lunedì 14 maggio 2018

Matteo Zattoni su Alberto Pellegatta



foto di Dino Ignani

UNA MAPPA PER DECIFRARE L’INFELICITÀ


Chiama in causa la felicità per poi subito relegarla a mera eventualità teorica, che avrebbe bisogno di riscontri concreti e di precise condizioni, il titolo del nuovo libro di Alberto Pellegatta (classe 1978), Ipotesi di felicità. Uscito dopo meditata gestazione per Lo Specchio di Mondadori, collana che ha visto negli anni sfilare i nomi più rilevanti della poesia del Novecento e di quella contemporanea – da Ungaretti a Montale, da Sereni a Raboni, passando per gli stranieri Dickinson, Shakespeare e Auden –, il prosimetro di Pellegatta è diviso in cinque sezioni, più un’appendice intitolata “La salute”, contenente le poesie dal 1996 al 2011, già edite nella plaquette Mattinata larga (LietoColle 2002) e in L’ombra della salute (Mondadori 2011). Proprio il concetto plurisenso di salute, intrecciandosi con quello di felicità, può costituire uno dei perni attorno a cui ruotano le sezioni-costellazioni del libro: come per la felicità ridotta a mera ipotesi, però, anche qui non ci troviamo di fronte allo stato di salute nella sua pienezza, bensì a un’ombra pallida e sbiadita, formulazione che finisce per negare ciò che afferma secondo il procedimento tipico dell’ironia.

La sezione che dà il titolo al libro è anche la più breve e concentrata con soli sei testi, ma di speciale densità, che hanno come scenario “l’azzurro ruffiano degli ospedali” (p. 73) dove “la pena ha un orario di visite” (p. 74): un luogo atroce dove la mano di un padre si tiene “in mano come un palloncino” (p. 75). La fine dell’esperienza umana o di qualcuno a noi caro – a cui si allude senza mai nominare, per scongiurare ogni tentazione biografica – è per ciascuno un momento tragico di bilanci e di rimorsi. Non abbandona, tuttavia, neppure le scene più intime un’affinata ironia esistenziale, quale cifra dell’autore, senza sottrarsi talvolta alle tinte più scure: “Non suda per il caldo/ ma per una diagnosi sbagliata” (p. 78). Di fronte al male, tutto diventa impossibile e il quotidiano si rovescia come in un quadro espressionista di Salvador Dalì (“La bici si stacca da terra e vola”, p. 78) forse a suggerire che l’unico rifugio alla mancanza di senso è la sua negazione in radice attraverso lo stretto sentiero dell’assurdo. Cercare un’alternativa, infatti, significa sentirsi addosso “il panico dei naufraghi” (p. 80) fino all’annegamento finale, difficile dire quanto liberatorio. Ed è a questo punto che le parole non reggono più e solo l’interruzione del discorso rende sopportabile il dolore. Pudore del dire eppure, al tempo stesso, anche clausola di stile: un preferire alla visione del film per intero il suo trailer fatto di spezzoni, immagini, allusioni per lasciare alla mente di ciascuno infinti possibili completamenti. A tale osservazione sullo stile fa eco un’altra, di poco precedente, che spinge oltre l’asciugarsi di ogni forma: “Senza verbi/ funzionerebbe lo stesso, puro stile senza significato” (p. 74), ripresa con variatio nella seconda sezione (“Come scriveremo tra decenni – in codice, senza verbi –”, p. 32).

Solo dopo esserci accostati al nucleo centrale, è possibile ora riaffacciarsi alle altre parti del libro, rispettandone l’ordine espositivo, ma tenendo altresì a mente che esse sono “autonome e parziali”, come da monito iniziale dell’autore. La prima sezione, di nove poesie, si serve prevalentemente della sinestesia per spiegarci cosa sia “Pensare male”: una sorta di cattività del pensiero che, segregato nelle strutture sociali del lavoro e della dittatura della maggioranza e in quella biologica del corpo, non scorre più, ma si contamina e imputridisce come “due grossi pesci” (p. 11) maleodoranti nel salotto. In questo clima angusto di doppia sorveglianza, esterna e interna, quale essenza più autentica può assumere la poesia se non l’ozio come sottrazione al meccanismo coercitivo? Eppure “anche la letteratura ha il suo basalto” (p. 14) – materia di cui è fatto spesso il piedistallo delle statue – e infatti riaffiora graffiante l’ironia, constatando come invece “altri diventano poesie pensando di essere poeti” (p. 12). Da segnalare le due dediche di questa sezione, entrambe assai significative: al poeta e maestro Maurizio Cucchi con un delicatissimo incipit quasi impressionista (“Si allunga, neanche fosse inchiostro, ma rimane un ciliegio”, p. 17) e al pittore Lorenzo Mazza con cui l’autore condivide l’arte della disgregazione e sovrapposizione delle forme “in attesa di significare” (seguirà quella a Mary B. Tolusso nella sezione successiva); ad esse si aggiunge una citazione da John L. Ashbery, ponte di dialogo con la sua idea di ricerca della felicità.

L’avvio della seconda sezione “Fine della geografia”, che consta di undici poesie, è nel segno di una presa di coscienza dei limiti delle risorse del pianeta, sistematicamente violati dal sistema di produzione di beni e servizi. In “Giacomo o dell’infanzia”, titolo di gozzaniana memoria, si mostra quanto presto sia svuotato l’idillio del fanciullino-poeta, che precipita quasi subito nell’arido vero: “Tanto non ci sono cose più importanti/ che spingere liquidi fuori dal corpo” (p. 26). La sezione prosegue con un tentativo laico di ascensione (“anabasi”, in senso interiore) che l’autore conduce attraverso la propria poesia definita “Magari gialla, come un fiume interrato, ma potabile” (p. 27), ribaltando l’antico tòpos della fonte incontaminata dell’opera d’arte. Forte è il richiamo montaliano all’essenzialità in “Vacanze non pagate” (“Di quattro cose al massimo ho bisogno”, p. 29) e il poeta ligure è esplicitamente richiamato – questa volta con riferimento alla celebre lirica “La casa dei doganieri” – nella sorprendente “Lunga lettera a A.P.”, in cui Pellegatta evoca le figure di due giganti del Novecento (l’altro è Sereni) con rimandi a elementi del paesaggio divenuti per essi caratterizzanti (tracce di animali sulla neve e robinie). L’apice di quel pessimismo che un tempo si sarebbe detto “cosmico”, radicato e non episodico, si raggiunge forse nella definizione di “quel fastidio tra le ghiandole che chiami pensiero” (p. 34) e nella riflessione tranchant sull’utilità dell’umanità intera (“Serviamo solo a consumare l’ossigeno in eccesso”, p. 34).

Notevole è senz’altro la terza sezione di prose brevi che deriva il suo titolo “Zoologiche” dalla centralità del mondo animale indagato con il taglio, a prima vista algido e neutrale, del manuale tecnico-scientifico. Si tratta, tuttavia, di un’apparenza che tradisce a sprazzi un suggestivo côté antropomorfo (“La socievolezza del tasso è proverbiale nelle mezze stagioni, ma si scontra con la diffusa perdita di valori”, p. 40). Il meccanismo analogico sotteso a questi testi è rivelato dallo stesso autore con un coup de théâtre nella chiusa di “La collera degli ermellini”, poesia dedicata contemporaneamente a Geoffrey Chaucer, ritenuto uno dei padri della tradizione poetica anglosassone, e a Jack Underwook, giovane promessa della poesia british (Faber nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta intitolata, non casualmente, Happiness) quasi a delimitare l’inizio e la fine di un ciclo. Altrove, nella medesima sezione, l’autore, senza declassare il registro, lo tende anzi al punto da ottenere un vero effetto “comico”: ciò accade, per esempio, con l’uomo-rana che “in ufficio gonfia il petto e salta da un argomento all’altro” (p. 42) o con l’uomo-orso il quale “pur essendo un solitario, con il sopraggiungere dell’inverno diventa inquieto, perde l’appetito e si mette alla ricerca di una discoteca” (p. 44) o, infine, dell’alce che, “al contrario della renna e dei crepuscolari, non ama i licheni” ma ha “gli stessi gusti delle capre e degli avanguardisti” (p. 48). La sezione si chiude con un autoritratto dell’autore, immortalato di fronte alla foto scattata insieme al maestro (o al compagno di versi) in “Vista felina e arte poetica”, dove si sancisce una volta di più il parallelismo classico tra lo sguardo di distinzione, affilato e preveggente, dei felini e quello dei poeti.

La penultima sezione “L’impronta della specie” è la più generosa di testi, ben quindici, e più vasta nei temi: il titolo è tratto dal verso di chiusura della poesia dedicata a Nada Pivetta, nota scultrice milanese, una delle cui opere (“Nulli Certa Domus”) è oggi collocata presso l’Idroscalo. In apertura di sezione, Pellegatta torna sul gesto dello scrivere – non tanto “eroico” quanto piuttosto “attento” –, la cui materia prima è “una filamentosa angoscia” (p. 52). L’autore mette in guardia dapprima dalla tentazione di sostituire o, rectius, occultare l’opera con il proprio comportamento, quindi dal rischio di una poesia priva del substrato forte dell’esperienza (“Il talento senza esperienza è malcostume”, p. 55). L’ironia però non cessa di trafiggere come un contrappunto infinito dai mille aghi, che siano quelli dell’amore (“C’è anche chi cerca per anni la donna giusta e finisce per vivere con la badante”, p. 54) o della caricatura sociale, con la tragicomica personificazione dell’inettitudine boriosa nel “Ritratto di Mario Allori”. Continua anche la lieve didassi dello scrivere, che accompagna sommessamente tutta l’opera, quando l’autore avverte che “Per scrivere un numero sufficiente di versi/ bisogna essere stati nervosi molti giorni/ in ulcerata gioia” (p. 58). Ma i corpi che si raffreddano riportano in bocca le domande ultime, rimettendo al centro del discorso i rapporti che fanno fumare le mani: “Parli così bene al mio dolore che lo fai parlare:/ pensando di guarire peggioravo” (p. 58) fino all’efficace epigramma del giorno più doloroso, dedicato ad Alice. Da notare a margine, in chiusura ormai di sezione, “La moltiplicazione dei comignoli, o dove accompagnare il lettore”, uno dei testi più immaginifici del libro in cui la forma poetica si ibrida con quella del noir con esiti finali quasi stranianti: “Togliti la giacca per entrare in questa poesia/ siamo qui solo per l’italiano e avremo aerei sufficienti” (p. 68).

Oltre la sezione “Ipotesi di felicità”, di cui si è parlato in esordio, conclude il volume una nutrita appendice che raccoglie poesie già assai note al lettore attento di Pellegatta. In quest’ultima sezione, tutt’altro che “giovanile”, si individuano i semi degli sviluppi futuri in una sorta di imbuto rovesciato che parte dai testi mondadoriani del 2011 scanditi da sentenze (“Mentre la salute è un mistero sconcio, meraviglioso/ e, finalmente, senza futuro”, Non c’è nessuna casa”, “La morte è una specie/ di cottura”, “Non è mai/ ciò che abbiamo scritto”) fino a quelli più antichi di “Mattinata larga” (LietoColle 2012). Si pone così l’ultimo mattone al nuovo, parziale tratto della “muraglia cinese” dell’autore, con i versi delicati di questo “animaletto accoccolato dentro la pupilla” (p. 105), già forse premonitori della tassonomia zoomorfa proposta in “Zoologiche”.

Matteo Zattoni

Alberto Pellegatta, Ipotesi di felicità, collana Lo Specchio, Mondadori, 2017, pp. 112, € 18,00.




La collera degli ermellini

                                                                          a Geoffrey Chaucer e Jack Underwood

L’ermellino assomiglia alla donnola, e quindi a un bicchiere di latte bollito o, per gli inglesi, alle caviglie di una ragazza castana. Detesta le zone agricole, passa le giornate nel buco di un muro a guardare il panorama immobile dei fiumi che scorrono. Lungo le pareti arcua il dorso ben più dei gatti. Un contadino, incontrandone due esemplari, ne ferì uno a sassate, per poi venire attaccato alla nuca dall’altro. Al loro grido ne sbucarono molti altri dai cespugli, e per poco il tizio non ci rimase secco. Il loro numero varia di anno in anno e le lumache sono responsabili di questo fenomeno: durante le annate piovose gli ermellini se ne nutrono, anche se a volte queste ospitano un parassita letale, l’analogia.

*

Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente –
pastiglie e terrazze meglio che fucili e rasoi.

Asciuga sotto cespugli di mirto.
Si inarca inconsolabile
l’azzurro ruffiano degli ospedali.
Non dorme mai
neppure quando cedono le bestie
sembra un cuore robusto.

La pena ha un orario di visite.
Non basta questa superficie
se pure si allungasse in un miracolo.
Troppo rudimentale, di poche pretese
ancora troppo acustica, ancora non
impronta di animali nella neve. Senza verbi
funzionerebbe lo stesso, puro stile
senza significato. Senza mani da lavare.

Sempre un bene di circostanza, una fantasia
su cotone. Dimentica di essere un telefono
per diventare affetto. Scrivimi indietro.

Sparirebbe anche da altri appartamenti
coperto da un bianco sfibrato – eccidi che accelerano
le armonie naturali. Pure con altri atteggiamenti.

Nei tuoi bicchieri l’acqua diventa asma.
Forse un esaurimento, su grandi ali
come un sollievo. Si battono i bisonti nella nebbia.

Il dolore esce oleoso dal rubinetto chiuso male.
Nell’incavo del ginocchio dove prude.
Per questo le scariche, il trauma, non per ritrovare
l’equilibrio, non per formare piazze o tendenze
ma per disobbedire alla natura, che poco a poco
diventi libertà. Dolci sparatorie rischiarano la notte.
Per ogni forma il suo contrario. Andare in pezzi
per migliorare.

*
La macelleria dell’angolo ha la sua vetrina sconcia.

La morte è una specie
di cottura. Devi essere vivo
per cuocere tanti anni.

Il sangue si fa crema, schiuma,
le gambe si allargano, si gonfiano le nocche
cedono i tessuti. La malattia produce acqua
e persino la nascita brucia.


Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

domenica 8 aprile 2018

Paolo Ruffilli su Raffaela Fazio

foto di Dino Ignani


Le poesie di Raffaela Fazio, anche e soprattutto in questo L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice 2018), tendono a significare una reciproca compenetrazione tra mondo umano e naturale. E lo fanno con una misura talmente precisa che la penetrazione (nel fondo oscuro, nelle sedimentazioni dell’animo e nel labirinto della mente) avviene attraverso la mappatura delle superfici, secondo un passo e secondo moduli che possiamo definire della messa a fuoco più nitida. Così che temi di vasta portata, e di costante implicazione esistenziale, si fissano in componimenti pieni di luce e di colori. 

I versi netti e rigorosi ci immettono, ogni volta di incanto, in una dimensione autoriflessiva che quasi inavvertitamente si interroga sul mistero delle cose e sul significato della vita mentre ne subisce il fascino, per la legge dell’inversamente proporzionale. E il taccuino degli appunti e delle annotazioni è, insieme, l’album della memoria critica, l’almanacco della propria condizione e il diario delle pagine privilegiate trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto esame) il senso di una vicenda e di una vita.

Tema centrale in tutta la poesia di Raffaela Fazio è, a ben guardare e oltre l’apparente silenzio (che è, poi, la voce del segreto e del mistero: “va riportata / ogni prova di amore / al mistero”), il tempo: termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l’altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita (“noi siamo vivi, fatti di tempo / e il tempo è fatto a nostra misura”). Perché l’orizzonte resta comunque aperto nella continuità ultraindividuale, in una dimensione che proprio l’improvvisa illuminazione poetica ci fa scoprire a un tratto con inattesa evidenza come indistruttibile.

Esiste una condizione psicologica di confronto consapevole con il vuoto che assedia l’uomo e sottrae credibilità alle sue fedi, che in poesia si esprime come tentativo di restituire alle funzioni verbali la razionalità altrimenti, nella vita, insidiata e smarrita. Senza, con questo, inibire alla parola le virtù liriche, evocative, fantastiche, anzi concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale esperienza di vita. È il caso appunto di Raffaela Fazio, in tutto il percorso di questo libro coinvolgente. Ma, rispetto al procedimento più “visionario” che caratterizzava certe sue prove precedenti, l’autrice è andata ricomponendo “l’instabile profilo del presente” come la consistenza materiale delle cose, degli oggetti e delle persone, proprio contro quello spettro del vuoto con cui si è sempre misurata la sua poesia e attraverso il progressivo uso oggettivante e oggettivato dei quadri delle sue immagini lampeggianti.


Qui una riflessione filosofico-religiosa dell’autrice.


Ti parlo
come l’erba
alle pietre
tra cui s’insinua

finché il muro
cede
dove lei cresce,
più umida la sera.

Nelle tue crepe
nella tua immota fuga
ch’io sia
quel corpo estraneo
vivo
attorno a cui ti sfaldi.
E sul confine
che segni involontario
sia dolce anche l’incuria
la rovina
il mio verde
abbracciato
alle macerie.


*

Nella vita pare che tutto
vada restituito.
Il crollo del corpo
alla sua lievità
il dolce di un labbro
alla prima matrice
il fuoco guerriero
al fodero di pace
la bellezza (sempre)
all’alterità
la verità di un’arte
all’insieme e l’insieme
alla più piccola parte.
Va riportata
ogni prova di amore
al mistero
e lasciata
fuori dall’inventario
una cosa soltanto
un fendente di gioia
assoluta insolente
non necessaria.


*

Quando un uomo
si sveglia
nella notte capisce
che non basta a se stesso.

Lo ferisce l’assenza
come un fianco strappato
che era argine al buio
e lo tenta un possesso
una terra abitata
la fortezza di un nome
scandito.

Ma salvezza
sarebbe al contrario
il donarsi – sorretto dal vuoto –
di un bordo
all’altro contiguo
stupito

come di barca in barca
passa la luce
dall’acqua
all’infinito.


*

(per i miei bambini, maggio 2016)

Il mio tempo
cammina sul crinale.
Ritenta l’equilibrio
tra gli opposti:
una valle nascosta lo precede
una piana gli succede
lo trascende.

Quando il mio tempo
                        pende
sul più azzurro versante
intravede
la sua stessa fine
il suo segno più in basso
come il rotolare
di un sasso
nell’erbetta nuova.

E nella vita
che senza me prosegue
forse un ricordo
di quel lieve
franare:
prova
in fondo
che oltre la morte
solo l’amore
è guardia di frontiera.


*

Al Dio ignoto

Lascia che dentro Te
integra sabbia
io pianti la punta
come anfora d’argilla nella stiva
un poco storta.
Ma fa’ che mai non abbia
la certezza
se sia d’amara oliva
o d’uva
il sangue
che in me questa natura
a un’altra meno labile pienezza
già trasporta.

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma come traduttrice. Laureata in Lingue e Politiche europee a Grenoble e specializzata in traduzione/interpretariato a Ginevra, ha poi conseguito a Roma un diploma in Scienze religiose e un master in Beni Culturali.
Ha pubblicato diverse opere di poesia. Gli ultimi tre libri sono: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015), “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017) e “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018).

lunedì 19 marzo 2018

Edizioni del Foglio Clandestino


Le Edizioni del Foglio Clandestino rafforzano il proprio, riconosciuto impegno culturale, con alcuni servizi, essenziali per la scrittura e la pubblicazione.


La nostra proposta comprende:

Correzione bozze: Il servizio base viene offerto agli autori che non intendono sottoporre a editing il proprio testo, ma desiderano solo una lettura redazionale attenta, prima di inviare il manoscritto a una casa editrice o mandarlo in stampa.

Editing formale, contenutistico: Al contrario questa opportunità permette di ottenere la revisione a più livelli del dattiloscritto proposto con la stesura di una nota di lettura essenziale. In particolare per gli ambiti della poesia e della narrativa breve.

Composizione, revisione e traduzione di testi professionali e letterari; Progettazione grafica e Impaginazione; Progettazione e Organizzazione eventi, Ufficio stampa; Consulenza e Supporto editoriale.

Le proposte e le consulenze vengono offerte ad autori, redazioni, aziende, associazioni, editori, ecc.
I costi vengono quantificati tenendo conto delle conoscenze ed esperienze maturate dalla Casa Editrice e sono commisurati alle connotazioni che ci vengono richieste.

Ci avvaliamo della collaborazione di specialisti, non solo in campo editoriale, per studiare e risolvere ogni aspetto relativo alla migliore realizzazione del progetto proposto.

Per dettagli e approfondimenti informativi, vi invitiamo a consultare la pagina apposita nel nostro sito:




mercoledì 7 marzo 2018

Gabriele Galloni



Quando un nuovo editore (Rita Pacilio che fonda la RPlibri) dimostra di avere buon fiuto nella scelta dei propri autori, e quando fra questi ne emerge uno particolarmente  giovane e interessante, Blanc non può far finta di niente. Sto parlando di Gabriele Galloni e del suo In che luce cadranno.

Scrive fra l'altro Antonio Bux nella prefazione:
"Galloni anche in questa sua agile e seconda prova, In che luce cadranno, gioca tra il silenzio e il re­stare sospeso della poesia, e lo fa a volte con crudezza, altre volte con leggiadria, offrendo al lettore un lavoro di puntello, ma anche e soprattutto di carne, di materia viva. Ciò che più sorprende è l’oscillazione di un poeta così giovane, ma già dal tono maturo, tra la concisione e lo stupore, tra la leggerezza e l’acume di una poesia tanto affinata quanto pungente".


“In che luce cadranno” di Gabriele Galloni (Collana Poesia – Sezione L’anello di Mobius’ – RPlibri, 2018)




***
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l'indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l'altra all'Invisibile.


***
Si parlava dei morti. Sulla tavola
i resti sparsi della cena – quelle
bistecche appena cotte. Il frigorifero

in segreto colloquio con le stelle.


***

Così un giorno, per caso,
i morti costruirono
il primo cimitero sotto il mare.

Se ne dimenticarono
in un tuffo soltanto.





Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere Moderne all'Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato Slitta­menti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Anto­nio Veneziani.

domenica 18 febbraio 2018

Emanuele Spano recensisce Mauro Macario



Credo non sia cosa facile per nessuno raccontare una personalità complessa e articolata come quella di Mauro Macario perché Macario, nel corso della sua vita e della sua carriera, ha saputo attraversare tutti i campi della scrittura con una disinvoltura notevole, perché Macario prima ancora di essere poeta e scrittore è stato un lettore intelligente e avvertito, un interprete raffinato del mondo e della cultura contemporanea, un intellettuale, nel senso più profondo del termine, che ha compreso il nesso inscindibile tra la letteratura e la realtà.

Credo che la sua opera poetica, che oggi abbiamo la possibilità di rileggere integralmente grazie a questo volume antologico, abbia il pregio di mostrare la statura dell’intellettuale, oltre che il valore dell’artista. Questo libro che ho avuto il piacere di curare insieme al critico Francesco De Nicola, che è autore di una bella e nostalgica prefazione in cui ripercorre per sommi capi le tappe del Macario poeta, è un’opera necessaria per comprendere il suo percorso a partire dall’esordio del Novanta con Le ali della Jena, fino ad arrivare all’ultimo volume edito Metà di niente del 2014 e agli inediti degli ultimi anni.

Basterebbe leggere il titolo scelto per questo volume per comprendere quale sia da sempre la ratio che muove la scrittura di Macario: le trame del disincanto. Ecco la parola “disincanto” non vuole semplicemente essere un sinonimo di “disillusione”, come a voler rimarcare un progressivo venir meno dell’illusione, della fiducia nella realtà, ma si pone volontariamente in antitesi all’idea dell’ “incanto”, quell’incanto che la poesia lirica ha costruito nei secoli e che forse oggi davanti alle tragedie della contemporaneità è impraticabile nonostante certa poesia si ostini a farlo, incurante delle tante, troppe storture della realtà. C’è in questo titolo insomma una dichiarazione di poetica che già era implicita nello splendido titolo che Macario scelse nel 2003 all’atto di antologizzare le raccolte degli anni Novanta: il destino di essere altrove.

Il “destino” era allora, come oggi, quello di essere sempre “altrove”, in un altro luogo, in un’altra dimensione, fuori del coro ebete degli uomini omologati e spersonalizzati dentro una modernità svilente, fuori della schiera dei poetanti, dei sedicenti pensatori, che annegano in uno sterile edonismo della parola e hanno smarrito la forza di raccontare e di denunciare il cancro che divora la nostra società e il nostro mondo. Alla base di tutta la poesia di Macario c’è insomma l’idea che il poeta sia chiamato quasi a una missione, che non possa restare in silenzio di fronte alle tragedie che gli si consumano davanti agli occhi, l’idea che il poeta sia spinto da un’urgenza di dire che è dettata dalla stessa realtà e che la scrittura non debba essere un semplice esercizio di stile, fine a se stesso.

Credo che questa riflessione sulla funzione e sul ruolo del poeta all’interno della società sia centrale in tutto il suo percorso, ma questo libro ci consente di valutare come la scrittura di Macario nel corso degli anni abbia assunto forme e aspetti diversi e come quell’indignatio che muove il poeta fin dalle origini si sia fatta pagina dopo pagina più acuta e tagliente.

Se nelle prime raccolte, e penso al pometto frammentato Le ali della Jena o alle sequenze di Crimini naturali, il poeta è trincerato dietro la rappresentazione di una realtà allucinata, tra paesaggi suburbani e atmosfere notturne, e la sua scrittura è allusiva e simbolica, in Cantico della resa mortale e in Piantagione dei relitti, la silloge che chiude il volume antologico dei primi anni Duemila, il poeta assume una fisionomia definita, veste i panni del censore sempre pronto a confutare la morale fasulla della contemporaneità, sempre in procinto di dichiarare guerra a una società che ha tradito l’uomo e lo ha condannato a una tragica perdita d’identità.

Il Macario di queste raccolte è sempre sospeso tra una dimensione privata, personale, talvolta quasi intimistica, e una dimensione corale, collettiva ed è sempre disposto a fondere queste due dimensioni in una visione univoca.

Se la raccolta Silenzio a Occidente dichiara, ancora una volta, fin dal titolo l’intento di dissacrare la società occidentale votata al consumismo, allora la stessa giovinezza del poeta, che si colloca proprio nella frattura tra due epoche, diventa uno strumento per denunciare quel cambiamento irreversibile, perché il tradimento di quel mondo che gli apparteneva è in realtà il tradimento di un’intera generazione. E la memoria della sua iniziazione sessuale, anche la stessa scoperta del sesso, è forse un modo per affossare quel perbenismo che, da un lato, difende la vita come valore assoluto, dall’altro mostra di non avere più nessun rispetto per la vita e per la morte, nessuna compassione per l’uomo. Non è raro difatti trovare in queste pagine echi di un passato personale, un passato mitico e in qualche maniera “mitizzato”, anche se non esente da quelle tarlature che col tempo finiranno con lo squarciare il tessuto della società e del mondo contemporaneo. Non è raro trovare slanci nostalgici nella scrittura di Macario, rievocazioni leggere di un tempo definitivamente andato, anche se i fotogrammi di quel mondo sommerso sono intrisi di un’ironia amara, di un sarcasmo graffiante che mantiene intatta la vocazione eretica, l’intonazione caustica della parola di Macario.

Anche il capitolo forse più tragico dell’esistenza di Macario che rappresenta peraltro anche uno dei momenti più alti della sua opera, sfugge a qualsiasi logica autoreferenziale. Nella raccolta La screnza – e la screanza del titolo è da intendere come una forma di “disubbidienza” verso la società e verso il mondo – Macario racconta infatti della tragica scomparsa del figlio. Ma la sua poesia non si limita a tessere un commosso compianto del figlio, ma ricuce l’esperienza privata, il tema della perdita che appartiene solo a lui, al tessuto del mondo. Penso ai versi in cui si parla del conto macabro dell’assicurazione che calcola il premio sulla sofferenza che ha dovuto patire, sui brandelli dei vestiti salvati dalle fiamme, e penso a come questi versi ci parlino di quanto quella logica del consumismo, quell’idea del profitto abbia avvelenato irrimediabilmente la nostra esistenza, l’esistenza di noi tutti.

Quella logica di cui ancora Macario ci parla nell’ultima raccolta Metà di niente in cui il bilancio, si capisce da subito, è ancora più tragico, se ciò che ci rimane è ancora la metà del nulla che già possedevamo. Qui ancora si parla di “civiltà addizionale”, si parla di mercato, di globalizzazione, si parla dei sentimenti umani, quotati in borsa, quasi fossero azioni, e qui ancora, gli affetti privati di Macario che tornano con tanta passione ad affacciarsi sulla pagina, sono gli affetti di tutti, e la sua vecchiaia, il suo senso di impotenza verso le cose è quello di tutti noi.

Ora ho cercato di aprire uno spiraglio, di suggerire una possibile chiave di lettura dentro un’opera che, come si sarà capito, è tanto articolata e che merita certo una lettura più attenta di quella che ho tentato, un’opera in cui emergono tante suggestioni, tanti spunti di riflessione in cui anche il racconto di sé, anche quando scende più nel profondo, non è mai un’auto-compatirsi, ma sempre un’analisi lucida della propria interiorità. Eppure, a chiusura di questo discorso, qualcosa lo vorrei dire ancora. Sono certo che quella di Macario è in maniera definitiva una poesia “civile”, lo è proprio perché si sottrae alle regole della poesia civile, come siamo stati abituati a pensarla. Perché fare poesia civile non vuol dire guardare fuori, raccontare ciò che avviene oltre di noi, con la giusta dose di compassione o solidarietà, ma significa sentirsi una fibra del mondo, una parte di quel tutto che ci circonda cui apparteniamo nostro malgrado, vuol dire, e credo sia questa la vera lezione del Macario poeta, sentirsi calati dentro il mondo e riuscire a raccontare attraverso la parola da dentro anche tutto ciò che accade fuori.





Il cappellaio matto

Così ti sogno
corpo privato
e corpo pubblico
per essere io
in molti ad amarti
amando te sola
di un lungo estenuante
languore morfinico
guardandoti
guardata
negli specchi liquidi
dei miei impazzamenti
al di là del possesso
trasversale
ed è per amore che profano
la sacra ghiandola monogama
moltiplicando il tuo corpo
in tante eucarestie

(da Cantico della resa mortale)


Ritratto dell’autore da giovane

Solo nei bar
ripiegato in un angolo
come fuori grandinasse
anni di esercizi solitari
guardando tutti
senza vedere nessuno
anni afasici
per trovare la lingua
che si stacca dal mondo
e poi nel mondo precipita
come una bestemmia in picchiata
dentro una tomba aperta
e mai un fiore
mai una visita
chi l’ha cremata
e le ceneri disperse
passa tranquillo
prende un treno
apre un negozio
spinge una culla
e parla da sola
la lingua trovata
come i matti per strada
innocui e penosi
che pensano all’inverso
e capirli è impossibile
un cielo triste di luce boreale
mi chiudeva alle corde
fatto a pezzi da un vino cattivo
cadevo giù al sesto bicchiere
con grida di soccorso
appena ultimate
sul taccuino a quadretti
in ginocchio sui versi
mi sbucciavo la pelle
tra scarabocchi infernali
e sigarette d’incenso
avvolto come un vecchio
in una bruma avvelenata
di sogni fumosi

Sarzana, 5 novembre 2006

(da Silenzio a Occidente)


Mantra di primavera

L’urna che porto tra le mani
grida forte nel silenzio
nessuno si accorge
chi preme disperato
per uscire a respirare
solo io riesco a udire
quel richiamo soffocato
e non posso liberarlo
né dirgli sottovoce
che appena il vento gira
volerà tra le nubi
si poserà sulle foglie
e rinascerà figlio
e rinascerò padre
sanati da un destino di riserva
a ripercorrere un cammino parallelo
ma da questa umile urna
che sembra una culla di morte
solo vagiti feroci
strappano al cielo
promesse impossibili

Sarzana, 31 -10-2010

(da La screanza)