martedì 27 gennaio 2009

Ricordando i Giusti


Gabriella Rabottini in "Patria indipendente" (rivista dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) del 21 gennaio 2007, ha scritto, a proposito della resistenza interna nella Germania nazista: "Già nell’autunno del 1933 l’emigrazione antinazista denunciò la presenza di 45 campi di concentramento e la deportazione di 40.000 persone. [...] Una forma di resistenza non trascurabile, ma molto dibattuta, riguarda le due confessioni cristiane tedesche da cui uscirono nobili figure di antinazisti. Una delle poche pubbliche denunce contro gli arresti, le persecuzioni arbitrarie e le uccisioni di invalidi venne dalla voce del vescovo van Galen di Muenster, uno dei vescovi invitati a Roma da Pio XI per redigere l’enciclica Mit brennender
Sorge
, nella quale si condannava il regime nazionalsocialista. Al vescovo Wurm, della regione del Wuerttemberg, dobbiamo vibranti denunce dello sterminio degli ebrei, mentre il pastore Dietrich Bonhoefer [...] prese vari contatti con la resistenza ma fu poi arrestato, internato e impiccato nel 1945 nel campo di concentramento di Flossenburg. [...] Tra il 1933 e il 1939 l’opposizione antinazista si proponeva innanzitutto di rovesciare il regime, con lo scoppio della guerra l’obiettivo più concreto divenne quello di fare uscire il Paese dal conflitto; in questo periodo registriamo più di 300 gruppi di opposizione che agivano clandestinamente attraverso la distribuzione di stampe, volantini e impedendo con atti di sabotaggio il normale funzionamento della macchina nazista.
[...] Il movimento Freies Deutschland (Germania Libera) fu costituito nell’estate del 1943
per iniziativa di emigrati politici e intellettuali in Unione Sovietica, in collaborazione con prigionieri della Wehrmacht, con l’obiettivo dell’incitamento alla ribellione per rovesciare il governo nazista. Il Comitato fu affiancato dalla lega degli ufficiali tedeschi presieduta dal generale von Seydlitz alla quale aderì anche l’ex comandante della VI armata di Stalingrado, maresciallo Paulus, cosa che ebbe una non trascurabile eco in Germania. L’attività del Comitato Freies Deutschland si avvalse della diffusione di materiale propagandistico e di trasmissioni radiofoniche. Il movimento clandestino che mantenne più continuità fu quello legato al partito comunista, che influenzò indubbiamente il più importante gruppo antinazista anteriore allo scoppio della guerra, il gruppo Schulze-Boysen-Harnack, noto anche come Rote Kapelle (Orchestra Rossa), come fu definito dalla polizia nazista. Nel 1936 l’ufficiale d’aviazione Harro Schulze-Boysen raccolse attorno sé, a Berlino, persone di diversa provenienza politica, fra
cui alcuni comunisti; nel 1939 il gruppo si fuse con quello organizzato da Arvid Harnack, funzionario del ministero dell’economia. La posizione sociale dei due principali esponenti permise al gruppo di raggiungere diversi ambienti della capitale del Reich, legando assieme intellettuali,
alti funzionari dell’amministrazione e nuclei operai, costituendo così una larga rete di contatti e di propaganda nel resto del Paese. A loro viene attribuita a diffusione del periodico landestino Innere Front (Fronte Interno). L’attività fu di propaganda e di solidarietà con i perseguitati politici e razziali, ma anche di appoggio attivo alla resistenza nei territori occupati; il gruppo riuscì a stabilire un contatto radio con l’URSS. Nel 1942 più di 60 condanne a morte chiusero la vicenda della Rote Kapelle. [...] L’organizzazione operaia guidata da Georg Lechleiter, con base a Mannheim, sede di importanti industrie belliche, diffuse la propaganda antinazista attraverso il giornale illegale Der Vorbote (Il Presagio); i suoi principali esponenti furono giustiziati il 15
settembre 1942. Uno dei gruppi più combattivi operava ad Amburgo, città di tradizione proletaria, guidato dagli operai Baestlein, Jacob e Abshagen, usciti tutti e tre dal campo di concentramento di Sachsenhausen; oltre all’attività di propaganda il gruppo tentò di costituire un apparato militare: l’organizzazione era in contatto con la Rote Kapelle e con un altro gruppo berlinese guidato da Anton Saefkow, che aveva raccolto nella sua organizzazione i superstiti del gruppo di Uhrig [altro operaio del fronte interno assassinato]. L’intero gruppo
fu annientato, i tre principali esponenti furono giustiziati il 18 settembre del 1944 mentre altre centinaia di condanne testimoniano l’estensione della rete clandestina da essi creata. Un gruppo singolare fu quello composto da giovani ebrei, che raccoglieva anche molti lavoratori delle
fabbriche Siemens, guidato dal costruttore Herbert Baum; nel 1942 organizzò addirittura un attentato appiccando il fuoco a un padiglione di propaganda antisovietica: il gruppo fu distrutto, Baum morì sotto tortura e altri 22 componenti furono giustiziati. Una pagina a parte meritano i giovani del gruppo della Rosa Bianca, “Die weisse Rose” di Monaco, riuniti attorno alla figura del prof. Kurt Huber. Spinti più che da convinzioni politiche da uno sdegno profondo di fronte al nazismo e alle sue colpe nei confronti dei tedeschi e del mondo intero, agirono creando e distribuendo volantini in molte città della Germania, in cui incoraggiavano la popolazione a ribellarsi attraverso la resistenza civile [...] Il gruppo era in contatto con Falk Harnack, fratello di Arvid, e con il pastore Bonhoefer per la creazione di un coordinamento dei vari gruppi resistenziali. [...] La Rosa Bianca terminò tragicamente la sua storia. Il 22 febbraio 1943 i fratelli Hans (24 anni) e Sophie (21 anni) Scholl vennero decapitati insieme al compagno Cristoph Probst (23 anni) e qualche mese dopo la stessa sorte toccò al prof. Huber e ad altri studenti dello stesso
gruppo. Dopo la condanna a morte dei fratelli Scholl fu emanato un provvedimento per cui i parenti dei condannati dovevano essere arrestati e condotti in campo di concentramento. La rete cospirativa più vasta fu quella legata al complotto del 20 luglio 1944, nella quale confluirono uomini della Wehrmacht, esponenti confessionali, conservatori, socialdemocratici, civili e nobili, come quelli legati al circolo di Kreisau, nato intorno alla figura del conte Helmut von Moltke. Fra gli esponenti più in vista dell’organizzazione troviamo Ludwig Beck, ex capo
di stato maggiore dell’esercito, il conservatore Karl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, che nei piani dei cospiratori sarebbe divenuto il futuro cancelliere del Paese, e il colonnello von Stauffenberg, che eseguì personalmente l’attentato al Führer depositando una bomba nella sala riunioni del suo quartier generale. L’attentato fallì e Hitler sopravvisse. Stauffenberg fu fucilato insieme ad altri suoi complici, Beck si suicidò e la dittatura e il terrorismo conobbero un ulteriore inasprimento: le vittime della sanguinosa repressione ammontarono a qualche migliaio (persino il più popolare condottiero dell’esercito nazista, il maresciallo Rommel, fu costretto al suicidio). Fra i singoli che esercitarono un’opposizione al regime nazifascista ricordiamo il falegname Georg Elser, che nel novembre del 1939 cercò di realizzare un attentato contro Hitler con lo scopo di fermare la guerra ed affermare la pace in Europa; fu fucilato a Dachau pochi giorni prima della fine della guerra, il 9 aprile 1945. Un episodio poco noto relativo alla resistenza civile è quello delle donne della Rosenstrasse: nel febbraio del 1943 i nazisti catturarono a Berlino circa 1.700 ebrei, molti dei quali erano sposati con donne tedesche, e li rinchiusero in un edificio situato appunto sulla Rosenstrasse; le mogli e le figlie di questi uomini protestarono giorno e notte, nel rigido inverno berlinese, di fronte all’edificio finché dopo una settimana i prigionieri furono rilasciati. Questi sono solo alcuni dei gruppi di opposizione al nazionalsocialismo
in Germania. Non ci è dato sapere con precisione quanti furono gli oppositori al regime nazionalsocialista che perirono o furono condannati; sappiamo che i tedeschi imprigionati e deportati sono stati non meno di un milione, qualcuno parla di 800.000 oppositori morti".

venerdì 23 gennaio 2009

M'illumino di meno (e altro)


Fra i vari appuntamenti che si svolgeranno in Italia in relazione al risparmio energetico, ho scelto di segnalare quello di venerdì 13 febbraio (17,30 - 20,00) a Napoli. Organizza Rossella Tempesta, in collaborazione con Caterpillar Radio Due. Presso l'MH HOTEL, ma in diretto contatto con i passanti di via Chiaia, ci sarà un reading di poesia a lume di candela. Chi volesse partecipare scriva a Rossella qui.



Invito poi gli appassionati di poesia a leggere l'interessante dibattito che si è svolto su Universo Poesia, il blog di Matteo Fantuzzi, riguardante la didattica della poesia nella scuola.



Ancora: per chi volesse leggere qualcosa di mio recentemente uscito in rete, consiglio il testo pubblicato su Carte nel Vento (Anterem) dal titolo A che cosa serve la poesia



Comincia a Schio l'ottava edizione di Poesia / poesie. Sul sito di Fara editore i dettagli.



Infine tre segnalazioni:


- E' in rete l'ultimo numero di Qui appunti dal presente dal titolo Ricordi (scaricabile in pdf).


- Le Edizioni del foglio Clandestino hanno edito Gli amori gialli di Tristan Corbière, (trad. di Luca Salvatore). Pubblicato a spese del padre nel 1873, il libro passò quasi del tutto inosservato. Corbiere morì a Parigi nel 1875, appena trentenne, d’artrosi e tisi.


- Presso il Municipio di Galliera Veneta, il 30 gennaio ore 20.45, La Spina Editrice presenta Vite pulviscolari di Maurizio Cucchi (con disegni di Giovanni Turrìa) e L'ortolano di Balzac di Claudio Recalcati (disegni di Massimo Casagrande) Evento a cura di Danni Antonello.

sabato 17 gennaio 2009

Marco Scalabrino



Marco Scalabrino è cultore della lingua siciliana e aperto al canto del mondo, memore che, in quelle terre, principiò l'Europa, crogiolando Grecia, Islam, Normanni, Tedeschi, Francesi, Spagnoli e Piemontesi. Forse per questo, i suoi libri in vernacolo portano incise traduzioni in lingue inaspettate, quasi che la vera preoccupazione del poeta non fosse dialogare con la nuova poesia siciliana, nata nel secondo dopoguerra e della quale egli stesso ha scritto, bensì sperimentare il suono di molte lingue intorno alla medesima sostanza. Oltrettutto, l'autore traduce; da ultimi, il racconto di Nelson Hoffmann, Io vivo di tenerezze (stampato in proprio, 2008) e il volumetto poetico Parto, di Ines Hoffmann (Stamperi editore 2008), entrambi brasiliani. Questa sua entusiastica propensione per le lingue e per la riscrittura degli stessi testi in differenti idiomi rischia, tuttavia, talvolta, di disorientare il lettore, spostandone l'attenzione più sull'eccentricità dell'operazione che sulla qualità dei testi. Questo mi è capitato tentando di leggere Tempu palori aschi e maravigghi (Francesco Federico Ed., 2002), 25 testi con versioni, ma non di ciascuna poesia, in francese, inglese, italiano, latino, spagnolo e tedesco. Non conoscendo il siciliano (ma questa è una mia mancanza), solo alcuni sono riuscito ad apprezzarli, avvertendone un'indole lirica, dove l'interiorità cerca quasi sempre un correlativo oggettivo, e la metafora asciuga ogni memoria barocca, per darsi in un nitore proprio ai paesaggi assolati del sud. Più leggibile il poemetto Canzuna. Di vita, di Morti, D'amuri (Samperi, 2006), interamente tradotto in differenti lingue, fra le quali l'italiano. Qui, tuttavia, a frammenti d'una certa forza, amplificata dall'asprigno effetto fonematico del siciliano (l'incipit, per esempio: "Pietro// se sarai/ maschio// ti chiamerò /figlio"; oppure: "Tu sei armata di frusta/ e di zucchero/ e di buonsenso"); seguono passaggi ordinari, talvolta vagamente sarcastici ("L'umanità/ a quattro ruote// per le strade/ sono il solo /a camminare") o che mimano sentenze classiche ("stai alla larga da me, Morte!/ Non mi vai affatto a genio.") talaltra, e più spesso, carichi di umanità, ma poco incisivi, avendo già trovato espressione, perfetta, nella poesia ermetica o crepuscolare ("sognavo di cambiare il mondo/ d'ammantare di luce l'esistenza/ di solcare con vomeri di ulivo/ la storia tormentata di questa terra" - dove "vomeri di olivo" sono forse l'unico dato originale; oppure: "Oggi// mi sono estranei, cieli/ odori/ quartieri// e sconosciuti, volti/ parole/ fatti" – con una simmetria assai facile, per quanto gradevole). Insomma: leggendo questo poemetto, che s'apre così bene, giacché mette in scena una cultura intera, che sulla pietra/pietro edifica un sistema di potere e di fatica, qualcosa resta non realizzato, incompiuto, come se "vita, morte e amori" fossero promesse di cui vorremmo sapere ulteriormente, in ordine alla terra siciliana e alla terra dell'uomo-Scalabrino. Vale, a parziale attenuante, la natura cantata del testo, l'effetto fonosimbolico delle vocali sicule, governate dalle "u", e il suo essere "Canzuna"?


da Tempu palori aschi e maravigghi

Pietre


Dirupo.
Rovina.

"Senza fine".

**

Mille anni e più
riscaldando
la montagna:

"Oh,
diventare
pane!"

**

"Musica
musica
e profumo
profumo di rosa
e cieli
cieli di luce
e luce
da sempre
e per sempre".


Companatico

Tu un funerale
e io un battesimo

tu lacrime nere
e io confetti

tu a sera
e io

li dividiamo a tavola
quasi fossero companatico.



Traduzione di Maria Pia Virgilio


da Canzuna. Di Vita, di Morti, D'amuri

Pietro

se sarai
maschio

ti chiamerò
figlio.

*

Le parole

sgomitano
strepitano nel palato
incespicano sulla punta della lingua

prorompono

sgradevoli
rumori
appaiati.

*

La prima
botta
di Scirocco,



Marzo
è già estate.

Vita Morte
Bene Male.
Dio Uomo.

E torme di farneticazioni
e nuovi quesiti m'aggrediscono
se timidamente mi provo
a penetrare questi dilemmi.

*

Aprile arcigno dispensa
scudisciate brucianti
di sì e di no.

*

Sulle dita di una mano
faccio il pari e dispari

gratto le facce nere
col bianchetto

e chiunque prevarrà
me ne infischio

e vinco.

*

E parlo.
Senza fili.
E me ne frego.
Sarà perché il consumar saliva
mi fa sentire vivo
e ammasso le bollette nello stipo.




*

Una vita
tutta una vita
una vita intera
sino alla fine
con questa testa.

Oh! Con questa testa.




*

Come ho fatto a ridurmi

un balordo
un minchione
un inetto

un ricettacolo di tosse e catarro

uno
buono solo a fare
stupidaggini?




*

Sognavo di cambiare il mondo
d'ammantare di luce l'esistenza
di solcare con vomeri di ulivo
la storia tormentata di questa terra.

[...]






Marco Scalabrino è nato nel 1952 a Trapani, dove risiede. Funzionario di ente pubblico, studia il dialetto siciliano, la poesia siciliana, la traduzione in Siciliano e in Italiano di autori stranieri contemporanei. Qui un archivio dei suoi materiali.

martedì 13 gennaio 2009

Alivento


La donna più misteriosa della rete si è dileguata nel mondo reale, lasciando i suoi ammiratori ancor più soli, a navigare qui e là, nella speranza che lei finalmente si riaffacci, come se vivessimo tutti in una poesia provenzale e fossimo i suoi cavalieri serventi, temporaneamente lasciati all'addiaccio. Dico "temporaneamente" ma, temo, per sempre. Alivento, infatti, dopo aver allietato i più interessanti blog dei paraggi con i suoi interventi, al tempo stesso intelligenti e leggeri, tutti femminili nel tratto, ha deciso di scomparire senza promettere nulla, anzi, lasciandoci un post categorico e senza smancerie, che si conclude con un "Adieu" degno della signora Bovary.

Più di un anno fa avevo scritto un cappello alla sua poesia, che doveva essere pubblicato su Tellusfolio, ma lei, trovandolo inadeguato, mi proibì di pubblicarlo. Ora, scherzosamente, faccio come il "dottor s" ne La coscienza di Zeno, e lo posto qui, sperando che ciò la faccia inviperire :-)))

Sulla poesia innamorata di Alivento

di
Stefano Guglielmin



"Presento alcune poesie di Alivento, gentile ed intelligente animatrice di alcuni blog letterari, che sta attraversando quel necessario travaglio creativo che porta spesso i poeti ad innamorarsi della propria voce, sino a scioglierla da legami che non siano fondati sul piacere del suono e del ritmo. Di tale passione fecero bandiera, qualche anno fa, Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, inaugurando la stagione della parola innamorata. Da quell'incantamento rapinoso si lascia trasportare la stessa Alivento, anche se, occorre dirlo, ha molto lavorato negli ultimi tempi per oscurare specchi e lustrini, consapevole che le ridondanze stilistiche nascondono spesso l’autocompiacimento narcisista anziché virtù e conoscenza. Anche perché, come ben si nota nei testi qui presentati, la sostanza esistenziale ben si delinea, rinviando ad un male di vivere niente affatto di maniera, non di rado sottolineato da sottili richiami fonetici. Ancora suoni, dunque, ma non fine a se stessi, essendo capaci di tracciare un legame segreto fra parti sintatticamente lontane e dunque rivelandosi strutturali alla trama. Si veda Natale autoreferenziale, per esempio, la finta consonanza fiori / inferi, posti in parallelo, ma a debita distanza, il primo a mostrare l’ascesa della voce (zampilla sui fiori come acqua), il secondo a segnarne lo sprofondo (piomba negli inferi). Certo è solo una voce che sale e s’inabissa, che balugina e s’annega, una voce (quasi) senza pensiero, eppure già addita un cammino intrapreso in quella zona del fare poetico dove parola e verso non sono occasione di rispecchiamento, bensì intrico da dipanare affinché la verità della propria collocazione trovi l’agio della misura, del suono, del ritmo e del senso. Qualcosa di simile si legge in molti passaggi e, in particolare, nell’ultima poesia, in cui il lessico complica il suo statuto (ampliando la propria gamma con i linguaggi settoriali) e l’intreccio fonetico leggermente si attenua, per lasciare il dominio della scena alla sintassi e dunque al mondo, che, attraverso la sintassi, respira. Certo l’insistita ruvidezza così ottenuta appesantisce talvolta l’immagine e la lettura perde l’agile scansione, acquistando tuttavia in drammaticità; ad ogni modo, credo che anche questo sia un passaggio necessario, che la farà approdare infine alla sua voce più autentica, capace di coniugare leggerezza e intensità, natura e cultura. Metamorfosi che noi aspettiamo, naturalmente".




Natale autoreferenziale


Questa meravigliosa eco
che diffonde il suono
della voce
oh come celestialmente intona
oh come s’innalza buona
quando zampilla sui fiori come acqua
quando rimbalza leggera tra le rocce
sui musi di granito duri e sulle facce
oh come piomba negli inferi
slegata
dorata annegata
sensualmente baluginante
con dannata
come lentamente dilaga
come di lago pervasa
come aghi di pino sulla palla
..........................a testa di bambino
come fiocco sulla cresta
..........................gialla
come oggi è natale
e tutto splende
oh come vorrei fosse d’incanto
domani un altro giorno
.........................dono
altrettanto intensamente
santo



Grande

Lo si diceva con la voce a filo
che non c’era da parlare
che il silenzio è cosa lunga
(lungamente da aspettare)
e non c’è strada che congiunga
il pero al morso
l’elefante all’unghia
la distrazione al crimine
al bavaglio
che la giungla di liane
non è appiglio
mentre il limo ci gorgoglia
alle caviglie e sale piano
a ricoprire il sole e luce alba
ed ogni (altra) cosa alta
vita che si vorrebbe grande
che ad ogni passo affonda
immacolata sponda
che più non s’innamora
che di bellezza è triste
quando all’imbrunire
batte il capo sulla gabbia
e di liquore impallidisce.



Sbocco

Quando piango
piango la mia morte
prima ancora
che essa avvenga
le volte che il respiro
si fa bianco volo
penso
figlio donna madre uomo
le parole scritte come suono
d’ogni addio che si ripete
fino all’ultimo distacco
porta chiusa
e sbocco a delta
d’ogni morte.



Se noi

Mi chiedevo se fossi tu
a toccarmi lieve
se tu
visibilmente stanco
piovessi neve
se tu inchiostro rosso
sopra il nero
fossi sposo promesso
prima adesso
se tu
fossi una leva
per sollevare il mondo
fulcro d’equilibrio instabile
in bilico sul terrapieno mobile.
Mi chiedevo
se io fossi la sposa
alta promessa di poetessa
se noi grandi di cose
anime persone
noi così cerchi retti solidali
veti bavagli d’animali noi
unitamente stretti
avremmo mai potuto coniugare
il verbo in qualche modo
approfittare.



Quadro piove

Ora piove dici piove
perché l'aria si rinfresca
e le nuvole coprono l'estate.
Una donna sull'uscio
rammenda cose fosche
di tempesta a punti fitti fitti
gettati su calzini
come rete di pesca
pesca buchi di memoria
o di un lungo camminare.
Improvviso picchiettare
allegro sulle fronde
distratte dal rumore
cadono le gocce.
Sono tondi d'antracite
disegnati sul cemento
cerchi sparsi di grigiore
in chiaroscuro irregolare.
Sentire profumi
di basilico e ginepro
un respiro di fanghiglia e afa
ragazzi in sella a motorini
volteggiano ronzando
in cerca di un riparo.
Ora piove dici e infatti piove
a dirotto tra mosche
fastidiose di scirocco.






Libera di senza

Ti prego
Non parlare dolcemente
Quando implode
l’arco teso
scocca e freccia vibra viva
lago estende
nel presente eterno vacuo
si protende.

Ti prego
Non parlare dolcemente

Altro si confonde dentro
e gli occhi vanno in vago
giro tristi e sento in vitro
vuoto peso involto tetro
un pieno senza scampo
una piovra un cappio franto
un danno che rimescola
natura che s’inalbera
l’istanza tesa la domanda
la vita in altera partita
salta il ponte e
si disperde oltre ma oltre
ci deve essere per forza
per mia forza disperata
un’altra vita.



Asindeto


Perché mi manchi
chiedo.

Perché le mani arrese
i fianchi le maree
la luna in soglie
e inoltre l’oltre.

Perché al microscopio
l’atomo è punto cratere
di ogni mondo brodo
e pullulare primordiale.

E sei giro scafo albero
piantato in petto all’universo
dove nascere viene prima
di morire certo.

E a farsi azoto non finisce
ché vivere è lo stesso
di aspettare al molo l’infinito
una nave che non ha risposte.

Come neve sale alla montagna
un bagaglio intanto di vertigine
tra rami giunti un’isola
al centro liquido dei polsi
muove il mare.


Mutante


Sii presente quando l'ente
non avrà più forma
e sarà composto liquido
contenuto nell'involucro quando
raggiunta la stazione eretta
deraglieranno i treni e la ruggine
raschierà le scorte di ferro dai vagoni.
I binari non avranno più le vene
e i globuli smagnetizzati
inietteranno ossigeno
all’innesco plastico della trasfusione.
Sii cosciente quando esploderai
in tremula fibrillazione
e le sclere candide dell'organismo
brilleranno nella notte della pelle
quando tra le spalle aride di sole
l'incerto brucerà assetato dall'ortica
e colando dal braciere
nel candore dell'altrove
filtrerà filo a filo mercurio chiodo
tra le dita.



giovedì 8 gennaio 2009

"Abbiamo colpito Hamas"?


Hamas (acronimo di Darakat al-Muqāwwama al-Islāmiyya "Movimento di Resistenza Islamico"), si installò nella Striscia di Gaza nel giugno del 2007 sconfiggendo al-Fath, il partito del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (costituita nel 1994, quale mediazione fra gli interessi dell'OLP e di Israele).

La Striscia di Gaza è una piccola regione costiera, lunga 40 km e larga 10 km, densamente popolata: circa 1.400.000 abitanti di etnia arabo palestinese. Israele l'ha occupata nel giugno 1967 durante la guerra dei sei giorni. L'occupazione militare è durata fino al 1994. Tuttavia, secondo gli accordi di Oslo, Israele mantiene il controllo dello spazio aereo, le acque territoriali, l'accesso off-shore marittimo, l'anagrafe della popolazione, l'ingresso degli stranieri, le importazioni e le esportazioni, nonché il sistema fiscale. Una barriera di metallo costruita dagli Israeliani divide Israele dalla striscia di Gaza; inoltre vi è una zona tampone di altri 300 metri dalla parte della Striscia sempre controllata dall’esercito israeliano. Da giugno 2007 tutti i valichi sono chiusi. Ciò ha condizionato il flusso di scorte alimentari, medicinali e altri necessità come il carburante, materiali di costruzione e materie prime per i vari settori economici. Ci sono inoltre state severe restrizioni della circolazione delle persone ed in conseguenza di questa paralisi almeno il 73 % delle famiglie nella striscia di Gaza vive sotto il limite di povertà e la disoccupazione è al 55%, ulteriormente aggravata dal fatto che il governo di Hamas non ha potuto neanche più pagare gli stipendi agli impiegati pubblici. Da quando infatti Hamas ha vinto le elezioni ed è andato al governo sono stati congelati gli aiuti umanitari internazionali e Israele si è rifiutato di continuare a versare all’Autorità palestinese i proventi delle tasse riscosse per conto dell’autorità stessa.


In seguito a queste condizioni esistenziali proibitive, iniziò una nuova fase del conflitto tra Hamas ed Israele. Da parte palestinese, coni tiri di mortaio e il lancio di razzi Qassam (azionati da una miscela solida di zucchero e una di fertilizzante ampiamente disponibile: il nitrato di potassio. La testata è piena di tritolo e di un altro comune fertilizzante, il nitrato di urea) contro installazioni e città israeliane; da parte israeliana, con l'embargo, missioni di guerra e cosiddetti assassinii mirati contro esponenti palestinesi giudicati particolarmente pericolosi per la sua sicurezza.


Il primo marzo 2008, l'esercito dello Stato di Israele, con l'operazione inverno caldo, invase direttamente l'area con forze blindate ed aeree. Morti accertati: 112 palestinesi e 3 israeliani; feriti: più di 150 palestinesi e 7 israeliani.


Nell'ambito di una tregua di sei mesi, mediata nel giugno 2008 dall'Egitto, Hamas accettò di porre fine al lancio dei razzi in cambio di un alleggerimento del blocco da parte di Israele. La tregua è terminata il 19 dicembre, con la ripresa di lanci di missili da parte di Hamas. che, secondo la stessa Hamas, sarebbero stati realizzati in risposta al continuo blocco della Striscia di Gaza (scrive Asianews il 10 dicembre 2008: «Il Consiglio Onu per i diritti umani ha domandato a Israele di compiere passi per togliere il blocco di Gaza e liberare molti palestinesi detenuti. Lo speciale rapporteur Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi, Richard Falk, ha definito ieri la politica israeliana verso la popolazione araba molto simile a un “crimine contro l’umanità”».


Il 27 dicembre 2008, i vertici politici israeliani hanno lanciato l'operazione piombo fuso contro la Striscia. I raid d'Israele hanno finora ucciso più di 600 persone, (civili, miliziani di Hamas e, per errore, propri soldati), mentre i razzi Quassam hanno fatto 50 feriti e inflitto alcune perdite alla parte israeliana.

In molti si chiedono: ma davvero, come riferisce Israele, questa invasione ha indebolito Hamas?





chiudo con una poesia inedita di Giulio Stocchi



I miei occhi si consumano per tanto lacrimare
Sotto le verga del suo furore
Ritta Livni La Macellaia Santa
Abita in mezzo alle nazioni non trova riposo
E m’ha circondato d’un muro perché non esca
Levatevi gridate di notte spandete come acqua il vostro cuore
E vecchi giacciono e fanciulli per terra nelle vie sotto la verga del suo furore


Fonti:

I Lamentazioni, 2, 11
S Lamentazioni, 3, 1
R Giulio Stocchi
A Lamentazioni, 1, 3
E Lamentazioni, 7, 3
L Lamentazioni, 2, 19
E Lamentazioni, 2, 21, 3, 1

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ps. consiglio di seguire questo sito http://www.dagaza.org/ di Stefano Savona, che documenta in presa diretta (o quasi) quanto accade a Gaza.

domenica 4 gennaio 2009

Silvia Monti



Senso panico, ma non troppo, con D'Annunzio che dialoga con il pop, e Silvia Monti con Saffo, Caproni, Szymborska e Anna Maria Carpi, in una natura che è rifugio e legame con la tradizione: tutto questo si muove in così uguale (lampi di stampa, 2008), opera che raccoglie testi scritti tra il 1995 e il 2007, alcuni usciti in differente versione in Novantasette Km (Gruppo Fara, 2004), Più primavera che paranoia (LietoColle 2006) e nella rivista "Le Voci della Luna" (39/07). Dell'esteta aviatore, Silvia la ciclista toglie ogni preziosismo, per assumerne, senza mediazioni, il bisogno di fusione con le forze ctonie, pur con il rischio talvolta di cantare facile, cone in ".A": "amore, amore, perché sei bella/ e fuggì via? perché 'stanotte non sei mia?" che ricorda solo apparentemente Sanremo e, più profondamente, l'invocazione alla natura nella "Silvia" leopardiana, dove però il tragico smussa in elegiaco e l'universale in privato, in quell'amore non corrisposto, di cui, occorre dirlo, è ormai saturo – almeno nelle tonalità che vanno, appunto, dal tragico all'elegiaco - il canone occidentale. Caproniano è invece il dialogo vertiginoso con "dio", dialogo con l'assente, che obbliga il finito a credere in ciò che gli appartiene più essenzialmente: il pensiero. E come Caproni, Silvia, di "dio" attende la rivelazione, il Suo uscire allo scoperto, per redimere i mali del mondo, il suo cuore malato d'amore, ma anche che acquieti il suo animo frastornato dalla memoria e dall'interrogazione sul senso, pallidamente intravisto, dell'esistenza. Se posso dare un consiglio, direi a Silvia di non calcare troppo con il pedale del citazionismo leggero (la stessa idea di scrivere un libro come se fosse un disco, mi sembra già consumata dalla letteratura giovanilistica degli anni novanta), per approfondire il suo descrittivismo onirico, allusivo, intercalato con le improvvise e feconde incursioni nella cronaca.





lato A

fuori a caso a cercare la notte (la bici è scontata)
e non c'è odore da poter tralasciare,
a caso verso i prati lungo l'adda,
(purché non diventi un'abitudine).

sono così approssimativamente io
da sola, seduta a questo margine di ombre e lontananze.
oppure, la forza di un cerino, siamo in tanti:
un grillo (che taceva), l'ombra a sinistra
e quella lunga e stesa.
che ci accomuna tutti e quattro è l'ora tarda, è l'erba umida,
è una cadenza che il grillo spinge a forza, io
mastico nel fumo e dico
- sono/non sono/sono/non sono/sono... (et cetera) -.
purché non diventi un'abitudine.


tornando

mi rallenta la dinamo accesa
disegnando tra le ruote e l'asfalto un pallore omogeneo.
non mi sento né bene né male: pedalo
e la strada è la stessa (quando andavo alle medie
facevo casa/scuola senza mani, le mattine più fredde).

questa notte tagliente mi costringe nei guanti,
ai ricordi (lo volevo e non posso tornare e non posso
altrimenti restare).
poi, ancora, pedalo.



.A

sicuramente avrei
voluto dirti - amore,
amore, amore, perché sei bella
e fuggì via? perché 'stanotte non sei mia? -

perché questa è la verità che non si sa, questa
è letteratura:
bella da scrivere, meravigliosa da non vivere.





*

(- dio, dio, dio... una volta c'ero anch'io tra le tue pecore -)

non c'è ragione, dio, non c'è motivo
per cui tu non esista. infatti
tu ci sei, ma io?

e se non c'è, dio, non c'è
che tenga, se non esiste, dio,
se non risponde al nome che gli diamo?

se dio non c'è, non posso nominarlo, né fare a meno di tentarlo.


de ecclesia

con le ginocchia in gola, pedalando
con astio e accanimento
per togliermi di dosso il vostro odore,
fuggire, non è la soluzione che vorrei

con il pensiero chiuso in quelle stanze
con astio e accanimento, lo sento.
non posso cancellare ciò che ingombra,
non posso traslocare da me stessa
nemmeno se volessi e non lo voglio,
(rientrare nella norma)

con gli occhi bene aperti, benedetti
(non astio, accanimento)
per ritornare indietro nel passato

e mi riprendo e mi riporto a casa sana e salva.


*

del vortichìo della mia vita mi suggerisce il vento.
e non si può trovare scuse, farlo tacere.
resto in balia, mi arrendo,

cedo, rimango qui, sotto la copertina a quadri
e guardo fuori
guardo le foglie, i rami che si lasciano tentare dalle raffiche incalzanti
ondeggiano ed oscillano felici, nuotano esperti come non so mai fare io.
(non oggi, almeno.)


*

di un albero
conosco il tronco le foglie i rami la stagione
a volte anche il nome.

albero e silvia
radici che succhiano forte, dal fondo, nel buio
e poi rami, formiche, poi foglie ed uccelli

nel tronco si perdono tutte le angosce
le insane paure si stendono al sole tra i rami
nel cielo che si può vedere ci sono i miei sogni
i miei antenati i miei desideri
(se cade una noce son veri)

albero e silvia
vertigine e pace
(d'annunzio, ti piace).


*

il bosco adesso è scuro solitario quasi assente.
è foglie e fiato e lontananza, è svagata salita.
e se solo non avessi un odore,
un odore cattivo da essere umano,
i cervi resterebbero, verrebbero a trovare i miei pensieri.
solitari, esili, quieti.
il bosco scivoloso tra le foglie,
per via degli stivali, quelli verdi
di gomma, impermeabili.
il bosco mentre scelgo i rami secchi per la stufa.
il bosco dei miei avi.
il bosco scura macchia
nera e misteriosa in fondo al prato.
il bosco e lo spavento.
(da bambina avevo utili paure, ora comprendo
il raziocinio mi conforta, ma non sono mai serena fino in fondo.)

il bosco, a due passi da me.
(e d'annunzio non c'è)



nata il 21 giugno 1971, cresciuta a morbegno (so)/ vive a monza / insegna. auto-prodotto, fotocopiato e distribuito le sue prime raccolte/ "novantasette Km", 2004 (quaderni del gruppo fara, bg -premio nazionale poesia giovane)/ "più primavera che paranoia", 2006 (lietocolle edizioni, co – premio nazionale “opera prima”). "così uguale" 2008 (lampi di stampa edizioni - collana festival). sue poesie in antologie / su riviste / on-line. progetta / partecipa ad interventi nel campo della street art / dei reading poetici / anche con musicisti. nel comitato di redazione del blog di divulg(azione) poetica e critica essenziale “LiberInVersi" / cura la rubrica mensile "one shot" su tellusfolio. Qui il suo sito.