sabato 25 ottobre 2008

Paolo Badini



Paolo Badini è sulla scena poetica nazionale a partire dagli anni settanta. Tanto che lo intervistarono Berardinelli e Cordelli ne Il pubblico della Poesia (Lerici, 1975), libro che certifica la fine della neoavanguardia e l'inizio della molteplicità poetica contemporanea. In quell'occasione, Badini, non ancora trentenne, affermò:"La scrittura poetica si pone come gesto caricato di una ra­gionevole piacevolezza nei confronti di un universo di gesti diretti a un fine, essa non ha scopo, esiste della propria esi­stenza. L'unico vero progetto è quello di creare un'alternativa verbale, una diversa via di comunicazione molto meno sog­getta all'usura del tempo. Il mercato e il pubblico sono problemi che uno scrittore di poesia soprattutto se giovane si deve porre in minima parte, in quanto essi non esistono (è divertente osservare la tiratura esigua dei volumi di versi di poesia contemporanea in Italia, rispetto a quella di altri paesi, anche con minor popolazione) e sono risolvibili solo politicamente cioè creando le strutture sociali per poter formare un mercato. Per quanto riguarda i rapporti con gli altri scrittori essi en­trano nell'ambito dei rapporti umani in generale e cioè: buoni-cattivi-affettuosi-umilianti-onesti-di convenienza, ecc. La mia situazione di scrittore di poesia è quella di essere uno scrittore di poesia".
Con questo spirito, Badini attraversò i decenni successivi, curando con sempre maggiore difficoltà le relazioni con la società letteraria, per rimanere nei pressi della sperimentazione anteremiana e della poesia visiva, del visivo, in genere, curando numerose mostre d'arte.

Mi mandò Il signore dei Testimoni Blu nel gennaio 2002, ed io gli scrissi la seguente lettera (allora non usavo le e-mail), che oggi in parte rivedrei, riconoscendogli più meriti di quelli che, allora, gli concessi.


"Gentile Badini,
ho ricevuto Il Signore dei Testimoni Blu; desidero perciò ringraziarla del dono. Devo ammettere che ho conosciuto la sua poesia soltanto di recente, dopo aver letto l’intensa presentazione di Lucio Saviani in Verso l’inizio. Mi sono trovato in particolare sintonia con i versi tratti da Tarzan / La cucina del diavolo, là dove il pensiero analogico tiene insieme biografia e sperimentazione. Il percorso successivo, almeno a partire da L’aquila azzurra (escludendo Il paradiso delle tempeste il quale, mi pare, recupera la lezione presente in Tarzan) fino a Il Signore dei Testimoni Blu, in cui biografia e sperimentazione piegano in favore di un racconto costruito per frammenti che volutamente mai combaciano, ma si rinviano l’uno all’altro, formando quello specchio in cui il lettore scopre la propria immagine franta, l’ho trovato più difficile. Mi è capitato, infatti, di sentirmi talvolta imprigionato da quello specchio, irretito dal silenzio e dal vuoto che esso mi rimandava, come se la mia immagine sparisse, in favore di un “fuori luogo” assolutamente spaesante. Per questa ragione, non sempre sono riuscito a realizzare quanto la sua poesia suggerisce, e cioè a nominare - di testo in testo - l’Inizio, quel luogo che mostra l’infondatezza di ogni decisione, la precarietà di ciascuna scelta, di ciascun vedere. L’esperienza è invece riuscita quando la parola mi teneva sulla soglia, su quel bordo in cui la finitezza, aggiogando autore e lettore, faceva risplendere l’origine di entrambi.
Consideri queste mie osservazioni critiche un segno di rispetto per chi, come lei, sta facendo un originale percorso creativo".

Rileggendo i testi, quel vuoto mi sembra oggi ricco di presenze, un paese abitabile, a partire, per esempio, da una fratellanza con la poesia di Corrado Costa. Più complessa la poesia recente, raccolta in Ata a' giaguaro, che si articola in lasse di varia lunghezza facenti sponda al magma coscienziale del poeta, in una discesa ebbra e infernale, dove nuotano parole-oggetti, grida e allegorie provenienti dal mito, visioni mistico-materiche che dicono qualcosa anche sulla creazione poetica, sulle voci - geologiche eppure luminose - cui essa appartiene.






da Il Signore dei Testimoni Blu


............................a Caterina

Dove la sorgente
Si cerca tra gli arbusti
Le piante basse
Altri tramonti ispirano
Neppure la rovina delle pietre
Un suono che innalza
Tacciono gli animali; le scimmie
Ammiccano all'ombra
L'indigeno conosce il luogo dove
La sorgente sgorga dall'acqua...




*

Imparai a leggere il vuoto
Nell'occhio che risale il mondo
Ne assume l'imperio, come essere
Intento alla Fondazione.

Il punto di un dito proteso
Mente o grammatica
Racconta, dice, auto proclama
Si piega su incantevoli posizioni.

Roccia murale
II sito senza fortuna delle acque
Su cui volteggiano aquiloni
Sospinti dalle raffiche del vento.

Vernice del Novecento
Serpente, altri strumenti
Percorre i vasi collaudati dal tempo
Passa a spirale del collo la carotide
Cade un animale per volta:




*
I testimoni blu

III

Hai visto:

Il primo pianeta
La somma dei colori che danza
Su luci bianche.

Il fondamento dello Stato
Un rumore opaco
Altre catene di luci fredde.

Piccola mente marina dal cuore sapiente
Voli in alto per deporre la brama dei motti
Su cui dimora il bandito, lo sciacallo.

Il volto che anima la sua esecrabile figura
Ascoltare la notte madre al cieco e al veggente
Anziana guaritrice senza più prole.


VIII

Dove www. è già il passato
10.000 bambini in guerra
Navigando in automobile
I dadi rimbalzano sul tappeto.

Taxi che vanno al distretto
Presi dall'unico occhio invisibile
Riposti tra aloni, fogli di carta.

L'arpa rivela nel tempo
II ricordo ignoto
Una porta immensa il corpo disegnato
L'albero enorme.






da Ata a' giaguaro

Aer En Plano


Paesaggio di nuvole sopra la testa.
Tua torre di sicurezza e di controllo alla lunga.
Il nostro sguardo si muove in un tempo che non è più contemplato dagli orologi, e che ha molto a che fare con la dimensione che comprende tutta la luce.
Richiedere quindi tutti i dati essenziali: quei minuscoli puntini sopra le lettere dell'alfabeto...





Segnali di fumo



Nel tempo sufficiente per la proiezione
Di frammenti e di foto che incendiano il pino
Lo ardono nel breve termine
Dell'arte alle prese con le protezioni
Di fulgenti rose e la torma dei successi domestici
In vanità come la briciola ed il bruco
Tegumento di esili piante
Verso le nicchie scavate nella regione
Del delirio della farfalla, del fratellino
Presso la forma simmetrica allestita da fantasmi
E da tremiti che salpano in un vascello.


In andatura simile alle sagome della parola
Il tesoro va alla bottiglia nascosta fra le giunchiglie
Nel centro dell'ispirazione cercava
In un mezzo reclamato destro
Le coppie di famiglie in società feudali
Al tramonto del suo stesso modo
Ricoperto di nuvole e ciliegi
Dall'interno di messaggi che rivestivano il corpo
Diffondeva dei dettagli che restavano celati.


Il tempo passa. Questa cosa non dimentica
Dietro emergono i suoni celesti
Le campane della contemplazione
Di ogni giorno nel palazzo affondato nel terreno
Anfiteatro tra i reperti del nome segreto
Dell'unico sole che splende tra le rovine.


Fumo d'aria, delizia oltre il confine
Qualcosa di ampio, di sinistro
Tra le ellissi che ruotano attorno ad un immaginario
Pensiero nel crepuscolo
Mentre una lontana singola luna
In un termine già noto
Al tramonto tanto reale che tutti lo credono in fuga.







La scrittura del codice genetico
Creatura ritenuta oracolo appena risvegliata
Nella metamorfosi
Di un'entità simile che compare nel pensiero
In una esistenza che vive oltre la pania
Al di là del momento confuso.


Perforano il rotolo e le perle di vetro
In una frequenza di simboli giunti a formare una mappa
La morte e il freddo. L'Azoto liquido
Avventure linguistiche in una sequenza spiritica
Sotto il benedetto strato del cielo.


Viaggiando oltre i confini
Nella percezione. Sarebbero
Ferali indifferenze, baccelli o placente floreali
Le mille statue illusorie. Sarebbero
In un cambio legale di cognome. Sotto lo strato del cielo
Nell' uovo
Sopra mari lunari
Scavati dalle meteoriti
Nell'assenza di grandi manovre di brina
Di uccello nel sole.


C'era un po' di sabbia in quel circuito di silicio
Piccolo mare di rena bianca e quindi un'isola di pietra
Nel tuo sogno che passa
Si arresta e risorge all'idea del Tempo
Che consiste in poche parole
Per tutti.


I temuti dati ereditari di tonalità rosso-viola
Recitavano orazioni in laboratori dell'anima
Per acquisire
In un robusto strato di politene, tutte le moli
Le maschere illusorie e le reali bocche di Cromo
Tentacoli di gomma.




Ci eravamo uniti nel sonno
In segreta competizione nel cielo
Muniti di risonanza in una coscienza gloriosa
Seguivamo donne.
Perdute nell'innalzare le macchine magiche.


Al vasto
Tappeto dal Lungo Sonno, in una città che cammina
Ricompare l'impronta
Insetto-Macigno color porpora attraverso periodiche crisi
Fosforescenza azzurra della parete
Immagini geniali che riaprono le terre dell'Est
Nel bosco abbreviato da lame. La luce.


Un vento caldissimo
La loro cultura. Si concentravano le tracce
Faccia di colore Blu intenso nel tempo rallentato
Nelle genti delle terre ignote
Attraverso l'ansa della porta
In piccoli scambi oramai noti.


Nella pietra vive solo
Il cervello di
Fortificazioni di uomini arruolati tra i civili
Sul sentiero che porta verso la Casa da Gioco
Nel ronzio di salotti fosforescenti inclinati
...........................................nelle feste del Sole
Nella Valle degli arcobaleni.


L'uomo dalla mano bianca in una Scuola di Medicina
Uomo a cavallo che esplora la cera delle api
In una veneranda immagine sacra
La cui nascita schiude la terza era
E l'avvenire delle fortezze volanti.



Vento


Per aver disteso un gioco di parole
Al grido confortante dell'Oceano
Ha generato la terra
E il cielo che resta più freddo
Avrà paura fino a farsi coraggio
Per muoversi senza fare troppe domande
Dove i gufi lanciano richiami
Ed il forte sospiro dell'acqua.


Il polline dorato che colora il vello
Di legno reso tenace da fili di lana
Mentre i sogni si differivano dalle notizie
Su coppe incise o storie irragionevoli
Nel recinto del triangolo equilatero
In un profondo solco a forma di V.


Sulla vetta di una lontana montagna
Un gran pezzo di buio al ronzio del passaggio
Al gruppo che si dirigeva nella completa inesistenza
Figmento numero sette su figure di paese reale
Almanacco delle torri nel gioco degli scacchi.


Il colore sicuro dei miei giardini pensili
Macchineria cerca mia macchina
Dell'alfabeto senza fine al libro errante
Invitato senza capo né coda al piccolo circuito chiuso
Tam-tam monocromo, il giardino, chiusi gli occhi
La notte è fatta solo per aprirle le porte.


Nella torre dell'Indovino gli orologi hanno le lancette
segnate
Risuonano del canto inascoltato della terra
Dell'uccello variopinto
Del dipinto sopra l'occhio del cacciatore
Si riga nello specchio di una venatura.

[...]


Paolo Badini è nato a Bologna nel 1947. Per Anterem Edizioni ha curato l'antologia di poesia femminile Il volto la scena (1985). È stato redattore della rivista «Anterem». Come poeta visuale ha presentato 12 mostre personali ed è presente in numerose collettive. È anche critico d'arte. Ha scritto anche tre romanzi e libri d'arte: Le meraviglie dello spirito del Senatore No, con tavole di Giuliano Della Casa; Le anime morte, con tavole di Germano Sartelli; La rivolta degli oggetti parlanti, con riproduzioni delle opere di Luciano Laghi. Di poesia, ha pubblicato: La pietra d'oro (Geiger, 1975); La guerra totale (id., 1976); Tarzan / la cucina del diavolo (North Press, 1979); La Terra incantata (Altri Termini, 1979); La porta dei demoni (Nuovo ruolo, 1986); Il Cammino della conoscenza (Campanotto, 1987); L'aquila azzurra (Anterem, 1987); Il paradiso delle tempeste (id., 1996); La caverna della luna (Fudenji, 1996); Cartella vuota (Circolo degli artisti, 1997); Il Signore dei Testimoni Blu (Anterem Edizioni, 2001), Ata a'giaguaro (suppl. a "Offerta Speciale", 2007)

lunedì 20 ottobre 2008

poeti senza pubblico


Un post di riflessione, rivolto soprattutto agli organizzatori di incontri poetici. Il messaggio è questo: inutile organizzare una cornice con i fiocchi, in un luogo con i fiocchi, con poeti importanti, se poi non si dedicano le necessarie risorse affinché il pubblico sia presente. E' pur vero, come scrive Lucia Marchitto nel blog di Francesco Marotta, riferendosi al libro di Maria Marchesi: "Questo bellissimo libro mi fu regalato dalla mia vicina che lo aveva raccolto dal cestino della redazione di un giornale locale dove lavora come inserviente, da come le pagine si presentavano si capiva che non era stato mai neanche sfogliato". E' vero, voglio dire, che il pubblico della poesia non ci piove sulla testa, tuttavia avere 3-4 uditori alla presentazione romana dell'Antologia di Liberinversi o ancora meno all'incontro con i poeti al festival torinese (cui riferivo nella "bacheca d'ottobre"), come mi raccontano rispettivamente Luigi Metropoli e Silvia Monti, mi pare irrispettoso anzitutto per i poeti e i relatori, che si spostano gratuitamente sulla penisola, non chiedendo altro che uomini e donne disposti a condividere la passione per la poesia. I due esempi non diventino capri espiatori: l'anno scorso, ho presentato in mezza Italia la mia distanza immedicata e sono andato a convegni sui blog di poesia, eccetera: non di rado, il pubblico si contava sulle dita di due mani (per stare ottimisti).

Sarebbe ora che i poeti dicessero un chiaro: "Non vengo alla tua manifestazione, se non mi garantisci il tuo impegno per trovare un pubblico reale". Come dire: se il tuo compito è organizzare un evento, preoccupati non soltanto di far contento il politico o lo sponsor che compaiono sui manifesti; dal mio punto di vista, la tua bravura si mostra nella quantità e qualità di pubblico che mi porti in sala. E non si dica, come sempre, che il pubblico della poesia non esiste. Il fatto è che bisogna curarlo, educarlo, cercarlo con i mezzi appropriati. Tradotto: bisogna investire in persone e mezzi, mutuando, se serve, strategie dal marketing (senza ovviamente sfociare nel pacchiano o nel ridicolo).

martedì 14 ottobre 2008

Maria Marchesi


Premio Viareggio 2004, L'occhio dell'ala (Lepisma 2003) di Maria Marchesi è stato presto dimenticato, malgrado ne avessero parlato poeti e critici di assoluto rilievo, quali Zanzotto, Starobinski e Pampaloni. In rete c'è l'interessante lettura di Ivano Mugnaini (critico attento alla produzione letteraria contemporanea, come si evince da Dedalus, il suo sito) oltre che la recensione di Luca Benassi, da cui stralcio un'osservazione vera ma, per fortuna dei lettori, non del tutto: "È difficile immaginare se la Marchesi pubblicherà un altro libro: l’occhio dell’ala si muove intorno ad un unico accordo con variazioni sul tema dell’esperienza manicomiale della poetessa. Lo strumento è la metafora, non intesa come mezzo retorico, ma come fioritura del linguaggio poetico, replicabile all’infinito sullo stesso oggetto. In questo senso la poesia della Marchesi si presenta in uno slancio propulsivo, che esaurisce nella propria accensione tutta la materia creativa del vissuto, rendendo difficilmente pensabile uno sviluppo poetico che non sia una ripetizione prismatica, una riscrittura del già detto. L’occhio dell’ala è in ogni caso un libro straordinario, nel quale il linguaggio si fa poesia attraverso il codice della metafora che sublima il vissuto in un distillato di simboli" ("noi donne", febbr. 2005). Di fatto, il libro successivo, Evitare il contatto con la luce (Lepisma 2005), pur mancando della tensione tutta ventrale dell'opera prima e mantenendosi legato all'ossessione manicomiale, possiede un suo originale disegno compositivo oltreché un'attenzione scientifica alla nominazione, che mancava nell'Occhio dell'ala.

Quest'ultimo libro non ha eguali nella poesia italiana, se si esclude Terra santa di Alda Merini. La Marchesi è tuttavia una donna che ha rinunciato alla ribalta e della quale non ho altre notizie se non quelle riportate in calce ai suoi due libri. Sbagliato sarebbe costruire una graduatoria fra queste due borderline, alimentata dalla stessa Marchesi nella prefazione, mettendo in dubbio che la Merini abbia davvero vissuto l'inferno. A me tuttavia interessano i testi: in quelli di entrambe c' è la violenza manicomiale e la tenerezza dell'amore, il sentirsi la primavera crescere nelle vene e la consapevolezza che la scrittura possa dare unità ad un'anima franta. Così si legge anche nella Serie ospedaliera di Amelia Rosselli, tanto da poter affermare che in queste tre ancelle dannate sta il fondamento della poesia femminile del secondo novecento. Se Merini e Rosselli hanno avuto la canonizzazione che meritavano, credo sia giunto il tempo di restituire anche alla Marchesi il credito dovuto, perlomeno con studi critici che ne evidenzino l'originalità e la forza programmatica.



*

L'infanzia troppo ricca di suoni,
di partite interminabili, canzoni
colorate, mattini dorati, giochi.
La demenza era nel tuo stringermi
senza pietà fino a farmi sanguinare,
nel farmi ingoiare fichi acerbi
e latte appena munto e poi darmi
pugni alla pancia. I lividi erano ghirigori
che accarezzavi nitrendo. E' partito da lì
qualche fulmine e ha perso la strada?



*

L’arenarsi dei voli
nel corpo morto degli orologi
guasti. La discesa
nel vasto impero del riconoscersi appena
o del negarsi. Nella smemoratezza.
Sul foglio bianco
S’arruffano le penne dei pavoni
morti da millenni. Un mutare
di ruote che inseguono l’alone
di mercenari pronti all’invasione,
un’oncia di postille messe a caso.


*

Il prato è stato falciato. Domani
ci faranno giocare a girotondo.
Io mi nascondo nel braccio, nel naso,
nella mia camicetta ricamata. Così la luna
potrà calpestare gli indugi
funesti delle cariatidi. C'è uno stellato
stasera in cui si può nuotare facendo il morto.
La giostra ha il cuore grande dei bambini.



*


E io aspettavo la primavera, dicevano
che porta turbamento e scioglie i sentimenti.
I tagli del cuore si moltiplicavano. Leggevo
presagi nelle pratoline, nello squittio
delle rondini disegnate sul vetro della cucina.
Una mattina presi le forbici e provai
a evirarlo. Fu una lotta cruenta. Sanguinava
quasi come il mio cuore.



*


Fu quando apersi gli occhi e vidi l'alba
e conobbi il principio dell'azione
che vidi il mio corpo in agonia
e l'anima separata dai miei occhi.
Mi soccorse la parola, la sola ombra
che ha sangue e carne,
mi dette la pietà che occorreva.


*


Sogno ciclamini crescere sul mio pube,
un'eleganza di piccoli petali, un'esuberanza di profumi.
Non un solo dubbio sul mio essere terra
vergine e fertile per connubi adamantini.
Ma una cantilena di vecchie abitudini si dimena
esausta e non sa dove andare. Aprite le porte
del diluvio ch'io possa detergere il sonno
dei cicloni. Mi mancano vere ragioni
da opporre all'invadenza del grigio. Quella cingallegra
è spaurita, mandatela via, primavera
non è mai sbarcata in questo letamaio.



*


A volte lo psichiatra mi guarda
come se fossi una donna e gli svelassi
l'arcano della creazione e dell'amore.
Gli faccio notare che io sono appena una parola,
un indizio di vita, una cicala sbandata
ch'è stata scambiata per formica.
Ride, mi pone la mano nella mano, si scuote.
E io che lo consolo dicendo che scherzavo,
suoni pure le campane della sua abiezione
quotidiana, ecco, sono pronta, la vena
è aperta ancor prima che arrivi l'infermiere.
Mi mette un dito nel culo, poi chiude la porta,
ha i brividi d'un animale.


*

Se sono stata madre non lo so.
Tutto è possibile. Mesi di silenzio assoluto,
ovatta di parole, gesti, ronzii.
La tramontana dava la mano
al sole marcio, cadevano torri antiche
senza far rumore. Il mio ventre
non sentiva aromi, né sussurri, era
un davanzale di pietra e aveva tanto sonno.



*


Io non sono poetessa
ma mi piace scrivere e affermare
di esserlo. Da piccola ho sentito dire
che i poeti sono pazzi e allora
perché non secondare il detto?
E poi, da quando scrivo
Mi è più facile avvicinare
gli uomini; cominciano a trovarmi
interessante, d’animo gentile.
Così mi vengono sopra
con giusta violenza, temono di sciupare
una bella pagina o di finire
nei miei versi con nome e cognome.



*


Primavera è a un passo, mi colma
d'azzurro e di riverberi, mi chiude
nel desiderio che fa duri i seni
e fa sussultare la vagina. Al canto
delle rane uscirò nuda per le strade.
dovranno vedermi che sono bella
e piena d'ardori. Lui verrà a saperlo
e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento
può farmi godere da forsennata.



Maria Marchesi è nata nel Veneto da madre lombarda e da padre friulano. Si è laureata in Lettere Classiche, con una tesi su Lucrezio, e ha lavorato per un breve periodo nella scuola insegnando greco e latino. Ha sofferto per lun­ghi anni di gravi disturbi della psiche relegata in una casa di cura da cui è uscita dopo la legge Basaglia. Ha pubblicato: L'occhio dell'ala (Lepisma 2003) e Evitare il contatto con la luce (Lepisma 2005)

martedì 7 ottobre 2008

Gino Scartaghiande


Nei Sonetti d'amore per King Kong (Cooperativa scrittori, 1977), Gino Scartaghiande frantuma l'identità sino a ridurla in «polvere», in «milioni d'atomi vaganti dentro/ oscure galassie», per poi ricomporla in un dettato biografico tutto esposto sulla dialettica oscena eros-morte, amore-pasto sacrificale, nel tentativo di sanare la «ferita inguaribile dell'essere». Quella ferita che in lui si alimenta nel sentirsi fuori luogo, senza collocazione, estraneo e votato alla perdita, tanto da cercare una comunione, sempre nella polvere, con Rosa Luxemburg, come nella prima sezione dei Sonetti, o con «un regno che scompare» come nelle poesie successive. La poesia di Scartaghiande racconta insomma il dolore e lo spaesamento derivanti dal bisogno di raccontarsi pur sentendo che l'identità è inafferrabile, senza sostanza, proprio nel momento in cui, nella seconda metà degli anni Settanta, il vissuto personale ridiventa realtà indiscutibile degna d'attenzione, in particolare nel clima di "Prato pagano" e "Braci" (riviste con le quale egli collaborò intensamente) ma anche, più in generale, nella cultura italiana degli anni Ottanta, che, sull'identità comunicabile, rifondò la relazione letteratura-pubblico (rilanciando così l'editoria del best-seller di qualità e dei readings performativi ed esibizionisti). Il suo vissuto pare invece una nuvola sul punto di sfaldarsi, già contaminata d'ogni altra sostanza, che la poesia s'incarica di fissare prima della notte perpetua. A questa idea forte di impermanenza, nulla si sottrae, nemmeno la parola, la certezza dei suoi statuti.

Mi chiedo (e chiedo a Gino, se mi legge): il suo/tuo silenzio editoriale c'entra con tutto questo?




da Sonetti d'amore per King-Kong

Frantumazione di cristallo assorbita dal
corpo, schegge, relitti, aspre punte di vetro
inseguenti il loro metabolismo dentro le
braccia. Ancora disteso sul letto, con lo
spavento che incomincia a precipitare dalle
fenditure, dai vuoti delle finestre. Il nero
oleoso, impossibilmente denso, invade la stanza.
M'invade, copre tutto, assorbe tutto. Congloba
tutto. Tutto in effetti già conglobato da sempre.

Se la stanza, la tua stanza, non è più. Non è
mai stata; se non lo stesso nero universo
oleoso; ondulante. Mare che volge e rivolge
la sua sabbia nera: granellini coinvolti
nelle miriadi di combinazioni.

Ora sai bene, lo sai per certezza: il mare
d'acqua azzurra non esiste, non esiste il
cielo azzurro, non esistono le pareti azzurre
della tua stanza e nemmeno i vetri, i frantumi
di vetro, e le finestre.

L'esistenza non ha di queste topografie.
L'esistenza è oltre lo schermo di una
stella che brilla, oltre il polarizzante
cerchio d'oro del sole. L'esistenza non
è dedita allo sfruttamento della morte.

Coltiva questa frantumazione vetrosa
all'interno di te. Frantuma i milioni
di finestre divisorie, lascia che lo sfaldamento
prenda luogo dove entra l'esistenza.

So di certo chi sei, chi sono. L'asfalto
grigio della strada. Il tuo sangue sull'
asfalto penetratomi sin d'allora. E so
che altre strade dovrò ancora assorbire,
altro vetro frantumare, prima di poter
pronunciare il tuo nome, che sarà anche mio
e infine nostro. Ti chiamerò Rosa Luxemburg.
Mi darai il nome.
[...]



E' immobile

La polvere si è accumulata.
Una mano sottomessa all'osso
e alle intemperie. Non farmi
male se vieni ad amarmi
stanotte.
Quello sfumare di colori
nel rettangolo di cielo
alla finestra. Il rosso
vicino quanto la stella.
Ma se davvero, come dici,
il pesco fiorisce nei
tuoi inverni, allora
penetrami più forte che puoi.
La notte d'antenne.



Appena all'inizio

Cara sconoscenza caro essere
disvitale caro disamore
plasmi tutta la materia di cui
sono fatto. Caro Kong mio re
e mio suddito. Caro possesso
dove ci si disperde. È appena
l'inizio di un tempo altro.


*

Il molo, apice d'uno spazio
aperto, grigio e cemento.
Spiaccicato, più sangue rosso
e più immondizie rifluttate.
I marosi già superficie, e sputano.


*

Mentre s'appanna, risolvendo
con uno sforzo la debolezza.
Nera incerata dove brilla
il tuono, o locusta nel nido
erbivoro. Contenuto fuori dell'
involucro; bicchiere e corpo,
acqua e corpo. Così improvvisamente
t'attraversa un parlare quotidiano;
sai che la crosta s'indebolisce
e sfumano connessioni nei suoi passaggi.
Diceva: assassino. Qui
l'angolo brucia capelli, anche
il bosco di una nuda parentela,
dove ti perdi, nei secreti di guerre
e amore, riappare per devastazione.


*

Nella sua curva dolce metto
una porta oscura e la lascio
aperta. Vi conserva un'acqua,
uno specchio nell'erba e nido.
Vi respirano la notte e le ombre.
Quando distese le cose s'insinuano
nei propri vuoti. Un rimando duplice
ora, mettermi io stesso a parlare.
Dove si sposta il cerchio alle labbra.
Se qui scagliato io fossi sempre tu.




estratto da Sedici perìcopi in “Oggetto e circostanza”
(una riscrittura del primo capitolo di "Bambù")


I


Avevo la simpatia di
pormi in un regno
che scompare. Sempre lontano

dal vero dove poi le presenze
ti respingono è una voce così
vicina che sembra tale. Dove

incontri è un coricarsi e un
peso delle foglie viste.

Io non avevo dimestichezza
o densità o coincidenza.

Se seminavo so anche
divorarne il vento, sempre

quando le visioni d’arte
sperdevano di tutto il nostro.



II


Una notte d’inverno
invitava lentamente la penombra
come un fanciullo riconoscente
la sua ottima posizione. Restarne

l’esistenza che poi sconvolge
le porte, chiude le fatiscenti
statue della luce ma non
gli baratta un sogno dall’opposto
scorrere del fiume. Quasi nulla.




III


Io seppellivo la testa
che ritornava sempre. Come

possono roteare di cieli
e più elementi l’infittirsi.

Io volevo più grazia e quasi
supplicavo. Io volevo soccorrere
e spiegarmi.



VII


Perché non immaginano, una polvere
bianca della densità è discesa
una ferma nei marmi su scale.

A vortice dei cieli è il silenzio
dell’amore, così sempre regge
il risveglio, la verità.




XI


Io scompaio e tu ed anche
scompaiono le voci che più
sono e ciò che più resiste.




XIII


Non l’immaginario è il paese.
Egli, nella densità d’angelo,
scanala una città dalle
altezze. Non fu popolo, mai,
tra i serrami d’oro delle
leggi, a seguito, nella distesa.




XIV


Non sei solo a scomparire. A parte
il genio. Accade spesso che si diventi
neutri, se sostanziati dalla luce, accade
sempre, lo spirito che può darci, mentre
una cosa è fatta è un’altra che compare.





Gino Scartaghiande è nato nel 1951 a Cava dei Tirreni (Salerno) ed ha studiato presso "La Sapienza" di Roma. Ha pubblicato due libri di poesia, Sonetti d'amore per King Kong (Cooperativa Scrittori, Roma 1977) e Bambù (questioni di provincia) (Rotundo, Roma 1988) Per i commenti critici si veda E. Pagliarani - "Periodo ipotetico" n° 10/11 - G. Sica "Avanti!" - 13/02/77 - A. Giuliani - "La Repubblica" - 23/04/77 - F. Cordelli - "Il poeta postumo" (Lerici, Roma 1978) A. Zanzotto, "Corriere della sera" 07/06/96 - S. Caltabellotta, dall'antologia "Ci sono fiori che fioriscono al buio" - Frassinelli 1977.

sabato 4 ottobre 2008

poesie d'ottobre


Prima di presentare i prossimi poeti (tre numeri uno, quasi introvabili in rete), ricordo alcuni interessanti appuntamenti d'ottobre.


Genova. Domenica 5 ottobre 2008 alle ore 17.30 presso l'Auditorium del Galata Museo del Mare ricordo del poeta palestinese Mahmud Darwish recentemente scomparso.

Qui i riferimenti completi.



Roma. Mercoledì 8 ottobre 2008. Rassegna "SINERGIE D'ARTE" al CAFFÈ LETTERARIO (ORE 18-20) in via Ostiense 83-95. Tutti i poeti presenti in sala saranno invitati sul palco a leggere i loro testi, che verranno ripresi dall'emittente culturale Artescrittura Web-Tv e successivamente pubblicati su libro elettronico a cura delle Edizioni Artescrittura Vedi Artescrittura e Caffeletterario


Torino. Giornate per scritture Impertinenti. Poetry in Action (a cura di Sparajurji e Ass. Fate con Anfibi) Università degli Studi di Torino, Artintown lunedì 6, martedì 7, venerdì 10 ottobre 2008
Qui i riferimenti completi.

Milano, Mercoledì 8 ottobre ore 18,00 Libreria eQuiLibri Via Farneti, 11. Presentazione dei nuovi libri delle Edizioni La Vita Felice Corrado Bagnoli La scatola dei chiodi Pref.Gianfranco Lauretano e Gabriela Fantato Codice terrestre Pref. Milo De Angelis.
Con gli autori, dialogheranno i poeti e critici Sebastiano Aglieco e Ottavio Rossani, Adele Desideri, Beno Fignon, Piero Marelli

Roma. 9 ottobre, alla Biblioteca Vallicelliana (Piazza della Chiesa Nuova, 18, ore 16,30). Presentazione delle antologie poetiche Leggere variazioni di rotta. 20 poeti dal blog liberinversi (Le voci della luna, 2008) e Corale : 22 voci poetiche per 10 anni di Voci della luna, a cura di Fabiano Alborghetti (Le Voci della Luna, 2007). Saranno presenti Maria Grazia Calandrone, Marco Giovenale, Cristina Annino, Alfonso Maria Petrosino, Alessandro Broggi, Fabrizio Bianchi e Luigi Metropoli. Questa presentazione la raccomando vivamente, visto che, della prima antologia, sono stato curatore assieme agli altri autori di Liberinversi (al momento blog-cantiere)


Vicenza. 11 ottobre, alla libreria Mondadori, presentazione della raccolta di poesie Le stanze del cielo di Paolo Ruffilli (Marsilio, 2008)
Dialoga con l’autore la poetessa Patrizia Garofalo
Letture di Alberto della Rovere


Ricordo inostre gli appuntamenti di ottobre legati al "Premio L. Montano", a Verona:
venerdì 17, ore 21,00 – 22,30 presso la Biblioteca Civica presentazione dei vincitori dell'edito, Silvia Bre, Camillo Pennati, Luigi Trucillo (saranno presenti gli autori)

Sabato 18, ore 9,30 – 12,30 Biblioteca, premiazione della tesi di laurea sulla rivista "Anterem" scritta da Maria Zanolli, con lezione magistralis di F. Bruzzo e rassegna videoart a cura di S. Tommasoli
ore 14,30 – 19,00 lettura di poeti selezionati dal premio e interventi critici di F. Ermini, R. Gasparotti, R. Pierno, T. Salari

Infine, un appuntamento di un compositore gia ospite su Blanc in qualità di poeta. A Merano, Casa della Cultura, 16 Ottobre 2008, ore 20.30 Osvaldo Coluccino presenta Out of the oasis (2005), per 10 strumenti ad arco (5 violini, 2 viole, 2 violoncelli, contrabbasso), Edizioni musicali Rai TradeEnsemble Conductus, direttore Marcello Fera.

mercoledì 1 ottobre 2008

Poesia italiana o cinese?


Quando ci chiediamo "che cos'è la poesia" poniamo la questione malamente. L'impostazione corretta potrebbe essere piuttosto: che cos'è la poesia nella cultura italiana? O "nella cultura europea" qualora si sia convinti che le radici del romanticismo e del simbolismo nutrano ancora oggi la poesia italiana. Cosa assai probabile, in effetti. Per capire che cosa intendo, riporto alcuni frammenti tratti dal saggio di Antonio Spadaro pubblicato da "La civiltà cattolica" (luglio 2008)

«Uno degli elementi fondamentali e costanti della letteratura ci­nese è quello descrittivo, che dà vita sia a prose sia a liriche di pae­saggio. La vista è interpellata e sollecitata continuamente. In al­cuni autori l'essere umano appare un piccolo punto dell'universo che vive dentro un paesaggio ampio; in altri è invece al centro di una scena, che attende da lui un senso. Ma a prevalere, special­mente in epoca T'ang, è il primo atteggiamento, per il quale la bellezza di un elemento della natura può prescindere da uno sguardo umano. La bellezza è colta in se stessa, per il suo intrin­seco valore, per il suo mistero: "La cavità del monte, con i suoi te­sori nascosti; il riflesso degli astri sull'acqua; la discesa di una bar­ca che asseconda la corrente; lo scorcio di un panorama incante­vole, tra la vegetazione lussureggiante e rigogliosa; il cambio del­le stagioni, incessante nella sua monotonia, eppure ogni anno sempre nuovo; il magico accordo del sole e della luna, pronti a darsi puntualmente il cambio; e molti altri. Ci si riferisce sempre a una grande rete, le cui maglie, strettamente unite, suggellano un'intesa equilibrata tra i fenomeni dell'universo" (L.V. Arena, introduzione a Poesia cinese dell'epoca T'ang, Rizzoli 1998, p.16).

[...]
«Spesso il significato si sprigiona dall'accostamento di due o più ideogrammi che si fondono insieme in una unità, e dalle immagini che essi sviluppano, lasciando campo aperto alla fantasia. Facciamo qualche esempio esplicativo di ideogrammi composti da due ele­menti differenti: cuore e autunno esprimono la malinconia, la tri­stezza; uomo e albero esprimono il riposo; uomo e parola comuni­cano fiducia e fedeltà. Al centro dell'ideogramma 'amore' trovia­mo il simbolo per il cuore racchiuso da quello del respiro, nella par­te superiore, e da quello del movimento aggraziato, nella parte in­feriore. Ciclo e terra uniti in un unico carattere significano l'uni­verso; il tamburo e la danza significano l'incoraggiamento; la lancia e lo scudo, la contraddizione. Si notano infine sintagmi che forma­no espressioni simboliche: la polvere rossa indica la vanità della gloria; le acque che scorrono verso est, la fuga del tempo; l'oca sel­vatica che vola verso ovest esprime la separazione e il rimpianto. Spesso, proprio accostando immagini ovvie, si genera un effetto inatteso, e le immagini devono luccicare / come perle nell'acqua, scri­ve Lu Ji. I sentimenti e le idee "scoccano" dalle cose, grazie al loro semplice apparire nel verso senza aggiunte sentimentali. Nella poesia cinese, dunque, è la visione che genera il senti­mento, non l'espressione verbale.

[...]
«Nella visione cinese dunque la «cosa» non è separata dall'«azione»: essa include il suo movimento, è un quadro fluido, dinamico. La maggior parte delle radici ideografiche conservano in sé un'idea verbale di azione. Non rappresentano una «cosa», ma la sua qualità vitale, il loro muoversi, qualcosa di attivo e pro­gressivo. I nomi nella loro radice sono verbi. Si potrebbe dire davvero che la 'parola' in cinese è sempre 'verbo': il nome è ciò che compie qualcosa. [...] L'occhio cinese vede e presenta nome e verbo come un tutt'uno: cose in moto, moto nelle cose. Se diciamo «l'albero è verde», la copula rende statica la realtà che indica. Spesso verbi intransitivi e la copula nelle lingue occidentali tendono a co­municare una sorta di "fermo immagine", di natura morta. Ciò è implicitamente inteso come falso da un cinese: la realtà non è mai statica. Egli semmai direbbe: l'albero si "inverdisce".

[...]
Questa caratteristica della lingua cinese fa riflettere più in ge­nerale sulla natura della parola poetica. Essa infatti appare chia­mata non a compiere il ritratto statico o astratto delle cose, ma a cogliere la loro intrinseca dinamicità. La poesia cinese aiuta il suo lettore a cogliere nella realtà le relazioni e i processi anche in ciò che appare statico a una prima veloce occhiata. È come se la poe­sia consistesse proprio in questo: cogliere il continuo divenire di ogni realtà, le sue tensioni vive, e farle vivere al suo lettore. La pa­rola diventa guizzante, come scrive Lu Ji: riportiamo parole vive, / come pesci presi all'amo / che balzano dal profondo»