venerdì 27 giugno 2008

Onore ai diffidati


Desidero segnalare l'uscita del romanzo di Elisa Davoglio Onore ai diffidati (Mondadori 2008), viaggio fra gli ultras in cui si conferma l'equazione girardiana tra la violenza e il sacro. La Davoglio, poetessa ospitata in Blanc un paio di mesi fa, ci racconta quest'esperienza dall'interno, evidenziandone l'elemento iniziatico e la forza identitaria dei simboli all'interno di un clan. Un libro, questo, che aiuta a comprendere il valore transtemporale dell'aggressività umana e la sua ritualizzazione in tempo di pace.



Onore ai diffidati

sarà presentato il 2 luglio, ore 19,00

da

Mario Desiati e Piero Sorrentino

alla libreria AGAVE BISTROT

di Roma

in via di San Martino ai Monti 7/A

lunedì 23 giugno 2008

Furia legge Bonacini


Ospito con piacere una recensione di Marco Furia - dal titolo Vivide allusioni - ad alcune poesie di Giorgio Bonacini.

«Con gli intensi versi, tratti dalla raccolta L’ infanzia dei nomi, pubblicati sul numero 76 di “Anterem” (giugno 2008), Giorgio Bonacini compie un’operazione che soltanto la poesia può condurre a felice termine: alludere a un mondo consentendo in esso opportunità di vita.
L’allusione, più o meno velata, non è per nulla estranea ai quotidiani usi linguistici e, di solito, risulta inseparabile da certi lineamenti del volto (ad esempio un lieve sorriso): si ricorre a essa per dire in maniera incompiuta, per suggerire.
L’allusione, insomma, si rivolge a un impreciso oltre.
Ben diverso il caso del linguaggio poetico di Bonacini: lungi dal tendere a sospensioni evocative, qui si tratta, al contrario, di entrare, decisi, in un cosmo la cui vaghezza, se accettata con sapienza, costituisce l’unica possibilità di percorso.
Occorre, senza dubbio, un’ “inusuale” “generosità”, nonché una buona dose di fiducia e, perché no, di coraggio, per inoltrarsi in territori privi di qualunque traccia o segnale, nel cui àmbito, cioè, costruire proprie vie non rappresenta semplice mezzo, ma già indagine, esplorazione.
Non esiste alcuna linea guida e il passo appena compiuto non conduce a mete prefissate, a traguardi, bensì crea esso stesso perimetri in continua modifica, confini destinati a scomparire e ricomporsi in modo differente.
Le usuali coordinate perdono valore, ci si muove nella vivida dimensione dell’esistere, nel magma ricco di energia dal quale il linguaggio può sempre rinascere in forme inedite.
Soltanto per via di un’acuta percezione della natura dell’umano idioma si possono porre in essere proposte poetiche consistenti, come quelle in parola, in una naturalezza frutto d’impegnativo riflettere e profondo sentire, ossia, si conceda l’ossimoro, nel vigile abbandono alla sensazione.
Come a dire: sono un poeta e so-saprò (la fiducia è d’obbligo) quali sono i componenti della mia poesia.
Ne derivano esiti sinceri, non artefatti, più nulla essendovi di oscuro attorno a un enigma che, semplicemente presentato nei suoi molteplici aspetti, smette, in virtù di consapevoli accettazioni, di provocare drammatica angoscia.
Con eleganti pronunce, articolate e piane nel contempo, offerte con premuroso garbo, sicuro, mai retorico, del tutto privo di qualsivoglia autocompiacimento, Giorgio approda a una spontaneità scaturente dalla definitiva rinuncia ad angusti schemi: la sua (alta) istanza estetica, così, si fonde con l’ etico invito a condividere un atteggiamento, a fare altrettanto.
Una “buona insensatezza”, anzi ottima, davvero».

...........................Marco Furia




.......................Ti voglio bene
.............................per la tua parola aliena
............................nella mia proposta di sacrificio
............................(R.B.- 12 anni)



*

E dove il tempo degli occhi
finiva, uno spreco inusuale
nella generosità di se stessi
avrebbe attraversato l’incanto
con la velocità delle nostre parole
oramai intrattenibili
prese da un’allucinazione
nel sintagma di un cuore isolato.
E qui si sarebbero forse adagiati
compressi nei loro segreti
avrebbero avuto altri suoni
e pensieri - e movimenti di muscoli
agli occhi, e bocche precise.



*

Così, nella teoria del nome
ritrovato, nel caldo ritrovamento
di un nome, ci saremmo
detti alcune cose senza peso
senza limite di forma e di misura
e in un sorriso avremmo visto
anche l’istinto di un timore
l’apprensione, l’invadenza
di un intuito appena dopo la paura.
Ma nel segno di una buona
insensatezza, avremmo subito pensato
a ciò che dicono si pensi
in questi casi - a ciò che esiste.



*

Se avessimo capito - se solo
avessimo ascoltato i loro soffi
i mormorii, tutti i dolori tra le cose
e quelle cose, anche dormire, anche
restare accartocciati in scricchiolii
avrebbe dato all’attenzione
un senso vivo, un’altra traccia.
Ma in quella stessa oscurità
portare a compimento la scoperta
o farne parte, sarebbe stato
il centro di una vita innaturale
di un resistere con calma a un'aria
comica, a una nebbia più allusiva.



*

E in tutto il loro vivere
vissuti e rivissuti, non sarebbero
cambiati quasi nulla, poco
o niente tra la pioggia, nella sfida.
Mille anni immuni da ogni vento
ogni natura, ogni singola
rugiada mai caduta o destinata
a qualche corpo - niente roccia
a discrepare l’illusione
di concedere alle gocce di cadere
e immaginare i soffi provvidi
ma nudi delle stelle, nell'infanzia
dei ricordi e delle voci.



*

Dovunque sarebbe rimasto
il bagliore, il respiro, il ticchettio
di un nome che avremmo portato
come un nome deserto
un piacere feroce, un nome toccato
e bruciato, cresciuto alla luce
della nostra irruenza.
La sola a trasmettere un cuore
forse non più consapevole
forse alla fine di un' unica
attesa - la stessa che avrebbe
da sola soffiato e lavato, e cauterizzato
la nostra e la loro somma ferita.



*

Ma non avremmo detto nulla
se non fossimo inciampati
se l’aggressione che ha portato
a svaporarli fosse stata
un’emozione indifferente
l’ombra di una scienza
o il vero umore di chi muore
senza ritmo, senza frasi, in sordità.
Allora non avrebbero potuto
riapparire, né svanire o ritornare
in questo luogo come foglie
appese a poco - fortunatamente
inesorabili in quel poco.



*

Ma quel sogno li ha delusi
sradicati, riportati al nostro sguardo
nella forma di un risveglio -
fantasmi senza pena e senza
orrore, per la troppa lucentezza
sillabati da balbuzie, accanimenti
aridità di segretezze
fra sostanze corruttibili e figure
quasi inabili, mancanti.
E in tutta questa solitudine
pensare a una purezza irrimediabile
magrissima, a un vapore di paura
in qualche nuvola e nient’altro



*

Ma neppure questa sorte
li ha assistiti - troppi morti, troppi
corpi rivelati da un evento
a cui nemmeno l’esistenza
o l’eco di quel nome sembra tale.
La sostanza si è perduta
e con lei la leggerezza - ghiaia
e sabbia, polvere e pulviscolo
gettati come esseri non vivi
ma dalla corporatura intatta
con la lucidità di una mente
invadente e ossessiva, negata
al ricordo e umiliata.



Giorgio Bonacini è nato a Correggio (RE) nel 1955, dove vive e lavora.
Ha conseguito la laurea in estetica al DAMS di Bologna, con una tesi su Roland Barthes.
Negli anni Settanta-Ottanta ha fatto parte, con poesie visive, sonore, e performance artistiche, del gruppo "Simposio Differante".
Redattore della rivista 'Anterem' e ha pubblicato testi poetici e critici su varie riviste, tra cui: 'Parol', 'Poesia', 'Capoverso', 'Il Segnale', 'L'immaginazione'.
Presente sulle antologie:
Ante Rem, a cura di Flavio Ermini (con una premessa di Maria Corti), Verona, Anterem Edizioni, 1998;
Verso l'inizio, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri (con una premessa di Edoardo Sanguineti), Verona, Anterem Edizioni, 2000;
Trent'anni di Novecento. Libri italiani di poesia e dintorni (1971-2000), a cura di Alberto Bertoni, Bologna, Book, 2005.
Libri di poesia pubblicati:
Non distruggete l'immondizia, Correggio, Edizioni Gabiot, 1976;
Teneri acerbi, con una nota critica di Giuliano Gramigna, Verona, Anterem Edizioni, 1988 (Premio Lorenzo Montano, 2a edizione);
L'edificio deserto, con una nota critica di Niva Lorenzini, Bologna, Edizioni di Parol, 1990;
Sotto la luna (con Giovanni Infelìse), Bologna, Book Editore, 1991;
Il limite, con una nota critica di Lucio Vetri, Bologna, Book Editore, 1993;
Falle farfalle (con disegni di Alberta Pellacani), Verona, Anterem Edizioni, 1998;
Quattro metafore ingenue, Lecce, Manni Editore, 2005.


Marco Furia è nato nel 1952 a Genova, dove si è laureato in giurisprudenza.
Già collaboratore di Adriano Spatola, ha pubblicato:
Effemeride (Tam Tam,1984); Mappaluna (Tam Tam,1985), nota critica di Adriano Spatola; Arrivano i nostri (in Fermenti letterari' Napoli, Oceania Edizioni, 1988); Efelidi (Anterem Edizioni, 1989), nota critica di Stefano Lanuzza; Bouquet (Anterem Edizioni,1992), nota critica di Roberto Bugliani; Minime topografie (Anterem Edizioni, 1997), nota critica di Stefano Strazzabosco; Forma di vita (Anterem Edizioni, 1998), nota critica di Gilberto Finzi; Menzioni (Anterem Edizioni, 2002), nota critica di Stefano Guglielmin; Impressi stili (Anterem Edizioni, 2005), nota critica di Carla De Bellis.
Sue poesie sono apparse su riviste italiane e straniere.
Suoi testi sono raccolti nelle antologie:
Poeti nati dopo il 1950, a cura di Adriano Spatola, in 'Cervo volante', 15/16, 1983;italie ( ), a cura di Adriano Spatola, in 'Doc(k)s', 71; Ante Rem, a cura di Flavio Ermini, Anterem Edizioni, 1998; Verso l'inizio, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri, Anterem Edizioni, 2000; Paesaggio mutevole, a cura di Giorgia Cassini, Liberodiscrivere, 2006.
Tiene, sul sito
http://www.anteremedizioni.it/, una rubrica di note critiche che hanno trovato accoglienza anche su svariati periodici.
Ha partecipato a numerose manifestazioni con lettura di propri versi, per alcuni dei quali sono state composte partiture dal musicista Francesco Bellomi.Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, spagnolo e giapponese.
E' redattore di 'Anterem'

giovedì 19 giugno 2008

leggere variazioni in fiera


Domenica presenterò leggere variazioni di rotta, l'antologia di Liberinversi, alla II fiera dell'editoria di Formigaro Pozzolo (AL). Leggerò anche alcune poesie della Distanza immedicata.
Entrambi editi da Le voci della Luna


sabato 14 giugno 2008

Stefano Lorefice


Stefano Lorefice scrive della pietra fredda delle metropoli, raccontandoci l'inautentico che le popola. Ogni cosa, là fuori, fatica a stare in piedi, a trovare la via che rimargini la ferita. Eppure la comunità, quella sua polpa che batte dentro la pietra e che bisogna riattivare, è necessaria, così che "sedere attorno alle cose" sia, nel contempo, uno stare presso la nostra natura profonda, capace di sguardo sereno sul divenire del mondo. L'esperienza della pioggia (Campanotto 2006) è un libro scritto da un viaggiatore risentito, così come lo era l'islandese leopardiano, un cacciatore di quiete costretto a fuggire gli agguati della sfortuna e a tracciare confini entro cui erigere un ordine abitabile, un artificio necessario a controbattere il caos. Eppure in questo libro, tra interno ed esterno la frontiera è labile, tende anzi a confondersi, sino a dare l'impressione che non ci sia isola che salvi, asola che trattenga dalla deriva. A meno di non dare la parola, finalmente, alla nostra tenerezza interiore, polpa capace di tirarci a riva, di legare la comunitas in un abbraccio davvero rivoluzionario. Rispetto ai precedenti libri, dove la virtuosa debolezza veniva travestita con l'armatura delle convenzioni giovanilistiche (la musica jazz e l'inglese quali elementi denotativi, marcatori di differenze), L'esperienza della pioggia sceglie, non solo nel titolo, un'evento naturale, universale, quale legame della specie e tocco di benedizione della Natura, finalmente ritrovata come madre.



***


Certe ferite che rimarginano
nell’insistere delle luci esterne/notturne
la città è nel pieno e resta
presto saranno i passanti
agli angoli
con un bisbigliare compatto
che non c’è tempo
e quel che rimane è diviso
come gli amanti nel farsi l’amore
senza mai dire abbastanza
per quel che sarebbe
sparsi soltanto
a rigare il fondo del cuore


***


Tutti compatti, vicini, schiacciati
in un pub che dà scampo solo ai più sorridenti
tra gli occhi di chi si conosce
e chi nuovo ha la voce più forte
che bisogna portare ciascuno un colore
e non pensare al freddo fuori
e chiedere d’altri
e lasciare fare ad altri ancora
non bisogna essere vecchi, sventolare certezze
ci si accontenta di stare
neanche troppo comodi
tra un sorriso e la musica che non interessa
che c’abbiamo grandi pianure dentro
e laghi
e abbracci
ma nascondiamo ancora le mani
per pudore
per proteggere l’interno più tenero


***

dovremmo sedere attorno alle cose
alla loro vera posizione
come dei messaggeri su un vecchio sentiero
che riposano
come gente che conosce ciò ch'è scritto
senza la finzione che muove la voce
dovremmo ristabilire la gravita che porta al centro
non questo fracasso di strade
che barcolla, con ancora il mattino incastrato fra i denti
e si raccoglie agli angoli, attende l'agguato
mentre il rumore di passi esita
intuisce l'errore
e la difesa ci costringe ad arretrare
che stiamo qui, adesso
che c'è poco spazio
e i corpi stanchi sfregano
consumano
dimenticano


***

E’ delle rocce scoperte che ti parlo
di un certo capire che non ha riparo
che precede
al limite del dire
consapevole che il non detto è rispetto
come un lago minore
dove tutto sta rannicchiato
compreso
senza attese
perché si fa presto da una parte all’altra
senza il bisogno di voltarsi
l’occhio riesce a con-prendere tutto
abituato com’è al piccolo orizzonte dei piedi


**

Ci resiste un pensiero comune
dei pochi giorni una sciarpa azzurra
stiamo aggrappati all'ordine preciso degli oggetti
pronti per il congedo
non sai come, ma siamo ancora lì
non possiamo oltre
nel piccolo spazio
vicini, che ci sentiamo respirare
addosso un disordine
"ti amo, per quel che posso... ti amo."
che sembrano passati cinque minuti



***

riconosco ch'è passato un anno
e degli stessi vetri, doppi per il freddo tenace,
non rimane che una tregua da fuoco incrociato
c'è tutta la tranquillità di un appartamento
chiuso una volta, dall'interno,
per amore
adesso che Settembre è un mese più freddo
dobbiamo tener salde le posizioni,
alle nostre frontiere troppo spesso confuse
c'è da affacciarsi poco,
c'è da rivoltare i sassi per cercare gli indizi
dobbiamo essere cacciatori
e stare sulle tracce




Stefano Lorefice è nato a Morbegno, in provincia di Sondrio nel 1977. Ha vissuto tra Roma e Milano per i suoi studi scientifici collaborando anche per diverse riviste letterarie. Alternando brevi parentesi di vita a Parigi, Budapest e in Andalusia. Attualmente si è stabilito in Francia. Dopo l'esordio poetico di Prossima Fermata Nostalgiaplatz (Clinamen), ha pubblicato la seconda raccolta di poesie intitolata Budapest Swing Lovers e il romanzo Cosmo Blues Hotel, entrambi pubblicati da Edizioni Clandestine. Tutti i titoli sono ora disponibili in tutti i punti vendita delle Librerie Feltrinelli. Nel 2006 ha pubblicato per Campanotto la raccolta di poesie L'Esperienza Della Pioggia.
Qui il suo blog.

domenica 8 giugno 2008

Luciano Troisio


Dice bene Mario Moroni a proposito di quale specie d'oltraggio sia portatore vagantivo Luciano Troisio, riconoscendo nella sua poesia marginalità, nomadismo, teatralità e clowneria ("YIP", vol IV, 2000). Rifuggendo infatti i panni del poeta lirico, affetto dalla sindrome identitaria come di una stigmata elettiva, in Strawberry-Stop (Lietocolle 2008), Troisio calca le lande neoavanguardiste dell'ironico e del grottesco, declinandole in un impasto plurilinguistico che fa del meticciato culturale il correlativo oggettivo della propria stratificazione coscienziale. Uomo del paroliberismo colto, compone sorprendenti catene analogiche che poi maschera e rifonda con ragionevole moderazione, spegnendo l'incendio futurista con grosse dosi gozzaniane, che lo fanno apparire autore moralista ma non troppo. La "cuna" del suo mondo è la Cina, raccontata in salsa tartara soprattutto nei racconti di Tirtagangga (Marsilio 1999) e in Parnaso d'Oriente (Marsilio 2004), opera in cui l'aggettivazione naturalistica ricalca l'acquerello haiku, mentre i ritratti hanno il disincanto del viaggiatore occidentale che ha letto tutti i libri (e ne porta, sparse, le pagine nei taschini, nei calzini eccetera). Anche le poesie di Strawberry-Stop, quasi con piglio ungarettiano, annotano in calce la trincea mandarina, ma spesso all'orizzonte lampeggia un angolo padano, una "Multinazionale Farmaceutica" e, più che nei libri precedenti, l'anima s'ammorba (senza tuttavia farne un dramma) con l'arido vero leopardiano, con il fango burocratico d'ogni longitudine.



LETTERA ALLA PSICHIATRA



"Cara Maria,
tutto come prima

solo che, come nella barzelletta,
(me la faccio ancora addosso ma)
non mi preoccupo più di nulla..."

Alla donna psichiatra si cela molto,
per timidezza per pudore,
ad es. sui fondamentali problemi del pisello.
Chissà se lei lo capisce da sola
(l'ha capito dal primo momento,
non ha capito nulla).

Devo ammettere che queste gocce
potrebbero avere non poco influito
sulla mia felicità
nello scrivere durante il viaggio.
Stamattina, sceso per il breakfast,
dopo aver corteggiato la ragazzina dell'ufficio turistico
(che esibisce anche un po' di francese ma io
me la cavo benissimo
anche col veneto e con l'inglese)

durante l'evento del breakfast non incluso
che comprendeva una stupenda
baguette diversamente lunga,
calda croccante per 2000 dong
tanto che ne ho ordinato una seconda dalla goduria
che probabilmente sostituisce il mio piacere sessuale
(come avrà arguito,
addirittura vaticinato per scommessa
dalla prima occhiata la mia solerte dottoressa)

ex abrupto mi è scappato di prendere appunti
sull'agenda Antonveneta d'emergenza da cui mai mi separo,
quindi: appurato che con 7 dollari si può visitare
(english speaking guide) l'intera città proibita
e imperiale di Huè,
[anticipo trattarsi di banale recente invenzione,
da splendida operetta realizzata dai francesi nel tardo 800
mentre i grulli itali geometri,
in viaggio col CRAL sono convinti
che le sculture dei mandarini dei cavalli e degli elefanti
risalgano al 400, poverini perché disilluderli?]
nonché del giro in barca sul Fiume Profumato
(il poetico nome deriva da certe piante officinali,
temo ora estinte,
che crescevano sulle sponde),

per poi scendere ai vari approdi,
ogni volta prendere in affitto una diversa prezzolata moto
scapicollarsi per sentieri nefandi
al fine di perlustrare alcune lontanissime tombe imperiali
mi chiedo se ne valga la pena,
dottoressa che non rispondi),

invece di uscire per vedere questo fantasma di città
dissuaso per la verità
da un'afa davvero insopportabile,
sono rientrato alla mia fredda stanza
e ho scritto (forse) la più bella, finora, pagina del viaggio.
Esprimo gratitudine alla Multinazionale Farmaceutica.
Mi sto orientando a credere che sia
la mia sottile malattia
a costringere l'ascosa bravura
a rimanere inespressa.

[Preoccupazione del giorno: le gocce stanno per finire.

E poi?
Cesserà la bravura.

(E che sarà di noi?)]

........................Huè, lunedì 19 febbraio 2007




SOGNO DELL'INFINITA VORAGO

II concetto di vorago-assenza
è fondamentale complicato e antico
latore di sofferenze anche sottili, erotiche.
Come simbolo pare sia legato alla donna,
alla croce alla delizia,
all'epitelio vaginale al mancamento
a quell'idea di caduta sprofondamento così angosciante
(un cicinìn in contrasto con Pinfinitamente
fungibile penetrazione onnipotente)
di complesso commercio col Delta Centrale
cui negli ultimi tremila anni sono stati dedicati
molti saggi anche da organi scientifici ufficiali
e genitali.

Non è difficile poi imbattersi, nel mondo
del fertile sottobosco editoriale, in poeti amici
del cognato del ragioniere commercialista così bravo
che avrebbe scritto delle sofferte poesie
dedicate alla moglie
intitolate La tua assenza che vorrebbe dire,
in dialettica opposizione alla presenza erettile,
[ma il concetto è così mascherato
che senza il conforto di una diretta esegesi
non sarebbe possibile arrivarci
oppure per una parziale
postprandiale estorta ammissione]
"La tua spatagnacchera"
metafora cui pare sia arrivato non per caso
e peraltro dopo anni di costosa
purificazione concettuale affinamento linguistico
ininterrotta "mutazione del nome"
dandoci dentro con relativo "labor limae"
che contempla come inconfutabile prova
del suo buon valore poetico
perfino un salto culturale comprendente
l'eliminazione di almeno nove decimi
delle centinaia di genitivi postermetici
uova di lupo pettini di quindici
ancora peraltro tollerati nelle undergrowth collanine
delle oneste galline,
nei cattivanti
indulgenti testi di Sanremo
e sorrisi
e canzoni,
delle preposizioni A e Per più infinito
che andavano tanto negli anni cinquanta, quando il corale
pareva essere suggerito come alternativa eccezionale
e rimedio alla ormai conclamata neorealistica crisi.
Chapeau, diamo atto sia concesso.

[...]
..................................... Na Trang 25 febbraio 2007



SOGNO DEL LAGO

Lo Strawberry-Stop esiste veramente
è un localino in riva al lago si mangiano
fragole stupende in tutte le combinazioni
intere con zucchero con yogurt con miele frullate
compresi i succhi più deliziosi e densi
che esistano nei sette regni.

Sul lago magico siamo stati
enormemente felici lo sai
dicevi: questo è un sito rasserenante,
c'erano davvero loti ninfee
sembrava che durasse per sempre
non bisogna farne alcuna pubblicità ma qui
ora noi lo consideriamo
un mero punto di partenza simbolico.

Si tratta ovviamente solo di fantasticherie
non diciamo dove siamo né chi siamo
(potremmo ad esempio essere malati)
e ancora ci rivolgiamo a te che "non ricordi".

In verità saremmo ancora in tempo
per visitare volendo ibischi buganvillee
per stupirci della bellezza
negli orti fatati mirando nane piante secolari
colme di mandarini, di piccolissime rosse mele

ma tu se per errore ci incontri ti nascondi
ti vergogni della nostra spiacevole esistenza.
Un incantesimo ci lega siamo
il tuo infinito inespungibile rimorso.
Rimossi i giuramenti fingi
di non sapere che avevamo davvero deciso
di vedere gli affreschi insieme.

......................................... Saigon 1 marzo 2007


Luciano Troisio, patavino, ha insegnato nelle Università di Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana; visiting prof a Tokyo e Melbourne. Autore di varie pubblicazioni scientifiche e sperimentali. Globetrotter, poeta e giornalista, dal 1975 ha bighellonato in Asia realizzando diari e reportage. Opere recenti: Tirtagangga e varie sorgenti, Marsilio, Venezia, 1999, Viaggio a Ko Ciang, il verri, Milano, 2001; Nuvole di drago, La Battana, Fiume, 2003; Parnaso d’oriente, Marsilio, Venezia, 2004, Folia sine nomine secunda (con Cesare Ruffato), Marsilio, Venezia, 2005, Oriental Parnassus, (translated by Luigi Bonaffini), Legas, New York, 2006; Appunti vacanzieri, La Battana, Fiume, 2006; Strawberry-Stop, Lietocolle, Faloppio 2008. È socio del P.E.N. Club Italiano e membro del Perama Club di Bali.

mercoledì 4 giugno 2008

Kore


Estratto da: Phrase di P. L. Labarthe (ed. Bourgeois, 2000)

trad. Stefania Roncari (esclusiva per Blanc)


Frase VI: (La Kère) (Kore)

Oscura, raggiunse la soglia, stretta, irriconoscibile.

- Pensi sempre che una spiegazione possa non imporsi?
- In effetti.
- Ma perché?
- Perché è una dichiarazione.
- Cioè?
- Intendo “dichiarazione” nel senso più comunemente inteso: si dichiara una nascita, un amore, una morte.
- Non vedo il rapporto.
- Questa parola “Kore”, questo nome piuttosto, l’ho incontrato per la prima volta tentando di tradurre Antigone, con uno sguardo, se posso dirlo, sul testo di Sofocle, l’altro sulla versione di Holderlin. Ho creduto all’inizio, in modo precipitoso, che designasse una sorta di essere demoniaco, come un’Erinne o una Furia per esempio; in realtà ce n’erano diversi, almeno tre, come le Parche, le Arpie, le Gorgoni; ho persino visto, non so più dove, che erano le figlie della Notte. Mi hai detto però, e confermato poi, che si trattava di una dea, non degli Inferi (come Ecate o Persefone), ma della morte: la morte stessa, o meglio l’immortalità per eccellenza. La frase è sopraggiunta così, quasi in questa forma (il lettore più attento me l’ha felicemente fatta “spoetizzare”, proprio recentemente), l’ho scritta in margine, senza sapere perché, per proporla un giorno, quando mi hanno chiesto un one line poem.
- E la dichiarazione in tutto questo?
- Oh!, Servirebbe dopotutto soltanto una lettera.
- Una lettera?
- Sì, “lei”.
- E’ infantile o morboso.
- Né l’uno né l’altro. Questa lettera oltretutto non si rivolge, questa volta in latino, soltanto al timbro della voce, questa voce di cui ti ho detto di averla sempre sentita; o se preferisci: attesa. Non autorizza più soltanto un’allusione al tuo nome. Scrivo: “lei” per dire della “Kore” che ne esiste solo una.
- Non capisco.
- Non volevo spiegare. Non so nemmeno di poterlo fare.
- Tuttavia si tratta del meno oscuro.
- Non mi sforzo neanche di nascondere, di sollecitare delle interpretazioni: sarebbe indecente, e pretenzioso. Infine non bisogna più nascondere quello che si crea, né rifiutarsi di capire ciò che si è potuto creare. Non ce n’è che una significa: non ce ne sono tre. La trinità, è l’incubo occidentale. Conosci come me la celebre analisi del Re Lear; ha ancora bisogno delle tre figure: la madre, l’amante, la morte. Avrei preferito che dicesse: la terza ritorna ed è ancora la prima. O qualcosa del genere.
- Ma se non ce n’è che una, perché “irriconoscibile”. Passa attraverso la morte, persino la madre..
- Evidentemente.
- Potrei rivolgerti un’altra domanda: perché si rappresenta spesso la morte come una donna? Non voglio però sfuggire. Ti risponderei ancora questo, che forse è valido solo per “me”: ciò che riconosciamo, noi altri nati-morti, in colei che riconosciamo, è proprio il fatto che è esattamente irriconoscibile. Se l’avessimo ignorata diversamente, ci sarebbe rimasta indifferente. Non abbiamo nessun ’altra ragione di amare. Se non quella di accompagnarci da sempre e per sempre nella nostra morte, nell’immortalità irriconoscibile. La dichiarazione consisteva proprio in questo. Non una leggenda, una lezione – nel senso obsoleto del termine, intendo: il senso umile.