venerdì 20 maggio 2016

Il primo post non si scorda mai. I 10 anni di Blanc



Sono passati dieci anni dal primo post di Blanc.
C'è la foto di un disegno fatto al computer da mio figlio Elia
e non c'è assolutamente l'idea di dove quel post mi avrebbe portato.

Ora il cerchio si è concluso e si trova, intero, in due volumi
l'ultimo dei quali uscirà fra una decina di giorni. Quasi seicento pagine
complessive, più di 250 autori italiani recensiti.

Ora sto riflettendo sulla formula 2.0 di Blanc: sarà all'insegna della
decrescita felice, con post più leggeri e brevi commenti ai libri,
spunti di riflessione e altro (lo capirò in corso d'opera)

Grazie a tutti per l'interesse dimostrato, anche impegnandovi
a sostenere il secondo volume di Blanc, edito da Dot.com Press
di Fabrizio Bianchi e curato, come il precedente, da Sergio Rotino.

Grazie anche a loro e a tutti quelli che hanno lasciato dei commenti
(circa 13.000: se ne potrebbe fare un terzo volume, ma credo che
editore e curatore mi manderebbero a quel paese!).

Stefano gugl Guglielmin

mercoledì 18 maggio 2016

Loredana Semantica presenta l'antologia "LA PRIMA ROSA"

Fenomenologia o metonimia della rosa

La raccolta La prima rosa rappresenta un sunto del lavoro svolto nel gruppo facebook segreto La rosa di nessuno, amministrato da me, Deborah Mega e Maria R. Orlando.

I testi pubblicati nel gruppo sono organizzati nelle seguenti sezioni
1) LA ROSA IN POESIA: poesie/testi d'autore pubblicati nel gruppo dai partecipanti
2) LE NOSTRE ROSE poesie/testi di proprietà intellettuale dei partecipanti al gruppo
3) ROSE DI POESIA le più belle poesie mai lette proposte dai membri nel gruppo 
Le foto/immagini che si riferiscano alla rosa sono raccolte in due sezioni:
4) ROSE D'AUTORE: immagini/foto proprie dei partecipanti e postate nel gruppo
5) ROSE IS A ROSE IS A ROSE IS A ROSE: immagini/foto tratte dal web e postate dai partecipanti nel gruppo.

Il libro raccoglie parte della produzione delle sezioni LA ROSA IN POESIA e ROSE DI POESIA, e tutte le poesie della sezione  LE NOSTRE ROSE. Le immagini inserite nella raccolta sono una selezione esigua della ricca collezione presente nel gruppo.

Con la raccolta dal titolo La prima rosa  e col gruppo facebook La rosa di nessuno prende corpo un’idea che risale a molti anni fa, quando nella ricerca ch’è propria di ogni artigiano della parola, mi accorsi di quanto essa fosse inadeguata a comunicare pienamente ciò che albergava nella mente, non solo nell’ordinarietà del conversare giornaliero, non solo nell’esporre saggistico o filosofico massimamente esplicativo di sistemi, ordini e orizzonti, ma anche e specialmente, quando il nucleo fosse così profondo e potente da invadere in afflato anche cuore, polmoni, ventre.
Noi ci rivolgiamo ai segni, ai suoni, ma nella traduzione del pensiero è inevitabile che si perda la portata più profonda e complessa del messaggio, similmente a quando si ascolti una voce riprodotta invece che dal vivo, o si dipinga una tela rispetto all’immagine reale, oppure si modelli la materia in una forma che non è quella di carne e sangue.

Tutto questo lo dice con splendida sintesi Giorgio Caproni nella sua poesia dal titolo 

Concessione.

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Ecco la parola, i suoni, i segni non hanno abbastanza vita, perché nonostante ogni nostro sforzo noi uomini non siamo la natura e nemmeno Dio, non siamo artefici del tutto e della vita, siamo parte della natura e, per chi crede, prodotto del respiro di Dio, non siamo l’assoluto ma solo una sua infinitesima e transitoria particella.

La presa di coscienza di tutto questo può avvenire propriamente dopo molteplici sforzi comunicativi più o meno fallimentari nell’attimo in cui ci fermiamo in silenzio e osserviamo con una speciale attenzione una forma che sia quintessenza di perfezione. La rosa è approdo di tanto navigare, oggetto ideale d’osservazione, catalizzatore del pensiero.

In tutto questo florilegio di rose il rischio tuttavia era quello del saggio che indica la luna mentre tutti guardano il dito, cioè che l’oggetto che voleva essere segno  diventasse estetica contemplazione dello stesso,  nel trionfo della fenomenologia della rosa anziché nell’affermazione della metonimia della stessa.

Qualcuno avrà anche messo in gioco più o meno consapevolmente il pregiudizio. La rosa nell’idea popolare è roba da donne, come tutti i fiori del resto.  Si regalano fiori forse a un uomo? Delicata e romantica, la rosa è simbolo di bellezza, di passione, delle rose si fa gentile omaggio a una bella donna, un fascio di rose rosse magari per esprimere passione, bianche per la purezza, gialle come la gelosia, ma certo per noi della rosa di nessuno la rosa non parla solo un linguaggio di colori, né il loro messaggio è così semplice e immediato e, più in profondità,  nemmeno tanto gentile.
Un’altra critica potrebbe essere mossa all’inutilità di rivolgersi alla celebrazione di bellezza, armonia e grazia, mentre intorno soffiano venti di odio, di povertà, mentre i popoli si spostano in massa in quelle che nei titoli di stampa sono migrazioni, quasi si trattasse di animali in transumanza e non di popoli in fuga, ma che la storia tramanderà come esodi, mentre gli attentati fanno stragi, i tagliagole impazzano e i governi annaspano nel governare la confusione, dove il capitalismo ha mostrato tutti i suoi limiti, le economie boccheggiano, incapaci di risorgere, nella quale poteri occulti muovono per lo scontro e non per la pace, dove tutti siamo vittime di qualcuno e non padroni delle nostre vite.

Sì, ci rendiamo conto che sono obiezioni possibili, ma d’altra parte, replichiamo che occorre vivere  finché la morte non bussa alle porte, occorre sperare finché non tutto è perduto, è necessario proporre modelli, anelare ai sogni, costruire bellezza, rivolgersi ad essa. La rosa di nessuno si propone d’essere la nostra Arcadia, un luogo  di armonia, bellezza e perfezione, dove si cerca l’incanto della vita e non la sua piaga, si condivide piacere e non ansia e angoscia. Come i dieci giovani del Decamerone, mentre fuori infuria la peste, si riunirono attendendo di superare le crisi, similmente noi proponiamo un luogo di piacevole evasione, che diventa l’arma con cui le rose si oppongono al vento di disgrazia che soffia sulla terra, la bandiera della la propria ribellione, della propria resistenza alla brutalità e alla bruttezza del mondo.

Potremmo dire allora con Fedor Dostoevskij la bellezza salverà il mondo”? In verità noi abbiamo una sola certezza ed è che la bellezza esiste, mentre dubitiamo che essa possa la salvezza, perché non può esservi alcuna certezza di fronte all’orrore del mondo, al suo scempio, alla tragicità della condizione degli uomini ingabbiati nell’odio, vittime e carnefici in preda alla violenza.

Consapevoli dell’affanno dell’esistenza, acquista senso l’aver scelto La rosa di nessuno come nome del gruppo facebook, traendolo dall’omonima raccolta di Celan dove è inserita la bellissima “Salmo” dello stesso Celan.

Salmo

Nessuno c'impasta di nuovo, da terra e fango,
Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

La rosa vuol dunque essere anche simbolo della ricerca profonda e intima dell’ assoluto,  di quel Nessuno che dà senso al nostro andare, origine e meta dei nostri passi.

Rosa paradiso, rosa mistica, rosa divina, rosa creatura, rosa bellezza. Come non ammirare lo splendore e la freschezza dei petali di una rosa, il suo vellutato colore, il composto e misterioso raccoglimento verso il cuore dei fogli sovrapposti dei petali, labirinti avvolgenti e curvi quasi a racchiudere il mistero dell’universo, l’origine della vita, l’occulto, l’incomprensibile, il nascosto. Il sentimento che pervade l’attento osservatore di una splendida rosa è l’ammirazione, ma insieme a quello un altro si fa subito strada, s’insinua sottile e non appariscente soppiantando il primo moto semplice e immediato di ammirazione, ed è un sentimento di angoscia che deriva dall’impossibilità di afferrare, possedere, penetrare, trasmettere, creare, diffondere e far prevalere quell’ineffabile bellezza della quale la rosa è  forma sontuosa.

Per questa via oscura la rosa suscita anche la malinconia  del sapere che quel vertice di perfezione, quella forma di bellezza indicibile è inevitabilmente destinata a sfiorire, a piegare il capo allo scorrere del tempo, perdere freschezza, morbidezza, raggrinzire in un corpo secco e morire.

Perciò con Rainer Maria Rilke, citando il suo perfetto epitaffio, riconosciamo alla rosa il segno della predestinazione, le stimmate della contraddizione, diamo infine alla rosa anche una simbologia antinomica da anelito di salvezza a ineluttabilità  della fine; rosa, stupenda ed effimera, i cui petali, come palpebre innumerevoli chiudono gli occhi a tutti gli uomini nel sonno condiviso di nessuno.

Rosa, contraddizione pura, piacere
d’essere il sonno di nessuno
sotto sì tante palpebre.

La rosa nella sua essenza celebra il fallimento del desiderio che la bellezza pervada il mondo e lo salvi, ma nel contempo, con la sua presenza è testimonianza che la bellezza vive e respira, che si lascia possedere almeno dai sensi e, quando l’anima è particolarmente in sintonia con l’universo, una rosa cosparsa di gocce di rugiada che riflettono la luce e i colori del mondo circostante regala lo stesso ineffabile piacere che genera l’osservazione del cielo stellato, dal quale scaturisce un senso di ringraziamento di esistere: creatura tra le creature viventi e benedette dell’universo.


giovedì 5 maggio 2016

Volume 2 di Blanc de ta nuque: modalità di acquisto

Gentili tutti,

indico i  2 modi in cui è possibile acquistare il volume nuovo di 
Blanc de ta nuque

1 • Pagamento tramite bonifico bancario intestato a:
Dot.com Press di Fabrizio Bianchi –
Cod. IBAN:
IT61E0200801616000101345932


2 • Versamento/ricarica a distanza sulla
Carta PostePay n. 5333 1710 0156 3457 intestata a Fabrizio Bianchi. 
In qualsiasi ufficio postale sono disponibili i moduli per farla. Con accredito immediato e immediatamente verificabile. Se dovessero chiederlo, il C.F. del beneficiario è: BNC FRZ 46S17 B188Z.


- inviare a 
info@dotcompress.it una mail di conferma del o dei volumi acquistati e del tipo di pagamento scelto con l’indicazione dell’indirizzo postale dove far recapitare i libri. 

La spedizione verrà effettuata immediatamente come piego libri, con costo a carico dell’editore. 

Per l’acquisto di un volume: euro 15
Per l’acquisto di due volumi: euro 25
Per l’acquisto di tre volumi: euro 30.   Ogni volume successivo: euro 7,50.

martedì 3 maggio 2016

In dirittura d'arrivo il Volume 2 di Blanc de ta nuque


Uscirà nelle prossime settimane il 
volume 2 di Blanc de ta nuque 
(Dot.com Press Edizioni) 
Sono circa 310 pagine: un lavoro impegnativo, come sa bene chi frequenta questo luogo. 


Indice


Titubanze                                                                                            
Anonimo Saputello Qualsiasi                                                                        
Blanc de ta nuque, volume primo                                                                 

POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA (un punto di vista)                                                                                                                                    
David Maria Turoldo (p.), Gianni Toti (),  Giannino Di Lieto (),  Camillo Pennati (), Augusto Blotto (), Nanni Balestrini (), Matteo Bonsante (), Luciano Troisio (), Anna Maria Carpi (), Adam Vaccaro (), Cristina Annino (), Cristina Bove (), Alessandro Ricci (), Annamaria Ferramosca (), Leopoldo Attolico (), Marisa Righetti (), Francesco Dalessandro (), Sergio Marinelli (), Fabia Ghenzovich (), Chandra Livia Candiani (), Gianmario Lucini (), Valeria Rossella (),  Agostino Contò (), Laura Caccia (), Beppe Salvia (), Rosa Salvia (), Mario Benedetti (), Giorgio Bonacini (), Alessandro Fo (), Enrico Testa (), Paola Febbraro (), Daniela Raimondi (), Corrado Bagnoli (), Roberto Bertoldo (), Caterina Davinio (), Alessandro Ceni (), Gian Ruggero Manzoni (), Margherita Rimi (), Riccardo Martelli (), Ranieri Teti (), Gian Mario Villalta (), Fulvio Segato (), Villa Dominica Balbinot (), Lina Salvi (), Luisa Pianzola (), Raffaele Marone (), Stefania Bortoli (), Stefano Dal Bianco (), Alba Donati (), Mauro Caselli (), Nicola Ponzio (),Luigia Sorrentino (), Alessandro Assiri (), Loredana Semantica (), Roberto Ranieri (), Alessandra Paganardi (), Roberto Cogo (), Cristina Alziati (), Rita Pacilio (), Laura Liberale (), Beppe Ratti (), Marco Bellini (), Francesca Ruth Brandes (), Nadia Agustoni (), Paolo Pistoletti (), Raffaele Castelli Cornacchia (), Mia Lecomte (), Francesco Tomada (), Alessandro Polcrì (), Giovanni Borriero (), Nino Iacovella (), Giovanna Frene (), Marco Giovenale (), Silvia Comoglio (), Fernando Lena (), Maria Grazia Insinga (), Renata Morresi (), William Stabile (), Federico Scaramuccia (), Giuseppe Cornacchia (), Francesca Matteoni (), Daniele Poletti (), Annelisa Addolorato (), Cristiano Poletti (), Nader Ghazvinizadeh (), Alessandra Carnaroli (), Veronica Tinnirello (), Fabrizio Pittalis (), Mariasole Ariot (), Nicola Furri (), Gabriele Gabbia (), Franca Mancinelli (), Guido Cupani (), Laura Di Corcia (), Ambra Simeone (), Saverio Bafaro (), Luca Rizzatello (), Alessandra Cava (), Giulia Rusconi (), Andrea Lorenzoni (), Giusi Montali (), Francesco Terzago (), Francesco Maria Tipaldi (), Matteo Bianchi (), Roberta Sireno (), Bernardo Pacini (), Luca Buonaguidi (), Giuseppe Nibali ()


DUE ANTOLOGIE                                                                                     

Ottaviano Targioni Tozzetti Antologia della poesia italiana                                   
Matteo Fantuzzi (a cura di) La generazione entrante.                                             


SULLA POESIA E SULL’EDITORIA ITALIANA                                            
Sui libri di cui taccio
Serve leggere ai poeti?
Ma  scherziamo?
L’arte, l’artista e l’archetipo del doppio
Sulla crisi dell’editoria italiana
Buongiorno editori!
I giovani poeti e i concorsi di poesia
I “commenti” nei poeblog
Per i posteri e per i poster (oralità e scrittura)
Sulla poesia del Friuli Venezia Giulia
Europen Poetry Tournament (terza edizione)
Note su una poesia di Silvano Martini
Su Cristina Annino (dopo aver letto Linguaglossa)
Klaus Kinski poeta                                                                                        


SAGGISTICA (recensioni a)                                                                                       

Tiziano Salari, Essere e abitare. Da New York a Parigi
Enio Sartori, Tra bosco e non bosco
Flavio Ermini, Il  secondo bene
Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Il muro dove volano gli uccelli
Daniele Maria Pegorari, Il fazzoletto di Desdemona                                                


SOCIETA’                                                                                         

Modernità e lotta armata
Mameli
Ricordare lo sterminio attraverso la poesia di G.Vit e D. Santoro
Per una scuola nuova: l'esempio di don Milani
Sulla volgarità italiana                                                                                   


LETTERE DAL FRONTE                                                                         

Croce e delizia
Cari tutti
Omaggio ad Alfredo de Palchi                                                                                                                                                               

INTERVISTA                                                                                              
        
Nota
Scheda bio-bibliografica

[in copertina Katherine, di Nicoletta Ceccoli]


[Nei prossimi giorni indicherò le modalità di acquisto. Grazie in anticipo]




domenica 1 maggio 2016

Sergio Zanone: prolegomeni e post-prolegomeni a "Ciao cari" di Stefano Guglielmin



Sergio Zanone è nato a Thiene (VI) il 6 Febbraio 1965. Diplomato presso il Liceo Scientifico Nicolò Tron di Schio, ha frequentato per un anno l'Accademia di Belle Arti di Venezia seguendo le Lezioni di Emilio Vedova; dal 1995 costituisce con Armando Bertollo il Gruppo ApuntoZeta.

Qui altre notizie.




Prolegomeni



Essere in sala d' attesa - In Limine - nel modo fondativo in cui si offre la poesia, cioè nel silenzio dell' attesa. Silenzio della voce – apertura della coscienza – che colloca l' Io al di fuori di se stesso – l' “ Io dovrebbe” - e così, trascendendosi, stemperando la passione ( né felice / né infelice ), favorire l' ascolto e la visione. Attesa stazionante – crogiolante concentrazione (unendo i fuochi ) - visione dell' immediata vicinanza sotto una grigia pioggia evocatrice o , forse , uno sguardo ancora più in là – nel passare, nel passato dei vagoni che trascorrono come sogni, come ricordi - vedere, evocare, immaginare fotogrammi, scialbe fotografie del libro-treno, dagherrotipi che si confondono nel tempo uggioso eppure, ... barlume, eppure splendore - vite che arrivano, rallentano, si fermano per un attimo e poi trascorrono sempre più velocemente nel partirsi assordante della pellicola - vite- segni, epigrafi in movimento destinate a non-essere-più (altro non c'è) : finzioni? Maschere? Persone? Tutto ciò che, nonostante tutto, rimane tra il bene e il male, tra delizia e sporcizia: l' umanità singolare di ogni figura – oltre le teorie, oltre le cose – impressa in noi, impressa nella poesia: è questo un seme seminato ed è un' opera di pietà quando la poesia chiama questo seme affinchè possa germogliare ancora una volta almeno. Poiché il seme di ciascuna singola vita è il punto e il limite , una impercettibile totalità – è ciò che rimane sub specie aeternitatis (Anassagora, e non importa se fuori si muore e anche dentro si muore) – infinitesima parte del reale, parabola evangelica, comunità scintillante ( le sinderesi, i fuochi che si uniscono a poco a poco), nero seme seminato sui bianchi prati. Non sono nominate, qui, le lacrime delle cose, ma è proprio nell' evidenza della melancholia che esse si nascondono – malinconia nostalgica o nostalgia malinconica – l' apriori del fuoco poetico, come ben sapevano gli antichi (Aristotele, Seneca, Stazio, Cicerone ... sino a Petrarca, Poliziano). Ogni pioggia sincera di lacrime è, pertanto, purificazione dell' Io: voluptas dolendi, sublimità elegiaca. Come un manto battesimale le figure di Stefano Guglielmin ci avvolgono e ci salvano dall' esistenza, poiché sono figure dell' eternità e ci donano la loro eredità spirituale, il loro essere-stati. Il libro di Stefano attinge quindi all' antica verità sapienziale dei Salmi penitenziali; è un gridare dall' abisso all' abisso ; e non possiamo dimenticare che, quando alla stazione salutiamo coloro che partono forse per sempre (mentre siamo noi , invece, ad essere sul treno) , con la mano pensando “Ciao cari”- solo allora, con le parole del Petrarca (Salmo II della Devotiuncola) , succede:



10 Ma tu, Signore, questo sasso gemente frangilo,
acque di fonte erompano dal durissimo
smalto



11 Limpide fonti sgorghino
colando poi nel brago
dove sempre si tuffa orrido il porco selvatico




Né a me sembra troppo azzardata questa comparazione letteraria dei testi di Guglielmin con uno dei padri della letteratura italiana, dal momento che la due citazioni introduttive al libro Ciao Cari, tratte dai poeti Antonia Pozzi e Pierluigi Cappello, presentano pregnanti riferimenti anche topologici alle strofe 5 e 6 del Salmo I di Petrarca:

“Morire è questo/ ricoprirsi di rovi/ nati in noi” (A. Pozzi)

5 Mi travagliavo e godevo nell' angoscia/ disteso sui rovi del mio giaciglio
(cfr. e si semina altra delizia dentro di noi, altra sporcizia)

e

“Come una nevicata leggera/ ho sognato di raggiungere i miei morti” ( P. Cappello)

6 Mi addormentai per morire/ sperai riposo tra' tormenti.


Post-prolegomeni 

Se le poesie avessero un sesso- e non è detto che non ce l' abbiano- In limine ( la poesia introduttiva del libro Ciao Cari di Stefano Guglielmin) sarebbe femminile; non donna  nel senso eckartiano  del termine - cioè compiutezza  materna dell' anima che ha generato suo figlio - Lia, che è viva  perchè d' altra specie  e poi crede in Dio, nella sua pancia di femmina   - ma piuttosto donna nella  figura della Κόρη (Kore) - fanciulla pupilla dell' occhio ( è Stefano stesso che ce lo dice nella poesia Ketty La Rocca: vede e non vede / tocca l' occhio, lo specchio; dal punto di vista psicanalitico la donna sterile  è pura finzione,  feticcio sessuale,   mezzo per  elaborare la pulsione di morte che per Freud compete esclusivamente al maschio  consolandolo sino all'  infinito del piacere, al dolce sonno letale, alla letargia ( Luce Irigaray, Speculum, Feltrinelli ed) ) –  speculum  unheimliche (perturbante) materia prima  ( πρώτη ϋλη, Aristotele)- ευέργεια (energia) immanente alla ricerca di una forma - favilla che dall' oscurità compare per un momento e poi scompare –  fiore reclinante delle rêveries poetiche ed alchemiche- metafora della poesia: pura espressione della  libido femminile da Freud  mai postulata e, quindi, sin dal principio ere/otica: privata dal canone (psicanalitico, ma anche letterario) della possibilità di una qualsiasi rappresentazione se non sul piano dell' immaginario poetico,  irreale, del non-essere ( fingere che ci sia stata ... altro non c'è) .

Di carne al fuoco, o meglio di materia oscura su cui meditare, ce n' è forse troppa; ma, prima di proseguire,  è meglio fare  alcune considerazioni sul titolo stesso della poesia. In limine , dal latino : “nel confine”, ma anche dimora, casa e per sineddoche ( la parte per il tutto: concentrando l' attenzione, mettendo a fuoco: unendo i fuochi tra poco e poco) stanza, sala, camera e così via sino al limite (assonanza con limine) che per il poeta è il luogo dell' intimità, il punto in cui qualsiasi forma scompare nell' inafferrabile, inattingibile (altro non c' è), misterico, vuoto uterino (Hystere) femminile (Donna, mistero senza fine bello) rivelando la ...  presenza dell' assenza (sì, la Mater in-significata di Plotino, l' impassibile, trasparente, vuoto ricettacolo di tutte le forme). In ebraico la lettera iniziale con cui inizia la  Bibbia, la via della creazione, è proprio la lettera “B”, Bêt ( ב ) : seconda lettera dell' alfabeto ebraico, termine che significava casa (con la porta aperta) e che usata come simbolo aritmetico indica il numero due. Figura la casa metafisica d' ogni essere umano e al contempo l' intero creato, quale casa di Dio ... la casa dello studio, il luogo intimo, appartato, delle visioni del mistico ... nel mondo ma non del mondo ... la bocca dell' uomo, il suo intimo. ( Gabriel Mandel, l' alfabeto ebraico, Mondadori ed.) Lettera il cui valore simbolico secondo Alfred Kallir (Segno e disegno, Psicologia dell' alfabeto, Spirali ed) evoca il profilo della donna, il suo seno, la sua bocca ... adombrando così,  attraverso il simbolo,  la necessità di espressione del λογος (logos) : la sua volontà di  esteriorizzarsi, di attualizzarsi  mediante una parola  (il Verbum: cfr.  la dialettica  medioevale della parola interna – parola esterna ) che nell' aprirsi delle labbra esplode e si rivela come ...  suono significante: carne ( Il Verbo si fece carne  attraverso il corpo della donna). Il femminile, misterioso vuoto d' essere dell' Esserci, perturbantemente ed angosciantemente  privo di  rappresentazioni proprie,  limite tra realtà e trascendenza,  manifesta la propria energia ( la libido femminile che almeno qui, nella poesia, esiste)  come  un' aura evocativa (cfr. Carlo Sini),  come  profilo generativo delle idee e  delle immagini poetiche. Ecco, ci sembra  quasi di vedere  Stefano Guglielmin nella sua piccola stanza, l' autentico spazio del lavoro solitario, il cerchio rischiarato dalla lampada,  dire con le parole di Gaston Bachelard (La fiamma di una candela, SE ed.): “Come la lampada di un tempo concentra nei miei ricordi, la dimora ...  la solitudine  si accresce se, sul tavolo illuminato dalla lampada, si apre la solitudine della pagina bianca ... allora la pagina bianca è un nulla, un nulla doloroso, il nulla della scrittura. La pagina bianca, la Kore della scrittura.  La pagina bianca impone silenzio. L' “incisione” ha allora due poli, il polo della lampada e il polo della pagina bianca. Ed infatti due sono i fuochi nella poesia di Stefano, ed assai vicini (unendo i fuochi tra poco e poco): il fuoco della pagina bianca (della Kore) ed il fuoco della lampada, questo essere intimo, questo essere doppio che ci assomiglia come un fratello! Sembra che l' evocazione di una lampada susciti inevitabilmente una risonanza  nell' anima del lettore che ama ricordare. Un alone poetico circonda la luce della lampada nel chiaroscuro dei sogni che ridanno vita al passato. Attraverso la lampada una felicità luminosa s' impregna nella stanza del sognatore:

La chambre s'étonne
De ce bonheur qui dure
( Stupisce la stanza/di questa felicità che dura: Georges Rodenbach, Le Miroir du ciel natal)

..alla ricerca di quell' essere che non è al di sotto . E' al di sopra, sempre al di sopra. Con le parole di Stefano Guglielmin: Il mondo in una scatola buia, il suo lumicino/ tremulo a dargli il fiato che merita.  Tuttavia con l' al-di-sotto è sempre necessario fare i conti poiché la vita, e così la poesia,  non può  manifestarsi  se non  attraverso una  dialettica degli opposti (accidenti) che oscilla tra elevazione e profondità, tra felicità e disperazione, tra essere e non-essere, tra delizia e sporcizia. Questa dialettica, solamente obliando le passioni  cioè  razionalizzandosi filosoficamente, diviene etica dell' attesa e della mediazione,  Etica Nicomachea (stare in sala d' attesa/ né felice né infelice). Ma la poesia! ... ma la poesia, come lo specchio,  non scende a compromessi: entra ed esce, sale e scende, volge e rivolge: spazializza, trasforma: sono proprio  questi i movimenti tipici  che In limine sono sviluppati da Stefano Guglielmin attraverso
a)  l' esposizione sintattico-grammaticale del dissimile (reversibilità degli accidenti = inversione speculare dello specchio concavo, cfr. lo specchio come finzione dell'  apparenza, fonte del falso, nella filosofia antica ) nella struttura della poesia (es. una vita – si muore / ti dico – mi dici / ti dico – scrivere / fingere – ci sia stata / i fuochi – piove / felice – infelice / fuori – dentro / delizia – sporcizia)
b)  la duplicazione del simile ( riflessione speculare dello specchio piano, cfr. lo specchio come attività mimetica, fonte della verità nel disvelamento della pura apparenza: la Kore  specchio dell' occhio il cui punto centrale di visione è quello che riflette con la massima purezza e che corrisponde al momento in cui le idee, le forme  appaiono come  profili luminosi di buie impronte, ombre sullo sfondo abbacinante dell' Essere) nella struttura della poesia ( es. poco – poco/ né – né / dentro – dentro/ altra – altra/ ice – ice/ muore – muore/ dico – dico)
c)  la rappresentazione dell' ascensione e della discesa (dialettica dell' altitudine e della profondità) attraverso il movimento dell' energia immanente ( la libido femminile)  che ri-trasforma  la “materia prima”,  il sangue mestruale della Kore,  in fuoco ( i fuochi)  ed  in acqua ( piove): espressione  di  un ciclico ritorno dell'eterno  che ha in sé  il proprio motore (il telos, l' entelechia)  e confina  all' oblio il punto d' origine del movimento  operando  una  frattura irreversibile tra il tempo fagocitante (l' antico Cielo onnisciente, il Dio  Zirvan mesopotamico, il Kronos dei greci, l' Ahura Mazda- zoroastrico, il Logos ... e   per assimilazione anche  Freud,  il  Padre  della Psicanalisi e qualsiasi altra figura maschile  simbolo del potere in atto) e la vita/poesia.
Ebbene, un filo sottile collega In Limine ad  alcune tra le più belle poesie di “Ciao Cari” in cui il ricordo si configura nell' essere-per-la-morte (fisica: di cancro oppure anche solo psicologica: anoressia?): Antonella, Anonima (adolescente), Gina Pane: in tutte queste poesie, meraviglia, è presente il fiorire. Antonella: L' ultima volta in giardino/ pesavi metà di ogni cosa felice .... come se ci fosse una logica/ segreta che lega forbice a fiore : essere più felice di un fiore, felicità fugace  come di una scintilla nata dall' oscurità  ( l' uccello di fuoco, la fenice, la colomba senza ali , la farfalla, la psichè )  ... sono veramente mirabili questi versi,  come ha giustamente riconosciuto Giorgio Bonacini. Ed è proprio  segreta  una  logica  che si contrappone al logos  (aspetto un figlio: io aspetto ...  Lia, la moglie di Stefano, non compare ora poiché essa è viva, perché d' altra specie,  perchè è atto; qui siamo invece nel mondo del non-ancora, dell' aver-da-essere, del diventa-ciò-che-sei, dell' intimo stupore), che si contrappone  al  pensiero  rappresentativo del poeta e di tutti noi destinati  a  rimanere  al-di-qua della frattura ( il silenzio dell' a-capo), immersi in echi ( ochi - oco – oco  : i fuochi tra poco  e poco .. Sei stata la prima a saperlo/ l' ultima a partire ) che la visione istantanea del  fiore ha prodotto. Questi versi di Stefano mi rammentano una breve poesia di Guido Ceronetti, un poeta i cui versi sembrano provenire dall' oltretomba dell' umanità ( Guido Ceronetti, Poesie per vivere e non vivere, Giulio Einaudi ed.):

O bellezza dei corpi, affocato
Stuolo della miseria nella sera,
Come in fretta consumi la tua cera
E ne resta un odore affaticato.
La visione e lo stanco. Vola via
La colomba senz' ali col suo volo
Caduto, io resto con le ali immoto.

Anonima (adolescente): il buio che le  brucia dentro/ l' erba del suo minuscolo fiorire
Gina Pane: il fuoco della spiga ... passando dal rito all' irto, non per il rosa dei baci/ ma per le spine nella trasparenza dei traumi

Ciò che fiorisce, ciò che è condotto a maturazione deve passare attraverso il rito del martirio ( irto = fuoco= spine ) , deve bruciare nel  fuoco: ti cibasti/ nel martirio dei segni; così  il corpo- fiore illuminante, illuminato, in un' altra poesia di Ceronetti, reclina  il suo capo:  sopra il corpo-libro si piega: ...il libro ne arde tra le due ferite ... di ogni sua  solitudine si illumina... una sensibile testa da piegare / gli parea avere di fiore. La logica segreta che lega forbice a fiore esprime  la necessità di liberare l' energia vitale affinché non si fermi  il ciclo della vita e  vincola questa  necessità esclusivamente alla essenza femminile – alla Kore – alla poesia (cfr. il mito greco di Alcesti). Degradando, in un certo senso, il “maschio” e relegandolo nella mera logica della produttività. Nel linguaggio della psicanalisi, citando le parole di Luce Irigaray: “Lei   (la Kore) ricorda, ancora e sempre, quel resto che negli specchi si dissolve, l' energia  sessuale ( femminile) necessaria alla elaborazione  dell' opera (e che quindi deve bruciare, non può “esistere”) della morte. La “donna”  quindi serve da luogo – per altro evanescente, luogo deiscente – e serve da tempo – eterno ritorno, deviazione del tempo – per  la sublimazione  e, se possibile, controllo del lavoro della morte. Lei inoltre  è il rappresentante-rappresentazione  delle pulsioni di morte che non si lasciano percepire senza orrore, che l' occhio della coscienza  si rifiuta di riconoscere ( il perturbante) . Ma torniamo alla poesia di Stefano Guglielmin: In limine. Qui l’energia trasforma la materia e la raffina: la cera grezza della candela, la “sporcizia”, il sangue mestruale della Kore ( che è rosso come il fuoco,  lava ardente, fuoco liquido) salendo come una linfa infuocata,  attraverso la fiamma ( i due fuochi  che si uniscono: il poeta ed il foglio bianco) si purifica e diviene bianco, etereo; questa è l' immagine simbolica del roveto ardente (martirium) i cui fiori sembrano staccarsi come scintille ( le immagini della rappresentazione poetica)  prima di scomparire (altro non c'è) ...  prima di condensarsi nelle gocce di  pioggia  ( stare in sala d' attesa quando piove, né felice/ né infelice)  che fecondano  la terra desolata donandole la vita.  



giovedì 28 aprile 2016

Lettere dal fronte 3

Caro R, a proposito dello scrivere di getto (che si collega con il discorso precedente): se inteso con il sacro fuoco dell’ispirazione (dici bene, il Romanticismo lo pratica, ma anche il Surrealismo e la Beat generation), presuppone l’idea che noi, nel profondo, siamo autentici. Adorno, in “Minima moralia”, e tutto Faucault ci fanno invece capire quanto anche il profondo sia contaminato dal potere. L’inconscio è il regno dell’aggressività (vedi Fromm: “Anatomia della distruttività umana”) che noi pieghiamo all’ordine civile già nel momento in cui lo trasformiamo in discorso (la grammatica è infatti la rappresentazione simbolica delle gerarchie del potere, con il Soggetto al centro e tutto l’apparato logico che gli fa da sostegno, per l’affermazione dei suoi bisogni).

Seguire i suoni prima che il senso è una libertà apparente: anche la gerarchia dei suoni, l’idea di eufonia e cacofonia sono un risultato sociali, acquisito con l’educazione. Bisogna fare i conti con questo. Pensa alla società romantica e all’eroismo della sua musica; e pensa ai grappoli sonori di Debussy e quanto hanno a che fare con la crisi dei valori nel tardo ottocento. E pensa ancora quanto la musica colta contemporanea, con i suoi rumori insopportabili riesca, meglio di qualsiasi chitarra distorta, a rappresentare la violenza in cui siamo immersi. Voglio dire: i suoni si devono scegliere (anche se, come già detto, in parte ci scelgono) tenendo conto che anch’essi veicolano valori.

Per quanto mi riguarda: sto sperimentando con un musicista di liscio (musica popolare, dunque) la mia poesia, che non è affatto popolare. Ultimamente, leggo in pubblico con lui. Lui deforma quella tradizione, ma anche la conferma perché il nostro orecchio è allenato, la conosce. Così come conosce (ma sente deformato) il messaggio che respira nei miei versi.

Vorrei ora affrontare la questione opposta, ossia scrivere secondo uno stile preordinato, indifferente alle difficoltà che il pubblico potrà incontrare, come rilevo nel testo che mi hai inviato. Quello che io sento, leggendolo, è un procedere spigoloso che disegna una paesaggio mentale in cui fatico a entrare. Tutto mi sembra astratto, anche se usi parole concrete. Forse è la scelta sintattica, mossa dal processo analogico – quindi dominato da ragioni inconsce che, sempre per ragioni inconsce, non hanno il coraggio di togliere il velo, di mostrarsi nella loro nudità (per contrasto – ma solo per intenderci perché il tuo stile e la tua visione del mondo sono differenti –  vedi l'operazione di Donaera, in Blanc, che usa una lingua senza qualità e però ti entra subito. Mi pare che tu stesso lo confermi nel commento che hai lasciato).

Se penso a un racconto (e questo tuo libro potrebbe esserlo, data la divisione in 20 capitoli) cerco sfondo e primo piano, personaggi, ambienti interni e esterni, dialoghi. Invece sento una voce tendenzialmente monolitica, difficile non perché comunichi concetti difficili, ma per le proprie scelte stilistiche; ti chiedo perché precludere la comunicazione con il lettore soltanto per coerenza formale? Anche a me capita talvolta di sentirmi legato a una scelta stilistica: quando succede, la forza espressiva e conoscitiva si piegano a esigenze esteriori, con la conseguenza di avere una poesia formalmente valida ma senza quell'aria in mezzo che consente al lettore di attraversarla.
Questo è un punto importante: un testo deve essere poroso, deve consentire al lettore di attraversarlo, di farne esperienza. Se è troppo compresso, ci scivola sopra e lo perde.

Per dagli maggiore porosità potresti usare differenti registri (l'inserimento del nome degli asteroidi è un esempio di cambio registro, ma è criptico, ha bisogno di note esplicative improponibili in un contesto già di per sé ostico). Ti consiglio di leggere La ragazza Carla di Pagliarani e il poemetto Un posto di vacanza di Sereni (è in Stella variabile).

Mi è difficile dirti ora che dovresti riscrivere il tutto facendo tesoro delle soluzioni adottate da Pagliarani e Sereni. Capisco benissimo l'inanità della proposta. Inoltre potrebbero esserci altre soluzioni, che trovi tu, con la tua creatività. In ogni caso, prima di prendere qualsiasi decisione (anche di lasciare il poema così come l'hai scritto), prova a leggere i due autori che ti indico (li leggi in meno di un'ora ciascuno). Poi ne riparliamo.

In sintesi, ti consiglio più mobilità nella struttura (uso di differenti registri ecc), una voce più libera di dire, meno preoccupata di far poesia (sempre però stando attento che ogni riga-verso sia necessaria, ma non per forza tirata allo stremo:  anche il banale può trovare posto (cfr Pagliarani che copia passi dal manuale di dattilografia)

Approfondisco quanto detto finora, riprendendo un mio passaggio che tu stesso hai sottolineato: Tutto questo, come può diventare “popolare”? Io dico che lo può essere nella misura in cui mantieni aperto un margine di senso in cui l’inconciliabile si senta, in cui il lettore non possa mai dire: ho capito tutto. Se ha capito tutto, significa che hai parlato la lingua 
dell'omologazione.

Un conto tuttavia è tenere aperto "un margine di senso in cui l’inconciliabile si senta", un altro fare dell'inconciliabile gran parte del versante del cammino. La "porosità" di cui parlo sopra è appunto quanto permette al lettore di incontrare l'inconciliabile senza sentirsi un escluso. Per fare questo, occorre che il lettore percepisca la relazione fra testo e contesto e ciò lo ottieni anche cambiando registro e inserendo una profondità che, appunto, eviti il tutto frontale che, mi pare, caratterizza il tuo testo. Ora insomma si tratta di trasformare la teoria nella pratica. È la cosa più difficile, perché coinvolge anche il tuo rapporto emotivo con la parola, con la frase, con il suono e il ritmo oltre che con il lettore. Credo anzi che a quest'ultimo livello dovresti lavorare. Non tanto nell'individuare un destinatario (lo hai già fatto) quanto nel riuscire ad essere più libero di dire, più aperto e fiducioso verso il lettore.

La neoavanguardia inscena il frammento, l'anatomia del corpo sociale malato. Credo che, oggi, sia giunta l'ora di ricomporre le fratture, ma senza fingere, là dove ci sono.

Al di là della diatriba se la canzone sia poesia (io direi che è poesia popolare, dunque più carica di emotività che di conoscenza), la questione prima, ora, è capire perché non riesci ad arrivare al tuo pubblico. O meglio, lavorare sul come arrivarci: limando l'ostico dal verso, togliendogli il rumore senza banalizzarlo, affinché diventi viatico di conoscenza e bellezza (di una bellezza in cui, come direbbe Baudelaire, l’orrore si specchia senza ritrarsi. In parte un passo l'abbiamo fatto a leggere quanto dici riguardo "Un posto di vacanza".

La strofa di Sereni che citi è concettuosa, eppure ti piace; non lirica (e questo potrebbe essere un pregio, per la tua sensibilità). E soprattutto ti ha fatto capire che la poesia si legge con un tempo differente dalla prosa. Ma questo non è detto che il lettore lo sappia. Però il poeta deve saperlo. Deve sapere che leggere (a mente) poesia significa costruire un andamento circolare, ondeggiante, dove l'occhio e il pensiero avanzano e indietreggiano, ma anche salgono e scendono di riga. Scrivere con questa idea può portarti a una nuova consapevolezza. Anziché andare avanti come un bisonte, ti puoi muovere come una farfalla che indossa però scarpe da montagna: non bisogna nemmeno svolazzare troppo. Il ritmo giusto, dicevano i poeti beat, è dato dal respiro. Questo vale rispetto alla poetica. Riguardo al movimento reale che Un posto di vacanza produce, dici bene qui: "dalla dinamica dello sguardo, ora attratto in senso longitudinale, di fronte alla riva, ora dal muovere trasversale, del fiume che va; dallo stare con la mente sul fiume per poi andare al mare, la foce-limite".

Nei poemetti, in generale, è meglio essere inclusivi perché il dettaglio, apparentemente fuori fuoco, può creare tensione o distensione sia nel canto che nell'interesse del lettore. E può essere evocativo oppure emergere per contrasto con la linea dominante. Che tuttavia deve esserci: usando solo il movimento di camera e il primo piano, il testo diventa monotono; si deve sentire che hai un tema per le mani (la città depredata, nel tuo caso), ma la terza dimensione la crei uscendo dall'urgenza, e costruendo uno spazio abitabile, imponendo tu il ritmo della lettura, con gli a-capo e i differenti registri, con parole dolci o aspre, lunghe o corte. Buon lavoro!



mercoledì 20 aprile 2016

Alessandro Ricci

È uscita di recente un’antologia su un poeta che non può mancare in Blanc, sia per l’originalità della sua indagine, il mondo classico, in particolare latino,  e sia perché il libro contiene una scrupolosissima analisi semiotica di Stefano Agosti. Si tratta de I colloqui di Elipinti (Edizioni d’arte di Enrica Dorna, 2015) di Alessandro Ricci (1943-2004), opera voluta da Francesco Dalessandro, custode testamentario del poeta.

Agosti riconosce a Ricci grande abilità nell’uso della tecnica dei moderni (“ellissi dei tempi forti del racconto; le soppressioni […] degli elementi referenziali […], l’eminenza visiva […], la focalizzazione a ingrandimento di certi dettagli […], l’espansione abnorme della metonimia […], il dispiegamento assai frequente del discorso indiretto libero”, che si applicano, ci dice l’eminente studioso, per attualizzare la temporalità storica, per stare vicino al fatto, togliendogli la patina d’antan che ha uno sguardo quando invece legge nostalgicamente i tempi eroici che mai più torneranno.

Condivisa la lettura di Agosti, da parte mia trovo l’operazione interessante nella misura in cui Ricci dimostra, nei fatti, che la sua è una via praticabile in un’età, la nostra,  dove il tempo storico raccontato sembra chiudersi nella zolla dei decenni, se non addirittura schiacciarsi totalmente nel presente. I poeti civili italiani contemporanei spesso cercano nell’evento storico (la stagione partigiana, in primis), il fondamento di azioni moralmente ancora spendibili nell’oggi corrotto; così facendo, adottano un modello etico a cui il presente si dovrebbe uniformare, per salvarsi. Ne consegue, tra le due aperture temporali, una distanza insanabile, che mette il presente in difetto, sino talvolta a caricarlo di nostalgia dal sapore romantico.

La bravura di Ricci sta nel mettere in secondo piano il lutto per la perdita dell’origine, per focalizzarsi su quanto ancora rimane, ancora si conserva di quell’autenticità ossia l’essere-nel-mondo dell’esserci, quello stare in situazione tra progetto e gettatezza, che costituisce il grande tema del primo Heidegger. Quando per esempio Ricci ci mostra l’imperatore Giuliano passare in rassegna le proprie truppe, “dopo una notte insonne ma non / inquieta”, e lo segue poi in battaglia, colpito dal nemico, e nella tenda fra i generali amici, attraverso strategie retorico-stilistiche e strutturali, sembra parlarci di un uomo vicinissimo a noi, ai nostri tremori e alle nostre preoccupazioni fondamentali. Quando Giuliano l’Apostata si interroga sulle azioni compiute, sulle responsabilità che quelle scelte comportano, lo sentiamo fratello proprio perché l’intenzione di Alessandro Ricci non è di immortalarne l’epicità e nemmeno di additarlo come exemplum, bensì di entrare nel suo intimo, per riconoscerne il travaglio ma anche quella leggerezza che qualche volta i dettagli del mondo ci infondono, particolari che forse non salvano, ma, se diamo loro ascolto, sono capaci di epifania. Si legga per esempio “Baia, un suicidio per acqua”, con quello spostamento continuo dei piani, che rende la passeggiata verso la morte un viaggio avventuroso, qualcosa che assomiglia alla felicità, se solamente il protagonista sapesse cogliere la freschezza dei dettagli (“una notte di luna / ardente” le correnti che balenano nel golfo, la baia fiorita, le barche sul molo, “i sandali di Veranio”), belli proprio in quanto enti caduchi. È come se Ricci volesse comunicarci che, per sentirsi nel vivo della vita, non occorre per forza combattere contro i persiani né che dipendano da noi le sorti di un impero; basta essere consapevoli di quanto la morte di ogni cosa sia fondamentale per una vita autentica, di come, heideggerianamente, la morte sia per l’esserci la più autentica possibilità, liberandolo al possibile anziché alla staticità dell’ente. Per quanto, va detto con chiarezza, questa liberazione poggi sul nulla, sull’infondato.

In questa prospettiva, la vicinanza che Fabio Ciriachi, nel blog “Critica impura”,  trova fra Ricci e Albert Camus non consiste solamente, per entrambi, nel cogliere l’attimo in cui la natura ci benedice con la sua gratuità, “quel pozzo fondo di natura – equivalente a solare gioventù, a confusa beatitudine degli inizi”, ma, più profondamente, nella comune idea che passione e pensiero, morale e verità stiano insieme a dare struttura ontologica all’uomo, che di per sé è un ente ingiustificato.

Se c’è un poeta italiano al quale mi piace accostare Alessandro Ricci, per la precisione e ricchezza lessicale, oltre che per la comune passione verso la cultura latina, questo è Pietro Tripodo. Come scrive Flavia Giacomozzi in Campo di battaglia (Castelvecchi, 2005), “in Pietro non c’è […] alcun ‘snobismo intellettuale’, ma solo estrema cura e ricercatezza”. Lo stesso vale, a mio parere, per Alessandro Ricci, seppur diversissimi nell’organizzazione ritmica e sintattica della strofa, compattissima e tendente all’endecasillabo in Tripodo, spezzata eppure quieta in Ricci.



da  I COLLOQUI DI ELPINTI
“Coup d’idée, Edizioni d’Arte di Enrica Dorna”, Torino 2015


GIULIANO

Allora Giuliano, dopo
una notte insonne ma non
inquieta, all’alba quando
ogni tenda del campo
gli parve una duna come
ben oltre le sabbie,
infinite a perdita d’occhio, lisciate
dal levante che le invadeva, le issava
in un mare di chiaro:
                                        là:
percorrendo piano il perimetro
senza il contegno del capo,
rispondendo con un sorriso
al saluto quasi commosso
delle guardie di turno,
insonnolite all’ora del cambio
– saluti e sorrisi così simili
a quel lontano silenzio vibrato
nell’aria ferma, così diversi
dall’uso, così
nuovi –, pensò alla consapevolezza
e ai sussurri, a quella morbida
e rassegnata complicità,
pensò alle navi
che s’era bruciato alle spalle
i cui fumi forse si mescolavano 
al velo gentile dell’enorme
giornata che si gonfiava,
ad altri pochi momenti,
in un solo ricordo adunati,
invadente ma non spietato,
senza rimpianti.
                               Poi,
pensando a tutti
i suoi uomini che di lì a poco la tromba
avrebbe svegliati, si disse piano
che suoi erano pure l’errore e la colpa
del destino che li attendeva, ma non
del suo, cui mancava
appena qualcosa,
un gesto,
per la piena armonia.



I CAVALLI DEL NEMICO

Un dolore fermo, non acre, forse nel mezzo della corazza,
li aveva scartati tutti. Alcuni non gli parevano
sconosciuti. Al doppio segnale dell’ennesimo
attacco era sembrato inevitabile
scontrarsi un’altra volta
con loro, ma non era
successo. Di tre
o quattro
catafratti invece
ricordava chiara-
mente la furia e la destrezza nelle prime
fasi della battaglia, la velocità
delle fughe e i reiterati
assalti. E le ferite leggere
che gli avevano inferto: pochi graffi
quasi rimarginati, se non proprio
invisibili.

Uno dopo l’altro, li aveva osservati con attenzione.
La fila era stata lunga: di molte,
alte clessidre,
eppure erano le bestie
strappate ai vincitori.

Si chiese allora sgomento quanti cavalli del suo
esercito decimato fossero già nel campo persiano,
inadatto forse
a contenerli tutti, quanti nemici
li avrebbero ridomati, addolciti,
addestrati, infine caracollati
al decisivo assalto, al disastro,
al macello finale.

La filza degli animali catturati, ben più umani
dei pochi prigionieri così meno afflitti,
sembrava finita.

Nel vuoto dopo l’ultimo scalpiccìo,
apparvero nella pianura gialli e sfocati roghi
molto, molto lontani. E s’udirono,                                                                                                                 
ma non appena, strazi e lamenti:
dei piagati, dei moribondi e,
come un’eco,
dei morti.

Così tramontava quella giornata terribile.

Quanto male, misto a quel sordo
vuoto nel petto,
s’accaniva con l’impazienza.

Fu dal buio che s’allargava, a un’irruzione di gelo nel ritardo,
quando emersero i due mancanti: erano stati loro, più loro
di chi li aveva montati, a colpirlo nel petto,
e vide finalmente l’asta a due punte
che l’aveva trafitto:
il primo era un cavallo chiaro, morbido e triste, quasi
luttuoso. L’accompagnava, serpeggiandogli fra le zampe,
un gatto vecchio e ostinato: nella bocca sdentata,
in una presa insicura, la carogna d’un ratto
troppo grosso, ridotta a poltiglia
sanguinolenta.
                       Poi l’altro: un puledro aspro e impaziente,
avido ancora di zuffa, cui s’accodava, a distanza,
a fatica, forse per caso, un bianco
cane tremante.


                                                                                                    

LA SERA


I

“Le fiaccole a rovescio, l’olio
che sfrigola e non cade
dal cielo della tenda, quante
fiammelle guizzano all’ingiù, là
su vedo molte calvizie di comandanti,
dei migliori veterani, qualche
semplice legionario intorno
al mio letto, la resa
così sofferta dei medici,
il bacile del salasso, mosche
ronzanti, il molosso a catena e
al margine del quadro il
pianto muto d’un’ancella che credevo
svogliata o ribelle e mi sbagliavo,
più al centro la pozza del sangue
che uno schiavo deterge.
Ma.
                   Ma non trovo,
non trovo me che lo colo:
nella volta io
non sono dipinto,
manco.
                                                                                                                                            
‘Svellere il giavellotto’,
amarne il cavo: quello
hanno detto e fatto gli amici
con morbidezza, di questo avverto
solo un brusio, quasi
suono – cembali da quale
dove? – da parte
a parte purissimo, piuma,
su e giù,
che accarezza i suoi spiragli
e che m’induce
da vita a morte
senza dolore.

Che c’è di vero in tutto questo?
Hanno issato uno specchio
enorme che mi esclude,
privo solo di me, per rispetto
di me? Forse
ho ben meritato
di loro, e temono ch’io guardi
il mio corpo trafitto?
Ma no, sento che l’hanno coperto
di soffice lana, sono
semplicemente cieco, e se le pupille
sbiadiscono in albume, come si dice
che accada, il cuore crescendo
le sostituisce, fonde
memoria e invenzione, tutti
i granelli della clessidra,
dipinge gli aspetti
di uomini e cose, liscia
i contorni, quasi      
li tocca.


Più lui,
più lui di me dunque v’invita
a calici ricolmi, a festa piena,
alla mia smania, alla mia idea
di gioco.

Non vi riesce questa ch’è,
o non è, così ennesima
una finzione, un mero atto?
                                            Lo so, siete ancora
troppo viventi, non potete
seguirmi, grazie
lo stesso. Ma se
restate, come
mi sembra, a somma distanza
dall’allegria, mummie
tristi, impalati
tormenti, vi
chiedo d’uscire di qui. A rivedere
il giorno, l’aria,
i cavalli”.


II

Come al solito il suo,
non fu un ordine perentorio. Cipressi
di rito o di sepolcro, loriche
impolverate, spade          
scheggiate nei foderi, rudi
sgomenti, rimasero tutti.

Parve a Giuliano invece
d’essere completa-
mente solo,
con quei brani di sé, stati
o mancanti,
che una nostalgia sorridente,
sottilissima e quieta,
non gli volle tacere.

E in quella buia
e lampeggiante tenda
a Giuliano rivenne il bianco
cavallo addormentato nell’horto, fra
il suo risveglio di ragazzo un tempo
e la vista all’alba
del Ponto, trasparenza fra
trasparenze, un addio
dopo l’altro come l’ultimo scettico,
sfiorato sguardo
dei molti amici poco prima
della battaglia. I giusti amori:
i cani Mario e Duilio,
soffici negli occhi più che
nel pelo, due
giovani donne che non
l’avevano amato, volate
di volo azzurro ogni volta che le
guardava: suoni delirati, un non
esserci mai per loro. E rare                                                                                                     
folate d’incontinenza
negli inguini delle matrone, e l’onta,
e i sudori; ma
in quelle mischie d’impudicizia, azzanni
viperini, l’altra,
altissima quota delle lontane, accecanti
ali per sempre: che implacabile
sua devozione, così sparsa,
così persa.
                     E allora la conoscenza
e il dolore. O all’inverso la sofferenza
e il capire, e l’arrendersi, e il non
odiare. Così, imperatore deriso,
ripensò agli inganni evaporati
ai quattro capi
del mondo e alle speranze
terribili: distratti, stordite
dalla stanchezza
e dal fuoco, alle partenze,
agli arrivi d’esagerati
tragitti, senza una pazienza
o un riposo, in mezzo
a caterve d’uomini privo
d’una carezza, una parola,
una vigilanza, una cura. Ma
la foresta fu sua,
o il mare.
                   Suoi? suoi come?
suoi quanto? suoi quando?
Gocce pari d’acqua oleosa.
E tutto gli cominciò intorno
a girare insieme: testa, corpo,
mondo… Che intorno
a che? Non come i molti,
folli galilei, lui
non l’avrebbe
saputo mai.

Mehr Licht...   Perché
                                             la
                                                      luce
                                                                    s’irradia
                                                                                 oltre
             


                                                                        

All’alba del mattino dopo – 26 o 27 giugno del 363 d.C. –, Ammiano Marcellino, che aveva assistito alla morte del suo imperatore (e che avrebbe descritta nelle sue ‘Storie’), mentre osservava l’opera paziente dei medici imbalsamatori (il cadavere avrebbe dovuto vincere calura e distanza per essere inumato a Tarso, in Cilicia) e cercava di ricordare le volte in cui Giuliano gli aveva detto di sentirsi morire, quando citava sorridendo un’epigrafe funeraria sull’Appia o chissà dove: “Sono morto mille volte, ma così mai”, ne sentì la voce bussargli piano alle tempie, mentre fuori uccelli partivano e soldati arrivavano nei pressi della tenda a deporvi un’impronta o una lacrima, subito riarsa in quella sabbia desertica:

Mehr Licht… Perché la luce s’irradia
oltre l’ostacolo? Lo fa anche il pensiero?
l’amore? l’anima?... Io non devo
alcun pollo ad Asclepio: devo
me, nessun oltre
me… Je vois un port rempli de voiles et
de mâts… Non viverti, non
t’esaltare: consider Phlebas, who
was once handsome and tall
as you: fa’ scivolare questi
tuoi versi estremi
nel cavo della
ferita.
Poi muorine,
a loro insieme.

Per tutto il giorno, camminando piano nel campo sotto un sole stranamente velato, mentre gli ufficiali del genio davano ordini quasi sussurrati ai soldati che smontavano le tende, Ammiano sentì ripetersi quelle parole, fino ad impararle a memoria. Vi riconobbe Platone, ma non chi parlava in quella, o quelle lingue strane.





Alessandro Ricci, nato il 14 agosto 1943 a Garessio (CN), un “paesone al fondo” dell’Alta Val Tanaro, dopo la laurea in lettere alla Sapienza, con una tesi su Beppe Fenoglio, sceglie di fare l’insegnante.
Nel 1972 partecipa alla realizzazione del film di Vittorio De Seta Diario di un maestro (è il vero maestro che deve preparare i ragazzini interpreti del film). Da allora, lavora anche come sceneggiatore.
Alcune sceneggiature, scritte in collaborazione col regista Claudio Bondì, diventano film per la televisione e sono pubblicate nel 1980 dalla ERI in un volume dal titolo La storia a misura d’uomo, con introduzione di Giulio Cattaneo. L’ultima sceneggiatura è tratta dal poemetto De reditu suo del poeta tardo-latino Claudio Rutilio Namaziano; il film, con la regia di Bondì, esce nel 2003 col titolo De reditu – Il ritorno.
Fumatore accanito, Ricci è morto di tumore ai polmoni il 27 marzo 2004 a Roma. Riposa, come volle, accanto al padre, nella nativa Garessio.

Ha pubblicato in vita due soli libri di poesia: Le segnalazioni mediante i fuochi (1985) e Indagini sul crollo (1989), ormai introvabili. Un terzo, I cavalli del nemico, da lui preparato, esce postumo nel maggio 2004. A cura di Francesco Dalessandro, sono state pubblicate due raccolte d’inediti: L’arpa romana (2007) e L’editto finale (2014). I colloqui di Elpinti è un’antologia delle sole poesie di argomento storico. L’accompagna il saggio, L’antico e il tempo, di Stefano Agosti.