lunedì 11 febbraio 2019

Fabrizio Bregoli su Doris Emilia Bragagnini





cerco la nota distorsiva - quella - capace di cancellare il nesso
l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo
[non spero]

scrive Doris Emilia Bragagnini in una delle prime poesie che aprono questo suo libro, a testimonianza di un fare poesia che è soprattutto scrivere della poesia e, per il suo tramite, indagare gli interstizi sottoluce dell’esistenza, scandagliarne un senso, o sperarvi. Claustrofonia è un’opera che si potrebbe definire metalinguistica in divenire se è l’essenza stessa del poetabile ad essere messa in continua discussione, ora come necessità di fare riaffiorare una sua natura ctonia, un che di imperscrutato che cerca voce

Splendeva una stele sotterranea e
fu talpa farsi sorda di clausura
tremando poi – tellurica – nel raggio d’oltremondo

ora come la riappropriazione di un linguaggio altro, tale da consentire l’escissione di tutto ciò che vi è di falso, il canone stesso di una poesia che deve prima sapersi negare per ritornare a un balbettio, una lallazione che sia all’origine del suo ruolo fondativo

ne ho abbastanza di metafore seriali
- catenazione - degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno

Siamo allo stadio zero del dire, quel nulla impresidiato e incubatore di ogni voce possibile, quello dove può esservi concepimento, poesia. Ma quest’ultimo non è un territorio definito, quello di una visione chiara e strutturata che lo sa dire, ma piuttosto uno sfarfallio, intermittenza della parola che cerca di svelare occultandosi, sottoluce dunque, emendandosi dall’inflazione del linguaggio, e così può intraprendere la guerra per la riappropriazione del senso, quasi in un polemos eracliteo dove è necessaria la sintesi fra divergenti prospettive, affermare ed omettere insieme, armati nel rapportarsi con il mondo. Non si può non pensare alle Variazioni Belliche della Rosselli, e sicuramente il fare poesia della Bragagnini, tutto fondato sul conflitto, sulla strozzatura della voce (claustrofonia per l’appunto) che si esplica con una versificazione ordinatamente sovversiva, quasi senza punteggiatura, per accumulazione successiva e dissezione semantica, deviazioni improvvise e deragliamenti logici, crea delle possibili analogie fra le due scritture.

il silenzio chiama tutte le connotazioni belliche
le convoglia in feroci passerotti duri di becco
il miglio perso sulla strada e nel piumaggio goffe vettovaglie

Il linguaggio cessa di essere “la casa dell’Essere” come vorrebbe Heidegger, la poesia è il guardiano di una casa dove ”il muro tace, non risponde più / si lascia guardare angolandosi”, “le parole mancanti quelle – vere - / si fingono morte di uso e consumo”, “resta uno spazio sempre / fra l’essere di ora e la parola”, ed è in questo interstizio, in questo “mondo stretto”, che la poesia può farsi strada, incunearsi nel varco, nel “dispetto conquistato d’alfabeto”. Si tratta di estirpare le inutili stratificazioni corrosive del linguaggio, iniziare il viaggio dalle macerie della Genicht – la nullesia di Celan –, per restituire la poesia a un suo spazio per quanto precario ed equivoco. È affascinante il percorso che la Bragagnini ci propone: la poesia si mette sul banco degli imputati, certa di una colpa che le è già stata imputata, con l’insufficienza delle prove che sa offrire, l’incapacità di ritrovare pur anelandone la strada “un luogo dell’ascolto indisturbato”, la sua impossibilità di dare evidenza al corpo del reato.

Resta la coscienza dello scacco e, insieme, la coerenza del cammino: poesia come etica formale, fede nella dignità della parola, sperimentazione ma senza lo stereotipo di certi sperimentalismi, che hanno tutta la sostanza della retroguardia. Ecco allora che la Bragagnini ci dice: “evito parole così a me uguali da risultarmi ovvia” e ancora irride a certa ostentazione delle parole eclatanti definite “le non comuni porcelle dell’aia” perché non sanno dire “niente del niente che tiene”, proprio quando questo Niente inteso come categoria esistenziale ha messo radici nell’albero stesso dell’Essere, lo ha compromesso fino quasi a renderlo indicibile. Ecco ancora la Bragagnini a certificarlo in questi versi altrettanto espliciti: “continuo a spergiurare di non avere nulla da dire / è così falsa la diceria dell’intelletto / che tento il crederci per volontaria ambientazione”, qui e altrove, dove sembra ricordarci che il male della poesia è in sé stessa, nel tarlo di certa poesia di maniera, anchilosata nei suo stilemi, nella falsità del linguaggio, verosimilari versi per asporto. La poesia di genere è essa stessa un inganno, il corpo diventa feticcio, si svilisce in topos letterario.

Sfuma anche la rabbia parole come stillicidio dei giorni
chiaroveggenze figurate di: vene, slabbramenti agli orli
e silenzio - ombra - vuoto - anima - grumo come
stelle - luna - cattedrali - gabbiani sì, anche loro

mi fanno vomitare
gli spalancamenti sgocciolati, non per voyeurismo di misura
ma nel ventre ripetuto così tanto, oh tanto di tanto in tanto
da perdere diritto di dimora gli organi interni {*femminili*}

Il compito della poesia è invece rivoltare le zolle, azzardare l’assurdo, inarcarsi fino al massimo della tensione deformatrice e necessaria della parola: per questa via si possono avvicinare le nascoste storie cifrate, consapevoli però che le “parole non dette / valgono più di un’aurora di maggio”,  e che si fa poesia “come un foglio sulla bocca spinto dal vento / incollato al posto delle sillabe inevase”. Allora la strada è forse la regressione allo stadio primordiale della parola, prima ancora della sua alienazione in significante, nel suono stesso (si veda in tal senso anche il ricorso all’onomatopea e al bisticcio fino al divertissement), lì dove essa si forma e dove il significato autentico vi resta imprigionato, proprio quello che la poesia sa restituire alla sua musica primigenia, al fiato singultato.

Picchio il rumore dentro l’orecchio
e prego ancora un altro colpo

_ho creduto a Dylan Thomas, all’ordine del topo delle cose
un rumore in costruzione nell’orecchio antecedente il verso
ora – crollo – senza stordirmi valuto il nome, orgia del suono

È significativo infine che l’autrice abbia scelto di affidare la chiusura del libro a un poemetto in frammenti quale “nonnulla da tenere”, ben definito dal prefatore Perilli come un breviario in versi e che noi preferiamo chiamare un libro d’ore a rovescio, un diario sull’inanità del vivere, che non è più un mestiere - con tutto l’affanno che questo termine comportava - come in Pavese, quanto piuttosto un contratto interinale, “ho un’ora di tempo per darmi tempo”, come si denuncia al suo avvio. “Avevo un corpo un tempo lo sentivo contro il vento”, dice ancora l’autrice, alludendo con questo imperfetto al fatto compiuto della vita come vicolo cieco, come se il futuro fosse un passato che abbiamo dimenticato essere già accaduto: ecco allora alcuni termini sintomatici come sinopia, lontananza, inascoltato, kamikaze, che denunciano questo sentire traumatico al quale solo la parola sa dare una sponda, arginare.
Affidiamoci dunque alle parole dell’autrice, ad alcuni di questi ultimi versi per concludere questa nota a un libro senz’altro difficile, a tratti lessicalmente aspro, dissacratorio, mai accomodante e sempre pronto a gettare il proprio guanto di sfida: insomma un libro per coloro che sanno che la poesia è soprattutto ferita aperta da condividere, che il valore sta nella salita più che nella attingibilità della cima, per sua stessa natura aguzza, subdola.

mendico di me le pause tra i pensieri fatti a imbuto
sulla pioggia dei nonnulla da tenere per domani
domani saprò vederli sentirli nominarsi
e si sapranno dire, in questo inesauribile fragore

in fondo sono così belle le stelle
nel blu solare di un giorno che non può vederle




dalla sezione sfarfallii - armati - sottoluce


Sol_a Gratia


cerco la nota distorsiva - quella - capace di cancellare il nesso
l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo
[non spero]

giù nel basso declivi imbarbariti e calmi
una luce così tonda da cingermi nei passi del novembre eterno -
sbaragliando bianconigli facile spogliare il mondo di sentori d’erba
ruminata viva, senza muovermi di un giorno [o suono]




L’amaca fenice


nulla chiama forte da farsi udire, è un movimento sotterraneo
il dispetto conquistato d’alfabeto e ho un piccolo lobo d’orecchio
o forse meglio un lobo piccolo
c’è sempre un modo migliore di dire le cose per esempio
c’è un posto che non so quando dovrei dire quello che c’è
ma che non trovo - lo faccio scomparire

vorrei trovarlo per intero mi manca almeno quanto l’aria
tutta intorno se ci si sveglia nei giorni come crisalidi abbozzate
in un futuro pocket che pesa d’eterno
piccole dosi di massiccia confettura è limacciosa la sostanza
congetturale stringe sugli arti come carta moschicida
ti dondola sul nulla il palinsesto della vita, a favore di vento

il gancio - sospeso -  al diritto d’uscita




La banchina


Se penso la piccola soglia quando fingo di credere vere
le scuse battute come piste, sentieri verso il mio nome
quanto ignorante e infetto suturare la striscia smarrita
come Pollicino ho tentato di filo perduto
smangiucchiato scomposto in percorsi più sciapi

Consegno al tratto il rio del fosso
il salto nel pantano, ho estratto dal fodero la penna stilo
(quella feticcio partoriente pensieri) ho inciso di punta
sperata capace invece era secca, sillabe asciutte
senza solco peso dimora - e - sei tornata nella mente

nell’espressione nella voce nel gesto nel polso piegato, la mano
che mormora il dire la tua voglia di stare quel buio profondo
lo sguardo ritorto all’interno, cieco di chi non crede altro lato
qualcuno



Settima pagina


si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
- catenazioni - degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi - fuori l’estate sigillava i contorni



dalla sezione nonnulla da tenere


certi pomeriggi sono cortine di pioggia dentro un bavero slavo

*

cosa potrei pungere di me
che non abbia già estirpato il senso fin nella più antica cellula
il silenzio chiama tutte le connotazioni belliche
le convoglia in feroci passerotti duri di becco
il miglio perso sulla strada e nel piumaggio goffe vettovaglie


*

desiderio la parola da dire
o bramosia di parole mancanti
questa inutile leggerezza dei pensieri
il vuoto è in alto in basso ai lati e in un dentro
che mi assopisce ogni vivere intatto. pressappoco


*
sinopia disgregandomi
al contrario essere traccia
transitorio è il mare come berbero
assordato dall’azzurro teme il giorno


*

mendico di me le pause tra i pensieri fatti a imbuto
sulla pioggia dei nonnulla da tenere per domani
domani saprò vederli sentirli nominarsi
e si sapranno dire, in questo inesauribile fragore



Doris Emilia Bragagnini è nata e vive in provincia di Udine. Suoi testi sono presenti in alcuni periodici on line e cartacei. Ha partecipato ai poemetti collettivi “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” e “Un sandalo per Rut (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). La silloge inedita “Claustrofonia” è stata premiata con segnalazione al Premio Lorenzo Montano 2017. Il suo libro d’esordio è “OLTREVERSO il latte sulla porta” (ed. Zona 2012).


sabato 26 gennaio 2019

Sergio Zanone su Manuela Cerisara



Il suono nomade
di
Sergio Zanone
- pensieri su Un nome da stella (apuntozeta edizioni), di Manuela Cerisara -


Nome sonoro, il soffio di un flauto chiama le cose all' esistenza: semplice come la magia dell'infanzia, castelli di fiaba sotto cieli di cartone: Chi cerchi, disperato e voluttuoso Pan? Ecco le cose danzare in-esistenza: al di fuori, l'ex-stasi dello sguardo lunare sopra il deserto brulicante di vita: al tuo canto ora, le cose da sotto dovrebbero cantare:

rane desolate perdute
in un sottobosco di stelle

i tulipani scarlatti

ora dovrebbero cantare il liquido colore del mondo; non si scompone, nell'oggi che declinando sorge – così lieveil caos: nessun cataclisma sconvolge l'asse del mondo: stella muschio nord coincidono. In espansione, in circumnavigazione – nonostante lo smembrarsi della memoria - l'ago inquieto della bussola è un amico fedele, segna il ricordo. Sembrano depositarsi leggeri sul terreno i sommovimenti della notte, al canto dei grilli: nell' attesa, uno sguardo all'orizzonte, una domanda:

Sentinella, quanto all' alba, quanto ancora?


Chi cerchi, disperato Pan? Nell'attesa il tempo si dilata, nel riserbo più assoluto - pudico segreto nello scrigno della notte - il cerchio partorisce, si moltiplica: piovono le parole, deposita la polvere (di stelle?)  sulla tovaglia: lasciala così, non togliere le macchie dal velo del cuore, non toccare il campo dei fiori, qualcosa rimane – una parola scampata alla deportazione - profumata, incolta disperazione e rivoluzione. Sconvolge le cose - salvala dalla falce del contadino, dalla mano del vendemmiatore – erotica, con lei ti sei nascosta tra i solchi del campo. Amore antico, amore esuberante, apri quest' uscio, porta fuori la spesa: quanta luce in così poco nella terra di nessuno, sotto il nero mantello delle cose / la possibilità di aprire stanze: le cose, da sotto il buio dei campi a distesa cantano – in questa dimora – ci vengono incontro con il loro nome / non si fermano più, scintillano come lucciole sotto il bicchiere , le cose sono lucciole ( miracolo delle sinestesie),  si capovolge  il loro  destino:

non c' è regola più violata nel dettaglio
l'imprevisto è previsto, la tragedia puntuale


Dagli archi delle persiane il nome sonoro si espande penetrando gli spazi trasparenti, attraversando tramonti leonardeschi del tempo immemoriale: tutto è forse già avvenuto in questa mensa dipinta, oppure deve ancora accadere? Del Pane e del Vino, di Demetra e di Bacco, lo spazio del ricordo o la loro premonizione? L' Enigma: Ogni volta che succede però non diventa più chiaro. Nel presente del cuore in cui il rito assorbe la storia, le maschere sono assenti; “il pensiero in quanto effettività di un luogo che si apre alla presenza ... apertura del luogo che dà luogo a ciò che non ha luogo...  la presenza offerta a una Visitazione che fa la prova dell'invisibile nel suo materno seno” (Jean-Luc Nancy) assurge ad emblema cosmico: visitata / da una luna di passaggio – un cambio di luna già scritto – il segno del bacio è più giù – luna incapace di mentire la distanza / va a prenderla, è esausta – a mezzanotte accadevo/ con l'incantesimo di     luna e stelle e nuvole. Ha scritto Lévinas: “Tale presenza    consiste nel venire  a noi, nel fare  il suo ingresso: il che si può enunciare in questo modo: il fenomeno che è l' apparizione di un Altro è anche viso... l' epifania del viso è visitazione”. «Altro» è  «Tu» e  verrà a riparare il tetto e  la crepa del muro - «Altro»  è l' enigma  da sciogliere, il principio di preghiera ,  “la presenza enigmatica , l' enigma di una presenza reale che   si piega e si dispiega nel piano della quadro”; il suo  incontro con la Samaritana  -  lo porterò sulla testa come un vaso – attua   la liquida  restaurazione   e fusione della duplicità Io/Tu  nell' unità del Sé : che cambia ogni volta / la mia prospettiva dell' esistere ... e persistere persistere ... dolcemente assecondare la fusione / corpo a corpo con il cosmo, parola desueta (attraverso l' erotismo della parola poetica),  a pensarci frazione infinitesima e concorde di (un) Altro.  Imparare la dimensione liquida e circolare, dilatarsi, espandersi come un cerchio nell' acqua: un’onda va dritta al tramonto / va sola come se non avessi avuto un padre/ come se non avessi avuto una madre – la preghiera: slegami, libera il significante  non “dall” ma nell' esilio: rendi   nomade questo mio nome.



Da Un nome da stella


curi con lo sguardo il lombrico sulla foglia
la farfalla più gialla

stella muschio nord coincidono

non si scompone il caos nell’oggi così lieve


***

circumnavigazione delle quattro case
l’ago inquieto riaffiora dagli smottamenti della memoria

si accuccia ai tuoi piedi come un cane
il dettaglio disperso nel trasloco

***

nel riserbo più assoluto biancofiori sul ciliegio
margherite partorite nella notte
giorni lenti a percorrere distanze
treni e cipressi
geometrie sottese

parole come macchie sulla tovaglia

***

       magistralmente non sposti nulla
non sfiori la polvere

       né un pensiero sotto le ciglia

una lettera

una parola scampata alla deportazione

***

non cercare i cedri esplosi d’estate siamo
usciti
dal seminato

spettinati, appena ricomposti dopo l’amore

al colpo di tosse, al segnale
(la traccia di profumo, i fili che
tengono insieme nuvole e vele nel celeste lago)


Manuela Cerisara è nata a Schio nel 1965. Consegue il diploma scientifico e magistrale, quest'ultimo conseguito da privatista. Laureata a Venezia nel 1991 in Lingue e letterature straniere, in particolare Anglo-americano e Tedesco.


lunedì 14 gennaio 2019

Bonsante: esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis? (II parte)



E allargando ancora un po' il discorso, con questo nuovo avvicinamento alla poesia, si può benissimo riscontrare come i due orientamenti, quello poetico e quello filosofico, generalmente tendono a confluire verso una stessa verità, quella appunto della advaita di cui sopra.

E anche qui chiarisco il mio pensiero con un componimento brevissimo, tratto da Bilico pag. 55 in Poesie 1954 – 2004, nel quale, rivolgendomi alla divinità dico:  


La carne è buia e
l'ansia delle reti calate
in alto
ti coglie in qualche morte
di innocente.

Vivo e murato in me.
Destino estremo.


Ecco, da questa lirica si evince che in fondo a noi stessi (e quindi in fondo a tutti) c'è un principio divino che ci desta alla vita (possiamo anche rileggere la primissima mia poesia di Poesie 1954 – 2004: emersi, sorpresi nell'aria...) E se non lo riconosciamo immediatamente (ma questo lo sto dicendo ora che scrivo) è perché un 'io' trionfante e tronfio, obnubila e altera ogni verità profonda: viva e murata in noi.

Ma esponiamo anche un'altra mia poesia (senza titolo) in cui in un impeto poetico, la stessa divinità è chiamata a partecipare a una fulgida giornata estiva:

da Dismisure pag. 64:


In tanto io sono in quanto tu sei con me
Nicolò Cusano

In questo giorno che di sé inonda
tutto il mare e tutta l'estate,
si disgela la tinozza dell'eterno.
Qui, sotto il mio segreto sguardo.

Le cose, al largo,si raccontano in luce
e golfi di luci, vibranti e deliranti.
L'armonia è nell'attimo che, pur brivido,
sembra fermarsi a contemplare.

- Severo diapason della mente
che come treno al palo:
osserva, accoglie, registra.

Ed è l'eterno che, uscito in strada da me,
da te... da tutti... qui, ora,
si lascia cogliere nel suo abito di fuoco
del mezzogiorno estivo.

Ferro rovente del fabbro che batte
sull'incudine. Cuore orfico dell'etere
pulsante in ogni fibra a modellare il cielo
e la terra. Sagace fucina d'un forte narcisistico
specchiarsi. Trasparenza e agio del mondo
liberatosi dalla culla del nulla e
rivelatosi in noi.

E specchiandoci... tutti a bere, anche Dio,
l'intenso fulgore del giorno quando l'anima
e le cose
cantano l'inno-ferita dell'esistenza.

A me non viene in mente alcun accostamento. Spero nell'intervento degli eventuali lettori.


Infine due brevi poesie che sembrano avere latamente lo stesso sfondo pur essendo temporalmente e geograficamente molto lontane:

Terra, monti, fiumi − celati in questo nulla.
In questo nulla − terra, monti, fiumi rivelati.
La primavera fiorisce, l'inverno fa scendere la neve.
Non vi è essere o non essere, non vi è neppure negazione.

Saisho  poesia zen

Saisho poeta zen, astraendosi dall'intelletto, si scopre immerso in un mondo appartato, pacificato. Emerso dal silenzio e immerso nel silenzio. In cui non vale la domanda di essere o non essere. Il tempo è in cammino. Si susseguono le stagioni. E tutto è assorto ed estatico. Si esiste in dolcezza e senza alcun perché. In tanta beatitudine scorre il senso della perennità silenziosa. Operante. Sospesa

A questa poesia zen associo una mia poesia senza titolo, e di due soli versi. Da Iridescenze:


All'alba la mattina si erge
sempre senza nome.


Perché senza nome? Perché l'alba, e tutte le cose e tutti i fenomeni di cui pullula l'universo, se nominati restano catturati e circoscritti dall'io... nell'io... Catturati dalla intellezione. Mentre in sé tutti i fenomeni sono evanescenze effimere aperte a tutte le interpretazioni. Gli indiani chiamano l'apparire del mondo la grande Maya, la grande illusione. Non nel senso della non esistenza di questo fenomeno (l'apparire del mondo), ma nel senso che questo fenomeno può assumere valenze e forme diverse in relazione alla natura e alla sensibilità di chi osserva. Questo avviene perché la realtà, come alcuni fisici cominciano ad asserire (e l'abbiamo già detto), è co-creata dall'uomo. L'alba senza nome significa – per limitarci agli umani – che ciascuno vive l'alba dal suo interno e a suo modo, e arriva fin dove la sua sensibilità lo 'conduce'.... Mentre se nominata, l'alba diventa una cosa tra le cose (nominate anch'esse). Questo distico parla della beatitudine e della infinità del tutto, alba compresa. Spetta a noi – cosiddetti civilizzati e cosiddetti intellettualizzati saper cogliere la sacralità del mondo come generalmente accadeva fino a pochi secoli fa. Nell'alba (così come in altri fenomeni), immedesimandoci, noi possiamo espandere noi stessi. Senza fine. E certamente ritrovare qualcosa di essenziale di noi stessi. Testimoni e fruitori privilegiati della vita, della bellezza. Dell'infinito. 

E ancora due poesie che lasciamo alla sensibilità dell'attento lettore: La prima è di Blake

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
E un Cielo in un fiore selvatico,
Tenere l'Infinito nel cavo della mano
E l'Eternità in un'ora.                                   


Mentre la seconda è mia, tratta da Esperidi:

Ansie che girano nella vagabonda sera.
Siamo tutti l’Aprile d’un mattino che stride.
Osservo nell’occhio del bruco la tempesta dei mondi.
Affidata alle ombre la gioia e il grido dei giorni.



Considerazione finali.

Se pensiamo che tra filosofia e fisica teorica c'è già da un certo tempo, un'innegabile convergenza, ecco che forse la mia idea di poesia perennis può non essere molto audace. Ci sono libri che attestano come già alcuni fisici si occupano di filosofia e come alcuni filosofi si occupano di fisica teorica. Ricordiamo pure che Democrito, il padre dell'atomismo, era fisico e filosofo. Che Parmenide era poeta e filosofo. Che Lucrezio era poeta e fisico dal momento che il pensiero di Democrito non è andato perduto solo perché è tutto dispiegato nel De rerum natura. Che tutti i filosofi presocratici erano essenzialmente dei poeti ma anche dei filosofi etc.  

Concludo dicendo che la poesia, come la filosofia, non potrà mai morire (anche se è morta per il grande pubblico) perché la poesia è il riaffiorare (debordare, traboccare) dell'anima. Al massimo potrà diventare arte di élite, come del resto sono già sia la filosofia che la fisica.

Tutte le religioni, le arti e le scienze
sono rami di uno stesso albero. 
Albert Einstein




Matteo Bonsante è nato a Polignano a Mare, vive a Bari dove ha insegnato nella scuola secondaria superiore.

Per la poesia ha pubblicato:
Bilico, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1986;
Zìqqurat, Centro Stampa 2P, Firenze 1996;
Sigizie (Poesie d’amore), Adriatica Editrice, Bari 1998;
Poesie 1954 – 2004 (libro ricompositivo comprendente i già citati e le raccolte inedite: Esperidi, Nugelle, Prime Poesie) Aliante Editrice, Polignano a Mare 2004;
Iridescenze, Aliante Editrice Polignano a mare 2007;
Dismisure, Manni Editore, Lecce 2010;
Simmetrie, CFR editore 2013 Piateda (SO)
Lapislazzuli, CFR editore 2011 Piateda (SO).Composto prima di Iridescenze ma pubblicato solo nel 2011


Per il teatro ha pubblicato
Caldarroste, Lo Faro Editore, Roma 1981
Dietro La Porta, Tusculum Frascati 1984
Per solo donna, Aliante Editrice, Polignano a mare 2004
Le talpe sono in volo CFR editore 2014 Piateda (SO)
La Marea (inedito)
Il concorso (inedito)

Per la narrativa ha pubblicato due romanzi brevi
Una Linea di Fuga, Adriatica Editrice, Bari 2001
Sperduto, stampa in proprio, Polignano a Mare 2003.