lunedì 20 febbraio 2017

Beloslava Dimitrova

photo©Antonia Antonova

Segnalo l’imminente uscita di un libro di una poetessa bulgara che piacerà ai lettori italiani. Tradotto magistralmente da Emilia Mirazchiyska e Danilo Mandolini, con il contributo della National Book Center di Bulgaria per Arcipelago itaca Edizioni, Natura selvaggia di Beloslava Dimitrova ha il fascino di una scrittura libera da incrostazioni retoriche, da strutture formalmente complesse, e questo non per l’inevitabile scarto fra le due lingue, bensì per lo stile asciutto e quasi compulsivo della poetessa di Sofia, che segue l’imprevedibilità ritmica dell’emozione, ma anche una precisa visione del mondo: l’idea che la felicità originaria sia perduta per sempre e che sia cominciata la fine del mondo. Una fine in progress, segnata dal caos, nella quale, ci racconta la  Beloslava, ogni forma di vita, umana e animale, fatica a sopravvivere, per quanto esista un codice parzialmente salvifico, una scrittura altrettanto originaria che fa da guida per tutti: è il corredo genetico che garantisce a ciascuno, darwinianamente, un margine di stabilità. Bastano cromosomi, “cibo e ossigeno” e il miracolo della creazione si compie. Un venire al mondo, che tuttavia è sia un consegnarsi alla morte (in Fetus: “La vita comincia / il miracolo muore”) e sia alla violenza del vivere, secondo la logica sadico-capitalistica del beneficio personale oppure, più in profondo, per la sopravvivenza della specie.

Talvolta la posta in gioco è più complessa, meno soggettiva, fino a rompere il principio di individuazione, e dare voce a figure indefinite, polimorfe, dicotomiche (a questo proposito, si veda quante volte il numero due è messo in gioco),  come in Per gradi affondiamo nel vuoto: “Il mio corpo è un formicaio / vedo una sequenza di piccoli dispiaceri / che ci sono di fronte / noi vogliamo fare del male / infilo la mano dentro, la tengo lì”. Cinque versi al centro del testo, dove chi dice io si dissemina nella pluralità del formicaio, per poi diventare noi e, senza soluzione di continuità, nuovamente io. Un io violento, che distrugge tutto, pur conservandosi. Prosegue infatti la poesia: “continuo entro in profondità / distruggo tutto / poi me stessa / poi tu / non sparisco”. Un finale che, probabilmente, dissolve l’uno nel tutto, come se, leopardianamente, fosse l’intero a prendere la parola, governato dal principio autoconservativo. Al Dio della rivelazione, infatti, la Beloslava preferisce l’energia anonima della materia, che, preservandosi, tiene nel medesimo alveo le singolarità, protese appunto a lottare per sopravvivere l’una contro l’altra, dai batteri ai mammiferi.

Questa lotta è raccontata secondo punti di vista originali, non lontani da quanto fece Italo Calvino nelle Cosmicomiche. La poetessa bulgara, tuttavia, in questo afflato ci trasmette maggiore inquietudine, come se il processo vitale, naturale in sé, le avesse  inciso la carne, lasciandole segni indelebili, soprattutto nell’esperienza amorosa.

Ad attraversare interamente il libro è un sentore di morte, che non viene tuttavia drammatizzato, bensì disteso sul ruvido della lingua, con strutture paratattiche, e per  questo massimamente incisive, senza punteggiatura e caratteri maiuscoli. Ne deriva un testo che sembra scritto precipitando, dove prevale la denotazione per tratti rapidi, sincopati, quasi che non ci fosse più tempo per approfondire il senso della caduta e nemmeno più la pazienza. Tutto questo si traduce in energia, ma anche in passione per la vita, per il suo resistere alla distruzione.

La natura selvaggia è insomma un bel libro non solamente per la modernità del dettato, fluido nel verso e tensivo nell’organizzazione della strofa, ma anche per i temi trattati, sovrannazionali, potremmo dire, fuori dalle logiche conflittuali di natura politica, bensì immerso in una filosofia del disincanto che fa i conti con la gettatezza degli esseri viventi, alle prese con il tempo biologico prima che storico, darwiniano prima che sentimentale.


Da La natura selvaggia, trad. in it. di Emilia Mirazchiyska e Danilo Mandolini, Arcipelago itaca Edizioni, 2017.


Sciagura

per non dimenticare la Pastarmà di bufalo[*]
aggredita dalle vespe che di essa si nutrono
come divorando, bucandole, le budella
sono contenta di ciò che sto osservando
poi il riavviarsi del pensiero
che non è giusto dividere
la voce di tua madre dal corriodoio
il rumore delle ciabatte trascinate
non gettare il cibo
lava le orecchie le mani la bocca
sii umile sii ubbidiente
togli questo ago dalla vena
il telefono è caldo
pieno di scarafaggi tedeschi



[*] Tipico insaccato bulgaro.




Sciocchi
                    «Il mondo era pieno di padri – dunque pieno di miserie
                               era pieno di madri – dunque anche pieno di perversioni
                              di ogni tipo – dal sadismo alla pudicizia; era pieno di fratelli,
                              sorelle, zii e zie – dunque pieno anche di follia e di suicidi.
               Aldous Huxley, Il mondo nuovo (Brave New World)


un’auto lungo la strada
l’autista è mio padre
incontriamo un disastro
un vero fallimento
dell’umano
abbiamo molta fretta
procediamo velocissimi
per evitarlo
entra comunque in auto
si siede sul sedile posteriore
ci trasporta su di un fiume
con mio padre siamo in una barca
il nostro compito è contare
i coccodrilli sulla costa
uno due tre quattro
cinque sette
c’è il pericolo reale
che ci mangino mentre contiamo
lui dice
fosse stato un rito antico
mi avrebbe insegnato qualcosa
mi dico va be’
non avere paura
l’hanno fatto
generazioni prima di noi
io faccio la mia parte
io sono solo una persona
questi sono i miei avi
non mi accorgo
che ci hanno circondati
che ormai spingono la barca
il quarto rosicchia il remo
il primo mi guarda sa
proprio dove e come
trovare il sangue
e non ci siamo aggrappati
l’uno all’altra e contiamo

alcuni minuti dopo
mi volto guardo
il sedile a sinistra
quando tutto è finito
quello seduto lì
non è più nemmeno
mio padre



Per gradi affoghiamo nel vuoto

Siccome non ho bisogni esigenze desideri
decido che la felicità è l’ozio
ne approfitto e mi sdraio
ci vuole un po’ di sporcizia per questo organismo
mi trovo su di un prato
sogno di riuscire a morire delle nostre malattie
ahimè è impossibile
il mio corpo è un formicaio
vedo una sequenza di piccoli dispiaceri
che ci sono di fronte
non vogliamo fare del male
infilo la mano dentro la tengo lì
continuo entro in profondità
distruggo tutto
poi me stessa
poi tu
non sparisco



Cuore

fino ad oggi è stato un ammasso dormiente
di cellule muscolari
da circa il ventiduesimo giorno una cellula
spontaneamente si è stretta
ha eccitato quelle vicine
provocato reazioni a catena
e tutto il contenitore ha cominciato a pulsare
sono necessari cibo e ossigeno
verso le vene sottili come capelli
ci vogliono molte più risorse
per battere tre miliardi di volte

[“Cuore” è uscita sul lit-blog Carte sensibili, ma con i verbi coniugati al passato remoto]


Beloslava Dimitrova è nata il 2 aprile del 1986 a Sofia, Bulgaria. E’ laureata in Lettere, Filologia tedesca e Comunicazioni.
Per alcuni anni ha lavorato alla Radio Nazionale bulgara come conduttrice di un programma pomeridiano orientato ai giovani ascoltatori; dal dicembre del 2016 lavora come giornalista per il sito "Sofia Live".
Alcune sue poesie sono state pubblicate in vari giornali e riviste on-line e cartacee (tra queste “Granta”, edizione bulgara della rivista internazionale) e lit-blog italiani come “Cartesensibili” e “Atelier” on-line. Alla fine del 2012 è stato pubblicato il suo primo libro di poesie, Начало и край (Inizio e fine) edito dalla Casa editrice dell’Università degli studi di Sofia.  Nell’aprile del 2014 è poi uscita la seconda raccolta di versi Дивата природа (La natura selvaggia. ed. Deja Book) che, nello stesso anno è staro prima nominata e poi premiata nell’ambito del Premio nazionale di poesia per un libro edito "Ivan Nikolov".


lunedì 30 gennaio 2017

Mahmud Darwish


Per comprendere meglio Il giocatore d’azzardo (Mesogea, 2015, trad. it. di Ramona Ciucani), poesie postume di Mahmud Darwish (1942-2008), conviene tener conto della radice politica della sua ispirazione originaria, condensata nella famosissima Carta d’identità, vero manifesto identitario del popolo arabo. La lucida introduzione di Elisabetta Bartuli a Una trilogia palestinese (Feltrinelli, 2014) ci illumina in tal senso, riconoscendo alla poesia di Darwish tre tempi: il primo (1964-1973), corrisponde alla “fase rivoluzionaria e patriottica”, che ha fatto di Darwish il poeta palestinese più amato; il secondo atto coincide con la fine egli anni Ottanta, dove epica e lirica, tradizione e innovazione si giocano nel medesimo spazio testuale; l’ultima fase è pervasa dalla metafisica e dall’interrogazione dell’uomo, inteso, per dirla con Ungaretti, quale “docile fibra dell’universo”.

In questo terzo e definitivo periodo, si inscrivono i sei poemetti che compongono Il giocatore d’azzardo, segnati, specie i due più lunghi, da una frammentarietà non occasionale, ma fondata, mi sembra, nell’aver tolto la temporalità dal racconto, dalla messa in sospensione della Storia quale ordine diacronico e ideologicamente fondato dei fatti. Ne consegue il germogliare degli eventi, il loro succedersi atemporale, tenuto insieme dall’idea che sia il caso a guidare ogni cosa, non solamente le vicende umane, ma anche “fattezze, caratteri / e malattie”. Non quindi la responsabilità o l’impegno quali determinazioni causali di un essere senziente ci distinguono dalla natura, bensì la consapevolezza di stare in balia di un tempo-reticolo nel quale ci incanaliamo casualmente, senza averne cognizione preliminare.

Una prospettiva, questa, molto simile a quella di Wislawa Szymborska (cfr. “Ogni caso”, in Vista con granello di sabbia), anche lei figlia di una forte appartenenza nazionale e ideologica (il comunismo stalinista), dal cui vincolo culturale si staccò, appunto, concependo un universo privo di senso e governato dall’assoluta casualità. Mentre tuttavia la poesia dell’autrice polacca, come scrive Pietro Marchesani nella postfazione al Granello, “non dà risposte, perché ogni domanda può solo generare altre domande” spesso di carattere ironico, Darwish tenta la via della comunicazione sapienziale e della narrazione allegorica, partendo, come ci dice nel primo poemetto, “Qui, ora, qui e ora”, dall’evidenza storico-ontologica che “viviamo / ai margini dell’eternità”, abitando le “macerie”. L’invito che egli fa, non più solamente al popolo palestinese, ma all’umanità tutta, è di evitare risposte stereotipate, che vedano per esempio nell’intifada l’unica soluzione all’ingiustizia, per avvicinare invece lo stesso problema da un livello superiore di consapevolezza, ossia partendo dalla condizione ontologica dell’uomo, dalla sua marginalità esistenziale, dalla sua contingenza infondata. Viene in mente la Szymborska, ma anche si sente una vicinanza con Edmond Jabès, ebreo egiziano, che sempre lottò contro la territorializzazione israeliana, riconoscendola radicalmente contraddittoria con la cultura ebraica, che è nomadica, scritta sulla sabbia, in un viaggio che chiede ospitalità in una terra dove Narciso oscuri lo specchio. Darwish segue la stessa traiettoria, negando all’autoreferenzialità di Narciso, al disconoscimento dell’altro, la via della pace. Ce lo dice sia nel primo e sia nel poemetto che dà il titolo al libro: “Se avesse potuto vedere qualcun altro, oltre sé / si sarebbe innamorato della ragazza che lo fissava / […] / se fosse stato un po’ più intelligente / avrebbe frantumato quello specchio / e visto quanti sono gli altri”.

Il tema dell’altro è decisivo ne Il giocatore d’azzardo e piace sapere questa convergenza con un filosofo ebreo, pur tenendo conto che la cultura araba possiede già questa nozione. Penso al Sufismo e, fra i contemporanei, penso ad ‘Ali Ahmad Sa‘id Isbir, conosciuto in Europa col nome di Adonis, quando scrive, in Sul dialogo culturale euro-islamico: “L’io esiste solo attraverso l’altro. L’altro, nella costruzione dell’essere, non è soltanto un elemento per il dialogo e l’interazione, ma è un elemento costitutivo. Attraverso l’altro, l’io viaggia verso se stesso”.

Lo stesso Occidente nel Novecento ha elaborato una precisa riflessione sull’alterità, basti pensare al decostruzionismo di Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Michel Foucault e Jean-Luc Nancy,  all’ermeneutica di Paul Ricoeur e all’ontologia etica di Emmanuel Lévinas. Tutti autori che, con Darwish e Jabes, hanno riconosciuto nella scrittura la loro patria: “Persino nel vento – si legge ne Il giocatore d’azzardo – sono tutt’uno / con alfabeto”. Una patria che fa dell’instabilità identitaria, del confine quale soglia del contatto, la sua ragion d’essere, l’unico qui e ora – storico, non astratto – capace di tenere passato e futuro in una scommessa di sopravvivenza.
Benvenuti quindi a questi sei poemetti i quali, come ci ricorda Ramona Ciucani in postfazione, rappresentano la parte iniziale della  raccolta Non voglio che questa poesia finisca, di cui ci auguriamo presto la traduzione integrale.


Stefano Guglielmin, in "Semicerchio" 1/2016





domenica 15 gennaio 2017

dieci anni di poesia italiana contemporanea



I due volumi di Blanc, che raccolgono il lavoro che ho svolto in questi 10 anni in rete, non sono semplicemente un'antologia con più di 300 autori italiani contemporanei recensiti. Sono invece un'idea di poetica militante, maturata da una posizione periferica (ma non per questo provinciale o di retroguardia), senza compromessi editoriali. E sono un racconto appassionato di questi ultimi 10 anni, non solamente letti in chiave estetica, dentro e fuori dalla rete.
Lo dico per chi non se n'è accorto.

martedì 3 gennaio 2017

Buon anno ai poeti mediocri


Il 2016 è finito e così, pare, anche Blanc. Avevo promesso nuovo impegno e maggiore cattiveria e invece, qui, non ho scritto quasi più nulla da quest'estate.

Alcune impressioni (dalle quali si ricava il senso della premessa):

le recensioni in rete sono inutili (se non all'autore e ai pochi che le leggono);

i poeti che pubblicano bene non hanno bisogno della mia recensione, non sono interessati e, spesso, nemmeno sanno che le scrivo (o le ho scritte);

i poeti che pubblicano (anche con editori a pagamento) sono troppo permalosi e, spesso, convinti di essere più bravi degli altri;

Facebook, oltre ad essere la fiera delle vanità, ha distrutto il piacere del confronto, del commento meditato;

L'impressione di fondo è che, essendo questo abbastanza noto, ci sia una strisciante rassegnazione (tanto, pensa il poeta, io sono sempre un passo avanti);

Conclusione: buon anno, soprattutto ai poeti mediocri.



mercoledì 21 dicembre 2016

Marco Bellini su "La figlia dell'insonnia" di A. Pizarnik



Con l’antologia La figlia dell’insonnia e grazie all’ottima traduzione di Claudio Cinti, anche in Italia è stato possibile incontrare e attraversare il percorso poetico di Alejandra Pizarnik, interessante poetessa Argentina scomparsa nel 1972 all’età di 36 anni. Apprezzabile l’iniziativa, assunta da Crocetti, di rieditare nel 2015 il volume antologico pubblicato nel 2004, rendendolo così nuovamente disponibile. È indubbio che avvicinarsi alla scrittura della Pizarnik implichi dei rischi; può accadere di essere trasportati in un labirinto dove l’oscurità, il silenzio e il disvelamento di una solitudine quasi preziosa (al punto da essere nutrita?) innescano nel lettore un processo che, sfiorando l’angoscia, porta alla percezione della morte quale elemento coessenziale dell’esistere: “La morte sempre al fianco. / Ascolto il suo dire. / Odo me sola.”. Assistiamo a una sorta di osmosi continua tra la vita e la morte, a un sistema di rimandi sostenuti dall’uso ossessivo di alcune parole quali notte, silenzio, memoria, specchio e numerose altre che, in questo modo, acquisiscono una forza iconica dirompente. Una penetrante sensibilità utilizzata come un sonar, rileva vibrazioni, eco e riverberi nascosti tra le cose, rispetto alle quali, però, l’autrice appare sempre isolata: “E ancora mi azzardo ad amare / il suono della luce in un’ora morta / il colore del tempo in un muro abbandonato. // Nel mio sguardo ho perduto tutto.” Rifugio necessario, e al pari della morte, fulcro centrale nell’opera di Alejandra, è la memoria; scrigno dove alberga l’infanzia, avvertita come luogo dell’appartenenza, verso cui la scrittrice rivolge uno sguardo nel contempo irrequieto e affettuoso, forse, alla ricerca di un equilibrio che appare irraggiungibile: “E la sete, la mia memoria è la sete, io sotto, sul fondo, nel pozzo, io bevevo, ricordo.” Si avverte un dibattersi racchiuso tra ombre e ricordi; un tentativo di ordinare le connessioni all’interno di un sé complesso e ramificato dove trovano ancora vita il passato e il presente, la bambina e diverse figure di donna (si vedano, tra le altre, l’addormentata e la piccola viaggiatrice) al cui servizio vengono forniti specchi e maschere  utilizzati come un prisma in grado di mostrare la frammentazione di una natura dalle coordinate irregolari. La maschera è una presenza costante; oggetto che, da una parte consente il nascondimento e dall’altra propone una diversità desiderata. Ancora, durante gli ultimi anni, scriverà: “Avrò tempo per farmi una maschera quando emergerò dall’ombra?”. Una sensazione di claustrofobia costituisce il precipitato ultimo. Dobbiamo prepararci ed essere consapevoli che, lo smarrimento di cui queste pagine sono imbevute, grazie alla potenza rivelatrice dei versi, potrebbe affiorare in noi ogni volta che ci troveremo di fronte a uno specchio o nel silenzio di una stanza dove l’oscurità prevalga sulla luce: “Paura di essere due / sulla via dello specchio: / qualcuno che dorme in me / mi mangia e mi beve.” All’interno dell’antologia, che arriva a toccare praticamente tutto l’arco della produzione poetica della Pizarnik (viene esclusa un’opera giovanile che la stessa autrice ha rinnegato), incontriamo un linguaggio capace di notevoli variazioni; si passa dai frammenti, veri e propri lacerti lirici con i quali la poetessa sembra procedere per impulsi (tratto evidente nell’unico libro riportato integralmente: “Albero di Diana”), a pagine di prosa poetica dove il respiro della scrittura si fa più disteso. Consapevole dell’importanza della poesia, intesa come strumento di interazione con il fuori da sé e di scandaglio della propria complessità, Alejandra ne avverte, però, tutta l’inafferrabilità, al punto da scrivere in una lirica realizzata tra il 1970 e il 1972: “- Ti abbiamo dato tutto il necessario perché comprendessi / e hai preferito l’attesa, / come se tutto ti annunciasse la poesia / (quella che non scriverai mai perché è un giardino inaccessibile / - sono solo venuta a vedere il giardino -).


mercoledì 7 dicembre 2016

Cristina Annino su “Naturario” di Antonio Bux

Con questo libro felicemente denso, dal titolo Naturario, uscito nella collana “Il gabbiere” per le Di Felice Edizioni di Martinsicuro (pp. 400, euro 15), Antonio Bux ha provato, con indubbio coraggio morale, a bruciare lo spazio, il tempo, andando contro al proprio stesso inconscio, organizzando un'architettura metafisica, applicando all'ipertrofia del reale grafico l'irrealtà dell'immaginazione e dell'esercizio poetico. Con impegno dunque totale, Bux si abbatte tra le macerie di un muro di cinta tanto vulnerabile, quanto indistrut­tibile, per poi tornare all'energia del quotidiano, e travasarla in versi.

Tutto questo lavoro significa, ovviamente, porsi dei problemi, e in modo talmente serio, da non poter non riconoscerne l’importanza, soprattutto la novità; penso che il suo lavoro poetico dovrebbe essere degno di un’attenzione superiore all’impegno critico rivolto a tanta poesia contemporanea. Perché queste poesie di Bux costruiscono la volontà appassionata di attraversare il proprio labirinto d'uomo, uscendone vivo, e forse migliore. Qui non si parla di cose lontane anni luce o incomprensibili ai più. Nessun giro a vuoto di parole ricercate per spazzare via l'incongruo che c'è in noi, ma vi scopriamo l’encomiabile sfrontatezza di offrirsi malato, malandato alla comprensione nostra e altrui, arricchendoci tutti di una possibile verità.

Mai come in questo libro ho creduto di capire il perché di un’azione così sovversiva ai li­miti del masochismo, ma tanto lucida nel dimostrarsi poi, definitivamente e con rara forza etica, polvere.

Cristina Annino



Quindici poesie da “Naturario”


FINE D’INCIPIT

Ero piccolo e vedevo gli alberi
parlare alle persone
nessuno rispondeva ma c’era
un bambino, si illuminava
in mezzo ai cespugli
credo fosse armato di cielo
era molto distante
a un certo punto smise di far luce
nel buio calpestato ricordo
gli alberi
cominciarono a dirmi


TUTTE LE MORTI MENO UNA

Tutte le morti meno una sorridono
se dentro di ognuno la vera morte
arriva al sorriso più puro dell’anima
terrena che si lascia; ed è vero ciò
che lascia ed è falso, per questo sorride
con la smania lontana di chi se ne va
sorridente alla morte in un principio;

sarebbe troppo grande, ferirsi così
e poi con l’orgoglio chiuso altrove
dare un sorriso speciale ad ogni morto
che passa e salutarne la fine, venuta
a noi onestamente come un cielo
piovuto dormendo, o un volo
nella rondine dell’occhio la sua
oscura alleanza


I SORRISI ALLUDONO A SATANA

Troppi sorrisi lasciati a inventare
i sorrisi alludono a Satana
Dio e il mare non sorridono e una donna
se sorride è perché persa
nella bara perfetta della carne
ma la carne sceglie di vendicarsi
ci sono demoni a tutte le latitudini angosce
che vibrano tra i desideri
il meno che non vediamo eppure muove
nei cunicoli ed è morte
senza dominio il bacio
è morte che sa indovinare
allora domandare baciando il cielo
il cielo mitico, pre-atlantico, il potente
demone socio del creato
che sorride con gli angeli impiccati
domandare se lassù
tra gli spazi a noi arresi
e che mostra noi infiniti
non è che una spalla il suo universo
girata dappertutto


RITO DELLA PRIMA SPECIE

Tu, che non sai aspettare,
consacrati al rito della
prima specie. Tu che
bastonato da te stesso
non vedi il bastone
che ti compie. I cieli
non ti sono più devoti,
poiché niente arriva
al di sotto, sgranato,
aspettando l’insieme.
Prepara, allora, la tavola,
prendi l’acqua, e poi dividila
dal calice. E nella mano
contenuta piega il pane
contro l’aria. E chiedi
all’acqua e al pane
come si sentono, se sono
come l’aria. Chiedi loro
se possono diventare vino.
E porgi il calice vuoto
contro la mano. Sussurra
dentro il buio le poche
parole che ricordi. Queste
serviranno ai più poveri.
I più poveri sanno aspettare


SE TI GUARDANO LE LUCERTOLE

Se ti guardano le lucertole
vuol dire che sei morto
e se sei morto come una pietra
levigata dal dolce sonno
al sole non muori e stai lentamente,
lentamente ignifugo
infestato dai funghi dell’espressione,
ancora permesso
di stare a tuo agio tra le flore, tra i panorami
nella perfetta moltitudine, lasciato stordito
dietro lo schermo dei vermi

continueranno le tue ossa a vivere l’ombra
e le parole, che tu guardi e non sai
continueranno le solitudini del corpo, le striature
perché parlare il tuo muovere l’ostacolo

se camminando sai di tacere


VIVO TRA LE NEVI FOSSILI

Ricorda il ciarpame. Riconcilia
la tua carcassa in putrefazione.
Ti caveranno le esche fuori
dagli occhi. Le bave dei protetti
scalderanno i pianeti, ci saranno
superstiti fritti, idee come alveari.
Poi volando, ricorderai il non volare
e i tuoi minuscoli fori, respiri bianchi
appesi alle pareti, come fossero
degli amici fantasma. In quelle ore
ricorderai confusamente. Le crepe
viziate al ritmo dei muri. E come
vanità dell’ombra, a penna farsi
strada tra i bisturi della condanna
la tua colpa d’oro. Anima tra le acque,
fluttui che oserai rischiare. Tornando
poi nelle carni, vivo tra le nevi fossili


L’ERBA POCA CRESCE A NOTTE

Nel grembo d’avorio della notte
giocano ai quarzi due gemelli
con gli zigomi simili con le gambe
simili e gli occhi di due
che si sono; e tra i quarzi una donna
uguali li lega, uguali li tiene contro il seno
e contro l’utero li figlia, uguali li strofina
a due gocce di seme dentro l’uno, dentro
la sua testa, gemella dentro l’ovulo diverso
delle gambe, così cresce o muore
l’uomo di quarzo nella notte

Fili d’erba comunicano.
Giovani, e sono esseri
sfilano come loro via
il vento, o forse in sfida
con chi non sa. È tradire?
Per questo prosciugano,
se danno via il sale,
le resine ancora fresche
o il fiato degli occhi,
per il vuoto mancare,
per soffiare via eterni?
L’erba poca a notte ricresce.
I figli dei lampi sono soli.
La luna nei lembi trasforma
ogni tenebra umana
ricambia, di non vita


E VEDO IL GHIRO NELLO STRANO LETTO

Sogno sempre ad una certa
ora del tramonto qualcuno
che viene a sognarmi accanto
un sogno nuovo, di sempre.
Ripete la mia stessa domanda:
se è il tramonto che ci sogna
o forse il sogno del tramonto
cos’è che viene, ad una certa
ora per farci svegliare? Forse
solo qualcun altro, di lato,
che tramonta

E vedo il ghiro nello strano letto
dorme con me tra i denti addormentati
dorme e poi muore al mio risveglio
ed io sono ghiro, mi sogno alzare il cielo

e se torni da me lo strano letto cade
se tu ritorni io sono ghiro e tu non dormi
e scompari tra le fodere tu sogni i miei deserti
le foreste disabitate dove i ghiri mutano

in uomini ma se tu torni in me c’è un ghiro
bianco, un uomo di tessuti un invertebrato
nel tuo silenzio c’è un uomo che ti ama
e un ghiro alla lontana che odora del tuo bosco


API CHE NON ESISTONO

Volano api attorno incessantemente volano
anche a sera dentro il miele rimasto degli occhi
ma non sono api, non sono insetti né sono gialle
forse luci forse notti rimaste appese per sbaglio
dentro agli occhi veri o in un abbaglio precedente.
E mai che se ne acchiappi una, di ape maledetta
mai che si fermino gli occhi o la luce di questi
ronzii notturni a sciami di bestie che non esistono.

Ma volano intorno, volano azzurre volano mentre
l’io scriteriato un banco di nebbia adulta


TEORIA DEL LUPO INDIRETTO

C’è un lupo che ognuno cova
lontano da sé ma per davvero
tra i denti. In qualche luogo
più solo di dentro in un vago
momento si rizza di vita.
E non è paura, desiderio di fare
ma vista del bene mancato
ciò che dilania alla luna e che
nella luna manca guardando.
Cresce di lato, laggiù nel corpo
completo della fame: al vibrato
del male instancabile il ghigno.
E così d’ululato stimola e danza:
in un azzurro lontano il plenilunio
mormorato universale all’occhio
del comando umano innaturale.
Giostrare tutto allora di carne
senza il difetto o comando dal petto
ma in fitta di trame, il chiodo più lungo
che va di speranza, ficcato indiretto


IL SOLO AMORE ETERNO

La Madre Superiore è nei campi,
il dio del Perdono la coltiva. Cresce
nelle notti i suoi frutti, li cresce
per i figli spaventati. Ma negli astri
lontani e nelle viti, nei grani oscuri
per due uve di sogno altre madri
erose vedono uccelli. Come i voli
sognati bambini, come sugli antichi
precipizi dove gli angeli dormono
segreti quella semina. La semina
del nuovo giorno, nel sole dimentica
ogni madre e rompe dal nido. Il diavolo
celeste invece apre le mani, è la Madre
sotterrata, la mano che per noi smuove
il chicco disumano e la terra. E sarà
sera il pregare di una madre. Sarà
preghiera il suo morire, sarà l’ultima
sua rosa il solo amore eterno



INTERMEZZO

...e sarò io, in questo momento, tra dieci anni
o sarai tu, di nuovo a toccarmi i capelli, a dirmi
che le cose non sono più cose da tempo
che sono finite le ciocche dei versi
e che sarò ancora io
e sarò vecchio, o sarai tu nella testa
o forse un’illusione ripetere il mondo
più giovane o più presente, e sarò io
disteso oggi sul letto mentre accarezzo
una ciocca di me, dei miei capelli tra dieci anni...


QUANTO PIÙ DI BUIO FAI CORAGGIO E IL MARE

Quanto più di buio fai coraggio
e il mare, tu non puoi vederlo,
ma fagli coraggio e poi col buio
non più tuo forse tornerà più mare.

Quanto più di buio fai coraggio
e il mare, ora che l’ascolti e non è
mai stato tuo, ora che nell’eco
suo ti vedi, ora che diventi come il mare

quanto di più buio fallo e il tuo ricordo
senza il mare, forse è il tuo ritorno,
e come mai nessuno segui l’altra scia
ora che non vedi forse è lei che ti conduce


2.

Io non so se l’avorio supererà il bianco clandestino
della mia vita notturna non so se sarà daltonico
il vino o se la fantastica selva fiorirà dappertutto. E
tu non sai chiaramente la lotteria del capitato o del
fecondo dove combacia, se nella steppa
del materiale o se nell’imbuto del giorno. Come
non sappiamo il quadro dell’occhio quanti soli
frammenta al minuto, o se diventa tenebra
incinta. Ma io sogno di esser vivo se tu sogni
di esser meno. E se tu sogni di esser meno io vivo
del tuo sogno. Ma se nel sogno io rifiuto
il manto caprino, un volto esagonale si dilata. E se
non sogno più diamanti è per colpa del mestiere
che frantuma ogni promessa. Se tu non sogni
delle case o se non entri nei fantasmi allora è vano
il mio distacco. E se mia madre è stata un sogno,
una cicogna nera ora vola sul mio braccio e sulla
pelle. E se tua madre non è stata in grado di sognare
a cosa serve la preghiera che cosa stringe nella
pietra se non fa male la tua mano. Se la tua mente
non esplode quale miccia si commuove quale
fiamma cade invano ma gentile, quale ragno tappa i
buchi quale fonte cede i segni, quale mare attraversa
dentro. Se nella mano si conclude il sogno di una
vita è per forza d’ogni bene è per vincere la fame
di un povero caduto. Ma tu non puoi risolvere i nodi
se sei nodo, non puoi la spada se sei scudo, non puoi
girare vuoto il tuo divieto


DIO È IL SILENZIO

L’altro giorno ho scoperto
che Dio è il silenzio.

Come l’ho scoperto
ha parlato un’altra voce
di me, ed ero io
che zittivo.

Le piante presero a guardarmi
con la paura di essere
ascoltate. E così gli esseri
lucenti e il materiale terreno.

Parlavano capendo il mio
sguardo. L’ho scoperto
scrivendo più niente




Antonio Bux (Foggia, 1982), ha pubblicato vari libri, sia in italiano (tra i quali Trilogia dello zero, Un luogo neutrale, Kevlar) che in spagnolo (23 – fragmentos de alguien, El hombre comido). Traduce dallo spagnolo, occupandosi prevalentemente dell’opera di Leopoldo María Panero.