mercoledì 19 settembre 2018

Un po' di autobiografia del secolo scorso

Articolo, di Gianpaolo Resentera, uscito in un quotidiano locale nel 2002. Lo riporto perché è l'unico a riprendere la mia biografia delle origini, sconosciuta ai più.


GUGLIELMIN. NON SI È MAI DOVE SI È

[...] Forse la poesia non ha oggi che uno scopo negativo, in un mondo in cui le parole son troppe: di infondere malessere, di suscitare disorientamento nel casuale e distratto lettore, instillandogli il dubbio che le cose non stiano così come le gazzette bugiardamente assicurano ogni giorno con perseverante malizia. Ma farlo non in una prospettiva ideologica, o, peggio, politica, come pare facessero Nanni Balestrini o Elio Pagliarani, quasi si trattasse di una lotta contro il sistema. No, niente sistemi da abbattere, solo servire modestamente la verità dell’uomo e dire le cose sgradite che ormai nessuno dice più. Per esempio: «S’invecchia, si muore, sai? Intendimi: non gli altri soltanto, ma noi, ma tu…»; oppure: «Le passioni, eh, caro, svaniscono, e spaesata parola è l’amore, oggetto feriale e disadorno in un paesaggio oggi più che mai dominato dall’estetismo di Krizia e compagni…».
Forse allora le cose stanno anche peggio. Non è la scarsa leggibilità dei poeti d’oggi a togliere lettori alla poesia. Infatti non è che la riforma liturgica abbia fatto ritornare le folle alle chiese. È che sono parole sommamente sgradite quelle sillabate dal poeta, il quale è solo un prestavoce: c’è chi dice all’inconscio, c’è chi dice all’Assoluto…
Quale sia la verità, questi pensieri, davvero poco allegri, mi ha prodotto l’incontro con Stefano Guglielmin, pur più giovane di me. Mi è parso infatti di capire assai bene la posizione senza sbocchi del suo essere poeta. E tuttavia egli mi è parso ben determinato a perseverare nella quotidiana operazione della testimonianza.

2.
Nato nel 1961, originario di Magrè, da ragazzo o poco più Stefano Guglielmin praticava il mezzofondo con l’Emar di Mirko Gresele e voleva inserirsi nel mondo dello sport: un diploma qualunque e poi frequentare l’“Istituto Superiore di Educazione Fisica”. Ai geometri però, quando già la sua adolescenza spingeva all’involuto e alle letture che t’illudono spiegare gli enigmi con lo svelamento dell’inconscio, trovò un’insegnante che lo indirizzò a letture anche più costruttive. Fu così che per merito di Lilia Pino, finite le superiori, Guglielmin seguì i corsi filosofici del “Liviano”, fino a laurearsi con una tesi sul pensiero debole in Nietzsche ed Heidegger.
Ormai però da tempo le scuole s’erano assiepate d’insegnanti. E dopo la laurea egli non ebbe il coraggio d’insistere. Invece di attendere il suo turno pur d’insegnare filosofia, si adattò ad entrare nelle graduatorie di lettere. Ne derivarono i passati 9 difficili anni, mandato a insegnare lontano da casa, in sedi diverse ma sempre disagiate e di poca soddisfazione: ogni ottobre assunto, ogni settembre licenziato.
Abbandonato lo sport, per socializzare gli restava la musica, studiata per merito del nonno, Piereto Guglielmin, il quale si era fatto un nome suonando il violino nelle orchestrine e il violoncello nei matrimoni. Il nipote invece suona il pianoforte, ma da 6 anni fa anche parte del “Danny Rose”, un gruppo rock nel quale suona il basso elettrico.
Prima ancora però ci fu la poesia, un modo forse più nobile ed elitario per sciogliere o sublimare i propri nodi esistenziali. Debitore com’era delle sue letture freudiane e degli studi sul rapporto linguaggio-essere, non poteva che scrivere in modo illeggibile, anche perché c’erano già dei modelli, ammiccanti dalla loro marginalità, a professare l’affascinante (per un giovane solitario) avanguardismo della poesia come lotta al linguaggio istituzionalizzato, profeti disarmati ma ben determinati a combattere il sistema con la pratica di un trobar clus tra i più serrati. Forse qualcuno ricorderà i Novissimi e il “Gruppo 63”.
Marginale alla cultura “dominante” in città, Guglielmin vide in quel tipo di militanza la sua strada, sicché anche quando entrò a far parte degli “Amici della Poesia”, circolo animato da Danilo Faccin, non poté che restarci pochi anni, collaborando però, oltre che ad alcune antologie (Certo la pioggia, 1986), a qualche attività pubblica. Sua è l’organizzazione di una mostra delle riviste italiane di poesia, di cui nell’87 riuscì a portare a palazzo Toaldi Capra un centinaio di esemplari. Mostra andata deserta, com’è immaginabile…
Guglielmin, il quale nell’85 aveva pubblicato la sua prima raccolta (Fascinose estroversioni), accettò l’isolamento, cercando fuori di Schio qualche contatto, qualche colleganza, anche partecipando ai premi letterari, selezionati tra quelli dalle giurie di valore. Nel ’90, dopo aver pubblicato Logoshima (1988), colse il successo più significativo, vincendo con una silloge di 10 liriche il premio “Poesia” di Cologno Monzese che aveva in giuria, insieme con i più giovani Milo De Angelis e Roberto Pazzi, Giancarlo Majorino e Maria Luisa Spaziani. Subito dopo una sua poesia sonora, costruita insieme con Giacomo Bergamini di Arzignano, fu accolta nel n. 21 di Baobab, rivista diretta da Adriano Spatola.
Oggi Guglielmin ha momentaneamente detto basta alla poesia. C’è nel cassetto una raccolta (Le parole che al vento) con gl’inediti di un quadriennio (89-93) che Jolanda Insana gli ha promesso di pubblicare. L’autore me ne ha parlato come dell’opera più matura, più importante. Divisa in 3 sezioni (Dell’angelico, Dell’erotico, Del dolore) è una storia d’amore esposta da 3 voci, narranti in 3 stili diversi. Abbandonata ormai la ricerca linguistica dell’avanguardia, Guglielmin è convinto di aver superato la frattura tra lingua materna e italiano attraversando in modo sperimentale i linguaggi della nostra letteratura. Così, senza riecheggiamenti ma per via allusiva, ha trovato la propria voce.
Nell’attesa della pubblicazione, da 3 anni Guglielmin si è intanto indirizzato alla prosa ed ha già scritto 2 romanzi. Il primo, completato nel 93 in 110 pagine, s’intitola Buon Natale, bambini!; il secondo - Il giardino di Shaiho-Jo [finalista al premio Calvino del 1996, n.d.r.] - è appena finito ed è lungo una trentina di pagine in più. Di entrambi ignoriamo la trama e la scrittura; sappiamo solo che ora l’autore sta dandosi da fare con le case editrici per “collocarli”.
Lasciandolo, gli abbiamo augurato buona fortuna: per i figli, c’è, alla peggio, l’orfanatrofio: ma per gl’inediti?

3.
L’idea che sta alla radice degli studi raccolti da Stefano Guglielmin sotto il titolo di Scritti nomadi è chiara ma niente affatto allegra: è la solitudine la caratteristica intima dell’uomo. La differenza tra il passato e la modernità (o la postmodernità, cioè l’oggi) è che nel passato Dio non era ancora morto nel cuore e nella mente dell’uomo, per cui l’uomo trasferiva il proprio senso, la ragione della propria esistenza in Dio e a lui faceva sempre riferimento, col rischio che il fideismo annullasse razionalità e responsabilità. Posizione decisamente difficile da sostenere, se non con un forte equilibrio tra cuore e ragione, tra fede e ragione (Agostino, Pascal). Cresciuta patologicamente la ragione (Umanesimo? Illuminismo?), le lamentele del cuore sono state tacitate, in quanto l’uomo tentava di farsi dio a sé stesso. Da qui invece le tragedie dei vari totalitarismi otto-novecenteschi. In fondo, il dramma dell’uomo moderno è che, avendo dissociato la libertà dalla verità, si è trovato in mano un attrezzo inservibile e nel cuore il totale spaesamento: perché mortale era prima e mortale è rimasto anche dopo. Insomma, come aver gambe e non aver terra sotto i piedi.
Il merito del libro però non deriva solo dall’utilità che se ne può ricavare per una interpretazione sistematica, quantunque univoca, di vari autori del Novecento sia italiani (Campana, Fenoglio, Calvino, Volponi, Sanguineti, Giuliani, Porta, Balestrini, Zanzotto ecc.) sia stranieri (Camus, Beckett, Ionesco, Borges, Trakl ecc.). Questo vale per chi s’interessi di letteratura in senso professionale. No, c’è un altro merito, che per me vale di più ed è che il libro è legato da un resistente filo d’oro, fatto ad un tempo di coerenza e di nobiltà. Voglio dire che nella ricerca di Guglielmin - personaggio socialmente defilato - c’è stretto rapporto tra esistenza e coscienza: egli vive coerentemente la propria condizione, non importa se ad essa è arrivato passo passo, oppure per folgorazione agnitiva (quasi una Damasco all’incontrario, così ben descritta da Montale in Forse un mattino andando).
Dalla drammatica e immedicabile scoperta di essere «un altro» perfino a sé stesso, ecco le quotidiane lacerazioni, vissute sotto il profilo esistenziale (solitudine, spaesamento) e sotto il profilo creativo (il “più in là” della parola) e analitico, sezionando l’arduo simbolismo della letteratura dell’oltranza. L’altra cosa che apprezzo di Guglielmin è che non per questo sente ingiustificata l’opportunità del dialogo e dell’attenzione, perfino della compassione. Lui lo dice in modo meno semplice, ma il concetto è chiaro: essere «un altro» col desiderio di essere «in altro», avendo cioè in sé stessi una propensione ai compagni di strada e di pena.
Va da sé che, eliminato il postulato/pregiudizio dell’esistenza di Dio, niente più si potrà mai assolutizzare, se non - paradossalmente - la relatività. Pensiero debole? Altroché, visto che non c’è più centro, né noi siamo centro a noi stessi; ma anzi siamo periferici e spaesati, per cui niente di ciò che avviene davanti ai nostri occhi c’interessa davvero. Stranieri, dunque. Eppure…
Eppure c’è nell’intimo di tale disposizione “disperata” al vivere una incongruenza grande e misericordiosa: lo dimostra lo stesso Guglielmin quando cerca sinonimi alla «erranza» del sottotitolo e di sé: dice di volta in volta «straniero» «spaesato», «viandante», «nomade», «pellegrino». Sì, dice anche «pellegrino», a significare che il perenne nostro camminare in ricerca di un senso che non abbiamo, ha - forse - una meta, o la speranza di una meta: una umile, pascolianamente patetica o leopardianamente eroica («e mi sovvien l’eterno e le morte stagioni») aspirazione all’arrivo, all’accoglienza e, infine, al riposo.

lunedì 10 settembre 2018

Giuseppe Samperi



Segnalo L’ora mora del giorno (Mascalucia – Catania, Edizioni Novecento, 2018) di Giuseppe Samperi: una scrittura che ha fatto tesoro della deriva dell’io, pur senza rinunciare a nominarlo. Il suo mi sembra un passo creaturale, che cerca il canto per dare valore all’esperienza ma soprattutto al sentire, di natura filosofico-esistenziale. Bello il saggio introduttivo di Giacomo Cerrai.


Non scriveremo più versi
e allora un ramingo nostalgico
fra carcasse di gasolio e ferrugine
andrà a caccia della parola
rimasta.
Troverà, all’esplodere del sole, questi
miei scarni versi, troverà
in e-book collettivo
i tuoi illuminanti, i nostri tutti sudditi
versi, un quadro smorto di chissà chi
un vinile postbellico
una tromba un’armonica
e una cipolla marcia.


*

Non sappiamo dove finisce e se
il tempo, quando e se lo spazio,
blogghiamo e riblogghiamo
codici elettrici e il cuore,
noi che la morte è un nomignolo,
un soprannome funesto l’io
da improvvisarci stelle.

E il firmamento, le stragalassie
un pollaio dialettale.


*

Da qualche giorno il nulla
mi precipita addosso e l’io
recalcitra per viadotti
e simulacri spinosi.

Io siciliano io sanguigno
nei vent’anni che furono, voi
nei cementi nelle arsure vostre
− sempre il sole, il battito − noi
che dagli occhi non sfamiamo
mai luce …

Quale nulla? Eppure un dio
lo aspettiamo ancora. Io l’aspetto.

Oggi il menu dice
delle maschere e dei coriandoli.

Mia figlia sulla passerella
prima del ritorno dentro casa.



*

Scomparire e via, dirlo soltanto
alla finestra di un sito, semmai
qualcuno ti cercasse, scomparire il tempo
che ci vorrà alla crosta
di diventare carne
− che siano mesi anni domani bisestile −.

Nessuno è necessario sarà l’ora pro nobis
del mattino. A sera ricrearmi nel tetto
scovarmi scoperchiarmi
nei piagnistei e nelle esaltazioni
di mia figlia bimba. Non altro all’alfabeto.
Tornerò dopo la pioggia. Dopo l’afa.

Tenaglie e asparagi mi aspettano.

Nessuno è necessario. Non altro all’alfabeto.

Arrivederci.

Amen.


*

POSTSCRIPTUM

Ti ho perso quando,
se non confondo favi e favaiani,
in salita sventatamente un viottolo
giungeva al diruparsi lesto e pietroso.

Ti ho perso quando
la biologia mi disse fatti ranni.

Ti cerco oltre quel calle, nella
scoscesa ora mora del giorno,
nel degradare dolorante
quietarsi dell’arresa.


Giuseppe Samperi è nato nel 1969 a Catania e vive tra Castel di Iudica e Faenza. Ha pubblicato poesia in dialetto: Sarmenti scattiati (Prova d’Autore, Catania, 1999), Aria sbintata (Prova d’Autore, Catania, 2002), Dialettututtu (, Edizioni Cofine, Roma 2014) e in lingua: Il miliardesimo maratoneta (Edizioni del Calatino, Castel di Iudica, 2011), L’ora mora del giorno (Edizioni novecento, Mascalucia, 2018). Del 2003 è una raccolta di prose, aforismi, versi, dal titolo Alice dell’Amore (Prova d’Autore, Catania). Nel 2012 ha esordito in narrativa con un ebook che raccoglie racconti giovanili e prose più recenti, La bottega del non fare & altri racconti (Edizioni del Calatino, Castel di Iudica).


giovedì 6 settembre 2018

Paolo Gera recensisce Fabrizio Bregoli (seconda parte)



Le tre stazioni successive sono “Iconoclastie”, “Memorie (da un futuro), “Diversa densità degli infiniti”. Possiedono analogie di struttura e sono collegate da un’unica linea di percorrenza. Se si prende spunto dal titolo iniziale le si possono immaginare come saloni sghembi di una stessa area museale, in cui paesaggi, ritratti, rievocazioni storiche, sono collocati gli uni accanto agli altri in una sequenza sorprendente, ma per nulla fortuita. I personaggi inquadrati sono reietti e oscuri e la loro leggenda nera farebbe la felicità di Guido Ceronetti e delle sue allucinate biografie, ma se là la tragedia è raccontata alla maniera di un notturno e sanguinario cantastorie, qui non si rinuncia alla cesellatura formale, il dolore risulta rappreso, il sangue raggrumato. Laszlo Toth, Cassandra, Elena Ceausescu, Frau Goebbels, Jack the Ripper, Leni Riefensthal, tanto per dire. Anime compromesse, destini andati a male, anche nel caso di chi lavora con la luce e ritrae muscolosi e scolpiti atleti ariani.
La rievocazione storica che mi colpisce maggiormente è “Dàyuèjìn – Il grande balzo in avanti”, dove le false promesse della propaganda maoista, il riscatto rappresentato da un futuro migliore attraverso la fatica infernale del presente, è reso attraverso la màcina della ripetizione anaforica (“riso sterile piantiamo e piantiamo”) ad ogni nuova strofa e l’inserto di versi danteschi:

Riso sterile di sterile zolla noi piantiamo
lo piantiamo e piantiamo alba dopo alba
ne cresceremo pula pula e cenere
queste misere carni, e tu le spoglia
la morte bussa piano ha l’orma lieve
loro danzano madre nelle stanze solatie
di voi faremo sabbia e spighe brezza e fiume
traete sangue e pane la pietra ha mani d’aria
quel tuo cuore madre è un uscio un uscio lieve
(Dàyuèjìn-Il grande balzo in avanti, vv.32-40. P.53)

I paesaggi di “Zero al quoto”, rappresentano il nostro centro storico o l’azienda davanti a cui siamo sempre passati e che ora sta per essere riconvertita: riconversione del lavoro, degli sguardi, delle pulsazioni cardiache. Oppure l’alienazione delle banlieue dove si preparano inneschi esplosivi o le promesse non mantenute dopo il terremoto in Abruzzo: preghiere crepitanti e svanimenti, nuove soluzioni abitative e perdita di memoria. Tutti questi luoghi sono uniti da un senso di precarietà e di perdita che, al di là di ogni giudizio morale, indicano la stessa unità di misura di ogni esistenza umana.

Vivere è la calibratura esatta
di un’orologeria millimetrica
a scandire il rintocco della fine
(Banlieue Shahîd, vv.18-20, p.54)

Ma allora non riesco, non riesco a rispettare la mia consegna e a procedere in maniera logica e ordinata. Vado a sbattere contro la poesia “Tomtom” e lì ottengo dal poeta la licenza di abbandonare gli strumenti tecnologici, a cui ci affidiamo ormai anche per raggiungere i luoghi che si trovano dietro l’angolo. Ed è ovviamente una benedizione anarchica.

Quei peripli tra identiche campagne
in cui ci si ritrova all’insaputa
- smarrire unica rotta -
e quello svicolare tra le ghiaie
impolverate tra la luce e il vento
che sbucano in un prato senza fine
più oltre solo un palpito di cielo.
Quello schianto frontale col silenzio.
(Tomtom, vv.18-25, p.70)

Così ritorno indietro e a un precedente svincolo poetico e mi ritrovo in una cameretta, dove si celebra il rito sempre valido delle buone cose di pessimo gusto. È una vera e propria dichiarazione di poetica, che mi sento di condividere a pieno titolo sin dal titolo che è “Di un incomodo peluche”.

Ma altro ti significa quell’indomito
relitto d’infanzia. È nell’imbarazzo
in cui giace attonita sul foglio
indugio su indugio, verso su verso
la circospezione la maestria
tua di scrivere, perché non è afflato
di memoria non sura non bestemmia
perché come quello sconcio ippopotamo
mai nulla cambia né mai serve
a nulla mai la poesia,
declinazione esatta
prontuario dell’inutile. Inutile
e irrinunciabile.
(vv. 16-29, pp.67-68)

Che la poesia, come un ippopotamo di peluche, che ha attraversato con la sua affettuosa inerzia tutti gli anni della vita, sia inutile e irrinunciabile, è fatto pienamente condivisibile. Di certo non potrei trafugarlo ai ricordi e alle manipolazioni attuali di Bregoli, ed è così con altri miei giocattoli personali che affronto le lande sconosciute di “Amba Alagi”. “Amba Alagi” vive di quadri che riconducono alla nuda materialità dell’esistenza, a oggetti che rivendicano un proprio senso, non colonizzato dall’impiego quotidiano degli uomini. A partire da questa nuova dimensione si aprono squarci ideali, inviti al viaggio, ricerca di Altrove che naturalmente non possono essere che liberi.

Perché sai in fondo è questo: rimediare
col senso contraffatto d’una vita
la trascrittura errata d’una nascita
fino a giungere, tutti e ognuno, ad una
regione di mezzo, una zona franca.
Ad una terra esatta, impareggiabile.
(vv.9-14, p.91)

Il titolo “Amba Alagi” offre però un’indicazione ambigua, come se il desiderio di evasione all’inizio caratterizzante i poeti decadenti e poi tutta la società borghese, riveli in controluce la cattiva coscienza dell’imperialismo e l’illusorietà di ogni idea di fuga dalla realtà.
In ogni caso, dopo la ricerca del posto al sole o dell’utopia, si torna tra le mura domestiche ed è lì che si possono trovare i deragliamenti più impensabili.

Ma pure un piatto sbreccato, una spilla
un guanto liso, un pettine rivendicano
talvolta dignità a esistere, intrudono
nella geografia consueta di anni
la deriva d’un continente prossimo.
(vv.6-10, p.89)

Jacqueline Risset spiega bene in una sua introduzione a “Il partito preso delle cose” (1942) di Francis Ponge, la tendenza della cultura francese con Sartre e l’école du regard – sotto l’influenza diretta della fenomenologia di Husserl - a ridefinire non pregiudizialmente l’universo degli oggetti che ci circondano:

“Si tratterà quindi, scrivendo, di “aprire gli occhi” e di vedere le cose, nella loro superficie netta, liscia, intatta, le cose “che sfidano la muta dei nostri aggettivi animistici o casalinghi”.
Nei due casi vi è scoperta di un’estraneità radicale, avvicinamento a una sorta di nudità sconosciuta – sconvolgente e tragica per Sartre, neutra, trasparente, quasi scientifica per Robbe-Grillet. Ma da tutti e due è il linguaggio a essere messo sotto accusa – il linguaggio che “copre”, nasconde, che riduce le cose esistenti allo stato di puri strumenti, o che per mania di profondità, impedisce la percezione della loro superficie”.
(J. Risset, De Varietate Rerum, p.VIII, in F. Ponge, “Il partito preso delle cose”, Einaudi, Torino 1979).

Ma in Francis Ponge la radicalità è spinta a un punto tale che anche le parole stesse possono essere considerate al pari della realtà oggettuale da loro evocata e dunque ricevere la luce di un nuovo sguardo percettivo. Si realizza l’assimilazione necessaria tra cose e parole. Ecco come Ponge descrive i frutti di bosco:

“Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie”.
(F. Ponge, Le more, ibid., p.15)

E Fabrizio Bregoli:

Torni alla familiarità coi gatti
quella stirpe intermedia tra confini
di mondi che dialogano per lessemi
provvisori, collimazioni, ellissi.
(Amba Alagi, vv.1-4, p.92)

Prendo ora come lasciapassare i versi “ti sentirai a casa/dove il tempo non ha coniugazione” (p.93), per superare l’ultima frontiera, quella di “Per una poesia possibile”, stazione d’arrivo dell’opera e che già dal titolo indica impegni programmatici, proposte progettuali. Se di manifesto si tratta non pare comunque affidato all’archiviazione di file perfetti, ma destinati allo sganciamento irrecuperabile nello spazio della virtualità. Piuttosto la sua vocazione è di incollarsi a un muro di affissioni, di avere come impegno un’adesione del tutto materiale allo spazio pubblico, di avere come destino gli strappi, le scritte sovrapposte, ma anche gli sguardi interessati dei passanti, di dare la sua testimonianza di messaggio urgente e deperibile. In questo ultimo lascito Bregoli è come se si ricongiungesse alla scaturigine della poesia e all’identificazione del suo compito nell’artigianalità laboriosa del suo processo, vizio assurdo, tormento di stile, ma anche unica possibilità di riscatto, rivendicazione di povero utile strumento umano.
È il “boves se pareba” dell’indovinello veronese, è Guinizzelli indicato da Dante come “il miglior fabbro del parlar materno”, sono “le triste penne isbigottite, le cesoiuzze e ‘l coltellin dolente” di Guido Cavalcanti, sino al “faccio scrittura e non sono scrittura” del “Bisbidis” di Edoardo Sanguineti.
In “Per una poesia possibile” il poeta riflette sul senso problematico del suo mestiere all’interno della società e vi riflette non con proclami massimalisti, ma con una disamina sottile, amara, provocatoria delle forme stesse della poesia.

Davvero sai il mestiere. Hai arguzia, tecnica.
Spezzare il verso, la sua ostia nera
farne vino, ubriacatura lirica.
Così dici non s’abdica. S’invera.

Come bastasse una rima gaglioffa
un’ora d’aria, l’ultima
sigaretta. Il bicchiere della staffa.
(p.105)

Quella di Bregoli è poesia densa in un’epoca di poesia volatile e quando scherzando accetta lo status quo  e gli idola tribus, così descrive la sua finta conversione a poeta di regime, la sua nuova predisposizione antisdrucciolo:

Serve rigore attico, accento piano
un rimare ruffiano.
Suv Moncler Spritz a mite dittatura.
Vincere sempre, male di pianura.
(vv.14.17, p. 115)

Lo stile non può essere neutrale. La riflessione sui suoi meccanismi ideologici rivela il valore alto, etico e non solo estetico della poesia intesa come gioco linguistico.

 Bregoli ha lasciato la sua maschera di raffinato poeta cortigiano, si è trasformato nel Matto di Re Lear che soffia la verità sull’apparenza di questo mondo contraffatto, quindi è diventato Amleto. Sono fuori.

Uno due polizia, tre quattro carabiniere, cinque sei vecchia strega, sette otto buonanotte.

Esiste un luogo, zona periferica di una nostra qualsiasi città, dove è possibile toccare con mano il recinto altissimo da cui siamo imprigionati. Occorre farne saltare la tensione elettrica con una metafora ben innescata e poi con il grimaldello di un endecasillabo cercare una maglia rotta nella rete che ci stringe, balzare fuori, fuggire. Con questo plagio montaliano – furto dichiarato – sottolineo la differenza tra la mia lettura critica e la scrittura di Bregoli. Nella sua poesia aleggiano le diverse voci della sua ispirazione e del suo disadattamento che lui trasforma in un afflato forte e originale. Io semplicemente non posso che essere la poesia di un altro.

mercoledì 5 settembre 2018

Paolo Gera recensisce Fabrizio Bregoli (prima parte)



IL SENSO ETICO DELLO STILE di Paolo Gera
Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, puntoacapo editrice, Pasturana 2018, pp.117

La poesia di Fabrizio Bregoli ha un’incredibile forza centripeta. Immaginate un dio Eolo che riesca a raccogliere in un otre a chiusura ermetica non i soffi più o meno temperati dei quattro punti cardinali, ma i modi e gli esempi di tutte le grandi scuole poetiche del Novecento italiano, in una concentrazione turbinosa eppure equilibrata. Non venti, ma versi. Per raggiungere un tale mirabile controllo – qui i compagni di Ulisse non hanno azione che per qualche trascurabile soffio, non riuscendo peraltro a mandare fuori rotta la barca – Bregoli deve essersi seduto a quei convitti innumerevoli volte, ma soprattutto deve aver digerito benissimo ogni singola portata.
Oltre ai poeti Luzi e Sereni i cui versi citati diventano una specie di trampolino stilistico e tonale da cui gettarsi nella propria composizione, spira fortissima su ogni lembo di scrittura  il vento di Montale , sia tramontana sia scirocco, nella meditazione sincera e non manierata sul male di vivere, nell’uso dei correlativi oggettivi, nella frantumazione del verso, sino all’omaggio più identificabile che è “I limoni del Garda” che inizia così:

Il tarlo dell’addio t’accompagna
nel diseguale incedere fra vicoli
di sassi, muretti di pietra e malta,
fra pergolati ed orti nella roccia
(vv.1-4, p.113)

E così finisce:

Così s’impara a morire
sopravvivendo alla consuetudine
dell’ora, del non detto
qui, nella disequazione di parole
e senso, se solo nella provvisorietà
del tempo è commiato.
(vv.22-27, pp.113-114)

Ma l’altro scrittore da cui Bregoli trae materiale e colori, in quella che proprio Montale definiva “poesia del “faux exprès”, dei semitoni e delle armonie in grigio, quella poesia non già eroica ma “en pantoufles”, è Guido Gozzano, aggiornato ai nuovi riti e alla nuova oggettistica della borghesia postcapitalistica. Così Gozzano:

topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame reietto
così caro alla mia Musa!
(G. Gozzano, La signorina Felicita, IV, vv.22-24)

E così Bregoli:

la stessa cricca di marchi seriali
gli Zara, gli Intimissimi, i Mc Donald’s
Kasanova che sfodera padelle
(Arbitro del minimo, vv.7-9, p. 72)

Nell’otre o nel crogiuolo ci troviamo Zanzotto con i suoi intrichi vegetali di arbusti alfabetici o con la suggestione del petèl, linguaggio prelogico e preideologico, esperanto infantile, e Sanguineti, come una specie di maestro di laboratorio che veglia sul ribollio continuo del materiale linguistico. Tanta roba. Ma andando fuori luogo, nel senso di gita all’estero, ti ritrovi la citazione di Ezra Pound e il riferimento decalcomania a T.S. Eliot in “Ode estorta da una rosa”:

Febbraio è il più lungo dei mesi, inganna
la brevità incolmabile di giorni
(vv.5-6, p.103)

Ma soprattutto è considerevole la direzione opposta fatta prendere al finale straordinario de “Gli uomini vuoti” (“not with a bang, but a whimper”), nella chiusa di “Ostello degli inguaribili”:

Dunque non lo inquietò
l’arrestarsi del fiato. E non fu rantolo
ma uno spiccare d’erba, una vela.
(vv.22-24, p 24)

Nella sacca c’è addirittura la sorpresa spiazzante della poesia più famosa di Prèvert riletta in chiave gay:

(…) solo un ragazzo
 e un ragazzo, nel semplice donarsi
senz’ombra d’omertà
nel fermo paradiso dell’istante.
(Quei ragazzi, vv.9-12, p.34)

E andando invece fuori tempo, nel senso di viaggio a ritroso nella nostra letteratura, si ritrova ancora l’estetismo di  D’Annunzio ( “Così il tuo riso che rade leggero/è un rado tintinnio di cavigliere” in (“II: Qui il mondo è un esitare”), Carducci a braccetto con Pascoli,( “Nel vorticare secco degli scoppi/ remoto stride un colpo di fucile/ un borbottio borioso, nuovi bòtti”, in “Lanterne cinesi”; Foscolo ( “ dal tumulo di polvere e macerie/s’accommiatò con passi lievi e mesti”) in “Comizio ad Accumoli”; la precettistica barocca di Emmanuele Tesauro  sulla metafora ( “ E’ in questo compiacersi il trabocchetto/ al disinganno al nulla calcinante/quella sua osmosi da menzogna in brindisi”) a p.110; la forma sonetto e i versi di Dante, a cui va anche il credito dell’espressione “s’invera” (p.105).
Ma quella che lo stesso Bregoli chiama “bulimia lirica”, porterebbe facilmente a un’obesità formale e a un vomito coattivo – allitterazioni e enjambement sparsi un po’ ovunque sul pavimento delle pagine - se Bregoli, attraverso letture minuziose e riflessioni intense, non avesse completamente metabolizzati questi cibi della mente, facendoli diventare non semplice sfoggio erudito, vezzo e ornamento, ma corpo del suo corpo e sangue del suo sangue. I prelievi cioè non sono infermieristici, ma come se nella mimesi Bregoli prendesse il materiale ancora caldo nel momento della creazione e della scrittura, così i giovani piccioni agitando le ali vanno ad imbeccarsi dai padri, “ossivora/perizia verso a verso, bolo a bolo” (p.110).
Insieme a “Zero al quoto”, sto dedicando le mie letture estive al libro di altro ipertrofico, anche se il francese in questione, Emmanuel Carrère, frequenta altri luoghi gastronomici e letterari. Mi colpisce una citazione che vorrei riportare qui e che descrive perfettamente il quadro tensivo di ogni poesia e dell’intero progetto bregoliano:

“Un giorno in cui mi sentivo sopraffatto da tutte le cose che dovevo tenere insieme, e pensavo che non sarei mai riuscito a farcela, l’I Ching mi ha regalato questa frase che ancora oggi mi serve da dichiarazione di poetica: “l’avvenenza suprema non consiste in un esteriore ornamento del materiale, bensì nella forma schietta e concreta che gli si è data”.
(E. Carrère, Il Regno, p.97, Adelphi, Milano 2015)

“Zero al quoto” è insieme repertorio coltissimo della lingua italiana, dal Trecento a oggi, summa enciclopedica e opera alchemica che riesce a trasformare il tutto caotico in argine contro il nulla, anche se il titolo segnalerebbe proprio l’esatto contrario. L’intera opera è tesa a indicare il vuoto incolmabile dell’esistenza, storico e assoluto, il colore più indelebile, come direbbe Sereni, eppure offre un rimedio forse disperato, ma unico a ben pensarci: quello della poiesi della scrittura o più in generale della creatività che eviscera i propri meccanismi nel momento stesso in cui si manifesta.
Non è però per nulla detto che la forza di attrazione esercitata dall’autore, con questo sforzo supremo di controllo e di incessante esercizio artigianale, possa corrispondere ad altrettanto rigore da parte di chi in questo momento ne sta dando una lettura critica.  Ho paura di debordare, di andare fuori, di non tenermi nel margine. Cerco allora di riprendere dall’inizio e di ripresentare la faccenda in modo ordinato, editoriale e di descrivere a una a una le sezioni in cui è divisa la raccolta, e già mi imbroglio perché questa non è una raccolta, ma è, nella sua evoluzione programmatica, un percorso di scrittura. Sono stufo di raccolte di poesie, impostate in modo pedissequo come quelle dei calciatori Panini, in cui ogni figurina rispecchia ossessivamente il ritratto dell’autore. O raccolte scritte apposta per raccogliere medaglie e puntare finalmente alla Coppa dei campioni.  Oggi la poesia non può essere altro che una riflessione sul linguaggio e sulla ideologia che esso trasmette – Foucault, il gruppo 63, fate voi – e deve mostrare, come riesce a fare Bregoli, il lavoro che ci si fa sopra. La poesia deve farci camminare e sudare e con “Zero al quoto” di strada se ne fa, eccome: in centro e fuori, tra periferie venute su male, lungo terreni abbandonati, di fianco a ingombranti centri commerciali…ma sto andando di nuovo fuori orbita. Devo analizzare organicamente le parti, le sezioni, o meglio se voglio essere coerente con la prospettiva individuata, le tappe, le stazioni.
E subito si incontra gente. Nella prima poesia de “Gli uomini (o la loro ipotesi)” ci si rende subito conto della forte storicità della descrizione poetica di Bregoli. I passanti possono essere quelli germinali della città moderna di Baudelaire o quelli futuristi, che vanno o che restano, dei dipinti di Boccioni, ma la vena verista di Bregoli riconduce la tematica dell’anonimo, dello sconosciuto a una sua ambientazione contemporanea, venata di sarcasmo, con stridore lessicale tra obsolescenze come “nudo assito” e segni del contemporaneo come la parola totem “schermo”.

Ritorneranno a sera al nudo assito
alle stanze che nel loro vuoto oro
li asserragliano, li domano alla sferza
di qualche imbonitore sullo schermo.
Si toglieranno sciarpe guanti occhiali
costretti all’evidenza d’occhi e volto.
Nel tranello che ne sfalda i contorni
lieti d’arrendersi. Finalmente uomini.
(vv.14-21, p.15)

Questa congiunzione tra vecchi retaggi lessicali, parole lise come tende non cambiate da un secolo e nuovi panorami da descrivere con le parole appropriate del presente, è una delle principali caratteristiche della ricerca di Bregoli. È come se un’anima crepuscolare, alle prese con i propri fallimenti costituzionali, si ritrovasse nella metropoli del secondo millennio e descrivesse le mutazioni tecniche attraverso le prospettive di una borghesia appena cresciuta e con le sfumature di voce di allora.

Riordinò con cura le stoviglie
quel catalogo di banchetti sfatti,
sempre un passo indietro dalla riuscita,
la figurina rara o il punto fragola
che mancano, o l’impasto che s’infradicia.
(…)
A domani interventi straordinari
come mettere a bolla la tavola
che traballa, una lacrima di tinta
per rimediare in corner la ricrescita,
regolare il flusso sodio-potassio.
(Nemesi, vv.1-5 e vv.11-15, p.28)

Le case colpiscono e costringono alla versificazione, anche e soprattutto quando le soglie non sono state violate e gli spazi non sono quelli riconoscibili dell’esperienza domestica. Sono storie di ristrutturazione e di speculazione edilizia. Può essere una vecchia dimora sopravvissuta e costretta non si sa per quanto tra le nuove costruzioni, può essere un palazzo isolato nella brughiera, dove pensi di avere scorto il fantasma di Pasolini o di Testori.

Grandeggia un po’ più inquieto tra le spoglie
di casupole sperse alle campagne,
un monolito di cemento grezzo
che non vale la pena verniciare.
(Il condominio azzurro, vv.1-4, p.29)

Ma il sentimento del marginale trova improvvise e gloriose epifanie e allora si crede di scorgere un raggio verde all’orizzonte del degrado periferico:

Alcuni narrano che dopo l’una
nelle notti che brandiscono vento,
-ma non sono da credere quei soliti
scavezzacollo sbronzi perdigiorno –
sulla pelle grinzosa di quei muri
si schiuda una pupilla color tuorlo
e in un trambusto di chincaglierie
il condominio si lucidi a festa,
in uno smalto intatto di maioliche
su tutta la facciata un solo palpito
balugini di quel suo cuore azzurro.
L’istante dove tutto si può assolvere.
(ibid., vv.25-36)


il seguito a domani