domenica 23 dicembre 2007

LiberInVersi - L'Antologia


LiberInVersi – L’Antologia

Come ha annunciato lo scorso luglio Massimo Orgiazzi, è imminente l’uscita dell’antologia di LiberInVersi, che vedrà la luce editoriale in cartaceo a febbraio 2008. Curata dalla redazione dello spazio/blog, l’antologia, senza mettere la parola fine al processo di mappatura del paesaggio poetico italiano avviato nel 2005, manifesta l’esigenza di ritornare sul materiale raccolto, di operare una scelta e di approfondire la lettura dei testi selezionati. Il testo uscirà in una forma che tenterà di contribuire ad una possibile reazione alla situazione, a nostro modo di vedere, disastrosa in cui versa l’editoria italiana, specie sul versante poetico (fatte salve piccole editrici che pur non godono di alcuna, o poca, sovvenzione politica).

Con questo post si apre anche una sottoscrizione per verificare il numero di persone interessate all’acquisto dell’antologia, che avrà un prezzo oscillante tra i 7 e i 10 euro. Chiunque avesse già intenzione di acquistare una o più copie, potrà scrivere a liberinversi@livecom.it facendone esplicita richiesta e riceverà le indicazioni sulle modalità d’ordine non appena disponibili.

Qui di seguito un’anticipazione del titolo e degli autori scelti e analizzati.



LEGGERE VARIAZIONI DI ROTTA

L’ANTOLOGIA DI LIBERINVERSI

A cura di
Chiara De Luca, Stefano Guglielmin, Pierluigi Lanfranchi,
Luigi Metropoli, Silvia Monti, Massimo Orgiazzi, Alessandra Palmigiano


FABIANO ALBORGHETTI – CRISTINA ANNINO – CORRADO BENIGNI
ALESSANDRO BROGGI – ANNA MARIA CARPI – BIAGIO CEPOLLARO
CLAUDIO CHIANESE – ANTONIO DIAVOLI – PAOLO FICHERA
GABRIELA FANTATO – MATTEO FANTUZZI – ANNA LAMBERTI BOCCONI
ISABELLA LEARDINI – FRANCESCO MAROTTA – LUIGI NACCI
ALFONSO MARIA PETROSINO – LUISA PIANZOLA – ANDREA PONSO
DAVIDE RACCA – MARY B. TOLUSSO



Come scrive Orgiazzi nel suo blog, "ogni redattore ha individuato alcuni autori, ha evidenziato sulla mappa che è l’archivio del nostro blog alcune personalità poetiche che, a suo giudizio, meritavano una lettura più approfondita. In una breve presentazione ognuno ha cercato di motivare le ragioni della propria scelta. Il criterio che ha guidato i redattori è quindi, sostanzialmente, un «non criterio», una scelta del tutto autonoma e indipendente fatta intorno ai testi che più hanno influenzato la ricerca di ciascuno, la riflessione, lo sviluppo critico e creativo".


Colgo l'occasione per augurare a tutti un buon passaggio d'anno. Ricordo che blanc de ta nuque riprenderà a suonare il 3 gennaio.

venerdì 21 dicembre 2007

La critica, la fiera, i blog


Vorrei segnalare due volumi appena usciti ai quali ho avuto l'onore di partecipare, al primo con un saggio dal titolo Sulla linea anteremiana (pp. 95-105); al secondo con una relazione su Poesia e blog (pp. 59-60).


Il numero 16 di Incroci ("semestrale di letteratura e altre scritture", Mario Adda Editore) è un monografico ricchissimo di interventi critici, curato da Daniele Maria Pegorari che, nell'editoriale, scrive: "Facendo eco al cla­more suscitato nell'ultimo anno da un intenso dibattito sullo stato della critica letteraria in Italia, sulla necessità o impossibilità (a seconda dei punti di vista, più o meno costruttivi) di una sua ridefinizione teoretica e metodologica e sulla crisi o inattualità (a seconda delle vocazioni, più o meno catastrofiche) della figura del critico [...] si è pensato di dedicare questo sedicesimo fascicolo ad un Confronto sulla critica. Onde evitare l'effetto di un dibattito tutto riservato ai più 'giovani' e differenziare il nostro contributo rispetto a iniziative solo parzialmente analoghe di altre riviste (si pensi ad alcuni meritori fascicoli di «Atelier» apparsi fra il 2002 e il 2003), il numero ospita nella prima parte (Poetiche e crisi della critica) saggi e riflessioni di alcu­ni 'padri' e compagni di strada dalle suole più consumate, nella precisa convinzione che nessuna pur legittima e doverosa esigenza di spazio e autonomia - avvertita dalle ultime due generazioni di critici italiani - possa giustificare il precoce accantonamento di un'alta lezione letteraria. [...] La seconda parte del fascicolo (Prospettive e prospezioni della nuova critica) inter­pella, disponendoli in un più preciso ordine anagrafico, undici fra le più attive figure della critica italiana, nate fra il 1961 e il 1974: la loro caratteristica unificante - al di là della collocazione professionale, del territorio in cui sono attivi e delle predilezioni culturali - è l'ostinazione con cui perseguono l'incontro metodologico fra storiografia e 'scavo' mili­tante, nonché l'equilibrio costantemente mantenuto fra tensione etico-teoretica e analisi rispettosa e filologica della materia testuale. Alcuni di loro (Guglielmin, Ritrovato, Moscè) intervengono con indagini mirate a ricostruire zone specifiche della letteratura contempora­nea, oppure propongono panorami tanto ambiziosi quanto programmaticamente provvisori della narrativa (Santoro) e della lirica (Pegorari), altri scelgono la riflessione teorico-me­todologica sugli statuti della professione critica (Lupo, Inglese, Zublena, Molitemi), altri ancora hanno richiesto un taglio più giornalistico e militante (Deidier, Mansueto)".



Per conto della "associazione letteraria La Clessidra", Format dell'omonima rivista diretta da Mauro Ferrari, sono usciti gli "Atti" della Fiera dell'editoria di poesia, svoltasi a Palazzolo (Novi Ligure) il 23 giugno 2007. Scrive Ferrari in quasi una cronistoria: "Non è stato facile organizzare una Fiera che coniugasse l'aspetto commerciale con quello culturale e artistico; [...] La nostra idea era quella di una Fiera di sola Poesia, in cui la Poesia e il suo mondo fossero gli unici protagonisti; una Fiera che accettasse il rischio di poter radunare, al massimo, il pubblico della poesia, fatto per lo più di... poeti, critici e operatori; un'operazione potenzialmente auto-referenziale e inutile, insomma, che avrebbe potuto consumarsi in un confronto tutto interno, intransitivo, nella camera anecoica di una sede magari bella - quale è il castello quattrocentesco di Pozzolo - ma da cui all'esterno non trapela nulla, neppure un sibilo. Era il rischio, certo: ma non è successo. Se anche è mancato il pubblico "occasionale" e "di curiosi" (di cui non molti hanno sentito la mancanza), c'è stata una straripante partecipazione di un pubblico attento: addetti ai lavori, magari, ma tanti e di altissimo livello, giunti da tutta Italia.
La scelta degli Operatori a cui dare visibilità si è fin da subito rivelata essenziale; per mesi lo staff organizzativo ha valutato sigle, nomi, titoli, cataloghi, giungendo a una lista ampia ma non generica né onnicomprensiva già sapendo che, per molti e vari motivi, non tutti avrebbero potuto o voluto partecipare: Editori, Riviste, Siti, Agenzie, Premi. Una scelta di qualità, ci siamo detti fin da subito, che lasciasse fuori un certo sottobosco localistico, pseudoeditoriale, similpoetico e quant'altro; ma anche una scelta coraggiosa nel non invitare le majors".

martedì 18 dicembre 2007

Tiziana Colusso



Il sanscrito del corpo (Fermenti 2007) è un libro di poesia italiana di una buddhista, prefatto da Giulia Niccolai, buddhista anche lei. Ci sono in effetti esperienze che non segnano un aspetto della propria vita, bensì la vita diventa quella stessa esperienza, senza resto. Scelta rischiosa per la poesia, che, sul resto, si gioca l'autenticità. Eppure Tiziana Colusso riesce a non farsi assorbire dal vacuum filosofico, anzitutto rimettendo in gioco il linguaggio della scienza, cercando una contiguità proprio sul concetto di vuoto e di finitezza. E poi facendo attraversare queste griglie gelide dal sangue trepidante di un "canzoniere più malinconico del previsto", ma anche polemico verso una tradizione piagnucolosa e ombelicale. Poesia occidentale, potremmo dire, che non sa resistere alla tentazione del conflitto metodologico e dell'ironia, alla seduzione della Storia quale processo della forte discontinuità, e al gioco citazionista, poesia del plurilinguismo e dei differenti registri, utili tutti a mantenere, appunto, il resto, l'irriducibilità del poeta.


vacuum mandàla

v a c u u m - una parete liscia nel campo dell'infinito divenire
cui nulla aderisce:
e scivola la materia come brina su vetri sporchi di addii,
stanze vacue di un canzoniere più malinconico del previsto:
ma cosa è prevedibile in questo brodo quantico
dove i fenomeni fluttuano
beati in una beanza d'infinito v a c u u m ?

né mai più conterrò le sacre sponde
dove ogni corpo fanciulletto giace
in onde di quiete placentare –
v a c u u m che si propaga
come un suono
anzi un'eco di suoni suonati altrove
frasi affioranti nel bla bla budellico
spacciato per "monologo intcriore" –
e la colpa è sempre di questo benedetto v a c u u m

svuota il vaso, libera i pensieri, restituisci il peccato al peccatore
e il vino all'oste della malora, all'amico dell'ultima ora –
vuoto smagliante nuovo di zecca che risuona zecchino
di un non-pensiero indicibile
ma cosi intenso che ogni volta mi scendono le lacrime
vuoto gravido di ogni altro pensiero
per noi che non avemmo gravidanze, né mai più –
mi soccorre la fisica quantistica che elogia il vuoto immenso
culla di ogni particella
fasci energetici vibranti
che sfrecciano senza padrone (senza ni toit ni loi oserei dire)
nel grembo di questa immensa madre vacua –

come le stelle lontanissime di un'estate non meno lontana –
fine degli anni '60: gli uomini premono grossi piedi chiodati
sulla pelle della luna,
mentre i miei brindano coi vicini di villeggiatura
io contagiata dall'entusiasmo occidentale e familiare
vago nel mio stato fra carne e pesce
a guardare da un terrazzo su valle
l'immensità di questo v a c u u m solenne,
che si offre anche a me
ragazzina priva di razzi propulsori
count down e Cape Canaveral
e di bandiere da piantare maschiamente
ben in fondo ai crateri della luna –

il vuoto immensamente immenso
mi si apriva in quella notte epocale
con uno sgomento che ancora mi riempie di lacrime -
ancora e sempre:
a ogni meditazione ben riuscita
a ogni pausa
a ogni senso di respiro aperto
avvolta di non-materia più calda della lana,
di non-pensiero fecondo d'ogni possibile –

io, piccola samurai
in piedi diritta su un balcone di villeggiatura,
immobile nel bel mezzo del vuoto
in saecula saeculorum
anche quando sarò polvere
insieme a questo foglio e a questo mondo
e la bandiera sulla luna sarà stata strappata
.................dal vento universale che tutto appiana - e tutto
.................sarà ancora una volta e per un momento

.........................................v a c u u m




corpo libero

nel corpo libero del tai-chi, avvolta
nel miracolo fluido della concentrandone
- angoli, affondi, scimmia, nuvola, cobra -
intuisco i lacci intorno al corpo:
pudori e galatei", ipocrisie e tirannie di specchi –

prigioni sottili in apparenza
non le sadiche gabbie di Guantàmano
le teatrali torture di Abu Ghraib
le navi-galera antiche
in cui il corpo si liberava dalle scorie restando al remo;
e ancora harem (la schiavitù di buon viso e qualche sorriso)
conventi ( nascondere i peccati delle fanciulle
con le preci, come polvere sotto i tappeti);
fabbriche asiatiche (operai claustrati
a maggior gloria della produzione).

libera nos di una libertà che non è solo evasione alla Papillon,
ma scioglimento di nodi:
come Aung San Suu Kyi che soave
si dice libera dopo trent'anni di arresti domiciliari:
"libera dalla paura", dalla rabbia verso i carcerieri
libera dall' essere libera, persino.



Tiziana Colusso ha studiato Letteratura Comparata a Roma e poi a Parigi, dove ha vissuto per alcuni anni collaborando anche con la rivista "La Republique Internationale des Lettres". È attualmente Responsabile Esteri del Sindacato Nazionale Scrittori e membro del Board direttivo dello European Writers' Congress, collabora con le Biblioteche di Roma e la rivista "Buddismo & Società". Ha pubblicato: Italiano per straniati (poesia) Fabio D'Ambrosio Editore, Milano 2004; il romanzo La criminale sono io - ciò che è stato torna a scorrere Arlem 2002; il racconto fantastico Il Paese delle Orme, Edizioni Interculturali 1999; la raccolta di fiabe Le avventure di Gismondo, mago tra-sformamondo, GIARA Edizioni Musicali, Roma, 1998, La terza riva del fiume (Ed. Impronte degli Uccelli 2003). Ha curato il volume di saggi II teatro iconoclasta, Essegi, 1989 e l'antologia di autori italiani e francesi Leggende della trasformazione, Edizioni Multimedia, 1995. Ha partecipato alle antologie Neo-noir (Stampa Alternativa 1995); Almanacco delle scritture anta­goniste (Odradek, Roma, edizioni 2003 e 2006), L'orrore della guerra (Datanews 2003), Nate a lavorare (Ravenna, Edizioni del Girasole 2006), Lingua madre duemilasei (Torino, Edizioni Seb27) e Antologia della poesia erotica a cura di Nadia Cavalera ed altri, (Milano 2006). Ha partecipato a varie edizioni del Festival Romapoesia e altri festival letterari in Italia e all'estero. Da un suo racconto pubblicato sulla rivista "Foreste Sommerse", Yusuf, è stato tratto l'episodio Lettera a Salda del lungometraggio Due come noi, non dei migliori, regia di Stefano Grossi (1998).



Foto di Franco Falasca.





domenica 16 dicembre 2007

Dal Molin, ultimissime


Classe politica, tutta, a novanta gradi e di schiena nei confronti del capitale; società civile testardamente convinta che la POLIS sia cosa di tutti, per il bene di tutti. E così, c'era un sacco di gente, ieri, alla manfestazione contro la base. Ma a contare davvero è il fatto che, padri e madri e figli testimoniano quanto la decisione politica sia prassi, non teoria: e allora eccoli tutti a presidiare i dintorni della base, tutti i giorni e tutte le notti. Fuori è sotto zero, il palazzo scalda i forzieri, e loro se ne stanno là, al freddo e al gelo, come gesubambini, in attesa che l'impero dia peso alla loro parola. Intanto, hanno aperto un sito, dove possiamo leggere e vedere e ascoltare il gran rumore che fa la gente per bene quando si accorge di aver delegato una classe politica che è la copia di quella precedente, ossia sostanzialmente democristiana.


Vi invito dunque a visitare il sito del NODALMOLIN, così che il Veneto non sia ricordato solo per le uscite fasciste di consiglieri comunali e sindaci sparsi sul territorio.

giovedì 13 dicembre 2007

Lidia Riviello


Libro vincitore della quarta edizione del "Premio Delfini", Neon 80 (a cura della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena), di Lidia Riviello, possiede la forza contestataria della generazione che ha assistito impotente al passaggio dagli anni Settanta - ancora carichi di possibilità per la cultura di sinistra - agli anni Ottanta, decennio degli scontri fra civiltà e inizio della globalizzazione. Scrive la Riviello: "Il neon era la non-illuminazione che rendeva le nostre città, uffici, i centri commerciali, gli ingressi dei palazzi dei non luoghi, scenografi e ripetitive di uno scenario un tempo spento, ora acceso dalle nuove tecniche di illuminazione. Un piatto e lineare “luogo standard” dentro il quale prendevano vita eccentrica i feticci delle nostre società di consumo". Il neon diventa insomma il simbolo dell'autosufficienza dell'uomo ad una dimensione rispetto all'abbraccio della natura. "Con questo 'gas nobile, inerte, quasi incolore' - continua infatti la poetessa - si spegneva il sole".
Insieme a questa spinta, la poesia che qui presento evidenzia una sapiente unità compositiva, la ricerca di un suono tenuto sotto controllo, di una sordina che pure si muove alla ricerca di accordi eufonici, con splendidi passaggi assertivi, che lo stesso Sanguineti, nella presentazione, sottolinea: “'Fatti fummo per essere al neon assuefatti', 'fatti fummo di fumo per vivere di pillole e gas', 'fatti fummo di Neon, di materia infiammabile': così si intona l’Intro. E un lungo filo, tra “fatti fummo” e “fatte fummo”, si annoda su quella che è additabile, probabilmente, quale morale ultima di questa assolutamente esemplare favola, in Come nel wrestling: 'Fatti fummo per essere rivoluzionati e mai rivoluzionare'."
Il libro è accompagnato da immagini al neon di Elisabetta Benassi.

su RadioTresuite (9 luglio 2007) trovate una sua interessante intervista.



Intro

Resta, fino a dissuaderci da morte l’anima nostra
da sola senza nessun paesaggio al cioccolato,
infinitesimale progresso verso la luna,
e l’una e l’altra delle anime morte se ne torna in vita.
Resta, fino a dissuaderci da morte
l’anima nostra, contraria al corpo
Per infinitesimale scarto, per un voto lasciato nullo
resta al testo aderente.


Una società perfetta, coppie a digiuno di massa
fedeli all’acero azzurro delle cliniche new age
moscerini perversi, tanto platino per gioielli su misura,
materia e antimateria e così si procede.


Fatti fummo per essere al neon assuefatti
occhio per occhio, digitale celeste, anno del Dragone
fatti fummo per essere consumati.
Eravamo i cigni del decennio Ottanta e fatti fummo di
fumo per vivere di pillole e gas.
Quando demi moore nasceva
il Neon già arricchiva i potenti della terra e come le
mele stavamo e come i fumetti sottosopra
e le bestie splendevano placide,
nessuno superava il limite di velocità né su
autostrada né in guerra.
Cronenberg ci salvò dalla potatura dell’inconscio.


Anno Ottanta tutt’intero senza forma e ci ritrovammo
a bere coca cola, l’elettronica scosse l’anima
il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come
antilopi



*

Annoottantaoartificiodipolverepunk


Erano tempeste prima che fuochi d’artificio
erano tempeste
quelle che si abbatterono sulle nostre ragioni.
Negli anni del neon mancava ovunque il sole mio,
nascondevamo il falso d’autore dentro i dischi
perché non amavamo da secoli e
si occultavano beni come plastica e raso,
si risparmiava sulla gomma,
luccicavano gli aghi e l’allucinazione
era l’unica sostanza del padre.


Si conservavano i materiali del riciclo corrosi
nelle grandi città
con erba e ammoniaca, tenuti dentro confezioni lucide.
Eh sì che per costruire la nuova mente sauna
dovevano pur gelare.
Pronta la generazione dei facenti il nulla,
a piedi e a rotelle si andava
nell’anno ottanta punk e ciliegio, le anime
erano solo ragazze, tanto biondo violava il gusto
e il retro delle mutande era compromesso dalle
stupide cuciture del mercato delle pulci.
Era tutto poco originale, visto da dietro.


Le donne nell’età del neon preparavano le prime
fiale celesti con apprensione e senso del dovere,
splendenti, assolte dalle colpe delle madri,
assorte nel corpo dei giovani padri,
assortite nella vendita di rigeneratori e di
produttori di ruoli.
Belle, volpi nei giardini reali, quasi intatte all’alba
La madre in anni neon scelse di non generare più
se non tra bestie addomesticate e schive,
così generò il multiplo dell’enigma
(il bambino nacque col destino tenue, in diretta).


Fu uno shock
in età celeste avanzata, e non sapendo come fermarci
trovammo riparo anni dopo in un restauro
di legno con nessuna vista sul cielo.
Solo dal vetro e dalla resina ricavammo una consolazione,
poi ci consumammo con il dettaglio di stare dietro alle
montagne, avvento di una nuova strana confidenza,
un sesto termine della conoscenza,
vicina al declino del senso.
Si manifestò al neon una verità strillo d’anatra


Presa nessuna direzione
l’Anno Ottanta se ne volò, punk e irrisolto
come infanzia di marmo o di alghe,
e i nipoti di Stalin
diventarono adulti nelle città d’Europa
in crisalidi noir.
Tuttapunk l’azione politica,
tutto rosso vedevano i puri di spirito,


e quando si contarono i morti per elettricità
nelle offi cine brillanti del nord
le spose degli sposi divennero metalliche,
si baciarono pure i cugini senza testa
sotto il chiarore corrotto del neon,
che non offese mai la vista dei potenti


Non fece più paura la generazione precedente
ne avevamo spiato le mosse nel bosco e acquisimmo
il loro pallore, lo svogliato senso
d’appartenenza alle oasi di cemento.
E dire che pensavamo di sconfiggere
la miseria con la danza, come fanno nelle
terre ignorate dall’acqua e dalle banche del seme.



*

Il giallo del neon, amore dei vecchi 80

Tramite il riso in gola s’oscurava la mia gioventù
.........................Amelia Rosselli


Di ritorno e di altri agguati si parlava nell’anno
del Giallo spontaneo
tornava il sangue come un matto, era un matto e tornava
in me, compiuto il gelo, consumata la sindone allegorica
fece scandalo l’abbandono nel tempo dell’abbondanza.
Altri agguati segnavano il nostro tempo di lupi,
e in fi la al fast food, la prima volta fu come accedere
in edeneon, una terra fatta per noi,
una romantica cena col vampiro.
I nani sono nati prima di quelle piante
cresciute a neon e acqua piovana,
ma defi niti “privi di luce propria”
si ribellarono e fecero i lampioni sulle autostrade.
Perché i nani conservarono
il fi uto per i buoni affari
in quegli anni di neontormento
Individuammo nel Giallo spontaneo
le radici dell’odio verso gli “ultimi della terra”,
ci ritrovammo a credere a tutti i delitti irrisolti
alle prove occultate, e i ritratti dei killer
al posto delle foto di famiglia
ci tennero lontani da casa fino a tardi.
Non conoscevamo il part time
né le sfide alla paramount delle parabole.
Di cartone era ogni sogno animato
e la vanità si scaldava al neon





Quando il neon si spense

Quando il neon si spense
ci ritirammo al buio in azione nera
senza acqua minerale senza sale e senza fare
convinti che dalla città di fronte
ci avrebbero restituito il sole.
E soffi ammo due tre progetti d’alba adriatica
quando il volume delle impronte ridusse le nostre tracce
a sentieri d’IKEA.
Allora al controllo sociale anteponemmo
questa strana forma di iniziale, questo ricominciare.


Non c’è neon che si sia spento senza un perché
durante il giorno,
e quando i potenti della terra ci obbligarono
a mettere in ordine il vuoto sporco
allora facemmo esplodere le lampade ad olio conservate
nelle teche dei presidenti.
Ma l’esplosione generò un silenzio
formale, come un profumo gucci, o un tale e quale.


Quando il neon si spense eravamo pochi e dentro
oggettive speculazioni.
Salvaniente e gli umidifi catori per la veglia, perché dovevamo
ancora entrare nella velocità della luce, nella stretta


E non ci vollero ascoltare nell’anno ottanta cantare
né adottare pseudonimi di rovina e resistemmo al crollo dunque
con il video, siamo di video, nuovi e originali
gatti con gli stivali, azione immediata
Noi ci salviamo solo da vampiri con i sonniferi, e da
fenicotteri con i voli.
A forza di stare intensamente nel bosco la palude si
prosciuga.


Fummo spenti con il neon appunto.
Dicevo.

novembre 2006


Lidia Riviello, nasce a Roma dove vive e lavora. Comincia nel 1995 ad occuparsi di scrittura giornalistica collaborando con testate letterarie e di cultura come “Italian Poetry” e il settimanale “Avvenimenti”. Parallelamente alle collaborazioni con riviste e giornali, inizia dal 1998 a collaborare come autrice testi per Radiorai; per Radiorai Tre per cui cura rubriche di poesia nel palinsesto serale di “Radiotresuite”, per Radiodue scrivendo editoriali all’interno di programmi in fascia pomeridiana. La sua prima pubblicazione in volume risale al 1998 con “Aule di passaggio” poesie in prosa ediz. Noubs, nel 2001 esce “La metropolitana” poesie, ediz. Signum, Bergamo 2001; nel 2002 “L’infi nito del verbo andare” racconti, per Arlem editore, (nota introduttiva di Edith Bruck,) e nel 2005 pubblica “Rhum e acqua frizzante” (poesie, G.Perrone editore, con nota di Carla Vasio. Sue poesie e racconti sono tradotte in inglese, francese, arabo, sloveno e giapponese.
Interviste e recensioni sul suo lavoro sono apparse, tra le altre, sulle testate: “l’Unità”, “Il Manifesto”, “Marie Claire”,
“Stilos”, “Avvenimenti”, “Il Segnalibro”, sulle riviste di letteratura multilingue “El Ghibli”; “Sagarana”. Dall’ottobre del 2004 è una delle curatrici del Festival internazionale di poesia, arti visive e musica Romapoesia
(
www.romapoesia.it ). Attualmente, cura e organizza eventi e festival internazionali di poesia e letteratura per il Comune e la Provincia di Roma, partecipa come autrice a reading in Italia e all’estero e continua la collaborazione come autrice con Radiorai e per la Televisione.

sabato 8 dicembre 2007

essere e tempo


Un mese fa, Stefania Roncari ha tradotto per noi un frammento di Pascal Quignard tratto da Le ombre erranti. Oggi ci propone una pagina di Sur le jadis (Gallimar 2002). La questione è capitale, riguardando la relazione tra linguaggio e temporalità. Rimettendo in gioco implicitamente Severino (ed Eliade), ma lasciando tuttavia aporeticamente aperta la questione del divenire, in questa pagina Quignard esprime un dissenso morale alla secolarizzazione, alla perdita del sacro quale energia pervasiva del luogo. Rimane indeterminata, invece, la forza che ha reso irreversibile il reversibile: c'è necessità ontologia in questo passaggio oppure la questione non è posta nel libro? (Si pensi, per contrasto, all'analisi heideggeriana della storia della dimenticanza dell'essere in quanto storia dell'essere tout court). Benvenga dunque un'altra pagina tradotta di questo interessante autore francese, se ci aiuta a risolvere la questione.





"Il linguaggio è l’unica resurrezione’ di ciò che è scomparso.
Ciò permette di rispondere al primo enigma: perché l’estasi del passato è diventata un’estasi del linguaggio.
C’è un secondo enigma.
Due passati possono essere confrontati: il passato come teofania. Il passato come lutto.
Ci sono due sorgenti del tempo.
Il tempo non è un dato oggettivo dell’esistenza animale anche se non smette di sorgere e di proliferare nella fauna e dalla flora, dalle prime onde che si alzarono sul primo mare ansimante, mugghiarono dopo la figura lunare a quel tempo così vicina.
Per millenni il tempo fu un puro scaturire. Lo spazio nascente. Il tempo fu puro ‘scaturire’ (issir) nel qui.
Il divenire spingeva in avanti ad ogni stagione come ritorno verso la sua forza più grande, verso il suo seme fecondante. Il tempo aveva uno scopo: era ciò che la lingua francese chiama in modo meraviglioso la primavera (le printemps). I Romani la chiamarono Ver e se nominarono primum tempus, fu per segnare il primo tempo – il tempo forte secondo il tempo. Il primo tempo è l’origine temporale. La primavera è la nascita (phanie) stessa. Divergendo dal nascente e poi opponendosi, l’irreversibilità ha orientato i morti per millenni (i cumuli di pietre impedirono il loro ritorno), mentre la reversibilità si volgeva alla natura che i viventi cercarono d’imitare.
Tutti i rituali sostenevano la spinta (in latino pulsio) della forza vivente dispersa nella natura e nella vita – retro-fondo del luogo dove si sono evoluti e che chiamarono forza."

giovedì 6 dicembre 2007

Giovanni Turra Zan



Fa piacere trovare, in testa a Il lavoro del luogo, opera vincitrice della sezione poesia al concorso Pubblica con noi 2007 (Fara 2007), i commenti di due amici come Massimo Sannelli e Antonella Pizzo, entrambi a sottolineare la simbiosi tra biografia e scrittura, proprio loro, che hanno fatto di questa simbiosi la ragione stessa della poesia. E fa piacere che Giovanni mi abbia incaricato di scrivergli la prefazione, nella quale parlo di "gorgo/giogo fortemente emotivo" che diventa rito (poesia, appunto) affinché l'io narrante possa sopportare la propria gettatezza nel mondo, una poesia "la cui crosta splende di cristalli e concrezioni levigate, pur mostrando, nel suo interno e in trasparenza, il magma mobilissimo di un dolore immedicabile".


*

transiti dove le cose sono esposte e dove
ci si va anche repressi, tenuti indietro

a scegliere come si vuole che di noi
non si parli. è la distribuzione dell'affanno
il coefficiente variato che rende normale
una piega; che ci confonde la nausea.



*

si danno gli ordini, intanto che al macello
ci sono uomini. non so infatti checcazzo

si faccia ora dicevi. ridondano al fine le convinzioni
e non ci sta con la testa, ed è come un vento, oggi.
e c'è la disco-music dietro le carcasse di vacca
e si balla, gesù. si balla come dei matti.



*

nel luogo ci starebbero le associazioni, le prove
per le bands giovanili, quelli del motocross,
..........................................e Alessandra

che in strada fa l'entrée del varietà sulla musica
della banda del paese, ora un cambio di marcia.



*

perdona se nel conclave degli orti stavamo
come gentili ad innaffiarci e crescere
mettere radici nei luoghi arresi al pensiero

che non più uno spostamento fosse possibile
una fuga imbranata dal vizio di riaprirsi
comunque considerare che sia spaesarsi
del canto che qui non germoglia. basta il fatto
generato vedi a farci confluire, a catturare
metro su metro la collana dove infilare
le liti. almeno ovunque ne riparleremo
smotteranno cumuli di fango e - cielo - avremo
.....................gli anni dalla nostra.



Giovanni Turra Zan, vicentino di Dueville, è nato nel 1964. Laureato in Psicologia dell'Educazione e diplomato al Conservatorio Musicale di Vicenza, è approdato tardi alla scrittura. Lavora nei servizi sociali e facilita gruppi di mutuo aiuto al lutto. Vive con Alessandra in un appartamento sopra ad un'autoscuola e ad una famiglia di brasiliani. Nel 2005 ha pubblicato la sua opera prima Senza, Agorà Factory editore, (prefazione mia).

domenica 2 dicembre 2007

Nicola Ponzio


Il primo libro di Nicola Ponzio (Gli ospiti e i luoghi, NEM 2005) sembra nato dopo una lunga immersione dell'autore nella grande tradizione tedesca che da Hoelderlin arriva ad Heidegger: parola che custodisce il segreto del dire originario, di quel silenzio da cui suono e senso prendono coraggio. La poesia, in questo orizzonte, è il frutto una rigorosa attenzione al movimento della finitezza, che chiede d'abitare il linguaggio quale dimora per eccellenza. Nel secondo libro di Nicola (L'equilibrio nell'ombra, LietoColle 2007), l'essere diventa "granito" da fecondare. Le parole cambiano di stato: se prima appartenevano al crocicchio che tiene uniti cielo e terra, ora diventano "forti", "concrete", parole pescate negli orti del mondo ed usate come grimaldelli per svelare il mistero. Mistero che tuttavia resiste, soprattutto nelle migliori poesie della raccolta.


da Gli ospiti e i luoghi


In limine l'erba
è nel vuoto. In limine l'erba
è nel vento, nel coro
per noi, per la festa soltanto.
L'incoscienza di un argine al canto
un invito a tentare
o ad attendere.
Nello scuro frangente d'estate.
Nel test che prepara le foglie
col fuoco e la rima.
Una veglia più viva, un retaggio
lucente di spazio
corale e di albedini e oblio.




da L'equilibrio nell'ombra


Coraggio delle scelte mattiniere,
non attardarsi a discutere
che cosa sia più giusto
designare.
Il tempo è nell'anticipo
del falco.
Nel suo respiro
di meteora.
Si danno nomi al mutevole
del ciclo senza ipotesi
plausibili per l'erba che rinfranca.
Come se tutto qui dovesse vivere
per noi la stessa gioia,
l'insostenibile esperienza
di un convito
di parole dentro l'erica.



*

Raggi in erba e agnizioni
decisive nel riverbero alfabetico
di vite simulanti le parole.

Nello scarto è così.
Un paesaggio, poi l'altro
imparziale tra i faggi e indifendibile
dal dubbio che si genera
nel dubbio,-
nell'opera terrena.



*

Voglio parole forti.
Concrete.
Simili ad un seme che s'infila
nella crepa
di una ripida parete di granito.



*

Ci sono libri che desiderano spazio.
Più respiro.
Uccelli ubiqui come l'ombra
di uno stelo.
Luci sul filo ardente della mannaia.



*

Meglio gli scacchi che esaltarsi
per le mezze verità dei merlettai.
Riannodano nel canto per se stessi
le parole dette piano agli impiccati.



Nicola Ponzio è nato a Napoli nel 1961. Vive e lavora a Torino. Poeta e artista, ha esordito su "Nuovi Argomenti", "Galleria" e "Atelier". Nel 2005 pub­blica la raccolta Gli ospiti e i luoghi (Nuova Editrice Magenta). Suoi versi sono presenti in varie antologie poetiche, tra le quali Il presente della poesia italiana (LietoColle, 2006). In rete ha pubblicato su Liberinversi, Dissidenze e l'Ulisse. Dal 1987 ha esposto i propri lavori in diverse mostre personali e collettive in Italia e all'estero.