martedì 18 dicembre 2012

Antonella Anedda



E se Antonella Anedda degli ultimi anni altro non fosse che l'epigona senza resto di una tradizione che va da Celan a Jacottet, dalla Cvetaeva alla Rosselli, dall'ermetismo luziano al trago-orfismo di Milo De Angelis e Roberto Carifi? Epigona anche del meglio di se stessa, ossia di quando, negli anni Novanta, sapeva coniugare, con uno scarto di originalità sui maestri, l'aspro dell'isola di Maddalena con l'angoscia verso il non senso della Storia, ma anche era capace di trovare l'epifania là "dove il legno segretamente / cede"? Ipotesi provocatoria, forse, eppure non del tutto pellegrina (e già condivisa da Manacorda quando stroncò Catalogo della gioia) se si legge Salva con nome (Mondadori, 2012), volume che tiene strette le tematiche e gli stilemi dei suoi libri migliori (Residenze invernali e Notti di pace occidentale), ma al quale non mancano le cadute, i versi scialbi, le poesie senza lampi né fuochi. 

Si prendano le prime tre: sono deboli non perché, come scrive in un altro contesto la stessa Anedda ne Cosa sono gli anni (Fazi, 1997), nascano dall'intenzione di "usare il linguaggio per bisogno, come si usa un oggetto quotidiano" – con tutto l'assoluto che comporta questa operazione nella sua poesia più felice – ma, direi, per semplice fiacchezza d'ispirazione. Per esempio: "Mette in fila i ricordi" è un verso mediocre perché la metafora è usurata, punto. E come questo ce ne sono altri nel libro. Si veda inoltre la scansione paratattica della prima poesia, piatta perché priva di quel guizzo ritmico e/o fonetico e/o immaginativo che dovrebbe renderla interessante, come invece risulta la più sintatticamente mossa e orfica Cucina 2005, a p.16. Poesia che però convive con altri testi poco lievitati, asciutti non perché celanianamente densi, ma in quanto poveri tout court di tremori; e se ci sono, li abbiamo già letti in altri autori di quella tradizione: veri dunque, ma più di testa che di sentire, più costruiti che nati da una voce in dialogo con il proprio spaesamento. Non si vuole negare la sofferenza, lo ribadisco, bensì la forza di tradurla in stile, "nell'orizzonte di una traiettoria accesa dallo scatto di un grido" come ebbe a dire la stessa Anedda a proposito delle sue variazioni ai versi di poeti da lei amati e raccolti in Nomi distanti (Empiria, 1998). Qualche perla non manca, altissima; tale da salvare il libro e persino da farle vincere il Viareggio: "Dicevano che le morti sognate", "Spazio dell'invecchiare", "Spazio dell'acqua domestica" I e II, "Corsica 1980", alcuni "cori" della sezione Concerto per paura, coro e voci, e la poesia che apre Terra: "se devo scrivere poesie ora che invecchio". In tutti questi versi si respira la grande tradizione che da Hölderlin arriva a De Angelis, e la scuola romana (dalla Cavalli a Paola Febbraro) e si sente il passo creaturale della Anedda che tutti amiamo.

In definitiva: per quanto il libro riesca a trasmettere il sentimento drammatico della perdita, dell'evanescenza, del tempo rapinoso e senza perché, dei legami familiari quali risorse per sopportare la desolazione contemporanea e il gelo delle relazioni ordinarie, Salva con nome esce talvolta claudicante dalla lettura, non all'altezza di una poetessa giustamente entrata nel canone della poesia italiana contemporanea. E lo è entrata per la sua capacità, come scrive Andrea Afribo in Poesia contemporanea dal 1980 a oggi (Carocci, 2007) parafrasando Roberto Galaverni, di "rendere assoluto il rasoterra di partenza e trasfigurarlo nei termini di una lingua enigmatica". Salva con nome talvolta lascia invece il nome per terra o decolla appena, non trasfigura il dato, tanto che il reale della parola, a tratti, è meno reale del mondo, meno profondamente tragico. 


 Qui qui sue poesie e due recensioni più lusinghiere.

20 commenti:

  1. Caro Stefano riconosco la correttezza del tuo approccio metodologico. Prima di tutto occorre privilegiare l'opera e la scrittura. Le questioni di poetica sono da risolversi in un momento di riflessione successivo e necessitano di valide prove. Avere il coraggio di mettere educatamente in discussione la verità ufficializzata significa attribuire un valore alla discussione. L'autore stesso ne beneficia perchè è invitato a riflettere costruttivamente. Marzia Alunni

    RispondiElimina
    Risposte
    1. sì, sono d'accordo. qui tra l'altro non si discute la poetica (che trova 'contemporanea'), ma l'opera, quessta opera.

      Elimina
  2. Parto da una premessa, che poi è simile alla tua: Antonella Anedda è una delle voci che in assoluto mi ha fatto amare la poesia, una tra quelle che ho studiato di più, perchè la trovo straordinaria. Oltre a ciò, le sono riconoscente anche dal punto di vista umano, per un gesto di piccola-grande attenzione che mi ha stupito e confortato. Inoltre sono dell'idea che anche l'autore più grande non è in grado, nella sua vita, di scrivere dieci capolavori (altrimenti non sarebbero tali). Tutto questo per dire che, pur riconoscendo al libro la dignità di un'opera che merita di essere scritta e letta - ed è forse la cosa più importante - sono d'accordo con te.

    Francesco t.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. e io sono d'accordo con te :-)

      Elimina
  3. Intendiamoci, che poi Antonella vinca il Viareggio è più che giusto, sia chiaro, per ciò che ha fatto e per ciò che farà.

    ft

    RispondiElimina
  4. Antonio Devicienti19/12/12 08:18

    Ringrazio Stefano Guglielmin per aver dato voce concreta e criticamente articolata ad un sentimento di delusione che ho provato nel leggere il libro di Antonella Anedda, sentimento che però non volevo ammettere e che riconducevo ad una mia incapacità di giudizio; avevo infatti acquistato subito SALVA CON NOME, dato che leggo e rileggo sempre con rinnovata ammirazione RESIDENZE INVERNALI e NOTTI DI PACE OCCIDENTALE, oltre che alcune pagine, per me bellissime, del CATALOGO DELLA GIOIA; ma già DAL BALCONE DEL CORPO mi aveva lasciato perplesso; poi era arrivato LA VITA DEI DETTAGLI, libro che trovo originale, stimolante, sperimentale nel senso che si muove sul crinale difficile tra poesia e saggio, cercando, anche sulla scia degli esempi di Ann Carson, di superare la differenza tra i generi. Ho l'impressione che, dato il ruolo acquisito nella poesia italiana dei nostri giorni, Antonella Anedda sia quasi costretta (o si senta costretta)a pubblicare a cadenze diciamo regolari una nuova raccolta poetica; i lettori che la amano sono invece disposti ad aspettare anche a lungo un nuovo libro, perché c'è sempre bisogno di tempo, di sedimentazione, di riscritture numerose e talvolta coraggiose di ogni testo che entrerà poi nella silloge. Ovviamente resta il rispetto per la fatica profusa: ogni libro di poesia è un itinerario faticoso e generoso che il lettore sa apprezzare, anche quando non ne viene del tutto persuaso.
    Rileggerò con attenzione i testi suggeriti da Stefano Guglielmin.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Parlando in generale (visto che non conosco il caso specifico): credo anch'io che ci sia una responsabilità dell'editori, che hanno un mercato, nel dare una cadenza regolare ai libri dei loro autori. Dal canto loro, gli autori dovrebbero pubblicare soltanto ciò che ritengono almeno buono (e il giudizio deve essere severo).
      Detto tra noi: questa prudenza dovrebbe valere anche per chi non è famoso.

      Elimina
    2. detto tra noi, questa è una cosa che purtroppo non accade.
      (p.s. degli editori o dell'editore, dell'editori non esiste).

      occorrono dei veri critici, questo si!
      che non siano di parte.
      perchè alla fine anche nella poesia si formano le cosidette schiere:
      i vincenti, quelli sempre sulla cresta dell'onda
      e gli emarginati, quelli sconosciuti ma felici.

      Elimina
    3. Non so quali siano le eventuali pressioni di un editore per i nomi che nella poesia hanno mercato, nomi che sono pochi. Sono però più dell'idea che si tratti di una (naturale) pressione dell'autore su se stesso: tutti sentono il bisogno di esprimersi, anche di confrontarsi con se stessi, ed è umano che si speri sempre di avere fatto meglio di prima. Certo che vale per i grandi, per i grandicelli e per i normali, questo sì.
      Ripeto però una cosa che ho già scritto: quanti "capolavori" (intendo i "propri" capolavori) può scrivere un autore? Forse uno se è bravo, due se è un grande, tre se è un immortale; non di più, il resto credo e temo che possa essere degno, bello, ma non allo stesso livello. E' una questione non solo di età, ma di urgenza, di coincidere fra necessità ed espressione.
      Autori come Antonella Anedda non hanno più niente da dimostrare, nè sarebbe giusto chiederlo; Antonella fa bene a pubblicare quando ne sente l'esigenza e io sarò fra quelli che comprano il libro appena esce sapendo di trovarci almeno alcuni lampi straordinari. Un altro "Notti di pace occidentale" sarà difficile (e "Salva con nome" non lo è, inutile nasconderlo), ma non impossibile perchè è nelle sue corde, per fortuna. E' come a scuola: da chi sai che può prendere dieci non ti accontenti dell'otto.

      Francesco t.

      Elimina
    4. si fa sempre bene a pubblicare quando si è certi della forza della propria voce, indipendentemente dalla riuscita di un capolavoro che, sono d'accordo, succede una sola volta o al massimo tre nella vita.
      ciao

      Elimina
  5. Stefano ha ragione, "Salva con nome" non regge il confronto con le cose anteriori, a partire dal titolo che trovo banale e impoetico fino alla ripetizione talora stanca di alcuni temi e al linguaggio non più "prezioso", sebbene in alcuni testi ritorni l'antico splendore (da me amatissimo: ho letto e riletto - a suo tempo e ancora oggi - le raccolte che Stefano qui cita come le migliori. Tuttavia, ritengo la Anedda uno dei maggiori poeti contemporanei, senza neanche ricondurla a una corrente o a radici più meno autorevoli, a linee, ecc. E' grande: ha qualcosa da dire, la dice in modo sapiente ed emozionale insieme, mette a nudo tutto, tocca temi universali, la sua poesia "arriva" al lettore.

    RispondiElimina
  6. ricordo le sue meraviglie deleddiane. Lamarque diceva: ricordateci da vivi, noi poeti, ma io dico: lasciateci lavorare da vivi, in santa pace. Ci ricorderete da morti - Un poeta contemporaneo amato non è destinato all'eternità.

    RispondiElimina
  7. tante questioni interessanti: il capolavoro e il lavoro dei poeti, la tradizione di riferimento, l'importanza del titolo: tutte cose su cui dovremmo ragionare.

    sul mercato e gli editori importanti: so per certo che un certo editore disse: se la tua poesia è facile da leggere avrà più lettori. quindi la tua poesia mi piace. la pubblico.

    RispondiElimina
  8. forse dovremo leggere questo secondo tempo (da il Catalogo in poi) di Antonella in modo diverso, voglio dire di non cercare i suoi vecchi libri nei nuovi, ma di trovare ciò che c'è nella sua poesia (e c'è).

    un abbraccio

    alessandro ghignoli

    RispondiElimina
  9. Credo che Alessandro Ghignoli abbia ragione. Bisogna accettare il cambiamento, che sia "evolutivo" o "involutivo", è sintomo di una ricerca spesso, proprio perché si è esaurita la scorta precedente. Magari già si è raggiunto l'apice, i più grandi lo capiscono e magari fanno altro nel mentre, gli stoici invece insistono, per varie ragioni. Tuttavia sono contento di questa disamina più aperta sull'ultimo libro della Anedda, poetessa che non mi ha mai esaltato più di tanto, anche se, come si evince qui, nelle prime raccolte lo scarto verso i suoi maestri fondamentali, già qui citati, era più originale. Ma sinceramente è già un po' di tempo che non mi ci trovo per niente in quello che pubblica, anzi, lo trovo quasi un passaggio "obbligato", che magari sarebbe meglio non fare. Però è bello leggere ogni tanto qualche giudizio completo, anche di questi così detti "grandi" autori, che delle volte mi sembrano intoccabili.


    Grazie, ciao

    Antonio Bux

    RispondiElimina
  10. difficile parlare di prima Anedda e seconda Anedda. come si disse per Montale. Di certo, la linea orfica, ha già una tradizione forte e forse ha già dato il meglio di sè.

    RispondiElimina
  11. Non c'è dubbio che si debba accettare il cambiamento, certo. Il mio discorso era riferito alla riuscita di una raccolta, non al fatto che fosse "uguale" a un'altra. Anzi, il cambiamento è necessario, ed in ogni cambiamento è inevitabile che ci siano fasi di transizione.

    Francesco t.

    RispondiElimina
  12. non ho letto il libro e quindi posso dire poco o nulla a parte il concordare che i cambiamenti sono inevitabili e forse non c'è un meglio e un peggio, solo un diverso con cui prendere confidenza
    ho letto, però, quelle poche al link qui indicato e 'coro' mi è piaciuta molto per questo legarsi continuo tra cose, gesti e pensieri che mi pare esca dal testo ed entri come proprio in chi legge
    ma non avendo una visione generale né i mezzi per una vera critica, non vado oltre..
    (leggo questo blog con vero interesse)

    RispondiElimina
  13. Antonella,oltre ad essere la voce di una poesia straziante,il cui strazio nasce dalla banale presa d'atto che anch'ella dovrà rientrare nel nulla,è stata,e me la ricordo trenta anni fa,una gran bella donna.

    RispondiElimina
  14. Lo è ancora adesso. Però non credo che basti una "banale presa d'atto" del genere per causare una così intensa poesia.

    RispondiElimina