martedì 25 novembre 2008

Pier Maria Galli



Poesia che pesca dalla luce metafisica di De Chirico, dalla pulizia sintattica di Charles Simic e dallo sguardo scenografico di Magrelli quella espressa in prima che sia autoritratto (Zona 2008) di Pier Maria Galli, autore maturo e pochissimo studiato. Eppure ragioni ce ne sarebbero; a partire, appunto, dall'originalità dello sguardo (che deve molto anche alla nouvelle vague) e dalla particolare tonalità affettiva espressa nei testi, che raggela la scena, delineandone con maggior precisione i dettagli, gli spigoli vivi, lo spazio abitato dalle tracce di un umanità perduta: mano, sigaretta, sedia, caffè, seni, sono infatti segni di una possibilità che non si è realizzata, quella che ambiva alla relazione feconda tra gli uomini, al dialogo fra eguali. Quanto rimane diventa feticcio, che il poeta cataloga e dissemina in uno spazio neutro, dove il gesto della scrittura si fa resistenza all'oblio, veicolo di una voce che entra ed esce dall'immagine, per darle tridimensionalità, e che cerca un'interlocutrice, con la quale tessere l'esercizio del finito quale ripetizione di moti abitudinari eppure necessari a mantenere l'equilibrio, a fingere che il corpo sia un sistema ordinato di relazioni, e che amore e bellezza siano inscritti nel disegno universale.





1

pensare alla luce come ad un oggetto.
ma l'equivoco è che sia mattina, e tu qui.
io che scrivo sul lato opposto della scrivania,
dove crescono la fermezza dei giorni,
una sedia rotta, un esempio di donna
e lui che scrive levando le pagine dalle parole.
ma questa mattina sale l'obbligo
di pensare alla luce come ad un oggetto
che ti descrive nel sederti di fronte a me,
in quel luogo qualunque dove i vivi preparano una storia
e le parole di lui rivestono le pagine.
è qui che aspettiamo l'attesa, i corpi dileguati
che improvvisamente ti illuminano



4

accade che sia esperienza,
un'infanzia per qualche mattina
tra le mani, l'itinerario meticoloso
di un piede fuori dal cancello,
esaminare la cassetta delle lettere muta,
avere la meglio sul primo sorriso,
quello della beghina delle 8.40, che a fatica
fa scivolare il portone della chiesa
sui cardini riluttanti, rientrare in casa,
accendere una sigaretta, e scriverne


25

ma tu scrivile da qualche parte, nel cortile del paese
hanno messo al rogo il prestigiatore e l'uomo
che affittava cucine e la donna che proiettava
frasi d'amore sulle bocche dei bambini conclusi,
mentre l'impiegato alle tue felicità terrene
affiggeva manifesti di tristi spogliarelliste
sui muri riposanti che fiancheggiavano la scena.

ma non basta al trasloco,
alle ore seguenti.

facciamo che inverno sia una parola
fatiscente, un accorgimento fotografico,
come il volto della tua voce, e che tutto resti immobile
dentro quello che vedi.

scrivile dunque le ultime disposizioni del tuo viso
scampate alle fiamme, ad una burocrazia inefficiente,
a quell'abbandonarsi umano
in fondo all'occhio che sembra memoria



28

una giornata di sole,
e scrivere frasi semplici.
metti per esempio di descrivere
la luce in fondo alla tua gola
che si versa nella forma elementare
della mia tazzina. oppure
più semplicemente il laconico
comportamento
del primo caffè alla mattina
che inventa gli atteggiamenti terreni
della tua voce proveniente
da seni mai chiariti e bianchissimi,
ormeggiati sul fondo della tua bocca,
quasi fossero le due metà
di un unico sole
che poco prima galleggiava
sopra la nascosta monotonia
delle mie ore notturne


29

le nostre dita lentamente, e le mani in una struttura
complessa di accelerate solitudini, la concretezza
di una probabilità su nessuna probabilità, il tema
pallidissimo delle braccia. le A delle nostre gambe
divaricate ed il loro modo di scrivere ti scriverò, i rami
senza traiettoria che cadono dalle foglie, gli indumenti
in un pomeriggio di sole bagnati dal vento, le lingue che
ci percuotono la volta piovosa dei palati, il montaggio terreno
di una sera bianchissima, i polsi analfabeti che si raccomandano
alla pelle delle labbra, un'opera d'arte mai presa in
considerazione che assume la ben nota forma
della nostra bocca, senza precedenti e lentamente



[l'azzurro del cielo]

cielo coperto, scrisse
e disegnò delle persiane,
poi disse alla donna:
"vedi? immaginiamo che piova
e che sotto il mio disegno
esista davvero una finestra.
e ora l'apriamo"


[a tempo di cosa]

scriverti in modo semplice ed oggettivo
la forma di un balconcino in ferro battuto
che sporge in piazza ragazzoni ad orta
alle 9.45 di giovedì 12 luglio 2007
mentre di fronte a lui
ma considerevolmente più in basso
siedo ad un tavolino con di fronte
un caffè una bricche e l'autobiografia di beltrametti
pubblicata dal Museo d'arte di Mendrisio nel 1999.
occorreranno mesi.
inizio domani


Pier Maria Galli è nato nel 1962 e risiede a Orta San Giulio (Novara). Ha pubblicato su diverse riviste tra cui Fiera, Il Segnale, Bloc Notes, Alla Bottega, ecc. e nell’antologia Discorso Diretto (Ed. Canova). Le raccolte: Indizio (Ed. TAM TAM, 1987), Dilogia (Ed. del Leone, 1987), La parola, oltre i segni (Ed. Forum/Quinta Generazione, 1988), L’istinto delle cose (Ed. Forum/Quinta Generazione, 1989), Basso paesaggio (Quaderni di Poesia del Gruppo Fara, 1989), Di un tu e quasi noi (Ed. del Leone, 2005) e Ottanta piccoli studi da lavandino (Ed. I figli belli, 2005).

giovedì 20 novembre 2008

Luisa Pianzola


Vorrei partire da un paio di puntualissime frasi pronunciate da Luisa Pianzola circa un anno fa nel sito nomadi mondi: "Con la poesia ci si muove in profondità, come sommozzatori, per riemergere con cristalli leggeri e taglienti che parrebbero non conoscere che la superficie. Poesia è il centro, è cercare di tenersi legati a un centro."
Dunque: poesia è immergersi e tornare in superficie con un tesoro, come scrive Ungaretti nel porto sepolto; e: "Poesia è il centro" ossia ciò a cui nulla manca, è il senso in quanto tale, l'unità del sacro, da sempre invocata; ma anche: poesia "è cercare di tenersi legati a un centro". Poesia e poeta non sono dunque la medesima apertura. Per questo la poesia ci coglie impreparati, dis-locati nei pressi del senso, ma ancora antropologicamente incompiuti, lì vicino, ma fuori. Tutti. Nostro compito, ci dice la Pianzola, è intraprendere il viaggio verso il luogo del senso. Che è il nostro luogo, ciò che ci è più proprio. Il lettore è chiamato a rispecchiarsi in quel cerchio, per deformarsi infinitivamente, ad ogni nuova lettura; l'autore ha invece la responsabilità di dialogare con la radice che lo tiene nell'aperto del dire, che lo vuole lì, in ascolto. Una radice transpersonale, un legame che lo tiene in comune con gli altri, con ciascun altro. Dice Rimbaud: il poeta ha una responsabilità anche nei confronti degli animali, parla anche per loro. Il poeta infatti dice per ciascun altro, a nome di tutti, il nostro essere mortali parlanti, interpretanti, musicanti, come i suonatori di Brema, affamati e al centro d'ogni cosa che conta: il ritmo. Le cose, le persone, lo sfondo, vibrano nel cerchio della relazione messa in moto dalla scansione ritmica, dal suono. Così fa la Pianzola, costruendo il centro (per sé e per ciascuno di noi) a partire dal mattoncino sillabico desublimato, dall'attenzione puntuale per le zone d'ombra, dall'affetto verso gli autori prediletti, dalla trasformazione del ricordo in occasione sapienziale, alleggerita da un'ironia figlia dell'intelligenza e del pudore.



da La scena era questa, (LietoColle, 2006)



Ero un cane in fin di vita
Ero un cane in un cortile in fin di vita
ma poi venivano le rondini i guardiani
e il cane che ero non moriva

salvavo invece una legione di formiche
(è successo che io, cane che ero, dormivo
e col corpo pesante spiumato sollevato
in un punto proteggevo un nido sotto me
turrito, interrato per poco)

da allora il cane che sono non si muove
avanza al massimo qualche decimetro sulla
ghiaia. E mi han fatto salvatore, un moribondo
salvatore salvato. E ho terra tutt’attorno
e campi da guardare.


*

Vedi che aria dura porta via la gente
che aria secca e dura diventa fango
secco in un quarto d'ora

l'aria arriva sul viso aperto
pronto ad accoglierla benché non sia
vento marino,
anche un'aria secca di stanza chiusa

che ti taglia la bocca, ti ferma
come l'altro giorno, che aria dura
è arrivata.


*

Tutto diventa un feticcio, la biro
che sbava sul foglio, le mie dita che documentano
un fine pomeriggio di rituali, il pezzetto di carta
recuperato dal cestino. Mentre i ragazzi vivono
d'amore e di libere associazioni e comunemente
prendono piacere gli uni dagli altri, io sogno
di assembrare in me un codice
di maiuscole e trattini, si può?


*

allora era vero, quel sorriso
per davvero regalavi a labbra e occhi
uniti in uno spicchio di bontà nel salutare
e con quanta solerzia e voglia d'incontrare
umani hai scritto e riscritto a penna e carta
il rifiuto e l'abbraccio insieme, l'esattezza
delle forme, il crollo acuto verso il basso la corte
aperta, che bellezza un altro come me

ho pensato, uno che corre piano... (il libro
si chiudeva frettoloso, non sempre quando godi
tendi alla fusione o meglio ti allontani per poi tornare
ma non ora, chiudevo per riaprire la scommessa
amando di botto e completamente e subito)


Un buon inizio

Primavera ancora risuona giù
nella strada dove case nuove tutt'attorno
salutano la gonnerella che non sai ancora
togliere, bisogna imparare a pescare qui e là
dalla gran riserva della vita difficile
così le stalagmiti del mattino-sera vengon su dritte dritte...

santa cupezza è uno strale sicuro, unica possibilità
d'ormeggiare in qualunque momento e differire
il progetto d'organizzar trasumanar (se ti calassero
giù sotto il livello delle autostrade
non sentiresti per nulla l'armeggiare e vedi
in che gattabuia andrebbe a finire la storia
che non sai non sai che fare di te
non riesci ad amare eccetera)


*

Tu sei l'asino grigio, che chiamo uomo-fratello
e dentro ho la pietà, come i poveri del mondo
che mostrasti al reporter del tuo sguardo

con quel carico di bombe e strade che non conosci,
peggio del sentiero polveroso il tuo mestiere
e un carico d'affanno senza storia

corpo carretto dilaniante e pietre polverose,
che muori sette volte in petto alle macerie
ora che passerà e non per fatica la sera fatta buia

zoccoli disseccati, uomini che dilaniasti
mite nel podere di Hassam e un funerale deragliato
asino e ossa e molti dei suoi figli, ciuco fratello

e mai più carico di Hassam, per la nostra Guernica



*

Quante volte ci siamo chiesti
che significa - essere poeti. Questo
significa - avere tutte e dieci
le bisacce vuote, non avere che questo
(dieci bisacce vuote) al culmine degli anni
(venti o cinquanta fa lo stesso)

Non far altro che cercare di
riempire le bisacce e sentire in testa
come un colabrodo che non te lo permette

Vagliare in continuazione la scoperta
rimuginare sull'eterna assemblea
di delitti e storie piccoline




Luisa Pianzola (Tortona 1960), laureata in storia dell’arte contemporanea, giornalista pubblicista. Dopo i saggi di architettura Alberto Sartoris, da Torino all’Europa (Alberto Greco Editore, Milano 1990) e Prima del Progetto, disegni della formazione di Alberto Sartoris (Sapiens, Milano 1993), ha pubblicato le raccolte di poesia Sul Caramba (Sapiens, Milano 1992), Corpo di G. (LietoColle, Faloppio 2003, prefazione di Maurizio Cucchi), La scena era questa (LietoColle, Faloppio 2006, prefazione di Gianni Turchetta). Cocuratrice dell’edizione 2006 de Il Segreto delle Fragole (LietoColle), sue poesie sono apparse in riviste, antologie e siti di poesia online. È coautrice, con Alberto Mori, del video di suoni, parole e immagini Bíos.

lunedì 17 novembre 2008

Due Editori



Ci vuole molto coraggio per aprire una casa editrice. Tutto rema contro: recessione, disamore per la bellezza, casta becera, finanziamenti zero. Se però il gesto porta a compimento un'idea, una passione, allora anche il coraggio passa in secondo piano. Così come l'aspetto mercantile e ogni altra giudizio che non entri sul merito della qualità. Questo è quanto mi viene da pensare vagliando la scelta di due amici di vecchia data, due poeti che hanno deciso di muoversi autonomamente, moltiplicando così, con criterio, l'offerta di poesia.


Con criterio, dicevo. Quello di Mauro Ferrari, ex direttore di Joker, che ha fondato puntoacapo con l'intenzione di "offrire un’autorevole scelta di titoli al pubblico più qualificato": pochi libri ma buoni, facilmente rintracciabili, curati bene. Magari con qualche antologia di autori i cui testi siano ormai introvabili; e quello di Chiara De Luca, che ha fondato le edizioni Kolibris con "l’esigenza di istituire uno spazio che favorisca gli scambi interculturali in una prospettiva internazionale, per rispondere al desiderio di ampliare gli orizzonti comunicativi e le possibilità espressive degli artisti dei singoli paesi che verranno ospitati nell’ambito di un piano editoriale in costante evoluzione".


Auguro buona fortuna ad entrambi, raccomandando loro di operare delle scelte di campo precise, che contribuiscano a segnare il dibattito sulla poesia italiana contemporanea, a favorire davvero poeti di valore, pubblicando con parsimonia.

giovedì 13 novembre 2008

la ragazza uccello


Ricomincio con le parole della RAGAZZA UCCELLO, per l'auspicio di tutti.

"Amore mio,
è difficile da questo fondo, da questo finale, dire come mi manchi, come immenso tu sei nel mancare, adesso che mi sono persa fra masse dure, fra cinghie di buio pesto, senza divinità, senza la tua mano che tutto sorregge. Tu mi credi più forte, mi pensi in oro e argento, ma guarda l'orma che lascio, come di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca. Non vedi come mi spengo se non mi ami? Mi secco come una pianta.
Amami ancora un poco, con cura, con tempo, con attesa. Amami come amano i forti spiriti, senza pretesa, con fuoco generoso, con festa, senza ragionamento.
E scusa questo domandare ciò che si deve dare, questo avere bisogno, scusalo. Non è degno del patto che lega la rondine al suo volo, la rosa al suo profumo, il vino al suo colore, il tuo cuore al mio".

Mariangela Gualtieri, Paesaggio con fratello rotto (Sossella Editore, 2008)