martedì 1 settembre 2015

Sto pensando di pubblicare il secondo volume di Blanc de ta nuque


Sto pensando di pubblicare il secondo volume di Blanc de ta nuque, con i poeti che ho recensito dal 2011. L’editore, Fabrizio Bianchi, è con me. Si può fare, ma ne parleremo ancora.

Per il momento mi limito a postarne l’elenco. Sono 91 poeti, in ordine anagrafico. Altri ne verranno, non tanti, qualcuno. Poi forse è il caso di smettere.




David Maria Turoldo, Gianni Toti, Giannino Di Lieto, Camillo Pennati, Augusto Blotto, Nanni Balestrini, Matteo Bonsante, Luciano Troisio, Anna Maria Carpi, Adam Vaccaro, Cristina Annino, Cristina Bove, Annamaria Ferramosca, Lopoldo Attolico, Marisa Righetti, Sergio Marinelli, Chandra Livia Candiani, Gianmario Lucini, Agostino Contò, Laura Caccia, Beppe Salvia, Rosa Salvia, Mario Benedetti, Giorgio Bonacini, Antonella Anedda, Alessandro Fo, Enrico Testa, Daniela Raimondi, Corrado Bagnoli, Roberto Bertoldo, Caterina Davinio, Alessandro Ceni, Gian Ruggero Manzoni, Riccardo Martelli, Ranieri Teti, Gian Mario Villalta, Lina Salvi, Luisa Pianzola, Raffaele Marone, Stefania Bortoli, Luigia Sorrentino, Stefano Dal Bianco, Alba Donati, Nicola Ponzio, Alessandro Assiri, Loredana Semantica, Alessandra Paganardi, Roberto Cogo, Cristina Alziati, Rita Pacilio, Laura Liberale, Marco Bellini, Francesca Ruth Brandes, Nadia Agustoni, Paolo Pistoletti, Mia Lecomte, Francesco Tomada, Alessandro Polcrì, Giovanni Borriero, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Silvia Comoglio, Fernando Lena, Renata Morresi, William Stabile, Federico Scaramuccia, Francesca Matteoni, Daniele Poletti, Annelisa Addolorato, Cristiano Poletti, Nader Ghazvinizadeh, Alessandra Carnaroli, Veronica Tinnirello, Fabrizio Pittalis, Mariasole Ariot, Nicola Furri, Gabriele Gabbia, Franca Mancinelli, Guido Cupani, Ambra Simeone, Saverio Bafaro, Luca Rizzatello, Alessandra Cava, Giulia Rusconi, Andrea Lorenzoni, Giusi Montali, Francesco Terzago, Francesco Maria Tipaldi, Matteo Bianchi, Roberta Sireno, Bernardo Pacini, Giuseppe Nibali

lunedì 24 agosto 2015

Loredana Semantica


Segnalato al premio “L. Montano” e arricchito dalle prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno, L’informe amniotico [appunti numerati e qualche poesia] (Limina Mentis edizioni, 2015) è opera prima di Loredana Semantica, un libriccino maturo, in cui gioco e apertura drammatica convivono senza soluzione di continuità, entro due simboli estremi: il Natale e la Croce, pensabili come la nascita e la morte sia dell’occidente e sia dell’io lirico, quali emblemi del moderno.

Il libro si fa voce organizzando una sequenza a ritroso, dal numero 69 allo zero. Per ogni numero un’ora, per ogni ora, nominata come in una cantilena, un fatto, un sentire, uno sparire, un dolore o un pensiero, con forse al centro il silenzio creativo, l’ozio dell’appunto 25: “Stasera nulla mia chiama. Tranne gli uccelli. Le loro zampette a stella sulla neve. Venticinque briciole di pane”. Ma c’è anche l’evenienza del sentire al femminile, in una rotondità percettiva che si contrappone (e fa felicemente attrito) alle brevi linee di ogni sequenza, interrotte da un punto arbitrario, da un chiodo cristico, come già ci aveva insegnato Stefano Massari in una discussione in rete alla quale partecipò, se non erro, anche Loredana, allora Alivento (qui su Blanc un post su i suoi inediti).

Rotondità del tempo fecondo e del sentire, femminile appunto, che dialoga con la linea che diventa spiga, sentenza, o frammento incompiuto, realtà puntuta, maschile, a volte compagna a volta nemica, scrittura da accogliere con pazienza, da raccogliere e metabolizzare sino a farne poesia. Perché Semantica è convinta che il sacro abiti la poesia, ma anche il giocoso, talvolta, entrambi aspetti della salvezza, di contro a un mondo povero di spirito, insulso e ignorante. Questa posizione non la grida, tuttavia, la dice piuttosto come se stesse prendendo appunti, qualcosa di meno di un discorso, e certo lontano dal canto che le agita l’anima e che lei tiene sotto controllo, per rispetto delle parole che “sono come erranti bestie. […] lente ma profonde. che hanno mete nell’azzurro. strepitosamente alte”.  Parole azzurre e alte, che però oggi non si possono usare, per rispetto alla storia minuta e carsica in cui siamo immersi, per mimetismo con questa storia, da pronunciare minuscola, che ci tiene in ostaggio e ci fa volare rasoterra in attesa di un nuovo rinascimento, dove finalmente cantare.



Da L’informe amniotico [appunti numerati e qualche poesia] (Limina Mentis edizioni)



59

Ho sonno e quasi crollo. e poi non vedo l'ora. di stendere le braccia. nel letto a croce aperte. mi assale. il cinquantanovesimo rintocco. come una folla di cose. dette e non fatte. di scadenze trascurate. l'autunno intanto stacca. dai rami le sue foglie oltre i tempi massimi. di tolleranza. 


57

Era commosso il petto fino al cuore. per la bellezza del creato. che si spandeva al sole d’agosto. calda e viva di colore. era per la separazione. tra l’ora dell’anima profonda. cinquantasettesima di gelo. e lo splendore circostante. per il peccato dell’indifferenza. quasi come inginocchiarsi. immobile a pregare. che giungesse la grazia. della riconoscenza. come rosa nel buio, l’illuminazione.



47

o. la fretta di fare. senza pensare. e in soli tre minuti.
Poi arriva il gelo. che ha occhi spalancati e fissi. quando cercare non ha rami. quando i segni sono morti. e non arrivano segnali. quarantasette scomuniche di senso. a dondolare di silenzio. che reclama la sua ora. e ne fa scempio.



41

Ottima luna
la direi piena
se non fosse ombrosa
e tonda luminosa
la direi nel canto melodiosa
luna bianca abbagliante
costantemente galleggiante
luna di luce lunare
fievole cupa celeste
luna nascosta dai flutti
a milioni di occhi
nel buio una buca gli spruzzi
luna di raggi vestita
versati con calma
nella calma pianeggiante
di uno specchio.

Luna dei passi lasciati
curiosa cangiante tortuosa
luna burrosa
ruggente libera ariosa
luna scavata di tane
nei crateri di roccia scabrosa
luna dai molti sentieri e corrosa
da quarantuno cunicoli scuri
luna infiorata di trame
luna centrale
solenne solare imperiosa
icona perfetta lunare
incollata al soffitto
con-chiusa a cameo
nel suo magnifico opale.

Luna affamata
luna da lupi
ringhiosa colante afflosciata
luna fantastica luna
divelta spaccata dannata
luna splendente di bruma
incantevole rosata offuscata
fredda di neve gelata
luna piangente
sfruttata aggredita aggrappata  
luna tenace
nel grembo radicata
immensa indicibile amata
luna accecante
ad ogni metro più grande
satolla saziata
luna brillante repleta ripiena
d’indicibile immane.



36

Noi nasciamo dal sopruso
quello versato sugli occhi ogni volta
dalla nascita al giorno di natale
quando aspettiamo ogni volta
che spuntino le primule
le ali sulla schiena
la catarsi
allunghiamo le braccia verso il sole
e germogliamo penne dal futuro.
Dal sopruso nasciamo
e dalle pietre
maturate al sole di gennaio
come guerrieri sconfitti
teste tagliate
trentasei denti d’Idra
nella terra seminati bianchi
lucenti e fioriti
dal suo sangue.
Lucente fiorisce
e nelle ossa trema
il freddo in trasparenza
il gelo
il cuore che sfiancato tiene
battendo duro nel tallone
per i veli in superficie
per le coperte
per la neve che dorme
per la radice
per le zolle rivoltate
fino all’imo
per il silenzio delle piume
che divora la carne
che impressiona.



30

Arida è la lingua senza sole. nonostante sembrasse un pozzo senza fondo. nonostante avesse in corpo. slanci d’azzurro e verdi foglie. anche a pescare con la scumarola. niente affiora. nessun suono. nessuna parola. questa è l’ora trentesima. risacca dell’ insignificanza. pena nera. nera pietà del mondo.



23

Lui pronuncia la lingua degli uccelli. esce dal becco lungo adunco. a croce. limpidissima la voce. ventitré suoni a calibrare il vento. soffio che passa dalla bocca. tasto che la corda tocca. rombo spacca timpani di tuono. acceso fuoco che produce. onda dal fragore verde. dove cadere per elastico abbandono. dal più alto picco del dolore. sottomettendo al dominio del pensiero. l’istinto di sopravvivenza primitivo.sottomettendo al dominio del pensiero. l'istinto di sopravvivenza primitivo.sottomettendo al dominio del pensiero. l'istinto di sopravvivenza primitivo.o picco del dolore. sottomettendo al dominio del pensiero. l'istinto di sopravvivenza primitivo.



21

A misura che cresce la deriva. cresce per questo stato esposto. la tenda che ti scherma. gli occhi penetranti. i ventuno lineamenti. le ossa di gomiti e ginocchia. le vene che disegnano le strade. tra il petto nudo e l'incavo del braccio. il cicaleccio vacuo della rete. che copre il ventre franco. l'autentica natura.



20

Le parole camminano. sapete. sono come erranti bestie. gobbe di cammello sulla sabbia. basti dalla soma alta. sono gambe in moto roteante. a seguire traccia. il fiuto che le guida. la forma che le impasta. venti treni da trasporto. bastimenti carichi di nomi. e voli magnifici d'aerei per quelle belle. circonfuse di luce cristallina. lente ma profonde. che hanno mete nell’azzurro. strepitosamente alte. cristallina. lente ma profonde. che hanno mete nell'azzurro. strepitosamente alte.



12

Io lo so com'è ch'è il vento. come a un certo momento. con le foglie si solleva e corre. come filtra dal di dentro. e soffia oltre le porte. io lo so come fuoriesce. da molte bocche storte. come alimenta un fuoco. di benzina e nulla. come sibila piangendo. o ride dei suoi colpi. piantando chiodi. dodici e lunghi per infliggere tormento.




Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, è laureata in legge, è sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: Silloge minima (7/11/2009) Metamorfosi semantica (3.2.2010), Ora pro nomi(s) (27.3.2010) Parole e cicale (13.8.2010) L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta opera selezionata al premio “Opera Prima 2012” e opera finalista al premio “Lorenzo Montano 2012” sezione “raccolta inedita“è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis. Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola” di 30 poesie ciascuna, e “Poesia delle feste” con testi suoi e di Francesco Tontoli.  Gestisce il blog  “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/.




giovedì 16 luglio 2015

Chiusura estiva


Blanc torna il 24 agosto


venerdì 10 luglio 2015

Saverio Bafaro


Libro pervaso dalla rivelazione demoniaca e dalla verità dell’ombra, contrapposte al mondo dispiegato e luminoso della filosofia aristotelica, Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014) di Saverio Bafaro ci riporta nel luogo senza tempo della paura, che nasce quando l’io comprende d’essere costantemente in un limbo slabbrato (irrequieto, sghembo, oscuro, brutto, dice l’autore), uno spazio asimmetrico e vorticoso, in cui l’identità si agita, ignara “della sua genesi e apocalisse”. Siamo sospesi tra due vuoti, direbbe Conrad, nell’età dell’ansia, aggiungerebbe W. H. Auden; se non fosse che la poesia di quest’ultimo è tutta intrisa di pessimismo storico, laddove Bafaro interrompe ogni legame causale con il divenire, per concentrarsi sulla condizione dell’esistente a sé preso, prescindendo dalla possibilità di qualsiasi salvezza, sia terrena che celeste. “Tu sei il tarlo che sgranocchia il cuore infestato” scrive in una quartina metafisica dominata da un agente corrosivo, “il tarlo”, che può essere il tempo distruttore ma anche la natura stessa dell’io, pervasa da Male, altrettanto metafisico.

Epigono di Lautremont, Bafaro ci consegna una sequenza di illuminazioni forse guidate dallo stesso intento adolescenziale di Maldoror: assassinare Dio, farlo a pezzi. E Dio, qui, è anche l’Auctor, la poesia, il gesto cortese, ogni segno che la tradizione riconosce armonioso e bello.

Tutto interessante e scritto con buon orecchio, sulla falsariga dei maestri ottocenteschi e forse memore dell’heavy metal e del fumetto dark, con la solennità profetica di chi rivendica la vendetta non per un maltrattamento subito, ma per la stupidità del mondo (“Al Mondo / la mia peggiore delle doléance” recita il primo distico), e tuttavia, se vale l’idea che fra vita e opera ci sia continuità, in specie quando parliamo di poesia maledetta, mi sembra che qualcosa qui non quadri. Non conosco Saverio Bafaro, ma dal suo curriculum vedo che ha fatto studi importanti, in ordine con quel “Mondo” che quest’ultimo libro vorrebbe gambizzare. Penso a Baudelaire, Rimbaud, Nerval, Ducasse, tanto per citare i più noti, e ci vedo pidocchi e sangue vero nelle parole, sangue che scorre prima sulla strada e poi diventa poesia. In Poesie del terrore ci leggo invece un canto addestrato, frutto di buone letture, che recupera immagini già viste, con pipistrelli, Bestie e putrefazioni, un canto che cerca l’effetto (ed evidentemente lo ottiene viste le lusinghiere recensioni e il recente premio “Ponteldilegno”).

Naturalmente sarò in torto io, che penso a una poesia contemporanea che finalmente si liberi del sublime demoniaco – è questo che trasmette Bafaro – per rifondare l’identità a partire da uno spaesamento radicale ma non mistico, lontano da vendette (“Pagherete / il mio sacrificio” minaccia una voce verso la metà del libro) e dal gotico romantico; una poesia che ci racconti il buio e la paura con immagini nuove, non consumate da una tradizione alta, inavvicinabile sia per il genio dei maestri e sia perché oggi viviamo irretiti da linguaggi e orizzonti di senso differenti.

Se invece l’autore, che si sta specializzando in psicoterapia, voleva raccontare i mostri che abitano chi è affetto da malattie nervose (e quindi in parte presenti anche in ciascuno di noi), allora qualche segnale doveva darcelo, qualche momento di stacco dal registro dominante, una stratificazione delle esperienze, una pluralità di voci, che avrebbero aiutato il lettore a orientarsi in questo inferno; se così fosse stato, il già visto avrebbe avuto un senso perché tutti sappiamo che cosa sia l’archetipo e in quali forme s’incarni. Così come Bafaro ce lo consegna invece, il libro non mi convince, malgrado sia accompagnato da alcune pregevoli tavole dell’artista Piero Crida, nate appositamente, e da una prefazione partecipata di Roberto Deidier.



Estetica non-aristotelica

Noi che abbiamo scelto il Brutto
e letto al contrario il libro dello Stagirita
conosciamo i risvolti
dell’armonico divenuto sghembo
del calmo divenuto irrequieto
del limpido divenuto oscuro
dell’ordine divenuto caos
del simmetrico non più tale
delle proporzioni volutamente saltate

***

Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
sanguina l’occhio
della sola finestra accesa
come un lume maligno

Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
schiere di serpi scacciate dalle chiese
contorcersi e sputare verdi bave

Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
le ruote dei vagoni-fantasma
sfrecciare invisibili e crudeli

***

Esiste un sorriso insano
– oltre la soglia del dolore –
impresso sul volto
come un assurdo promemoria
del tutto ignaro
della sua genesi e apocalisse


***

È l’attimo in cui
accoltelli il mio corpo
come colpendo su fette d’arancia
ed io credo nella lingua oscura
non essendo ancora approdati
sulla spiaggia inviolata

***

L’Oceano

Questa notte l’Oceano
veste i panni del Mostro:
bluastra creatura svenatasi
nel suo stesso ventre,
immense noie
trasudate da pori invisibili
urlano senza forze
un orrore accolto
nel gigantesco inganno

***

Lucciole

La mano mortale della notte
ha spalancato il palmo
per disperdere malvagia
gli antichi gioielli
lasciati cadere
con cura sinistra
tra le spighe scapigliate.
Fino allo spegnimento
urlano
voce flebile e
inaudita:
l’elettrica fratria
delle lucciole tradite


***


La pianta del basilico

Tanto odorosa
la pianta del basilico
cresciuta alla luce
del mio mare,
un poco meno
la testa seppellita
nel vaso
orbite riempite
di terra bruna
estratte dal Sogno
e date in pasto ai vermi:
«Mangiate piano l’amore integro,
mangiate piano l’amore vero!»
Dentro e fuori
vedo ogni giorno
in segreto
lo strazio e il fiore
la dipartita e la vicinanza
la mia contromossa
ai fratelli assassini

***

Occidente

Le aurore inorridite
nella parte dove
il Sole si uccide


Saverio Bafaro nasce a Cosenza nel 1982. Vive tra l’ Umbria e Roma. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (2011) disponibile in formato e-book sul sito www.larecherche.it; Poesie del terrore  (La Vita Felice, 2014) – finalista Premio Pontedilegno 2015.
Sue opere sono apparse, inoltre, all’interno di antologie poetiche, di riviste letterarie come Poeti e Poesia, Fermenti;  di rubriche poetiche come “Lo Specchio” de La Stampa e di blog come Poesia2punto0, La poesia e lo spirito, L’Estroverso. Fa parte della redazione della rivista di scritture poetiche Capoverso e collabora con il sito Postpopuli.



giovedì 2 luglio 2015

Daniele Poletti

Foto Silvio Pennesi

Daniele Poletti è un operatore culturale di sicuro interesse: studioso di Augusto Blotto, del quale porta avanti una poetica dell’irrapresentabilità del mondo, gestisce il blog Dia-foria, uso alla sperimentazione dei linguaggi e a studi sui padri delle avanguardie contemporanee (collaborai nel 2014 con un articolo su Gianni Toti, che divenne libro collettaneo – Totilogia, edizioni cinquemarzo – a cura della Casa totiana di Roma e, appunto, di Dia-foria).

Come accennato, Poletti è anche poeta, controcorrente per scelta, attore della parola che converge nell’idea che il genere lirico attinga a un fondo emotivo niente affatto gestibile con l’acrobazia della metafora secreta dall’io; piuttosto, parte dal principio che alla parola spetti d’essere metonimia del corpo stesso, inteso come pluralità di funzioni e disfunzioni, di fisiologie e patologie, prive di ordine gerarchico quando, appunto, diventano testo, texture, rete luminosa o smangiata, coagulo di tensioni e distensioni prodotte dal corpo. Il corpo orina, defeca, scrive; gli è vitale non per dare ordine allo spirito, bensì pulizia al sistema. Quasi come l’haiku per un buddista. Non sembra un haiku, infatti, il “crepuscocita” n.104? “Nell’acqua lercia del lavacro un timido pezzo di merda mi saluta timidamente”? Si provi a dargli la ieraticità della terzina, l’esperienza dell’apparire improvviso e la bellezza del particolare naturale (qui capovolta): “Nell’acqua lercia del lavacro / un timido pezzo di merda mi saluta / timidamente”.

La vicinanza all’haiku è ovviamente una forzatura, ma non troppo. La differenza sta soprattutto nel contesto: qui siamo alla fine dell’occidente, nella sfiducia piena verso la riorganizzazione dell’esperienza e nella credibilità del vettore storia; siamo in una condizione postuma, come direbbe Giulio Ferroni, ma non solamente della letteratura: del mondo così come lo abbiamo conosciuto, come ci è stato tramandato, in particolare dalla cultura umanistica e dei suoi altarini. Rovesciamento che talvolta diventa ostinazione compiaciuta verso il disgustoso: “Sei una vacca / lamentosa soprapparto uno stupro / non stuprato / che rigurgita le sue frattaglie” (Defixiones, crepuscociti, n.43); oppure l’incipit dell’inedito “Ipernova”: “Alluminato di cancro fluoro, piscia / del sole nuovo pompata nell’ano fuoriuscita / dalla boccale in un vomito di sera”.

Nella sua poesia convivono queste due anime: una sovradeterminazione espressionista, che carica l’evento di valenze escrementizie (ed è la parte che meno mi convince), e la scelta di una poesia appunto come organismo autonomo, come sistema che va indagato nelle sue strutture logico-formali che diventano strutture materiche del testo-corpo. Daniele Poletti non è solo in questa ricerca d’oggettività: l’avvicinamento alle scienze di molta poesia novecentesca attesta la volontà di uscire dalla palude sentimentale e approssimativa con cui l’occidente ha guardato alle cose dell’anima, distinguendole da quelle, considerate sudice, del corpo (lasovradeterminazione espressionista-escrementizia agisce sul capovolgimento del “sudicio” in metafora universale con la quale descrivere la fisiologia dell’umano).

Poletti, dal suo bunker, parla a raffica e si fa attraversare dalle raffiche di tutte le avanguardie immaginabili, ma anche fuggendolo l’illusione economicista secondo la quale disperdere energie sia l’esatto contrario della verità, da leggersi come sinonimo di profitto. La sua poesia, quella per esempio di Ottativo, non conduce in nessun luogo, in “gnessulogo” direbbe Zanzotto, doesn’t working, in apparenza ma, appunto per ciò, porta con sé i germi della rivoluzione, della destabilizzazione, e inquieta il lettore convinto che nella poesia la macchina dei sentimenti funzioni come un orologio svizzero: “Vasca vorticosa di girini portico l’orecchio del torace camera del plesso / dove amplessicaule rimbombano memoria di voci”. Significa qualcosa questo distico? Volendo sì, funziona, ma succede probabilmente come nelle macchie di Rorschach della psicodiagnostica, dove la forma tocca i nostri fantasmi e li chiama all’appello (questo tuttavia succede sempre, anche nella lirica, se ben riuscita).  Che cosa vedo in questi due versi? Una vasca con i girini e delle foglie attorcigliate a un fusto (“amplessicaule” significa appunto questo); per analogia: due corpi in amplesso, ma di questi riconosco solo un orecchio e un torace. E se invece fosse la parte curva di un torace, l’esterno, il suo “orecchio” che vedo? Il corpo è uno, solitario, masturbatorio. Sì, probabilmente il corpo è solo, con in testa uno sciame di memorie (l’Annetta montaliana vi sosta irrequieta?), la camera come una vasca vorticosa, e il corpo che sceglie di stare nel buio, dove memoria e desiderio salvano, forse. Vedo anche la desolazione di Corazzini dentro questa stanza, e i vetri non detti sono di cattedrale. C’è tutto il novecento, ma bisogna cercarlo. E questa fatica, non sempre piace al lettore.



Passer domesticus, Linnaeus, 1758


Gli occhi di tutti gli animali
da imbalsamazione, gli uccelli
occhi neri
hanno gli occhi neri tutti gli uccelli non nominati…
occhi bruno-chiaro
Pernice rossa, Ottarda, Rondine di mare maggiore…
occhi gialli
Basettino, Storno, Fagiano…
occhi rossi
occhi azzurri
occhi grigio chiarissimo o bianchi
Gli occhi di tutti gli animali
da imbalsamazione vengono forniti dal commercio.
Per il passero dell’ebreo si usa un ferro quattro.
Si racconta del passero di un ebreo.
Si tagliano e si sfoderano le zampe fino al torso
lasciando la tibia e le ali fino all’omero.
Nella piccola gabbia solo un trespolo
le cose travestite di luce vengono
è l’idea precisa dell’ossido sul torso
della mela lasciato sottratto l’abbaiare
è nel meccanismo delle ore viene
sui vetri la condensa dei fiati va.
Forse tornerà, ossalato e urato d’ammonio, fosfati,
sali minerali, nitrati sul fondo della gabbia
altri due giorni, avvertire il negozio in via Nazionale
che sto bene. Raccolto nel canto non piove.
Altri due. Tremito del piumaggio.
La presenza determina le possibilità dell’assenza.
Misurazione degli animali in carne
Lunghezza della coda (dall’uropigio alla penna più lunga) +
lunghezza del corpo = lunghezza totale.

                              

                                                                                    per Giuseppe Biagi



Marzacotto


La mattina a letto.
       Il male riserva sorprese.
       Un altro passero sbattuto.
Tutto becco giall’arcuato           :        ricordatelcom’era.
  Chiurlo casca secco in campagna.
  Il palleggiare contro il muro.
Continuo                                       variato
la crosta la scialbatura il mattone. Un anno.
Dietro di una giornata confusa fittile
       non fĭctus
                     mancata la solerzia
del sole poi ce ne sarà fin troppa.
Il soave dei bidoni degli scarichi a detonazione
di ottani denotano casa rassicurazione.
Pini e lecci piovono freddo lo staglio
        contro il cobalto nero.
                          Rotula e pietra
                          gomito e pietra
                          alluce e pietra
                          coccige e pietra
                          occipietra. C’è bassa resilienza.
Venti centigrammi di tartaro stibiato
in centocinquanta di tilia tomentosa
destano l’espettorazione delle immagini.
A onor di cronaca stasera proverò
a tagliarmi la gola, catturerò
un numero esiguo di zanzare, massimo nove.
               Erano vie a ritorno incerto.



Bada


Confuse negli occhi sgranano resina con l’approssimazione
dei denti. Il risveglio all’occidentale è un angolo retto di cosce
e tibie, l’uomo comune, fulcri di rotule pesi del sonno sterzati
sui due remiganti più lontani dalla fronte. Quale fortuna sia
che il terreno su cui stai ritto non può essere più largo
dello spazio coperto dai tuoi piedi. Due piedi di tutto due
di traiettorie certe e diverse col fiato nottoso, il primo ingoiare
e rimettere aria a mandibole slegate, caverna il respiro.
Aruspicina del cesso, fresco in faccia rimando degli anni
intravisti, il rosario di bottoni e cerniere, chiavi, meccanismi
due spazi due temperature. Il rosaio immemorabile radice
nodosa filipendula erba perenne bulbacee quasi quasi
d’uccelli quasi qualsivoglia quiqui quel quali quasiquell. Glossite.
I lampioni hanno perso di luna con l’eclissi del giorno ancora
ipotesi sconnessure vibrati, vista del cono di luce che tracima
la macchia, ma debole che cercarlo tra i tetti
e il verde mattino presto, il faro sta e starà di sette in sette
nel giro, negli intervalli nascondimenti distratture e frutti decidui.
In questa ora i luminelli sul muro giallo del canale sono tenui.




Comio


Il gancio serra nel legno
il battente, digradante vetro
che ottunde il grasso disegno
del colle già rammutito, metro
del salire lieve tra muraglione e platani sacellosi.

Denso di torba lo sputo
e conferente con la gravità
per poco in aria poi muto
sboccia in terra perduta levità.
In cima la via di fronte al feudo ventre il conflitto è conflato.

Giù e su per le antiche scale
ambulato troncone d’agnello
corpo pellucido male
che fienato seguita il modello.
Le vesti scorporate ammucchiate sono stracci da spolvero.

Empìti i laveggi enormi
migrazioni delle acque e clamori
di lavoro sui contorni
sul vetrato alto buio e lucori.
Nei fuori le densità non allentano si mangia si muore.

Le coppelle sui muretti
del chiostro, le carte i quadrigliati
la cura la doccia i letti
in spazio deroga il tempo in fiati.
Tutto ciò che occupa non rimane solo uno sciamito d’api.

Maggiano, gennaio 2012


(canzone, ottonari e decasillabi alternati con verso ipermetro di somma (18 sillabe) con schema ABABC
rime alternate)



Di cenere e d’ombra


Trasudano le domeniche ambulanti
i lunedì distratti ventricoli
della deflazione inflazione d’alberi
malati come di filossera ma è solo
inverno. Sul fumigare mattino
innervata di rami l’aria soffre
ipertenuse pazienti e sconsolate.
Ci hanno tolto o forse non siamo
riusciti a mantenere l’opportunità
di mangiare il sole, le costruzioni a colpi
di squadra popolare, loculi per i morti
nidi ingrommati di nevrosi.
Non tutto rimane
sono cambiate anche le ombre la filotassi
del tuo volto è diventata scalena
nel mio sono rimasti gli occhi.
Non ancora
un tributo alla notte labbra
scottate dal mozzicone quale resistenza
hanno opposto i capillari
del fumo
un tribuno del niente




Sui Quaderni in ottavo di K. (Ottativo)


I.

Tentennio di un non fissato a muro, passo svelto in specie di notte
sotto annuvolati limpidi tacchi tintinnaboli.
Vasca vorticosa di girini portico l’orecchio del torace camera del plesso
dove amplessicaule rimbombano memoria di voci
voce sconosciuta la tua ispessita dal callo, prece d’altare vespero
verbera verba, pregresso di voci che si accavallano dentro una camera.


II.

Nonostante la cura si consumano troppo in fretta sul mio stesso corridoio
calda sera in un’unica stanza che dà sul mio stesso corridoio, con porta
antelucana, la tromba, scalea ricca di libecci abita nell’andito di quella
porta che dà sul corridoio androne un rammendatore
e nonostante la cura si consumano troppo in fretta.


VI.

Conoscere per se stesso afferrandosi ai propri capelli su dalla palude
dalla legge di gravità abolita senza volo, gli angeli non volano
le creature impregnate di terra vedano terra ovunque misera
è la conoscenza che ho della mia stanza dove sostano rispecchiamenti
della terra, ovunque ci volgiamo le coordinate di permanenza
di un posacenere incertano il dentro dettato non dettabile.



Daniele Poletti nasce a Viareggio nel 1975. Poesia e performance sono le attività che da più di quindici anni si intrecciano nella sua ricerca. L’esperienza performativa parte da letture pubbliche per arrivare a veri e propri progetti di teatro del corpo.
Sul finire del  1995 pubblica, in edizione privata, la raccolta di poesie lineari Dama di Muschi, con i testi introduttivi del poeta visivo Arrigo Lora-Totino e dall’artista Antonino Bove.
Sue poesie e lavori concettuali sono apparsi su varie riviste e contenitori d’artista (Offerta Speciale, Risvolti, Geiger, l’immaginazione, BAU tra le altre).
Nel 2003 è presente nella raccolta collettanea di poesie L’ora d’aria dei cani, per i tipi di Mauro Baroni. Sempre per Baroni ha pubblicato il racconto breve Una giornata particolare.
Sul finire del 2005 pubblica la raccolta di poesie “Ipotesi per un ipofisario”, Marco Del Bucchia Editore.
Nell’aprile 2010 escono 10 sue poesie sulla rivista “l’immaginazione” (Manni editore) con una nota di Edoardo Sanguineti.
È presente ne La vetrina dei poeti del blog Il fiore del deserto con una silloge presentata da Lorenzo Mari;
su Poetarum  Silva con un’introduzione di Natàlia Castaldi, su Rebstein e su Trasversale blog con un testo di Rosa Pierno.
Ottobre 2013 testo dedicato a Emilio Villa, pubblicato nel volume collettivo PARABOL(ICH)E DELL'ULTIMO GIORNO. PER EMILIO VILLA Dot.Com Press.
Fondatore e promotore del progetto culturale [dia•foria: www.diaforia.org,  che all’inizio del 2013 ha inaugurato un nuovo spazio dedicato alle scritture di ricerca: f l o e m a - esplorazioni della parola (http://www.diaforia.org/floema/)