domenica 24 maggio 2015

Benoît Conort


Ci sono diverse ragioni per far conoscere in Italia Per un’isola futura (CFR, 2015), del poeta francese Benoît Conort. La prima è la vicinanza con il simbolismo, quindi con un modo d’intendere il legame fra parola e mondo affine alla sensibilità italiana dell’ultimo secolo. La seconda riguarda l’editore, l’amico scomparso Gian Mario Lucini, che ebbe il coraggio di aprire “Odisseo”, una collana in CFR “di traduzioni da lingue nazionali e regionali”, una sfida entro la crisi endemica della piccola editoria, in specie poetica, in linea con il carattere antagonista del valtellinese e con la sua vita di migrante (lavorò in Svizzera, a Bolzano, a Piateda, dove risiedeva e, per molti anni, frequentò l’associazione “Libera”, in Calabria). La terza ragione va cercata in Fabrizio Bianchi, direttore delle Edizioni Dot.com press che, con professionalità, sta traghettando le Edizioni CFR verso un futuro sul quale non soltanto lui scommette. La quarta ragione riguarda il traduttore, Salvatore Violante, napoletano combattivo e poeta, che, nella propria opera, coniuga le neuroscienze con l’impegno civile, fermezza della visione con la consapevolezza di vivere in “un tempo desertico” che tuttavia si può raccontare, come scrive in Sulle tracce dell’uomo. Traduttore non professionista, Violante ha affrontato la materia con massima dedizione, con affetto addirittura, verso l’opera e la persona di Benoît, sentendosi egli stesso responsabile di promuoverlo nel territorio; ne scrive oltretutto l’introduzione, ricordando le affinità con la poetica di Pierre Jean Jouve e rilevando come in questo libro, uscito per Gallimard nel 1988, tutto sia “in perenne instabilità, visiva, sonora, logica attraverso paesaggi quasi sempre privi di luce, in una doglianza perenne, sorda, pietrificata”. Una fotografia convincente, a cui si potrebbe aggiungere una dialogo stretto con l’infanzia, intesa quale origine, focolare, il paradiso perduto di jouveana memoria, ma anche nucleo vitale che l’età adulta spegne sempre più, in un cammino verso la morte. E il rapporto con la memoria, attraversata dall’oblio quale condizione di sopravvivenza, di alleggerimento dal lutto, ma anche memoria che dovrebbe garantirci d’essere vissuti davvero, di contro alla percezione di avere sognato ogni cosa.

Un altro aspetto presente in Per un’isola futura è il sentimento tragico dell’esistenza, in cui paesaggio e destino, parola e vastità impronunciabile dialogano con moto acceso, dando luogo a immagini tese, tra simbolo e allegoria. Alcuni esempi: “Le bestie massicce drenano il fondo d’acqua densa” e “All’impercettibile grido di una faccia disfatta” e “Altri sogni a brandelli in questa notte selvaggia”;  debiti verso l’espressionismo e il romanzo cavalleresco medioevale (penso oltretutto alle “tre gocce di sangue”, care a Parsifal),  ma anche Lebenshauung di Benoît, sentire vissuto nella carne di un presente moribondo, dove “non canta più rondinella” e tuttavia ancora abitabile, a patto di cercare in esso le scintille della vita pulsionale capaci di contrastare il nero che avanza. Una speranza che Violante riconosce, sotto il profilo metrico, nel “versetto biblico”, misto di immagine lirica e racconto, struttura direi comunque cara alla poesia francese sin dal Romanticismo, passando per Rimbaud, le cui illuminazioni mi pare guidino lo spirito da “voleur de feu” di questo libro.




Il n’est de terres que presqu’îles.
Toujours, par quelque côté, nous touchons
à ces lagunes sombres, à cette
mer insatisfaite en son cercle brisé. Toujours
une langue terreuse, ici ou là, nous
lie et nous sépare. Phrases éparses, chaotiques,
pour une terre duelle, approche
inachevable d’une Avalon à venir, rêvée
et désirée, D’où cette île non encore
délivrée de ses vieilles amarres, de ses
remords de bras de mer combles.
      Sur la jetée, là-bas, il semble que
quelqu’un hèle l’océan.



Non vi sono terre se non penisole.
Sempre, per qualche motivo, noi siamo in
contatto con queste lagune oscure, con questo
mare insoddisfatto nel suo cerchio interrotto.
Sempre una striscia di terra, qui o là, ci
lega o separa. Frasi sparse, caotiche,
per una terra doppia, approccio
incompiuto ad un’Avalon futura, sognata
e ambita. Donde quest’isola non ancora
liberata dai suoi vecchi ancoraggi, dai suoi
rimorsi pieni di braccia di mare.
      Sul molo, laggiù, pare che
qualcuno chiami l’oceano.





Voyelles entrechoquées, rythme, natif, rompu aux
battements du coeur,
Heurté soudain à cette peur qui le surprend,
Âme rouge du plus profond foyer d’enfance,
j’insuffle
En elle ce qu’autrefois elle me donna,
Aile traversée! flamme! transpercée d’une lumière
Plus grande. N’était-ce que cela,
Cette voix qui en moi interrompt son silence?
Bientôt l’hésitation, le mouvement, bientôt l’union.
Bientôt l’acquiescement fragile et le consentement
Aux flancs nus, au souffle,
Le sang suspendu, lumineux, retenu en de pures
limites,
Le grand cri jeté aux haillons de la nuit et la mort
enchantée. Le vieux jeu à nouveau. Mais du sang coule
le long du bras.
Et l’ancien conte, ici, s’arrête et dit que trois
gouttes de sang, sur la neige, suffirent à l’apaiser.
Le monde aboli.
Je resonge à celui qui, la lance à la main, oubliant le
combat à venir,
Au premier matin du monde comprit,
Toi, si longtemps attendue, prise, en une image de
passage.
Sang au haut de l’épaule,
Orée, fût-elle rayon au fond du bois, étrange; et le
soleil épelait les feuillets d’or de l’horizon,
Orée, que j’avance dans la lumière si poignante,
Comme s’allument les branches sèches, au feu
dernier de l’automne, les dépouilles de l’arbre.



Vocali in contrasto, ritmo, innato, rotto ai
battiti del cuore,
Turbato improvvisamente da questa paura che lo sorprende,
Anima rovente del più profondo focolare d’infanzia,
alimento
In essa ciò che una volta lei mi diede,
Ala attraversata! fiamma! Trafitta da una luce
Più grande. Era tutto qui,
Questa voce che in me rompe il suo silenzio?
Presto l’incertezza, il movimento, presto l’unione.
Presto l’acquiescenza fragile e il consenso
Ai fianchi nudi, al respiro,
Il sangue sospeso, luminoso, fissato entro puri
limiti,
Il grande urlo scagliato contro gli stracci della notte
e la morte incantata. Daccapo il vecchio gioco. Ma del
sangue scorre lungo il braccio.
E la vecchia storia, qui, si arresta e dice che tre
gocce di sangue, sulla neve, furono sufficienti a placarla.
Il mondo annullato.
Ripenso a chi, lancia in mano, dimenticando
l’impegno futuro,
Nel primo mattino del mondo comprese,
Te, così lungamente attesa, presa, in un’immagine
passante.
Sangue sopra la spalla,
Limitare, quand’anche fosse raggio dal fondo del bosco,
sconosciuto; e il sole compitò i foglietti d’oro dell’orizzonte,
Limitare, che porto avanti nella luce così straziante,
Come si accendono i rami secchi, all’ultimo caldo
dell’autunno, le spoglie dell’albero.





Quel est l’oiseau, là bas, qui rit de son pouvoir et
repliant les ailes
Se fait chute soudaine au ciel qu’il renie?
L’enfant pourtant court sans rien voir, les bras
ouverts à tout le vent
Qui s’engouffre, les bras ouverts à ce vent qui le
dépasse et qu’il étreint
De toute sa jeune force;
Jeune arbre ou jeune pousse ce qui poussant se
developpe et ouvre
Vers la mort les grilles sombres de l’âge.
Puis se renverse; autre paysage de sable nocturne.
Où ce grand froid? ce vent d’hiver?
Où cet enfant égaré? Le souvenir est traître, le
remords moribond.
Étoile au front! pierre! le meurtre est ancien,
derrière les yeux,
Il pousse des lierres d’oubli, des feuilles vertes ruines
Se dissimulent au fond de l’esprit,
Se transfigurent, lentement, en lisières nouvelles.
Des voix parlent en langue étrangère et cela sonne
drôlement.



Che uccello è quello laggiù, che ride del suo potere e
ripiegando le ali
Cade improvvisamente dal cielo che rinnega?
Il bambino tuttavia corre senza vedere niente, le braccia
aperte ad ogni vento
Che s’infila, braccia aperte in questo vento che
l’oltrepassa e lo stringe
Con tutta la sua giovane forza;
Giovane albero o giovane germoglio che crescendo si
sviluppa ed apre
Verso la morte le grate cupe dell’età.
Poi si rovescia; altro paesaggio di sabbia notturno.
Dove questo grande freddo? Questo vento d’inverno?
Dove questo bimbo smarrito? Il ricordo è traditore, il
rimorso moribondo.
Stella in fronte! pietra! L’assassinio è antico,
dietro gli occhi,
Spinge edere d’oblio, delle foglie verdi danneggiate
Si nascondono nel fondo dell’anima,
Si trasfigurano, lentamente, in lineamenti nuovi.
Voci parlano in lingua straniera e questo suona
strano.





Par ce doigt de soleil à peine qui se pose
Au sommet de pierres vives dérive lentement
Jusqu’à nos corps durcis d’insectes dévorant
Hauts sont les monts ténébreuses les vallées
Que hante le souvenir de nos lèvres meurtries
La femme comme un enfant
Et nue sous la chemise elle allait en la mémoire
De vagues désirantes
Que l’on voulait saisir et toujours échappaient
Celui qui va mourir regarde aux monts l’ombre précise
À l’ombre il tend sa gorge à l’épée
Le dur rocher de la vie minérale
Il nie qu’il fut touché autrement
Qu’en son orgueil superbe il nie
Que la mort même puisse l’effleurer
Il la provoque lui enjoint de paraître là où
Hauts sont les monts les vallées ténébreuses.



Per questo dito di sole che a malapena si posa
Sulla sommità di rocce vive che va alla deriva lentamente
Fino ai nostri corpi ti indurisci di insetti divoranti
Alti sono i monti tenebrose le vallate
Che ossessione il ricordo delle nostre labbra assassine
La donna come un bambino
E nuda sotto la camicia percorreva con la memoria
Ondate di desideri
Che si volevano afferrare e che sempre sfuggivano
Chi va a morire guarda ai monti l’ombra precisa
All’ombra tende la sua gola per la spada
La dura roccia della vita minerale
Egli nega che fu toccato altrimenti
Nel suo orgoglio superbo nega
Che la morte stessa potesse sfiorarlo
La provoca intimandole di apparire là dove
Sono alti i monti tenebrose le vallate.





S’appellera
Absence sur la page
Sous la langue informelle salive des mots agonisants.


Si chiamerà
Assenza sulla pagina
Sotto la lingua informale saliva di parole agonizzanti.



Benoît Conort è nato nel 1956 a Villeneuve-sur-Lot. Attualmente insegna letteratura francese all’Università di Rennes II. Su Wikipedia altre notizie biobibliografiche.

venerdì 15 maggio 2015

Compagno poeta (Giulio Stocchi)


In Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita  Felice, 2009), scrivevo: “Un libro poco noto, ma che riflette il malessere protrattosi fino alla metà degli anni Settanta in seguito alla linea di lotta inaugurata dai militanti-scrittori del PCI, è Compagno poeta (Einaudi, 1980), di Giulio Stocchi. L’autore trovò il suo pubblico in fabbrica, alle assemblee degli operai, intervenendovi da cantore della rivoluzione imminente, come un Majakovskij lombardo che avvertisse l’urgenza d’essere presente là dove la storia accade. Fuori dalla consueta retorica di programma, egli mostra lo smarrimento di chi avverte sulla propria pelle il disagio dell’intellettuale moderno, consapevole di essere solo davanti a un gruppo compatto di uomini, estranei alla scrittura e che non conoscono «i dubbi, le difficoltà, i ripensamenti» che hanno travagliato l'organizzazione dei versi”.

Giulio invia ora ad alcuni amici questa pagina del libro, che pubblico volentieri su Blanc.


Ogni volta che torna aprile

Ogni volta che torna aprile, e Milano si mette al bello, col vento che pare stringerla in vita per portarsela via, è sempre la stessa rabbia di quei giorni che mi prende alla gola.
Entravano in piazza. Gli striscioni ormai li avevano arrotolati. Per tutto il pomeriggio, davanti al Comune, avevano gridato che la casa è un diritto. Ma adesso non sapevano nulla che non fosse il vento, l'aria tersa del tramonto, e quel profumo che stordiva. Poi i colpi. Uno, due, brevi, secchi. Per Claudio Varalli, la primavera finiva così, a sedici anni. Col viso solo un po' stupito. I fascisti erano già scappati. Verso la Questura.
Il giorno dopo c'eravamo tutti. Scendevamo per corso di Porta Vittoria, in un silenzio strano. Di tanto in tanto, una voce: "Almirante", e il corteo dietro, per quanto era lungo, "Assassino", rispondeva. Sapevamo dove andare. Per anni, da via Mancini, dov'è la sede dell'Msi, erano usciti con catene, con coltelli, con pistole. Sapevamo anche che non ci avrebbero fatto arrivare fin là. Ma eravamo in tanti. E la fotografia di quel ragazzo sull'asfalto era negli occhi di tutti. Di cordone in cordone, poi, rimbalzava una notizia. Si diceva che ne avessero ammazzato un altro, a Torino. Uno di Lotta continua. Tonino Micciché.
E così continuavamo ad andare. Molti col fazzoletto sul viso. Altri coi tascapane gonfi di sassi. Ma tutti con quella decisione dura che sentivi anche da come ti si stringeva al braccio il compagno accanto. Non si vedeva un poliziotto.
Poi, d'improvviso, dove il corso si slarga in una piazza, quando già eravamo entrati per metà, e gli altri premevano dietro, le sirene, e una gran nuvola di fumo. C'è appena il tempo di chiedersi che cosa stia succedendo, che da tutto quel disastro, come impazziti, sbucano i camion dei carabinieri. Salgono sul marciapiede. Puntano diritto sulla gente.
I sassi, ormai, non servivano più.
Dopo un lungo giro per evitare i posti di blocco, salgo su un autobus. In un angolo, e questo non lo dimentico più, c'era un compagno, appoggiato al finestrino. E' Tumminelli. E' grande e grosso, Tumminelli. E così, davanti a tutti, piange. Mi dice di Giannino, di come l'abbiano massacrato le ruote, che lui era là, che non gli si riconosceva nemmeno più la faccia, e pensa che solo ieri al baretto scherzavamo insieme, e tutti gli volevano bene, non era giusto morire così, perché era tanto buono, Giannino, sì, Giannino Zibecchi.
La zona era ancora piena di fumo. A terra, una maglietta. Insanguinata. I compagni arrivavano ad uno ad uno, fin contro quel quadrato di scudi, di elmi, di fucili. Buttavano un fiore. In silenzio, come una promessa cupa. E se ne andavano. Intorno, i carabinieri si indicavano il luogo dello scempio. Ridevano.
C'eravamo divisi in due gruppi. Uno a far presidio sull'angolo di Giannino, in XXII Marzo, e noi sotto i portici di piazza Cavour, vicino a Claudio. La sera prima, tornando a casa, la radio aveva aggiunto un altro nome all'elenco. Rodolfo Boschi, a Firenze. Davamo via dei volantini. Oh certo, la gente li prendeva. Un'occhiata distratta, e andava al cinema. Come se non fosse successo niente.
Passa Toscano (1), con quella sua aria leggermente ironica e la giacca di sempre buttata sulle spalle, e mi fa: "Come va il poema, Giulio?" Ecco, penso che questa sia stata la molla. Quelle parole. O meglio, per come stridevano, quelle parole, con tutto ciò che mi stava intorno: i visi stravolti di stanchezza, le voci arrochite, le mani che avrebbero voluto strappare in pezzi anche la notte, e quei volantini, quei volantini che non riuscivano neppure a sfiorare le labbra dell'indifferenza.
Il poema... Già, mi conoscevano come il poeta, i compagni. Me lo dicevano così, tra lo scherzo e l'affetto. Ognuno era al corrente del mio piccolo segreto. Del mio vizio. Il poema... E rivedevo la mia stanza, tutte quelle notti dalla gola bruciata dal fumo, il ticchettio della macchina da scrivere, la felicità del mattino dopo, le pagine che negli anni avevano fatto mucchio. E solo Carole, la mia compagna d'allora, e pochi amici, qualche volta, seduti in cerchio ad ascoltarlo, il poema.
Perché avevo paura di mettermi in gioco, di espormi forse a un rifiuto, di andare dai compagni e dire: "Ecco, io sono qui, questa è la mia vita, il mio modo di lottare e di esservi accanto. Giudicateli voi". E invece no: tenevo tutto per me. Era il mio rifugio il poema. La tana che m'ero scavato, l'orgoglio di sentirmi diverso. Io, il poeta.
E mentre tutto questo, in un lampo, m'attraversava la mente, "Bene, - rispondo. - Va bene il poema". E poi, senza pensarci: "Una volta o l'altra ci si vede, così ne parliamo".
Il giorno dei funerali di Giannino, i Navigli brulicavano di gente, di bandiere, di striscioni. E tanti fiori. Li portavano, davanti a tutti, delle compagne. Giovanissime. Un canto sommesso rompeva appena lo scalpiccio dei passi. Era una giornata meravigliosa. Troppo, per dirsi addio. E ognuno quel contrasto l'avvertiva con un dolore sordo che cresceva dentro e saliva fino alle labbra. In un grido. Era come un'onda. Percorreva tutta quella fiumana, si spezzava d'improvviso, lo risentivi lontano, quasi venisse da un altro mondo, tornava ingrossandosi, t'afferrava di nuovo, ed eri lì a ripeterlo con tutta la vita che urlava, "Ora e sempre resistenza".
Voleva dire tante cose quel grido. Era un ponte gettato alla città. "Guardateci, - voleva dire, - guardateci bene in faccia. Vedete? Siamo noi, gli estremisti. No, non voltate la testa, - voleva dire, - guardatele quelle ragazzine dei fiori, quei visi chiari, guardate cosa c'è dentro quegli occhi. Eccoli, i teppisti, i provocatori, i delinquenti". "Ma non capite, - voleva dire, - non capite che non c'è niente da far luce? Che questi morti sono una catena che viene giù da Piazza Fontana? E da prima, da Avola, da Battipaglia? E da prima ancora, da Melissa, da Portella della Ginestra? E che tutto questo ha un nome?" "Scuotetevi dal torpore", voleva dire. Ma anche, voleva dire, che stessero bene in guardia quelli dei palazzi, delle croci, del saccheggio, e i loro sicari d'ogni specie, perché non sarebbero riusciti ad ammazzarci tutti; e che noi, i teppisti, i provocatori, i delinquenti, contro tutta quella morte avremmo sempre fatto muro.
Questo voleva dire. E la bara navigava per la sua città, sollevata fino al cielo da quella disperazione di pugni chiusi. Scendeva di strada in strada verso il Duomo, si fermava per un attimo ai crocicchi, riprendeva ondeggiando sui viali, attraversava i quartieri dei panni di ringhiera e quelli eleganti degli uffici. Milano le parlava, come parla una città. Si chinava a carezzarla coi rami dei tigli, si scuoteva dalle pietre dei selciati, abbassava gli occhi di pietà con le serrande dei negozi. Prometteva di non dimenticare. Poi tratteneva il respiro. E si tornava a udire solo il fruscio del vento, lo scalpiccio dei passi. E quel grido.
Ma non era solo il corpo straziato di Giannino che vedevo passare per le strade. In quei ragazzi che camminavano perdutamente stretti, nei loro occhi segnati d'ombra, e nella sfida tuttavia variopinta dei vestiti, era come se mi sfilassero davanti i sogni, la fantasia, l'amore, le speranze di quegli anni. Erano le sere attorno a una chitarra, le discussioni febbrili, le assemblee piene di fumo, le vigilie di manifestazione, i letti felici, la scommessa dei corpi abbracciati, le cene messe su con niente, lo scavo ansioso del futuro, la voglia di capire, il bisogno di trovare finalmente un confine al grigio, la ricchezza nuda delle nostre mani. Tutto questo vedevo passare in corteo. Ed era tutto ciò di cui s'era nutrita la mia poesia in quegli anni.
Allora capivo perché la domanda di Toscano m'avesse tanto colpito, lasciandomi con un turbine di pensieri e risvegliando un'eco strana, un bisogno nuovo di dire. "Come va il poema, Giulio?", sussurrato nel clima spettrale di piazza Cavour, e così apparentemente fuori luogo, significava solo quello che stavo vedendo in quel momento, mi indicava semplicemente dov'era e in che direzione dovesse andare la mia poesia. Era come quando uno squarcio di luce ti mostra due cose che sono sempre state vicine: tu in fondo lo sapevi, eppure ci voleva quel lampo per riconoscerle.
Anche quel grido tornava a parlare, e questa volta solo a me. Sfilava il corteo, e mi diceva che bastava un passo per immergermi m quella corrente, per unire la mia alla voce di tutti. Mi diceva di quanto misere, di quanto piccole fossero le mie paure, e smisurato il loro abisso d'orgoglio.
Perché ciò che credevo fosse solo mio, e prendesse forma nel chiuso della mia stanza, nel cerchio dei miei sogni, nella solitudine più segreta dei bicchieri, in realtà nasceva ed era nato li. E li doveva tornare: nelle strade, accanto ai compagni, durante la lotta, perché ogni parola, nell'infinita varietà dei volti, dei gesti, dei sogni, delle speranze di quegli uomini, ritrovasse le sue radici e la sua ragione, la pienezza riconquistata del proprio destino.
E così, mentre il corteo continuava ad andare, e le vecchine si segnavano, io buttavo su un foglio le parole rabbiose che dalla notte del presidio mi battevano alle tempie.
La sera dopo, all'Università, nell'aula magna che ancora risuonava della rivolta dissonante delle note di Liguori, salivo sul palco a urlare quelle parole.
Era il 21 aprile 1975. Avevo cominciato.


1 - Uno dei leader del Movimento studentesco milanese

mercoledì 6 maggio 2015

Modernità e lotta armata


La modernità si strutturò attraverso tre rivoluzioni: inglese, americana e francese. Sotto questo profilo, sono intrinseche alla modernità diveniente una teoria e una pratica della lotta armata quali soluzioni decisive di una crisi di sistema sotto il segno della discontinuità. Il fascismo, per esempio, risolve con la violenza istituzionalizzata la crisi della rappresentanza liberale dopo la prima guerra mondiale; la lotta partigiana, capovolgendone gli assunti valoriali, impone un modello liberale dove la democrazia garantisce, meglio che nel fascismo, il libero sviluppo del capitale, la libera circolazione delle merci e una migliore distribuzione del reddito, tali da rendere possibile una nuova società, che ha al centro la spinta verso l’uguaglianza dei diritti ma anche della possibilità di consumare beni. Non che il partigiano Johnny avesse questo progetto, ma involontariamente gli ha spianato la strada.

In controcanto, da Marx a Bordiga, da Lenin a Gramsci una teoria della lotta armata di stampo anti-capitalista non è mai venuta meno, indirizzata a un gruppo ben preciso della società; gruppo che, in Italia, ha occupato le fabbriche, è morto in trincea, è salito in montagna contro il nazifascismo, ha scioperato negli anni democristiani, ha preso posizione contro il terrorismo degli anni settanta, ha sostenuto il PIL pagando le tasse e che ora, disgustato della classe dirigente – specialmente nel nord-Italia, e in compagnia del ceto impiegatizio – elabora una lotta armata reazionaria, fatta augurando il naufragio ai migranti e sparando ai ladri di biciclette, ma anche desiderando l’olocausto dei politici tutti, un gran fuoco liberatorio, che rivela molto delle radici magiche che animano le loro coscienze. Dal progetto che vedeva la coscienza di classe quale condizione fondante della lotta, i soggetti rivoluzionari sono diventati figure spaventate, chiuse nei loro fortini identitari e di proprietà. Una ragione ce l’hanno: di fatto, in Italia la scollatura fra classe dirigente e cittadini operosi è chiara; una crisi che la maggioranza passiva del popolo italiano vorrebbe risolta non più in termini di nuovo ceto dirigente, come fu nel passato (autoritario nel fascismo, democratico nella Resistenza), ma in nome degli onesti contro i disonesti: una categoria impolitica, e quindi inadeguata, che però ideologicamente funziona, come ha ben capito il presidente del consiglio Renzi, che ora la cavalca con un populismo venato di autoritarismo post-ideologico. Chiaro che l’antagonismo fra onesti e disonesti non riuscirà mai a diventare frontale, ossia a incarnare la fisiologia conflittuale del moderno, perché le due categorie non sono che semplificazioni sociologiche, oltre che modi d’essere del medesimo homo economicus, che agisce per difendere la stessa coperta corta dei nemici. In questo gioco di ruoli, spesso l’onesto è tale per paura o per mancanza d’occasione. A dividerli è un margine sottile, osmotico, inadeguato a fondare un conflitto dove il tempo del guadagno dovrebbe essere sacrificato al tempo della lotta. Rimangono allora la rabbia e la frustrazione da sfogare al bar e in famiglia. Una violenza privata, fisica e verbale, che si scarica sui più deboli: figli, donne, emarginati.

Non è tuttavia pensabile nemmeno un conflitto di classe che dia un nuovo assetto al reale, sia perché “classe” è un concetto utile ma non sufficiente a comprendere la complessità socio-economica di un tessuto sociale e sia perché, semmai un ente come il proletariato fosse storicamente quantificabile, descrivibile senza ambiguità, storicamente la classe operaia non si è mai emancipata in quanto soggetto rivoluzionario, nemmeno dopo la mondializzazione del capitalismo; anzi, nel terzo mondo sta vivendo uno sfruttamento mai prima realizzato e in occidente è in gran parte omologata al sistema valoriale dominante. Per non dire degli effetti storici delle cosiddette rivoluzioni “proletarie”: non c’è Stato comunista che non abbia piegato le singolarità a un progetto dove le uniche a potersi pensare nella pienezza dell’esistenza (ma come dei privilegiati sotto assedio) sono state le gerarchie dell’apparato; a tutti gli altri è spettato il sacrificio di sé e l’obbedienza, nel nome della rivoluzione da conservare. Una teologia del valore (la rivoluzione) tiranna rispetto alle singolarità (che qui non significa individui borghesi dominati dall’avidità di possesso, bensì esistenze co-appartenenti al tessuto relazionale, enti essenzialmente sociali e dialogici). Oltretutto, nel presente italiano non c’è una progetto rivoluzionario in corso di questo tipo. C’è piuttosto un’attesa, un agire culturale per una transizione rivoluzionaria, dialetticamente convinti che, come scrive “n+1”, la rivista della sinistra internazionalista italiana, il comunismo sia un processo già in atto, un’antitesi in formazione, che darà infine vita allo scontro decisivo per la vittoria sul capitalismo. Nel frattempo, la sua preoccupazione non è organizzare la classe operaia, ma, al contrario, evitare qualsiasi “forma organizzativa finora espressa dalle società classiste” (partito, sindacato, movimento ecc.). Una preoccupazione formale, appunto, in attesa della catastrofe rivoluzionaria, basata sulla fiducia che il capitalismo la stia preparando e che al partito spetti la guida conclusiva del processo. Al momento, dunque, la lotta armata della sinistra rivoluzionaria non costituisce una forza reale in gioco per la realizzazione della discontinuità storica. Non è prevista.

E l’antagonismo anarchico? La pratica dell’attentato, del sabotaggio, della destabilizzazione permanente con attacchi mirati a obiettivi sensibili, attraversa gli ultimi due secoli, ma nei momenti del cambiamento decisivo (prima e seconda guerra mondiale, guerra di Spagna, fascismo, Resistenza) l’anarchico ha dovuto diventare partecipativo, collaborando con gli altri partiti a cacciare il vecchio per fondare il nuovo. Un nuovo, dal suo punto di vista, sempre inadeguato perché, nella modernità, agito entro il paradigma della legalità di Stato, del contratto sociale, e quindi dall’anarchico vissuto come costrittivo, a-libertario e ingiusto, come nemico da combattere.

L’interessante di questa posizione consiste nel fatto che è l’unica forma di lotta armata presente in Occidente; l’altra lotta, questa volta per l’autoconservazione, la combatte la classe dominante delle singole nazioni, con un ideologismo esasperato e con i ricatti contro la forza-lavoro. Questo significa che oggi in occidente – se si esclude il terrorismo integralista islamico, ma che ha i connotati premoderni di guerra di religione e di conflitto tribale – ci sono due forme di lotta politica, una armata contro i beni e i simboli del capitalismo (banche, grandi infrastrutture ecc.), l’altra, agita dal grande Capitale, giocata nel ricatto e nel controllo delle coscienze (vero, per esempio, che la teatralizzazione mass-mediatica dei fatti incendiari recenti, probabilmente facilitati dalle forze dell’ordine, ha catalizzato il dissenso verso i contestatori violenti anche di chi vive un disagio sociale pari al loro). E questo non è un fatto straordinario, bensì, appunto, appartiene alla fisiologia del moderno, che pensa al cambiamento come la risultante di un conflitto, dove chi vince decide le regole del gioco in nome della legalità. Ciò è vero anche per le posizioni riformiste, che spostano il conflitto fisico nello spazio simbolico del Parlamento (simbolico non sempre, come abbiamo visto soprattutto nella seconda repubblica) o con manifestazioni di piazza pacifiche, secondo il principio, moderno, del ‘contesto ma rispetto le regole comuni perché credo nella democrazia’.  

Se l’antagonismo anarchico è inefficace a rifondare il presente con un nuovo paradigma, proprio per la sua natura utopica, costantemente insoddisfatta dell’ordine costituito, il riformismo agisce su tempi lunghi, fuori dai ritmi e dai bisogni del biologico, e quindi funziona in tempo di pace (per esempio nell’età giolittiana o con De Gasperi), ma non durante la fase acuta della crisi di un sistema, dove le spinte centripete dovute ai bisogni insoddisfatti cercano un catalizzatore che le coalizzi contro il nemico tiranno (così successe quando l’ancien regime fu scardinato dalla rivoluzione del 1789 e nella Resistenza).

Entro questo scenario, di conflitto reale ma improduttivo, dove l’ideologismo spinto del Capitale sposta il nemico sui soggetti deboli (migranti, antagonisti, nomadi, emarginati) facendone dei capri espiatori da dare in pasto agli onesti (e ai disonesti, che li sfruttano in diversi modi), e il movimentismo pacifista, ecologista ecc., riconoscendo i confini entro cui gli è consentito di muoversi, non minaccia gli interessi del Capitale (al massimo lo convince a riconvertire la produzione in beni “sostenibili”), mi pare ci siano almeno due questioni da approfondire. La prima è che manca una teoria della lotta armata sganciata dai paradigmi precedenti (fascista, comunista e anarchico), una lotta che, entro le dinamiche del capitalismo avanzato, ridefinisca i soggetti in causa e i fini per i quali combattere, una teoria capace di una parola d’ordine efficace nell’immediato, in grado di chiudere temporaneamente il conflitto fra le parti, ma che riprodurrebbe le dinamiche violente e parzialmente incontrollabili delle precedenti rivoluzioni moderne.

La seconda questione, che mi interessa di più, è: se la modernità è giunta alla fine, è possibile anche pensare a una teoria del cambiamento radicale che non preveda un conflitto armato? Una teoria che ridiscuta le categorie politico-economiche e lo stesso processo storico non più in termini dialettici o di inevitabile progresso? Una teoria che adotti la complessità pluridisciplinare come elemento per ripensare il capitalismo, non più inteso come destino ineluttabile o necessario passaggio a una società senza classi? Di questo sento la mancanza oggi: di un pensiero politico e di una filosofia della storia che felicemente mi spiazzino, capaci di portarci fuori dal modello conflittuale, di portarci fuori dal moderno, insomma, dalla visione e dalla pratica della violenza progettuale quale risoluzione delle crisi politico-economiche. L’alternativa è il perdurare di un capitalismo che si erge a principio ontologico a cui si contrappone una lotta violenta ormai esangue o una resistenza pacifista, di massa ed eterogenea, lodevole nelle intenzioni e unita contro il nemico, ma in disaccordo rispetto alla progettualità politica, per l’eterogeneità socio-economica della base (vedi le divisioni interne a “Podemos”, il secondo partito spagnolo, nato dalle ceneri degli indignados). E intanto, fuori dal malato recinto occidentale, il terzo mondo preme per adottare la modernità quale riscatto dalla miseria (con il grandissimo problema delle limitate risorse disponibili) o, peggio, in area integralista, per sconfiggerla attraverso la guerra santa, che ci vorrebbe in uno stato di sudditanza totale e senza memoria, in obbedienza a un ordine metafisico custodito da sacerdoti talebani, medioevali nella concezione politica e disumani rispetto ai saperi che la contemporaneità ci ha messo a disposizione.


mercoledì 29 aprile 2015

Fernando Lena

foto di Anna Maria Scala


Dell’ospedale psichiatrico criminale di Aversa scrive Antonio Porta in una poesia non bella del 1978. E ora ce lo racconta Fernando Lena in un poemetto che porta il suo nome (ma che raccoglie, oltre a tre poesie autonome, 30 liriche della raccolta inedita La quiete dei respiri fondati), edito da Puntoacapo nel 2014 entro il progetto “I quaderni dell’Ussaro” curati da Valeria Serofilli (di “quaderni” ne sono finora usciti 18).

Nelle nota d’apertura, l’autore siciliano non nasconde niente di sé: un anno di disintossicazione da eroina passato in un padiglione contiguo ai detenuti, tra il 1991-92. Vent’anni per metabolizzare quell’esperienza e, immagino, per rifarsi una vita.

Lo sfondo morale in cui queste poesie sono nate emerge sin da subito: c’è l’emarginazione, che è un mondo parallelo a quello dei viventi integrati, spesso indifferenti al dolore dei folli o di chi ha fatto scelte sbagliate; e c’è la mancanza di libertà, in un mondo che vorrebbe in quest’ultima il fondamento della democrazia. Entro queste coordinate, condivisibili, Fernando Lena racconta la vita della cittadella manicomiale, dove non è il futuro a spaventare, “ma la dignità di un fiore / che cresce / nella giungla del piscio”. Un sentire forte, fratello delle liriche di Alda Merini in Terra santa, e un’ulteriore denuncia dell’assurdità di questi istituti ancora attivi (pare che ci sia un migliaio di detenuti nei sei manicomi criminali della penisola), ma soprattutto un racconto di sé, come “vittima e germoglio”, in un sentire comune agli internati, dei quali traccia una decina di intensi e dolenti ritratti, tutti rigorosamente in corsivo, a distinguerli dalla propria biografia, per rispetto e complicità. L’intenzione comunicativa, di un crudo racconto testimoniale, domina la scena, impastata con un sentire di radice ermetica, dove nulla, silenzio e abisso fanno ogni tanto capolino, certo con pertinenza, visto il clima da trincea, da infezione e immobilità che si respira. A fianco dei ritratti, quasi tutti ben riusciti, mi piacciono la poesia d’apertura, “Manicomio di Aversa”, il cui incipit crepuscolare “Sono le 22 di una sera d’ottobre un po’ gelida” (Marino Moretti: “Piove, è mercoledì, sono a Cesena”) promette un racconto pieno di cose poco illuminate ma fondanti, e mi piace la poesia di pag.22, con il suo immaginario drammatico (“nei tuoi modi cementati / ho visto più volte / la gentilezza / di un baratro” e: “saggio come la voce / dei citofoni / durante un’eclisse”); due esempi che portano con sé, soprattutto il primo, anche il limite stilistico di alcune liriche del libro: un versificare modulato su a-capo prevedibili, subordinati alla scansione sintattica e alla necessità di concludere la comunicazione, di restare aderente al fatto crudo, a costo di piegare desiderio e verve immaginativa. Salvatore Lena tuttavia non organizza mai un’intera lirica su questo modello, su questa urgenza descrittiva, ma la spezza, complicando il racconto con metafore sorprendenti e mai innocue; tre esempi: “la luna che piscia penombre”, “la puzza dei sogni”, “ti lascia / coagulare la paura / in un’enorme ferita”.  In questo libro è appunto la ferita non ancora rimarginata a parlare, che non è soltanto l’effetto di un’esperienza drammatica, bensì riguarda l’esistenza di tutti nel suo darsi, quella che tiene parola e corpo in una reciproca invalicabile distanza, che divide la lingua in confessione e grido, e il corpo in memoria e desiderio, tra libertà e abisso, come scrive nella poesia XVI.




   Da La Quiete Dei Respiri Fondati


I

siete il nulla
sotto il sole apatico
di questa trincea.
Chiusi come bestie
ogni giorno
ascoltate i passi
per capire dov'è
l'inizio dell'abisso.
a volte e'una certezza
essere domati dalla follia
o solo un incubo
che vi abbraccia
con camicie interdette
stritolandovi di silenzio.




III


Intina da almeno cinquant'anni
vive intrappolata
nella coscienza di una bambina.
Tutto il giorno
vaga tra i padiglioni
abbracciando una bambola
come se fosse l'unica erede
della sua estraneità…
la domenica pranza con noi
esile come una creatura innocente
si ciba  d'incanto…
parola dopo parola
diventa sempre più libera
di  abitare il suo poema apatico
ma pieno di bambole e silenzi
che pettinano l'ira impavida
dei suoi coinquilini…
la sua follia ha una logica
che la proietta nella libertà:
ha scelto di non essere donna
per contenere l'odore infernale
                                           degli uomini.


                                            

VIII


La  chiesetta accenna
un do di campane
però non è domenica
quindi è solo
un altro funerale…
qui si muore e si vive
con un tempo indifferente
solo qualche lacrima
per  un improvviso
mutamento cosmico
arriva dal cielo…
Passano una mano sull'oblio
i pochi amici rimasti
finalmente è libero
il demone… libero
di giocare con l'immenso
e di scegliere
una camicia più comoda
un po' più alata
come quella di un angelo.




X


Cercano di fermare l'oblio
ma non è semplice:
ieri un altro suicidio
si è aggiunto
nel libro dell'inferno…
Peppino ha ingoiato un bullone
affermando la sua vocazione
di   cadavere incatenato
tra lo spirito e l'impulso
di un cannibale…
era la spalla di Don Celeste
tutte le domeniche
serviva messa
con  lo sguardo di chi
attende da sempre un miracolo…
Teatralmente era perfetto:
come un angelo del caos
adombrava d'imprevedibilità
                                             ogni eucarestia.




XII


Nessuno pensa che Cecilia
possa davvero innamorarsi
di un ex tossico come me…
Dal buio irrompe
con una vestaglia bianca
per cercare un secondo
del mio respiro… forse
le basta per non soffocare
nel suo solito
pensiero di suicida.
Una come lei
se ha una certezza
e' quella di essere primordiale
come una Eva bandita dal paradiso
                                                  per aver tradito.

Inseguire a tutti i costi
l'amore immorale
è stata una caccia al dolore.
Nessuno pensa
che con la sua bellezza
possa ancora ammansire
le belve dell'inquietudine
mentre il suo  sguardo
cerca nel mio
la complicità di una favola.




XVI


Fedele tutte  le mattine
un topo si gode
la sua boccata d'aria
poi sparisce verso
la puzza dei sogni
-io posso osservarlo
ma non osservare me
nella fatica che metto
durante il via vai
tra la libertà
e l'abisso…
amo questa morte
millimetrata
perche' non disperde
il gelo dei carnefici -




XXI


Paolino arriva eccitato
indossa la solita tuta
di due taglie in meno.
Gioca da portiere,
ama il calcio in modo struggente…
Ogni tanto in infermeria
gli lasciano vedere qualche partita
non appena il suo Diego
(Armando Maradona)
aleggia sul prato
come un danzatore
lui inizia a lacrimare.
Vederlo contrastare
la sfera di cuoio
traccia un sorriso
sull'apatia dei farmaci
che lo vorrebbero immobile
davanti a una morte
                                che lo stuzzica…

Sorprende lo slancio che mette
nel chiedere alla felicità
quello che gli altri
calpestano da sempre:
un po' d'erba,qualche palo
uno sguardo che delimita
90 minuti di libertà




XXII


quasi per gioco  il vuoto
ha prosciugato la vena.
Una cintura, il sangue strozzato,
il buio nel mistero delle  pupille
niente di più urgente abbiamo chiesto;
volevamo il mondo
iniettandolo nella discarica della
                                                     coscienza

grammo dopo grammo poi la morte
si e' rivelata una cifra
di respiri spacciati.




XXIX


stanotte rivedo le tue mani
che inconsapevolmente
mi porgono un po' di morte
- il tuo denaro
e' solo per arginare
il caos dei miei globuli
almeno così credi
mentre l'adolescenza
accede nell'aria
come un volo di farfalle
                                predestinate-

Forse ho solo amato
il ciclo terminale  di un miraggio.


Fernando Lena (1969) è nato a Comiso (Sicilia) dove attualmente vive e lavora. Si è diplomato all'istituto statale d'arte e per anni ha  fatto il creatore di gioielli presso Valenza Po' (Alessandria). Il suo primo libro risale al 1996 dal titolo "E vola via" edito da Libro Italiano poi dopo alcuni anni di silenzio ha pubblicato prima una breve silloge ispirata a otto tele del pittore Piero Guccione (archilibri edizione) e poi un  libro più corposo dal titolo "Nel Rigore Di Una Memoria Infetta" sempre edito dalla Archilibri di COmiso. Costellato ancora da periodi di silenzio dopo esattamente 10 anni ha pubblicato l'ultimo libro un poemetto edito nella collana i Quaderni Dell'Ussero (Puntoacapo editrice ,anno 2014)dal titolo "la Quiete Dei Respiri Fondati". Le sue poesie sono presenti in diversi blog, è stato anche finalista in premi come:Tivoli Europa Giovani,Vola Alta La  Parola (premio Luzi), Astrolabio,Torre Dell'Orologio ecc. Frequenta spesso reading sforzandosi di portare i versi dove l'indifferenza poetica  urla a gran voce.