mercoledì 22 ottobre 2014

I giovani poeti e i concorsi di poesia


Ci sono centinaia di premi poetici ogni anno in Italia, alcuni dei quali prevedono la pubblicazione gratuita della silloge, ma da qualche tempo si sta assistendo a un fenomeno strano, per cui i giovani poeti rinunciano a parteciparvi. Non è la prima volta che mi capita la situazione in cui, dato un bando che garantisce la serietà della giuria e la qualità della pubblicazione, il concorso va deserto o quasi. Capita, almeno per ora, allo ZENIT progetto Poesia < 40, bandito da La Vita Felice che prevede la pubblicazione di un’antologia con 10 autori under 40. C’è tempo per la scadenza del premio (15 febbraio 2015), ma qualche riflessione merita già un suo spazio.

La mia impressione è che i premi di questo tipo vadano tendenzialmente deserti per le seguenti ragioni:

1)  La poesia edita su carta, da quando c’è il web, ai giovani pare non sia più indispensabile. C’è la convinzione che  pubblicare in rete o con un piccolo editore sia la stessa cosa. Anzi in rete, dicono, si è più letti.

2)  Vincere un concorso, e vedere quindi la propria opera pubblicata (specie se su antologia), prelude all’acquisto di alcune copie, non per vincolo del regolamento, ma per poterle poi regalare agli amici e spedirle ai critici. Tanto vale, pensa il giovane, pubblicarsi in proprio le poesie. La spesa si equivale (ma questo è tutto da verificare). Io dico che un libro autoprodotto o edito da un editore-stampatore che non seleziona gli autori non è la stessa cosa che uscire con un editore certificato (e ben distribuito). A certificarlo è il suo parterre.

3)  Forse i poeti più bravi fra i trenta e i quarant’anni hanno già pubblicato, per cui partecipare a un concorso dove uscirebbero con altri, sembra riduttivo.

4) Forse i poeti under trenta vivono una precarietà talmente diffusa da non sentire l’esigenza di pubblicare un libro di poesia. È una questione di ‘essere presi da altri problemi’, ma anche di sfiducia nell’operazione culturale che il libro comporta oltre che nella consapevolezza che esso non darà né il pane né la notorietà.

Queste ipotesi andrebbero verificate. Invito dunque i giovani poeti, ma anche gli altri, a dire la loro nei commenti. Grazie.


mercoledì 15 ottobre 2014

Valeria Rossella


Arrivo un po’ in ritardo a recensire La città di Kitež (Aragno, 2012), il bel libro di Valeria Rossella, barocco nella complessa trama dei motivi e del sentire filosofico eppure intimo nel farsi racconto familiare, confessione per lampi crepuscolari, di quella luce tenue che anima gli affetti anziché l’intelletto. Le due anime convivono felicemente, pur con la prima dominante, come se cultura e stile, tradizione e presente chiedessero con maggior urgenza una parola pubblica, che invece la biografia tende a negare, per farsi sussurro agli amici, confidenza da tenere segreta.

La presenza della koiné barocca è chiara: la metafora mariniana dello specchio (e più avanti della polvere e della piuma, come sottolinea Giovanni Tesio nella “presentazione”), la percezione shakespeariana del famelico tempo che tutto divora, l’attenzione alla natura metamorfica degli enti, i preziosismi lessicali, il fondersi di realtà e finzione, l’idea che il mondo sia un teatro, la costante presenza della morte sono tutte forme che il barocco ci ha lasciato in eredità e che Rossella combina per esempio in “Kitež”, che appare “rovesciata in fondo al lago”, tutta luce tremula e riflessi, come nella fiaba russa chiarita in epigrafe. E in questa cornice mitologica, archetipica, lei ci colloca l’amore dei suoi avi, lui annegato prima dei trent’anni, lei fedele sino alla morte, avvenuta in tarda età, “tra i lampi azzurri delle ghiandaie” che inevitabilmente attraversano la carne delle giovani vite. E sta qui la forza di questa poesia: nell’incontro fra tensioni epocali, fra passioni e miserie di un occidente già tramontato (il poemetto “Roma – Vascello” ne è l’allegoria più disincantata) e, dall’altro lato, il tremori di una vita vissuta, dove l’amore “parla la lingua della rondine” e di altre cose leggere e vaganti, direbbe Saba. Un amore qui raccontato in due momenti dolorosamente esemplari: sulla soglia della fine per malattia del marito e in una memoria (recuperata anche attraverso la scelta del dialetto del caro estinto) che cerca un dialogo con lui, attraverso un luogo caro a entrambi.

Anche la musica del testo agisce sul doppio tasto: i ricami sopraffini e altisonanti dal vago sentore pascoliano (le “aguglie le telline”, “le stelle del Camelopardo e la Volpecula”, lo “sgonnare insonne di campanule”) stanno in bella mostra su una rete semantica zeppa di fruscii, brusii, vagiti “e altra materia germinale e germogliante” come sottolinea il curatore, a ulteriore testimonianza di un doppio registro, intellettivo e emotivo, che attraversa tutto il libro; così come doppio è il capitolo dedicato alla pittura, “Ut pictura poesis”, citazione oraziana che combina pittura e poesia in una somiglianza governata dal silenzio e dalla parola. La visione di Valeria Rossella, come negli altri capitoli, anche qui riconosce “lo sciupio di ciò che sta nel tempo”, ma non fugge terrorizzata né esorcizza questa consapevolezza con cattedrali imperiture; in lei la poesia non è per sempre, non consola l’anima; segue invece il corso rugoso degli eventi, accetta che il cosmo si espanda e si diradi all’infinito, il fatto che, come scrisse Van Gogh al fratello Teo, non siamo “che terriccio trasmutato”. Verità già presente in Petrarca quando parla di Laura come di “poca mortal terra caduca”, ma nella modernità resa radicale dalla morte di Dio, che nella poetessa torinese ha le sembianze delle cose che mutano, la lucentezza del sogno, l’esaltazione della promessa all’eternità dell’attimo e della memoria, di qualcosa insomma d’imprendibile, al quale stare in prossimità con la parola che aduna famiglia e paesaggio, bellezza e mito, salvandoci dall’oblio, che è “slavina” e “sepoltura” di ogni cosa.

 

 Kitež



La poesia si riferisce alla leggenda russa della città di Kitež, situata sulle rive del lago Svetlojar, che per sfuggire all'invasione dei Tartari si era resa invisibile, ed appariva solo in immagine, capovolta nell'acqua. Molti pellegrini partivano alla ricerca della città miracolosa, sperando di vedere il suo riflesso sul fondo del lago o di sentire il suono delle sue campane. Si diceva che taluni vi avessero soggiornato, che circolavano delle lettere, e che mettendosi in viaggio il pellegrino non avrebbe mai dovuto rivelare la sua meta. Nel testo compare lo zio Alfredo, un fratello della mia nonna paterna annegato nel lago di Garda all'età di ventinove anni, e la sua fidanzata Amalia che senza sposarsi invece visse sino a tarda età. Per questo motivo un verso dice "lui giovane come rimase, lei come lo fu".



Apriti, porta dell'insonnia. Città
che appari rovesciata in fondo al lago
non darmi pace nel tempo della veglia,
la tua luce latente mi sia guida.
Candele si accendono sui tigli
fra tetti e strade maculati. Vedo
aironi ed anatre svolare
da campanili e finestre, e mani frastagliate
offrire pasticcini su una tavola
stile Rinascimento. Dammi appuntamento
con le creature che guizzano
dentro il tuo specchio sfigurante.
Nella camicia inamidata
che dà loro una forma, Amalia e Alfredo
passeggiano furtivi lungo i viali
oscillanti in firmamenti di foglie,
lui giovane come rimase, lei come lo fu,
tra i lampi azzurri delle ghiandaie.
Alfredo tra i vivi non l'ho conosciuto,
ma lui sì, mi conosce. Ricevo le sue lettere.
"Molto ti abbiamo pensato. Tu ci pensi?"
Un placido volo di colombe si leva
nel mio occhio destro - in quello sinistro,
grembiulini bianchi: sui vecchi banchi
mangiati dai tarli, le bambine di Terza
sono ritornate. Frusciano penne e foglie.
Lingua che non conosco, fa' che io ti parli.



Abbecedario  2003



Mie figurine focomeliche, mostratevi. Ombrine
e ghiozzi nel gran mare dell'essere
non più declinato, risalite il flutto nella vostra
forma bidimensionale,
senza profondità, senza dolore. Ora
che i destini del mondo ci sovrastano
e parlano attraverso lunghe criniere.
Maestra Rina, non uscire
dalla fotografia della quinta D,
per venire qui dove si muore.
La maestra china
metà del suo volto sfrangiato sui miei compiti. Scrivi
c di castagna, g di ghianda, poi lascia
solo gli oggetti, senza chiamarli più.
La vita ha un suo segreto abbecedario.
A di abbandono o amore. F di fondamento o fine.
Faccine sconosciute della quinta D,
uno sgonnare insonne di campanule.
P di passero e pettirosso. Li voglio ritagliare
via da questo cielo, li voglio incollare
sul mio quaderno. Perché non possano
volare via per sempre, perché non possano
muoversi più.



Evaristo Baschenis


Lunghissime mani affilate si affacciano allo stipite
e suonano strumenti afoni.
Dallo spiraglio penetra un sudario
di luce porpora e avorio spento, membranosa.
Fra catafalchi rossi e tavoli da cucina,
possiamo origliare lo sciupìo di ciò che sta nel tempo.
Saturno alita gelido
su pollame e cipolle,
trote e lumache, musicisti e servi. In bilico sui piani
mele bacate e volumi con pidocchi dei libri
e pesciolini d'argento fra le pagine.
Unica traccia delle dita, le impronte sulla polvere
che copre i liuti e le mandole, gretole di una gabbia vuota
da cui volata via è la musica, a cinguettare
nel puntaspilli di velluto nero, con capocchie di luci
dai nomi arabi: Deneb, Aldebaran. Alphecca.



Campi di grano


Cipressi belli come un obelisco egizio
contro un cielo impetuoso che scrolla
processioni di stelle enormi

Cascine di Auvers e stradine fra oceani di grano
squassato, i campi di Arles ordinati dal règolo della luce
ad Auvers invalicabili nel volo ossuto dei corvi
                                                                                                           
nell’ultimo quadro ho dipinto rami fioriti
scrisse in una lettera al fratello
che all’orecchio sanguinante gli frusciarono
non sei che terriccio trasmutato



La stanza dell’artista


Solo nove colori per la finestra schiusa
i quadri storti, un tavolo, sul tavolo una brocca,
un catino e certo canfora nel cassetto,
due sedie vuote e un letto dove
non si può dormire ma morire sì.
Ah sì morire, per troppa pienezza
di tutti quei campi assolati, per la crudeltà
di quel giallo ancora caldo,
quando Vincent l’ha messo sulla tela.



Scendo nella reception in cerca di Mercurio



Ecco, ha iniziato la stagione della muta.
Era erba ed è fieno, era foglia ed è frutto,
era seme ed è polpa, era polpa ed è spoglia.
Ora non sono più certa di trovarlo.
Chi controllerà adesso l’andirivieni delle forme.
Gli manderò una mail, può darsi che risponda,
gli spettri parlano la lingua del computer.
Lingua di formichiere, spacciatore d’ombre,
non so che farmene della tua erma mutilata,
un busto senza testa, il guscio vuoto della tartaruga
che ci ricorda come armonia e bellezza
nascano da un sacrificio sanguinario.
Il vecchio Argo è morto, ma ti fiuta e fruga.



La servitù rigoverna


Gli dèi non usano stoviglie, mangiano
con le mani ovunque imprimendo avide
impronte digitali. Infelici
perché impalpabili, invidiano le farfalle che
a dispetto del nome
ebbero due corpi e nessun’anima.
Acqua e sangue. Sguatteri alacri sgombrano carcasse
irrispettosi delle norme per la raccolta differenziata.
Ma ora cacciatori e prede abitano
le costellazioni come insetti l’ambra
o lattaie di Delft il loro sommesso putiferio di luce. Ebe,
domestica dai robusti avambracci, sparecchia
la mensa celeste galleggiante tra nuvole e anime che sono omozigoti.
Scuote la tovaglia e ci lascia cadere, briciole
dal banchetto degli dèi.


                                   (Lago Maggiore, agosto 2004)
                                                                    

Anzolo de sti loghi calmi, verdi, de aqua,
vien a sentarte al Circolo Velico de Ascona
indove ciogo un toco de torta, come
co ierimo insieme, solo poco fa, epur tuto
xe tanto remoto. Tegno de parte per ti
el bocon più dolze, ti  generoso
sempre te fazevi con mi l'istessa roba.
Zighime cocal, che te son là,
fame veder anco se no ghe credo
como soto de ti svola la tu' picia ombra.
Un'ombra blu, un'ombra
de aqua e de luse (ma la pol luser un'ombra?
- la pol) che la me parla del bel,
del ciaro sconto nela piera che se specia
e no pesa, e nel tu' corpisin bianco
e zeleste co' le zime dele aluze negre
ma cussì lustre, che al sol che le careza,
le fa falische. Falisca de la mi' vita,
como te sparissi nel scuro dela magnolia
e ti, ombra de cocal, ne l'ombra che te ciama.                      
Ma mi so che l'ombra la esisti
perché ghe xe la luse e ti, ti te ieri la prova, como i disi
filosofi e scienziati, fisica e ontologica.



[Angelo di questi luoghi calmi, verdi, di acqua,/ vieni a sederti al Circolo Velico di Ascona/ dove prendo un pezzo di torta, come/ quando eravamo insieme, solo poco fa, eppure tutto/ è tanto remoto. Tengo in serbo per te/ il boccone più dolce, tu generoso/ sempre facevi con me la stessa cosa./ Gridami gabbiano che sei là,/ fammi vedere anche se non ci credo/ come sotto di te vola la tua piccola ombra./ Un'ombra blu, un'ombra/ d'acqua e di luce (ma può mandar luce un'ombra?/ - può) che mi parla del bello,/ del chiaro nascosto nella pietra che si specchia/ e non pesa, e nel tuo corpicino bianco/ e azzurro con le punte delle alucce nere/ ma così lucide, che al sole che le accarezza/ fanno scintille. Scintilla della mia vita,/ come sparisci nello scuro della magnolia/ e tu, ombra di gabbiano, nell'ombra che ti chiama./ Ma io so che l'ombra esiste/ perché c'è la luce e tu, tu ne eri la prova, come dicono/ filosofi e scienziati, fisica e ontologica.]


Nota
La poesia è dedicata a mio marito, il poeta triestino Fabio Doplicher, scomparso nel 2003. “loghi calmi, verdi, de aqua” è un verso della sua poesia Ascona




Valeria Rossella è nata nel 1953 a Torino, dove è tornata a vivere dopo un lungo soggiorno romano. Ha pubblicato sinora alcune plaquettes e cinque raccolte di poesie: Discanti e incanti (Genesi, Torino 1981), L'usignolo meccanico (Edizioni del Leone, Spinea-Venezia 1991), L'anima del violino (Galleria Pegaso Editrice, Forte dei Marmi 1996), Il luminaio (Crocetti 2003), La città di Kitež (Aragno 2012). E' presente su varie riviste e antologie. E' anche traduttrice dal polacco, ha curato tra l'altro la versione di un'ampia scelta dell'epistolario chopiniano (Il Quadrante, Torino 1986), e di Czesław Miłosz, premio Nobel 1980, un’antologia di poesie (La fodera del mondo, Fondazione Piazzolla, Roma 1996) e il Trattato poetico (Adelphi, Milano 2011).

venerdì 10 ottobre 2014

"Sono ormai tante le antologie della nostra poesia"


Nell’Antologia della poesia italiana, compilata da Ottaviano Targioni Tozzetti nel 1884 per le edizioni Giusti, lo studioso toscano inaugura la prefazione con una captatio benevolentiae frequentissima anche ai giorni nostri: “Sono ormai tante le antologie della nostra poesia, che a volerne aggiungere una nuova a quel numero pare proprio necessario che se ne chieda prima scusa alla gente.” Quest’approccio la dice lunga sul sommerso antologico presente nelle patrie lettere già a partire dall’unità d’Italia, sommerso che il T.T. definisce “moltiplicarsi di libri inutili in tanta penuria di libri buoni”. Altro ‘già sentito’ contemporaneo. Anzi, a scartabellare antologie e riviste del secolo XX, direi pure luogo comune costante di chi non vede perché non cerca o, peggio, di chi cerca la via vecchia perché non sa capire la nuova. Nuova che si apre a ventaglio, a radice contorta, a raggiera; nuova e perciò invisibile o, perlomeno, non immediatamente chiara nel suo essere pregna di presente e di futuro. E, sia ben chiaro, a questa miopia nessuno sfugge (vedi per esempio il fraintendimento totale di Pasolini verso la poesia di Eros Alesi, per altro lungimirante nel riconoscere i felici esordi della Rosselli e di Massimo Ferretti).

Un secondo aspetto di questa antologia che mi preme sottolineare è la scelta del canone, in chiara dipendenza dallo spirito del tempi, per quanto il Risorgimento sia finito da quasi tre lustri: per il Targioni Tozzetti i poeti del XIX secolo sono tutti portavoce di un entusiasmo politico-civile, per quanto poi sia impossibile, anche per lui, scartare capolavori oggi indiscussi. Rientra in questa prospettiva ideologica la scelta del frammento dei Paralipomeni della batracomiomachia, “Morte di Rubatocchi”, e l’esclusione de “L’infinito” e di “A Silvia”, i due idilli del recanatese oggi più conosciuti.
Altra osservazione: a chiudere la nona edizione del libro (1904) è Maria Aliuda Bonacci Brunamonti (1841 – 1903), della cui poesia Pino Fasano, nel Dizionario biografico degli italiani (1969) metteva in luce negativamente l'intonazione “etico-riflessiva irrimediabilmente provinciale” oltre che l’aspetto didascalico e religioso, evidentemente poco in sintonia con gli anni della contestazione giovanile globalizzata e laica in cui il Fasano, eccellente italianista, si trovò ad operare. Il Targioni Tozzetti aveva forse inserito altri suoi contemporanei (non ho per le mani la prima edizione dell’Antologia e le note del curatore della nona edizione, Francesco C. Pellegrini, sono insufficienti a capire chi è rimasto fuori); pare anzi che sia stato quest’ultimo a inserire la Bonacci Brunamonti, per salutare la recentissima morte della poetessa umbra, con buona pace del Targioni Tozzetti, morto pochi anni prima. Sta di fatto che fa impressione leggere le poesie degli autori tardo ottocenteschi (ad esclusione del Carducci, che fu maestro per tutti) e confrontarle con quelle degli Scapigliati, di Pascoli, di D’Annunzio, autori che scrivevano proprio durante (o quasi) la compilazione dell’Antologia. C’è un salto epocale sia sotto il profilo stilistico e sia degli ideali tra il Tommaseo, il Giusti, lo Zanella e la nuova schiera di poeti che chiuderà l’Ottocento, inaugurando il Novecento. Potremmo anzi dire che la poesia italiana moderna comincia dove finisce questa antologia, tutta pregna – inevitabilmente – di retorica risorgimentale mista a cattolicesimo civile: niente di male naturalmente, eppure lontanissimi entrambi da quella solitudine di massa, da quell’antisublime che saranno la cifra del XX secolo e forse anche del principio del XXI. Resta da capire, oggi, se siano giunte alla fine anche queste condizioni della modernità o, forse meglio, in che modi solitudine e antisublime si stiano coniugando nella poesia italiana contemporanea. Forse il lungo elenco dei poeti di Blanc qualche risposta la dà.



domenica 5 ottobre 2014

Agostino Contò: una poesia a Franco Beltrametti

Agostino Contò è un mirabolante funambolo della parola e, al tempo stesso, un rigoroso archivista: poeta sonoro e visivo dagli anni Settanta, dirige, come si confà a uno che ama il libro sin dall’odore e dall’attrito della carta sulle dita, sia il “Centro studi internazionale Lionello fiumi”, archivio della letteratura italiana primonovecentesca, e sia i fondi antichi della Biblioteca civica, entrambi a Verona. Creatività e acribia filologica sono in dialogo sinergico nel testo che segue, nato da un incontro veneziano con Franco Beltrametti, maestro del provvisorio, della cui opera Antonio Porta, in Poesia degli anni Settanta (1979) ebbe a dire: «Ciò che rimane è il senso di una fuga senza fine dall'idea di una morte innaturale, quella fornitaci dalla nostra cultura. All'orizzonte, irraggiungibile, "il lampo verde dell'alba"». 
Si noti il gioco parentetico simile al gioco delle tre carte, dove il tesoro non è mai dove ce l’aspettiamo. Qui il tesoro è l’ammirazione per la figura fuggevole di Beltrametti, che entra ed esce dall’immagine, mossa per onda veneziana e per costituzione d’autore; anzi di entrambi gli autori, che qui stringono sotto il mantello pieno d’aria della medesima lingua viva, coraggiosissima in questi tempi di omologata medietà stilistica.



A Franco Beltrametti
scimmiottato
                                  (Magazzini del Sale, P77)


(e allora) (e allora) (e allora)
(e allora) (Franco) (e allora Franco)
(lesse) (e allora Franco lesse)
(la poesia)
(e allora) (e allora) (e allora)
(la poesia) (e allora la poesia)
(lesse) (Franco) (e allora)

(vestito di jeans: dondolandosi
sulle gambe) cioè visibilmente
incapace di star fermo (voglio
dire): leggendo le storie numero
uno due tre e cappuccetto rosso
(cappuccetto rosso) a vedere
(e cappuccetto rosso a vedere)
il lupo, una volta c'era
che beveva (Franco) acqua minerale
dalla bottiglia traduceva poesie
dall'inglese suonando lo scacciapensieri
che correva fuori (già si capisce
per pisciare) che ritornava dentro
dopo aver pisciato e spariva
di nuovo (incapace di starsene fermo)

e James composti tutti i poemi
di questo mondo permetteva
alla moglie di vendersi la macchina
da scrivere ed Harry con la barba
piena di vento col suo da-dah ra-ra
rain ram chi chi (o forse l'opposto:
insomma voglio dire tutti e tre vestiti
da poeti americani e tutti gli altri
perduti coi loro poemi per
le calli veneziane (e allora) (e allora)
(e allora) (e allora) (e allora)



lunedì 29 settembre 2014

Niccolò Furri


Niccolò Furri, poeta totalmente inedito, ha nel cassetto Senza un buon prodotto o (colonnine infami), un’opera davvero interessante che, liberando la parola al suo destino provvisorio, ce la consegna infettata da alcuni dei presenti più sgradevoli (il sistema bancario predatore, fra gli altri), così che precarietà semantica e instabilità morale diventino tutt’uno. Il lavoro del poeta in questo inedito consiste nel costruire un collage ricavato da innumerevoli fonti (dai bugiardini medici a Rimbaud, dalle informazioni pubblicitarie a Foucault) mettendo in conflitto anziutto la struttura – organizzata verticalmente come uno scontrino o il cippo manzoniano – con il messaggio, per dare forma a un tessuto sconnesso, nevrotico, nato tuttavia, fra le altre, dalla comunicazione persuasiva e apparentemente senza crepe delle agenzie finanziarie. La composizione-scomposizione dei piani, in principio di natura economico-persuasiva, si complica con tasselli di guerriglia urbana e schegge semantiche care a Nanni Balestrini. Direi anzi che Furri è tra i migliori allievi del novissimo, presentando una poesia engagèe, dove la voce narrante schiva il facile ideologismo e rinuncia a farsi riflessione, preferendo montare il molteplice mass-mediale sporcato dalle lingue tecniche legate alla moneta e allo scambio: l’effetto è dirompente, nella misura in cui ci dà l’intreccio imprendibile della comunicazione del potere, con le sue sottigliezze retoriche e la sua violenza implicita. La pestifera colonna manzoniana diventa “colonnina”, ma testimonia ugualmente dell’infamia del grande capitale, che ci tiene alla gogna con il consumo forzoso e l’idea che il capitalismo sia un processo naturale, l’unico praticabile oggi. Furri non crede nemmeno alla possibilità di rivoltare il sistema, di cambiarlo in meglio. Come un personaggio beckettiano, lecca invece una strada disseminata di scorie, ne mostra gli effetti sulla propria lingua dopo il mancato tentativo di digerirle. Urge editore.


nella rete

e quindi sì sì se c'impi
ccassimo coi cuori ricol
mi di centri commerciali
consonante denaro e case
lla vocale ho un sonno u

n suono un cono con sono
quindi consumo i modi di
privatizzare gli utili s
aranno gli ultimi a soci
alizzare le perdite con

numerosi sistemi di vide
osorveglianza per garant
ire la crescita l'equità
e il consolidamento dell
a composizione delle imm

agini dei sistemi di cor
pi senza prezzo corpi sc
ontati corpi liquidati c
onsumati cottisi le pall
e coi cellulari caduti n

ella rete fotografate le
orecchie con lo smartpho
ne lavorare alla dis/int
egrazione del questa è l
a vita degli uomini qua


non crederete davvero di darcela a bere – part. 1 casa

che si realizza integral
mente nello stato in qua
nto siano nello stato lo
stato che vogliamo uno s
tato che torni nemico no

stro ogni concezione del
lo stato lo stato social
e contro il vampirismo d
egli stati membri tra gl
i stati membri su titoli

di stato lo stato italia
no deve farsi parte dell
o stato italiano da part
e dello stato dei princi
pali principi attivi a c

arico dello stato vedi l
a sottomissione nazional
e diretta da parte dello
stato deve spettare allo
stato ad opera dello sta

to di tutte le grandi op
ere da parte dello stato
particolarmente vergogno
sa dello stato nei 18 an
ni di età deve tornare a

d essere un organismo av
ente poteri forti di nat
ura ciò che induce allo
 sfiguramento il divieto
 di creare dal nulla per

uccidere i popoli salvo
 pochi organismi privati
che favoriscano un organ
ismo che controlli essa
deve diventare disgregat

rice della personalità
cannibalizzare anche i b
eni vitali il controllo
totale delle nostre stes
se funzioni vitali per i

mpedire le cause di mort
e per favorire le donne
che preferiscono restare
a casa la morte demograf
ica della salvaguardia d

ella madre che consenta
uno sviluppo organico de
lle ore di educazione fi
sica del 150% in una nat
uralissima palude stagna

nte di pelliccia natural
e è l'aroma contro le co
rruzioni è la base di og
ni organismo sano che pa
rtoriscono è quindi vita



fuffa lirica o sperimentale

in auge una discussione
vecchia il rapporto trav
agliato  dai chierici av
rai la tua sporadica a v
olte anche troppo bene e

il piatto sarà servito c
on tanto di una benché m
inima se tu lo facessi n
on saresti più perché qu
egli altri là scorrono f

iumi siano inconsistenti
siano percorsi già falli
ti sia peggiore o meno i
mportante o viceversa di
crescere e essere vendut

o nell'epoca dei prodott
i in termini di prodotto
senza un buon prodotto o
gni strategia mercatolog
ica ho fatto ho provato

un cartone sia un corpo
omogeneo di tanto in tan
to non dovrebbe essere i
nserita nelle catacombe
e ragionare anche in ter

mini di mercatologia dom
andarsi che cosa i custo
mers vogliano quantifica
re il potere in un proce
sso in termini di potenz

a perché il suo dominio
la regione dell'estasi p
sichica essere un enorme
compromesso le schiere d
i capannoni fatiscenti d

elle costellazioni che s
tanno sopra sulla base d
i meccanismi di caratter
e finanziario per tempi
di produzione a trovare

un'occupazione a involve
rsi a cadere nel silenzi
o in un altro punto di o
sservazione avere una di
chiarata conflittualità




ogni campagna elettorale è sparsa per terra

portami in negozio c'è u
n regalo che vive tra la
gente offre posti di lav
oro corsi di formazione
per pizzaioli per il nos

tro quartiere per quel c
ommercio che noi che sia
maschio per città per i
l nostro bene di dio can
didato che vive batte la

crisi impara e scrivi la
manna non rubare per amo
re meno televisione aper
ta offerta speciale sper
anze entusiasmo energia

il futuro è fatto di tan
ti doner kebab se oggi p
ossiamo cambiare si camb
ia chiama subito posti l
imitati insieme tu ed io

dobbiamo proseguire insi
eme in comune gioca con
moderazione fai vincere
solo per pochi giorni le
persone di tutti i fac s

imile trasparente e di q
ualità una professione c
he non conosce crisi pot
rai chiamarci ogni saba
to pomeriggio per segnal

arci i problemi una scel
ta libera la pizza più p
iù più noi ci saremo sem
pre attenzione parcheggi
o non custodito



Niccolò Furri è nato a Negrar (VR) il 02/02/1981. Precario, ha compiuto studi più o meno regolari tra Bologna e Verona. Una manciata di suoi testi sono apparsi, sotto mentite spoglie, sulla rivista “Argo” e sul foglio di scrittura “Pagina/13”. Selezionato per l'antologia “Registro di poesia #6” di prossima pubblicazione per le Edizioni d'if e segnalato alla XXVII edizione del Premio Montano, è autore del blog il mattatojo n°5 e ha curato, assieme a Le Nevralgie Costanti, la fanzine autoprodotta “Corpus emeticum”.



mercoledì 24 settembre 2014

"La corsa dei mantelli" di Milo De Angelis, dal libro al teatro

La corsa dei mantelli di Milo De Angelis è una grande metafora della giovinezza che non vuole finire.

Luca e Daina, due adolescenti, si misurano con il sottile passaggio all' età adulta.
Sogni, visioni, incubi,ombre, contrapposti a una realtà fatta di giochi, sfide, pericoli, amori, sono incarnati nella figura misteriosa di Sonecka, personaggio proveniente da una terra lontana.

adattamento e regia
Sofia Pelczer
con Viviana Nicodemo, Valentina Mandruzzato, Daniele Pitari
scene Giulia Olivieri
costumi Valentina Bianchi
assistente alla regia Petra Deidda, Giulia Olivieri

dal 30 settembre al 12 ottobre al teatro Out Off 

via Mac Mahon 16 - Milano.

dal martedì al venerdì ore 20 e 45
sabato ore 19 e 30
domenica ore 16


prenotazioni 02 34532140


Scrive Sebastiano Aglieco a proposito del libro da cui è tratta la pièce teatrale:

“Si capisce la grande influenza, almeno riferibile ai tracciati di una poetica, che l’opera di un autore come Pavese abbia esercitato in De Angelis: assoluta negazione di qualsiasi forma di redenzione sociale –  o, quando questa si realizzi, incapace di agire propulsivamente sulla scrittura, su quella visione altra del mondo che la poesia attesta; racconto come favola, epos, in grado di procedere per scarti e grumi germinativi, piuttosto che per andamento diacronico. E, non per ultimo, tragicità declinata nella sua musa più prossima: la malinconia, e cioè quello stato dello sguardo assai vicino all’ignoranza di fronte all’ineluttabilità del precipitare, dell’accadere.

[…]
La ferocia rappresentata dai gesti inconsulti e sadici di Daina bambina e Daina adolescente contestataria, ha senso se si considerano gli ingranaggi di un racconto tutto interno che, svincolato dalla logica delle cause e degli effetti, è invece costruito su opposizioni e affiancamenti di piani narrativi minimi, sulla germinazione stravagante dei sogni –  piani temporali e geografie quasi mai coincidono – . Racconto sognato, forse, in cui è appunto il sogno a farsi tramite del contesto geografico ed esistenziale, liberato da ogni riferimento all’accadere per consequenzialità.”


domenica 21 settembre 2014

Alessio Franzin intervista Vitaliano Trevisan




Vitaliano Trevisan

Alessio Franzin, laureando con il prof. Emanuele Zinato, su "Spazio e paesaggio" nell'opera letteraria di Vitaliano Trevisan, ha effettuato una breve intervista allo scrittore vicentino su questi temi.
Blanc ringrazia Alessio per il dono.


UNA CONVERSAZIONE SUL PAESAGGIO CON VITALIANO TREVISAN

Padova, 26 agosto 2014, Teatro Verdi

Vitaliano Trevisan è puntuale, arriva alle 10 del mattino, come promesso. Chiede di bere un caffè prima di cominciare. Poi saliamo assieme all'ultimo piano del Teatro Verdi, mi fa strada verso l'ufficio del direttore del teatro. Ci accomodiamo e iniziamo una lunga chiacchierata sul paesaggio.

 ALESSIO: Ne “Il paesaggio – dalla percezione alla descrizione”, in un suo saggio Salomon Resnik dice: “Ogni percezione è allo stesso tempo una proiezione sulla cosa percepita. Ogni percezione è dunque intenzionale (Brentano). Percepire è così un modo di proiettarsi su una certa realtà, sintetizzarla e introiettarla e rappresentarla attraverso lo spazio e il tempo.” E poi ancora: Ogni percezione è un'interpretazione intenzionale della cosa.” Per quanto riguarda la percezione del paesaggio lei è d'accordo? Le nostre visioni e interpretazioni del paesaggio sono sempre determinate da un atti intenzionali, voluti?
 VITALIANO: No, non sono molto d'accordo, francamente. Quello che io cerco di fare è non pensare, specie quando cammino. Poi gli stimoli arrivano certo, e io cerco di interpretarli secondo una qualche griglia logica. Questo deriva probabilmente dai miei studi tecnici, mi sono diplomato come geometra. Poteva andare diversamente, avrei potuto diventare un geometra per professione, invece scrivo, è andata così. Oltre che sul paesaggio comunque leggo molto anche di architettura, anche questo forse è un retaggio dei miei studi tecnici. Quando leggo libri o saggi sul paesaggio spesso mi arrabbio, perché mi trovo in disaccordo con chi scrive, specialmente sul tema della percezione. Di questo ho anche discusso con Franco Zagari, un paesaggista molto famoso. A differenza sua io mi attengo al vocabolario: per me il paesaggio è ciò che appare simultaneamente alla vista. Per quanto poi riguarda la percezione, questo non è il mio campo, è più un argomento da affrontare a Scienze della Comunicazione.

 A: L'uomo è da sempre portato in maniera innata a confrontarsi con il paesaggio, a legarsi ad esso e a indagarne i significati. Secondo lei da cosa è determinato questo legame? Qual'è questa forza che ci lega al paesaggio naturale?
 V: Questa è una questione già più complessa. Ormai il paesaggio non è più una questione solo naturale, anche se così può sembrare, ma anche artificiale. E qui entra in gioco molto la cultura del luogo, o almeno credo. Guarda ad esempio le colline toscane o i colli veneti nelle zone del Prosecco. La cultura del prosecco, e la devastazione che provoca, è tutto tranne che naturale. Sì, di base c'è la coltivazione delle viti, ma poi ci sono elicotteri, pesticidi... Il problema è che per definire questioni importanti sul paesaggio, in Italia si saltano gli ultimi sessant'anni, di storia e di cultura. Anche solo per definire l'ideale di paesaggio veneto, si ritorna sempre a Zanzotto, saltando chi è venuto dopo, per quanto importante possa essere. E questa è una negazione della realtà. C'è un grosso sforzo per definire il paesaggio, ma è una sforzo destinato a rimanere vano finché non si smetterà di saltare a piè pari gli ultimi sessant'anni.
La domanda era sul legame con il paesaggio. Il fatto è che questo legame ora è molto legato anche all'immagine. Guarda ad esempio i video musicali di Zucchero o Vasco Rossi, girati in vecchi capannoni fatiscenti. Loro però si guardano bene dal vivere in posti come quelli, in quelle periferie abbandonate. Vivono in grandi ville, lontano da tutto e tutti. E, per uno come me, cresciuto in periferia, è un motivo di grande fastidio.

 A: Secondo lei la parola, quindi il linguaggio, è un buon metodo per raccontare il paesaggio? Ad esempio, secondo Pavese, era un metodo perdente, che finiva per evidenziare il limite umano e provocare una crisi allo scrittore.
 V: Ho avuto un sussulto alla parola “raccontare”. É un termine col quale ho un rapporto difficile ultimamente, perché è sempre più legato alla comunicazione, cioè alla pubblicità. Oggi si racconta un prodotto, un brand. Preferisco parole come descrivere o evocare. Ecco, evocare è forse il termine migliore per descrivere il mio mestiere. Evocare immagini dal nulla. Io voglio fare tutto tranne che comunicare quando scrivo. Ed è la stessa ragione per cui non leggo romanzi, perché ci sento dentro comunicazione e non scrittura. La scrittura però si può usare per realizzare un progetto, come ne I Quindicimila Passi: con la scrittura si può costruire, ad esempio una torre di vetro, in quel caso.

 A: Esiste secondo lei un modo per poter convivere pacificamente col proprio paesaggio? O si può essere in pace solo con un paesaggio che non ci appartiene, al quale siamo quindi meno legati?
 V: Questa è una bella domanda... Ad esempio, un buon metodo per convivere pacificamente con il proprio paesaggio è quello di non vederlo, ed è esattamente quello che fa la grande maggioranza delle persone. La gente non vede il paesaggio. Il modo migliore per vederlo è quello di camminare in mezzo ad esso, attraversando la periferia diffusa; ma nessuno o quasi cammina più, e i pochi che lo fanno sono costretti a seguire piste ciclabili o aree pedonali, quindi non vedono il paesaggio. Direi che la maggioranza della gente vive assolutamente in pace.

 A: Dalle sue pagine traspare un tangibile disagio per il disfacimento del paesaggio veneto. É un disagio che lei sente sulla sua pelle, o è un disagio che immagina comune e del quale si fa solo portavoce?
 V: Il disagio che descrivo è assolutamente personale. É il disagio che sento sulla mia pelle.

 A: É d'accordo che un rapporto maturo e sereno con il proprio paesaggio debba passare inevitabilmente per una fase di crisi? E che quindi una maturazione possa derivare solo dalla crisi, dal dolore?
 V: É una questione difficile... Io credo che fondamentalmente si debba accettare la realtà. E soprattutto non ancorarsi al passato, di cui i centri storici sono un triste esempio.

 A: Lei ha coniato un'espressione: “tristissimi giardini”. Potrebbe spiegare cosa intende con essa?
 V: Io parlo dei giardini del mio paese. L'espressione “tristissimi giardini” è stata usata inizialmente da una scrittrice che conoscevo, per descrivere dei giardini di una periferia che lei non conosceva pienamente. Io intendo dire che sono tristi i giardini standard di oggi, in cui si cerca il più possibile di eliminare la crescita spontanea delle piante. Si tende a creare un unico grande prato, possibilmente all'inglese. Al massimo c'è lo spazio per qualche ulivo secolare. Niente a che vedere con i bei giardini di una volta, che stanno scomparendo. Erano ricchi di alberi, di piante anche spontanee, erano personali, e soprattutto erano espressione di una cultura che si è persa.

 A: Lei vede qualche via d'uscita, qualche soluzione al progressivo disfacimento del paesaggio veneto?
 V: Credo che, come primo punto, si debba prendere coscienza della situazione reale in cui viviamo. Poi, si dovrebbero censire in qualche modo tutte le costruzioni di cui il territorio è costellato. Infine, conseguenza diretta dei primi due punti, si deve smettere di costruire. Abbiamo strutture in abbondanza, e alcune sono anche belle. Non c'è bisogno di aggiungere altro, semmai di togliere.

 A: Ha una parola di speranza o di conforto per chi, come lei, avverte il dolore per la distruzione del proprio paesaggio?
 V: Speranza, in generale, zero. Perché le politiche edilizie del nostro Paese sono totalmente sbilanciate e non sono all'altezza della situazione. Inoltre, c'è da aggiungere che, da Machiavelli in poi, la corruzione è una costante. A tutti i livelli, non solo ai vertici. E questo non mi consente alcuna speranza in un miglioramento.

 A: Le propongo, per chiudere, una specie di gioco: se lei dovesse salvare un solo elemento del paesaggio veneto dal disfacimento, dalla rovina, quale sceglierebbe? Può scegliere un luogo, un paese, un fiume, un albero, qualunque cosa faccia parte del paesaggio che lei conosce e ama.
 V: Salverei sicuramente la “Rocca Pisana” di Vincenzo Scamozzi, che si trova a Lonigo, in provincia di Vicenza. É la mia casa preferita in assoluto.

 Il nostro tempo è concluso. Ci salutiamo cordialmente con una stretta di mano.