Luca Rizzatello è
bravissimo a combinare l'enigmistico con l'enigmatico, il lirico con gli
ingredienti del noir. Il suo libro precedente, Ossidi se piove, metteva
ruggine sugli Ossi montaliani, li virava in calembour post-atomico, porta
infernale di un mondo che, in mano morta con dita (Valentina, 2012),
diventa dark, di dentro e di fuori. Arricchito di 12 interessanti incisioni a
puntasecca su zinco o rame in bianco e nero (che meriterebbero un post a
parte), copertina della stessa fatta, e rigida come un cadavere fresco di
giornata, il libro custodisce 11 perle endecasillabiche dal ritmo spesso
saffico: un metro barbaro per raccontare, in strofe di 11 versi, l'avventura
gotica di una monaca, il cui padre è affetto da "psoriasi
psicosomatica", che schiaffeggia una mistica appesa e sanguinante. Lo
spazio è angusto, tanto che un nano terapeuta, "travestito da
neonato", esercita dentro uno sgabuzzino. C'è anche miss Massachusetts in
questa storia, che sculaccia se stessa con gusto, e una bara portata a spalla da
due becchini part-time. La monaca è stagista e pratica la spanking (vista la
passione, qualcuno potrebbe sospettare che, da giovane, sia stata miss
Massachusetts); qualcun altro ha messo la stricnina nelle mele cotte del
refettorio procurando diarree a catena. Vien presto il sospetto di essere
dentro a un pasticciaccio che Rizzatello gestisce con l'occhio attento
di un Ingravallo. E, come nello "gnommero" gaddiano, non conta chi sia davvero il
colpevole perché colpevoli lo siamo tutti. Nessuno escluso.
Il lettore, dopo
aver fatto il viaggio in queste 11 stanze non creda tuttavia di esserne uscito
con il bandolo in mano. Torni invece indietro, e legga la dedica: per Rossano
Onano. Uno psichiatra-poeta che ama, come Rizzatello, i cortocircuiti della
lingua e del cuore. Si chiede Andrea Lorenzoni nel suo blog, recensendo il
libro: è se fosse lui il nano? Il sospetto – lecito, visto che il
poeta-psichiatra ha scritto di recente Il nano di Velazquez – potrebbe
essere un indizio per dare dignità al personaggio, qui altrimenti ridotto ad
emblema dello sfiducia nella pseudoscienza psicoanalitica. Non ci fa bella
figura quest'essere compresso, che si finge neonato, come fosse un personaggio
pirandelliano, che esce dalla maschera dominante per indossarne un'altra, liberante.
Anche se, in mano morta con dita, nessuno è libero davvero. Potremmo
essere in un manicomio conventuale o in un convento per suore dementi, dove le
sorelle giocano a wrestling con la playstation e talvolta godono come
diavolesse sado-maso. Ma il nano di Velazquez è un uomo bello e mansueto, ci
ricorda Anna Ventura nella prefazione di quel libro, che porta in effige uno
dei tanti nani velazqueziani. Tutti pieni di dignità e tenerezza.
Il nano di Onano
"accosta la mano mancina" a un "panno viola, per farci vedere
l'altra stanza; la destra, invece, è "raccolta a gucchiaio" in attesa
"dell'obolo dovuto"; domanda: forse è questa a diventare, in
Rizzatello, la mano morta, anzi, a fare la manomorta, quel gesto impudico del
toccare le pudenda che qui diventa la sculacciata liberatoria della monaca? E
se invece, il coltissimo amico, intendesse il termine nella sua accezione
giuridica longobarda, ossia il divieto di trasmettere per via ereditaria beni
feudali. E quindi il conflitto, cui la mano rinvia, è giudiziario prima
che patologico? Ad ogni modo, monomorta
è un francesismo che allude alla rigidità cadaverica della mano la
quale, appunto perciò, non lascia libero il bene, che trattiene, al godimenti
di terzi. E siamo di nuovo al principio del noir, al titolo, dove una mano
morta è forse "con-dita" perché godereccia (potrebbe essere quella
della monaca che, nella prima lirica, ha la vestaglia "macchiata di
sugo"); oppure, il titolo, allude a una faccenda di eredità impossibile da
spartire perché bene comune, come un monastero, appunto, o un manicomio. Il
dubbio è levito, la risposta ogni lettore la dia per conto proprio, senza
illudersi di avere ragione. Sotto questo profilo, la verità polisemica del
racconto è l'allegoria stessa dell'esegesi poetica: anche qui, ogni lettore ha
il diritto-dovere di avventurasi, con cognizione di causa, nell'interpretazione
del testo.
Rifatto le 11 tappe
con questo nuovo zaino, uno potrebbe pensare: bene, finalmente sono uscito dal
labirinto. Illuso! vada a leggersi la notizia sugli autori: scopre che
Luca Rizzatello è Nicola Cavallaro e Nicola Cavallaro è Luca Rizzatello. E sì
che io, una volta, li ho incontrati insieme, e ci ho persino parlato a Nicola.
Non mi stupirei se fosse stata una controfigura, ingaggiata per seminare zizzania
nei nostri cuori ingenui, che credono nell'uno anche quando, è evidente, al
mondo non esistono che copie. C'è tanto Pirandello in tutto questo e
l'insegnamento del grande Calvino. Ma nella
mano morta con dita c'è anche tanto Rizzatello, uno dei migliori
poeti in circolazione.
da mano morta con
dita (Valentina Editrice, 2012)
1.
All’occorrenza
andrebbe stabilita
la distanza standard
tra la monaca
macchiata di sugo
sulla vestaglia
che chiacchiera sul
muretto del chiostro
e la mistica isterica
che ride
dietro la parete
della celletta
sul fondo della
cabina del camion
miss massachusetts
sculaccia nei mesi
estivi in successione
la collega
anonima sé stessa il
nano avanti
con gli anni
travestito da neonato.
5.
Il nano lo gnomo o
come si dice
sta tanto bene nello
sgabuzzino
dei detergenti
chimici perciò
la seduta d’analisi
la fa
stando dietro la
porta e così fa
l’analista che sta
dietro la porta
per il resto
l’atmosfera si carica
di varechina che
produce sempre
la medesima visione
con charles
dickens visto di
scorcio e gli orfanelli
contriti col
tritacarne a testuggine.
incisione di Nicola Cavallaro
In
principio [2005] Prufrock spa (di cui Rizzatello e Cavallaro sono i fondatori)
è il pretesto per realizzare un album musicale, omonimo e autoprodotto, e con
la voce di Alice Chinaglia. Con la trasposizione di quattro brani (Panopticon,
D.D.T., Sharazad re-tell-me, Radiorama)
nella forma video, si sviluppa un processo di incubazione di quello che sarà
uno dei fondamenti di PS, lo studio dei rapporti tra materia sonora e materia
visiva. L’indagine si concentra sulle possibilità della narrazione per
immagini, con l’utilizzo prevalente della tecnica stop motion. La seconda fase [2006] coincide con l’allestimento di
reading poetici: La pergamena delle mutazioni (testi di Renzo Cremona), Le
donne abbandoniche (testi di Rossano Onano) e Demhooneysm. Ci si
propone di superare l’idea di reading come performance in cui musica e immagini
siano a servizio del testo letto; da qui la costruzione delle tre componenti
(testuale, visiva e sonora) come momenti strettamente connessi ma
potenzialmente autosufficienti. Se nella prima fase il fulcro della ricerca
musicale era la scomposizione della forma-canzone – e, parallelamente, la
composizione di testi in cui le ascendenze letterarie di partenza tendevano al
punto di rottura della comunicazione non lineare – ora l’organismo sonoro si
nutre dei suoi elementi materici, applicando agli stilemi della musica concreta
le potenzialità dell’editing digitale. Nella terza fase [2007-2011] la
costruzione di architetture visive e sonore viene estesa alle possibilità reali
offerte dagli spazi fisici; è il caso del progetto di riscrittura Make
it Happening, ideato con frederico f. (Father Murphy, St. Louis &
Lawrence Books): un classico della tradizione viene riscritto e adattato al
luogo ospite, trasformando la cornice in opera e in contenitore di eventi.
Viene inoltre curata la rassegna Precipitati e composti, l’altra
faccia del Premio letterario ‘Anna Osti’ di Costa di Rovigo. Nel 2012 nascono
le Edizioni Prufrock spa. Altro su prufrockspa.com
..di primo acchito mi ha riportato ad atmosfere un po' 'rocky horror picture show'.. un po' 'the wall' e un po' marilyn manson.. :)
RispondiEliminami incuriosisce molto tutto: gli scritti, la casa editrice, l'origine musicale e i reading.. cercherò di trovare il più possibile.. (grazie)
direi che ne hai colto la parte più nera, con tanta ironia. visita il sito, che ne vale la pena. ciao!
EliminaEndecasillabi un po' sgangherati: "la distanza standard tra la monaca" è un decasillabo e nel poco che si legge sopra non c'è un minimo di coerenza nella scrittura degli accenti interni. Se la poesia è anche prosodia, questo per me non è un buon poeta. Chiara.
RispondiEliminaè un endecasillabo, leggi meglio. la coerenza non è di Rizzatello: o lo prendiamo così oppure compriamo un contatore di accenti, che mette i principali al posto giusto.
Eliminaio conto
Eliminala di stan za stan dard tra la mò na ca
Prendiamolo pure così, coi suoi non-endecasillabi. Oppure chiamiamoli endecasillabi in barba ai Dante e ai Petrarca, e compriamo un contatore di accenti per chi non ha dieci dita né scienza del ritmo.
Eliminal'endecasillabo non è inviolabile come l'autorità del papa. può essere ripensato, visto che è nato.
Eliminase non ho abbagli ha contato 11 anche chiara..
EliminaChiara ha ragione perché applica la regola che vuole l'accento dell'endecasillabo alla decima sillaba. "Mònaca" è parola sdrucciola per cui, nel conteggio, si deve togliere una sillaba. Il verso citato dunque è un decasillabo.
EliminaLa mia obiezione è che un versificare trasgressivo come quello di Luca può anche prevedere la sovversione della norma: il sabotaggio è il suo mestiere (vedi come ha sabotato, nel precedente libro, il titolo "ossi di seppia").
oh ecco.. si vede che non ho mai contato molto... :)
Eliminagrazie..
Gentile Chiara,
RispondiEliminalei ha pienamente ragione. Uno dei temi portanti di questo libro è l'arte della dissimulazione, o meglio, è la rappresentazione di alcuni tentativi di dissimulazione che i personaggi tentano di attuare, ma che sistematicamente falliscono, svelando quindi reali intenzioni e miserie. Per questa ragione, in fase compositiva, ho ritenuto che una via praticabile fosse quella di una costruzione formale che - proprio come i personaggi - offrisse, a una lettura superficiale, una facciata rigorosa, in odore delle ascendenze tradizionali che lei correttamente rileva; ma che, progressivamente (fin da subito, dato che la prima magagna affiora in tutto il suo splendore al secondo verso del primo testo), cominciasse a cedere, attraverso accorgimenti retorici (es. il finto endecasillabo di cui sopra) più o meno esposti. Che, in altri termini, la macchina prevedesse degli inceppamenti formali/funzionali.
Mi permetto di aggiungere una nota, che le assicuro non essere di carattere personale. Mi rendo conto che conversare attraverso un blog non consenta le sfumature che un confronto di persona può consentire; tuttavia: riferirsi ad una persona con 'questo' (lei si riferiva a 'poeta', ma mi conceda la semplificazione), mi fa pensare ad un avventore che indicando un prodotto ittico rinfaccia al commerciante la scarsa freschezza dello stesso.
Sono felice che lei abbia ribadito il ruolo fondamentale che riveste la prosodia, superficiale e profonda.
Un caro saluto,
Luca Rizzatello
Niente di personale, ovvio. In verità il cappello introduttivo mi ha attirata, mentre vagavo tra merluzzi e baccalà, vendendo invitanti "perle endecasillabiche". Le avrei pagate anche care, ma non prima di avere aperto le ostriche una a una. Chiara.
RispondiEliminala collana non è la somma delle singole perle.
EliminaChiara, naturalmente quanto sopra è detto con simpatia. Ti ringrazio anzi per aver contribuito all'analisi del libro.
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