mercoledì 25 marzo 2015

Chandra Livia Candiani


La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014) di Chandra Livia Candiani è un libro che ha avuto un sorprendente successo di vendite e un sicuro consenso critico. I due fatti sono il risultato di una scrittura fluida, tendenzialmente paratattica, lessicalmente ricca di parole d’uso quotidiano ma anche fortemente simboliche (sete, fame, pane, neve, abbraccio, luce), di una narrazione chiara dove la pedagogia entra con passo leggero, di una problematizzazione mai intellettuale ma sempre resa esemplare attraverso concetti incarnati in metafore elementari eppure non banali. A questo si aggiunga una vita partecipata (si vedano qui le interviste e le note di Giorgio Morale all'autrice) e una pratica meditativa buddista, che piace perché fuori dalle logiche di potere e vanesie della cultura mercantile globalizzata. Tutti ingredienti dei quali il corpo della Candiani, esile eppure tenace, da bambina pugile, appunto, diventa emblema, soprattutto quando la sua scrittura lascia intendere sia i diversi lutti che l’hanno attraversata e sia un’infanzia vissuta interrogando le cose e cercando in esse rifugio. Il sonno della casa (in Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012) ci porta in questa dimensione cosale, e lo stesso capita nel nuovo libro (“allora mi raccolgono / fanno collezione di me / gli oggetti a primavera” e “Niente, è che a me piacciono da sempre / le cose mute / quando l’io zittisce / e si alza il volume della voce / non solo degli uccelli / ma anche del silenzio dell’armadio / e del tavolo / della lampada e del letto”). 

La dedica stessa abbraccia il mondo intero, animali e nemici compresi, e piante e pozzanghere, nella pienezza di un fare compassionevole, fondante nel buddismo di tutte le provenienze. La formazione inevitabilmente cristiana della Candiani entra comunque nelle poesie, attraverso l’elogio alla grazia, la forza simbolica del pane e soprattutto nell’idea che ci sia “un male / che fa guarigione”, che la via sia una pratica segnata anche dalla sofferenza, per principio, non per destino, e che dunque guarigione e conoscenza siano sorelle (“cerchi impavida il punto / in cui il male si fa conoscenza”), ma abbiano bisogno del dolore per nascere; acquisizioni anche occidentali: ce lo insegnano Eschilo nell’Agamennone e Cristo che, morendo in croce, espiando i peccati del mondo, si mette, derelitto e abbandonato, al centro del rimosso della civiltà: il dolore non è un castigo da fuggire, un male da combattere bensì l’esperienza che meglio ci dice che cosa siamo, la via che ci conduce nel cuore dell’identità. È nel dolore infatti che quest’ultima rivela la propria natura franta, molteplice, inabbracciabile eppure condizione di ogni abbraccio. Lo scrive chiaramente l’autrice: “io è un abbraccio” che tiene il molteplice ma non lo domina, “come fanno le rondini col cielo” scrive in un’altra poesia, riferendosi alla magia delle parole quando le prendiamo sul serio. E allora essere “briciolitudine” (neologismo che frantuma la solitudine, togliendole astrazione e rifondandola a partire da un intero che rinvia al pane, perduto nell’unità ma presente nella sostanza), non viene vissuto come un dramma dell’imperfezione e dell’incompletezza, bensì con la semplicità di chi riconosce i legami segreti fra gli esseri e l’immenso amore che li fa stare in armonia o in disarmonia: due modi della stessa energia vitale e, per questo, accolti entrambi e benedetti.


La bambina pugile è un libro sul finito, ciascuno perfetto nel suo modo. È spinoziano oltre che buddista, racconto autobiografico segnato dalla perdita, ma non dal lutto, dalla consapevolezza che morire è una dimensione del visibile, del prospettico, più che dell’essere, dentro il quale invece i vivi e i morti dimorano; e se c’è monologo, forse questo è dei morti che parlano con la nostra lingua, abitando i silenzi tra una parola e l’altra, ma anche le stesse parole quando diventano poesia.


Qui alcune sue poesie.

Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. È traduttrice di testi buddhisti e tiene corsi di meditazione. Ha pubblicato le raccolte di poesie Io con vestito leggero (Campanotto 2005), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (La biblioteca di Vivarium 2005), La porta (La biblioteca di Vivarium 2006), Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007) e La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014). È presente nell’antologia Nuovi poeti italiani 6 curata da Giovanna Rosadini (Einaudi 2012).

mercoledì 18 marzo 2015

Marta Fabiani (un omaggio)


Questo articolo nasce dalla lettura di un post di Mariapia Quintavalla pubblicato sulla sua pagina facebook. Eccolo:


“Questa sera una notizia scioccante ha fermato la mia vita e dio non la sapevo: è morta MARTA FABIANI, una grandissima, coetanea poeta, del secondo novecento. E'avvenuto questa estate, nessuno me ne ha parlato. Sento quasi ogni giorno poeti o sedicenti, e nessuno, ripeto, ne ha dato notizia, Segno che i desaparasidos devono essere zitti. Ora, Marta pur avendo avuto una certa fortuna di pubblicazione e lettura, e riconosciuta da Raboni, Porta ad es. negli anni settanta, all'improvviso, col girare del vento degli anni ottanta, solidificate confraternite, scompare!!! Va a vivere in Francia, le tolgono le figlie, (figlia di una famosa critica d'arte). Ora quello che mi sconvolge è che cosa io debba fare: di fronte a queste, troppe ormai, sorelle di cui la chiave si è persa nel castello (anche interiore ) di Barbablù. Omertà e silenzi, cupole e indifferenza le hanno tacitate. Sono ancora viventi o sono morte, sono però inoffensive: le pagine della critica e del canone hanno saltato a piedi pari di integrarle, ritenerle, come si doveva, innovatrici formidabili, come i loro coetanei! Vorrei qui ripetere che Fabiani e è una grandissima . Ed io avevo deciso che la mia vita svoltasse verso auto realizzazioni e amore di sé pacificati, oltre all'impegno etico dei sempre, io, ora, sono impietrita. Come ignorarlo al convegno su Nadia Campana, come non essere scossa, dalla loro vita marginale ed eroica e distruttiva, sacrificale di sé? Non lo so. Quando vedo ogni giorno la cancellazione progressiva di memoria di uno, di due, di tre decenni addietro, mi prende la voglia di cancellare tutto, allora. E sarebbe partita vinta, ma giovani o meno, svegliatevi è l'ora: di riaprire tutte le carte rimescolare tutti i giochi, chiusi –”

***

È il “Correre della sera”, il primo luglio 2014, a dare la notizia della morte di Marta Fabiani a livello nazionale. Se ne incarica Franco Manzoni, che con un breve ma sincero coccodrillo, la definisce “Poliedrica, sensibile, geniale, una donna forte e fragile,” ricordando che fu tra “le prime in Italia ad eseguire performance utilizzando voce, corpo, movimento per rappresentare il malessere femminile nel quotidiano.” Manzoni ricorda che la Fabiani aveva pronta una nuova raccolta, L’arte del sognare, che si augura di poter vedere edita presto. Sarebbe doveroso, a questo punto, che tutta l’opera della poetessa vedesse la luce.


***


Un’interessante lettura della sua poetica la diede Luigi Cannillo, inserendola in uno studio intitolato La Resa dei corpi. La ferita della materia nella poesia di Giorgio Luzzi, Marta Fabiani, Patrizia Valduga, Michelangelo Coviello, Dario Bellezza (in Sotto la superficie-Letture di poeti italiani contemporanei, Bocca Editori, Milano, 2004):

 […]

Negli ultimi decenni è sembrato emergere ed affermarsi piuttosto un distacco problematico/critico rispetto alla rilevanza delle dimensione sociale e alla capacità affermativa o seduttiva del corpo. […] Quello che ci perviene, in autori/autrici e raccolte significative, è la rappresentazione di una condizione del corpo non solo di rivendicazione, ma anche di separazione e rinuncia, come di distacco dalla propria vicenda materica contingente. Si tratta di un arresto, se non di una resa provvisoria,  di fronte alla complessità di fenomeni politici collettivi o, anche, di una presa di coscienza del proprio stesso deperire. Lontano e separato dai suoi presunti fasti, il corpo resta testimone insostituibile, naufrago, scarnificato nella sua funzione, reso itinerante alla e dalla poesia come prototipo, simulacro, bambola.
Allo stesso tempo sono proprio i nodi problematici che attraversano il corpo a innalzarlo a figura emblematica del distacco e della ferita all'interno della natura, della materia e della nostra società.

[…]

In Marta Fabiani la funzione della scrittura poetica accentua ancora maggiormente la forza del vissuto, non tanto su un piano collettivo o metafisico. Qui il corpo più che pensante è corpo percettivo e percepito nella propria storia personale. Le esperienze esistenziali sono strettamente legate al femminile, a una linea a un quadro familiare definito. Sia che ci troviamo in un ambiente domestico borghese che in una dimensione onirica l'autrice trasmette il tragico e ineluttabile nell'eseguire il proprio vissuto, sia nel rapporto con l'uomo, suggestivo ma deludente, che nella propria identità familiare di donna, sulla quale pesano pregiudizi precedenti o aspettative che il Soggetto non riconosce: un insieme di vanità e tragico che indignano, portano alla denuncia oppure sfociano in fantasie di morte.
Nelle raccolte poetiche di Marta Fabiani è assolutamente centrale la componente autobiografica, posta in gioco direttamente, messa alla prova ed evocata da e con personaggi talvolta circoscritti, ricorrenti e riconoscibili, altre volte da figure fantastiche, angelico-diaboliche. I testi vivono la pressione della centralità assoluta dell'Io rispetto agli avvenimenti e della loro restituzione attraverso  una sincerità spudorata o rifermenti simbolici: «Qui è il gennaio perenne, in una stanza/ vuota spazzata sempre sporca e sempre/ rutilante. Tentenno sulla soglia, criminale,/ truffatrice, profferta, che al risveglio/ si pettina e si trova sempre uguale./ E tu non sai perché si aggroppano i capelli/ perché vengono i brufoli, e ti attacchi/ circospetta alle bambole, perché devi/ infinite volte/ toccar con la sinistra quel ch'è stato/ con la destra. Stretta da confini/ che incalzano, dai dirupi degli sguardi/ come verghe su pecore smarrite.»
Lo spazio vuoto e la soglia, evocati in questa poesia da Le nanerane (Ed. Il gatto dell'ulivo, Balerna,  1988), evocano una storia di donna, per raccontare la quale Fabiani vive e supera orrore e vertigine. Nei cicli del corpo, come nei cerchi nel legno di un albero, è inscritta la propria vita, e ognuno di quei cerchi porta con sé personaggi, microstorie.
La forma lirica, incline sempre più verso la narrazione, ha assunto poi la forma della ballata, utilizzata in senso moderno come ampia e duttile struttura narrativa. Così in particolare la raccolta Ballate dell'odio e del disonore (Manni, Lecce, 2002) ha consentito all'autrice una libertà espressiva assoluta nel sottolineare slanci e ripiegamenti, ed  è pare integrante della necessità di raccontare l'estremo e la complessità dell'esistere. La materia del vissuto così stratificata si presenta in questi grandi affreschi con i riferimenti simbolici e la carica visionaria tipica della Fabiani. Specificamente femminile, spia per esempio le funzioni corporali più intime e la materia emblematica delle fasi della vita di una donna e del rapporto tra i sessi: il sangue mestruale: «Ricusata/ con l'acqua sporca buttano la bambina,/ la donna che affluisce nel suo sangue/ e vi affoga, adieu, adieu./ Dissero che era il suo: dei suoi peccati/ mensuali, calcolati secondo un calendario/ sfasato gregoriano. Ora/ l'alta marea le copre le ginocchia/ come una gonna rovesciata, rossa/ di venature marmoree di candoglia./ Il sangue che segnala la presenza/ di una vita cosciente è la sua assenza/ la caduta del vessillo dell'ape-navicella/ che si gonfia e si affloscia a un ritmo personale,/ estenuante, purgandosi ogni volta del suo sangue./ La coppa e l'interezza, ecco ciò/ che non riusciva a reggere: ogni cosa/ si falla e defluisce, la pietà, la casa, l'amor filiale./ Il marito, un Davide colossale che gettò il sasso,/ e fece sgorgare quello zampillo rosso notte e giorno/ perché non fosse più soggetto alla strenua legge/ naturale, ma getto continuo, verticale, eretto/ come un esempio, un monito illustrato per aver/ navigato l'intero fiume della legge del menarca/ fino alla fonte, e avervi trovato/ l'Arconte, il padre morto e smemorato/ il padre del suo fiammante libro rosso.
Il vissuto sembra quindi assumere una forma circolare, di ritrovamento, dove ogni punto di arrivo può coincidere con un punto di partenza. “Senza passato/ non si costruisce passato”, scrive esplicitamente Fabiani. Le sue poesie sono stazioni di perdita e ricerca del Sé, descrizioni di personaggi, identità che diventano maschere, in un apparente disordine di allegorie e divagazioni descrittive. Dignità e rivendicazione sono i fili a cui annodare i diversi testi e che fanno esplodere la necessità di osare dire l'indicibile, ciò che di più intimo e riposto esiste sotto le apparenze delle convenzioni sociali. Fino a ricercare quella interezza ferita che l'autrice non riesce a ricomporre. Tra la donna-bambina, figura ricorrente nei versi, e il compimento della cosiddetta maturità esiste una serie di passaggi, le stazioni del dolore, dove l'unità si frantuma, la vecchia identità/età è in pericolo, messa alla prova, e la nuova non si realizza ancora, non si riconosce né nel proprio passato né in prospettive future.
A prescindere da ogni retorica rivendicativa, sono le convenzioni borghesi, le costrizioni familiari, fatte proprie e tramandate da una linea familiare femminile, a essere carnefici della libera esistenza. Si tratta però di un processo portato successivamente a compimento dall'Uomo. Nel rapporto tra i corpi si misura la distanza e la separazione, e nel corpo la scissione dell'identità. La salvezza è per Fabiani, più che nel non subire nuove stagioni esistenziali, la sopravvivenza delle diverse parti di sé,  e il riconoscimento di queste non può prescindere dalla spietata analisi e dal dire contro e oltre le convenzioni: «Con l'Uomo consumavo il mio calvario,/ il fornicante, maleodorante gnere infisse/ chiodi su chiodi nei miei polsi bianchi/ e bravamente, credendolo oltraggiare, tenendo testa,/ lo spingevo avanti. Quel delirio corrivo reiterato/ lasciò un pesante strascico nuziale/ carico d'api, lungo come un convoglio/ di deportati che non giungono al campo./ E nella luce/ devastante del giorno sul telone/ vedono visi aztechi, il male/ venuto fin qui a propagandare/ le sue fiale ormonali 'ingoia e taci'./ E la vita che avanza di spalle al finestrino,/ quella prima del male, scansata, piccina,/ ancora tuta da coltivare/ per poterla finalmente adottare/ un giorno, come orfana.»

[…]


***


Le nanerane avevano la prefazione di Mario Lunetta (la riporta “Le Edizioni ulivo”):
[…] Adesso, in questa nuova raccolta Le nanerane, l’inclinazione meno rassicurante della torva vocalità della Fabiani pare riprendere nettamente quota, e sistemarsi perigliosamente all’interno di un canto soffocato, di una sliricata smemoratezza di sé. Le “nanerane”, sono definite dall’autrice “raccapriccianti revenants” e comunque insopprimibili “muse ispiratrici e inquietanti”, e hanno ambigua funzione di spiritelli o di angeli.
[…] Il tutto, dentro un delirio accentuato di perdizione e di instabilità, di disordine e di buio, regolato con estrema sicurezza da una griglia metrica in cui l’endecasillabo lavora da pivot insostituibile, e al tempo stesso si pone come diagramma regolatore di un magma interno che fa crudeltà a se stesso fingendosi acquietamenti e pause che all’antica virulenta vitalità sostituiscono puri movimenti di teatro, fantasticherie sceniche; insomma – ancora una volta – simulacri e nulla di più.


***


Le Ballate dell'odio e del disonore contenevano una nota introduttiva di Giancarlo Majorino. Questa: 
“ Slanci... Slanci sorretti da un pensiero crudo e chiaro, ansioso di poter “chiamare” disonore, odio, ciò che amaramente respiriamo. Ballate e non forme più concentrate, senza tutavia che concentrazione e bellezza manchino. E' il neolibro di Marta Fabiani, una grande prova che mina, non rinunciandovi però, le costruzioni e le distruzioni del passato, ora divenuto giustamente presente e magari futuro, qui nella poesia dove i tre tempi canonici ballano, e severamente e scherzosamente.
Un indice di memorabili versi o salienti si può certamente stendere ma scalfirebbe l'inquietudine maggiore del libro, quella che intende disporsi per lasse, strappando al narrare certe prerogative: meglio fuoriescano da sé, nel sillabare o udire cavo del lettore, brillanti come un gesto amoroso o voci attese. E' che dettagli e sostanza di un vissuto composto di più vissuti s'arroventano a contatto e contagio di un'immaginazione radicalmente violenta, impaurita mai.
Altra filiera di acquisizioni scende da un'irrinunciabile libertà ben contemporanea perché incorporata senza riserve, che può di volta in volta agglomerare nidi di senso e suono, timbri trasformati del dovuto, coercizioni disossate e vagabondanti in una sarabanda tagliata per “noncuranti sprazzi e microstorie intensificate: il tesoro, insomma, del romanzo, del racconto issati nel verso.
E, ultima approssimazione, un linguaggio ansiosamente sostenuto da passioni, vergogne, moti condivisibili che puramente un sotterraneo desiderio di comunicazione malgrado tutto sorregge.”


 [Ringrazio Luigi Cannillo per il materiale che mi ha fornito e con il quale ho in gran parte organizzato questo post. Di Marta Fabiani avevo già scritto qui]


***

da Maratona, 1977


Poesia n. 19



Ci sono voluti
uno svenimento
un fidanzamento
un'aggressione notturna
un po' di sadismo
una protesi mammaria
una rovina finanziaria
la mia poesia (se non è poco)
per far pronunziare a tua moglie
la parola: fica.
Ma adesso lei la pronunzia
in un modo eccezionale
benché un po' tremulo, a volte
per paura di versarla
nella pappa dei bambini
e allora sarebbe tutto guasto di nuovo
sarebbe figa come magagna
o ferrovecchio, l'ennesimo dispetto.
Ha riempito di frutta le tue coppe
ma, che disdetta,  ancora non ci vede la metafora.
Anzi, vuole succhiarti
senza grazia i tuoi ricordi osceni
e imbandirli ai tuoi ospiti, mentre solleva
occhiate maliziose dalla minestra e dice
«a noi ragazze non c'insegnavano» e riscuote
benevoli consensi agli anni persi.
Tu li hai persi, eh sì, ma in altro modo.
Giravi a vuoto con il tuo tesoro, e ora
lei ti sbatte sul tavolo la spesa
cazzi di plastica, carote, preservativi
pergamenati, i più cari, e poi a quattro zampe
s'industria, assieme a trote e maialini
col tovagliolo, sembra proprio
che a dire «mangiami» le venga l'acquolina.
Guarda come impallidiscono
le robuste emicranie del passato:
sdraiata accanto a te lo fa ingollare
il frutto prelibato, tutto quanto
chicco per chicco, finché
non ti ritorna l'uovo marcio al fiato.




Poesia n. 22


Eh sì, eh sì
miei signori anfitrioni
quando ero un po' linfatica
e appena mestruata, e impallidivo
di fronte alle prodezze
delle dame secolari, e mi scoprivo
le cosce, che erano sublimi, ma, ahimé, ancora
così poco espressive,
al bar, al ristorante, c'eravate
grossi tonanti burberi, pronti a dire
tra una birra e un tramezzino
«roba da marchette» oppure
«tuo fratello marchettaro».
Adesso mi tocca ascoltare le vostre battute
dolorante di spalle, sotto il peso
di un'influenza cronica, ancora
incespicante per via di una moda
di riflesso condizionato malappreso
e rimpinzarvi
di allusive occhiate disilluse, e accarezzare
i vostri cani chow-chow, le penne stilografiche
perché una bocca spalancata di stupore
se le accaparri, a una voglia
subito gratificata in cambio di una barzelletta
comari, uccelli con le ali, vulve birichine
niente è cambiato, niente, tranne questo tic
invisibile naturalmente, riportatemi
alla parola caduta in disgrazia
all'insolenza desueta, più sicura
più sicura della vostra
camerata.





Da Le Nanerane, 1988



Mostri monotoni
non avete letto
il libro dei mutamenti?
Non è più il mio letto
il vostro campo di battaglia
né io la viola passa
tra le lenzuola dell'immondo libro.
Altre vite sfogliate, altre alleanze.
Aria, aria, via. Altre stanze.





da Ballate dell'odio e del disonore, 2002



Certe nicchie
profumano di pace, t'invitano
a non guardare in tralice la scure
che trancerà il passato, e fuori campo
la tua vira con esso.
Stanno appostate agi angoli umettati
della visione quando a briglia sciolta
torna alla stalla nel girabondare
rapito tra le tempie.
L'ombra sinuosa, palpabile di quei ricordi
protunde e si slancia come un girfalco
da un Duomo che t'inchioda il volto in alto.
Vi è via d'uscita? Sì, passando per essi.
Ma ti toccherebbero le spalle, con dita così fini
come il poeta le ha descritte. E andresti
al sacrificio turbato da quei guanti.
Dov'è quindi quella profondità di campo
che sognavi? Quello
stacco errato che ti avrebbe permesso
di ascendere a pensose solitudini?
Uno, uno solo è morto
così completamene solo. Le vesti delle statue
piangono petali di rose.




**


Se devi gridare al lupo fallo presto,
a guancia tenera, quando l'occhio
è umettato di acquetta cilestrina
tra due tende di salici del pianto.
Può darsi che ascolti.
Può darsi che gli strappi una promessa
di arrivare, non sai, ma solo quando
avrai alzato le tue torri in alto,
fin dove l'occhio arriva,da uno spalto.
Ti stupirà con il suo passo
moderato con brio, con il fracasso
tremendo dello spirito di uguaglianza
con cui la spunterete su ogni chiave,
tu il tuo passe-partout per ogni stanza.
Vedrai sovrani in bagno accoccolati,
tu stessa in ritirata, un elmo in testa
di forcute forcine, le stesse
con cui volevi infilzarti gli occhi
chiamando il putiferio: questi
e altri prodigi in una notte.
Lui si sciacquerà la bocca
a compito finito, e riprenderà il suo andare
dinoccolato, senza tema che lo sorpassi.
Tu lentamente guarderai all'indietro
dall'altra parte del castello, dove si apre
tutto il mondo: e vedrai l'infuriata
muta dei cani superare il fosso.




**



Allora, da bambina, non sapevo
spiegarmi il mio sguardo triste e attonito,
pensieroso e incantato. Era la vita
che portavo in braccio, un pacco
la ragione di quel peso.
Ora se ritorno a quello sguardo
passando per i neri salici, le pietre
incatramate trasudanti estate
da estate, per le rotaie
annodate in un mucchio,
lo sguardo si riempie del mare del passato
che non riesce a colmarlo, quanto
quello che allora aveva avanti a sé la Morte
senza che mancasse un granello, un solo granello
di pianto, un sorso d'acqua strappato alla bottiglia
posta ora come lente
tra le cose viste, sfumate
e l'incolmabile distanza
da quelle che mai potrò vedere.



Marta Fabiani (1953-2014) ha pubblicato, tra l'altro, le raccolte Maratona (Cooperativa Scrittori, 1977), Le Nanerane (Ed. Il gatto dell'Ulivo, Balerna, 1988) e Ballate dell'odio e del disonore, /Manni, Lecce, 2002). Ha curato e tradotto l'epistolario di Sylvia Plath e liriche scelte di Christina Rossetti. È stata  autrice di numerose commedie radiofoniche per la Radio della Svizzera Italiana. Ha studiato danza e recitazione con grandi maestri con Herbert Berghof e ha portato le sue poesie in teatro.




mercoledì 11 marzo 2015

Alessandro Fo


Gli ingredienti della poetica di Alessandro Fo ce li indica molto bene Cortellessa ne La parola plurale; in sintesi (e svirgolettato per agilità blogghiana): un crepuscolarismo intenerito che si combina con un virtuosismo spesso inesibito, un’attenzione alle cose minime, carezzate secondo l’insegnamento di quell’Angelo Maria Ripellino del quale Fo è stato curatore per l’Einaudi. Una poetica enunciata, come ci ricorda ancora il critico romano, in Argini all’entropia, una delle prime sue poesie edite (1988), dove si dice che al poeta compete di ricondurre “a unità lineare” la realtà “scomposta e piegata”, ma non per finzione o esercizio consolatorio, bensì per amore, per quello spirito compassionevole verso il destino caduco degli esseri, che impone la scelta del salvare nella pagina ciò che il tempo sta macinando. All’etica civile, pubblica, al dissenso schierato ideologicamente, Fo preferisce dunque il sussurro esistenziale, che non prende di petto l’ingiustizia o il malaffare perché, in una prospettiva più radicale, non ci sono responsabili assoluti al corso naturale di ogni cosa, leopardianamente consegnata al proprio finire, all’estinzione. Più che una scelta alessandrina, di manierata fuga nel bello per consapevole decadenza epocale (Cortellessa: “L’ultimo discendente di una schiatta letteraria illustre quanto minoritaria: quella degli alessandrini moderni”), a me pare che Fo, appunto, dialoghi con l’impermanenza intrinseca al divenire, con quei gorghi commisti di pieni e di vuoti, di sentire e svanire che è vita dei mortali, così come si dà nel tempo storico sin dal principio. E se età dell’oro è rintracciabile, questa vive nell’attimo fuggente, se sappiamo coglierne la tenerezza o, come direbbe Montale, l’occasione che salva.

Mancanze (Einaudi, premio Viareggio 2014) è un catalogo di presenze semitrasparenti eppure umanissime, colte nel loro passare e salvate con la parola poetica, ma anche con la creazione di un cielo non inquisitorio, per quanto imperscrutabile, vicino ai terrestri. È un cristianesimo francescano che suggerisce il dettato a queste liriche, il pane da condividere con gli angeli, in una comunione sospesa, come le viandanze di Chopin, che in questo libro diventa maestro di stile, per tocco leggero ed estrema dolcezza, per la capacità di dare sostanza all’impercettibile e all’impalpabile. Quest’ultimo assunto piega anche l’intenzione originaria di arginare l’entropia con strutture sintattiche quadre, per darle scacco, invece, in un dettato franto, mimetico all’aleatorio vorticare del senso, che forse, pare suggerirci il Fo più maturo, non si consegna al caos entropico, ma piuttosto verticalizza in un mulinello arioso e centripeto, che, plotinianamente, dal cuore sale a Dio, dalla pietra all’Uno. In questa prospettiva, compito della poesia non può essere dar conto dell’indicibile, ma far parola dell’esperienza finita quando questa tende all’indicibile, quando lo presuppone per riconoscersi sensata. E ogni esperienza può essere fondamentale se chi la compie ne coglie la tensione tra finito e infinito. Eppure non può esserci perfetta linearità continua in questo; ne consegue che ogni vivente sperimenta su di sé le lacune, la corruzione, le “reliquia desiderantur”, le mancanze, appunto,  con cui il tempo storico inevitabilmente impasta la realtà, tenendoci così in bilico tra fallimento e speranza di ricomposizione.


La ricerca del senso ha tuttavia un’altra dimensione, l’orizzontale, che si traduce in Fo nel costruire una rete di citazioni, di legami partigiani fra uomini magni ed esistenze minute, accomunate dall’essere state attraversate dal sentimento di quel bilico, figure di un eroismo della consapevolezza e spesso conosciute dal poeta attraverso i libri, come ci spiega l’appunto che chiude Mancanze (tali sono per esempio i canti dedicati a Chopin, nati dall’amore per le sue sonate, ma anche dalle suggestioni di Andrè Gide sul compositore polacco e dalla biografia sul medesimo di Jaroslaw Iwasztkiewicz). I riferimenti colti, se letti in questo modo, non disturbano in quanto sono connaturati alla poetica della relazione, del dialogo fra i vivi e i morti, al sentirsi parte della comunità degli affetti, il cui lascito ereditario, nel profondo di Mancanze, consiste nel tramandare la lingua e i suoi tremori, l’esperienza e la sua inenarrabile contiguità con il silenzio.

martedì 3 marzo 2015

Mario Benedetti, "Tersa morte"


Mario Benedetti, con Tersa morte (Mondadori 2013), mette in crisi l’implicito di ogni buon libro di poesia: quello sfondo che un corpo si porta dentro, nella forma della memoria luttuosa e della malattia, e che infetta la parola, ma non la annienta, anzi la fa splendere nell’ombra del lettore, rinvigorendone la promessa. Così era stato, in lui, sino a Umana gloria. Questo libro – radicalmente impoetico sotto questo profilo –sprofonda invece completamente nel nero, nella malattia e nel lutto, ma senza mai risalire, o raramente, spegnendo quella luce, che fa dire per esempio a Mario Luzi, rivolgendosi alla poesia: “Tu dammi il tralcio dei ritmi / il festone frondoso delle cadenze”. Dammi almeno il sorriso di Dioniso, se il senso ultimo delle cose è perduto.
A parlare, in Tersa morte, è invece una voce senza sostanza, “una voce qualunque” ridotta a nome, la quale ci ricorda, sottotono, che “non importa quello che si vede, non importa / quello che si dice o quello che si scrive”, perché nulla resta, nulla dura, se non la morte, che fa piazza pulita di ogni scoria. E tutto è scoria: case, città, epoche, ricordi, tranne gli affetti, ma che ora sono perduti, sprofondati nel nulla, inavvicinabili se non da un “sosia” che è memoria incarnata e inappartenente, “tempo portato addosso”, ugualmente infelice. 

Niente sorride in questo libro, niente si salva, abbiamo detto; non tuttavia per mimetismo metodologico, secondo il quale se l’oggi è un tempo morto, se l’essenza dell’apertura storica, di cui siamo parola e gesto, è sprofondata nel nulla, se s’intomba nel più scuro non-senso, la poesia dovrebbe, per imitazione, smettere di cantare, essendo appunto il presente già estinto e vuoto. Se fosse questo il presupposto (lo fu nella Neoavanguardia) sarebbe l’esaurimento storico a chiedere l’esaurimento del discorso poetico, la sua afasia radicale. Un esaurimento del senso, dunque, ma non del soggetto che lo pronuncia, se non altro nella posizione di sopravvissuto, di colui che racconta la maceria, che la mette in atto da una posizione fondata, per quanto precaria. Con Tersa morte il presupposto cambia. Se in Umana gloria questo annientamento dello spazio-tempo terrestre era in parte tenuto lontano dalla pietà creaturale, adesso il risucchio annichilente messo in opera dalla morte è tale da ricondurre ogni essere, dentro e fuori dal libro, a ente inanimato o muto. Anche il lettore scompare, almeno nella sua funzione di soggetto interpretante. Ad  esso spetta al più il compito di certificare l’avvenuto trapasso di ogni vivente dall’organico all’inorganico, “dal sangue, al sasso” direbbe Caproni, ma non ha appigli per rivendicare il diritto al disappunto, tanto è travolto dall’aurea mortifera che pervade ciascuna poesia. Il poeta stesso scompare, consapevolmente: “Sono questo, questa mortalità / che mi assedia, che si concentra / negli occhi, nelle mani. Intorno / sono mute le cose, le facce / che si muovono senza motivo, / e sento dissolvermi tra questo”.

La parola, dal canto suo, si arrende spesso all’indifferenziato, anche stilisticamente, attraverso una paratassi piana, che non è più solamente la cifra stilistica del poeta, come nei libri precedenti, ma inerzia di una voce che tenta di resistere all’annientamento. E questo capita perché l’unico soggetto, l’auctor fondante, qui, è la morte, tersa da ogni scoria; la morte e la sua solitudine infinita, la morte che parla a se stessa, in una circolarità desolata. Il suo essere soggetto ha infatti il modo dell’assoluto, del nient’altro-al-di-fuori-di-me. Il soggetto umano, invece, in quanto finito, si dà nel suo essere-relazione, nell’essere chiamato nell’aperto da un tu, che gli chiede ragione della sua opacità. Per questo motivo, la parola dei buoni libri di poesia cura i mortali dalla malattia dell’assoluto, aprendo al possibile, al non-ancora, all’imprendibilità del tutto terso o del tutto opaco. La morte a cui invece presta la voce Benedetti è, come appena rilevato, omnipervasiva e non ha parole da condividere con nessuno. Nemmeno con il poeta, assediato e convinto, dalla morte stessa, non solamente della propria inutilità, bensì della stessa possibilità autoriale, consegnandoci un libro che paradossalmente nessuno ha scritto: “Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia / […] / E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta”. Scompare la poesia, l’autore, il lettore. Rimane la morte, padrona del camposanto, al quale essa stessa ci ha invitati, ma per imbavagliarci. Bravo Benedetti quando riesce a prendere come un tempo la parola, a resistere alla tirannia della morte, rigenerando così lo spazio dei viventi, ripopolandolo: succede quando nomina le cose, le persone, i luoghi, colti in piccoli gesti quotidiani, in spazi ordinari, dove la natura e la civiltà, seppur martoriate, alzano ancora la testa e dialogano con noi, con i nostri lutti e le nostre memorie infrante. In queste occasioni, la radice friulana del poeta si sente e va benedetta.



Da Tersa morte (Mondadori 2013)



maggio 2010


Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero
prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo
portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.
Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.
Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi.
Tutto è una distanza sola. Le fermate sono da rimettere a posto.
Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo s’inscurisce nella forma
di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.
Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello
o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.



*

Vado nell’aprile del duemila e dieci
quando la casa era nostra, e l’asfalto,
i fili della luce, le montagne, il sole.
Nessuno ci vedeva e noi vedevamo tutto.
Era il segreto di ognuno per vivere.
Cade quella primavera sulle suole di neve
con il peso di tutti i miei anni:
un bianco pestato in un amaro sale grigio
la sola immagine, il mio corpo di adesso.



*

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.



*

3 ottobre 2011


Le parole non sono per chi non c’è più.
Si commuovono e possono dire il viso morto.
Gli occhi erano quelli che mostrava,
il vestito sepolto quello visto altre volte.
Vedere che non ci sei più, non dire niente.



*

Il sosia guarda, la vita ha deciso.
Vede gli ultimi giorni, si vergogna di scriverlo.
E’ avvolta nella coperta sui piedi,
il figlio senza lo stomaco mangia i pezzetti di trota
sulle scatole dello yogurt medicinale.
Giocato a carte nel bar del paese. Non visto il due.
Bevuto il caffè con la diarrea refrattaria.
E’ una storia per tutti questa morte.
Nella casa il sosia tocca le dita della madre
dicendole che il figlio è morto. Dopo la pleurite
un mese prima di compiere gli anni lei
ha detto: anch’io e la nostra casa non ci siamo più.



*

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c’eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C’erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.


Mario Benedetti è nato a Udine nel 1955 e vive a Milano.
Ha pubblicato le raccolte I secoli della Primavera (1992), Una terra che non sembra vera (1997), Il parco del Triglav (1999),Borgo con locanda (2000), Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2008), Materiali di un'identità (2010). Ha tradotto l'antologia poetica di Michel Deguy, Arresti frequenti (2007).



martedì 17 febbraio 2015

Luisa Pianzola, Inediti


In questi inediti di Luisa Pianzola sento l'abbraccio alla calda vita, per quanto lacerata dai bloody Sundays, e una scrittura che cerca la comunicazione sciolta dagli intoppi retorici, ma non troppo: l’enjambement tra secondo e terzo verso della prima poesia, “gaia / fratellanza”, ci riporta subito negli snodi cari al montale degli Ossi e aa molti altri poeti del secondo Novecento, che disarticolano i sintagma nome-aggettivo per meglio essere fedeli ai rumori e alle crepe di fondo del secolo.
La tradizione come fratellanza, forse, la relazione con il tempo della parola già data quale imprescindibile pane su cui fondare la possibilità di una lingua piena d’umori terrestri. Una lingua capace di trattenere fra le sue maglie anche il “nulla / che si protende poco oltre la spiaggia”, consapevole che altro non c’è, se non il “chiarore infinito” e irraggiungibile, la suggestione vaga e indeterminata del non-ancora, ma priva dell’assoluto leopardiano e di certo compiacimento sentimentale. Certo l’ingenuità non pertiene a questo canto, il quale semmai, con vigor rude, si muove tra saggezza e amara constatazione che tutto è consegnato alla morte. Verità che si sopporta recuperando un fanciullino vagamente pascoliano, una leggerezza che sa di memoria e orco e benedizione. Versi maturi, dunque, questi di Luisa Pianzola, lavorati a lungo, prima dalla vita e poi dal mestiere, che non prende mai la mano, bensì retrocede un attimo prima di diventare artificio, fa un passo indietro affinché ci sia spazio anche per noi, che siano nella stessa zattera, tra luce e tenebre, e senza patria. La chiave di lettura è perciò esistenziale, piccolo testamento di “quella che non crolla” e che riparte dopo una manutenzione ordinaria del sistema, probabilmente lunga e dolorosa.



Manutenzione ordinaria (Inediti 2015)



*

Bella vita che passi
dal mormorio infantile alla gaia
fratellanza agli scontri quasi adulti
bella vita di pane
e menta, di suoni e significati chiari
bella domenica
pure la bloody sunday che spaccava
e il sudore e l’energia buona
delle gare campestri

ti ho ritrovata, cara vita
e non ti cerco, ma ti somiglio.




*

Il tempo è un servo silenzioso
che consegna la comanda con lentezza
ma al punto di arrivare svolta all’improvviso
e tu non sai più di che ti piaceva saziarti
allora rifai l’ordinazione, ma il sapore è cieco
il ricordo non soddisfa
pronunci scandendo a chi non sente
con leggerezza arrivi a sperare che l’ora del pasto
passi in fretta.




*

Venite giù con me
alleniamoci insieme a questo nulla
che si protende poco oltre la spiaggia,
se vogliamo trovargli un luogo
oppure nell’androne di casa mia,
il tuo ritiro amichevole.
È tutto ciò che abbiamo nell’età piccina
delle risorse serali, dei fantasmi
di piccolo cabotaggio.
Da qui ci assale un chiarore infinito.




*

Perdere il contatto a poco a poco
simulare un dolore ma nell’ombra
chiedersi allora perché
e se c’è da scrivere anche poco
anche dopo letture immani, saperla intatta
la parola, la panacea diurna.

Registro questa fine e ciò che va detto
qualcosa di anodino e informe
una lecita preghiera al contrario
onda ancora senza nome che rischia il crollo
a magnitudine zero.




*

Resto quella che non crolla
ma nemmeno sale passo passo
resta un nome non mio
da urlare a mezza altezza, a medio termine
l’unica è attenersi alla regola
del bar sotto casa la cui magìa consiste
nel liberarti invisibile dalle scarpe di cemento
che prontamente indossi ogni mattina.




*

Sapremo accogliere nella morte
anche Raffaella, che se n’è andata
con le sue sciocchezze
la accoglieremo nel tribunale dei piccoli
e dei graziosi, dopo una lieve istruttoria
la terremo ancora un po’ con noi
a non capire, a scaldarsi al fuoco
a non tremare per un nonnulla.




*

Il racconto si espande oltre i confini
del monitor e un paesaggio rupestre,
un’istantanea marina, un sogno offuscato
di prime albe ti sfiorano ti svegliano
e riaddormentano, srotolando
un bandolo di esordi sconosciuti.

Terreno viaggio mio, eccoti all’erta
affamato di partenze anche false.




*
Certe sere sento la libertà molto forte
si capisce dal suono quasi nullo
degli orologi e del traffico in sottofondo
che si azzera.
Le braccia temono una sparizione
ma in quel momento di libertà assoluta
credo cieca la traiettoria del proiettile
che pure qualcuno ha in serbo per me
e le cedo volentieri il passo.




Luisa Pianzola (Tortona 1960) è poeta e giornalista, laureata in storia dell’arte contemporanea. Libri di poesia: Una specie di abisso portatile (in uscita per La Vita Felice), Il ragazzo donna, La Vita Felice 2012, nella classifica di qualità di Pordenonelegge 2012; Salva la notte, La Vita Felice 2010, selezionato da Dedalus-Pordenonelegge tra i libri di poesia italiani 2001-2011; La scena era questa, LietoColle 2006; Corpo di G., LietoColle 2003; Sul Caramba, Sapiens 1992. Plaquettes: In un paese straniero a volte ospitale, Fiori di Torchio 2013; Miniserie, Da>verso_coincidenze, 2013. Cocuratrice de Il Segreto delle Fragole 2006, LietoColle, suoi testi sono usciti su riviste, siti online e in varie antologie. Alcune sezioni di Salva la notte sono state tradotte in inglese da Anthony Robbins per “Conversation Poetry Quarterly”, 2012, e in francese da Angèle Paoli. Ha collaborato con la rivista letteraria “La Mosca di Milano” e cura per LietoColle la collana Serre di Poesia. Sito internet www.luisapianzola.it.