lunedì 14 gennaio 2019

Bonsante: esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis? (II parte)



E allargando ancora un po' il discorso, con questo nuovo avvicinamento alla poesia, si può benissimo riscontrare come i due orientamenti, quello poetico e quello filosofico, generalmente tendono a confluire verso una stessa verità, quella appunto della advaita di cui sopra.

E anche qui chiarisco il mio pensiero con un componimento brevissimo, tratto da Bilico pag. 55 in Poesie 1954 – 2004, nel quale, rivolgendomi alla divinità dico:  


La carne è buia e
l'ansia delle reti calate
in alto
ti coglie in qualche morte
di innocente.

Vivo e murato in me.
Destino estremo.


Ecco, da questa lirica si evince che in fondo a noi stessi (e quindi in fondo a tutti) c'è un principio divino che ci desta alla vita (possiamo anche rileggere la primissima mia poesia di Poesie 1954 – 2004: emersi, sorpresi nell'aria...) E se non lo riconosciamo immediatamente (ma questo lo sto dicendo ora che scrivo) è perché un 'io' trionfante e tronfio, obnubila e altera ogni verità profonda: viva e murata in noi.

Ma esponiamo anche un'altra mia poesia (senza titolo) in cui in un impeto poetico, la stessa divinità è chiamata a partecipare a una fulgida giornata estiva:

da Dismisure pag. 64:


In tanto io sono in quanto tu sei con me
Nicolò Cusano

In questo giorno che di sé inonda
tutto il mare e tutta l'estate,
si disgela la tinozza dell'eterno.
Qui, sotto il mio segreto sguardo.

Le cose, al largo,si raccontano in luce
e golfi di luci, vibranti e deliranti.
L'armonia è nell'attimo che, pur brivido,
sembra fermarsi a contemplare.

- Severo diapason della mente
che come treno al palo:
osserva, accoglie, registra.

Ed è l'eterno che, uscito in strada da me,
da te... da tutti... qui, ora,
si lascia cogliere nel suo abito di fuoco
del mezzogiorno estivo.

Ferro rovente del fabbro che batte
sull'incudine. Cuore orfico dell'etere
pulsante in ogni fibra a modellare il cielo
e la terra. Sagace fucina d'un forte narcisistico
specchiarsi. Trasparenza e agio del mondo
liberatosi dalla culla del nulla e
rivelatosi in noi.

E specchiandoci... tutti a bere, anche Dio,
l'intenso fulgore del giorno quando l'anima
e le cose
cantano l'inno-ferita dell'esistenza.

A me non viene in mente alcun accostamento. Spero nell'intervento degli eventuali lettori.


Infine due brevi poesie che sembrano avere latamente lo stesso sfondo pur essendo temporalmente e geograficamente molto lontane:

Terra, monti, fiumi − celati in questo nulla.
In questo nulla − terra, monti, fiumi rivelati.
La primavera fiorisce, l'inverno fa scendere la neve.
Non vi è essere o non essere, non vi è neppure negazione.

Saisho  poesia zen

Saisho poeta zen, astraendosi dall'intelletto, si scopre immerso in un mondo appartato, pacificato. Emerso dal silenzio e immerso nel silenzio. In cui non vale la domanda di essere o non essere. Il tempo è in cammino. Si susseguono le stagioni. E tutto è assorto ed estatico. Si esiste in dolcezza e senza alcun perché. In tanta beatitudine scorre il senso della perennità silenziosa. Operante. Sospesa

A questa poesia zen associo una mia poesia senza titolo, e di due soli versi. Da Iridescenze:


All'alba la mattina si erge
sempre senza nome.


Perché senza nome? Perché l'alba, e tutte le cose e tutti i fenomeni di cui pullula l'universo, se nominati restano catturati e circoscritti dall'io... nell'io... Catturati dalla intellezione. Mentre in sé tutti i fenomeni sono evanescenze effimere aperte a tutte le interpretazioni. Gli indiani chiamano l'apparire del mondo la grande Maya, la grande illusione. Non nel senso della non esistenza di questo fenomeno (l'apparire del mondo), ma nel senso che questo fenomeno può assumere valenze e forme diverse in relazione alla natura e alla sensibilità di chi osserva. Questo avviene perché la realtà, come alcuni fisici cominciano ad asserire (e l'abbiamo già detto), è co-creata dall'uomo. L'alba senza nome significa – per limitarci agli umani – che ciascuno vive l'alba dal suo interno e a suo modo, e arriva fin dove la sua sensibilità lo 'conduce'.... Mentre se nominata, l'alba diventa una cosa tra le cose (nominate anch'esse). Questo distico parla della beatitudine e della infinità del tutto, alba compresa. Spetta a noi – cosiddetti civilizzati e cosiddetti intellettualizzati saper cogliere la sacralità del mondo come generalmente accadeva fino a pochi secoli fa. Nell'alba (così come in altri fenomeni), immedesimandoci, noi possiamo espandere noi stessi. Senza fine. E certamente ritrovare qualcosa di essenziale di noi stessi. Testimoni e fruitori privilegiati della vita, della bellezza. Dell'infinito. 

E ancora due poesie che lasciamo alla sensibilità dell'attento lettore: La prima è di Blake

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
E un Cielo in un fiore selvatico,
Tenere l'Infinito nel cavo della mano
E l'Eternità in un'ora.                                   


Mentre la seconda è mia, tratta da Esperidi:

Ansie che girano nella vagabonda sera.
Siamo tutti l’Aprile d’un mattino che stride.
Osservo nell’occhio del bruco la tempesta dei mondi.
Affidata alle ombre la gioia e il grido dei giorni.



Considerazione finali.

Se pensiamo che tra filosofia e fisica teorica c'è già da un certo tempo, un'innegabile convergenza, ecco che forse la mia idea di poesia perennis può non essere molto audace. Ci sono libri che attestano come già alcuni fisici si occupano di filosofia e come alcuni filosofi si occupano di fisica teorica. Ricordiamo pure che Democrito, il padre dell'atomismo, era fisico e filosofo. Che Parmenide era poeta e filosofo. Che Lucrezio era poeta e fisico dal momento che il pensiero di Democrito non è andato perduto solo perché è tutto dispiegato nel De rerum natura. Che tutti i filosofi presocratici erano essenzialmente dei poeti ma anche dei filosofi etc.  

Concludo dicendo che la poesia, come la filosofia, non potrà mai morire (anche se è morta per il grande pubblico) perché la poesia è il riaffiorare (debordare, traboccare) dell'anima. Al massimo potrà diventare arte di élite, come del resto sono già sia la filosofia che la fisica.

Tutte le religioni, le arti e le scienze
sono rami di uno stesso albero. 
Albert Einstein




Matteo Bonsante è nato a Polignano a Mare, vive a Bari dove ha insegnato nella scuola secondaria superiore.

Per la poesia ha pubblicato:
Bilico, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1986;
Zìqqurat, Centro Stampa 2P, Firenze 1996;
Sigizie (Poesie d’amore), Adriatica Editrice, Bari 1998;
Poesie 1954 – 2004 (libro ricompositivo comprendente i già citati e le raccolte inedite: Esperidi, Nugelle, Prime Poesie) Aliante Editrice, Polignano a Mare 2004;
Iridescenze, Aliante Editrice Polignano a mare 2007;
Dismisure, Manni Editore, Lecce 2010;
Simmetrie, CFR editore 2013 Piateda (SO)
Lapislazzuli, CFR editore 2011 Piateda (SO).Composto prima di Iridescenze ma pubblicato solo nel 2011


Per il teatro ha pubblicato
Caldarroste, Lo Faro Editore, Roma 1981
Dietro La Porta, Tusculum Frascati 1984
Per solo donna, Aliante Editrice, Polignano a mare 2004
Le talpe sono in volo CFR editore 2014 Piateda (SO)
La Marea (inedito)
Il concorso (inedito)

Per la narrativa ha pubblicato due romanzi brevi
Una Linea di Fuga, Adriatica Editrice, Bari 2001
Sperduto, stampa in proprio, Polignano a Mare 2003.

giovedì 10 gennaio 2019

Matteo Bonsante: Esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis? (I parte)



Pubblico, in due parti, una riflessione di Matteo Bonsante sull'essenza della poesia, mettendo in relazione la propria con quella di una tradizione legata all'ontologia.


Esiste una poesia perennis come esiste una filosofia perennis?

Già da tempo per la filosofia, come è ben noto, è stata coniata una locuzione che comprende convenientemente tutto il senso della ricerca filosofica più alta. Di tutti i tempi e di tutte le latitudini. E cioè la locuzione filosofia perennis. Espressione che sta a indicare come essenzialmente le grandi filosofie di tutti i tempi e di tutte le latitudini, confluiscano, tutte, verso uno stesso compimento (miraggio, conclusione, utopia, verità etc.) che è quello detto della non dualità. In sanscrito questo approdo è chiamato advaita. In termini semplici ciò significa che tutti noi, con i nostri piccoli o grandi 'io', siamo distinti solo apparentemente e solo in superficie. Ma nel profondo e nell'essenza siamo tutti la stessa cosa. Noi e il Tutto siamo una stessa cosa, siamo Uno. Advaita significa non dualità. 

La stessa sintesi – a larghe trame –  crediamo si possa operare per la poesia, creando in parallelo la locuzione poesia perennis. Poesia capace di porsi domande finali tutte confluenti. O meglio poetiche tutte tendenti verso una stessa visione (o quantomeno una stessa tensione) verso il Tutto o verso l'infinito. Il che sembra essere la stessa cosa. Naturalmente non arriviamo a dire che una differente poesia, cioè una poesia orientata diversamente, non possa esistere. Esiste eccome! Un esempio per tutti è la poesia di Prévert. Semplicemente diciamo solo che una poesia tendente, nel corso dei secoli, al Tutto esista e che possa formare quindi la cosiddetta poesia perennis. Tutto qui. L'auspicio è che i lettori di questo blog che condividano questa mia enunciazione (meglio forse dire tentativo), si mettano in gioco dando il proprio contributo per rendere attendibile il parallelo che stiamo delineando tra la filosofia perennis e la poesia perennis. A questo scopo ho seguito il seguente criterio: scovare poesie, anche remote, orientate nel modo detto ed accostarle a poesie recenti o addirittura a proprie poesie per certificare la perennità di questo orientamento poetico. Propongo questo criterio nella speranza che anche altri poeti, o semplici lettori di questo blog, lo seguano. Con questo procedere coralmente, potremmo delineare in modo credibile ciò che abbiamo chiamato poesia perennis. 

Diciamo subito che poesie idonee a puntellare il nostro tentativo si trovano in tutti i tempi e in tutte le latitudini. A larghe falde possiamo affermare che poeti così orientati si trovano in area islamica (Rumi, Omar Kajan …) in ambito indiano si va dai grandi Rishi delle Upanishad a Tagore etc., in ambito estremo orientale troviamo poesie taoiste e poesie zen. In ambito europeo: Dante, Leopardi, Montale, Baudelaire, Blake, Hörderling, metafisici inglesi Pessoa e tanti, tanti altri che via via saranno certamente segnalati da vari lettori. Crediamo pure che generalmente la grande poesia sia comunque sempre rivolta al Tutto.

E cominciamo subito a esemplificare comparando alcune liriche recenti con liriche remote e meno remote, come sto per fare. E sono costretto però a citare la mia stessa poesia sia perché è quella che conosco meglio, e sia per invogliare altri poeti che possano, con i loro stessi testi, contribuire a rinvigorire questa mia tesi.

Ed ecco, di seguito, alcuni accostamenti (spero non arroganti. Non altezzosi).

Consideriamo Leopardi e la sua poesia più nota l'Infinito. Su questa poesia non dico niente perché è stato detto tutto e più di tutto. Avvicino a questa famosissima lirica (absit iniuria verbis!) la mia poesia Cosmo di pag. 145 da Zìqqurat, raccolta confluita nel mio libro ricompositivo poesie 1954 – 2004, lirica che riporto di seguito:

                                                               
                                                                 


COSMO


In fuochi e bende, eterno deliqui di
neonato. Ti tendi nell'esplodere di notturne
danze.
              - Mi assorda il coro e il caos
                dei tuoi infiniti numeri.

Sei altalena, buio, vagito, estate.
Mente che si sfrangia nel tuo ventre.

Esilio.

               - la casa e il cane
                 in una visione sghemba del tuo
                 centro.
 


A un attento esame, possiamo accorgerci che questa poesia altro non sia che il rifacimento dell'Infinito di Leopardi, con una visione più moderna della realtà cosmica. Posso onestamente affermare che, quando ho composto questa lirica, di non aver tenuto presente – almeno coscientemente – la lirica di Leopardi. Dico più moderna, solo per il semplice fatto che questo mio componimento è stato scritto 150 anni dopo quello del recanatese. E quale è la differenza tra i due sguardi sull'oceano infinito della vita? La differenza sta nel fatto che Leopardi innanzi alla 'infinità del cosmo' dolcemente naufraga, con un senso di abbandono religioso. (Di questi momenti lirici ce ne sono altri che smentiscono il Leopardi filosofo), mentre nel nostro sguardo, c'è la rivelazione e l'affermazione che il centro dell'infinito cosmico altro non sia che la coscienza umana (la casa e il cane...), anche qui c'è un senso di vaga religiosità capace di testimoniare e accogliere l'infinità, senza naufragio dell'io. Un io che si sente poeticamente centro vivo e palpitante dell'infinità. Del resto la fisica di questi ultimissimi tempi attesta che l'intero Cosmo non è che co-creazione della coscienza umana. Ma qui si aprirebbe un diverso sentiero che ci porterebbe molto, ma molto lontani, dal viottolo che vogliamo percorrere].

Non so come sarà accolto dai vari lettori del blog questo mio accostamento e questo mio argomentare.

Adesso cerco di precisare meglio quello che intendo, con un’altra lirica di poesia perennis (inserita cioè in un alveo di comune tensione e ricerca). Tutti ricordiamo il bellissimo ultimo verso di Baudelaire tratto dalla lirica Le Voyage, dai Fiori del male: 

A soi même    

Ô Mort, vieux capitaine, il est temps ! levons l'ancre !
Ce pays nous ennuie, ô Mort ! Appareillons !
Si le ciel et la mer sont noirs comme de l'encre,
Nos coeurs que tu connais sont remplis de rayons !

Verse-nous ton poison pour qu'il nous réconforte !
Nous voulons, tant ce feu nous brûle le cerveau,
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu'importe ?
Au fond de l'Inconnu pour trouver du nouveau !

Ed ecco la mia poesia in continuazione, oso dire (anche qui absit iniuria verbis!, ma di tutt'altro timbro, di tutt'altro tono e certamente più tenue e lieve, della poesia di Baudelaire, tratta da Lapislazzuli CFR edizioni 2011,  pag. 124 

Lasciarsi andare... Attraversare
astri e numeri senza più ancora
né sostegni. Sibilare su giorni inabitati,
senza indicazioni. Credere fortemente
che in fondo all'Ora c'è la pacificazione
e alto spazio e vanto. Non girarsi indietro.
Perché il mondo e i suoi arcani
volano con te. Circolarmente con te.
Verso una più ampia tavolozza
di giorni, di sogni e di colori.

A me sembra che questa poesia sia il prosieguo della lirica di Baudelaire. Laddove Baudelaire tenta il balzo nell'Inconnu, (scritto con la maiuscola), qui il balzo non solo (poeticamente) è compiuto, ma è anche annotato, descritto, esposto direi. Reso plasticamente percepibile. Il possibile lettore condivide? Chissà?!

E accostiamo ora una poesia di Archiloco intitolata Eclisse – un testo che risale a oltre 2700 anni fa circa – a una mia poesia che porta lo stesso titolo. Poesia questa del nostro tempo e del nostro sentire, scritta nei primissimi anni sessanta del secolo scorso. Leggiamo:

Archiloco ECLISSE


Non c’è nessuna cosa inattesa né scongiurabile né meravigliosa,
quando Zeus, padre degli Olimpi, fece notte da mezzogiorno
nascondendo la luce del sole che brilla. Il timore umido
scese sugli uomini.
Dopo questo tutte le cose per gli uomini sono credibili e spettabili
nessuno fra voi guardando si meravigli, neppure se le fiere con i delfini
si scambiassero il pascolo salmastro e le onde riecheggianti del mare
diventassero più graditi della terraferma a loro, e agli altri inabissarsi nel monte.

Ed ecco di seguito il testo della ECLISSE diciamo dei nostri giorni

ECLISSE.

Un sudore di paura ha imperlato gli uomini.
 Ormai tutto potremo credere possibile.
 Archiloco.


Nel raglio d’asino, carica di festuche, la terra
si inarca nella sua eclisse. nel fresco piegarsi
del giorno.

Eclisse.

Il vento si insinua radente all’aprirsi del-
l’aria.

Restiamo sul bilico di un più ampio respiro.

Eclisse.

Incontinenza tra cupole che girano senza domani.

E c’è odore di pietra, odore di zolfo, odore
della forma più pura delle altezze... su vasti tetti,
nella grande cisterna che – fucina di sghembi balconi –
gira in vapori di assenzio e giusquiamo.

Fiordi di pittosporo illanguidiscono estreme
opalescenze.

E la pietra schiaccia la pietra. Il volto ricerca il
volto. La foglia d’acanto della felicità, chiusa nel
gelo della sua purezza, ha forma e misura di domani...
Su vasti tetti.

Eclisse.

Sospensione del desiderio.

Maree notturne in schiocchi di scalmi hanno
squassato l’ufficio legale del giorno. Nei soppalchi
di cristallo i guardiani del silenzio dischiudono
scalee nelle assenze. Il dito sulla bocca.

E tutto è immobile contemplazione
tra secchi ricolmi di bianco latte.

– Riformuleremo nuove certezze sulla sintassi dei
cieli con nomi e sestanti d’alito?

Eclisse.

Il grande Tiresia – signore di molte stagioni – ricco
di squame, ha coperto con neri montoni le sue
meraviglie. Ci porge in dono la notte – il fondo
buio del cuore – e voci d’ombra.
E già i conciatori di pelli e i cacciatori di tigri
gridano da riva a riva. Si accalcano
i seminatori d’orzo. Squillano i metalli delle
ellissi e l’istante, lento e incombente (insondabile)
è tutto nel peso della sua presenza... su vasti tetti.

Eclisse.

Scienza dell’anima.

Scivolerò con rude arte nelle piramidi di
un’antica cabala. Nella forma più pura
del sorgere delle stagioni. Più vaga della esalazione
del fiore nel suo marcire. Più fonda
della esaltazione dei venti sui loro fragili steli.
Tra sete e canto.

(Spore del desiderio – guardinghe nella loro cipria –
si sfaldano in uve nere. Arcipelaghi di corrusca
saggezza vagano in fiordi di salgemma per formare
con le campanule del temporale il cuore del corallo
 marino). Il cielo è nelle acque.

Eclisse.

L’occhio del rapace squilla lungamente sui balconi
del mondo.
Si alza il vento.
Sulla terra.

                                  *

A un attimo dal nulla il domani resiste.

Come è ben evidente, il bellissimo testo poetico di Archiloco è volto tutto alla grande paura e al grande sbalordimento che generava l'eclissi soprattutto in epoche molto lontane. Nella mia poesia c'è generalmente questo senso della meraviglia ma, prendendo le mosse da tanta meraviglia, si eleva (ripeto 2700 anni dopo, e dopo la rivoluzione scientifica del 5/600 e quella del '900) a visioni molto nuove e precorritrici di tante scoperte che sarebbero via via venute, come ho già detto. 

Questa poesia giovanile è stata composta, nel lontano ahimè 1961, in occasione della eclissi totale del febbraio di quell'anno. In questa poesia c'è l'apparizione e il dispiegarsi di un cosmo in-percepito dagli stesso studiosi. I buchi neri, le energie oscure, le masse oscure etc. verranno dopo).

Questa lirica può essere ascoltata su YouTube digitando il mio nome e cognome nella barra di ricerca di YouTube. Nel filmato n° 3  [a 3 minuti e 15'' dall'inizio]. 

E lasciamo ai lettori l'eventuale commento di assenso o di dissenso a questo mio dire.

[la seconda parte Lunedì 14 gennaio]

martedì 18 dicembre 2018

Rosa Salvia su Beppe Salvia



Per le Edizioni Via Del Vento, nella preziosa collana di testi inediti e rari del Novecento a cura dell’editore Fabrizio Zollo, fresco di stampa è il volumetto n. 83 I pescatori di perle. Raccoglie un racconto già edito e due prose inedite di Beppe Salvia che ci consentono di conoscere ulteriormente il poeta lucano pian piano scoperto ed apprezzato solo dopo la morte.

Desidero proporre una mia nota di lettura prima di trascrivere la riflessione critica di Pasquale Di Palmo, profondo conoscitore della poesia di Beppe Salvia di cui si è occupato ampiamente anche in passato pubblicando con le Edizioni Il Ponte del Sale l’antologia “I begli occhi del ladro”.
Il racconto I pescatori di perle si apre con queste luminose parole: “I pescatori di perle di Porto Haye sono i più felici uomini al mondo. […] In primavera tutta la costa festeggia il raccolto delle perle. E le ragazze, piccole ma belle e chiare di pelle, sposano i ragazzi […]”.
Al contrario, i personaggi che seguono, primo fra tutti il napoletano Daniele, accennati, con pochi, rapidi tocchi e con eccentriche connotazioni realistiche, sono accomunati dal segno di una incompiutezza palese o nascosta, straniti nel mondo, malinconici o apatici. Ma al di là di questo voluto ‘chiaroscuro’, conta l’atmosfera, contano gli ambienti e la ‘fabula’, la stessa vicenda narrata, nel cui tessuto spiccano frammenti descrittivi di un iperrealismo allucinatorio, onirico. Salvia decostruisce la realtà, la notomizza, affonda nell’inconscio. Egli è consapevole di scavare nel profondo, e allo stesso tempo conserva una purezza ingenua. La sua esperienza estetica e la sua creatività lo spingono a restare all’oscuro, quasi in un cono d’ombra fra l’amore per la natura e la bellezza e la paura e il timore della morte che aleggiano negli uomini e nell’aria. “Così dunque s’annuncia la tempesta nei lembi scrupolosi d’una giacca appesa ad una seggiola in cabina, e nel vestito grigio di Destri, e nell’occhiale. Allora come un fosco silenzio prenatale cova e ribolle nelle viscere, geme e s’infuoca verso orizzonte. Il più lieto degli dei s’è assentato. E credo ci sia sempre qualcun altro nell’istante della morte estrema a spogliarci della nostra propria vita. Daniele non ha pace, va e torna e scende e sale, ma è così ed è un fatto. Ma è così e questo è stato fatto”.

Il giovane scrittore costruisce infiniti specchi nei quali raddoppia la sua immagine e vi si lascia fluire anche attraverso le due figure femminili, diverse nel nome (la bellissima moglie Ester che lo accompagna nel viaggio a Berlino e l’amica Bella nel racconto Inverno) ma fugaci e aleatorie nel mondo e nel modo nei quali pure Salvia è costretto a vivere.
“Dispensatore di perle”, come Pasquale Di Palmo lo definisce, Salvia sfugge all’omologazione, al conformismo, alla norma, al pensiero incastrato in abitudini, attraverso la scrittura misteriosa e necessaria che gli consente di comunicare con sé stesso e agli altri e ‘a nessuno’ la sua ribellione e la sua passione.
L’uomo Beppe si eleva, allo stesso tempo, differenziandosi, e trova la sua raison du coeur: esiste solo in quanto differenziandosi.
Appare al contempo un metafisico del cuore e del quotidiano.
Succede così che i virtuosismi e le preziosità della lingua servano a velare, con la dignità di una mediazione coltissima, le pulsioni più oscure e le situazioni più crude.
Nel racconto Berlino, vagamente autobiografico, lacerti del quotidiano, oggetti usuali riprodotti con maniacale precisione, acquisiscono, disancorati da riconoscibili coordinate spazio-temporali, significati tra il sempre uguale e il nuovo che appare e scompare. La profonda intimità del regard familier (Ester incinta, i soldi che mancano) si piega alla pochezza, del reale, ci conduce fin dentro l’indifferenza di una Berlino fredda e inospitale. “E a Berlino ci arrivammo in ottobre, faceva già molto freddo. E il primo dei nostri rifugi fu una cabina telefonica, in una strada buia di periferia. Là facemmo l’amore e un topo nel frattempo rosicchiò un angolo dello zaino. Lo rattoppammo in un caffè, dove passammo quasi un’intera notte …”; “Ester non si alzò dal letto per tutta la giornata, e anche per altri tre quattro giorni. Di giorno spostavamo il letto accanto alla finestra e lei guardava fuori per ore. Berlino l’immalinconiva. La notte mettevamo il letto contro la parete della porta, perché là dentro passavano i tubi del riscaldamento.”
Si proietta all’occhio una realtà tediosa e desertica. La voglia di dire sì alla vita urge, ma, allo stesso tempo, la stanchezza e la sfiducia le fanno da resistenze impietose: si crea allora, come anche nel racconto Inverno (nella raccolta poetica Cieli Celesti sono i bellissimi versi “Inverno dello scrivere nemico”, come precisa lo stesso Di Palmo), un susseguirsi incalzante di immagini ad un ritmo a corrente alternata in una sorta di specchio contro specchio a moltiplicare all’infinito.
In Inverno, ciò che fa da sfondo è il rigido dicembre prossimo alla malinconica fine d’anno del borgo natio in cui “la neve intorno, assenza d’ogni cosa, era incantata lavagna”.
Qui da ragazzo Salvia viveva i suoi giorni più belli, “non i felici tra i giorni ma le perenni ore del cuore”.

Il cuore assume allora forma di pendolo, oscillante nella dialettica fra il corpus femminile (la voluttuosa e fuggitiva Bella con la quale “Rimanevamo uniti sotto il cielo. E sulla terra provvedevamo a sognare il mondo che non torna agli uomini.”) e la mens maschile che prova a districarsi fra memoria, sogno e riflessione, attingendo ora a un più severo piano di negazione dell’io, ora a un amoroso e crudo faccia a faccia con la vita e con i suoi confini. “Ma noi prossimi al desiderio noi amanti sconosciuti l’uno all’altro dovevamo essere l’animale e il dio, passare le sbarre, crescere in noi la sapienza, la vergine forza che ogni volta genera in un mondo vuoto la vita.”

                    
   Dalla Prefazione di Pasquale Di Palmo a Il dispensatore di perle

I pescatori di perle è sicuramente la prosa più risolta ed elegante. Venne composta nel 1984, apparve postuma nel n. 36 di ottobre-dicembre 1990 della rivista «Nuovi Argomenti» e successivamente fu inserita nell’antologia, curata dal sottoscritto, I begli
occhi del ladro (Il Ponte del Sale, 2004). Il frammento Berlino e Inverno risalgono al 1981 e risultano inediti; Inverno è il rimaneggiamento di un testo allestito qualche anno prima e successivamente perduto, sorta di reminiscenza infantile sulla sua città
natale. Per la nostra edizione ci siamo basati suidocumenti messici cortesemente a disposizione dal fratello, il pittore Rocco Salvia: si tratta di copie di manoscritti e dattiloscritti che presentano qua e là alcune lacune o parole di difficile decifrazione.
Questo trittico ci permette di rendere omaggio, ad oltre trent’anni dalla scomparsa, ad un autore che seppe districarsi con estrema raffinatezza tra poesia e prosa. Il suo stile ha una compostezza di taglio classico, corroborata dal frequente ricorso ad arcaismi e termini aulici. Vengono in mente, a tratti i modelli delle Operette morali di Leopardi, non a caso citato nei Pescatori di perle, e di Landolfi, a cui Salvia dedicò una breve prosa, intitolata La cappella Landolfi a Pico, emblematicamente apparsa nello stesso numero di «Prato Pagano» in cui figura anche il racconto Un uomo buono le sue dolci colpe. Qui abbondano le descrizioni della provincia meridionale che ricorrono anche, con intenti palesemente dissacratori, nell’opera dell’autore di Rien va. Ci sono inoltre parecchie analogie con le tematiche presenti nei testi poetici, a cominciare da Inverno che non può non far pensare alla lirica e alla prosa eponime proposte in Cuore (cieli celesti) o all’Inverno dello scrivere nemico, come si intitola la sezione iniziale della stessa raccolta, quasi ad evidenziare una dimensione spirituale che rimanda all’explicit della sua lirica più famosa: «Sembra d’aver / qui nella casa un’altra casa, d’ombra, / e nella vita un’altra vita, eterna».

domenica 2 dicembre 2018

Elio Grasso su Nanni Cagnone



Nanni Cagnone, Le cose innegabili, Avagliano Editore, Roma 2018


Prodigo Cagnone, negli ultimi anni, a rendere ragione di una traversata non esauribile e poco rapportabile, per fortuna, a gran parte della produzione poetica contemporanea. Senza offesa per alcuni esercizi (evitando limiti generazionali) a cui occorre avvicinarsi, senza troppi dubbi né incaute censure. Ma qui è un’altra storia. E la storia andrebbe verificata, quanto meno, nella imprescindibile e dilettevole biografia pubblicata di recente presso Coup d’Idée: Dites-moi monsieur Bovary. “Basato su una storia vera”, precisa l’autore, e dove hanno sede gli “inevitabili”. Inevitabili sono appartenenti a una fauna dove s’incontra di tutto: chi tenta di ridurre i grafici della poesia a mero copyright e coloro che si trovano emigrati nella scrittura come vi fossero accalcati dalle ruspe. Cagnone, da molte decadi ormai, manda a farsi fottere spintonanti e spintonati. E non facciamoci troppe domande sul perché e sul percome. Affari suoi. Se non fosse che molti di questi affari concernono la poesia e quanto consideriamo, a torto o a ragione, su di essa. Il suo pensiero, a tal proposito, lo troviamo raccolto nell’imprescindibile Discorde. Quel che pensiamo noi sui versi di Cagnone, divulgati negli ultimi anni, andrebbe ponderato con saggia cautela, e con prodigalità di tempo a disposizione. Ci sarà modo. Per ora può bastare affermarne l’accadimento, poiché sono numerose le pubblicazioni giunte nell’ultimo decennio. Una di queste uscì in forma di strenna degli amici presso le edizioni della Galleria Mazzoli di Modena. Anno 2010, settantuno stanze con traduzione a fronte di Paul Vangelisti, amico americano di Cagnone, oltre che poeta lui stesso (e di gran valore) e legato in anni imbevuti di sanguigna mitologia a Adriano Spatola. Altre epoche, non addomesticate. I settantuno testi, Le cose innegabili, leggermente rivisti sono proposti oggi dalla collana di poesia di Avagliano. Azione da mettere in evidenza, accogliendo il fatto che la raccolta ha posizione egemone nella recente ricerca poetica dell’autore. Innegabili dunque sono le cose attraversate da radiazioni penetranti o scontrate con discreta forza, ma innegabili sono pure le singole poesie disposte. Classicità aristocratica, critiche individuali, apparizioni poco inclini al setaccio, orditi sgualciti dal tempo eppure commossi da nuovo indagare, tutto finisce nell’oggettività fulgida del libro. Lasciando perdere le contemplazioni impotenti, Cagnone replica orgogli e ricchezze affettive senza alcun impulso di resa, giammai vi fosse stato un fugace pensiero, e avviene che prodigi e grandezze stiano ben presenti all’eventuale fastidio (“Neppure la grandezza è esente da noia: e questa resta tale anche per chi riesca a giustificarla”: Discorde). Raggiungere un’età non offre esenzione dall’inclemenza delle polveri: rese abbondanti dai morti definiscono profili non lieti. A Le cose innegabili possono altresì collegarsi immeritorie fabbriche umane, piene di cretini, da sempre visualizzati da Cagnone senza mezzi termini. Costoro lo additano come “accordatore” rompiscatole. Ligure è, Nanni, stimandosi spesso ostaggio di altri lidi. Le diatribe mentali del popolo di Liguria, regione anche mia, lo portano lontano dal mare – ed è lì che si rianima, in foreste e in mezzo a mostri. Vita scomoda, riesumata in libri come questo, e nei successivi Tornate altrove e Ingenuitas, includendo i racconti “etnici” di Cammina mare. L’invincibile poesia continua a vestire gli anni del ligure di Carcare, lei stessa dotata di abiti conoscibili e tuttavia remoti: da Eschilo (l’Agamennone ha sciupato diversi astanti) in poi vediamo fierezza talvolta ostentata e talvolta addolcita d’affetti sicuri, vertiginosi intrecciati versi da accordare sulle cose. Cose mai scoraggiate dall’inesausta profondità a cui tutti siamo richiamati: è innegabile.


Elio Grasso



I
Non sarà l’annuvolato cielo,
né il difettoso patto,
a tralasciare uno dei due
su mulattiere d’infanzia –
saremo noi, senza fretta
in un istante, contenti
d’assordarci e guarire.

Eravamo pretendenti,
poi spericolate serietà
di cui nessuna
attenta a uno spiraglio,
solo un trasalire di colori
in falso lume.

Noi come siamo
ora, noi che siamo
distanziato sogno.


IV
Ed ora, perché
meravigliare d’altri suoni
il prato notturno? Laggiù
sanno quel che devono,
senz’invidia d’accadere,
laggiù si giace in molte lingue
(nessuna grammatica però,
né scontentezza di legami),
accanto a uno strepito d’acqua
che nei secoli
afferma la floridezza –
lei, l’incompresa.


V
E un giorno
non si resiste più
ai particolari: l’intonaco
ancora screpolato
qui, l’esclamazione
d’un libro accantonato,
quell’insistere d’ombre
verso il buio. E noi,
alberi sfrondati, ignari
dell’abbondanza del disegno
e minuziosamente asserviti.

Anomalìe – tra selci
e amuleti, respinti doni.


VI
Andando senza moto,
intimamente,
e correndo ai ripari
quando sgualcito il tempo,
facendo nascondiglio
nel condiviso mondo
così docile a nostre figure,
che alla burlesca fa ritorno
lungo i sogni. Andando
per impuntarsi di colpo,
impigliarsi, nell’ordito
che non dipende da noi,
nella pretesa saggezza
di nostre disfatte.


X
Addietro, ove per tempo
l’antagonista delle lontananze
addomesticò il vuoto,
quante cose custodite
che non sono, esuli in serre
che non han stagione.

Quel che germoglio qui,
non mai disfatto –
per indolenza di fioritura.


XIII
Questo lento inverarsi non è il mio,
che saprei precipitare il mondo
come un disastroso condottiero,
almeno incontrando cose
invece di guardar avanti
se sopravvivano a loro stanchezza –
le cose innegabili, esordio senza sigillo
il cui adempimento richiede il tu,
temerario ornamento dell’io.


XVI
Alle radici, da ragazzo,
preferisco il culmine
dei cedri, che – si dice –
svettano e più volentieri
oscillano, quando
a commuoverli
il vento di ponente.
Quel verde approfondito
che di notte si fa
incompiuto nero
è l’insegna di pochi
che non fan ritorno,
se lasciarono una terra
che sanguina legami.


XXV
Pinus halepensis
alto alla scogliera, solo
e non nel periodare del bosco.
Poi, su lo stanco viottolo,
un fanale. Tenendo a mente
come in basso agisse il mare,
riguardi il tratto
ruvidamente schiarito
che dice il primitivo rossore
della terra.

Passi senza cognizione
tra cose variate
che si eguagliano,
guardandoti bene
dal far domande.


XXXI
Vegliare accanto ai solchi
ove semi insonni maturano
senza rumore, senza sognarsi
spighe, poi andar via,
orme superstiti
su rovesciate zolle, simili
al coltivatore dell’inverno,
orfano di terra, che inutile
andrà verso una casa
come farebbe la grandine.


XLIV
Al fine, scrivere la storia
delle cose minute –
la vicenda d’un pettine
ai capelli
o il culto delle scaglie
di madreperla.

È tempo di destarsi
per consistere
nell’ardua interezza
dei frammenti:
è qui che si viene vinti –
un vetro offuscato,
un appuntamento
con la polvere.


XLIX
La macchia d’inchiostro
conviene al foglio scritto,
racconta cose
che accadono fuori,
più individuali
di quanto si creda,
e la premura d’una gomma,
il suo rimedio, è un’altra
quotidiana servitù.

Quante cose ci vogliono
per far di noi
qualcosa di semplice?


LX
Anni invernali, da cui
per falsamento di luce
non si vede la soglia.
Uno di noi, cullato
e già rimpianto
da dolenti stridule parole,
riconosce infangate
le sue scarpe.


LXIII
Cose scartate
avranno in altra vita
rinomanza, vita a dirotto
senza teologie senza preamboli,
non altro che intridere vegliare
lasciarsi mescolare,
e veder folgorato il restìo.
Smarrirsi, una volta sola,
nel vecchio fruscìo radiofonico
di quando
non scarseggiava la distanza.


LXVI
Quasi ottant’anni –
poi, curvando il tempo,
rivedi la via, se non la casa,
dell’origine. Via
senza vagiti, silenziosa.
Molti vi saranno morti
nel frattempo, a sminuire
la tua pretesa, rammentarti
che non c’è rispetto
tra nascere e morire,
e non si fa amicizia
con l’intermedio vuoto.


LXXI
Nello sguardo
di chi si ferma
e non saluta il qui,
stremato il divenire.

Poi, nel tempo fra gli anni,
frastuono di fiumi sotterranei
e orme di terra sui pensieri,
e tutti questi libri da sfogliare
da non lèggere, perché
corroso contorno del cuore.


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