lunedì 21 luglio 2014

Buone ferie con sassolino


Anche quest’anno Blanc de ta nuque va in vacanza. Riprenderà a fine agosto continuando a recensire fino a esaurimento scorte. Decine di libri interessanti aspettano, tanto che arriveremo al nono compleanno (maggio 2015) con una certa facilità. 

Dopo sarebbe il caso che mi fermassi, soprattutto perché mi sembra che la funzione divulgativa dei lit-blog possa procedere anche senza Blanc. Semmai ci fosse ancora bisogno di divulgare, di mappare (a questo potrebbero pensarci gli editori, come già stanno facendo – mi riferisco, per esempio, a Poesia in Piemonte e in Valle D’Aosta, puntoacapo editore), di far conoscere libri che, detto tra noi, talvolta sono carini, ma non abbastanza per giustificare 6 – 7 ore di lavoro per un’adeguata lettura e recensione.

Direi che nove anni di vetrina siano abbastanza, per me e per i poeti che ho ospitato. Circa 250 e non tutti caratterialmente facili: chi ha ringraziato e chi no, chi si è illuminato e chi si è offeso pensando che una recensione dovesse per forza diventare un panegirico. È stato bello, però le rinunce a scrivere d’altro, a leggere altro, pesano.

Sisifogugl si ritirerà in modo asintotico, non si preoccupi chi già sente la lacrimuccia sulla soglia dell’occhio. Che poi in rete si piange per ogni cosa, nei primi cinque minuti, almeno; poi ci si consola con cento altre cosette intelligenti che la ingolfano.

A quelli che hanno ignorato volutamente Blanc non dico nulla perché tanto continueranno a sostenere che la critica letteraria è morta o a mandarmi gli inviti a partecipare ai loro convegni, ad ascoltare le loro interviste, a comprare i loro libri, a difendere il loro clan, sempre evitando accuratamente di nominare questo sito, non addomesticabile e soprattutto inadeguato a promuoverli negli ambienti giusti (editori che contano, baroni universitari, premi).

Ai poeti che intendono mandarmi il loro libro per una recensione dico: non prima di maggio 2015, e pochi, per cortesia, che fuori di qui ci sono tanti altri bravi lettori, che non vedono l’ora di poterlo dimostrare.

Buone ferie a tutti!

martedì 15 luglio 2014

Libri di Versi 6, con il nome dei poeti che leggeranno


Venerdì 18 luglio
ore 18.30
Portogruaro
Museo Nazionale Concordiese

Inaugurazione mostra Libri di versi 6
A cura di 
Silvia Lepore e Sandro Pellarin
Libri di versi è un’esposizione di libri oggetto, o libri d’artista, nati ciascuno dalla collaborazione di più di 40 tra artisti visivi e poeti.
Presentazione di Katia Toso. La mostra rimarrà aperta dal 18 luglio al 31 agosto, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Per concordare le visite guidate all’esposizione telefonare ai numeri 340 6144702–349 3808384.

Venerdì 18 luglio
ore 21.00
Portogruaro
Piazzetta Pescheria

Reading sull’acqua
con i poeti di Libri di versi 6
Suggestivo reading sulle acque del Lemene, che coinvolgerà i poeti che con i loro versi hanno ispirato le opere esposte in Libri di versi 6.
Paesaggio sonoro a cura di Paolo Pascolo.
I poeti:

Maurizio Benedetti
Roberto Ferrari
Guido Cupani
Piero Simon Ostan
Luigina Lorenzini
Marina Giovannelli
Dome Bulfaro
Ivan Crico
Luisa Gastaldo
Fabio Franzin
Michele Obit
Daniele Maraviglia
Francesco Targhetta
Francesco Tomada
Stefano Guglielmin
Donato di Poce
Marko Kravos
Andrea Zuccolo

giovedì 10 luglio 2014

Marco Bellini


Vincitore dell’European poetry Tournament 2013, Marco Bellini è un poeta lombardo che cerca una parola nitida, un verso che, nominando il visibile, intessa i fili segreti, i non detti, e quel tempo reticolare che ci tiene in piedi, a consistere in quanto “corpo e gesti sopra le suole”, senza pretese, se non quella di mantenere dignità e passione verso la natura e gli esseri viventi. Sotto l’ultima pietra (La Vita Felice, 2013) esprime questa poetica, raccontando un viaggio lungo l’Adda, dalla sorgente predatrice (nasce infatti “dalla morte dei ghiacci”) a quando il fiume confluisce nel Po. Un viaggio, questo del libro, anche temporale, un lambire memoria e lutto, innocenza e superstizione, toccando toponimi raffigurati in una cartina liminare, a garantire concretezza allo spazio, verità dei luoghi, per quanto, nel profondo, tutto sia bagnato dalla precarietà della morte: dal ponte dei suicidi (il San Michele) al cadavere del lago, dal gioco infantile del calcio all’ombra di via Cesare Battisti, alla casa operaia di Crespi D’Adda, un tempo parte di un quartiere simbolo dell’industrializzazione e ora vuota, per la dipartita di un uomo senza nome, naufrago della storia.

Tutto il libro, invero, è un lungo peregrinare ai margini della modernità, nella fatica della navigazione a vista, laddove manca certezza lavorativa o futuro comunitario. La seconda sezione in particolare, “Sotto l’ultima pietra”, può essere letta come una serie di canti dell’estinzione, della sopravvivenza residuale: c’è un campo profughi, ci sono le “rose” di Sarajevo, che “hanno il colore di un’emorragia” perché tracce ineluttabili dei bombardamenti, e ci sono le ombre dei morti, come la macchia d’uomo a Hiroshima e la gattara, straniera tra gli umani e madre dolcissima delle creature selvatiche. Le due sezioni sono complementari, a raccontarci un presente in perdita, inautentico, da cui fuggire, per quanto possibile, tornando alla natura. Ecco allora che “il sentiero di montagna sembra il rimedio”, un’oasi temporanea, così come osservare la gente vivere, coglierne i dettagli come un entomologo pietoso, che sa leggere le vibrazioni più intime nei gesti quotidiani e ce le restituisce asciutte, nella loro rarefatta imprendibilità: “Il bambino sul cavallo a ogni giro / saluta l’incontro con i genitori / che a ogni giro rispondono, sorpresi: / conferma dello stesso poco, / di un’appartenenza […]”.

La terza sezione, “DNA”, allarga il tema ad altre figure umili (il muratore, il fruttivendolo) e a figure parentali, nelle quali l’io lirico si specchia: “A me – scrive in chiusa a una poesia sull’orto del padre – manca solo la cicatrice che lui portava”. E, a proposito del figlio “che sta ancora dentro l’imbrago”, osservandone “le scarpe da jogging sul balcone”, vede se stesso adolescente, la stessa grinta e forse gli stessi sogni.

La quarta sezione, “Geometrie liquide”, rimette al centro sia la natura (con la sua memoria conservativa, anziché distruttrice come capita nell’età della civilizzazione), e sia l’abitare intaccato dal tempo dell’abbandono: le case “di un giallo malato” sono ora prede di insetti e piante, che si riprendono lo spazio antropico. E un tremore caro a Leopardi, per come nulla resti, passa improvviso, “un fiato scuro / che non penseresti mai sul tuo davanzale”, un tremore che aleggia in molte pagine, con un pessimismo che si dava più attenuato in Attraverso la tela (La Vita Felice, 2010) dove non mancano “un portico acceso di pannocchie”, una polenta e un “contadino che legge le piume / del tordo, segno buono per attaccare l’aratro / e ricominciare il vapore”, per quanto sia già chiaro al poeta che noi comunque sfioriamo entro una cornice gelida e minacciosa, un misto di destino labirintico e civilizzazione disumana. Alla quale contrapporre relazioni umane cercate nella loro forza creaturale, in sintonia con la “calda vita” di sabiana memoria, e parole nate dall’esperienza ordinaria e rimesse in ordine con la poesia, per districarsi un poco dal rumore della chiacchiera e dal caos che la vita è per natura.


                Sezione: Seguendo l’acqua
                       (L’Adda)


Le nuove abitudini

Essere una moglie per trent’anni
era stata una buona scuola: aspettarlo sempre.
Le mattine che si aprivano sulle domeniche, portavano
il suo ritorno con il bosco sotto i piedi;
allora toccava a lei, i funghi da seccare o le castagne da incidere.

Ricordava esattamente dove si trovava
quando aveva ricevuto le telefonate; la prima,
il chiasso dell’incrocio, un piede rimasto giù dal marciapiede:
non era tornato al punto concordato. L’altra
al supermercato, la musica diffusa nelle corsie:
piegato, stava tra i cespugli, fermato
nei suoi boschi; così il ritrovamento.

I pochi giorni in cui
si era definita la situazione, come un cardine,
sarebbero stati un appoggio
per il tempo messo dopo, senza più pensare
ai cespugli, quel sentiero pericoloso, lui piegato, lui
che non la faceva più aspettare.
Gettare via i vestiti usati, il bastone curvo
(ci spostava le foglie), la rabbia
come un odore pesante nella casa,
i disguidi accettati come normalità.

Le nuove abitudini premute sopra.



Scomposto il braccio

Il lago portò un corpo, una restituzione
incerta, una confessione tra le barche
a riposo. Scomposto, il braccio piegato
a indicare le case di Pescarenico, il lavatoio
le mani di donne chinate e il sapone
a levare i sogni, le bottiglie d’acqua
appena discoste dalle porte, così
per la distanza dei gatti. La somma del tempo
in quella carne faceva ventidue anni
il nome non si leggeva.

Domani ne avrebbero parlato
se non c’era altro.

                Nota:
Pescarenico è un piccolo borgo, affacciato sul fiume vicino a Lecco, che  conserva le atmosfere e i  profili di un tempo lontano.


“Arimo”
                                               a Vittorio


“Arimo”: quando l’infanzia viene a trovarti,
dentro una parola rimasta senza voce.
E la riconosci, ti apre, torna feconda.
“Arimo”: era per tirare il fiato
mettere una pausa nella corsa dei giochi.
Davanti a questa parola anche le lucciole
posavano la lanterna. Poi si ricominciava.

E penso a Vittorio, a quando il fianco
di un prato ci nascondeva
e “arimo” era una possibilità di festa
e morirai una parola nella sua tasca.
Lui che da grande, finiti troppo presto
gli amori, alla vita disse “arimo” e alla tasca
l’ascolto. L’ultimo gioco fu in un bosco
a tagliare legna e il suo futuro.
E adesso come una figurina
si stacca dalla memoria, da quel bosco
battuto da un vento arido, adesso
che a dire “arimo” ci siamo noi.

                 Nota:
espressione convenzionalmente in uso tra i bambini durante i loro giochi; l’intento è quello di richiedere una pausa. La versione estesa è “arimortis”.


Sezione:Sotto l’ultima pietra

Le dita sulla rete
(Un campo profughi nel terzo millennio)

Alle spalle, fermate con i sassi lungo linee regolari, le tende;
sotto: la terra sbagliata, quella che nessuno chiama casa.
Stanno in piedi, lo sporco dietro le orecchie, le mosche
sulle pieghe sudate; tengono le dita sulla rete, guardano
lo spazio, una linea diversa che sia una proposta.

Chissà se provano a fare il conto: la distanza dalle colline
che ogni notte si spengono e mettono a letto le cose, una sedia,
una coperta piegata di fretta. Oggetti lasciati nell’urgenza del distacco,
o forse per appartenere ancora. Là tra i ciuffi e le rocce, si tiene
la possibilità di tutte le direzioni, un’altra luce, un ritorno.
Lo sanno, domani niente sarà più vicino e la coperta ancora perduta.

A qualcuno toccherà fermare lo sguardo, tenerlo sopra,
 misurare il perimetro, la rete che tiene fuori la paura
e dentro li fa stranieri. Si dovrà mettere qualcosa al servizio:
un passo, o l’avanzo sporcato del tempo gettato. Lo sappiamo,
qualcuno dovrà guardare sotto l’ultima pietra.




Dietro la fisarmonica

Tutti abbiamo un urlo pronto in tasca
tra le monetine rimaste di un caffè
e un biglietto con un numero:
“chiamami” disse al bar.
Dietro la barba, all’angolo tra le due strade
 parlarono delle urla che sostano
che ti prendono alle spalle.
Disse che le conosceva, lui aveva
l’Albania che non gli taceva dentro,
disse che raccontavano la fine delle cose
e che per fare bene il loro mestiere
chiedevano silenzio e le pance aperte.

Lui afferrava una fisarmonica.



                Sezione: DNA

*


Non basta accettarli all’offerta un po’ esitante
devo chiederli più spesso i pomodori
che combatti alla terra e prepari
sulla notizia del giorno incartati appena vedi
l’auto al cancello e arrivi che quasi disturbi
e dovrei dirtelo che non è vero. L’orto
come uno specchio dove ti confermi
è il tuo dire che ci sei che la pensione
e quella mattina reumatica
tutta un problema dentro il nome
non l’hanno vinta e tuo figlio grande
deve chiederli più spesso i cetrioli
che stasera alla sua tavola
crescerà ancora un dito.  




*

La pianta grassa alta ventidue centimetri
un paio di volte l’anno spingeva fuori
di mezzo le spine, un fiore viola. Nella venatura:
la linea del costato, il filo delle vertebre.
Sotto la ghiaia a sassi bianchi, il morto
un paio di volte l’anno, si specchiava.


       
*


Quell’appartenenza sospesa
tra l’uomo che mi ha dato
e lui che si è preso
ancora dentro le mie mani, ad incarnarsi
un pezzo alla volta, una spina dorsale
che si fa. Non posso fingere
il riflesso che sono stato
e tu cominci ora
anche se non riconosci
quel tuo sistemare l’orologio
quello stare sospeso sui talloni che è mio
cominci e ritorni
una luce che è già stata.


Marco Bellini risiede in Brianza dove nasce nel 1964. Oltre alla lirica “Le parole” (Edizioni Pulcinoelefante 2008), sue raccolte di poesia edite sono: “Semi di terra” (LietoColle 2007), la plaquette “E in mezzo un buio veloce” (Edizioni Seregn de la memoria 2010), “Attraverso la tela” (La vita felice 2010) e “Sotto l’ultima pietra” (la vita felice 2013). Ha ottenuto riconoscimenti  in numerosi concorsi. Sue poesie sono state inserite in diverse antologie, sono apparse sui blog “La poesia e lo spirito”, “Blanc de ta nuque”, “La presenza di Èrato” e sulle riviste “Ali”, “Le voci della luna”,  “La mosca di Milano”e “Incroci”. E’ risultato vincitore della selezione nazionale “European Poetry Tournament” 2013.


domenica 6 luglio 2014

Simone Maculan: Il paesaggio nella poesia veneta del ventennio 1945-1965

           
                                                                                              
                                                  a forza di guardare e di non vivere
                                                 cos’è mai divenuta la poesia?
                                                                              Fernando Bandini[1]




   Il paesaggio gode di rilievo in tutta la letteratura veneta moderna. In particolare appare degna di nota la sua rappresentazione nella lirica in lingua alla metà del secolo scorso: il disinteresse per altre questioni, ad esempio politiche o teoretiche, fa in modo che i poeti propendano per un tema “di ripiego” come quello del confronto con la natura. Il soggetto proietta nel contesto ambientale la sua condizione di isolamento, chiusura, estraneità alla storia. Si possono considerare esemplari in tal senso i testi di Diego Valeri. Nessuno degli oggetti da lui rappresentati può collocarsi in una determinata epoca: città (Padova, Venezia) e campagna rimangono dall’inizio alla fine identiche a se stesse o mutano solo in rapporto alla percezione soggettiva. Alludendo da un lato alle pratiche simboliste, dall’altro ai tradizionali topoi sulla natura, Valeri tende a fissare i singoli elementi nel loro valore emblematico: in certi casi le presenze ambientali si riducono a un pretesto per riflettere sull’esistenza.

Occhi, prendete! I meli tutti fiori
                                                           e foglie, i pioppi vestiti d’un velo
                                                           d’acqua tremula, e questo acceso cielo
                                                           dietro la tenda opaca dei vapori,
                                                                                                      
                                                           sono la grazia di un’ora che fugge
                                                           come fuggono i venti dell’aprile;
                                                           sono una essenza fragile e gentile
                                                           che ride e splende, e subito si strugge. [2]

   In perfetta linea con Valeri si colloca Antonio Chiarelotto, originario di Montebelluna. La sua scrittura gioca su due piani che, nell’entrare in contatto, danno origine a intense suggestioni figurative: da un lato si opta per una resa realistica degli ambienti, con grande ricchezza di dettagli; dall’altro gli oggetti vengono allontanati in una prospettiva fantastica o memoriale.

La domenica bianca, delle Palme,
                                                           tutta corse e sorprese
                                                           sulla strada degli echi,
                                                           coi rossi lumi delle case sperse
                                                           tralucenti da siepi
                                                           sul sonno velato dei campi,
                                                           e io stringevo fra le dita rosse
                                                           gemme di spino e fuscelli
                                                           con campanule di brina.
                                              
Io mi guardavo, fatto d’aria:
                                                           il berretto marino sui ricci biondi,
                                                           lo schiocco delle gonne
                                                           e di scarpette nuove,
                                                           tutto era volo. [3]

   Se quello di Chiarelotto è un paesaggio suscettibile di ampi slittamenti sul piano crono-spaziale, Bino Rebellato ci riporta, volta per volta, alla dimensione del presente: le mirifiche parvenze dell’alta padovana vengono colte nell’attimo in cui lo sguardo le genera, e solo in quello hanno senso d’essere. Le limpide acque del Tèrgola o le rosse mura di Cittadella s’imprimono appena sulla pellicola, dando origine a un fotogramma, statico e sbiadito, che è il singolo testo come noi lo leggiamo.

                                               Quando l’aria pulisce gli orizzonti
                                                           scendiamo ad uno ad uno al nostro fiume
                                                           fra i banchi della ghiaia
                                                           a specchiare la fronte;

                                                           contadini coi cappelli di paglia,
                                                           raccogliamo cannucce sulle sponde
                                                           a intessere pensieri intorno agli orti
                                                           fra macchie d’ombra. […] [4]

   Nella poesia del padovano Giulio Alessi, invece, la tendenza a rifugiarsi in atmosfere sublimate viene respinta quasi subito, nel momento in cui si accoglie sulla pagina il mondo così com’è, senza bisogno di offuscamenti o nobilitazioni. Un paesaggio veritiero, che si anima grazie ai personaggi che lo popolano; vengono rappresentati, da una parte, le condizioni miserabili dei sobborghi; dall’altra, gli elementi che segnano la modernizzazione del territorio. Uno sguardo coraggioso, si può dire. Ciononostante manca un tono di denuncia sociale o ecologista; il valore che ispira l’apertura verso l’altro è piuttosto la carità cristiana.

Chiare al sole, con l’erba sui tetti,
                                                           case vacillanti
                                                           che hanno sofferto le buie querele del tempo
                                                           ed ogni donna alla finestra
                                                           ha un povero amore
                                                           che va mendico.
                                                           Ma la festosa rondine improvvisa
                                                           stride allo svolto
                                                           a chi si domanda
                                                           sul ponte
                                                           coi gomiti appoggiati al parapetto
                                                           rosa dal sole del mattino. […] [5]

   Ma viene l’ora in cui le trasformazioni si fanno violente anche nella provincia veneta. Riguardo alla poesia, si segnala la “fine della complicità con la natura, su cui si proiettava l’io lirico” [6], con conseguente “espulsione del soggetto psichico ad opera degli elementi naturali” [7]. I paraventi non tengono: la tela del paesaggio si strappa, sotto l’impeto del cambiamento, o addirittura viene staccata dalla cornice. Leggendo le poesie del maranese Bortolo Pento è possibile individuare alcune crepe che minano la fictio. Dapprima, nel sospeso contesto agreste si intrufolano elementi che esulano dal classico alfabeto figurativo (i “camion” dei soldati, un “romapadova”, “il nero / di una deserta ciminiera” che sciupa la “gentilezza rosea / dell’alte nuvolette”); poi gli stravolgimenti si fanno tanti e tali da rendere vana qualsiasi fuga tra le colline.

                                               Le gigantesche torri cittadine,
                                                           il ciclopico rullo dei cantieri
                                                           ascolti come il canto dei tuoi giorni.
                                                           Il mostruoso fiore dell’uranio
                                                           e la leggiadra orbita degli sputnik
                                                           già vedi balenare sugli schermi. […]
                                                           Indicibili talpe abbacinate,
                                                           levigati metrò e locomotive
                                                           intersecano il polso della terra. […]
                                                           E risplende dall’artica banchisa,
                                                           estremo segno, l’ultima baleniera. [8]

   Una via diversa per sopravvivere al transito da un tempo simbolicamente ricco a uno di totale spogliazione è quella delineata da Gino Nogara. Il suo paesaggio contempla – con riferimento alla geomorfologia del vicentino – un susseguirsi di prati e campi di mais “fino all’estremo segno / delle pianure e là alle valli, al margine / degli altipiani”. E’ un habitat intimamente connesso alla civiltà contadina, che va ormai smarrendosi. Tuttavia, nel momento in cui il presente svela il suo volto inautentico, non basta la memoria a riscattare il vuoto. La soluzione più ovvia perciò è uscire dal paesaggio[9] per dedicarsi alla meditazione astratta: in questo verso procede il poeta, consapevole che la bellezza naturale non costituisce ormai un valido caposaldo orientativo.

Al limite del gioco
                                                           negli occhi il duro lume che ci spoglia. […]
                                                          
                                                           A smascherare sino in fondo questa
                                                           vile coscienza, fuori dal paesaggio
                                                           un grido porteremo, mai più il canto. [10]

   La ricerca sperimentale di Cesare Ruffato e Andrea Zanzotto muove invece dall’interno della logosfera: il paesaggio stesso, più che di riferimenti esterni, vive come infiorescenza verbale. Se analoga in Ruffato e Zanzotto è la vocazione allo sperimentalismo, nel primo mai si perde la tangibilità corporea del referente. Ecco un ritratto della sua Padova.

Mascheroni, semafori, portici
                                                           camini, sinusoidi
                                                           omnia tristia,
                                                           la città erpica gli argini
                                                           della luna. Lampeggia il Salone
                                                           di barite, l’occhio ciclopico
                                                           del Prato e gli anni d’Antenore
                                                           nelle vie tra i rifiuti. L’affanno
                                                           l’ozio, i convegni, ogni tessuto
                                                           del giorno ora si tende, minima
                                                           scoria.
                                                           Alla sete della terra, alla fatica
                                                           i colli curvati
                                                           àncorano lumi alla pianura. [11]

Nel solighese forzatura dei legami significato-significante è invece praticata su larga scala: linguaggio e paesaggio non hanno più un senso univoco, ma si disperdono in costellazioni tra le quali l’io, a sua volta disintegrato, si barcamena.

                                                Da questa artificiosa terra-carne
                                                           esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
                                                           – soli che urtarono file di ciglia
                                                           ariste appena sfrangiate pei colli –
                                                           da questo lungo attimo
                                                           inghiottito di nevi, inghiottito dal vento
                                                           da tutto questo che non fu
                                                           primavera non luglio non autunno
                                                           ma solo egro spiraglio
                                                           ma solo psiche
                                                           da tutto questo che non è nulla
                                                           ed è tutto ciò ch’io sono:
                                                           tale la verità geme a se stessa,
                                                           si vuole pomo che gonfia e infradicia. […] [12]

   A differenza di tutti gli altri, il veneziano Carlo Della Corte e il vicentino Fernando Bandini, più giovani, non vivono il processo che porta alla dissoluzione delle arcadie. La loro avventura appartiene ad un nuovo capitolo della storia letteraria, di certo consequenziale al precedente, ma nel contempo autonomo. L’idillio non esiste più: è passato il tempo dei purismi e la realtà avvampa sotto l’esile corteccia della scrittura.

                                                Lungo il limpido margine
                                                            su cui moriva il lampo della rondine
                                                            il tempo ha seminato l’ombra e il sale.
                                                            Il poeta si scusa del suo male.
                                                            Molesto il pensiero l’assale
                                                            d’un’altra età dove il grano era biondo
                                                            e resina era il mondo
                                                            stillante dalla scorza delle pagine. [13]

La poesia, definendosi luogo della crisi, permette a chi scrive e a chi legge di tenere aperti gli occhi sul mondo; si presenta come termometro socio-politico, oltre che esistenziale; si interroga sul ruolo della lingua e sul suo possibile futuro. Il paesaggio è dunque pronto ad accogliere la storia: il flusso dell’attualità erompe tra le pagine, portando con sé una visione articolata della società.

Il corallo del cielo, i gridi appena
                                                           desti di spalatori che si chiamano
                                                           da un ponte all’altro…
                                                                                                              L’alba a salutarti
                                                           non fatica. Nell’algido acquitrino
                                                           della laguna non c’è gozzo o barca
                                                           che viva, solo il legno del lattaio
                                                           pulsa timidamente di un motore
                                                           dentro il vitreo malanno: mille bocce
                                                           sono esplose in silenzio, il fondobarca
                                                           è sommerso da un latte malinconico,
                                                           niveo flutto, a deludere chi ha fame. [14]

Quella membrana che prima sigillava il soggetto nel breve giro delle sue emozioni, ora si espande e ammette per osmosi altre presenze che si muovono, amano e soffrono. In altre parole, si fa incubatrice di un nuovo umanesimo.


Simone Maculan è nato a Malo (Vicenza) nel 1980. Si è laureato in lettere con una tesi sul paesaggio nella lirica veneta del novecento. Oltre a insegnare, è attivo come volontario nel carcere di Vicenza e si occupa di cultura ed educazione presso il Centro di Documentazione Paulo Freire di Padova e presso l’associazione ipiccolimaestri di Malo.  Sono stati pubblicati due suoi interventi, il primo nel 2006 sulla materia della tesi e il secondo nel 2007 dedicato all’intellettuale e poeta maranese Bortolo Pento. Più di recente ha curato l’antologia di un altro poeta locale, Walter Giuliano Fabris, di cui è prossima la pubblicazione.  

                                                                                                      



[1] F. Bandini, Sermone, nella raccolta In modo lampante, Venezia, Neri Pozza, 1962.
[2] D. Valeri, Occhi, prendete in Poesie scelte, a cura di C. Dalla Corte, Milano, Mondadori, 1976.
[3] A. Chiarelotto, A mattutino, tratto da Poesie 1937-1985, Scheiwiller 1986.
[4] B. Rebellato, in Viandanti in cerca di una spiga, ne Il tempo finito, Padova, Rebellato, 1959.
[5] G. Alessi, Cara città (1956), ne Le poesie, a cura di I. De Luca e V. Zaccaria, Milano, Mursia, 1986.
[6] Ibid.
[7] Ibid.
[8] B. Pento, Apocalisse in bianco e nero, in Un giudizio della vita, Padova, Rebellato, 1965.
[9] Fuori del paesaggio è il titolo di una sezione della raccolta Detto con ironia, Venezia, 1966.
[10] G. Nogara, Al limite del gioco, in Detto con ironia, Venezia, 1966.
[11] C. Ruffato, Mascheroni, semafori, portici da Il vanitoso pianeta, Caltanisetta, Sciascia, 1965.
[12] A. Zanzotto, Esistere psichicamente, in Vocativo, Milano, Mondadori, 1957.
[13] F. Bandini, Sermone, nella raccolta In modo lampante, Venezia, Neri Pozza, 1962.
[14] C. Della Corte, Cronache del gelo, Milano, Schwarz, 1956.