mercoledì 24 settembre 2008

Adam Vaccaro




Adam Vaccaro è forse più conosciuto nella veste dell'operatore culturale e per quella sua teoria d'impianto cibernetico-freudiano che egli ha battezzato «adiacenza», parola-valigia fatta con le fibre trine della bottega psicoanalitica (io, es, super-io) e gli assi del sensibile e dell'intelligibile, a organizzare il sistema-uomo e la forma-poesia. La questione è complessa e la si può leggere interamente nel suo Ricerche e forme di adiacenza (Asefi, 2001). «Adiacenza» è anche un «metodo di analisi testuale» che ci chiede di avvicinare l'opera come fosse «un qualunque soggetto diverso da noi», un altro corpo verso cui porsi in relazione biunivoca, ma aperta nel contempo alla comprensione dell'assente, ossia l'autore. In particolare la poesia, egli scrive, è capace di mettere in moto un dialogo virtuoso fra autore, testo e lettore, condensando in essa «un equilibrio di vettori linguistici a risultante ideologica zero, col massimo di libertà e il minimo di strumentalizzazioni reciproche». Più che grado ideologico nullo, invero (e Vaccaro lo spiega immediatamente dopo), meglio parlare di «levità ideologica» inevitabilmente conservata, cui potremmo dare il nome di etica. Certo non leggerò, qui, la piuma e l'artiglio (editoria&spettacolo, 2006), trent'anni di poesia condensati in meno di 150 pagine, applicando rigorosamente il metodo, ma cercherò di tener conto, pur nel minimo spazio a disposizione, delle «tre fondamentali modalità» considerate da Vaccaro, ossia l'«area analitica», quella «affettivo-corporale» e, appunto, l'«etica», che, alle prime due, s'intreccia, senza assumere pregnanza ideologica. Applicando il metodo alle poesie più recenti, le più complesse, ricavo sinteticamente quanto segue: la modalità-Io (area analitica) viene fasciata, alla nascita, dalla mod-Es: la scelta dei verbi strazia spesso la cosa, i sensi esplodono, s'ingraziano emotivamente il riscatto dal presente, che è città feroce, bastonata dalla mod-superìo e descritta (mod-io) quale sistema in cui le tre variabili convivono senza interazione, senza adiacenze. Il paradiso futuro è di piacere (mod-es) come insegna d'Annunzio, mentre il paradiso perduto è il paese d'origine, povero ma autentico (e, perciò stesso, luogo del sacro). Il sistema di valori acquisito nell'infanzia-adolescenza (mod-superìo e, avendo per l'autore una valenza affettiva, mod-es) convive felicemente con le regole nazionali, il patrimonio linguistico-culturale italiano, (ancora mod-superio), mentre entrambi confliggono con la dura legge della selva urbana, sistema non introiettato al quale Vaccaro contrappone il disincanto del proprio sguardo (mod-io), che tuttavia non riesce a tener fuori il giudizio negativo (mod-superìo) e l'uso di una metaforicità votata all'orrido, all'artificio, alla lotta feroce e senza innocenza (mod-es). Conclusioni (spicciole ma sincere): evidente, da quanto affermato sinora, quanto il mod-io sia fuorviato dagli altri due elementi del poetico, a conferma del fatto che la vera poesia, per esserci, miscela l'indebolimento dell'io con l'energia del desiderio e la contaminazione dei modelli culturali. Infatti, come scrive Vaccaro nella premessa al libro, la sua adiacenza si dà nello spazio di una scrittura che coniuga «la sacralità della vita con l'eros» (mod-superìo con mod-es), adottando una gnoseologia (mod-io) non apodittica, bensì offerta al lettore nella mediazione poetica, che ne moltiplica la forza espressiva, persuasiva e fàtica, ma anche la valenza polisemica, problematica, aperta alla pulsione e all'immaginazione (mod-es).


(feroci innocenze e oltre
Guardavamo scannare i maiali
con allegra tranquilla innocenza
lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un'uscita cercando da fiamme d'inferno
eppure già (di)versi cantando
.............................m'illumino d'immenso

E nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e
nel letame che diede una spinta a sogni d'assalto al cielo
o s'aprì in quei primilampi di parole un oltre
......................................................possibile
nel vortice sempre nuovo
............................sempre vecchio di questi decenni
.....................pur avendo già un grido nel cuore
che poi la curva ridiscende
...............................ed è subito sera


BICICLETTE

Frotte di biciclette nel sole annegate
imbiancate tra polvere e sassi arrampicate
sulle colline molisane spietate e ricche
di cicale stordenti in coro ininterrotte
al cigolìo di freni selle e pedivelle
tra ansimi e perle silenti di sudore

Sentenzio sciamando in cima tra sogni
castagni e quercioli col cuore balbettante
nei calzini gridò tra risate e pernacchie
a quell'impasto di luce e fatica un modo
a suo dire d'imparare a sudare le regole
del piacere s'una forma di piacere delle regole

In discesa a testa in giù come siluri dalla guerra
ormai finita al sol dell'avvenire cui nemmeno Sentenzio
sapeva che dire mentre i padri scappavano in cerca
di fortuna e schiavitù a noi sembrava bastare
quella scodella di polvere luce e sassi bianchi
fino a quando
........................ci ritrovammo muti
........................attorno alla testa rossa
scomposta da un invisibile sasso - impietoso sasso
incastonato nel piacere di una nuvola bianca
di calzoni corti e biciclette anni '50

1997


SGUARDI MENTRE

Ora nel parco risuonano tamburi
suoni di savana
.....................mentre da un buco
sboccia una pantegana e sciamanti
ciaccanti gazze giapponesi in posa
a turno zampettano caprette
.........................mentre a lato oltre il
prato e il laghetto stanziano ragazzi bianchi e neri con
catene d'oro pascolano ragazzi con canne e fumi
docili canne al vento che misciano linguaggi e
fumi in similallegrie e cambia come cambia
incurante la vita
...........................mentre guardo guardato
sottecchi da straniero attraversando
l'accampamento in plastica e mucchi
di sacchetti d'una carovana d'occhi scuri
padrona stremata giunta da altre sponde e
deserti a occupare fiera panchine e alberi
che da secoli guardano il Castello
................................mentre arriva
sgommando una pantera
...............................e annusa
cauta rallenta poi si ferma come
strinata a gustare il freddo e il verde
di questo gelido gennaio
.................................mentre cauti
i ragazzi si spostano più in là e io
sono l'Arco della pace esco
recuperando come un po' di libertà

1999

Impasto giusto



Chissà se qualcuno ammora la carità di questi luoghi:
in cento volte mille metri quadrati: una chiesotta scialba-calda,
bei mattoni rossi-novecento, intorno baraccati orti frattati in perfatto
squallieto stile, poi due verdose coppechiuse da campi tennis
quindici gobbetti a tetto di una fabbrichetta
spallati da ciminiera fiera, che s/fuma sullo sfondo della sbiancata
muragliata di case-se.
Come non detto ma c'è proprio tutto.

1979




(scempi e lampi

l'inarrivabile scempio di parole
di questa incapacità di vivere

questo accumulare
solo mucchi di tradimenti
di ogni rischio di sentimenti
questo ridursi a sesso atteso
in quella che si chiama ancora casa
questo ridursi a stracci intrisi
di tristezza sadomaso assetata di male
quanto male quanto male
si dovrà ancora fare prima di trovare
una piccola risposta alla domanda
che mi fai
........ ...come fai come fai
a essere libero di vivere

la sua voce di bambina golosa
bocca di femmina senza denti
vestita di scarponi e corazza da maschio
piena di bava e rabbia

che ogni volta
fa il giro del mondo
in cerca di un modo
di tornare a suonare
come campana librata a pasqua

2002


l'ereditiera

arrivai infine in questo porto
che mi costrinse a fare conti dentro
e fuori del mio orto — ora rinavigo
forse più allegro forse più forte e

la conta delle spese e dei presagi
continuo entro l'acqua delle stelle
eppure già mi basta questo segno
di carta che si svolge

pregno d'ogni sorpresa e unione
di barche avverse alla cantica
fiumana delle cose — l'ereditiera

delle salvezze infine pregherò
come 'l naufrago che si ritrovò
ricco e immenso in ogni cosa

2000




Adam Vaccaro (Bonefro 1940), poeta e critico letterario, vive a Milano dove opera da più di quarant'anni. Ha pubblicato varie raccolte di poesia: La vita nonostante (1978), Strappi e frazioni (1997, prefazione di G. Majorino), La casa sospesa (2003) e la raccolta antologica La piuma e l'artiglio (2006). Tra le pubblicazioni d’arte con artisti: Spazi e tempi del fare (2002, con acrilici di Romolo Calciati e prefazioni di Eleonora Fiorani e Gio Ferri, Studio Karon, Novara), Sontuosi accessi - superbo sole (2003, con disegni di Ibrahim Kodra, Signum edizioni d’arte, Milano), Labirinti e capricci della passione (2005, con acrilici e tecniche miste di Romolo Calciati e prefazione di Mario Lunetta, Milanocosa, Milano). Con Giuliano Zosi e altri musicisti, che hanno scritto brani ispirati da sue poesie, ha realizzato concerti di musica e poesia. Nel campo della critica letteraria ha pubblicato Ricerche e forme di Adiacenza (2001, premio del "Laboratorio delle Arti 2001" di Milano per la saggistica). È tra i saggisti del Gruppo redazionale che ha curato, insieme a Gabriela Fantato, Sotto la superficie. Quaderno di approfondimento sulla poesia contemporanea de La Mosca di Milano (2004. Bocca Editori, Milano). Ha fondato e presiede Milanocosa, Associazione Culturale con cui ha realizzato numerose iniziative, tra queste: Bunker Poetico (2001, in collaborazione con M. N. Rotelli alla 49a Biennale d’Arte di Venezia), la Prima Carovana Nazionale di Poesia e Musica (21-31 marzo 2003), promossa e coordinata con Anna Santoro e Maria Jatosti; evento col patrocinio del presidente della Repubblica e dell’Unesco in corrispondenza della Giornata Mondiale della Poesia (2003). È presente in molti siti on-line e raccolte antologiche e collabora a riviste e giornali con testi poetici e saggi critici.

mercoledì 17 settembre 2008

Antonella Pizzo


Nella prefazione a Catasto ed altra specie (Fara editore, 2006) di Antonella Pizzo, scrivevo che il libro «organizza, nei suoi lucidi archivi, esperienze, sogni e bisogni messi in scena con masochistica intenzione o sarcasmo o tenero abbandono, nella convinzione che, il passato, soltanto la fiaba lo possa riscattare ed il futuro sia mosso dall’"ingiustizia cieca"; intanto, "nel profondo/ l’urlo" macina, corrode voglia e pazienza, s’ingoia il destino. E allora non resta che il presente, "il dato della percezione" che s’innerva nelle mani, negli occhi e infine nella pagina, in queste poesie cesellate a secco, dove gli spigoli vivi del sensibile sbriciolano al calore di un sentire profondamente umano, vissuto sul filo del "precipizio", ma per niente rassegnato ad "una morte lenta/ quasi indolente"».
Nel suo ultimo libro – In stasi irregolare (Le Voci della Luna, 2007), che ha vinto il premio "Giorgi" l'anno scorso – la cornice impiegatizia del precedente svanisce, per lasciare scoperto il luogo che la vita è nel suo fluire collocato, nel suo stare senza riparo, in precario equilibrio lungo l'asse circolare di un presente narcotizzante, ma non abbastanza da impedire la consapevolezza «d'essere bile e fiele/ [...] mota nera» in un intorno di rovine. Se prima, in Catasto, speranza e comunità svolgevano un ruolo attivo, riscattando in parte «l'anima malata», ora i conti vengono resi senza orizzonte, nel buio di un'invocazione tutta interiore, a colmare lo strazio della perdita: «come vorrei che tu venissi a trovarmi/ di notte quando il fiato pesante/ s'impicca alla finestra». Eppure, talvolta, questo buio ha i tratti della madre terra e del lavoro che la poetessa compie per rifondarne la natura fecondante. :Lo si capisce dai verbi usati, spesso d'impronta contadina (voltare e rivoltare, intrecciare, molare, scavare, disossare, seminare), la cui forza vivificante lotta con verbi dal tratto violento, come: ferire, precipitare, perforare, divorare, divellere e, appunto, impiccare. Si tratta di una lotta combattuta in due («ho un marito buono e forte/ con grandi mani e baci/ che mi consola sempre»), anzi in tre, visto che la loro figlia, Paola Pluchino, ha arricchito il libro con fotografie dal forte impatto allegorico, dove la materia visiva sgranata dice la corrosione interiore della voce narrante, ma anche la volontà di comunicare un sentire comune, una pietas condivisa. In stasi irregolare è un libro sulla necessità del prendersi cura, sul bisogno che l'umano sentire sgorghi e scorra sull'alveo di una solidarietà sincera, laddove ora naufraga nel chiacchiericcio mondano, nel perbenismo ipocrita, nella prassi politica dal corto respiro.


da In stasi irregolare (a nord e a sud)



Qui


I

si provò il supplizio della roncola
l'indizio, l'orma, la traccia della falce
la lingua fu voltata e rivoltata
si cospirò d'ondulate festuche
c'era un' aria di solletico quel giorno
e i soffioni frusciavano fra loro
sotto lastroni di basalto la bella
rumoreggiava in linda camicetta

oh lenzuola larghe e bianche ossa
ossa orizzontali ossa
oh castagne pallide
latte e capelli ed ossa
oh lunette rosse
orbite svuotate ed ossa
oh mie morbide ossa
ossa verticali ossa
dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa
vita che mi si è strappata addosso
come un foglio di carta cinerina
qui è un dormiveglia in riparo dal crack
e spesso anelo a vetri trasparenti



VIII

i versi declamare
i verbi le rime sussurrate
ma sulle lingue schiaffi
e sulle guance appuntate spilli
vacillo nella passeggiata
in cerchio mi frenetico

(oh le chiacchiere e i denti intatti
la bocca settembrina
l'ombrello a stecche, oh il piede bianco
la caviglia, le sete)

discinta m'accovaccio
attizzo il fuoco, lo frano
le travi in legno il tetto e le pareti
i quadri, la tavola rotonda su tre gambe
e m'accovaccio ancora e apro e slargo
è mutamento di frontiere, è
periscopio, prisma
e sulla mano le linee più non reggo



In stasi irregolare


I

come vorrei che tu venissi a trovarmi
di notte quando il fiato pesante
s'impicca alla finestra
quando all'aceto si fa l'abitudine e sotto le lenzuola
il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano
se tu t'avvicinassi alla mia porta
con il vestito sporco di terra
nelle tasche i lombrichi grassi
con le tue quattro ossa in mano
nella mano d'ossa e le orbite vuote
con un pugno di denti da contare ad uno ad uno
non avrei paura del rumore delle nacchere
delle conchiglie spezzate sotto i piedi
t'abbraccerei piano
per non sconvolgere la tua struttura fragile
ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia
e i vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane
ancora a fasci ancora intatti come quando
t'allontanasti senza chiedere se potevi
a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di madre pure



IX

e se per pietre miliari, se per pietre
se per sempre bambina snocciolare ciliegie
ella è cipria e talco
strato d'argilla e ocra
e se scavo pesante e sudario
se acque, ruscelli e vapori
poi pioggia nel niente
poi fosso
nel soffio di Dio
si scioglie


Nel prima nel dopo forse


III

sarei già sazia grazie
nascita morti amori a non finire
poi crescendo in solco
pianta arbusto ramo
frutto colto
in natura m'attorno
e poi m'adorno in limitare
di frasche, allori
mi cingono e in dita inanellate
campanule
solleticano la speranza
di tagliate radici
oh miei tarli compagni
di questa mia
partita giunta ormai alla fine
miei mutamenti estremi
miei rigori


*


in me in te si riconosceranno i nuovi nati poi dimenticheranno che siamo stati noi prima di loro, non ricorderanno che parlammo tanto e camminammo sempre che visitammo luoghi e pane e fili e tele ritagliammo, impastogenito che fu e più non è. solo una volta entrando in una stanza la porta accostata il sole brilla lo specchio e un'ombra ed un odore, un riso, le ali di una mosca un soffio d'aria il vento si ricorderanno e per un istante, diranno ecco abbiamo già visto prima e altrove già sentito questo canto


Antonella Pizzo nata a Palazzolo Acreide (Sr) nel 1954, vive a Ragusa ("madre, moglie, economa al catasto"). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari (tra i quali anche la migliore sceneggiatura per il cortometraggio // passaggio a I corti di Mauri, Roma 2005). Ha pubblicato il romanzo Di rosso smunto (Prospettiva editrice, 2004), le sillogi pluripremiate in dialetto siciliano Strati, E su parali nuovi, Comu'n dumi lientu; le raccolte di versi Fra poco l'autunno (Kult Virtual Press, 2004), A forza fui precipizio (Lietocolle, 2005), Catasto ed altra specie (Farà editore, 2006), In stasi irregolare (Le Voci della Luna, 2007) e gli e-book / morti non sono nervosi (Feaci edizioni, 2007) e Partenope (Edizioni Biagio Cepollaro, 2007). Suoi lavori sono presenti su antologie poetiche fra le quali Verso i bit - poesia e computer (Lietocolle, 2005), Lo stormo bianco (Edizioni d'If, 2006), Il segreto delle fragole (Lietocolle, 2006 e 2007), Stagioni (Lietocolle, 2007), nonché su siti letterari in rete di cui è una attenta conoscitrice. È stata redattrice e co-fondatrice della rivista on line "L'attenzione" e collabora con la rivista telematica Tellusfolio. Ha gestito il sito Poetienon ed è fondatrice e curatrice del blog collettivo femminile letterario Viadellebelledonne.

giovedì 11 settembre 2008

Francesca Matteoni



Francesca Matteoni è una "bambina di ghiaccio" che svernerebbe nel più perfetto silenzio siderale, lontano dal cicaleccio mediterraneo, che scioglie i tendini, portando il facile e il piano. Anche la sua poesia è così: scritta "come brandendo un pugnale", per aprire la crosta e carezzare la polpa, quell'aspra dolcezza che solo la parola ha il coraggio di nominare e che, in Francesca, ha il rigore del taglio e nessuna voglia esibizionista. Con Artico (Crocetti, 2005), ha lavorato sul ghiaccio, di coltello e unghie, tracciando la mappa del suo viaggio iniziatico; si diventa donna incontrando l'osso delle cose, nutrendolo là dove è di casa: "i nostri morti scrivono il paesaggio" recita la poesia che titola il libro, scegliendo di dare la parola ai "piccoli eschimesi", come fosse una Biancaneve sul pack, incantata da quel loro agire in sintonia con la natura.
Per rinascere, occorre cadere, morire con dolore: la poesia d'apertura ce lo dice con chiarezza: scavare, scivolare sotto, calare sono i verbi dominanti; scendere, dunque, per poi essere "accolti e lavati", preparati come i morti per il lungo viaggio, per l'altrettanto lungo ritorno.
Artico è il racconto di una metamorfosi colta nel vivo del suo farsi, tormentata dal timore che la trasformazione non si compia, che "il legno" possa "chiudersi ancora", come recita l'ultima poesia; è il racconto di un'anima che vorrebbe fermarsi in quel passare, abitarlo, stare su quell' "orlo impietrito" per un'amorevole sonnolenza, un gesto d'amore verso i luoghi disabitati che insegnano l'asprezza della vita.
Per contrasto, Appunti dal parco (Nizarts 2008) ritrova il selvatico nell'oasi verde londinese, addomesticato dagli occhi dell'osservatrice, che in questa pace si rigenera. La bambina, diventata adulta, ha seppellito il coltello e trasformato in pane l'odore del sangue: "Crescere - dice - non è portare un peso, serbare il dolore di destini immutabili, l'amaro tormento della perdita, dei non ritorni, ma attraversare tutto questo, lasciare che scorra e ci cambi i corpi in una strana lucentezza". Se in Artico, l'incerta luce è gonfia d'ombre, qui possiede i colori dell'autunno, che si versa "sulla terra" e "piega/ il chiaro delle voci nell'interno", non nascondendo tuttavia l' "osso/ mutilato nel fango" ed altre tracce mortali, per esempio la solitudine profonda dell'io narrante, disarmato nell'amore e gonfio di nostalgia per quand'era nel vivo della metamorfosi, in quel suo "ferire inquieto".
Due libri belli, questi di Francesca Matteoni, scritti a partire da certe affinità elettive con la Anedda e la Biagini (e naturalmente con W.B. Yeats), ma cresciuti col nervo sicuro di chi, poeta, apre strade nuove.




Da Artico


Luce di pozzo

Questo è il luogo dove riempie il sonno,
il pane scavato nelle bocche
le luci sui polsi
come cucchiai incerti.

Si scivola sotto ai mastelli
piegando le pelli al risciacquo –
trema la stanza fonda dove
calano le mani nella sete.

Siamo accolti e lavati
appena oltre un celarsi di serpi,
ceste ricolme di stracci -
qui non s'incontra ma si è separati.

La lavandaia non guasta
il panno sulla pietra -
lo passa più volte nell'acqua fino a che
il sangue è acqua.

Nulla si spezza al passaggio:
l'osso è nutrito e tradotto.




Artico

......................Ad Antonella Anedda
...........................Sasso Marconi, 6 settembre 2003





II ghiaccio sospende l'acqua, ramifica
come l'impronta della luna
L'occhio pronto a inghiottire ruota
e si sbianca - una perla o una bacca
di gelida fiamma.

I piccoli eschimesi portano lame e pellicce
ai fianchi dove i ghiacci stagliano ombre.
Gli eschimesi ricamano i morti nelle pelli
li trascinano tra i rami del gelo
azzurri, verdi senza foglie.
Cucito dentro il sangue è nero, immobile
freddo - si allunga tra le dita
della terra verso l'onda; solleva carni spente
come una bestia muta. La bestia
che noi lasciamo avvolgere dai gorghi.

I nostri morti scrivono il paesaggio.
Stendono sulle rive scaglie argentate
di pesce perché una luce piatta
ci immagini dal fondo.
I contorni. Il vapore appena attorno ai corpi.
I morti ricordano come l'acqua
cieca, materna - un petto lucido di guscio.

L'anima ha un suo luogo là sotto, piccola
di sassi e sonagli, approda al canto
delle balene all'antro caldo, ai fiati di molte creature.
Foche. Forgiano la deriva polare, il grumo
di saliva nella schiuma.
Gli eschimesi le cacciano nell'oceano
le lance, l'isteria delle reti - le chiamano streghe.
Sanno cosa vedono, occhi notturni, nudi –

nodo vischioso di mari, un sale amaro attorno –
il nervo, la fune tesa al fondo.



La bambina di neve

L'inverno è consolazione
indomabile ghiaccio, puro –

rosa disseccata nell'occhio dei lupi.
Rosa perfetta, senza foglie,

la spina m'arrossa nella coscia
acqua liberata in questa conca
neve sulla lingua.

La neve ha un osso di silenzio
sterno di passeri e corvi –
coltiva piume nelle cortecce.

Lo spingersi addosso di terre
afflussi di polveri e pelle
sospende alle sue ragnatele –

mi sogna scendendo la neve.

Non ho da far nulla, non temo
il declinarsi a grembo d'ogni ciclo.




La bambina

Dormono i giorni nella conca degli orti.
I temporali premono, raggranellano gli stormi.
La bambina torce convolvoli tra le dita
l'orma dell'attesa la dissipa. Questo l'amore?
Lacrima asciutta di sale: come inerme disarma.
L'aculeo nelle nubi schiuma e schianta.
Lei vi si espone completamente
pesce senza pelle, trasparente.
II lavacro dell'aria si riempie di condense,
piogge molli, un grigio svolazzare di lontano.

I colli arcuati dei cigni recidono il ciclo.



***

Ricorderemo dopo.
Non selva ma siepe a valicare gli occhi
senza presa o tregua. Noi non sappiamo

intrecciare rami in un riparo - le mani che si
colmano d'inganno, le lingue rubate l'una all'altra,
l'una nell'altra fredde, indifendibili. Spingevi
la tua bocca sulla mia, un condensarsi fragile
d'autunni, la ruggine secca delle gole.

Trattieni il mio chiarore sull'orlo impietrito
dei boschi. Trattieni questi corpi bucati di pioggia,
mollemente stretti e poi dimenticati.

Siamo stati alberi, le marine ambrate
dei pini su cocci vetrosi, piane deserte.
Il turgore denso di muschio e cielo,
la povertà delle attese.

Il legno può chiudersi ancora
sulle nostre tracce inudite.





da Appunti dal parco


Lo stagno

What is water in the eyes of'water, cos'è acqua negli occhi dell'acqua - così inizia una poesia sul mare di Alice Oswald. Cos'è l'acqua nel rumore dell'acqua, eco sguisciante, luminescenza circolare attorno a un sasso sprofondato. L'acqua è una domanda nel centro delle cose. Una pellicola finissima che copre strato dopo strato la terra del lago, finché la trasparenza è un volto opaco, sotterraneo. Le anatre selvatiche nuo­tano nello specchio lacustre senza il bisogno della migrazione. Si tuffano smeraldine o del colore delle cortecce nel doppio ciclo dell'acqua, fino al fondale di melma, le code elei pesci nel becco. In un altro -paese, a nord, in una storia - dico alle anatre - un bam­bino-folletto, viaggia con il vostro stormo, seduto tra le piume di un papero domestico. Il silenzio di Akka, il capo-stormo, è il suo più grande maestro. Le anatre scen­dono tra le foreste ed i "villaggi umani, risalgono trac­ciando nel cielo una geografìa di luoghi e sentimenti. Crescere non è portare un peso, serbare il dolore di destini immutabili, l'amaro tormento della perdita, dei non ritorni, ma attraversare tutto questo, lasciare che scorra e ci cambi i corpi in una strana lucentezza. [...]




BROCKWELL PARK


Da quando vivo sola ho imparato
che l'autunno è migliore dell'estate
al suo versarsi sulla terra piega
il chiaro delle voci nell'interno.

Il bambino nella finestra accanto
guarda le gazze prendere il volo
pensa forte una coperta d'alberi
di rami dispiegati sopra i tetti.

Gli scoiattoli in cerca di biscotti.

Ho messo nel lettore Figure Eight
perché spesso mi tornano i suicidi
con amara ed ironica pietà.
Solo i morti conosciamo davvero
il resto è imitazione dell'amato
nel buio non capire o trattenere.

I quaderni, le penne, le monete
nella borsa di Mary Poppins verde –

sono uscita senza aver lavorato
ma ho bisogno presto di un lavoro
della notte restituita al sonno
con il gemere delle tubature
l'urlo dei cani spento sopra i muri.

L'acqua nel parco si ammassa di foglie
un'isola nell'isola incostante –
le anatre cercano pozze scure
di pesci, riemergono nello strato
impietrito, lontano delle frasche.

Mi chiedo dei sopravvissuti, quanti
dai nidi - se sanno, se ricordano.

Un'altra acqua restituisce lenta
pezzi anonimi di senso, quest'osso
mutilato nel fango, non più bianco
l'inchiostro evaporato delle carte
un ordine di buste e di bottiglie.

Siamo l'archeologia di plastica
l'involucro deforme ci resiste.

Non scriverle le poesie, tienile
per camminare svelta nella pioggia
o nella luce quieta di novembre –

L'aria sulle vetrate rannicchiata
una seconda pelle che declina.

Spingendo nelle lame le parole
unirmi il sangue al sangue di altri uguale.
Non scrivere, non sperare, non dire.

C'è una gioia nella mia tristezza
e un'ombra disarmante nell'amore

mi cresce dentro il nudo dei tramonti.

Ho nostalgia del ferire inquieto
mi mancano le vite sconosciute.

Io - non riesco ad appartenere
eppure ogni gesto m'appartiene.

Esistono le cose tutt'attorno
fatti più trasparenti le vediamo –

mentendo la propria solitudine
si riconosce meglio dove amare.
Addomesticare poi significa
creare dei legami
. Ogni giorno

un po' più vicina, tenermi stretta
l'erba ruvida di spago, scorrere
i grani sporgenti, i nodi. La volpe

si può vedere a volte nella sera
sgusciare in una fiamma dai cancelli.




Betulla

La bellezza della mia stanza è l'albero. L'albero è una grossa betulla: riempie la finestra carica di foglie, monete sonanti.
La crescita è nera - tagli di bocche nella corteccia; i rami si affinano come polsi nei temporali. L'ora che precede il temporale è perfetta: lo sterno de­gli uccelli teso all'acqua, gli alberi gonfi di richiami, i tuoni che scendono nei corpi come un silenzio. Una comunanza eli terre da sempre separate prima che qual­cosa precipiti - sembra che tutto si tocchi, le pietre as­sottigliate in una luce orizzontale, la lingua degli alberi chinati quasi a dirci l'acqua si rovescia come un nido, non c'è confine a questa solitudine. Scrivo nelle gocce, nel trifoglio ordinario che non si spezza. Il bianco della betulla è un abito soprannatu­rale, l'ombra d'uno spirito: ci sono leggende di una creatura tra le fronde, le sue mani possono sfiorare la testa o il cuore degli uomini determinandone pazzia o morte.
[...]
La betulla è come una protezione, una certezza. Il tron­co divaricato appena sopra le radici, pronto ad acco­gliere il piede di un bambino nella salita, fa sì che una parte si perda in una tempra svolazzante dove si deci­dono soli e stagioni, mentre l'altra si piega verso di me come un respiro nel sonno. Perché l'albero è il mio fratello maggiore.
Esiste come un coraggio al di là delle passioni che logorano ruvide senza strapparmi; è un punto saldo di ritorno.
È la pazienza degli inverni - la nudità dei rami una feri­ta inerme in cui riconoscermi.
Un chiodo trafigge il legno di ogni albero esattamen­te uguale al ferro penoso della mia paura e tuttavia l'albero è mite: la sua vecchiaia un riparo più vasto per gli uccelli.
Si può amare un albero perché da pace, perché non ha mai volato, proprio come noi, ma sostiene il segreto dei voli.
C'insegna che il chiodo confitto può trasformarsi in gemma.
Al tramonto è la betulla l'ultima altezza che mi abbraccia.
Se mi chiedi come può un albero essermi fratello - è l'albero che mi sta dentro curvato ad occidente; le ultime luci come torce - io sono l'osso verticale del suo sangue.



Francesca Matteoni è nata il 25 gennaio 1975. Attual­mente vive tra Pistola e Londra dove sta completando un dottorato in storia moderna. Ha svolto svariati la­vori tra cui assistente di base all'infanzia e pifferaia di strada. Sue poesie e scritti sono apparsi su diversi siti web, riviste e antologie. Nel 2005 ha pubblicato il suo primo libro di poesia Artico (Crocetti), sele­zionato all'interno della rassegna Nodo Sottile 4, a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti per l'Archivio Gio­vani Artisti di Firenze. Nel 2008 ha pubblicato Appunti dal parco (Nizarts) ed ha vinto la diciannovesima edizione del premio internazionale per la poesia inedita "Féile Filìochta" bandito dalla biblio­teca di Dùn Laoghaire in Manda con il poernetto Higgiugiuk la lappone. Fa parte della redazione del blog letterario "Nazione Indiana". Orsopolare è il suo blog.

giovedì 4 settembre 2008

Luigi Cannillo



Cannillo sa, con Leopardi, che "la natura ha un disegno evidente": "affondare la spina" nei mortali, anche quando finge di dar loro ristoro. Eppure è in grazia della sua leva, del fuoco che irradia la caduta, riaprendo alla lotta, che l'uomo sopravvive alla ferocia dell'artificio, nato con la modernità. Per questo, diversamente dal recanatese, egli non la condanna, bensì cerca un dialogo con le sue forze oscure, per coglierne gli echi familiari e perdonarla. Poesia meditativa, questa di Cielo privato (Jocker 2006), dal passo metrico sicuro, amico dell'endecasillabo, e in dialogo con la precarietà patita dalla generazione precedente, "quando il lavoro/ più che redito", accumulava "fatica". Tenere amorevolmente a briglia la tradizione in questi due modi, l'uno formale, l'altro sostanziale, consente il lasco necessario al poeta per abitare l'intrico del presente, tra amori-tiranni e vuoti in cui il disinganno spaura. Dice bene la Fantato, nel saggio introduttivo, quando riconosce alla sua poesia la capacità di evocare scene "sempre vibranti di attese, segnate dal dolore per ciò che è perduto o protese in slanci gioiosi". Definizione che s'addice anche a Cieli di Roma (LietoColle 2006), quinta mobilissima in cui gioia e dolore si contendono il privilegio della parola, così come l'animale e l'angelo, gemelli siamesi nell'animo umano. In questo libriccino, più forte si fa il sentimento di un'origine perduta, di un "universo bambino", lo stesso, forse, che popola ora il cielo romano e al quale lo sguardo del poeta tende, quasi a cercarne una promessa, un "futuro spicchio". Se nel cielo, ad ogni istante, si ripete il caos dei primordi, l'altezza d'uomo è quasi ignorata, spuntando a scorci e bocconi, sempre grigia, se non fosse per un "tu", che a volte pare letterario ed altre si fa concreto, come lo era nella sezione "Fuoco amico", in Cielo privato. Un "tu" a cui l'io narrante rivolge l'unica esplicita domanda rintracciabile in entrambi i libri: "E' stata la gravità ad atterrarci/ o ci respingono i palmi del cielo?" Tra queste due forze, sta la "terra di mezzo" dove, con "leggeri umani/ piedini", sopravviviamo.


da Cielo privato


Come mai questo silenzio
dopo i ruggiti e i traffici notturni
il tempo così carico fermato
alla periferia del giorno
Sarò io a immergere per primo
il cucchiaio nel vuoto e deglutire
È il momento instabile nel quale
filano zucchero nelle miniere
in cielo esplodono fasce di raso
Una rete di lampi intanto
si sta annodando attorno
ognuno isola muta
la parola trattenuta da una fionda
come aereo di carta o tuono


*

La natura ha un disegno evidente
fingendosi fragile affondare la spina
offrirsi armata all'aggressore
Mentre contempli o modifichi
prepara burrasca fuoco improvviso
detta la legge e il suo rovescio
Chiamando per nome raggiunge
il rifugio sommerso nell'isola
e nella moltitudine ogni singolo
Mio carnefice, insiste, figlio amato
Correvo inseguito dal richiamo
alfiere avvolto nella sua bandiera
Accendo i suoi misteri e quando cado
mi risolleva ancora incandescente


*

Non ritornate più, ospiti segreti
come radice che riaffiora a distanza
La vostra casa è altrove
L'epoca dell'assenza e il respiro
dei viventi non si annullano
circolano invece qui saldati
Non le care presenze, le reliquie
ma una rete di angeli ostili
a stordire le caviglie e il sogno
La sostanza sopravvive alle creature
nella visione, insiste a custodire
la specie estinta e la reincarna
Chiedevo a bassa voce padre
mostrami la cicatrice, la guerra
ma il panno non si è sollevato allora
la mano scostata dall'offesa
L'alleanza sta affiorando adesso
il segno incide fresco la mia pelle


*

Romeo Romeo non è la forza
delle armi a renderti valore
ma la serena resistenza
alle convenzioni, trovarti
all'inizio e alla fine di ogni stanza
e farti accompagnare senza attrito
Tu che avanzando calmo
hai spianato il muro che divide
la mano dal calore della carne
Primo nome acceso nell'ignoto
corpo intatto dono senza lacci
è la tua mitezza a dominarmi
E mentre mi smarrivo negli abbracci
insieme alla beata vetta hai spalancato
la porta dell'inferno sconosciuto


*

Vieni più vicino abbracciami
muovimi come vuoi a marionetta
amami a tempo e scegli quanto
Invidiano il laccio che ci stringe
prìncipi della città e delle sue piste
coppia di vento e cromo su Gilera
Le labbra s'incontrano di lato
ma petto e schiena remando in sintonia
respirano chilometri aderenti
S'inchina il circostante a quel peccato
e rende omaggio perfino al suo tormento
amore di tiranno e di devoto
Sensi opposti da emigranti
non smorzano l'impronta del passaggio
le sale d'aspetto condivise in azzardo
L'aureola, i liquidi scambiati
sigillano la nostra casa d'aria


*

Il cuore della stagione
non batte al centro
al posto del petto di rondine
offerto al palmo indifeso
sporge una pietra bianca
È fondo che arresta la caduta
e ne sancisce il carico
Nuvola cresciuta alla caviglia
impastata in sasso
da cui vola e ritorna
il falco dell'ossessione


*

L'origine invisibile dell'ombra
risiede altrove
oltre il telo dietro cui le mani
disegnano nell'aria l'universo
L'ombra mutante
pietrifica in asfalto, si sgrana
in sabbia o si scolora
ma la causa persiste ostinata
Come carovana buia
attraversa il paese delle luci
Appena scocca il segno e appare
se non il colpo il livido fantasma
rientra il carro rapido alla sede
Mentre tu incantato ammiri
le ali che attraversano la stanza



da Cieli di Roma


I


vola volano piumaggi
folate di colombi corvi,
da bocche di guanciali aperti
nuvole e dietro spinge il sole
subito un nuovo soffitto, piogge
e sereno, alterni e antagonisti
I cieli si contemplano senza
spiegazioni, manca alla formula
una materia solida e sovrastandoci
solo colore, luce pura
Tutti da interpretare quei singhiozzi
di grandine sull'anima, e le carezze



IV


Dicono che l'universo bambino
fosse più clemente agli abitanti
gli idoli al loro posto
la massa oscura che decide
la nostra sorte ancora circoscritta
Esilio le pareti di clausura
al tatto raggiungibile sapere
si popolano di animali spighe
armi e famiglie racconto su granito
Anche le nostre impronte sono vita
piuma o pietra operose unghie
Il tempo sostava in una nicchia
rito e indiviso
epoche a scandire terre ferme
Ora tra le supreme schegge
sopra nasi e motori
ondeggiano lampi di diario
le nostre lettere, curvi dubbi
Pattugliano elicotteri
i cieli della capitale



VIII


Se poi tutto l'effimero
di queste poche ore
fosse l'eterna storia
noi sbriciolati sul terrestre
e la stagione a scandire
indiscutibile un giro di lancetta
La bocca si offre ancora fiduciosa
all'aspro del futuro spicchio
e i figli già riversati in padri
guidano a destino
senza tradimento
la specie breve e l'illusione: perle
ruotano nella mano
e il fondo di universo
tutto tradotto in guadagno e gioco



X


L'alba accende i primi mulinelli
aghi di pino e sabbia
memoria del mare alle spalle
Si intravede la città con i suoi archi
ancora piatti in una striscia
di sole all'orizzonte
Sospesi, in questo bossolo di tempo
Non vince né la gemma della notte
né il giorno che si va a disporre
È l'armistizio fra passione e schema
la nostra breve pace del risveglio
ogni momento poi si avvita in un filare
in un nome e già minaccia il successivo
Così nel viaggio non coltivi
nostalgia ma il chiodo
all'incrocio delle ore
io con te, a inseguire a malincuore
il sonno, poi le curve e i condomini
E la separazione, la città commovente
al risveglio, che va per il suo verso



XI


L'orizzonte ha abbassato
improvviso i suoi tendaggi
A noi il soffitto calato
la schiena sul terreno,
il resto è l'orto della caccia
il raccolto basso
Noi che abbiamo osato
siamo privati adesso
della forma dell'aria e del suono
E quando senza amore
misuriamo i nostri pochi passi
negli occhi sta il richiamo
di ogni amore, il suo residuo
È stata la gravità ad atterrarci
o ci respingono i palmi del cielo?
Il volo plana verso altri occhi,
specchi del ciclo che ci manca
ma nel battito di sguardi che si sfiorano
un'ala fila appena rasoterra



Luigi Cannillo è nato e vive a Milano svolgendo l'attività di insegnante di lingua e letteratura tedesca nella Scuola Media superiore. Ha insegnato in corsi per universitari ed è autore di testi scolastici. Ha pubblicato le raccolte di poesia "Transistor" (TS, Novara, 1986); "Volo simulato" (Campanotto, Udine, 1993), "Sesto senso", (Campanot-to, Udine, 1999) e "Cielo privato" (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2005); nella serie "12 Arcani Maggiori", "II giudizio" (Edizioni Pulcinoelefante, Osnago, 2000) con carta illustrativa di Francesco Merletti. Singole poesie sono state pubblicate su numerose riviste e, in qualità di poeta, saggista o curatore, ha partecipato a diverse iniziative antologiche, tra le quali La Biblioteca delle Voci — Interviste a 25 poeti italiani (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2006). È componente dell'Associazione Culturale "Milanocosa", per la quale ha ideato e coordinato eventi culturali. Ha partecipato a per­formance e spettacoli teatrali, collaborando con musicisti e artisti visivi. Si occupa dell'organizzazione di rassegne e iniziative di scrittura creati­va, anche in collaborazione con Enti pubblici e con le Case Circondariali di San Vittore e di Opera.

martedì 2 settembre 2008

due appuntamenti


Venerdì 5 settembre alle ore 21,00

presso


Indipendentemente Interno 4
Libreria - Sala Lettura - officina Culturale
Via di Duccio, 2647900 Rimini (Rn)

Presentazione del volume


Vicino alle nubi
sulla montagna crollata


a cura di Enrico Cerquiglini e Luca Ariano


Campanotto editore

Intervengono

Enrico Cerquiglini e Luca Ariano


Saranno presenti i poeti

Caterina Camporesi, Chiara De Luca,
Gianfranco Fabbri, Gianfranco Lauretano
Gian Ruggero Manzoni, Alessandro Ramberti






Ricordo inoltre che

L’associazione Culturale “Le Belle Bandiere”


promuove il primo

F E S T A R E A D I N G C O L L E T T I V O

Hai una poesia? Hai un racconto (massimo una cartella)? QUALCOSA DA ESPRIMERE?

Invia entro il 10 ottobre 2008 il tuo materiale a “Le Belle Bandiere”, via Carlo Forlanini, 27 - 20133 Milano oppure a bellebandiere@gmail.it

IL TESTO VINCITORE SARÀ PUBBLICATO IN 300 COPIE IN FORMA DI ADESIVO DA ATTACCARE PER TUTTA LA CITTÀ.