lunedì 26 gennaio 2015

Chi è il poeta più bravo del reame?

Dai, giochiamo un poco, se possibile, con la poesia, e soprattutto con i poeti, giochiamo a dire chi è il più bravo del reame, ma seriamente, proviamo a dire dei nomi, vivi, ovvio, e italiani, perché dei morti non è difficile sospettare che Montale e Ungaretti, che Luzi e altri due o tre, che fatico a immaginare, un segno stabile l'abbiano lasciato nel secolo scorso, ma in questo? Ma adesso? Nomi con due parole di sostegno, due stampelle persino, qualcosa insomma che giustifichi la scelta. Condizione del gioco è la pacatezza e ogni altra virtù che lasci il tifo fuoricasa: si parla di poveri poeti, perdio, non di generali o di milionari in mutande!

giovedì 22 gennaio 2015

lunedì 5 gennaio 2015

François Bruzzo su Antonio Porta

 


Qualche tempo fa Rosemary Liedl, vedova di Antonio Porta, mi spedì un articolo scritto su suo marito dallo studioso – italo-francese e vicentino d’adozione –  François Bruzzo, che uscì il 2 luglio 1993 su “Il Gazzettino”. Lo ripropongo, per affetto verso tutti i protagonisti della vicenda e perché è un bell’articolo, ricco di informazioni rare e preziose.

 

 

Antonio Porta, la voce forse più significativa della poesia italiana dell'ultimo trentennio, presente nelle più varie antologie della poesia italiana del Novecento; deceduto il 12 aprile del 1989. a Roma mentre si preparava ad intervenire al Maurizio Costanzo Show, era nato a Vicenza il 9 novembre 1935, e non a Milano, come riportano le più varie fonti biografiche, dalle antologie anche più serie sino alle enciclopedie, dizionari e storie della letteratura italiana.


Così, Porta che viene facilmente indicato come figura ideale del poeta milanese (erede delle istanze poetiche della "Linea 1ombarda" definita da Luciano Anceschi nel '52 come "poetica degli oggetti"), il cui esponente più prestigioso era Vittorio Sereni; Porta il cui nome è legato alle scosse più avvincenti e salutari che la sua generazione abbia regalato alla poesia italiana e che pertanto si fondeva alla perfezione con l'immagine di una cultura che a Milano era maggiormente aggiornata sulle idee che provenivano dal resto dell'Europa e soprattutto d'oltralpe; Porta il più affermato dei novissimi, sperimentali, del Gruppo 63, della neoavanguardia, è nato e ha soggiornato con il vero nome di Leo Paolazzi sui pendii che portano a Monte Berico. Cancellare Vicenza dalla sua vicenda anagrafica corroborò l'intento della scelta di uno pseudonimo.


Se a Milano, figura della metropoli europea, va la parte dichiarativa e manifesta della sua poesia, in qualche modo la sua urbanità che ne legittima l'accettazione moderna e avanguardistica; al passo con le esperienze europee, a Vicenza tocca qualcosa come 1a parte di Dio, per riprendere un' espressione di Gide, cioè, la parte della testura più che della struttura: in altre parole, Vicenza ricopre la funzione di un interdetto che assume anche il ruolo di una regola, regola che preme nella scrittura di Porta come un non detto dall'enorme forza di gravità comparabile all'efficacia della sua segretezza. L'aura di impronunziabilità con la quale Porta ha sigillato per un'intera vita le "sillabe che nominano la sua famiglia a Milano nel dicembre del 1936. A Vicenza dei Paolazzi rimarrà Bonfiglio, nonno di Leo, che è all'origine della presenza della famiglia Paolazzi in quella città in quanto vi risiede dal novembre del 1922 in strada delle Scalette di Monte Berico 2, fino al 1949 per poi trasferirsi a via Dante 15, presso una sua figlia. A Trento Bonfiglio Paolazzi aveva svolto un'intensa attività politica al parlamento di Vienna come deputato clericale eletto nelle file del Partito popolare trentino nel 1911 cede il posto ad Alcide De Gasperi. Il suo arrivo a Vicenza è probabilmente dovuto alla presa in mano della questione trentina da parte dei rappresentanti fascisti che avevano già manifestato a Trento la violenza della loro politica nazionalistica prima ancora della marcia su Roma.


Dopo la morte della moglie, Bonfiglio si fa prete all'età di 74 anni e dice, a quanto pare, la sua prima messa nel Duomo di Vicenza il 24 maggio 1954. La forte educazione cattolica impartita dalla personalità di Bonfiglio ai suoi discendenti giunge fino a nipoti come si può vedere dalla presenza a Monte Berico di padre Rigobello che è primo cugino di Leo alias Antonio Porta.


Da questa educazione non doveva certo essere esente lo stesso Leo che nel 1960 si Laurea in Lettere moderne all'Università Cattolica di Milano. D'Altronde, benché abitasse a Milano dal 1936, vale a dire dall'età di un anno, il futuro Antonio Porta soggiornava spesso a Vicenza: lo ricorda la signora Rina Bedin, vicentina che dal 1936 al 1939 seguì a Milano i Paolazzi come baby-sitter di Leo e del fratello minore Mario e che da allora si è sempre mantenuta in contatto con l'intera famiglia. Ed è proprio nella casa del nonno delle Scalette di Monte Berico da dove poteva vedere la città raccolta attorno alle sue cupole che il giovane Leo passava i giorni delle sue ricorrenti presenze a Vicenza.


Ora non c'è dubbio che vi sia stato da parte di Antonio Porta un attento occultamento delle coordinate anagrafiche e biografiche di Leo Paolazzi che quic'interessano, e l'uso dello pseudonimo sembra ripercorrere qui la sua funzione forse più comune e ovvia di negazione del nome del padre e di tutto ciò che esso comporta di lascito paterno e patrilineare.


Se proviamo a interpretare l'autofinzione che sorregge il personaggio di Antonio Porta milanese, la Vicenza di Leo Paolazzi che viene inabissata nei recessi segreti della memoria, sembra albergare il nodo certamente problematico del farsi di una personalità in quell'insieme di vissuto e di immaginario dei rapporti in seno alla famiglia che Freud chiamava "romanzo famigliare". Inoltre la Vicenza segreta di Porta sembra celare il problematico radicamento della sua scrittura poetica. Leo Paolazzi si rivela allora compagno necessario dalla cui negazione e probabilmente tormentato rifiuto e rigetto doveva nascere il poeta Antonio Porta milanese. La vicenda di Porta sta a dimostrare - come ce ne fosse ancora bisogno - che la scrittura e l'invenzione poetica e artistica moderna sorgono da uno sconforto, da uno stare male nella propria pelle che per un poeta è la propria lingua, il proprio nome, e che scrivere come l'ha detto in modo folgorante Rimbaud vuole dire tentare d'inventare una nuova lingua, salpare verso un nuovo mondo con un nuovo nome e una nuova genealogia che mira a fare dello scrittore un soggetto generato dalla propria opera.


Le informazioni biografiche sono abbastanza incomplete per dar luogo ad un'interpretazione solida, esse sono limitate a note biobibliografiche più o meno lunghe ma aggiunte al passato vicentino qui appena abbozzato, offrono abbastanza materiale per elaborare alcune ipotesi sulla manovra sotterranea delle origini di Porta nella sua opera.


Innanzitutto voler essere milanese piuttosto che vicentino ha una ovvia ragione quando si è poeta d'avanguardia all'inizio degli anni Sessanta: una città di provincia fra le più conservatrici e cattoliche, rannicchiata all'ombra del suo santuario come un Belacqua dantesco, è luogo certo ideale per Bonfiglio Paolazzi ma costituisce l'opposto più sistematico dell'apertura intellettuale sull'Europa e della circolazione delle idee che la città lombarda poteva offrire. Ma non c'è una successione fra il mondo di Paolazzi e quello di Antonio Porta milanese.


Paolazzi rimane in qualche modo ossequioso nelle file di Bonfiglio mentre Porta si ribella contro i linguaggi della tradizione inseguendo la traccia notturna e ctonia della parola poetica, viaggio nel cuore delle tenebre di risonanza orfica e dantesca allo stesso tempo. Ora si può percepire nel disegno dello pseudonimo scelto da Leo Paolazzi l'unico modo per essere sincero di fronte a sé stesso, una possibilità di aprirsi a un «se stesso» che così si muove nella distanza in cui si muove un personaggio di finizione.


Se lo pseudonimo si rivela un buon strumento per penetrare nel labirinto della propria soggettività come in quella di un personaggio, la finzione anagrafica dell'origine milanese può offrire la via la più corta e la più sicura per aprire silenziosamente, senza essere visto, la casa della memoria vicentina. È probabilmente troppo presto per ricostruire il giusto peso del nucleo affettivo che in qualche modo arroventa la vicenda vicentina di Porta, qualcosa che comunque per il poeta, l'artista della parola, passa per il linguaggio, ovvero si cristallizza in nomi e parole altamente significanti, talmente significanti che il migliore modo per venirne a capo, intenderli, interpretarli, leggerli è di evitare di pronunciarli nella loro greve evidenza per invece aggirarli in modo che il loro contenuto si riveli.


Nella raccolta «Passi passaggi» che Porta dà alle stampe nel 1980 (Mondadori) c'è un testo intitolato «Il segreto» datato nel 1979 e che fa parte di una sezione intitolata «Sulla nascita», appunto. Questo testo offre argomenti strategici sulla questione della nascita vicentina di Porta. Inizia cosi: Amico, voglio confidarti un segreto, / da molto tempo provo questo desiderio / di avvicinarmi al tuo orecchio peloso di lupo / sillabare tutte quelle parole che dicano / quello che non riesco a sapere. Questo segreto é «l'ombra», dice il testo, in me sta la voglia di provare «che in qualche luogo ci sono», che in qualche luogo sta la mia nascita, il nodo della mia soggettività, in aperta campagna, forse, di fronte / alla città sepolta dai veleni. Questi ultimi versi contengono due importanti componenti della poesia di Porta: da una parte la campagna i suoi oggetti, i suoi paesaggi, la sua vita e suoi usi che hanno una presenza forte per un poeta metropolitano (quale lo suggerisce la volontà di nascere milanese), dall'altra una città delimitata (di "fronte" dice il testo), spesse volte descritta dall'alto, come lo è spesso la città di provincia in letteratura, la stessa Vicenza.


La metropoli invece viene vista dalla sua illimitatezza, dal suo effetto mare e spesso chi la guarda vi è immerso. Ora la città di Porta tende a raccogliersi, come d'altronde il piccolo Leo l'aveva spesso vista dalla casa delle Scalette di Monte Berico... In quanto ai "veleni" potrebbero significare la problematicità del nodo affettivo che Vicenza poteva evocare nell'immaginario portiano. Nel medesimo testo, in un verso strategico che precede quelli appena commentati, si può leggere nel segreto delle parole, in anagramma, il nome della città natale, diventata parola sotto le parole, fantasma che abita il discorso poetico: Amico, avvicina la tua bocca languida e ferina / che voglio soffiarci dentro le parole / travasarci la diffusa essenza dell'ombra.

 


François Bruzzo: acquisito il baccalauréat philosophie (in Francia, con menzione ottimo), frequenta per 3 anni (1971-1974) i corsi di arte drammatica di Jean Meyer  al Teatro dei Célestins di Lione, Laurea dell’École des Beaux-Arts di Besançon (Francia, menzione  ottimo), Laurea in Lingua e letteratura francese all’Università di Padova (con una tesi sul linguaggio poetico dell’avanguardia francese degli anni  settanta che ottiene massimo dei voti con invito alla pubblicazione), Docteur dell’Écoles des Hautes Études en Sciences Sociales (con una tesi diretta da Louis Marin sulla relazione fra letteratura e arte nell’invenzione letteraria dell’ottocento francese, menzione très honorable, massima distinzione con pubblicazione).

Presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociale è stato allievo di Algirdas-Julien Greimas, Gérard Genette, Jacques Derrida, Louis Marin. Lettore di lingua francese all’Università di Padova dal 1980 al 1986 diventa ricercatore di letteratura francese alla IULM nel 1986 dove da allora insegna.

Ivi ha insegnato anche Storia del Teatro e dello Spettacolo  per quattro anni consecutivi dal 2000 al 2004 e Storia della Lingua francese. Ha fondato un centro universitario teatrale nel 1999 specializzato nel  recitare in varie lingue europee (tournée in Italia e all’estero. È autore di numerosi testi teatrali  regista, scenografo e attore con  collaborazioni e partecipazioni nel campo del cinema.


 

giovedì 1 gennaio 2015

Blanc 2014


Il 2014 è stato un buon anno per me. In primavera sono usciti due libri: un racconto pubblicato nell’antologia Père-Lachaise  (Ratio e Revelatio editore) e il saggio Le vie del ritorno (Moretti&Vitali). In dicembre è uscito infine Maybe It's Raining (Chelsea Editions); ne parlerò ancora. Anche Blanc de ta nuque si è dato da fare: 34 recensioni sono quasi una ogni dodici giorni, agosto compreso, con 72 post complessivi. Ecco l'elenco dei poeti italiani (a difendere i poeti stranieri c'è Mahmud Darwish):

Adam Vaccaro, Erika Reginato, Giuseppe Nibali, Daniela Raimondi, Valeria Rossella, Agostino Contò, Niccolò Furri, Annamaria Ferramosca, Eros Alesi, Paolo Pistoletti, Marco Bellini, Mariasole Ariot, Lina Salvi, Riccardo Martelli, Veronica Tinnirello, Vincenzo Anania, Pietro Roversi, Nadia Agustoni, Gianmario Lucini, Alessandra Paganardi, Luisa Righetti, Mia Lecomte, Luigia Sorrentino, Marco Giovenale, Giuseppe Samperi, Guido Cupani, Alessandra Carnaroli, Nanni Balestrini, Annelise Addolorato, Enrico Testa, Anna Maria Carpi, Federico Scaramuccia, Cristiano Poletti, Gian Ruggero Manzoni.


lunedì 22 dicembre 2014

Adam Vaccaro, "Seeds"


Seeds (Chelsea Editions) di Adam Vaccaro organizza l’esperienza autobiografica in due fuochi, in due semi: il primo luminoso e fortemente segnato dal mito delle origini, il secondo conficcato nel buio della città, in quell’opaco dove sopruso e ingiustizia sono di casa. Nato a Bonefro, Molise, il poeta vive da quasi cinquant’anni a Milano: due patrie di sangue e sudore, eppure di linfa diametralmente opposta. Se infatti l’infanzia contadina incontra la violenza intrinseca alle culture arcaiche, (“guardavo scannare i maiali / con allegra tranquilla innocenza / lanciavamo stecche appuntite di ombrelli / contro civette crocifisse alle porte” ), la vita metropolitana custodisce quella lontananza dolorosa dal centro del senso, che porta ciascuno a una solitudine spaesante, nell’ “aperto inferno”, in quello “immenso spettacolo lunare / accerchiato da una vita accanita”, che spinge ciascuno a rifondarsi nel privato amoroso,  “ a ripartire da te / da questa punta di miele mattina / per viaggiare lungo gli orli / dell’orrore”, per sopportarli quegli orli, armati del coltello-amore. Se nella comunità contadina, la natura è zolla dura ma anche orto del bendidio, “tra voci perse ruscelli e uccelli” e le case raccontano la vita di fame e latte, nella società urbana cova “l’odio feroce”, la violenza, entro “sommersi / viali di pizze stracci fumi e giarrettiere”. La città moderna, infatti (già lo sapeva Baudelaire), è diventata selva, disordine artificiale dove regna l’hobbesiano homo homini lupus.

Riassumendo: i due semi che Vaccaro cerca di rivitalizzare con la sua poesia sono, uno, la memoria felice di un’infanzia cresciuta nel cerchio buono del paese e, due, la relazione amorosa, l’unica salvezza entro le tenaglie gelide delle città industriali. La scrittura, come “un piccolo graal”, può forse “aprirsi e vendicarsi della morte” perché noi, in qualsiasi latitudine e condizione viviamo, non siamo che gazzelle costantemente in pericolo. Questo annuncio, incipitario nel libro, è la chiave antropologica con cui leggere i due fuochi antitetici, campagna e città, infanzia età adulta, gioco e lavoro; nessuno di questi è paradisiaco eppure non per questo  risultano equivalenti.
Sono molto belli versi che ci descrivono “l’ortogiardino” dove “brillano rose fiori di zucca e pomi / doro” al riparo delle siepi, facendo “rifiorire l’attesa / il progetto, la gioia”, per quanto sia ben chiaro che la terra è bassa, dura zolla, secca. Ma altrettanto efficace è il verso quando racconta la città-labirinto, dove puoi trovare enclave premoderne, come “Quintocortile” (e non è un caso se proprio lì, ogni anno, si svolge una giornata di letture poetiche organizzata proprio da Vaccaro) o quando dal suo grembo infernale escono figure tragiche come Clitennestra, assassina del suo protettore. Fuori da mito, tuttavia, ce lo spiega bene il poeta, la morte violenta non è che gesto solitario e disperato entro una logica che fagocita il bene e il male in nome del profitto o della sopravvivenza biologica.

Le ultima sezione del secondo seme, intitolata “Nilo maggiore e minore”, allarga lo sguardo sulle malefatte dell’occidente e alle guerre giuste dei differenti monoteismi, nati dall’astrazione ontologica, dalla rarefazione della carne in puro spirito totalitario. Qui il sarcasmo, soprattutto verso i costumi turistici nostrani, si fa bruciante e non risparmia nemmeno i poeti che si compiacciono dei loro “lumini accesi”, mentre nuotano beatamente “nel mare delle cose // appesi alle code dei saldi.”

La penultima poesia, “Meta!” condensa tutte queste tematiche, le fonde nel crogiuolo del ritmo e della forza immaginifica, e se qualche volta l’intento moralizzatore sfoca l’armonia creativa dell’insieme (“questa madre che impotenti / s’ostinano a voler violentare”), la qualità stilistica e conoscitiva del libro rimane intatta, a testimoniare l’esperienza di un poeta che prende posizione nel mondo, che crede nella funzione civile della scrittura, nell’etico prima che nel estetico, e che intende tenere aperta la comunicazione con il lettore, a costo di perdere, qualche volta, il sacro fuoco della creatività, subordinato alla necessità del messaggio. Ma questa abbassamento del canto appartiene a molti poeti lombardi, così come una certa passione civile di radice illuministica. Sotto questo profilo, anche Milano ha seminato la parola terrestre di Vaccaro, trovando in lui una terra ancora bagnata dal sole molisano e da una tenerezza mai vinta dal grigio dei suoi cieli inquinati.


SEMI

I parte

Che sia questo un piccolo graal
simile a un seme che può forse
aprirsi e vendicarsi della morte

del male stupido che ci invade
e delegittima la vita quale
gazzella dall’occhio attento che

si abbevera al ruscello e ascolta
rumori di foglie secche e vento
convinta di tenere a bada così

i pericoli che incombono
e come occhi silenziosi e
non visti di ragno tessono



(l’ortogiardino

curava mio nonno un luogo un
giardino per me d’incanti e fatica.
Il mio braccio – mi disse – si sposa
qui con questa terra e polla d’acqua

e ne fa bellezza e frutti che nessuno
può sapere fuori da quel cancello
là in fondo se non sale quest’erta
di sassi e spine e non sa che qui

brillano rose fiori di zucca e pomi
doro che al riparo di siepi di un orto
giardino appeso al mio dito con ali
di foglie gira gira intorno al mondo 

sognando l’infinito



(Lo scalpellino)

Ricordo tra tutte le pietre dure della vita
quella che briciola su briciola graffiai
da ragazzo e che ora pare
riposi architrave di questa casa

Fu quel giorno col dito nel sangue
che venni folgorato dalla verità del dolore
folle fuggendo alla ricerca della gioia e
quella pietra diventò l'architrave della mia vita




(biciclette)

frotte di biciclette nel sole annegate
imbiancate tra polvere e sassi arrampicate
sulle colline molisane spietate e ricche
di cicale stordenti in coro ininterrrotte
al cigolìo di freni selle e pedivelle
tra ansimi e perle silenti di sudore

Sentenzio sciamando in cima tra sogni
castagni e quercioli col cuore balbettante
nei calzini gridò tra risate e pernacchie
a quell’impasto di luce e fatica un modo
a suo dire d’imparare a sudare le regole
del piacere s’una forma di piacere delle regole

In discesa a testa in giù come siluri dalla guerra
ormai finita al sol dell’avvenire cui nemmeno Sentenzio
sapeva che dire mentre i padri scappavano in cerca
di fortuna e schiavitù a noi sembrava bastare
quella scodella di polvere luce e sassi bianchi
fino a quando
                       ci ritrovammo muti
                                                       attorno alla testa rossa
scomposta da un invisibile sasso – impietoso sasso
incastonato nel piacere di una nuvola bianca
di calzoni corti e biciclette anni ’50  




(feroci innocenze e oltre

guardavamo scannare i maiali
con allegra tranquilla innocenza
lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno
eppure già (di)versi cantando
                                               m’illumino d’immenso

e nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e
nel letame che diede una spinta a sogni d’assalto al cielo
o s’aprì in quei primilampi di parole un oltre
                                                                         possibile
nel vortice sempre nuovo
                               sempre vecchio di questi decenni
                  pur avendo già un grido nel cuore
che poi la curva ridiscende
                                           ed è subito sera




II parte

Nell’aperto aperto Inferno

Coltello necessario

(immenso spettacolo e lunare

accerchiato da una vita accanita
che sguarnita e inarresa annusa
come un orso ferito
                                 al cuore

ma conviene ripartire da te
da questa punta di miele la mattina
per viaggiare lungo gli orli
dell’orrore. Amore
unico coltello necessario
a fare dell’orrore un ventre aperto



(Quintocortile

Milano infila tunnel del metrò
per rincorse di istanti veloci
che sommati fanno un niente

per farne montagne di macerie
tra sogni di un perduto verde e
incanti di incontri che a settembre

fumavano salsicce e bandiere rosse 
parentesi in attesa di ragazzi bravi
a fare il gioco delle coppie con siringa

Milano ora fila sogni disfatti su uno spiedo
sapiente che cucina mucchi di denari
ricchezze povere di dolori e pensieri

Milano infila eppure ancora cortili uno dentro l’altro
che ritrovano in fondo – ancora visibile – il tempo



Quale bellezza

Abbagliato imberbe e senza parole
rimase dalla bellezza trafitto e
reso palloncino panico e afflitto 

gonfio solo della tonda domanda
se la bellezza era questa sconfitta
che taglia alla gola le solite parole.

Poi imparò dai più grandi – Dante etc. – che
ogni scuro squallore e viso sfigurato da
dolori e orrori più atroci ti sfidano

ad accendere segni che come amante
rovescia in luce la fragile clessidra
della bellezza che ti apre al mondo 

E si volse alla bellezza che toglie
parole a chi ne ha paura e si chiude
o ama chiudere nel suo sacco il mondo

scegliendo tra potere e bellezza il polo 
che insiste non si arrende e resiste  
tra la morte e la vita che continua


META!

*
se tu vedessi, amore mio, come splendente
è qui il Mito, come sorridente e trionfante
esplode qui, tra gli orti di Meta l’immagine
del Caos, la sua frondata Fonte e la sua Ombra!

…………………………
 *
si sono arresi dunque al silenzioso caos
emergente da un’origine nascosta
di energia. Si sono arresi come pupille
spalancate da un bagliore non più
capaci di compiere il dovere
di rendere ragione. A imitazione insana di
un’incontenibile miscuglio di levità e
grigiore, d’acquiescenza e insofferenza, di
dolcezza e di violenza, da questo Cono
che ha smesso di fumare e fino al mare
si distende insensato un miscuglio
di scatole chiamate case, informi
insiemi di cose che vagano affollate tra
brandelli di vita verde che non si arrende


*

Così, dalla finestra, la casa
specchiava lo stato delle cose
così invase
                   dalla sospensione
che la corsa affannosa che la casa
correva nell’insieme
                                 squarciava lumaca nel vento
del tempo-lampo
                            che non accompagna
                                                               e non fa in tempo
a costruire una mente





 Qui su Blanc un'altra nota.

martedì 16 dicembre 2014

Stefania Bortoli su "Gli Eletti" di Erika Reginato


La visione, l’ascolto delle voci degli eletti, il viaggio interiore, sono le misteriose presenze del nuovo libro di Erika Reginato  (poeta italo - venezuelana), intitolato appunto Gli Eletti - Los Elegidos (Raffaelli 2013, pref. di Milo De Angelis).
Invisibile e visibile, vita e morte nella loro complementarietà, ricevono e danno vita alla dimensione visionaria dell’esistenza attraverso la poesia. La poesia che getta un ponte tra l’origine, noi, l’Altro.
In questo cammino silenzioso e solitario si delinea una mancanza dolorosa. Quella mancanza che prende corpo nelle voci interiori che abitano i luoghi dell’anima. Quest’anima abitata da due paesi lontani, il Venezuela e l’Italia, che tracciano il percorso dell’esistenza. Danno respiro alla delicata e profonda poesia di Erika che parla del suo viaggio di ritorno lungo i sentieri della vita e delle persone incontrate, lasciate e amate.
Talvolta siamo in una prospettiva temporale e spaziale che rimane sospesa. Forse l’attesa dell’angelo: “un sottile silenzio” custodirà il mistero e l’età delle ferite. La figura dell’angelo appare spesso nel libro ed è presente anche nella raffinata incisione della pittrice Graziella Da Gioz, scelta per la copertina.
Spazio e tempo si intrecciano tra l’origine e gli arcani legami “con gli spiriti antichi, con gli antenati, con i portatori di una suprema saggezza: gli eletti, coloro che sono stati scelti per indicarci la via dell’amato, coloro a cui ci volgiamo per placare la nostra sete”, come scrive Milo De Angelis nella prefazione.

Nella poesia d’esordio leggiamo:
“Gli Eletti/sanno a che ora danzano le spighe,/il viso del vento,/quelle delle fiere.
[...] Gli Eletti viaggiano senza corpo.”

La ricerca poetica custodisce questo misterioso cammino degli eletti, che si svela nell’istante dell’apparizione. Parole, figlie e sorelle dell’acqua, che annegano e rinascono a contatto con la natura e il respiro del mare.
Leggere “Gli Eletti” è come immergersi in un mondo d’acqua, materno, femminile, sacro. Troviamo frequenti parole liquide: mare, marea, oceano, mare dei Caraibi, grotta d’acqua, delta del fiume, e altre ancora.
L’acqua, la luce, il vento sono alcuni elementi vitali e vibranti delle sue liriche. La percezione visiva e uditiva si offre al respiro dei versi lievi e assorti che fluiscono come l’acqua lasciando passare “la forza del vento” e il respiro dell’aria.
Poesia dell’ascolto di un silenzio che scorre tra le immagini e gli occhi del poeta che vede l’invisibile nel visibile; sono i luoghi dell’anima che tracciano corrispondenze emotive “e l’orizzonte sommerso/degli abitanti dell’acqua.”
Se la memoria dell’acqua e dell’origine non ancora alla terra, il luogo dell’anima è impermanente e nomade, altrove e ovunque.
Lo evidenzia bene Santos Lopez, che viene ricordato in “Manto d’acqua”, l’ultima sezione del libro:
“L’istante della vita è quello, acqua luminosa.”

E nella poesia “Rivelazione” leggiamo questi splendidi versi di Erika:

“La mia casa è di neve,
si trova sulla cima dell’albero,
nel percorso di un fiume.”

Come la fragilità della condizione umana ha molti volti e stati d’animo, la poesia che parla della fragilità appartiene alla vita e alle emozioni fragili che la attraversano: attesa e inquietudine, gioia e dolore del corpo nell’anima.
Il suo sguardo visionario sfiora l’indicibile e l’invisibile che risuonano tra i confini dell’esistenza. La natura interagisce con l’umano che sente “il sottile silenzio” e la solitudine feconda del vero ascolto. Come nell’esperienza mistica che accoglie una differente prospettiva temporale e spaziale dove rivivono le ombre e il dialogo con Dio.
In questo prezioso libro non mancano ispirati cromatismi che diventano specchio dello sguardo interiore e delle apparizioni. Vengono invocate nell’attimo dove tutto va oltre , al di là. L’eco di significati ulteriori scorre nella luminosità dell’oro, non soggetto all’ossidazione, materiale nobile, che contrasta con l’opacità del bronzo.
La visione, il cromatismo, quel torrente di voci che evoca anche Dino Campana, poeta straordinario ricordato da Erika Reginato, in epigrafe alla prima sezione del libro intitolata “Porte di bronzo”.

Nel viola della notte odo canzoni bronzee.
La cella è bianca,
piena di un torrente di voci che muoiono
nelle angeliche cune.”

L’origine, la visione, il viaggio interiore ci prendono per mano ...
“Per essere più che un ricordo/un uccello di mare nella memoria”.


Erika Reginato è nata a Caracas, Venezuela, nel 1977. Figlia di padre italiano.E' Poeta, saggista, traduttrice. Si è laureata in Lettere presso l’Università Centrale del Venezuela. Ha pubblicato: Campocroce (Archivio della Poesia del ’900, Mantova 2008); Día de San José (Caracas  1999), Campo Croce, Antologia poetica 1999-2008 (Venezuela 2008). Il saggio Cuatro estaciones para Ungaretti (Caracas 2004). Ha tradotto: Antologia poetica di Milo De Angelis, (Monte Ávila 2007), Caminos del agua. Antología de poetas italianos del segundo Novecientos, (Monte Ávila 2008), El bar del tiempo y otros poemas de Davide Rondoni (Monte Ávila 2008), El trazo infinito del universo. Antología de poetas italianos contemporáneos (Ventotto poeti italiani contemporanei, Monte Ávila 2013). Sue poesie sono state tradotte in catalano, libanese, inglese e italiano.