mercoledì 7 dicembre 2016

Cristina Annino su “Naturario” di Antonio Bux

Con questo libro felicemente denso, dal titolo Naturario, uscito nella collana “Il gabbiere” per le Di Felice Edizioni di Martinsicuro (pp. 400, euro 15), Antonio Bux ha provato, con indubbio coraggio morale, a bruciare lo spazio, il tempo, andando contro al proprio stesso inconscio, organizzando un'architettura metafisica, applicando all'ipertrofia del reale grafico l'irrealtà dell'immaginazione e dell'esercizio poetico. Con impegno dunque totale, Bux si abbatte tra le macerie di un muro di cinta tanto vulnerabile, quanto indistrut­tibile, per poi tornare all'energia del quotidiano, e travasarla in versi.

Tutto questo lavoro significa, ovviamente, porsi dei problemi, e in modo talmente serio, da non poter non riconoscerne l’importanza, soprattutto la novità; penso che il suo lavoro poetico dovrebbe essere degno di un’attenzione superiore all’impegno critico rivolto a tanta poesia contemporanea. Perché queste poesie di Bux costruiscono la volontà appassionata di attraversare il proprio labirinto d'uomo, uscendone vivo, e forse migliore. Qui non si parla di cose lontane anni luce o incomprensibili ai più. Nessun giro a vuoto di parole ricercate per spazzare via l'incongruo che c'è in noi, ma vi scopriamo l’encomiabile sfrontatezza di offrirsi malato, malandato alla comprensione nostra e altrui, arricchendoci tutti di una possibile verità.

Mai come in questo libro ho creduto di capire il perché di un’azione così sovversiva ai li­miti del masochismo, ma tanto lucida nel dimostrarsi poi, definitivamente e con rara forza etica, polvere.

Cristina Annino



Quindici poesie da “Naturario”


FINE D’INCIPIT

Ero piccolo e vedevo gli alberi
parlare alle persone
nessuno rispondeva ma c’era
un bambino, si illuminava
in mezzo ai cespugli
credo fosse armato di cielo
era molto distante
a un certo punto smise di far luce
nel buio calpestato ricordo
gli alberi
cominciarono a dirmi


TUTTE LE MORTI MENO UNA

Tutte le morti meno una sorridono
se dentro di ognuno la vera morte
arriva al sorriso più puro dell’anima
terrena che si lascia; ed è vero ciò
che lascia ed è falso, per questo sorride
con la smania lontana di chi se ne va
sorridente alla morte in un principio;

sarebbe troppo grande, ferirsi così
e poi con l’orgoglio chiuso altrove
dare un sorriso speciale ad ogni morto
che passa e salutarne la fine, venuta
a noi onestamente come un cielo
piovuto dormendo, o un volo
nella rondine dell’occhio la sua
oscura alleanza


I SORRISI ALLUDONO A SATANA

Troppi sorrisi lasciati a inventare
i sorrisi alludono a Satana
Dio e il mare non sorridono e una donna
se sorride è perché persa
nella bara perfetta della carne
ma la carne sceglie di vendicarsi
ci sono demoni a tutte le latitudini angosce
che vibrano tra i desideri
il meno che non vediamo eppure muove
nei cunicoli ed è morte
senza dominio il bacio
è morte che sa indovinare
allora domandare baciando il cielo
il cielo mitico, pre-atlantico, il potente
demone socio del creato
che sorride con gli angeli impiccati
domandare se lassù
tra gli spazi a noi arresi
e che mostra noi infiniti
non è che una spalla il suo universo
girata dappertutto


RITO DELLA PRIMA SPECIE

Tu, che non sai aspettare,
consacrati al rito della
prima specie. Tu che
bastonato da te stesso
non vedi il bastone
che ti compie. I cieli
non ti sono più devoti,
poiché niente arriva
al di sotto, sgranato,
aspettando l’insieme.
Prepara, allora, la tavola,
prendi l’acqua, e poi dividila
dal calice. E nella mano
contenuta piega il pane
contro l’aria. E chiedi
all’acqua e al pane
come si sentono, se sono
come l’aria. Chiedi loro
se possono diventare vino.
E porgi il calice vuoto
contro la mano. Sussurra
dentro il buio le poche
parole che ricordi. Queste
serviranno ai più poveri.
I più poveri sanno aspettare


SE TI GUARDANO LE LUCERTOLE

Se ti guardano le lucertole
vuol dire che sei morto
e se sei morto come una pietra
levigata dal dolce sonno
al sole non muori e stai lentamente,
lentamente ignifugo
infestato dai funghi dell’espressione,
ancora permesso
di stare a tuo agio tra le flore, tra i panorami
nella perfetta moltitudine, lasciato stordito
dietro lo schermo dei vermi

continueranno le tue ossa a vivere l’ombra
e le parole, che tu guardi e non sai
continueranno le solitudini del corpo, le striature
perché parlare il tuo muovere l’ostacolo

se camminando sai di tacere


VIVO TRA LE NEVI FOSSILI

Ricorda il ciarpame. Riconcilia
la tua carcassa in putrefazione.
Ti caveranno le esche fuori
dagli occhi. Le bave dei protetti
scalderanno i pianeti, ci saranno
superstiti fritti, idee come alveari.
Poi volando, ricorderai il non volare
e i tuoi minuscoli fori, respiri bianchi
appesi alle pareti, come fossero
degli amici fantasma. In quelle ore
ricorderai confusamente. Le crepe
viziate al ritmo dei muri. E come
vanità dell’ombra, a penna farsi
strada tra i bisturi della condanna
la tua colpa d’oro. Anima tra le acque,
fluttui che oserai rischiare. Tornando
poi nelle carni, vivo tra le nevi fossili


L’ERBA POCA CRESCE A NOTTE

Nel grembo d’avorio della notte
giocano ai quarzi due gemelli
con gli zigomi simili con le gambe
simili e gli occhi di due
che si sono; e tra i quarzi una donna
uguali li lega, uguali li tiene contro il seno
e contro l’utero li figlia, uguali li strofina
a due gocce di seme dentro l’uno, dentro
la sua testa, gemella dentro l’ovulo diverso
delle gambe, così cresce o muore
l’uomo di quarzo nella notte

Fili d’erba comunicano.
Giovani, e sono esseri
sfilano come loro via
il vento, o forse in sfida
con chi non sa. È tradire?
Per questo prosciugano,
se danno via il sale,
le resine ancora fresche
o il fiato degli occhi,
per il vuoto mancare,
per soffiare via eterni?
L’erba poca a notte ricresce.
I figli dei lampi sono soli.
La luna nei lembi trasforma
ogni tenebra umana
ricambia, di non vita


E VEDO IL GHIRO NELLO STRANO LETTO

Sogno sempre ad una certa
ora del tramonto qualcuno
che viene a sognarmi accanto
un sogno nuovo, di sempre.
Ripete la mia stessa domanda:
se è il tramonto che ci sogna
o forse il sogno del tramonto
cos’è che viene, ad una certa
ora per farci svegliare? Forse
solo qualcun altro, di lato,
che tramonta

E vedo il ghiro nello strano letto
dorme con me tra i denti addormentati
dorme e poi muore al mio risveglio
ed io sono ghiro, mi sogno alzare il cielo

e se torni da me lo strano letto cade
se tu ritorni io sono ghiro e tu non dormi
e scompari tra le fodere tu sogni i miei deserti
le foreste disabitate dove i ghiri mutano

in uomini ma se tu torni in me c’è un ghiro
bianco, un uomo di tessuti un invertebrato
nel tuo silenzio c’è un uomo che ti ama
e un ghiro alla lontana che odora del tuo bosco


API CHE NON ESISTONO

Volano api attorno incessantemente volano
anche a sera dentro il miele rimasto degli occhi
ma non sono api, non sono insetti né sono gialle
forse luci forse notti rimaste appese per sbaglio
dentro agli occhi veri o in un abbaglio precedente.
E mai che se ne acchiappi una, di ape maledetta
mai che si fermino gli occhi o la luce di questi
ronzii notturni a sciami di bestie che non esistono.

Ma volano intorno, volano azzurre volano mentre
l’io scriteriato un banco di nebbia adulta


TEORIA DEL LUPO INDIRETTO

C’è un lupo che ognuno cova
lontano da sé ma per davvero
tra i denti. In qualche luogo
più solo di dentro in un vago
momento si rizza di vita.
E non è paura, desiderio di fare
ma vista del bene mancato
ciò che dilania alla luna e che
nella luna manca guardando.
Cresce di lato, laggiù nel corpo
completo della fame: al vibrato
del male instancabile il ghigno.
E così d’ululato stimola e danza:
in un azzurro lontano il plenilunio
mormorato universale all’occhio
del comando umano innaturale.
Giostrare tutto allora di carne
senza il difetto o comando dal petto
ma in fitta di trame, il chiodo più lungo
che va di speranza, ficcato indiretto


IL SOLO AMORE ETERNO

La Madre Superiore è nei campi,
il dio del Perdono la coltiva. Cresce
nelle notti i suoi frutti, li cresce
per i figli spaventati. Ma negli astri
lontani e nelle viti, nei grani oscuri
per due uve di sogno altre madri
erose vedono uccelli. Come i voli
sognati bambini, come sugli antichi
precipizi dove gli angeli dormono
segreti quella semina. La semina
del nuovo giorno, nel sole dimentica
ogni madre e rompe dal nido. Il diavolo
celeste invece apre le mani, è la Madre
sotterrata, la mano che per noi smuove
il chicco disumano e la terra. E sarà
sera il pregare di una madre. Sarà
preghiera il suo morire, sarà l’ultima
sua rosa il solo amore eterno



INTERMEZZO

...e sarò io, in questo momento, tra dieci anni
o sarai tu, di nuovo a toccarmi i capelli, a dirmi
che le cose non sono più cose da tempo
che sono finite le ciocche dei versi
e che sarò ancora io
e sarò vecchio, o sarai tu nella testa
o forse un’illusione ripetere il mondo
più giovane o più presente, e sarò io
disteso oggi sul letto mentre accarezzo
una ciocca di me, dei miei capelli tra dieci anni...


QUANTO PIÙ DI BUIO FAI CORAGGIO E IL MARE

Quanto più di buio fai coraggio
e il mare, tu non puoi vederlo,
ma fagli coraggio e poi col buio
non più tuo forse tornerà più mare.

Quanto più di buio fai coraggio
e il mare, ora che l’ascolti e non è
mai stato tuo, ora che nell’eco
suo ti vedi, ora che diventi come il mare

quanto di più buio fallo e il tuo ricordo
senza il mare, forse è il tuo ritorno,
e come mai nessuno segui l’altra scia
ora che non vedi forse è lei che ti conduce


2.

Io non so se l’avorio supererà il bianco clandestino
della mia vita notturna non so se sarà daltonico
il vino o se la fantastica selva fiorirà dappertutto. E
tu non sai chiaramente la lotteria del capitato o del
fecondo dove combacia, se nella steppa
del materiale o se nell’imbuto del giorno. Come
non sappiamo il quadro dell’occhio quanti soli
frammenta al minuto, o se diventa tenebra
incinta. Ma io sogno di esser vivo se tu sogni
di esser meno. E se tu sogni di esser meno io vivo
del tuo sogno. Ma se nel sogno io rifiuto
il manto caprino, un volto esagonale si dilata. E se
non sogno più diamanti è per colpa del mestiere
che frantuma ogni promessa. Se tu non sogni
delle case o se non entri nei fantasmi allora è vano
il mio distacco. E se mia madre è stata un sogno,
una cicogna nera ora vola sul mio braccio e sulla
pelle. E se tua madre non è stata in grado di sognare
a cosa serve la preghiera che cosa stringe nella
pietra se non fa male la tua mano. Se la tua mente
non esplode quale miccia si commuove quale
fiamma cade invano ma gentile, quale ragno tappa i
buchi quale fonte cede i segni, quale mare attraversa
dentro. Se nella mano si conclude il sogno di una
vita è per forza d’ogni bene è per vincere la fame
di un povero caduto. Ma tu non puoi risolvere i nodi
se sei nodo, non puoi la spada se sei scudo, non puoi
girare vuoto il tuo divieto


DIO È IL SILENZIO

L’altro giorno ho scoperto
che Dio è il silenzio.

Come l’ho scoperto
ha parlato un’altra voce
di me, ed ero io
che zittivo.

Le piante presero a guardarmi
con la paura di essere
ascoltate. E così gli esseri
lucenti e il materiale terreno.

Parlavano capendo il mio
sguardo. L’ho scoperto
scrivendo più niente




Antonio Bux (Foggia, 1982), ha pubblicato vari libri, sia in italiano (tra i quali Trilogia dello zero, Un luogo neutrale, Kevlar) che in spagnolo (23 – fragmentos de alguien, El hombre comido). Traduce dallo spagnolo, occupandosi prevalentemente dell’opera di Leopoldo María Panero. 

lunedì 21 novembre 2016

Iole Toini su "Works" di Vitaliano Trevisan


Ho appena letto l’ultima delle 651 pagine di Works di Vitaliano Trevisan edito da Einaudi Stile Libero. Era da moltissimo che non mi succedeva: un dispiacere, come dall’aver salutato un carissimo amico, rimanere da sola con il vuoto che ha lasciato.
Pochi autori mi sanno entrare a bomba così.

Vitaliano Trevisan da oggi è a gran diritto uno dei miei scrittori diletti. 
Un libro *forte*, Works, tanto forte e coraggioso è l’autore da spiattellare tutta la sua variegata e faticosa vita (e quello che gli ruota attorno), comprese fragilità e debolezze oltre che sue, delle persone che incontra lungo la strada. Attraverso il filo conduttore dei tantissimi lavori assunti, Vitaliano Trevisan racconta la propria difformità dal mondo che – malgrado gli innumerevoli sforzi – non gli permette di mettersi mai in condizione di conformarsi, di adeguarsi, di entrare nel “giro”. Un uomo distante da quasi tutto, eppure enormemente dentro tutto.

Fra i molteplici impieghi, muratore, lattoniere, operaio di magazzino, commesso di gelateria, giardiniere, portiere di notte e altri fra i più disparati, faticosi, umili, sottopagati mestieri che piegano e piagano corpo, mente e anima, oltre ad altri meno faticosi fisicamente, ma non meno prostranti mentalmente, soprattutto per un uomo che non rientra in nessun schema, che non si adatta se non per necessità, che non può stare alle regole se queste vogliono dire venir meno a principi di una sana (più o meno, a seconda dei punti di vista) ribellione, che contraddistinguono una personalità complessa, solitaria, libera, e forse soprattutto per questo, quasi incapace di trovare un suo ruolo nella società.

Leggendo il libro, a tratti, ho sentito anche una specie di imbarazzo, quello che viene dall’origliare da una porta socchiusa. Ma la porta di Works è spalancata e bisogna metterci interi se stessi per poterne percepire il rumore fondo, assordante.

Una persona vera all’estremo, Vitaliano Trevisan, dove per estremo si intende il rischio di non riuscire a darsi un posto nel mondo. Un mondo che sappiamo essere impregnato di sovrastrutture, di ipocrisia, di miseria che Trevisan mostra spudoratamente con fatti alla mano, attraverso la sua mente accesa, spugnosa, ferocemente onesta nel guardare e nel guardarsi. Un uomo schivo, sconfinato. Una intelligenza che nutre leggendo e facendo, suo malgrado, esperienza di ogni cosa, dall’ambiente più degradato a quello più raffinato; in entrambi ha a che fare con un’umanità dove la meschinità non manca. E dove raramente incontra la purezza. Una persona dalla scorza durissima, eppure sottilissima; la trasparenza di uno sguardo che si contrappone ad un estremo distacco. Un uomo esposto, sempre in bilico, al limite della vita lungo la quale lui sembra non abituarsi mai a camminare.

Un lavoro (l’ultimo in termini di mestiere, mi auguro) – questo di Works – che è durato 5 anni, dal 2010 al 2015 - ma che in realtà gli è costato tutta la vita, fino all’ultima frase “Tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto d’invenzione.”.

mercoledì 16 novembre 2016

Marco Scarpa su "Ciao cari" e quanto viene prima


In occasione della serata di poesia Traversi incontra Pordenonelegge (Ca’ dei Ricchi, Treviso, 26 ottobre 2016), alla quale sono stato invitato, Marco Scarpa ha letto questa nota, che pubblico con piacere, essendo chiara e puntuale.


Sono passati trent’anni dalla prima pubblicazione di Stefano Guglielmin, un percorso di scrittura che ha attraversato diversi orizzonti, diversi scenari, diversi argomenti. Queste venti righe non sono dunque che un accenno di alcune linee della sua poetica. I suoi versi hanno attraversato il linguaggio della poesia, i suoi limiti e i suoi meccanismi, la sua storia e le avanguardie che l’hanno disinnescato e si incuneano tra i meandri della forma e del fare poesia oggi. Le prime raccolte sono maggiormente immerse in una scrittura di pensiero, densa, meditante, fagocitante per poi farsi via via più aperta. 

Non è una scrittura descrittiva quella di Stefano Guglielmin ma piuttosto allusiva, rintraccia ma non espone chiaramente, dirada, sfuma, riporta l’idea dello spaesamento dentro le persone, riporta vuoti di certezze e di identità. E questa dote di analisi avviene spesso grazie a una ironia sottile, grazie a citazioni, grazie a richiami di immagini e figure umane. 

Alcune novità di questo percorso emergono poi forti nell’ultima raccolta, Ciao cari, edita proprio quest’anno da La Vita Felice. La poesia mette in scena il privato, tra ricordi e lutti. Elabora la distanza storica ed emotiva con i cari affetti, siano essi familiari o letterali, poco cambia. Dove prima si procedeva per gradi di consapevolezza, ora la via è verso una riduzione, una sintesi, una trasparenza. Se prima scrivere era per capire o per esemplificare/spiegare ora l’obiettivo primario è accorciare le distanze, ricondurre a casa il vissuto. E questi molteplici ritratti di persone, alcune riconoscibili alcune più sfumate, tracciano una costellazione di possibilità dell’umano, una galleria di esistenze che da pochi particolari delinea una visione singolare e insieme globale.


mercoledì 2 novembre 2016

Giovanna Frene


Giovanna Frene, Tecnica di sopravvivenza per l’occidente che affonda, Arcipelago Itaca Edizioni, 2015, p.45 € 14,50. Con sei immagini di Orlando Myxx.

[recensione uscita su "Poesia", ottobre 2016]


Che cosa l’occhio vede se, come scrive Giovanna Frene in esergo del suo Tecnica di sopravvivenza per l’occidente che affonda, è un occhio “di vetro”? Che cosa c’è oltre quella sostanza vitrea? Esistono i fatti o non possiamo che giocarci il loro senso nelle possibili interpretazioni? Leggere Giovanna Frene, qui e altrove, significa far circuitare queste domande, in un esercizio ermeneutico che si muove nei gangli della Storia letta attraverso il principe machiavelliano, ossia quale conquista e conservazione del potere. In Tecnica di sopravvivenza il nodo eventuale si concretizza anzitutto nella catastrofe dalla Grande Guerra, in quel bivio che apre il novecento dei conflitti, della tecnica al servizio della distruzione di massa, sulla scorta tuttavia dell’archetipo che ha, nelle dinamiche di sopravvivenza della civiltà, il suo centro. “Liquefazione – sestina bizantina” lo dice in codice, là dove “piccolo padre” significa Attila, minaccia non definitiva per l’Occidente romano, che troverà in seguito le sue strategie di sopravvivenza meticciandosi con i nomadi invasori. E tuttavia, la prima guerra mondiale è mattanza differente, dove persino il reportage diventa interpretazione anzi, peggio, scientifica propaganda. La “sestina di Crimea” ci ricorda che fu quella guerra sabauda a inaugurare trincea e finzione, a ricostruire a posteriore i fatti, per ottenere il consenso: “Una quinta di fondamento / per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano: / quella che racconto ora, sanguina, dal bordo della scena”. E sono differenti, le guerre novecentesche, anche perché nessuno vince, se non l’umanità, quando eroicamente sfida il potere, non facendosi annullare, a costo di subire il martirio.

Chiariti gli antefatti, Giovanna Frene, tra geroglifico e collage (di frasi lette o sentite, di pensieri e cose incontrate, di esperienze familiari), ci racconta in seguito il suo viaggio nel primo e nel secondo conflitto, il sacrificio dei fanti e dei partigiani per un futuro che non si è avverato: “Noi non avremo il vostro perdono” recita amaramente la chiusa de “Il massacro del Monte Grappa”. E subito dopo, in prosa, ci spiega con nomi e cognomi alcuni drammi bellici accaduti nelle prealpi venete, terra madre di Giovanna.

Mai come in questo libro, la poeta attinge dal biografico, citando e autocitandosi, nel tentativo di intrecciare coralmente il tragico cui è pervasa la Storia, pensata, nel breve saggio che chiude il libro (e sulla scorta di Paul Ricoeur), come un’allegoria dell’opacità del vero, opacità che chiede perciò continuo sforzo interpretativo, resistenza per togliere la naturale vocazione alla scomparsa che hanno sia i fatti e sia il linguaggio. In questo senso, Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda è un libro di poesia civile, laddove l’aggettivo riferisce ad un Esserci essenzialmente storico, aperto al possibile e libero nella misura in cui comprende le strutture del potere, che lo abitano e lo lacerano dall’interno, e “dove essere testimoni o colpevoli deriva solo dall’esser nati in un luogo e in un tempo precisi”.

Biografica è anche la scelta di corredare i testi della prima sezione con alcune foto di Orlando Myxx, immagini dove le geometrie scure della cornice e le tonalità dolci e sinuose del soggetto, raccontano come la dinamica del guardare sia sempre un atto interpretativo in dialogo, spesso conflittuale, con l’oscurità e con l’assenza.




SESTINA BOSNIACA, O DEL PENULTIMO GIORNO DELL’UMANITÀ

ovunque andassi, la gente mi considerava un debole
(Gavrilo Princip)


I.

se anche andassi per una valle oscura, non temerei alcun bene, perché tu sei con me:
se anche andassi a ritroso, ritroverei il corpo esploso, la pallottola
per l’eternità, una pura paternità in prospettiva: in somma, un impero centrale

II.

…un proiettile non va esattamente dove si vuole: ma due su due sono un bivio
perfetto, imboccato a ritroso come per difetto, o per eccesso di zelo:
si spinge indietro la macchina fino al punto esatto del suo non-ritorno

III.

…devi vivere per i nostri figli: non sembra vero che il ritroso si ripresenti per caso, aspetto
di un gesto grave, vista la fragilità, che afferra al petto, non il posto accanto, vuoto
il vuoto, sussurrato nella corsa del corteo pasquale di famiglia, che ha i suoi Decreti
 [solenni, le sue Astuzie

IV.

come la storia: dobbiamo ricominciare tutto daccapo! il ritroso, il secco, lo sconcerto dei fiori
raccolto con stizza da chi si accorge che non si tratta di una tabacchiera, torna
indietro per cercare di smettere il calcolare, ma in un tempo incalcolabile

V.

…un tipico esempio della barbarie balcanica (…) ma in città non c’è alcun segno di lutto:
un tipico esempio della barbarie viennese, o più che altro europea, ovunque
ci sia musica, nessuno piange a ritroso per più di un quarto d’ora, da sempre

VI.

come sempre vivere attentamente in perenne mobilitazione, anzi
pensare finalmente a un’eredità biologica senz’altro fondamento,
dove un riformato non riformi mai davvero il mondo, ma solo sempre lo finisca





LIQUEFAZIONE - SESTINA BIZANTINA



…essere in sé quello che si è costruito, e allo stesso tempo
galleggiare in superficie. buio come un pugno, dai piccoli padri

presenti, sempre presente il carro del vincitore, la discesa
strategica con le armi degli altri, tutte o poco

per volta, l’invisibile forma un monolite stridente
con la sconfitta, e la rigetta diritta a Ovest come

occasione per rispedire indietro le insegne del principio
“Orienta la spada sul seme della vicina distruzione”

: detronizzato il diminutivo, e prima destabilizzano
ancora il vuoto infiltrando l’ignoto, e altro, e in alto

si perda il gioco universale di unire ciò che l’uomo ha diviso
smembrando piuttosto il mondo che il suo potere







STENDITI A TERRA – SESTINA DI CRIMEA


tutto ciò che si sapeva
rimarrà come eredità




…come spesso gli uomini singolarmente intelligenti, aveva un numero limitato di idee,
un numero limitato di supposizioni, per ogni singolo soldato steso a terra:
rifare il campo di battaglia, se non si può proprio tutta la guerra, girare
al largo da queste vere carogne repellenti, ricreare da vicino se non il morbo
del vero, il vaccino del veritiero: fare la carogna per intero, in sostanza,
dare la notizia non della mattanza, ma della “bellavista”:
vedi che il braccio non sia fuori retta con la testa rotta, assesta
il colpo definitivo al cavallo centrale, centra la vera carne
malata, prima che infetta: una degenerazione veramente battagliera
di una schiera di inermi frantumati, a sfondo perduto, una quinta di fondamento
per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano:
quella che raccolto ora, sanguigna, dal bordo della scena

[Su come nell’Ottocento si ricreavano a posteriori i campi di battaglia per fotografarli]