tre, che fatico a immaginare, un segno stabile l'abbiano lasciato nel secolo scorso, ma in questo? Ma adesso? Nomi con due parole di sostegno, due stampelle persino, qualcosa insomma che giustifichi la scelta. Condizione del gioco è la pacatezza e ogni altra virtù che lasci il tifo fuoricasa: si parla di poveri poeti, perdio, non di generali o di milionari in mutande!

giovedì 22 gennaio 2015

lunedì 5 gennaio 2015

François Bruzzo su Antonio Porta

 


Qualche tempo fa Rosemary Liedl, vedova di Antonio Porta, mi spedì un articolo scritto su suo marito dallo studioso – italo-francese e vicentino d’adozione –  François Bruzzo, che uscì il 2 luglio 1993 su “Il Gazzettino”. Lo ripropongo, per affetto verso tutti i protagonisti della vicenda e perché è un bell’articolo, ricco di informazioni rare e preziose.

 

 

Antonio Porta, la voce forse più significativa della poesia italiana dell'ultimo trentennio, presente nelle più varie antologie della poesia italiana del Novecento; deceduto il 12 aprile del 1989. a Roma mentre si preparava ad intervenire al Maurizio Costanzo Show, era nato a Vicenza il 9 novembre 1935, e non a Milano, come riportano le più varie fonti biografiche, dalle antologie anche più serie sino alle enciclopedie, dizionari e storie della letteratura italiana.


Così, Porta che viene facilmente indicato come figura ideale del poeta milanese (erede delle istanze poetiche della "Linea 1ombarda" definita da Luciano Anceschi nel '52 come "poetica degli oggetti"), il cui esponente più prestigioso era Vittorio Sereni; Porta il cui nome è legato alle scosse più avvincenti e salutari che la sua generazione abbia regalato alla poesia italiana e che pertanto si fondeva alla perfezione con l'immagine di una cultura che a Milano era maggiormente aggiornata sulle idee che provenivano dal resto dell'Europa e soprattutto d'oltralpe; Porta il più affermato dei novissimi, sperimentali, del Gruppo 63, della neoavanguardia, è nato e ha soggiornato con il vero nome di Leo Paolazzi sui pendii che portano a Monte Berico. Cancellare Vicenza dalla sua vicenda anagrafica corroborò l'intento della scelta di uno pseudonimo.


Se a Milano, figura della metropoli europea, va la parte dichiarativa e manifesta della sua poesia, in qualche modo la sua urbanità che ne legittima l'accettazione moderna e avanguardistica; al passo con le esperienze europee, a Vicenza tocca qualcosa come 1a parte di Dio, per riprendere un' espressione di Gide, cioè, la parte della testura più che della struttura: in altre parole, Vicenza ricopre la funzione di un interdetto che assume anche il ruolo di una regola, regola che preme nella scrittura di Porta come un non detto dall'enorme forza di gravità comparabile all'efficacia della sua segretezza. L'aura di impronunziabilità con la quale Porta ha sigillato per un'intera vita le "sillabe che nominano la sua famiglia a Milano nel dicembre del 1936. A Vicenza dei Paolazzi rimarrà Bonfiglio, nonno di Leo, che è all'origine della presenza della famiglia Paolazzi in quella città in quanto vi risiede dal novembre del 1922 in strada delle Scalette di Monte Berico 2, fino al 1949 per poi trasferirsi a via Dante 15, presso una sua figlia. A Trento Bonfiglio Paolazzi aveva svolto un'intensa attività politica al parlamento di Vienna come deputato clericale eletto nelle file del Partito popolare trentino nel 1911 cede il posto ad Alcide De Gasperi. Il suo arrivo a Vicenza è probabilmente dovuto alla presa in mano della questione trentina da parte dei rappresentanti fascisti che avevano già manifestato a Trento la violenza della loro politica nazionalistica prima ancora della marcia su Roma.


Dopo la morte della moglie, Bonfiglio si fa prete all'età di 74 anni e dice, a quanto pare, la sua prima messa nel Duomo di Vicenza il 24 maggio 1954. La forte educazione cattolica impartita dalla personalità di Bonfiglio ai suoi discendenti giunge fino a nipoti come si può vedere dalla presenza a Monte Berico di padre Rigobello che è primo cugino di Leo alias Antonio Porta.


Da questa educazione non doveva certo essere esente lo stesso Leo che nel 1960 si Laurea in Lettere moderne all'Università Cattolica di Milano. D'Altronde, benché abitasse a Milano dal 1936, vale a dire dall'età di un anno, il futuro Antonio Porta soggiornava spesso a Vicenza: lo ricorda la signora Rina Bedin, vicentina che dal 1936 al 1939 seguì a Milano i Paolazzi come baby-sitter di Leo e del fratello minore Mario e che da allora si è sempre mantenuta in contatto con l'intera famiglia. Ed è proprio nella casa del nonno delle Scalette di Monte Berico da dove poteva vedere la città raccolta attorno alle sue cupole che il giovane Leo passava i giorni delle sue ricorrenti presenze a Vicenza.


Ora non c'è dubbio che vi sia stato da parte di Antonio Porta un attento occultamento delle coordinate anagrafiche e biografiche di Leo Paolazzi che quic'interessano, e l'uso dello pseudonimo sembra ripercorrere qui la sua funzione forse più comune e ovvia di negazione del nome del padre e di tutto ciò che esso comporta di lascito paterno e patrilineare.


Se proviamo a interpretare l'autofinzione che sorregge il personaggio di Antonio Porta milanese, la Vicenza di Leo Paolazzi che viene inabissata nei recessi segreti della memoria, sembra albergare il nodo certamente problematico del farsi di una personalità in quell'insieme di vissuto e di immaginario dei rapporti in seno alla famiglia che Freud chiamava "romanzo famigliare". Inoltre la Vicenza segreta di Porta sembra celare il problematico radicamento della sua scrittura poetica. Leo Paolazzi si rivela allora compagno necessario dalla cui negazione e probabilmente tormentato rifiuto e rigetto doveva nascere il poeta Antonio Porta milanese. La vicenda di Porta sta a dimostrare - come ce ne fosse ancora bisogno - che la scrittura e l'invenzione poetica e artistica moderna sorgono da uno sconforto, da uno stare male nella propria pelle che per un poeta è la propria lingua, il proprio nome, e che scrivere come l'ha detto in modo folgorante Rimbaud vuole dire tentare d'inventare una nuova lingua, salpare verso un nuovo mondo con un nuovo nome e una nuova genealogia che mira a fare dello scrittore un soggetto generato dalla propria opera.


Le informazioni biografiche sono abbastanza incomplete per dar luogo ad un'interpretazione solida, esse sono limitate a note biobibliografiche più o meno lunghe ma aggiunte al passato vicentino qui appena abbozzato, offrono abbastanza materiale per elaborare alcune ipotesi sulla manovra sotterranea delle origini di Porta nella sua opera.


Innanzitutto voler essere milanese piuttosto che vicentino ha una ovvia ragione quando si è poeta d'avanguardia all'inizio degli anni Sessanta: una città di provincia fra le più conservatrici e cattoliche, rannicchiata all'ombra del suo santuario come un Belacqua dantesco, è luogo certo ideale per Bonfiglio Paolazzi ma costituisce l'opposto più sistematico dell'apertura intellettuale sull'Europa e della circolazione delle idee che la città lombarda poteva offrire. Ma non c'è una successione fra il mondo di Paolazzi e quello di Antonio Porta milanese.


Paolazzi rimane in qualche modo ossequioso nelle file di Bonfiglio mentre Porta si ribella contro i linguaggi della tradizione inseguendo la traccia notturna e ctonia della parola poetica, viaggio nel cuore delle tenebre di risonanza orfica e dantesca allo stesso tempo. Ora si può percepire nel disegno dello pseudonimo scelto da Leo Paolazzi l'unico modo per essere sincero di fronte a sé stesso, una possibilità di aprirsi a un «se stesso» che così si muove nella distanza in cui si muove un personaggio di finizione.


Se lo pseudonimo si rivela un buon strumento per penetrare nel labirinto della propria soggettività come in quella di un personaggio, la finzione anagrafica dell'origine milanese può offrire la via la più corta e la più sicura per aprire silenziosamente, senza essere visto, la casa della memoria vicentina. È probabilmente troppo presto per ricostruire il giusto peso del nucleo affettivo che in qualche modo arroventa la vicenda vicentina di Porta, qualcosa che comunque per il poeta, l'artista della parola, passa per il linguaggio, ovvero si cristallizza in nomi e parole altamente significanti, talmente significanti che il migliore modo per venirne a capo, intenderli, interpretarli, leggerli è di evitare di pronunciarli nella loro greve evidenza per invece aggirarli in modo che il loro contenuto si riveli.


Nella raccolta «Passi passaggi» che Porta dà alle stampe nel 1980 (Mondadori) c'è un testo intitolato «Il segreto» datato nel 1979 e che fa parte di una sezione intitolata «Sulla nascita», appunto. Questo testo offre argomenti strategici sulla questione della nascita vicentina di Porta. Inizia cosi: Amico, voglio confidarti un segreto, / da molto tempo provo questo desiderio / di avvicinarmi al tuo orecchio peloso di lupo / sillabare tutte quelle parole che dicano / quello che non riesco a sapere. Questo segreto é «l'ombra», dice il testo, in me sta la voglia di provare «che in qualche luogo ci sono», che in qualche luogo sta la mia nascita, il nodo della mia soggettività, in aperta campagna, forse, di fronte / alla città sepolta dai veleni. Questi ultimi versi contengono due importanti componenti della poesia di Porta: da una parte la campagna i suoi oggetti, i suoi paesaggi, la sua vita e suoi usi che hanno una presenza forte per un poeta metropolitano (quale lo suggerisce la volontà di nascere milanese), dall'altra una città delimitata (di "fronte" dice il testo), spesse volte descritta dall'alto, come lo è spesso la città di provincia in letteratura, la stessa Vicenza.


La metropoli invece viene vista dalla sua illimitatezza, dal suo effetto mare e spesso chi la guarda vi è immerso. Ora la città di Porta tende a raccogliersi, come d'altronde il piccolo Leo l'aveva spesso vista dalla casa delle Scalette di Monte Berico... In quanto ai "veleni" potrebbero significare la problematicità del nodo affettivo che Vicenza poteva evocare nell'immaginario portiano. Nel medesimo testo, in un verso strategico che precede quelli appena commentati, si può leggere nel segreto delle parole, in anagramma, il nome della città natale, diventata parola sotto le parole, fantasma che abita il discorso poetico: Amico, avvicina la tua bocca languida e ferina / che voglio soffiarci dentro le parole / travasarci la diffusa essenza dell'ombra.

 


François Bruzzo: acquisito il baccalauréat philosophie (in Francia, con menzione ottimo), frequenta per 3 anni (1971-1974) i corsi di arte drammatica di Jean Meyer  al Teatro dei Célestins di Lione, Laurea dell’École des Beaux-Arts di Besançon (Francia, menzione  ottimo), Laurea in Lingua e letteratura francese all’Università di Padova (con una tesi sul linguaggio poetico dell’avanguardia francese degli anni  settanta che ottiene massimo dei voti con invito alla pubblicazione), Docteur dell’Écoles des Hautes Études en Sciences Sociales (con una tesi diretta da Louis Marin sulla relazione fra letteratura e arte nell’invenzione letteraria dell’ottocento francese, menzione très honorable, massima distinzione con pubblicazione).

Presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociale è stato allievo di Algirdas-Julien Greimas, Gérard Genette, Jacques Derrida, Louis Marin. Lettore di lingua francese all’Università di Padova dal 1980 al 1986 diventa ricercatore di letteratura francese alla IULM nel 1986 dove da allora insegna.

Ivi ha insegnato anche Storia del Teatro e dello Spettacolo  per quattro anni consecutivi dal 2000 al 2004 e Storia della Lingua francese. Ha fondato un centro universitario teatrale nel 1999 specializzato nel  recitare in varie lingue europee (tournée in Italia e all’estero. È autore di numerosi testi teatrali  regista, scenografo e attore con  collaborazioni e partecipazioni nel campo del cinema.