lunedì 8 febbraio 2016

Fulvio Segato


Nel sito della biblioteca Isontina, dice bene Giovanni Fierro quando legge, nel verso incipitario de La consuetudine dei frantumi (Fara, 2013) di Fulvio Segato, una dichiarazione di poetica: “L’odore, il corpo, i luoghi, il tempo”, in specie il tempo che non torna e al quale soccorre la memoria, pervadono in effetti questa silloge, premiata alla III edizione del Faraexcelsior. E accompagnata da un commento dei giurati, fra i quali spicca quello di Giuseppe Carracchia, il quale rileva “un giro sintattico ampio, scandito da incisi e giustapposizioni calzanti, e un verso mediamente lungo e descrittivo, le cui inarcature contrastano perlopiù debolmente la sintassi”. Questa scelta di moderata tensione deriva appunto dal primo piano dato alla volontà di dire, per sé e per gli altri, la verità intorno al tempo che fugge. Tempo che subisce una messa in scena emotiva, sempre attraversata da una leggerezza che si muove tra Pascoli e Saba. A farne da emblema è la campana, evocativa di un altro tempo, sempre vivo nella memoria: “la tua bocca / non può dire, lo fa la campana, ci spiega la storia / la storia che andavamo al fiume a bagnarci” e lo fa, come scrive Segato in un’altra poesia, con un “suono leggero” e lontano. Il tempo andato, insomma, non preme angosciosamente il presente, bensì lo accarezza, gli sta vicino, dandogli un senso. La vita, sembra suggerirci Segato, per essere sopportata abbisogna di queste due dimensioni; la prima, il passato, porta l’eterno fanciullo che è in noi, addolcendo il presente. Il futuro, in questo libro, passa invece di rado ed ha il nome del vento o nessuno.

Come molti poeti del Friuli Venezia Giulia, Segato si vuole testimone del territorio, parla per la comunità di appartenenza, ne condivide i tremori. Specie per quelli che non ci sono più e che hanno lasciato i segni del loro passaggio, anche i più minuscoli. Ed è proprio sui dettagli che l’autore triestino si sofferma: “Sono le cose minime, catturarle, che ci permette di dare la misura e il peso del vivere, non solo di quello personale. – spiega a Fierro nell’intervista, in coda alla recensione – Attimi che ci appaiono istantanei ma che dobbiamo fermare e decifrare, trascriverli, per poi lasciarli continuare nel loro fluire. E vanno accuditi con tenerezza, perché fragili come vetro e a volte riflettenti come specchi”.

I testi, che racchiudono più compiutamente quanto detto finora, mi sembrano le sei parti che compongono “Lettere che ti scrivo”, dove l’io femminile destinatario diventa non solo un’occasione a cui raccontare i misteri della vita, ma sembra prendere corpo, acquistare un’identità ben precisa eppure dal valore universale, come le figure montaliane negli Ossi e nelle Occasioni. E come in quest’ultimo libro, ne La consuetudine dei frantumi, gli interni dominano la scena, stanze attraversate dall’odore inquietante dell’oblio ma anche, nel contempo, luoghi familiari dove trovare un proprio centro: “Non potrò più immaginare di / essere in alte parti che non sia questa, / questa parte del mondo intero”.

Fulvio Segato scrive anche in un limpido dialetto (uscirà quest’anno, per Samuele Editore, Sta mia difesa, con prefazione di Fabio Franzin) e forse lì, nella lingua della terra, il verso risulta ancora più libero di coniugare la parola con il corpo, sotto il segno della comunità delle anime cari (“Pozada su un mureto, / la bici, de piera abagliante del Carso / e sudado andar a sentarme / fra de voi, Mario, Tina, / Giordano tartaion e un Claudio / picio picio. E rider e  parlar seri / finchè el sol no fossi sparì / e tuto intorno diventava incognita”) e delle amicizie, come si legge nella splendida poesia dedicata a Pierluigi Cappello, “L’aviator”: “Se pol svolar solo cussì, sentadi, / no gavemo le ali nostre, no nassemo / coi ossi sbusadi, no gavemo el beco gnanche, / cussì solo se xe aviatori, / in zima a la punta de quela pagina / a quadreti che la svola / e tuti quanti che i varda dove che la cascherà. / E i ridi”.



L'odore scavato



Questo odore scavato  che circola
fra strade rioni
salite di porfido disassato
si forma con calma
passando lentamente
sulle mura
sui tetti
sulle piccole pozze che si stanno asciugando
sugli occhi che si riflettono dentro
e cercano
poi qui s'accomoda,
vicino alla mia sedia -  con il suo silenzio-
scavandomi le ossa
scavandoci le ossa,
illudendomi di essere più leggero
dell'aria
- l'inganno  del volo,
ma fa solo una sosta
prima di riprendere il suo giro
prima di bussare alla porta accanto
d'infilarsi in un letto fra lenzuola pulite
che hanno quel leggero profumo di viole
di viole
che ci siamo portati dietro
con noi dietro
tanto tempo fa.



Nato in quegli anni e lì disperso


Sono nato in quegli anni e lì disperso,
- il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
- ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati,  con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell'acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.





Anche qui da noi


Anche qui  se soffi con le spalle al vento
o se gridi o se ricordi dei nomi
a voce alta nulla succede, niente
ti ritorna indietro in nuova forma
o colore, o come la vedi adesso,
nel momento in cui metti le mani
davanti alla bocca  come un imbuto di latta.
E se ti volti - se adesso ti volti -
è l'aria che ti riempie la gola,
che ti spinge sulle spalle
e la fronte - quasi volesse fermarti
per far passare tutti gli altri
- quelli che non vedi,
e qualcuno che non vedrai mai -
che fanno parte del già successo
senza peso come le cose morte,

un piccolo taglio col temperino
sul lenzuolo ben tirato.



***


Vedi che le prime avvisaglie
ci furono, le cassette vuote, la mia
e anche la tua, di idiomi vuote
come lo sono i buchi nei tronchi
dove si nascondono  per terrore o
per sfamarsi creature minime,
ma loro poi uscendo
fanno parte di tutto quel che vediamo,
che è cosa senza parola, senza sillabe o versi,
impastata col viola e bruno e ruggine.
E noi non siamo
senza dirci, chiamarci, nominando
e quel bianco che resta, quel bianco
che acceca  è quello che non abbiamo
detto -  ha costruito questo posto
dove non stiamo, senza eredi
così spogli, infreddoliti dal metallo
su cui appoggiamo le fronti.
Ma forse è solo così che deve andare,
così che si va in una casa vuota,
in una stanza qualunque, distesi in un letto
che non è nostro, e nostri non sono
i vestiti piegati, il libro aperto sulla sedia.
E guardiamo il soffitto bianco,
abbiamo le nostre braccia, le ossa,
gli incavi sudati dietro il ginocchio,
senza nessuna colpa e ancora senza
nessun rimorso,
abbiamo cinque anni e tutto
deve ancora cominciare.




Un cavallo rosso fatto con la plastilina


Un cavallo rosso fatto con la plastilina,
duttile docile, messo in centro alla tavola,
quattro alberi con poche foglie in controluce
luce e raggi dalla finestra, la debole
luminescenza di una lampadina quando
si fa scuro e una mela verde e brillante,
che rotola se toccata appena col palmo,
e una figuretta, sottile, sopra tutto,
più avanti del cavallo, della mela,
ma non più grande solo più vicina,
più vicina per riconoscere il viso, gli occhi
quello che c'è di liquido oltre gli occhi,
così da impastare e diteggiare una gonna,
o una giacca o un cappello,
nominare qualcuno per poi metterlo
ad arcione, farlo andare, farlo correre
e perdersi fra gli alberi che son diventati bosco
che sembra di sentire l'odore di umido,
perché è passato un temporale
ma ora è lontano e si odono appena
i colpi del tuono che scompaiono
e un ultimo tremare dei vetri.




Velocità dell'erba.


Con tutta dentro questa velocità
con essere dentro a sé il mondo,
nella parte minuscola dell'universo
che è erba, che è passo nell'erba e
grano, piede che calpesta e s'infanga
parola che dice del fango e della terra
asciutta. Terra spaccata guardandola
dall'alto, sembra pianeta appena nato,
erba in fili che sarà famiglia e poi fossile,
uccelli fra le chiome dell'erba che ritroveremo
nei sassi antichi aprendoli, effigi di pietra
e più avanti l'orma di piedi antenati,
un intreccio d'erba lavorato, un dono
d'amore, più avanti con i piedi
calpestando.




Da Sta mia difesa (in uscita presso Samuele Editore)


L' aviator

P. Cappello



Adesso legio de uno che voleva
diventar un aviator. Me domando cossa
che vol dir esser aviator, de quei coi ocialoni,
col motor a elica davanti o de quei che i pilota
i areoplani de carta che se fazeva a scola,
quando stacavimo le pagine de mezo
al quaderno, quele dopie e se sponzevimo
co' le grafete. Xe questo voler esser aviator?
E cossa altro senò?
Se pol svolar solo cussì, sentadi,
no gavemo le ali nostre, no nassemo
coi ossi sbusadi, no gavemo el beco gnanche,
cussì solo se xe aviatori,
in zima a la punta de quela pagina
a quadreti che la svola
e tuti quanti che i varda dove che la cascherà.
E i ridi.



 L' aviatore
Adesso leggo di uno che voleva/ diventare un aviatore. Mi domando cosa/ vuol dire essere aviatori, di quelli con gli occhialoni / con il motore ad elica davanti o di quelli che pilotano/ gli aeroplani di carta che si facevano a scuola, / quando staccavamo le pagine nel mezzo / del quaderno, quelle doppie e ci pungevamo/ con le graffette. E' questo voler essere aviatore? / E cos'altro se no? / Si può volare solo così, seduti/ non abbiamo ali nostre, non nasciamo/ con le ossa cave, non abbiamo nemmeno il becco / solo così si è aviatori, / in cima alla punta di quella pagina / a quadretti che vola / e tutti guardano dove cadrà. / E ridono.



Fulvio Segato è nato alla fine degli anni cinquanta a Trieste dove vive.
Negli anni ottanta ha pubblicato le sillogi "Io, Narciso" e "I Canti della Fenice". 
Nel 2013 pubblica "Vocativi in eco" (Edizioni Helicon) primo premio Casentino con nota di Silvio Ramat e "La consuetudine dei frantumi" (Fara Editore) primo premio Faraexecelsior.
In narrativa nel 2014 "Cadono i cormorani e altri racconti" viene  premiato e pubblicato con l'Editrice Progetto Cultura.
E' stato finalista e vincitore in varii concorsi letterari nazionali: Gozzano a Terzo d'Alessandria, Città di Massa, Giuseppe Malattia della vallata a Barcis,  Laurentum a Roma, Casentino a Poppi, Borgognoni a Pistoia e più volte il Leone di Muggia.
Con la  plaquette in dialetto triestino "'Sta mia difesa" vince il  primo premio inediti al Gozzano 2014, e l'intera silloge verrà pubblicata a breve per la Samuele Editore con prefazione di Fabio Franzin.
Suoi testi in dialetto triestino sono stati pubblicati nel numero 18 della rivista di cultura poetica "Smerilliana" di Enrico d'Angelo.
E' presente e recensito nell'Almanacco di poesia della Puntoacapo editrice.
Alcuni suoi testi sono pubblicati sulla rivista "Poeti Contemporanei" diretta da Elio Pecora.
E' presente in riviste letterarie su alcuni siti web.
fulvio08@libero.it




3 commenti:

  1. Fulvio non solo è un bravissimo poeta, come hai giustamente sottolineato, ma anche una persona di umiltà e disponibilità rare. Questo lo aggiungo io perchè non è un commento critico, ma mi piace sottolinearlo.

    Francesco t

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    1. Non a caso, me l'hai presentato tu.

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