lunedì 21 luglio 2008

Caminos del agua



E' finalmente uscita Caminos del agua, l'antologia "de poetas italianos del segundo Novecientos" a cura di Erika Reginato, trentunenne italo-venezuelana di terza generazione. Sue sono le recenti traduzioni di Milo De Angelis e Davide Rondoni, sempre per la Monte Ávila Editores Latinoamericana, la più importante casa editrice del sudamerica, sponsorizzata direttamente dal governo Chavez. Sulla questione bisognerebbe tornarci, anche per capire quanto la poesia, in Venezuela, possa alimentare la macchina del consenso.
Per il momento, mi limito a indicare i nomi degli autori scelti (che sono solo una piccola parte del lavoro che sta mettendo in piedi Erika per divulgare la poesia italiana del XX secolo), indicandoli in ordine di apparizione: Biancamaria Frabotta, Cesare Viviani, Loreto Rafanelli, Marina Corona, Mario Santagostini, Giancarlo Pontiggia, Tiziano Broggiato, Anna Buoninsegni, Silvia Bre, Giovanna Sicari, Enrico Testa, Alessandro Ceni, Alba Donati, Stefano Guglielmin, Marco Marangoni, Gianfranco Lauretano, Maria Grazia Calandrone, Alberto Cappi.




*

Inesorabile fattore
tu che mai dici il nero
monosillabo dell'io
è la mia pianta del pane
questo futile idioma
di notti indaffarate
a contarsi, a coprirsi.
Questo pallido
vulnerabile seme
che ci alligna dentro
e di noi si nutre,
questa infestante
gramigna festosa.

(Biancamaria Frabotta)


Il saluto

Naviglio delle solitudini
il padre è fermo sull'altra sponda
ha ingoiato tutte le parole
i suoi piccoli gesti d'addio
cadono a terra in frammenti
l'acqua cancella i nomi
il colore delle gote
e i minuti che tenevamo stretti
al petto come mazzolini di fiori
le case ubriache mi spiano dai vetri
camminiamo insieme
io e questo ciclo dall'occhio ferito.

(Marina Corona)


il si bemolle dell'universo

il si bemolle dell'universo
la musica fedele delle sfere
che intona i pensieri di dio
ma disconnette quelli degli uomini

che storditi
mettono al lavoro ogni presagio
per scoprire un tono
un intervallo musicale ma non
il soffice spartito

che comanda le identiche facce
del moto
l'infaticabile armonia che
compone forme e chiarezze

il si bemolle dell'universo
l'unico suono di cui dio dispone
per essere nella pancia del topo
e nel volo dell'aquila.

(Anna Buoninsegni)



*

e poi mi ha sibilato
«e cercati
una parola necessaria
quella con cui restare sola
e fare cena e sonno e vita
la dolce la tenebrosa
assoluta tra tutte da non dire
la spina che ti suona nella bocca
e poi ruggisce perché tu risponda
ti apre ti disonora
ti comanda...»
e io mi sono messa
le mani sulla faccia come chi piange
ho visto prima di tutto una prigione
poi sono nata

(Silvia Bre)


Dicembre 1999

.............................a Milo

Vorrei prenderti e chiederti e avere
come si chiede alla morte di parlare
avere ancora calore ancora guardare il taglio
dei tuoi occhi bellissimi, guardarlo per sempre
come si fissa uno sguardo che non vuoi che svanisca
e ridere e sorridere insieme a quelle parole
rare che poi cadono
e poi ancora perdersi e lottare
con te pronto, insistente, senza indugi
perché tu comprendi la nostra vita incompresa,
quel distillare vita ogni giorno
a te tutti i pensieri, tutte le poesie
le scrivo pensando a quando la marea ci divide
oltre tutti i mali scomposti
e questo mi trattiene nelle mani
mi spinge a chiedere altra vita, altri alberghi
le nostre case invisibili del cuore
e cosi ogni nostra carta troverà il suo posto
e gli amici giusti pregheranno per noi.

(Giovanna Sicari)


*

Dimmi dove si arriva per questa strada
papa, si cammina e si cammina
ci togliamo giacchetta e pantaloni,
insieme lo stesso gesto
per rallentare il tempo, tu così piccolo
che io so più di te, ho portato a compimento
le tue mani, il loro modo di alzarsi,
di girare in aria per ricadere vicine,
insieme abbiamo curato la tua salute,
ma sai ancora tu dove c'è da andare:
è notte, là fuori, lampi inaspettati
indicano un cespuglio, uno steccato
più in là un profilo di pietre
è notte più che notte, è quasi l'alba là fuori
e tu con un sorriso aprì la porta.

(Alba Donati)


Commiato al parco della vita

Ogni cosa toccata dal sole è coronata dalla sua smagliatura. Ogni cosa è l'ultima
lezione di morte: nel composto preludio del sonno,
pieni di profezia e di foglie come l'appena divisa, le
sue scarpe serene - una interruzione ancora
superficiale del sole meticoloso e genuino: l'asciutto
all'inizio della nostra memoria, i tre colpi di chiave di lama.

(Maria Grazia Calandrone)


venerdì 18 luglio 2008

Anna Maria Farabbi, 1996


Sin dalla Fioritura notturna del tuorlo (Tracce, 1996), la poesia di Anna Maria Farabbi (1959) modula il canto in un furore iniziatico e metamorfico, che da Orfeo la trasforma in «lupa di guerra/ [...]/ zitta gravida e ancestrale», in strega che addensa gli arcani notturni, facendo fiorire il tuorlo della lingua, così che il caduco s'aduni: l'intenzione di questo libro è infatti celebrare «il crollo delle membra/ il tonfo del pennino», «dei soldati in guerra/ delle loro vedove incinte dalla morte» e «delle rose marcite, trapanate dal baco», ("Il canto degli Eunuchi") ma anche far emergere un'autobiografia in cui minerale, vegetale e animale siano l'impasto da cui il verso sboccia. Montelovesco, frazione collinare in provincia di Gubbio, è l'archetipo di tutto questo, la bocca d'ombra di tutti i libri farabbiani. Buona lettura.



Autoritratto
Primo paesaggio dentro e fuori la mia fronte



Non c'è bisogno dell'ascia per spaccarmi
la fronte.
Te lo dico con parole minerali, vegetali e animali,
ognuna delle quali in sé respira:
quel che c'è nella mia polpa, esiste.
Nel senso che sta su realmente.
Lampante.

Ho la fronte alta, è vero.
Accolgo le diagonali nervose
e le storie universali che mi ci sbattono. Spiano,
disposta come le terre per l'atterraggio
e a volte, il più delle volte, mi faccio il muso
decisivo e decollante assimilando quello
degli uccelli.
Non per il volo fine a se stesso
ma per raggiungere il mondo
agitato
di un'altra f(r)onte.

Ho la pelle semplice
che mi copre.
Mettici un bacio comunicante: ci trasmettiamo Dio.

Quanto all'incantamento dei sogni,
lo dico con la serietà forte dei sopravvissuti svegli,
gli angeli dentro la mia testa sono crepati.
Senza testamento.
Senza testimoni.
Senza la salma delle piume.



Ciò che è il monte dentro chi lo vive


Se i miei versi nascessero al rovescio
come una languida vegetazione che addormenta gli uccelli
mentre vi nidificano,
quegli uccelli morbidi
che non distinguono i limoni
dalla luna
e che al canto del gallo
tremano.

Se nel mio poema ci fosse acqua
per abbeverare i bambini
e i cortigiani del re,
sarei chiamata dal re
e da tutti i suoi uccelli
e finalmente pubblicata su un trono
visibile.

Chi sei, mi si chiede,
se non ti si vede non ci sei.
Io sono, rispondo. Io sono
un poeta piccolissimo quasi lontano quasi felice,
una bestia di montagna sola come il monte,
una bestia che impara
le lingue selvatiche del vento e degli alberi dritti, le lingue
del mondo.
Io sono i neri della lupa e i rossi
del gallo
e la tenerezza dei verdi fioriti.
Io sono i gialli seminati, mietuti a mano,
fasciati ed esposti, immagazzinati,
fatti nutrimento
contro l'inverno.
Sono quella che da dentro la stalla
vede le stelle di dio
e se le sente in gola brillare.

Il mio quaderno inedito sta dentro la stalla,
fatto di terra sedimentata
irrigata d'inchiostro: canta.
Selvatico e dritto
quasi lontano quasi felice
più grande del re.



Maternità


La lupa è scesa a valle,
zitta gravida e ancestrale.

Un tempo si era fatta neranera per assorbire le notti
montane
mimetizzata con le radici forti delle piante
e del monte.
Con il vento. Con il vento furioso
che impenna la fame furiosa
dei rapaci. Con il vento furioso.

Si era fatta giallagialla per ingoiare la luna micidiale
delle notti
dentro le cacce alle prede
con le narici gialle piene di fame.

Si era fatta rossarossa ululando
il suo sangue
sola golasecca rossa camminando e azzannando le croste
le trame
dure del monte.

È scesa, ora. Allatta.
La sua pancia tocca quella della valle,
ne è congiunta, meravigliata.
Nel seno le si accendono i mezzogiorno,
gli archi
della luce diurna, le facce piccole dei fiori,
le facce piccole in cui sostano le ombre fresche
degli insetti.

Potrei sembrarti ferma
con il capezzolo in bocca
a mio figlio,
io lupa di guerra,
ma canto
zitta gravida e ancestrale.
Canto il poema latteo sceso in me
con me
da me a mio figlio
come un fiumecaldo diurno potente, giù
dalla cima
del monte. Dalla cima del monte.

lunedì 14 luglio 2008

Paginazero chiude


L'editoriale del n.11, scritto da Mauro Daltin e Paolo Fichera parla chiaro, ma forse non del tutto: si dice che la rivista cartacea chiude non soltanto per i costi di gestione, ma per dare maggior rilievo al blog della stessa rivista, più snello nelle procedure d'aggiornamento, più in presa diretta con il reale. Spero sia così: un solo post da aprile non annuncia nulla di buono, e ciò è un peccato perché Paginazero era una rivista di grande rilievo culturale e unica nel suo genere.

Nata 4 anni fa a Trieste, si è occupata delle letterature e culture di frontiera, con particolare attenzione alle letterature dell’est-europa e di temi quali l’esilio, i luoghi-non luoghi, la migrazione delle e nelle culture, il carcere, i confini fisici e linguistici, la guerra, l’informazione libera. Segnalo il progetto le betulle nane, che si propone di presentare, in e-book, poeti contemporanei (e non), delle aree dell’Est Europa, con particolare riferimento alla zona dei Balcani, ma anche poeti italiani contemporanei (fra questi, ricordo che sono già usciti Francesco Marotta, Sebastiano Aglieco, Ilaria Seclì).



Dall'ultimo numero, riporto uno stralcio dell'intervista a Paolo Rumiz, uno degli ultimi, veri, viaggiatori.



Alla domanda di Angelo Fioramo sul "valore del confine" per gli uomini delle terre triestine, egli risponde: "Vengo da una città di bastardi, intendo gente dalle radici corte, dal pedigree illeggibile e indecente, con le ossa degli antenati sparse ai quattro venti. Radici com­plesse insomma. A questa complessità delle origini, a questo essere "sempre in mezzo", in bilico fra Mitteleuropa e Mittelmeer, puoi reagire in tre modi. Il primo è assumere identità monolitiche, dunque furiose e fatalmente aggressive, in quanto schizoidi; il secolo ventesimo ne ha conosciuto i disastrosi effetti. Il secondo è impazzire, vedere alieni ovunque, vivere complessi d'accerchiamento, in perenne turbolenza per il conflitto fra le proprie diverse origini. Non a caso Vienna e Trieste sono grandi città di psichiatria e psicoanalisi. Il terzo è prendere la vita alla leggera, rileggerla come un'operetta, mettere un po' di follia nella quoti­dianità. Non a caso a Trieste "la persona" si dice "el mato", cioè il matto. Un matto errabondo - e magari narrabondo - che, in assenza di antenati da vantare "in loco", non può scavare troppo in profondità. Può solo percorrere in superficie il suo pae­saggio dell'anima. È questa la reazione migliore. La più popolare, legata all'antica anima sefardita - burlona e autoironica - dei quartieri bassi dell'angiporto. Dopo un secolo devastante fondato sul mito del sangue e della terra, credo che il miglior messaggio della mia terra zingara sia proprio questo: l'attaccamento al paesaggio. Il triestino, diversamente dal resto degli italiani, percorre il suo territorio in conti­nuazione, lo segna come i cani che fanno la pipì a ogni angolo. Egli rivaluta la terra e la rilegge in modo diverso, la ruba ai teorici della razza, li obbliga a trastullarsi solo col loro fottutissimo sangue e il loro fottuto Dna.
Trieste, quella profonda, popolare e multinazionale, è capace di rileggere la parola Heimat in senso aperto, rispettoso delle identità bastarde. Succede perché l'anima della città è in grado di rifondare l'Etnos - parola maledetta - sul rispetto del terri­torio anziché sul culto degli antenati, sull'appartenenza anziché sull'identità, sul "Genius loci" e non su millenarie genealogie.
È questo il senso della mia piccola Vienna sul mare. Il triestino, come il nomade, non vuole vantare diritti esclusivi sulla terra, perché è conscio che essa appartiene solo a chi muore".

giovedì 10 luglio 2008

Il frutto, forse


L' Arca Felice è un'associazione culturale di Salerno, che "pubblica testi, spesso inediti e rari, di autori antichi e contemporanei (soprattutto filosofi e poeti)", con uno specifico interesse nel promuovere iniziative editoriali in cui s'incontrino poesia e segno: "ogni libretto, infatti, offre un dialogo fitto che si svolge tra i poeti e i pittori, le cui opere (dipinti e disegni) sono impresse fuori testo a tiratura limitata e accompagnano, come un’eco sospesa, l’apparizione della parola poetica".



Ringrazio l'editore e Mario Fresa per aver pubblicato, in 99 copie numerate, Il frutto, forse, con un'opera grafica di Enrico Oliviero.





Dove sboccio
è mattino; tu fiondi, invece
in mondiglio e gorgo, nero:

c'è che gente sgola, transita
laggiù, sventa, ma non tu
che sgravi, sola, con l'ala
guasta,
..........vedi?
come sorella vanga
abito la mano che tocca
la beata faglia
dove si pota e strama
e afferro il sabato
lo scrosto e rimo e spurgo...

È più poesia che pietra o mancia
corpo, direi. Frutto.

giovedì 3 luglio 2008

Alessandra Conte


La poesia di Alessandra Conte nasce dal continuo biforcarsi sintattico, dalla sfida di chi scansa il prevedibile, scegliendo l'inaspettato, all'interno di un mondo-sipario in cui il naturalismo scompare. La 'maniera' attinge ad un'indole sadiana, coniugata ad una passionalità misticamente notturna, non estranea alle letteratura horror ottocentesca. E tuttavia, la Conte evita il kitch che ne potrebbe discendere, grazie alla nitidezza della pronuncia e al controllo dei toni, così da trasformare la pulsione dolorosa sottesa al gesto - che inviterebbe alla sinfonia, al dispiegarsi analitico dell'inquietudine - in pagine d'album, in quadri minimi in cui il virtuosismo raggela l'urgenza del dire, lo incapsula, restituendoci forme complesse intagliate nel ghiaccio levigato.
Sia nella raccolta inedita Breviario di novembre e sia nei testi ad essa successivi, la forma dominante, seppur taciuta, è la pienezza della maternità e la conseguente perdita di senso degli esseri viventi là dove questi rinuncino al legame con l'origine generante. Ciò spiega la "suora bambola", i "bambini rotti" o "svaporati", le "bambine" con i "buchi" nella "faccia", ma anche le preghiere blasfeme del Breviario, mosse ai Cieli dalla terra desolata affinché la fecondino con virtù e conoscenza.


da Breviario di novembre (inedito)



*

Signore dei rifiuti
che scavi con le mani,
voglia tu trovare fermamente
le perle. Mangia i germogli
del letamaio che ti offro.
Scava e guarda lungo.
Fai di noi il tuo pasto fiero.



*

“dio madre di terra”
ringrazia l’anima desueta
che ruba e mangia
nelle estasi, fiorisce parole
dall’horror vacui paterno.
Sfalcia i marmi
e il sentire greve,
gli aironi gli anni i semi.
L’altare.
Feconda la lingua
che lecca ruvido.



*

O madre vergine delle vergini
rea dei mille peccati, crepa
il vaso e spaccalo. Tu che al salto
in lungo sul filo usi il nome
che è gioco d'azzardo, fai vacillare
la bocca parola per parola
a custodire il reliquiario
dei lemmi e dei verbi sciolti.



*

A te volgo lo sguardo,
o signore dai polsi rotti,
che cadi e t'inabissi
a farti male. Ti guardo
con occhi da supplice
e pregandoti ti bendo
le braccia. Ti fascio forte,
dio piccolo, mosca senza un'ala.



*

La suora bambola antica
si infila perle di pepe
nelle mani a sgranare il tempo
scaduto in giorni e pagine.
Alitano le sue memorie
tra l'aorta e il naso
nei quaderni bianchi
come le morti,
e lei bambina mangia dadi,
ride, guarda crescere la camomilla.
Rimuore, si chiama femmina
un'ultima volta.



Altri Inediti


*

I bambini rotti hanno il naso
nelle campanelle dei mughetti,
le mani nei palloncini ad elio.

I bambini rotti irrompono
dal palo della luce coi merli,
nei becchi arancioni.

I bambini rotti mangiano
con la bocca aperta le teste
tutte intere, e le nuvolette.



*

Le bambine azzurre
hanno gli occhi a pallina.

Se le bambine azzurre corrono,
le biglie di vetro rotolano.

Le bambine azzurre che hanno corso
guardano dai buchi della faccia.



*

I bambini svaporati hanno la consistenza della spina,
nell’amore perso tra briciole senza aver avuto strade.
Portano i nomi inconfessati che non si dicono in auto
o a tavola, quelli spifferati en passant – mai per davvero.
Galleggiano, quei bambini, e strizzano gli occhi.




Alessandra Conte, born in 1978, graduated in pianoforte at the Conservatory "A. Pedrollo" in Vicenza. She lives in Dueville, in the province of Vicenza, where she teaches piano and music appreciation and studies modern literature at the University of Padua. Her poems have appeared in the anthologies Il Segreto delle Fragole and Ti bacio in bocca, (published by Edizioni LietoColle, 2005). She was awarded honourable mention in the Rai Radio 2 poetry competition "Poeti per Posta 2004" and her poems were read on the live radio broadcast "Caterpillar". In 2005 she was short-listed in the "Under 29" competition of the Unione Terre di Castelli in the province of Modena, and in 2006 in the "Poesia di Strada" (“Street Poetry”) competition of the City of Macerata. She has taken part in poetry readings in the Mondadori bookshops in Milan and Venice and at the Società Letteraria of Verona. In 2005 she participated in the RomaPoesia competition with two video-poems directed by the video-maker, Lorenzo Brasco.