domenica 21 settembre 2014

Alessio Franzin intervista Vitaliano Trevisan




Vitaliano Trevisan

Alessio Franzin, laureando con il prof. Emanuele Zinato, su "Spazio e paesaggio" nell'opera letteraria di Vitaliano Trevisan, ha effettuato una breve intervista allo scrittore vicentino su questi temi.
Blanc ringrazia Alessio per il dono.


UNA CONVERSAZIONE SUL PAESAGGIO CON VITALIANO TREVISAN

Padova, 26 agosto 2014, Teatro Verdi

Vitaliano Trevisan è puntuale, arriva alle 10 del mattino, come promesso. Chiede di bere un caffè prima di cominciare. Poi saliamo assieme all'ultimo piano del Teatro Verdi, mi fa strada verso l'ufficio del direttore del teatro. Ci accomodiamo e iniziamo una lunga chiacchierata sul paesaggio.

 ALESSIO: Ne “Il paesaggio – dalla percezione alla descrizione”, in un suo saggio Salomon Resnik dice: “Ogni percezione è allo stesso tempo una proiezione sulla cosa percepita. Ogni percezione è dunque intenzionale (Brentano). Percepire è così un modo di proiettarsi su una certa realtà, sintetizzarla e introiettarla e rappresentarla attraverso lo spazio e il tempo.” E poi ancora: Ogni percezione è un'interpretazione intenzionale della cosa.” Per quanto riguarda la percezione del paesaggio lei è d'accordo? Le nostre visioni e interpretazioni del paesaggio sono sempre determinate da un atti intenzionali, voluti?
 VITALIANO: No, non sono molto d'accordo, francamente. Quello che io cerco di fare è non pensare, specie quando cammino. Poi gli stimoli arrivano certo, e io cerco di interpretarli secondo una qualche griglia logica. Questo deriva probabilmente dai miei studi tecnici, mi sono diplomato come geometra. Poteva andare diversamente, avrei potuto diventare un geometra per professione, invece scrivo, è andata così. Oltre che sul paesaggio comunque leggo molto anche di architettura, anche questo forse è un retaggio dei miei studi tecnici. Quando leggo libri o saggi sul paesaggio spesso mi arrabbio, perché mi trovo in disaccordo con chi scrive, specialmente sul tema della percezione. Di questo ho anche discusso con Franco Zagari, un paesaggista molto famoso. A differenza sua io mi attengo al vocabolario: per me il paesaggio è ciò che appare simultaneamente alla vista. Per quanto poi riguarda la percezione, questo non è il mio campo, è più un argomento da affrontare a Scienze della Comunicazione.

 A: L'uomo è da sempre portato in maniera innata a confrontarsi con il paesaggio, a legarsi ad esso e a indagarne i significati. Secondo lei da cosa è determinato questo legame? Qual'è questa forza che ci lega al paesaggio naturale?
 V: Questa è una questione già più complessa. Ormai il paesaggio non è più una questione solo naturale, anche se così può sembrare, ma anche artificiale. E qui entra in gioco molto la cultura del luogo, o almeno credo. Guarda ad esempio le colline toscane o i colli veneti nelle zone del Prosecco. La cultura del prosecco, e la devastazione che provoca, è tutto tranne che naturale. Sì, di base c'è la coltivazione delle viti, ma poi ci sono elicotteri, pesticidi... Il problema è che per definire questioni importanti sul paesaggio, in Italia si saltano gli ultimi sessant'anni, di storia e di cultura. Anche solo per definire l'ideale di paesaggio veneto, si ritorna sempre a Zanzotto, saltando chi è venuto dopo, per quanto importante possa essere. E questa è una negazione della realtà. C'è un grosso sforzo per definire il paesaggio, ma è una sforzo destinato a rimanere vano finché non si smetterà di saltare a piè pari gli ultimi sessant'anni.
La domanda era sul legame con il paesaggio. Il fatto è che questo legame ora è molto legato anche all'immagine. Guarda ad esempio i video musicali di Zucchero o Vasco Rossi, girati in vecchi capannoni fatiscenti. Loro però si guardano bene dal vivere in posti come quelli, in quelle periferie abbandonate. Vivono in grandi ville, lontano da tutto e tutti. E, per uno come me, cresciuto in periferia, è un motivo di grande fastidio.

 A: Secondo lei la parola, quindi il linguaggio, è un buon metodo per raccontare il paesaggio? Ad esempio, secondo Pavese, era un metodo perdente, che finiva per evidenziare il limite umano e provocare una crisi allo scrittore.
 V: Ho avuto un sussulto alla parola “raccontare”. É un termine col quale ho un rapporto difficile ultimamente, perché è sempre più legato alla comunicazione, cioè alla pubblicità. Oggi si racconta un prodotto, un brand. Preferisco parole come descrivere o evocare. Ecco, evocare è forse il termine migliore per descrivere il mio mestiere. Evocare immagini dal nulla. Io voglio fare tutto tranne che comunicare quando scrivo. Ed è la stessa ragione per cui non leggo romanzi, perché ci sento dentro comunicazione e non scrittura. La scrittura però si può usare per realizzare un progetto, come ne I Quindicimila Passi: con la scrittura si può costruire, ad esempio una torre di vetro, in quel caso.

 A: Esiste secondo lei un modo per poter convivere pacificamente col proprio paesaggio? O si può essere in pace solo con un paesaggio che non ci appartiene, al quale siamo quindi meno legati?
 V: Questa è una bella domanda... Ad esempio, un buon metodo per convivere pacificamente con il proprio paesaggio è quello di non vederlo, ed è esattamente quello che fa la grande maggioranza delle persone. La gente non vede il paesaggio. Il modo migliore per vederlo è quello di camminare in mezzo ad esso, attraversando la periferia diffusa; ma nessuno o quasi cammina più, e i pochi che lo fanno sono costretti a seguire piste ciclabili o aree pedonali, quindi non vedono il paesaggio. Direi che la maggioranza della gente vive assolutamente in pace.

 A: Dalle sue pagine traspare un tangibile disagio per il disfacimento del paesaggio veneto. É un disagio che lei sente sulla sua pelle, o è un disagio che immagina comune e del quale si fa solo portavoce?
 V: Il disagio che descrivo è assolutamente personale. É il disagio che sento sulla mia pelle.

 A: É d'accordo che un rapporto maturo e sereno con il proprio paesaggio debba passare inevitabilmente per una fase di crisi? E che quindi una maturazione possa derivare solo dalla crisi, dal dolore?
 V: É una questione difficile... Io credo che fondamentalmente si debba accettare la realtà. E soprattutto non ancorarsi al passato, di cui i centri storici sono un triste esempio.

 A: Lei ha coniato un'espressione: “tristissimi giardini”. Potrebbe spiegare cosa intende con essa?
 V: Io parlo dei giardini del mio paese. L'espressione “tristissimi giardini” è stata usata inizialmente da una scrittrice che conoscevo, per descrivere dei giardini di una periferia che lei non conosceva pienamente. Io intendo dire che sono tristi i giardini standard di oggi, in cui si cerca il più possibile di eliminare la crescita spontanea delle piante. Si tende a creare un unico grande prato, possibilmente all'inglese. Al massimo c'è lo spazio per qualche ulivo secolare. Niente a che vedere con i bei giardini di una volta, che stanno scomparendo. Erano ricchi di alberi, di piante anche spontanee, erano personali, e soprattutto erano espressione di una cultura che si è persa.

 A: Lei vede qualche via d'uscita, qualche soluzione al progressivo disfacimento del paesaggio veneto?
 V: Credo che, come primo punto, si debba prendere coscienza della situazione reale in cui viviamo. Poi, si dovrebbero censire in qualche modo tutte le costruzioni di cui il territorio è costellato. Infine, conseguenza diretta dei primi due punti, si deve smettere di costruire. Abbiamo strutture in abbondanza, e alcune sono anche belle. Non c'è bisogno di aggiungere altro, semmai di togliere.

 A: Ha una parola di speranza o di conforto per chi, come lei, avverte il dolore per la distruzione del proprio paesaggio?
 V: Speranza, in generale, zero. Perché le politiche edilizie del nostro Paese sono totalmente sbilanciate e non sono all'altezza della situazione. Inoltre, c'è da aggiungere che, da Machiavelli in poi, la corruzione è una costante. A tutti i livelli, non solo ai vertici. E questo non mi consente alcuna speranza in un miglioramento.

 A: Le propongo, per chiudere, una specie di gioco: se lei dovesse salvare un solo elemento del paesaggio veneto dal disfacimento, dalla rovina, quale sceglierebbe? Può scegliere un luogo, un paese, un fiume, un albero, qualunque cosa faccia parte del paesaggio che lei conosce e ama.
 V: Salverei sicuramente la “Rocca Pisana” di Vincenzo Scamozzi, che si trova a Lonigo, in provincia di Vicenza. É la mia casa preferita in assoluto.

 Il nostro tempo è concluso. Ci salutiamo cordialmente con una stretta di mano.

lunedì 15 settembre 2014

Annamaria Ferramosca: Ciclica


Di che cosa tratti Ciclica (La Vita Felice, 2014), l’ultimo libro di Annamaria Ferramosca, me l’ha scritto direttamente lei in una mail: “il tema si identifica con la nostra richiesta di senso lungo ogni fase della vita e occasione del quotidiano, insomma come una continua vigilanza che acuisce il dolore di fronte al degrado globale, dell’umanità e della natura.”. Due sono quindi i temi entro cui si muove quest’opera: l’inevitabile “urto” del mondo sugli esseri, che è incontro / scontro, modo in cui si sta nell’aperto dell’esistenza, sempre segnato dal contatto; l’autodistruzione della civiltà o perlomeno il suo progressivo imbarbarimento, “gli infiniti modi [che essa ha] di sprofondare”.

Il libro si apre con la necessità di scegliere dentro la confusione di facebook, entro un mondo ipertecnologico che sfalsa le relazioni. Il contatto diventa così contagio malefico; l’occidente tutto, invero, contamina il mondo con il suo tramontare “senza ritorno di alba”, lo travolge. “L’insulto alla terra” è costante e, proprio per questo, noi dobbiamo ripensare il paradigma dello sviluppo, l’irrazionale equivalenza tra benessere e felicità. Dovremmo imparare dagli alberi, ci dice la Ferramosca, “mappe di salvezza / dispiegate nei rami”, testimoni di pienezza che ci invitano a curare frutto e radice e a tramandare il messaggio: “sii migliore del tuo tempo”. Perché ciascuno di noi è appunto relazione, per quanto assediata dal buio: “Il toccarci denso abbiamo / il vederci   il pensare   il nudo fare”. Ecco che l’urto può essere gentile, come recita la terza sezione del libro; “il tocco-random di una mano / che plasma e scompiglia” aveva scritto in Fioriture, quasi in principio di Ciclica, così che il contagio non infetta, ma salva, se risultato dell’incontro tra parola e cosa: “Con la lingua vorrei solo esultare / […]  sulle cose far luce / anche feroce […] / o velarle le cose   di compassione / coprirle scoprirle interrogarle / romperle corromperle / ammalarle infettandomi   guarire”. Lei, biologa, sa quel che dice, conosce la natura uniforme della materia, l’esser fatti della medesima sostanza, in quel centinaio di elementi chimici organizzati nella tavola periodica.

L’altro collante è la memoria, l’infanzia che la memoria recupera anche attraverso la scrittura e qui messa in gioco soprattutto nella sezione “Urti gentili” dove la terra natale, il Salento, traspare con tutta la sua carica di nostalgia.

Coerentemente con i suoi libri precedenti (in particolare Curve di livello e Other Signs, Other Circles), la Ferramosca contrappone la linearità del pensiero platonico-cristiano alla circolarità della natura: Ciclica, come lei stessa mi scrive, “nel nome evoca il destino cosmico che tutto accomuna”. Destino che tuttavia, pur non togliendo la paura della morte, la fa rientrare in un ordine superiore, “un oltre riconoscibile   gentile / terra calda dai suoni attutiti”: un aldilà più pagano che cristiano, un “paradossale calmissimo caos”; un passare da uno stato all’altro dell’essere, come direbbe Severino.



Dalla sezione Techne


scelgo  mi piace  condivido
soltanto se
la posa non è teatrale    se intravedo
il capo rasato sotto la pioggia
la stanza fiammeggiare
allontanarsi il punto cieco

l’urto mi chiedi l’urto ma
sei virtuale    un’ipotesi una
finestra sul vuoto    poi non so
quanto davvero vuoi
 farti plurale
dimmi se chiami per conoscermi o solo
per riconoscerti 
chiami chiami dai tetti
da eccentriche lune chiami da
nuvole    pure dal basso chiami  
voce di fango che mi macchia il petto
segna la fronte    pure
si fa lacrima    cristallo che
taglia il respiro    

stiamo come in un rogo a far segni attraverso le fiamme
malferme sagome stordite da mille nomi  
la lingua disartícola e l’audio
sarebbe comprensibile soltanto se
intorno il rumore attutisse
se fossimo
puro pensiero    silenziopietra
statue serene dal sorriso arcaico
ai piedi un cartiglio e 
                                      lampi negli occhi




trasporto in files                 

tutte quelle diapositive ormai pelle da macero
impallidite    in pile
forme disperse disperate da deportare
in fili d’aria   files

un laser ti trafigge  inesorabile
ti copia-incolla   eri
così smagrito    avevi
occhi di pianto e sorridevi
 la postura inchiodata dal clic   non sapevi
di accecarmi 
il  tuo respiro per anni conservato
in raccoglitori di plastica    
concluso
                
per quali occhi salvato il tuo calco?
per quale tempo del riepilogo? del senso?
chi svelerà il mistero di un sorriso etrusco? 
 tutto quel sole sulla pelle   
e il cuore in ombra

per chi ancora resistere    durare ancora
di dura fine 
                     fine hard   disk


dalla sezione    Angelezze

alberi

non sappiamo di avere accanto mappe di salvezza
dispiegate nei rami
gli alberi sono bestie mitiche
invase dall’istinto    fieri suggerimenti
restare accanto
non per generosità ma per pienezza
-- intorno l’aria splende in rito di purità --
la terra tenere salda
perché sia quiete ai vivi

gli alberi hanno strani sistemi di inscenare la vita
prima di descrivere la morte
s’innalzano 
con quei loro nomi di messaggeri
le vie tracciate sulle nervature
lo sgolare dei frutti
sii migliore del tuo tempo  dicono

devo
far correre quest’idea sulla tua fronte
devo    
e tu su altra fronte ancora
e ancora   prima
                           che precipiti il sole



remi per itaca                                                          
                                             
                                     E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
                                     Sei diventato così aperto e saggio,
                                     che avrai capito cosa vuol dire Itaca.

                                         K. Kavafis         


sarmenti dalle viti
in duello con l’aria                             
uno strappo deciso li stacca  -- dente bambino --
deve ac-cadere prima che il legno s’addensi
e animelle sulle biforcazioni  
deboli getti anch’essi da allontanare 
 animule respinte
con rabbia lanciano la loro delusione in terra
strato dopo strato   fino alla vigna-nadir
(all’altro orecchio del mondo
                              tutto sarà compreso)

in questo braccio di appiantica un laerte
versa linfa nei rami   si avverte
lo scroscio sottile    lontani i remi di ulisse
l’angoscia   l’esilio (qui la tortora  ancora
 sul nido a ripetere)

la casa è vicina alla cava di selce
perché sia graffito sul muro
il presagio  vignarinascita  
e sia compreso il tempo
compresi anche noi con il nostro
tozzo di paneolio e il bicchiere d’ebbrezza

la vita così simile a questa
nebbia etilica chiara di voci
il cielo rossoacceso
e in petto un’onda larga

così trascurabile
il prezzo della pace


dalla sezione  Urti gentili

sotto la nuova luna

è già notte artica sotto la nuova luna
luna che bruca    interroga
quali parole restano per quale
sovrappiù di voce?

inflessibile lampada scandaglia
il fondo della retina   nella rete s’impiglia
eco indistinta che martella voci
quale verginità di suono a spaccare il fondale?

sulla banchisa alla deriva l’orso
dondola il capo con moto autistico
nell’impaziente attesa della fine
nessuno accorre
al gridoghiaccio indurito in gola
all’ultima domanda   nessuno
dalle città febbrili dai multipiani ciechi
dagli abitacoli che schizzano sulle autostrade

solo fruscii lontani oltre le dune
dall’erba rada e bassa
lenta nel crescere per ostinatezza del resistere
mentre lupi si azzannano
che più non riconoscono la stessa specie  
nel bosco che sussulta
ingoia stelle come rimorsi
               
 al largo  
monta un fragore mediterraneo    cupo
come di gorgo
si annega ancora sotto la nuova luna
in quel mare-di-mezzo che mediava 
un tempo tra buio e luce




urti gentili

mi  manca la lingua   mi manca
quella timidezza di vocali aperte
di  zeta dolce nel grazie
un incurvarsi della voce in gola
come a piegarla fossero le pietre
salentine del ricordo o forse
una malinconia residua della nascita
ingorgo che resiste
allo sperpero del vivere

furore dei cieli di una volta
grida bianche dei dolmen che insistono
nel vedere il mattino sorgere
sulle rovine   ogni  volta
qualunque sia l’inclinazione della luce

mi manca  quella strana paura  
prima di ogni viaggio 
come un sottile rifiuto della distanza
come di albero che impone alle radici
 un limite all’espandersi e si concentra
sulla cura dei frutti      

pure amo
tutto questo calpestio di genti nella città
l’impasto lento di animelingue 
il rompersi dei meridiani   l’inarcarsi dei ponti per
            urti gentili 
questo annodarci annodando
i cesti della fiducia con antiche dita



dalla sezione   Ciclica

revisioni

errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila
con occhi di cane a implorare o -- muso in alto -- ad abbaiare 

urgenza del mutare
un grido-scheggia che trapassi la retina
apra varchi inattesi
un tempuscolo rovente che accenda
la permanenza stabile del coro
torre inattaccabile dove
le lingue si traducono solo sfiorandosi

così i fallimenti possono mutare
in categorie di seduzione
come la catena trasmessa dal seme al frutto
nonostante il  marciume   il trambusto dei rami


pagine ancora per voltare pagina

ancora
un sangue abbiamo  consapevole
di voler coagulare   come fosse troppo nobile
per  l’uscita selvaggia dalla vena
umori fertili abbiamo 
che premono sulla fioritura  
e profili aggraziati a chiamare
la tenerezza degli urti le gratitudini

abbiamo sulla fronte un rogo che fa paura 
ma nell’aggrottare appaiono    onde    
un oceano che trascina
il mio corrimano di legno    tentativi di ponti
capre e pastori erranti  (hanno il nostro profilo)
pani   tastiere   reti
incastrate tra rami di olivo e note di sassofono
e  -- a ondate --  pagine   
immarcescibili (la voce come di un’alba o di un vagito)
pagine ancora   
                         per voltare pagina



è l’ora

raccogli i miei lumi residui 
aprimi infine un po’del tuo segreto    non
troverai  fossette che ridono
solo indulgenza   tremore trattenuto    
inutile cercare la vertigine 
resto inchiodata a un cielo calmo
 da cui piovono miti anche feroci   
ad es-empio se oggi
la bambina
(colei che vola sui sentieri)
nella coda al supermercato si sporge
dal carrello verso di me squillando
 facciamo che io ero in macchina
 e guidavo e  volavo e tu dormivi
                       so
che sto andando verso la fine e lei 
mi stringe forte la mano mentre
a me già la stanza si oscura





mercoledì 10 settembre 2014

ZENIT progetto POESIA < 40

Da oltre vent’anni la casa editrice La Vita Felice dedica una particolare attenzione alla poesia, proponendo ai lettori libri di qualità, grazie a scelte editoriali soggette a un’attenta valutazione e alla cura editoriale posta nella scelta delle carte e dei caratteri per consegnare preziosità racchiuse in adeguato contenitore.
In numerose occasioni, inoltre, si è proposta come operatore culturale in poesia programmando incontri a tema sviluppati da chi abitualmente frequenta la poesia – critici, poeti affermati ed emergenti – dedicati a tutti coloro che amano il genere e desiderano confrontarsi interagendo.

Per proseguire questo suo impegno, La Vita Felice promuove l’iniziativa ZENIT POESIA - Progetto 4x10 < 40, lungo un percorso temporale di 4 anni che porterà l’attenzione complessivamente su 40 voci poetiche di età inferiore a 40 anni, distribuite in 4 antologie annuali che presenteranno 10 autori selezionati, aventi ciascuna due curatori diversi.
A differenza di altri progetti analoghi, agli autori viene richiesto l’invio di 8 testi (o di un poemetto di 6000 caratteri): una proposta articolata che consentirà ai curatori una migliore comprensione delle singole caratteristiche di scrittura e al lettore, nel caso di pubblicazione nell’antologia per avvenuta selezione, la possibilità di attraversamento di ampi spazi poetici.

I curatori opereranno in completa autonomia ricevendo il materiale in forma anonima e la previsione di coppie diverse per ognuna delle edizioni è un’opportunità in più per i partecipanti di avvalersi di sguardi, competenze e gusti distinti.
Nello scenario della poesia contemporanea, in cui si parla molto in generale evitando le prese di posizione, il progetto rappresenta un’assunzione di responsabilità con la volontà di mettere a disposizione del lettore poesia originale e di qualità di autori che la casa editrice desidera affiancare nel loro percorso poetico, al fine di consolidare le loro potenzialità mediante una capillare diffusione e visibilità.

REGOLAMENTO della prima edizione
ZENIT POESIA - Progetto 4x10 < 40 
a cura di Stefano Guglielmin e Maurizio Mattiuzza


Possono partecipare gli autori che alla data del 15.2.2015 non abbiano ancora compiuto 40 anni.

Sezione unica: inediti poesia (intesi per tali testi che non siano mai stati pubblicati su cartaceo provvisto di codice ISBN).

Ogni concorrente deve presentare:

- Se testi poetici singoli: 8 testi, ognuno dei quali non deve superare le 30 righe comprese spaziature/interlinee interne.
- Se Poemetto: 5000  caratteri; 6000 caratteri con spazi.

- termine ultimo per l’invio: 15 febbraio 2015.

- invio dei testi, in un unico documento formato Word, unicamente via mail a inediti@lavitafelice.it

- provvedere all’acquisto di due volumi di poesia dal catalogo La Vita Felice, a propria scelta, nelle seguenti collane:




- nella mail di accompagnamento – con oggetto “ZENIT POESIA” – indicare:
a)    i dati personali: data di nascita, indirizzo, breve notizia biografica;
b)    la seguente dichiarazione:
 «Dichiaro che le opere da me presentate a ZENIT POESIA sono opere di mia creazione personale, inedite. Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la pubblicazione, con cessione gratuita degli diritti d’autore, dei testi eventualmente selezionati nell’antologia edita dalla casa editrice “La Vita Felice"»;
c)    Il numero d’ordine relativo all’acquisto dei due volumi LVF.

Il mancato rispetto delle norme regolamentari comporterà l’esclusione dalla selezione.
N.B. Qualora i curatori, fra le proposte pervenute in adesione all’iniziativa, non dovessero ritenere di evidenziare opere di livello adeguato, il numero degli autori antologizzati potrà risultare inferiore a 10.

I risultati delle selezioni saranno comunicati direttamente agli interessati entro il 1 maggio 2015; saranno pubblicate sul sito poesia.lavitafelice.it e debito comunicato sarà diffuso nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino 2015.
L’antologia edita da La Vita Felice - distribuita attraverso i consueti canali della casa (Messaggerie Libri, librerie online, sito della casa) conterrà i testi degli autori selezionati, una breve biografia e una nota dei curatori con specifico riferimento alla scrittura del singolo autore; sarà disponibile entro il 30/9/2015 e verrà presentata ufficialmente a Roma a inizio dicembre 2015 nell’ambito della Fiera dell’editoria PiùLibriPiùLiberi.



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Notizie biografiche dei Curatori della 1^ edizione


Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo "Fara", 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), C'è bufera dentro la madre (L'arcolaio, 2010), Le volpi gridano in giardino (CFR Edizioni, 2013); di prossima uscita Maybe it’s raining. Poems 1985-2014 (Chelsea Editions), e i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009), Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (Le Voci della Luna, 2011) e Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità (Moretti&Vitali, 2014). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006), Dall'Adige all'Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Ha pubblicato anche racconti; l’ultimo in L. Liberale (a cura di), Père-Lachiase. Racconti dalle tombe di Parigi, Ratio et Rivelatio, Oradea (Romania), 2014. Dirige le collane di poesia "Laboratorio" per le edizioni "L'Arcolaio", "Segni" per conto de "Le Voci della Luna" e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, "Format" della "Puntoacapo Editrice". Gestisce il Blog Blanc de ta nuque.


Maurizio Mattiuzza. Recente vincitore del premio nazionale di poesia Inedito Colline di Torino. Ha pubblicato le raccolte di poesia La cjase su l’ôr (1997) e L’inutile necessitâ(t) (Kappa Vu, UD 2004), con note critiche di Luciano Morandini e Claudio Lolli nonchè la silloge Gli alberi di argan (La Vita Felice Milano 2011) con prefazione di Gabriela Fantato.  E' il vincitore del Premio nazionale Laurentum 2009 per poesia inedita in lingua italiana. Nel 2010, con postafzione di Bruno Pizzul, ha inoltre pubblicato la raccolta di racconti il derby della luna, tre storie di calciatori dalla vita sempre in bilico tra estro e poesia.  Lavora da anni come paroliere e spoken poet accanto al cantautore Lino Straulino con cui ha firmato l’album Tiene nere e diverse altre canzoni pubblicate su disco. Assieme al cantautore Renzo Stefanutti ha inoltre firmato uno dei pezzi finalisti della sezione musica d'autore del festival internazionale di poesia di Genova 2010. Scrive in lingua italiana, friulana e nel dialetto della bassa Valsugana. E' uno degli autori selezionati al premio internazionale di poesia Alda Merini 2013. Ospite di diversi festival internazionali di poesia il suo lavoro conta traduzioni in sloveno, inglese e altre lingue europee.


mercoledì 3 settembre 2014

Enzo Lavagnini: biografia e fortuna critica di Eros Alesi

pagina di diario di Eros Alesi
per gentile concessione di Remo Marcone



La fortuna critica di Eros Alesi (1951-1971) è come diradata nel tempo; o forse piuttosto solo ancora tutta da scrivere. Ve ne sono state, è vero, sporadiche avvisaglie, che è utile tenere a mente, parte per così dire della storia, ma crediamo sia davvero facile presagire che si tratti di ben poca cosa rispetto all'attenzione all'opera del giovane poeta romano stroncato dalla droga a nemmeno venti anni che supponiamo si avrà negli anni a venire.
La meravigliata “scoperta di un poeta” dovrà per certo, nel corso del tempo, cedere il passo all' “analisi del poeta”. Del valore dell'opera.
Con uno sguardo storico, vediamo allora le rade tappe di questa attenzione critica all' “incanto” - in senso letterale – di Eros Alesi, per come si sono manifestate sinora.
Si deve però cominciarne il breve racconto almeno da un luogo, piuttosto che da una recensione.
Partiamo così dalla celebre “Comune di piazza Bologna” di Roma, diretta dallo psichiatra Luigi Cancrini che è il luogo chiave del destino umano e poetico di Eros Alesi. Si tratta di una comunità “sperimentale”, dove i ragazzi tossicomani - in numero sempre crescente in quegli anni - vengono ascoltati e non soltanto catalogati, come fanno invece le istituzioni repressive, il manicomio e le altre.
Qui, nella Comune, Eros Alesi incontra Remo Marcone, un ragazzo poco più grande di lui. A lui si sente poi di affidare i suoi scritti; lo fa un mese prima di morire. Non che Eros ne interpreti, o ne supponga, il valore, ma il senso esclusivo di una vita narrata in diretta quella sì - la sua vita - e, nei suoi giorni errabondi e pieni di sorprese, non vuole correre il rischio di perderli quei ricordi in forma di poesia. Meglio farli custodire a qualcuno di cui ci si può fidare.
Qualche tempo dopo la tragica morte di Eros Alesi (si schiantò sull'asfalto cadendo dall'alto del Muro Torto, a Roma), Elvira Guida, psicologa, moglie di Luigi Cancrini, fornisce informazioni sulla vita del ragazzo al critico Giuseppe Pontiggia, il quale si appresta a pubblicare per la prima volta le poesie di Eros Alesi nell' “Almanacco dello Specchio”, quelle ritenute particolarmente significative.
Dell'esistenza dei testi di Eros, Remo Marcone ha messo al corrente già da tempo Elvira Guida e gli altri della Comune. Come sappiamo, Marcone li ha avuti da Eros e li ha conservati. Evidentemente Elvira Guida ne ha intuito il valore letterario e ha fatto seguire loro la strada che li porterà alla pubblicazione.
Grazie a Remo Marcone, ho potuto vedere le pagine vergate dalla mano del giovane Eros, con una penna biro.
Si tratta dei quaderni affidati a Remo Marcone e da questi custoditi: quaderni che fanno intuire  - nonostante la copertina rigida - di aver viaggiato a lungo con Eros e di aver passato quasi integralmente le sue stesse avventure. Tali e tanti sono i segni che portano su pagine e sul cartone rigido.
Quello che un poco stupisce è di trovarsi di fronte a diverse stesure delle stesse poesie, quando invece viene da pensare, leggendole di primo acchito, che si tratti di un flusso d'emozioni immediatamente fissato sulla pagina. Forse in effetti così è anche stato, poi le poesie sono state copiate e ricopiate, perdendo forse delle parti ed acquistando, di stesura in stesura, la forma attuale che riconosciamo; una forma originale e, appunto, “quasi” frutto di una scrittura diretta, in modo istantaneo.
Probabilmente la prima scrittura è avvenuta su fogli staccati, sparsi, fogli d'occasione; come quelli che sono quelli ritrovati nel borsino che Eros teneva con sé al momento della morte. Impromptus.
E' spesso presente nei testi definitivi di Alesi una grafia a “stampatello” che rende la scrittura uniforme a quella di tanti coetanei, la tipica scrittura da “diari” scolastici; altre volte si tratta invece di un corsivo: una grafia elementare, non bella, ma chiara, infine funzionale.
Le poesie di Eros raccontano per filo e per segno la sua vita.
In questo senso sono una sorta di diario che insegue però una doppia narrazione, quella della sua vita evidente e quella delle sue sensazioni procurate con l'uso delle sostanze. Un doppio binario che trova un unico tragitto. Proprio come per la vita stessa di Eros nella quale, leggendo le poesie, si comprende bene come la droga sia finita col divenire, al termine della sua esistenza, l'unica esperienza reale.
Quando Eros comincia a scrivere poesie?
Tutto lascia pensare che accada nel periodo del suo ritorno a Roma (scappò di casa, diretto a Milano, a 16 anni). Quindi nel 1967. Forse addirittura più in là, nel 1968.
Per certo a Milano Eros Alesi non scriveva poesie; Melchiorre Gerbino, leader di “Mondo Beat”, infatti non ne ha memoria.
Però è proprio nella Cava milanese di “Mondo Beat” (la sede del gruppo, nonché redazione della rivista) che l'autodidatta Eros ha conosciuto un ambiente culturalmente attivo, con precisi riferimenti letterari (anzitutto gli autori della beat generation), oltre che con una netta impostazione politica: “Parliamoci chiaro una volta per sempre: se si vuole avere una letteratura viva, bisogna far parlare i vivi” si legge nel “numero unico” di Mondo Beat del novembre 1966; e sui successivi numeri si possono trovare approfondimenti sul buddismo, sull'antimilitarismo, sul Vietnam, sulle lotte di Berkeley e poi ancora le tante poesie di redattori o di collaboratori. Redattori e collaboratori che Eros conoscerà direttamente: sono ragazzi come lui, appena qualche anno in più.
È questo l'ambiente adatto per un ragazzo con la voglia tipica dell'età di conoscere e con le sue peculiari curiosità. L'ambiente che sembra poi finire col fare da sfondo per i suoi componimenti futuri, e che egli unirà alle successive suggestioni tratte da Ginsberg e da Dostojevskij.
Stare insieme, suonare la chitarra, vedere mostre e quadri, cantare, vivere: è così che si forma il giovane scappato di casa Eros Alesi, uno dei tanti di una generazione in cerca di se stessa.
“È la pioggia che va” brano dei Rokes che, come ci ricorda ancora Melchiorre Gerbino, era la canzone più diffusa tra i ragazzi della “Cava”, sembra raccontare proprio le speranze di questa generazione:

 

E' la pioggia che va - The Rokes

Lind - Mogol
(1966)
Sotto una montagna di paure e di ambizioni
c'è nascosto qualche cosa che non muore
Se cercate in ogni sguardo, dietro un muro di cartone
troverete tanta luce e tanto amore
Il mondo ormai sta cambiando
e cambierà di più.
Ma non vedete nel cielo
quelle macchie di azzurro e di blu.
È la pioggia che va, e ritorna il sereno.
È la pioggia che va, e ritorna il sereno.
Quante volte ci hanno detto sorridendo tristemente
le speranze dei ragazzi sono fumo.
Sono stanchi di lottare e non credono più a niente
proprio adesso che la meta è qui vicina.
Ma noi che stiamo correndo
avanzeremo di più.
Ma non vedete che il cielo
ogni giorno diventa più blu.
È la pioggia che va, e ritorna il sereno.
È la pioggia che va, e ritorna il sereno.
Non importa se qualcuno sul cammino della vita
sarà preda dei fantasmi del passato.
Il denaro ed il potere sono trappole mortali
che per tanto e tanto tempo han funzionato.
Noi non vogliamo cadere
non possiamo cadere più giù.
Ma non vedete nel cielo
quelle macchie di azzurro e di blu.
È la pioggia che va, e ritorna il sereno.
È la pioggia che va, e ritorna il sereno.

Come si diceva, la storia letteraria pubblica del poeta Eros Alesi comincia con l' “Almanacco dello Specchio”, nel 1973, due anni dopo la morte.
Giuseppe Pontiggia (“Almanacco dello Specchio”, n.2, 1973) così giustifica e commenta l'inserimento dei testi di Alesi nella raccolta : “Eros Alesi è morto tragicamente a vent'anni: il resto non è silenzio, ma una voce che cerca di riprendere con la vita un rapporto che pareva perduto, e con gli uomini un contatto che si fondi sulla verità spesso atroce delle distanze piuttosto che su false speranze di identità. La ‘Lettera al padre’ ne è una disperata celebrazione, con i suoi che ripetuti i quali, nella loro mancata epicità, rimandano all'insofferenza per un ambiente umano che gli risultava ossessivamente angusto e che gli soffocò, tranne che sulla pagina, le potenzialità affettive. Perciò la parola riacquista quella forza violenta e percussiva che sempre si manifesta allorché la poesia tende a convertirsi in energia di esistere, e l'esistere viene pagato di persona da chi ne scrive (un poeta come Campana, in Italia, ne è stato l'esempio più grande). Non mancano, in questi testi, cadute e dispersioni, dovute anche alla stesura occasionale e frammentaria; così come si evidenziano legami vissuti in modo diretto e autobiografico, con quella poesia americana di protesta (e con Ginsberg in particolare) la cui vitalità sopravvive alla moda che ha contribuito a divulgarla. L'autenticità dell'esperienza e l'intensità dell'accento personale bastano però ad Alesi per riscoprire ancora una volta la parola come punto di intersezione e di comunicazione tra l'io e gli altri”.

Come forse è accaduto anche a molti altri, ho scoperto Eros Alesi in una celebre antologia: “Poesia degli Anni Settanta”, 1979, a cura di Antonio Porta, che ebbe a suo tempo una larga diffusione.
Lo stesso Antonio Porta, poeta e critico, così introduce e descrive il lavoro di Alesi: “Sembra un espediente retorico dire che c'è uno scarso margine per un commento iniziale, ma è vero. La tematica, sofferta interamente dal corpo dello scrittore, è così offerta e bruciante che rende subito muti. Si trattiene il fiato e si smette di pensare. L'invocazione alla morte è una invocazione alla gioia. Allora si ricomincia subito a pensare e ci si chiede a quale logica altra ci si trovi di fronte. ‘Morire ci piace / lasciateci bucare in pace’ ha scritto l'anno scorso un ragazzo su un muro (che è morto a 21 anni per una overdose). Non ci trovo nulla di patetico. È una sorte di alternativa radicale alla vita: la morte non è più la morte che conosciamo ma non sappiamo ancora che cosa sia di diverso. Si rischia di tuffarsi in una mistica kitsch. Desidero solo osservare che nel caso di Alesi, come in molti altri, la poesia ha interagito con la nostra storia, senza diaframmi. Va detto che un tributo necessario al fare poesia lo paga sempre anche il corpo di chi scrive”.
Le collaborazioni di Pier Paolo Pasolini al settimanale "Tempo" sono raccolte ora in “Descrizioni di descrizioni”.
In una di queste collaborazioni Pasolini commenta in questo modo l'apparizione delle poesie di Eros Alesi sull'Almanacco dello Specchio: ”… gli altri sono tutti senza rilievo, anche quell'Eros Alesi di cui si presenta un puro e semplice documento di vita (è morto in manicomio a vent'anni, dopo un viaggio in India, drogato con una trista compagnia di Piazza Bologna. Era di Ciampino. Suo padre era fantino e si ubriacava maltrattando la madre. Di qui la solita tragedia che più o meno abbiamo vissuto tutti. Solo che in questi anni la moda ha voluto che questa tragedia fosse intollerabile ed enfatica, e ha preteso soluzioni estreme. Non ho nessuna particolare pietà per questo disgraziato ragazzo, debole e ignorante, che è morto per la stessa ragione per cui si fanno crescere i capelli. Meno diritti si hanno e più grande è la libertà. La vera schiavitù dei negri d'America è cominciata il giorno in cui sono stati concessi loro i Diritti Civili. La tolleranza è la peggiore delle repressioni. E' essa che ha deciso la moda della droga, della morte e della rivolta estremistica. I più deboli ci sono cascati, con l'aria di essere dei campioni. In realtà sono stati campioni del più spietato conformismo)”.
La stroncatura di Pasolini attiene a giudizi che includono la dialettica tra tradizione ed anticonformismo. Severo, come sempre, il poeta friulano con chi si esprime, a sua misura, con una lingua non propria. Agitato solo da pulsioni “di massa” e, in qualche maniera, alla “moda”.
Più solidale e attento, comunque meno austero e fraterno, appare Franco Cordelli (in Franco Cordelli e Alfonso Berardinelli, “Il pubblico della poesia, trent'anni dopo”) che così esamina gli scritti di Eros Alesi, non mitigando la vicinanza: “La sua lunga Lettera al padre (“Caro papà”) è un testo-limite e insieme un testo essenziale. Si potrebbe dire che a partire da queste cose (come da certi documenti politici espressi dall'interno di pratiche nuove) si misura tutto il resto (come quando si ha la precisa nozione che una lettera di un compagno omosessuale al Manifesto abbia più forza, contenuto e verità politica di decine di cronache di lotte operaie o articoli di “sintesi” politica complessiva). È un linguaggio che parla a noi da un oltre. Ma da un oltre che è qui, non è altrove. Ha come una vibrazione fosforica, shocking. Come l'apparizione di un fantasma. È una voce, nello stesso tempo, presente e postuma. Postuma fin da subito. Il Che iniziale di ogni frase non ha solo un valore percussivo (come nella musica orientale): è l'elemento minuscolo e decisivo che mette tutto il discorso “a rovescio”. Cioè lo colloca tutto intero fuori contesto. A testa in giù”.
Giorgio Manacorda (ne “La poesia italiana oggi”) così motiva l'inserimento di Alesi nella sua antologia: “Non ho voluto dimenticare il caso estremo di Eros Alesi, morto drogato giovanissimo, un vero talento, poteva diventare il poeta americano del Novecento italiano”.
E ancora: “Lo sprezzo della forma della poesia, qui non è un vezzo letterario o intellettualistico, ma una pura e semplice necessità espressiva, non una scelta stilistica, ma una coazione allo stile. Le sue poesie sono preghiere. Forse le uniche preghiere laiche della letteratura italiana degli ultimi decenni. La religiosità che pervade questi testi e dà loro forma (il verso inedito, mai visto, generato dal che percussivo di cui parla Cordelli) è qualcosa di molto fondamentale, assolutamente originario. Alesi, che non sa nulla, se non la propria disperazione, riparte dai rapporti primari che hanno generato il sentimento religioso: il suo non è altro che il bisogno di amare il padre e la madre, e di esserne riamato. Se questo non avviene -e per lui non è avvenuto- nasce la religiosità: si adora chi non ci ama e, anzi, è terribile con noi. La sua bellissima poesia al padre non è altro che un “padre nostro che sei nei cieli” e la poesia alla morfina non è altro che una poesia alla madre, che aiuta, consola, lenisce – e strangola. L'amore materno è venefico almeno quanto la violenza del padre è distruttiva. Se le cose stanno così non resta che pregare le due divinità, la fonte di ogni possibile benessere e di ogni legge. Si tratta di preghiere che nascono da una solitudine totale, ma, direi, fondante. Alesi parte da questa ferita immedicabile e deve esprimere, per sopravvivere, il proprio amore senza oggetto, la propria ‘inesistenza’, quindi, ma non può rinunciare ad “esserci”. La preghiera, un modo di comunicare con le divinità assenti, non basta, non può bastare: da qualche parte e in qualche modo Alesi deve trovare la sensazione di non essere assolutamente e irrimediabilmente solo, e in effetti i suoi testi ci comunicano una dimensione corale. Leggendoli sentiamo che non parla solo per sé e non parla solo alle sue cattive divinità. Alesi è il frammento di un mondo che parla tramite lui, e non sono i giovani della sua epoca (non è una dimensione sociologica), è la giovinezza, è la gioventù come tale. Alesi ci sta dicendo che lui è bello dentro, ci sta dicendo che non è ancora morto, ci sta dicendo che ha un mondo dentro di sé. È questa l'apertura, la coralità che passa nei suoi testi”.
Il racconto di Eros, giovane uomo e poeta, termina, per il momento con l'importante lavoro di Remo Marcone, pubblicato in “Poesia 2009 – Quattordicesimo annuario” a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda. Editore Alberto Gaffi in Roma. Un lavoro letterario profondo, frutto di amicizia e condivisione, che traccia soprattutto un preciso indirizzo per chi voglia proseguire lo studio, fatto di conoscenza della biografia e dell'opera.
Così commenta Remo Marcone la vita di Eros Alesi e i giudizi degli organi di stampa nella sua breve introduzione: “Ma resta l’amarezza per le parole scritte su alcuni giornali della capitale a poche ore dalla sua morte: parole prive di pietà e di rispetto verso un ragazzo di strada buono e pieno di umanità, ma diverso, che non sopportava questa società ingiusta (testimonianza della madre). Queste le parole della Carta Stampata: Il capellone ventenne che ieri sera ha concluso la sua carriera di drogato… c’è tutto in un piccolo borsino di cuoio afghano che gli hanno trovato addosso…. Le bande di capelloni, di giramondo, di asociali che s’incontrano a piazza di Spagna…. Aveva diciannove anni, un soffio di vita denso e doloroso, quel ragazzo di strada, artiere ippico, capellone, drogato, viaggiatore, poliglotta, sognatore, ribelle, poeta”.

Enzo Lavagnini, autore, esperto di cinema, ha diretto “Un uomo fioriva” (1994), dedicato al periodo romano di Pier Paolo Pasolini, premiato al Festival di Salerno, presentato in Europa, Nord e Sud America, in onda su Rai Storia, ed altri documentari sulla cultura italiana nel mondo per la Rai . Ha scritto i volumi: “Rapporto confidenziale: Luigi Di Gianni, cinema e vita”, “Il giovane Fellini nello splendente fulgore della vita”, “La prima Roma di Pier Paolo Pasolini”, “Cinema e Ambiente”. Suoi contributi sono apparsi sulle riviste “Duel”, “Lo straniero”. Direttore artistico del “Flower Film Festival” di Castellazzara, del “Think Forward Film Festival” di Venezia -entrambi su tematiche ambientali-, membro del Comitato scientifico del Festival del documentario “Libero Bizzarri” di San Benedetto del Tronto, collaboratore del “Festival Derechos Humanos in America Latina y Caribe”, di Buenos Aires.