giovedì 16 luglio 2015

Chiusura estiva


Blanc torna il 25 agosto


venerdì 10 luglio 2015

Saverio Bafaro


Libro pervaso dalla rivelazione demoniaca e dalla verità dell’ombra, contrapposte al mondo dispiegato e luminoso della filosofia aristotelica, Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014) di Saverio Bafaro ci riporta nel luogo senza tempo della paura, che nasce quando l’io comprende d’essere costantemente in un limbo slabbrato (irrequieto, sghembo, oscuro, brutto, dice l’autore), uno spazio asimmetrico e vorticoso, in cui l’identità si agita, ignara “della sua genesi e apocalisse”. Siamo sospesi tra due vuoti, direbbe Conrad, nell’età dell’ansia, aggiungerebbe W. H. Auden; se non fosse che la poesia di quest’ultimo è tutta intrisa di pessimismo storico, laddove Bafaro interrompe ogni legame causale con il divenire, per concentrarsi sulla condizione dell’esistente a sé preso, prescindendo dalla possibilità di qualsiasi salvezza, sia terrena che celeste. “Tu sei il tarlo che sgranocchia il cuore infestato” scrive in una quartina metafisica dominata da un agente corrosivo, “il tarlo”, che può essere il tempo distruttore ma anche la natura stessa dell’io, pervasa da Male, altrettanto metafisico.

Epigono di Lautremont, Bafaro ci consegna una sequenza di illuminazioni forse guidate dallo stesso intento adolescenziale di Maldoror: assassinare Dio, farlo a pezzi. E Dio, qui, è anche l’Auctor, la poesia, il gesto cortese, ogni segno che la tradizione riconosce armonioso e bello.

Tutto interessante e scritto con buon orecchio, sulla falsariga dei maestri ottocenteschi e forse memore dell’heavy metal e del fumetto dark, con la solennità profetica di chi rivendica la vendetta non per un maltrattamento subito, ma per la stupidità del mondo (“Al Mondo / la mia peggiore delle doléance” recita il primo distico), e tuttavia, se vale l’idea che fra vita e opera ci sia continuità, in specie quando parliamo di poesia maledetta, mi sembra che qualcosa qui non quadri. Non conosco Saverio Bafaro, ma dal suo curriculum vedo che ha fatto studi importanti, in ordine con quel “Mondo” che quest’ultimo libro vorrebbe gambizzare. Penso a Baudelaire, Rimbaud, Nerval, Ducasse, tanto per citare i più noti, e ci vedo pidocchi e sangue vero nelle parole, sangue che scorre prima sulla strada e poi diventa poesia. In Poesie del terrore ci leggo invece un canto addestrato, frutto di buone letture, che recupera immagini già viste, con pipistrelli, Bestie e putrefazioni, un canto che cerca l’effetto (ed evidentemente lo ottiene viste le lusinghiere recensioni e il recente premio “Ponteldilegno”).

Naturalmente sarò in torto io, che penso a una poesia contemporanea che finalmente si liberi del sublime demoniaco – è questo che trasmette Bafaro – per rifondare l’identità a partire da uno spaesamento radicale ma non mistico, lontano da vendette (“Pagherete / il mio sacrificio” minaccia una voce verso la metà del libro) e dal gotico romantico; una poesia che ci racconti il buio e la paura con immagini nuove, non consumate da una tradizione alta, inavvicinabile sia per il genio dei maestri e sia perché oggi viviamo irretiti da linguaggi e orizzonti di senso differenti.

Se invece l’autore, che si sta specializzando in psicoterapia, voleva raccontare i mostri che abitano chi è affetto da malattie nervose (e quindi in parte presenti anche in ciascuno di noi), allora qualche segnale doveva darcelo, qualche momento di stacco dal registro dominante, una stratificazione delle esperienze, una pluralità di voci, che avrebbero aiutato il lettore a orientarsi in questo inferno; se così fosse stato, il già visto avrebbe avuto un senso perché tutti sappiamo che cosa sia l’archetipo e in quali forme s’incarni. Così come Bafaro ce lo consegna invece, il libro non mi convince, malgrado sia accompagnato da alcune pregevoli tavole dell’artista Piero Crida, nate appositamente, e da una prefazione partecipata di Roberto Deidier.



Estetica non-aristotelica

Noi che abbiamo scelto il Brutto
e letto al contrario il libro dello Stagirita
conosciamo i risvolti
dell’armonico divenuto sghembo
del calmo divenuto irrequieto
del limpido divenuto oscuro
dell’ordine divenuto caos
del simmetrico non più tale
delle proporzioni volutamente saltate

***

Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
sanguina l’occhio
della sola finestra accesa
come un lume maligno

Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
schiere di serpi scacciate dalle chiese
contorcersi e sputare verdi bave

Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
le ruote dei vagoni-fantasma
sfrecciare invisibili e crudeli

***

Esiste un sorriso insano
– oltre la soglia del dolore –
impresso sul volto
come un assurdo promemoria
del tutto ignaro
della sua genesi e apocalisse


***

È l’attimo in cui
accoltelli il mio corpo
come colpendo su fette d’arancia
ed io credo nella lingua oscura
non essendo ancora approdati
sulla spiaggia inviolata

***

L’Oceano

Questa notte l’Oceano
veste i panni del Mostro:
bluastra creatura svenatasi
nel suo stesso ventre,
immense noie
trasudate da pori invisibili
urlano senza forze
un orrore accolto
nel gigantesco inganno

***

Lucciole

La mano mortale della notte
ha spalancato il palmo
per disperdere malvagia
gli antichi gioielli
lasciati cadere
con cura sinistra
tra le spighe scapigliate.
Fino allo spegnimento
urlano
voce flebile e
inaudita:
l’elettrica fratria
delle lucciole tradite


***


La pianta del basilico

Tanto odorosa
la pianta del basilico
cresciuta alla luce
del mio mare,
un poco meno
la testa seppellita
nel vaso
orbite riempite
di terra bruna
estratte dal Sogno
e date in pasto ai vermi:
«Mangiate piano l’amore integro,
mangiate piano l’amore vero!»
Dentro e fuori
vedo ogni giorno
in segreto
lo strazio e il fiore
la dipartita e la vicinanza
la mia contromossa
ai fratelli assassini

***

Occidente

Le aurore inorridite
nella parte dove
il Sole si uccide


Saverio Bafaro nasce a Cosenza nel 1982. Vive tra l’ Umbria e Roma. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (2011) disponibile in formato e-book sul sito www.larecherche.it; Poesie del terrore  (La Vita Felice, 2014) – finalista Premio Pontedilegno 2015.
Sue opere sono apparse, inoltre, all’interno di antologie poetiche, di riviste letterarie come Poeti e Poesia, Fermenti;  di rubriche poetiche come “Lo Specchio” de La Stampa e di blog come Poesia2punto0, La poesia e lo spirito, L’Estroverso. Fa parte della redazione della rivista di scritture poetiche Capoverso e collabora con il sito Postpopuli.



giovedì 2 luglio 2015

Daniele Poletti

Foto Silvio Pennesi

Daniele Poletti è un operatore culturale di sicuro interesse: studioso di Augusto Blotto, del quale porta avanti una poetica dell’irrapresentabilità del mondo, gestisce il blog Dia-foria, uso alla sperimentazione dei linguaggi e a studi sui padri delle avanguardie contemporanee (collaborai nel 2014 con un articolo su Gianni Toti, che divenne libro collettaneo – Totilogia, edizioni cinquemarzo – a cura della Casa totiana di Roma e, appunto, di Dia-foria).

Come accennato, Poletti è anche poeta, controcorrente per scelta, attore della parola che converge nell’idea che il genere lirico attinga a un fondo emotivo niente affatto gestibile con l’acrobazia della metafora secreta dall’io; piuttosto, parte dal principio che alla parola spetti d’essere metonimia del corpo stesso, inteso come pluralità di funzioni e disfunzioni, di fisiologie e patologie, prive di ordine gerarchico quando, appunto, diventano testo, texture, rete luminosa o smangiata, coagulo di tensioni e distensioni prodotte dal corpo. Il corpo orina, defeca, scrive; gli è vitale non per dare ordine allo spirito, bensì pulizia al sistema. Quasi come l’haiku per un buddista. Non sembra un haiku, infatti, il “crepuscocita” n.104? “Nell’acqua lercia del lavacro un timido pezzo di merda mi saluta timidamente”? Si provi a dargli la ieraticità della terzina, l’esperienza dell’apparire improvviso e la bellezza del particolare naturale (qui capovolta): “Nell’acqua lercia del lavacro / un timido pezzo di merda mi saluta / timidamente”.

La vicinanza all’haiku è ovviamente una forzatura, ma non troppo. La differenza sta soprattutto nel contesto: qui siamo alla fine dell’occidente, nella sfiducia piena verso la riorganizzazione dell’esperienza e nella credibilità del vettore storia; siamo in una condizione postuma, come direbbe Giulio Ferroni, ma non solamente della letteratura: del mondo così come lo abbiamo conosciuto, come ci è stato tramandato, in particolare dalla cultura umanistica e dei suoi altarini. Rovesciamento che talvolta diventa ostinazione compiaciuta verso il disgustoso: “Sei una vacca / lamentosa soprapparto uno stupro / non stuprato / che rigurgita le sue frattaglie” (Defixiones, crepuscociti, n.43); oppure l’incipit dell’inedito “Ipernova”: “Alluminato di cancro fluoro, piscia / del sole nuovo pompata nell’ano fuoriuscita / dalla boccale in un vomito di sera”.

Nella sua poesia convivono queste due anime: una sovradeterminazione espressionista, che carica l’evento di valenze escrementizie (ed è la parte che meno mi convince), e la scelta di una poesia appunto come organismo autonomo, come sistema che va indagato nelle sue strutture logico-formali che diventano strutture materiche del testo-corpo. Daniele Poletti non è solo in questa ricerca d’oggettività: l’avvicinamento alle scienze di molta poesia novecentesca attesta la volontà di uscire dalla palude sentimentale e approssimativa con cui l’occidente ha guardato alle cose dell’anima, distinguendole da quelle, considerate sudice, del corpo (lasovradeterminazione espressionista-escrementizia agisce sul capovolgimento del “sudicio” in metafora universale con la quale descrivere la fisiologia dell’umano).

Poletti, dal suo bunker, parla a raffica e si fa attraversare dalle raffiche di tutte le avanguardie immaginabili, ma anche fuggendolo l’illusione economicista secondo la quale disperdere energie sia l’esatto contrario della verità, da leggersi come sinonimo di profitto. La sua poesia, quella per esempio di Ottativo, non conduce in nessun luogo, in “gnessulogo” direbbe Zanzotto, doesn’t working, in apparenza ma, appunto per ciò, porta con sé i germi della rivoluzione, della destabilizzazione, e inquieta il lettore convinto che nella poesia la macchina dei sentimenti funzioni come un orologio svizzero: “Vasca vorticosa di girini portico l’orecchio del torace camera del plesso / dove amplessicaule rimbombano memoria di voci”. Significa qualcosa questo distico? Volendo sì, funziona, ma succede probabilmente come nelle macchie di Rorschach della psicodiagnostica, dove la forma tocca i nostri fantasmi e li chiama all’appello (questo tuttavia succede sempre, anche nella lirica, se ben riuscita).  Che cosa vedo in questi due versi? Una vasca con i girini e delle foglie attorcigliate a un fusto (“amplessicaule” significa appunto questo); per analogia: due corpi in amplesso, ma di questi riconosco solo un orecchio e un torace. E se invece fosse la parte curva di un torace, l’esterno, il suo “orecchio” che vedo? Il corpo è uno, solitario, masturbatorio. Sì, probabilmente il corpo è solo, con in testa uno sciame di memorie (l’Annetta montaliana vi sosta irrequieta?), la camera come una vasca vorticosa, e il corpo che sceglie di stare nel buio, dove memoria e desiderio salvano, forse. Vedo anche la desolazione di Corazzini dentro questa stanza, e i vetri non detti sono di cattedrale. C’è tutto il novecento, ma bisogna cercarlo. E questa fatica, non sempre piace al lettore.



Passer domesticus, Linnaeus, 1758


Gli occhi di tutti gli animali
da imbalsamazione, gli uccelli
occhi neri
hanno gli occhi neri tutti gli uccelli non nominati…
occhi bruno-chiaro
Pernice rossa, Ottarda, Rondine di mare maggiore…
occhi gialli
Basettino, Storno, Fagiano…
occhi rossi
occhi azzurri
occhi grigio chiarissimo o bianchi
Gli occhi di tutti gli animali
da imbalsamazione vengono forniti dal commercio.
Per il passero dell’ebreo si usa un ferro quattro.
Si racconta del passero di un ebreo.
Si tagliano e si sfoderano le zampe fino al torso
lasciando la tibia e le ali fino all’omero.
Nella piccola gabbia solo un trespolo
le cose travestite di luce vengono
è l’idea precisa dell’ossido sul torso
della mela lasciato sottratto l’abbaiare
è nel meccanismo delle ore viene
sui vetri la condensa dei fiati va.
Forse tornerà, ossalato e urato d’ammonio, fosfati,
sali minerali, nitrati sul fondo della gabbia
altri due giorni, avvertire il negozio in via Nazionale
che sto bene. Raccolto nel canto non piove.
Altri due. Tremito del piumaggio.
La presenza determina le possibilità dell’assenza.
Misurazione degli animali in carne
Lunghezza della coda (dall’uropigio alla penna più lunga) +
lunghezza del corpo = lunghezza totale.

                              

                                                                                    per Giuseppe Biagi



Marzacotto


La mattina a letto.
       Il male riserva sorprese.
       Un altro passero sbattuto.
Tutto becco giall’arcuato           :        ricordatelcom’era.
  Chiurlo casca secco in campagna.
  Il palleggiare contro il muro.
Continuo                                       variato
la crosta la scialbatura il mattone. Un anno.
Dietro di una giornata confusa fittile
       non fĭctus
                     mancata la solerzia
del sole poi ce ne sarà fin troppa.
Il soave dei bidoni degli scarichi a detonazione
di ottani denotano casa rassicurazione.
Pini e lecci piovono freddo lo staglio
        contro il cobalto nero.
                          Rotula e pietra
                          gomito e pietra
                          alluce e pietra
                          coccige e pietra
                          occipietra. C’è bassa resilienza.
Venti centigrammi di tartaro stibiato
in centocinquanta di tilia tomentosa
destano l’espettorazione delle immagini.
A onor di cronaca stasera proverò
a tagliarmi la gola, catturerò
un numero esiguo di zanzare, massimo nove.
               Erano vie a ritorno incerto.



Bada


Confuse negli occhi sgranano resina con l’approssimazione
dei denti. Il risveglio all’occidentale è un angolo retto di cosce
e tibie, l’uomo comune, fulcri di rotule pesi del sonno sterzati
sui due remiganti più lontani dalla fronte. Quale fortuna sia
che il terreno su cui stai ritto non può essere più largo
dello spazio coperto dai tuoi piedi. Due piedi di tutto due
di traiettorie certe e diverse col fiato nottoso, il primo ingoiare
e rimettere aria a mandibole slegate, caverna il respiro.
Aruspicina del cesso, fresco in faccia rimando degli anni
intravisti, il rosario di bottoni e cerniere, chiavi, meccanismi
due spazi due temperature. Il rosaio immemorabile radice
nodosa filipendula erba perenne bulbacee quasi quasi
d’uccelli quasi qualsivoglia quiqui quel quali quasiquell. Glossite.
I lampioni hanno perso di luna con l’eclissi del giorno ancora
ipotesi sconnessure vibrati, vista del cono di luce che tracima
la macchia, ma debole che cercarlo tra i tetti
e il verde mattino presto, il faro sta e starà di sette in sette
nel giro, negli intervalli nascondimenti distratture e frutti decidui.
In questa ora i luminelli sul muro giallo del canale sono tenui.




Comio


Il gancio serra nel legno
il battente, digradante vetro
che ottunde il grasso disegno
del colle già rammutito, metro
del salire lieve tra muraglione e platani sacellosi.

Denso di torba lo sputo
e conferente con la gravità
per poco in aria poi muto
sboccia in terra perduta levità.
In cima la via di fronte al feudo ventre il conflitto è conflato.

Giù e su per le antiche scale
ambulato troncone d’agnello
corpo pellucido male
che fienato seguita il modello.
Le vesti scorporate ammucchiate sono stracci da spolvero.

Empìti i laveggi enormi
migrazioni delle acque e clamori
di lavoro sui contorni
sul vetrato alto buio e lucori.
Nei fuori le densità non allentano si mangia si muore.

Le coppelle sui muretti
del chiostro, le carte i quadrigliati
la cura la doccia i letti
in spazio deroga il tempo in fiati.
Tutto ciò che occupa non rimane solo uno sciamito d’api.

Maggiano, gennaio 2012


(canzone, ottonari e decasillabi alternati con verso ipermetro di somma (18 sillabe) con schema ABABC
rime alternate)



Di cenere e d’ombra


Trasudano le domeniche ambulanti
i lunedì distratti ventricoli
della deflazione inflazione d’alberi
malati come di filossera ma è solo
inverno. Sul fumigare mattino
innervata di rami l’aria soffre
ipertenuse pazienti e sconsolate.
Ci hanno tolto o forse non siamo
riusciti a mantenere l’opportunità
di mangiare il sole, le costruzioni a colpi
di squadra popolare, loculi per i morti
nidi ingrommati di nevrosi.
Non tutto rimane
sono cambiate anche le ombre la filotassi
del tuo volto è diventata scalena
nel mio sono rimasti gli occhi.
Non ancora
un tributo alla notte labbra
scottate dal mozzicone quale resistenza
hanno opposto i capillari
del fumo
un tribuno del niente




Sui Quaderni in ottavo di K. (Ottativo)


I.

Tentennio di un non fissato a muro, passo svelto in specie di notte
sotto annuvolati limpidi tacchi tintinnaboli.
Vasca vorticosa di girini portico l’orecchio del torace camera del plesso
dove amplessicaule rimbombano memoria di voci
voce sconosciuta la tua ispessita dal callo, prece d’altare vespero
verbera verba, pregresso di voci che si accavallano dentro una camera.


II.

Nonostante la cura si consumano troppo in fretta sul mio stesso corridoio
calda sera in un’unica stanza che dà sul mio stesso corridoio, con porta
antelucana, la tromba, scalea ricca di libecci abita nell’andito di quella
porta che dà sul corridoio androne un rammendatore
e nonostante la cura si consumano troppo in fretta.


VI.

Conoscere per se stesso afferrandosi ai propri capelli su dalla palude
dalla legge di gravità abolita senza volo, gli angeli non volano
le creature impregnate di terra vedano terra ovunque misera
è la conoscenza che ho della mia stanza dove sostano rispecchiamenti
della terra, ovunque ci volgiamo le coordinate di permanenza
di un posacenere incertano il dentro dettato non dettabile.



Daniele Poletti nasce a Viareggio nel 1975. Poesia e performance sono le attività che da più di quindici anni si intrecciano nella sua ricerca. L’esperienza performativa parte da letture pubbliche per arrivare a veri e propri progetti di teatro del corpo.
Sul finire del  1995 pubblica, in edizione privata, la raccolta di poesie lineari Dama di Muschi, con i testi introduttivi del poeta visivo Arrigo Lora-Totino e dall’artista Antonino Bove.
Sue poesie e lavori concettuali sono apparsi su varie riviste e contenitori d’artista (Offerta Speciale, Risvolti, Geiger, l’immaginazione, BAU tra le altre).
Nel 2003 è presente nella raccolta collettanea di poesie L’ora d’aria dei cani, per i tipi di Mauro Baroni. Sempre per Baroni ha pubblicato il racconto breve Una giornata particolare.
Sul finire del 2005 pubblica la raccolta di poesie “Ipotesi per un ipofisario”, Marco Del Bucchia Editore.
Nell’aprile 2010 escono 10 sue poesie sulla rivista “l’immaginazione” (Manni editore) con una nota di Edoardo Sanguineti.
È presente ne La vetrina dei poeti del blog Il fiore del deserto con una silloge presentata da Lorenzo Mari;
su Poetarum  Silva con un’introduzione di Natàlia Castaldi, su Rebstein e su Trasversale blog con un testo di Rosa Pierno.
Ottobre 2013 testo dedicato a Emilio Villa, pubblicato nel volume collettivo PARABOL(ICH)E DELL'ULTIMO GIORNO. PER EMILIO VILLA Dot.Com Press.
Fondatore e promotore del progetto culturale [dia•foria: www.diaforia.org,  che all’inizio del 2013 ha inaugurato un nuovo spazio dedicato alle scritture di ricerca: f l o e m a - esplorazioni della parola (http://www.diaforia.org/floema/)



giovedì 25 giugno 2015

Francesco Maria Tipaldi


Si apre con “Angelus” il nuovo libro di Francesco Maria Tipaldi, e non poteva essere diversamente: Traum (Lietocolle, 2014, prefazione di Maurizio Cucchi) indaga infatti il mistero dell’incarnazione, qui affrontata nella sua più cruda terrestrità, nell’impasto di orina, terra e doglia che ci costituisce in quanto esposti al massacro di Kronos. Uno stare sofferto nell’ibrido animale, nel “tanfo della natura che si rigenera”, in attesa dell’Apocalisse, che chiude (come “compimento” dell’amore divino per le sue creature) questo viaggio dantesco nella terra di mezzo, dove veglia e sonno, vivi e morti, fisiologico e patologico, altezza e precipizio s’incistano nella parola del poeta, nitida nel raccontarci la vita zoologica prima che diventi società umana (cfr. la differenza, nella cultura greca, tra zoé e bios), la vita nel suo indistinto muoversi per tensioni e distensioni, per boccioli e tumefazioni, per fluorescenze e diarree, quando ancora non si è organizzata in un moto di condivisa e patinata civilizzazione.

Tipaldi interroga la materia e i suo interstizi, quel nulla che, dice bene altrove Tommaso di Dio (“Premio Castello di Villalta” 6/05/14), “non è il non-ente della tradizione parmenidea, ma il nulla che permette il transito vitale, il nulla rigenerante, il nulla eccessivo e sempre eccedente che è potenzialità del divenire e, al contempo, giuntura vuota dove giocano gli assi della trasformazione della materia”. Un nulla in ogni caso inquietante, che si muove nell’impensabile, nell’impraticabile: i personaggi di Traum infatti, contadini e animali, soprattutto, vivono nell’eccesso di pienezza e nella fatica dello svuotamento, inconsapevoli della logica economica, per accumulazione e minimo dispendio, del sistema in cui sono inseriti, e presi invece, anzi prigionieri, dei loro umori, fisici e psicologici. Sembrano uscire da un Cristo si è fermato a Eboli dopo essere però passati per le lavande gastriche dell’espressionismo tedesco (e il titolo ne porta memoria; penso al Sebastian im Traum di Georg Trakl) e de La parte maledetta di George Bataille, dove appunto la dissipazione (la dépense) costituisce l’essere naturale, il modo in cui stiamo al mondo, prima di ogni finzione progressiva e conservativa.

Come nel filosofo francese, anche nel poeta campano il sesso contende sovranità alla morte, per quanto la morte vinca inesorabilmente. Ciononostante, l’amore, che “mette le ortiche nelle mutande” e fa impazzire gli uomini, trionfa nell’accadere, è Kairos, non più Kronos, “momento opportuno” in cui il senso torna senza resto e l’identità non piange la separazione originaria raccontata da Platone nel Simposio.

Anche la scrittura, per Tipaldi, assume la stessa funzione: contende il tempo alla morte, tenta di sopravvivere alla cancellazione, incidendosi nella carta, inventando immagini memorabili, potenti e precise, asciutte nella struttura sintattica ma ricchissime di richiami simbolici e culturali. Cito per intero forse la più bella poesia del libro, quasi additandola a modello di un percorso che ha fatto tesoro della cultura tragica novecentesca e dell’antisublime, che non cade nell’inganno della resa al quotidiano: “Dicono sia la morte questo senso / di spossatezza / questa stazione zuppa / di mosche // si dorme quasi sempre / uno sull’altro / sui corpi fiorisce l’edera della casa / – io lo so che verrete / madre / il nulla ci mangia nella mano / come fosse un cane”. Due versi finali splendidi, forse debitori del celaniano “L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici”?



POESIE DA TRAUM (2009–2012)



novella seconda o del trauma


Da quando i maiali l’hanno caricato nel ‘92
il poveruomo è diventato demente,
passa il giorno a letto; di tanto in tanto
picchia a sangue l’albero di pere.




glory hole


siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo




219


Erano labbra reali
parole reali nello stesso posto
e tu eri bianca come pane bianco
e ti ho toccata come un cieco
t’avrebbe toccata, avevi i capelli bagnati,
i capelli bagnati
anima



Angelus


Via dai culoni delle contadine
dove finisce l'orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
-Sia lode alle molli latrine dei maiali-
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
-Dio presenta al mondo le sue lattughe-
Ai petti tumefatti degli alberelli
una giostra di fieno, e l'anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà




264



Quella non fu una giornata
pregiata.
Angelino perse i suoi
tenimenti, l’oro e divenne cieco, sordo
e impotente.

fu molto morto Angelino,
fu morto come prima che il padre e la madre
facessero cose,
prima che il nonno facesse cadere la zuppa
nell’erba e prima ancora
dei laghi di Garda e delle rane
nei laghi

dove si trova, dove si trova adesso
il cortisone è un fiore, le api hanno la testa
nel muco e le foglie pregano




novella quarta o della distrazione



e fuori una canoa sopra gli uomini
i fiori, la morte che aveva riempito l’androne di casa

bisogna arieggiare la stanza dopo la malattia
far scolare, fare brodo
di pesce


passarono i vecchi, nell’erba del poggio
una capra era esplosa




stazione pioggia


dicono sia la morte questo senso
di spossatezza
questa stazione zuppa
di mosche


si dorme quasi sempre
uno sull’altro,
sui corpi fiorisce l’edera di casa
- io lo so che verrete
madre
il nulla ci mangia nella mano
come fosse un cane



Francesco Maria Tipaldi è nato a Nocera Inferiore il 29/III/1986. Laureato in farmacia. Ha pubblicato “La culla” (Lietocolle 2006), “Humus” (Arcolaio 2008) e con Luca Minola “il sentimento dei vitelli” (EDB 2012) con il quale si è aggiudicato il premio Mauro Maconi sezione giovani nel 2013. “TRAUM” (Lietocolle 2014) è la sua ultima raccolta.